31 dicembre 2014

Bye bye babies ...

Cartoline di stagione: torneo anglo-italiano 2014-15

L'ultima cartolina dell'anno non può non arrivare che dalla Terra Madre. Solo nell'isola che ha reinventato l'antico "calcio" in "football" - così, almeno, dettava storicamente Mastro Gioânn nella sua Storia critica della pedata - si gioca infatti in questi giorni di festa. I numeri sono impressionanti: 735 mila gli spettatori delle 20 partite della Premier svoltesi tra Boxing Day e domenica scorsa, per una media di oltre 36 mila presenze a match. In giornate freddissime e inclementi di neve e pioggia la gente è uscita di casa lo stesso, anche perché gli orari degli incontri sono studiati per consentire di tornarvi per la cena, ed ha speso, per recarsi alle partite (di tutte quattro le League maggiori), circa 73 milioni di sterline (più o meno 92 milioni di euro), secondo le stime che tengono conto della spesa per i biglietti, i trasporti e i pasti. Senza aggiungervi gli introiti dei diritti televisivi, si tratta di un business che non ha eguali al mondo, frutto della tradizione - fino agli anni 1950s gli inglesi si recavano allo stadio anche il giorno di Natale [vedi] - e della capacità di mettere a punto, e di coltivare con competenza, un formato vincente da parte di dirigenti adeguati al ruolo.

30 dicembre 2014, The Sevens Stadium, Dubai
L'ennesimo trofeo internazionale per i Rossoneri
Il confronto con il calcio italiano attuale [ci ripetiamo, purtroppo] è inevitabile, quanto impietoso. Ai nostri giocatori è concessa una settimanella di vacanza (e ai sudamericani della Beneamata, grazie al ras ora vicepresidente, sempre qualche giorno in più degli altri, al netto degli aerei persi), nella quale vanificano il tenore atletico: così sono poi subito costretti a giocare comunque in amichevoli abborracciate o improbabili, in cui il Milan magari fa lo smargiasso contro il Real nei non luoghi persici, o l'Inter si becca, insieme coi quatarioti della Rive droite, bordate sonore di fischi anche dai (pochi) spettatori marocchini per la mediocrità dello spettacolo. Dicono i sedicenti CEO (nella lingua di Dante, gli "amministratori delegati"): così incrementiamo le revenues (sempre vulgariter, il "fatturato"). Ma sono bruscolini al confronto di quanto genera un turno natalizio di Premier. I tifosi italiani, a loro volta, appena incassata la 13a sono costretti a restare a casa a rimpinzarsi di cibo, di TV e di internet, spippolando le immagini delle vacanze dei loro idoli e fumando le prime avide boccate di oppio, vagheggiando l'arrivo (a costo zero, in prestito, con o senza diritto di riscatto, a 6, 12, 18 mesi, con l'acconto, con lo sconto, a rate, ad assegni scoperti, con cambiali, in un kamasutra contrattuale sempre più inane) di salvifici Top Players. Congratulazioni vivissime a Beretta, Galliani, Lotito & C. Veri imprenditori ad imperitura memoria. Che poi hanno anche la faccia di lamentarsi perché la gente non va più allo stadio. Bye bye babies ...

Per fortuna c'è anche il calcio giocato (e catodico) per noi "mendicanti". Chi "era" ad Anfiled lunedì a sera ha potuto rivedere qualche bagliore reds, del genere di quelli dell'inverno scorso, al netto di Suarez a Sturridge obviously. Forse la partita più bella, tra le tante, dei quattro giorni di festa appena trascorsi. E domani si ricomincia, grazie a Eupalla.

23 dicembre 2014

Natale con emiri e sceicchi

Cartoline di stagione: 17° turno 2014-15

Non ci sono dubbi!
Poltroncine a forma di trono e foderate di soffice bianco; stadio piccolo e semi-acustico con tribune punteggiate da qualche irriducibile italiano venuto da chissà dove, ma soprattutto da emiri e sceicchi, ricchi benzinai e loro cortigiani: in questo scenario surreale, rimpiangendo Pechino, in piena congerie natalizia e in orario italiano coincidente con la punta di traffico su tutte le tangenziali si è disputata la partita valida per la nostra supercoppa. Eravamo l'ultimo paese a non averla ancora assegnata; ha portato qualche milioncino alle esangui casse del movimento, è stata (per fortuna) una sfida divertente e incerta, minacciava di durare fino alla Befana, e alla buonora il Ciuccio l'ha non immeritevolmente spuntata, ridando senso a una stagione che sembrava deragliata. La Juve si è confermata grigia e dipendente soprattutto dalle lune di Tevez; il Napoli è parso migliorato, ma la sua tigna agonistica è proporzionale agli umori del Pipita. Il quale ha mostrato senza pudore gli attributi - della cui esistenza forse qualcuno dubitava - e punito tre volte Gigione, l'altro juventino in serata di vena; vanificando perciò le incredibili topiche dei centrali difensivi partenopei (Albiol e Koulibaly), due autentiche sciagure. Come che sia, archiviamo la stagione 2013-14. Allegri, dopo avere a stento raggiunto il suo primo e dichiarato obiettivo (qualificazione agli ottavi di CL), ha fallito il secondo.

Per assenza di avversari decenti, forse, Allegri vincerà il campionato - a ben guardare, di una situazione analoga si avvantaggiò anche nel 2011, con la Benamata ebbra del triplete e abbandonata da Mou, con la Juve in difficile ricostruzione, con il pacco-dono di Ibra ricevuto alla vigilia del campionato. Assenza di avversari decenti: la Roma ha mostrato pochezze preoccupanti al cospetto del Milan, cioè una delle dieci squadre che avanzano a passo di lumaca nel gorgo che ricomprende la zona nobile della classifica e quella solitamente destinata ai grandi peccatori. Paga il calo fisico di Totti, che resta l'unico capace di accendere il gioco, dando imprevedibilità e tempi perfetti all'azione d'attacco; del resto, non potrà tenere la scena per i giorni dei giorni; paga anche - forse - le insicurezze generate dalle scoppole interne di Champions. Lo 'spettacolo' della Serie A è tutto nella terra di mezzo, nell'equilibrio di partite giocate col coltello tra i denti, e il cui esito non è quasi mai scontato (si vedano, nel week-end, le rimonte di Atalanta, Inter, Toro, Udinese e Samp nella stessa partita, Empoli - a Firenze). 

All'assalto, col sangue alla testa
Dal resto del pianeta pallonaro monitorato dai nostri schermi nulla di memorabile ha illuminato il week-end. In Bundes prosegue l'agonia del Borussia, e per fortuna di Klopp una lunga pausa è alle viste (sempre che non decidano di dargli il benservito, come farebbe qualunque nostro presidente). In Premier si fermano i Red Devils, che ora - per far convivere Falcao e Van Persie - schierano Rooney nella posizione propria di Nigel de Jong: ciò nonostante - o forse proprio a causa di ciò - producono purissima improvvisazione calcistica, jam session che non sempre riescono come si deve, e comunque qualcosa di ancora ben lontano da un'idea e una logica di grande squadra. Il Liverpool, nell'ennesima disperata partita di questa disperata stagione, impatta l'Arsenal ad Anfield sette minuti oltre il novantesimo, in inferiorità numerica e grazie a un'inzuccata su corner del bendato e sanguinante Skrtel: ai cardiologi del Mersey non mancherà lavoro, nei prossimi giorni. In Liga ha riposato il Real, giusto il tempo di andarsi a prendere il titolo FIFA di campione d'ogni mondo (una vera scampagnata a Marrakech), mentre l'Atletico ha mostrato carattere (e chi ne dubitava) in terra basca, travolgendo il Bilbao nel secondo tempo. Facile poker calato anche dal Barça - il che costituisce un'ulteriore conferma della sua discontinuità. Nella Grand Boucle l'andatura è ora fatta dal Marsiglia, ma la sgommata dell'OL a Bordeaux è stata impressionante; sornione e annoiato di Blanc, il PSG resta accodato.
Auguri a tutti.

P.S. Tornando alle cose di casa nostra, è da mettere in archivio l'ennesimo atto di sottomissione della FIGC. Il diktat di Agnelli è solo una prova di forza, e la nazionale (cioè lo stage voluto da Conte) ha costituito il pretesto atteso da Andrea per assestare una bella legnata sui denti al detestato Andonio e al disistimato Tavecchio. Questo accade nel calcio italiano, nei giorni in cui cadono gli anniversari della scomparsa di due grandi italiani: Pozzo e Bearzot. Due grandi italiani, già. E stiamo qui a parlare di nani.

Mans

22 dicembre 2014

Non tutto il Mario vien per nuocere

Pareggiare in casa con l'Empoli è sostanzialmente una sconfitta per la Fiorentina. E lo è ancor di più per la Fiorentina dell'ultimo mese, mai sconfitta in campionato e rullo compressore in trasferta. Dopo la sconfitta in casa contro il Napoli la Viola non ha più perso. 11 punti, 11 gol fatti e 3 subiti. Degli 11 punti realizzati, ben 9 sono stati quelli fatti in trasferta, mentre in casa il bottino è magrissimo. Come mai negli ultimi campionati. La forza della Fiorentina è sempre stata l'Artemio Franchi, il fortino di Campo Marte. Quest'anno le cose sembrano ribaltate. La Viola in casa non vince più. Non perde, ma non riesce a imporsi. Che cosa sta succedendo? Difficile dirlo e comunque la perentorietà nel calcio è esercizio da stolti. Sembra tuttavia che la frenesia di vincere condizioni i giocatori di Montella.

Ieri la Fiorentina ha giocato molto bene per quasi un'ora e non era facile. L'Empoli è una squadra organizzatissima. Tutti sanno alla perfezione quello che devono fare e lo fanno assai bene. Sarà opportuno tenere d'occhio Sarri, se non si fa ingolosire dalle sirene della grande squadra già dall'anno prossimo, può diventare uno dei migliori allenatori italiani.

La Fiorentina è partita alla grande mettendo sotto l'avversario e creando molto. L'Empoli non si chiude, non lo fa mai. La Viola ha affrontato la gara con il modulo a lei più congeniale: tre centrali larghi e di ruolo (finalmente!), esterni alti con Pizzarro a dettare il ritmo, Borja Valero e Mati Fernandez a girare attorno al cerchio di centrocampo, il primo più basso, il secondo quasi trequartista, se il ruolo esistesse ancora. Cuadrado anarchico in appoggio a Gomez. L'Empoli ha ribattuto colpo su colpo, ma fin quando la Fiorentina è stata bene in campo, non c'è stata partita. Il primo tempo si è chiuso con il gran gol di Vargas, unico modo fin lì di sbloccare una partita che sembrava ferma sullo zero a zero.

Costato più di venti milioni e salutato da più di ventimila tifosi.
Firenze aspetta ancora il miglior Mario Gomez
Il secondo tempo si è aperto con dieci minuti di fuoco, in cui la Viola ha spinto per chiudere il discorso, ma la solita supponenza in fase realizzativa (soprattutto di Cuadrado) e un po' di sfortuna (il palo di Marione) hanno propiziato il più classico dei classici nel mondo pallonaro: gol sbagliato, gol subito. E infatti il buon Tonelli, abitué del colpo di testa su calcio d'angolo, ha beffato la zona difensiva viola e ha trafitto l'incolpevole Neto (sul cui rinnovo contrattuale mi esprimerò dopo il cappone natalizio, ma premetto che la colpa dell'incomprensibile stallo non è, secondo me, tutta del portiere brasiliano). 1-1 e palla al centro. È dopo il pareggio empolese che la Fiorentina ha mostrato tutti i suoi limiti. Ma non credo si debba eccedere in critiche. La partita di ieri è stata la dimostrazione che questo campionato è scadente come mai era accaduto prima. La Fiorentina c'è e ci sarà fino alla fine per il terzo posto, ma deve imparare a gestire i momenti della partita, cosa che le manca da sempre e che distingue le buone squadre da quelle vincenti. Mi concentrerei di più sull'organizzazione dell'Empoli e, mi ripeto, sulla preparazione di questo allenatore che viene da molto lontano ed è arrivato in serie A perfettamente consapevole della sua storia.

Intanto si aspetta il miglior Mario Gomez. Ieri il tedesco ha giocato una buona partita. Era sempre dove doveva essere e ha avuto molta sfortuna in almeno un paio di occasioni. Restano molte riserve sul suo modo di giocare il pallone coi piedi. Gomez non è mai stato un uomo squadra. È un finalizzatore, ma per finalizzare deve ricevere la palla davanti e non dietro. In quest'ottica ho visto Vargas dal primo minuto ieri e in un paio di occasioni si è capito anche il perché. Gomez è un patrimonio della Fiorentina e tornerà il centravanti prolifico che è sempre stato, magari senza un Cuadrado che gli ronza intorno, salta il primo uomo, ne cerca un altro, e la perde sistematicamente.

Cibali

15 dicembre 2014

Tempi duri per le outsiders

Cartoline di stagione: 16° turno 2014-15

E' stato un week-end di risultati interessanti ma non di bel gioco. Con qualche sorpresa.

Nella Grand Boucle le due fuggiasche si fermano contemporaneamente, consentendo all'Olympique Lyonnais di accodarsi. Una bella corsa, si direbbe, per l'equilibrio; ma i due XI olimpici perdono più facilmente del PSG (quattro sconfitte contro una sola) e subiscono anche più reti, perciò è presumibile che loro obiettivo massimo sia quello di riuscire a tenere il pubblico in sala TV sino alle ultime battute. I titoli di coda sono scontati, e la Ligue 1 cosituirà il principale bottino dei parigini, destinati a lasciare l'Europa negli ottavi, quando vanamente cercheranno di speronare il pullman e di escorcizzare gli illusionismi di JM.

Luciano Vietto abbraccia il connazionale Simeone, ma poi lo infilzerà
Ubriache dei propri record, le Merengues li aggiornano di giorno in giorno e Carletto ingrassa. Le avevamo lasciate in proiezione 138 reti, ed ecco che la quaterna assestata all'Almeria (ultimo della Liga) le porta a 139. Lara Croft sale da 62 a 66. Che dire? Mentre il Madrid è sempre una festa di gol, Barça e Atlético sembrano di fiato corto. Nell'ultimo turno un punto in due e nessun gol. Rumorosa la caduta interna dei Colchoneros, in un match nervoso e ricco di episodi polemici. Il sommergibile giallo ha saputo colpirli in contropiede proprio nel finale - ma poteva riuscirci anche prima. Adesso sono sette i punti che separano il Cholo da Carletto. Troppi, forse; così come eccessiva pare la differenza di qualità tra le due rose, cui si può rimediare nella singola partita ma difficilmente sulla lunga distanza. I catalani, invece, sono sempre in mezzo al guado, salpati da un ancora recente e maestoso passato e speranzosi di approdare in un futuro che vorrebbero fosse all'altezza di quella irripetibile 'stagione'. Steccano troppe partite, questa è la verità. Meno quattro dal Real, vale a dire due pareggi di troppo, imposti da gente non irresistibile (Malaga e Getafe).

La Bundesliga - torneo nel quale Guardiola allena i suoi in vista della campagna europea di primavera - è niente più che una bella zuffa per i posti di rincalzo; si sono avvantaggiati quelli di Wolfsburg, ma dietro di loro c'è una gigantesca ammucchiata, in una situazione simile a quella italiana. Il povero Klopp ha dovuto chinare il capo anche sul campo dell'Hertha: un solo gol, favorito da pagliacceschi inciampi nell'erba di Hummels e Subotic. Nove sconfitte in quindici partite: questo è lo score impressionante dell'XI che per un paio d'anni ha messo a ferro e fuoco le piazze del continente.

Ma perché la porta del Borussia offre così libero il proprio specchio?

In Premier League si profila adesso una possibile ed eventualmente appassionante gara a tre, perché Van Gaal sta lentamente mettendo a regime lo United (nonostante un'infermeria sempre strapiena). Gli è bastato pochissimo (non certo la qualità del gioco) per mettere sotto il Liverpool a Old Trafford, e si è ben visto come la ruota della sfortuna abbia preso di mira i Reds. Il gol che apre la partita (Rooney) arriva tre secondi dopo un clamoroso spreco di Sterling. Questo brevissimo segmento di partita ha riassunto tutta la stagione disputata finora dal Liverpool: errori a gogò sottoporta e difesa di burro. Come per l'Atletico, come per il Borussia, si palesa anche per l'XI di Rodgers la difficoltà di tenere il passo. Il ruolo di outsider è fascinoso, specie nell'epoca signoreggiata da pochissimi top-club, ma la normalità è sempre dietro l'angolo.

A proposito di outsider: la Juve pesca proprio il Borussia nell'urna di Nyon. Sorteggio buono? Visto il momento dei tedeschi, si direbbe di sì. Se riprendono a correre e giocare come sanno, sicuramente no. In prospettiva, sembra facilmente migliorabile soprattutto il rendimento del Borussia. Certo, "poteva andare peggio", dicono i più. Vedremo, le partite si giocheranno tra qualche mese, un tempo possibile ad Allegri e a Klopp per trasformare rose ricche di ruggini e tare in sfolgoranti macchine da gol. Personalmente, tuttavia, non comprendo la considerazione di cui godono i bianconeri. Le ultime partite sono state modestissime e aride. Ieri, per esempio, hanno sballottato la povera Samp per una mezzoretta, cavando da questo dominio assoluto lo straccio di un gollettino; l'orgiastica eccitazione dello Juventus Stadium è poi evoluta in rabbiosa incredulità quando Gabbiadini (non Arda Turan, non Cristiano Ronaldo) ha fatto secco Gigione con un sinistro che più calibrato non poteva essere - del resto, è sicuro che Siniša abbia appeso i suoi ai ganci dello spogliatoio, dopo un primo tempo così inane. Intanto, Tevez e Llorente sono sempre a secco, Morata non esplode, Giovinco non è Altafini (figuriamoci), Coman è una bella promessa ma ancora non incide. Questo pareggio viene dopo quello stentato di coppa, dopo lo squallido zero a zero di Firenze, dopo la vittoria immeritata nel derby. Inaciditi dal tradimento di Conte, i tifosi bianconeri si dicono innamorati di Allegri. Forse, semplicemente, fingono di esserlo. Dal canto suo, la Roma vive un momento arbitrale felicissimo e raggranella punti che non raggranellerebbe senza decisioni fortunate. Spero se ne tenga conto quando riesploderà la santabarbara.

Mans

12 dicembre 2014

Italia League

Fettine di coppa: sesto turno 2014/2015

Quando lo scorso anno Fabio Capello osservò che la Serie A non era un "campionato allenante" [vedi], Antonio Conte, allora coi glutei assisi sulla panca della Juventus, si adontò per lesa maestà. Al neo CT della Nazionale sono bastati due mesi di raduni per rendersi conto che don Fabio aveva ragione: a Coverciano arrivano giocatori poco e male allenati, che non reggono per 95 minuti i ritmi che si giocano quasi ovunque in Europa nel calcio d'élite. La mezz'ora iniziale del secondo tempo di Italia-Croazia a San Siro del 16 novembre scorso è stata illuminante quanto mortificante per il calcio italiano: i nostri amati brocchetti non hanno toccato palla, ma l'hanno guardata scorrere di qua e di là a totale disposizione degli slavi. Prima e dopo quella partita il buon Antonio ha alzato la voce, gridando al problema. Ha ragione: resipiscente, ma ha ragione.

10 dicembre 2014, Stadio Olimpico, Roma
Ultimi bagliori di Champions
I dati statistici più sconfortanti dell'ultimo turno europeo di coppe vengono dallo Stadium di Torino e dall'Olimpico di Roma. I giocatori della Juventus hanno corso 4 km in meno di quelli dell'Atletico Madrid; quelli della Roma addirittura 7 km in meno dei Citizens. Traduzione: pressing, raddoppi, sovrapposizioni e proposizioni nello spazio sono un'abitudine ormai strutturale delle grandi squadre europee anche quando giocano fuori casa. Si parla di corsa e non di tecnica: non di fatturati e di "top players", cioè, che sono ormai l'alibi preferito degli allenatori delle nostre squadre.

Arrigo Sacchi lo osserva da trent'anni, in un mantra vissuto dai protagonisti del calcio italiano come la predicazione di un vecchio rincoglionito, e viceversa accolto come verità oracolare dai grandi allenatori internazionali di questi anni (da Guardiola a Mourinho, da Simeone a Klopp, etc.): sono l'organizzazione di gioco, la compattezza delle squadre, l'intensità delle transizioni, la base su cui si costruisce un progetto vincente e si possono esaltare le qualità dei singoli. Suoi esempi ricorrenti sono proprio l'Atletico di Simeone e il Borussia di Klopp, per la qualità tecnica mediamente non eccelsa dei loro pedatori: non a caso, perché sono le squadre più simili, per impianto e idea di gioco, al suo Milan di fine anni ottanta (un dato che sfugge all'ignoranza diffusa tra i commentatori italioti). Purtroppo basta guardare una qualsiasi partita della Serie A degli ultimi anni per rendersi conto della realtà cui si è ridotto il calcio italiano: non corre nessuno, i ritmi sono lentissimi, il gioco è continuamente spezzettato da falli e falletti, cui contribuiscono anche gli arbitri che, invece di favorire la fluidità, fischiano per un nonnulla e litigano in continuazione con i giocatori. L'effetto finale è quello denunciato a gran voce (roca) da Antonio Nazionale, e quello confermato dai pessimi risultati internazionali del nostro calcio. Gli ultimi suoi acuti risalgono alla finale di Euro 2012 (per la scelta sensata di Cesare di favorire i pochi "piedi buoni" rimasti in circolazione), a quella di Champions 2010 (grazie alle arti luciferine di José) e a quella di Atene 2007 (dove Carletto si gustò l'ultima fetta di coppa nostrale). Tutt'intorno è solo nebbia, sempre più fitta.

Dopo l'eliminazione agostana del Napoli ai playoff di Champions ero stato facile profeta nel prevedere le difficoltà di Juventus e Roma a passare il turno [vedi]. I bianconeri ci sono riusciti per un soffio, grazie anche alla manona sinistra di Gigi; i giallorossi hanno rischiato addirittura di uscire da tutto (sono i peggiori terzi dei gironi di CL). L'ambiente juventino farebbe bene a non credere a chi sostiene che il Monaco, il Porto e il Borussia sarebbero degli avversari alla pari agli ottavi. Per una squadra che ha battuto solo il Malmoe e - a fatica e in casa - l'Olympiacos, qualsiasi avversario costituirà comunque un muro da scalare. Auguri.

Con cinque compagini ai sedicesimi di EL, l'Italia si certifica invece come la grande potenza del calcio europeo di serie B. Ammesso che ne prenda finalmente consapevolezza. In Champions siamo ormai a livello del calcio olandese e portoghese: nei prossimi anni (e per chissà quanti), quando andrà bene, porteremo una squadra agli ottavi, magari ai quarti, solo eccezionalmente in semifinale. Dovremmo invece concentrare le nostre attenzioni sull'Europa League, anche se non sarà facile vincere nemmeno lì. Dopo l'ultimo trofeo di un'italiana, nel secolo scorso (il Parma nel 1999), le successive 15 edizioni sono state dominate dalla squadre spagnole (6 volte vincitrici), inglesi, portoghesi e russe (2 vittorie a paese), e l'hanno vinta anche club olandesi, turchi e ucraini. Questo per dire che la concorrenza è agguerrita: già ai prossimi sedicesimi, con Bilbao, Mönchengladbach, Everton, Olympiacos, Zenit, Feyenoord, Liverpool, Siviglia, Tottenham, Ajax, Anderlecht, Wolfsburg, PSV e Villareal, che equivalgono i nostri club e in più di un caso sono anche più forti.

10 dicembre 2014, Camp Nou, Barcellona
Ibra festeggia il suo ennesimo gol non determinante in CL
A parole i dirigenti nostrani sembrano voler finalmente impegnare i loro club nella conquista della coppa, attratti più che altro dall'accesso diretto alla CL che il trofeo porterebbe con sé. Vedremo nei fatti, sin dai sedicesimi del 19 e 26 febbraio 2015, che si incastonano tra tre giornate di campionato di cui sono andato a vedere il programma. La Roma giocherà il 15 in casa col Parma, il 22 a Verona (Hellas) e il 1° marzo con la Juventus all'Olimpico: avremo modo di verificare obiettivi e turn over di Garcia ... Il Napoli giocherà, rispettivamente, a Palermo, col Sassuolo e a Torino; la Fiorentina a Sassuolo, col Toro e a Milano con l'Inter; l'Inter a Bergamo e a Cagliari (doppia trasferta) e poi con la Fiorentina; il Torino col Cagliari, poi a Firenze e infine all'Olimpico col Napoli. Molti intrecci dunque ... Lì si parrà la lor nobilitate.

Per il resto, in CL nessuna sorpresa: sono passati tutti i superclub. L'unico tonfo è quello del Benfica, sfortunato finalista dell'ultima EL con il Siviglia, e già fuori da tutto. Real, Bayern, Barça e Chelsea attenderanno i quarti per arrotare i ferri e concederci finalmente - a noi "mendicanti" - qualche partita appassionante. Delle 96 che abbiamo visto finora ricordiamo solo il maestoso primo tempo del Bayern all'Olimpico e qualche sprazzo di bel gioco qua e là. Cioè poco o nulla.

Azor

8 dicembre 2014

The ball boys

Cartoline di stagione: 15° turno 2014-15

“The ball disappeared, the ball doesn’t come,
another ball comes, the ball boys run away" (JM)
Beh, avevamo appena finito di dire che in Inghilterra una lotta per il titolo semplicemente non c'è; nessuno - se non gli amanti della cabala - avrebbe scommesso un penny sulla sconfitta del Chelsea a St. James Park, nonostante i Blues, con Mou in panca, là non fossero mai riusciti a vincere. Là hanno perso anche sabato, sicché il City ha dimezzato la distanza (ora è a meno di un tiro di schioppo) e José - uno che non ha mai saputo perdere le partite senza polemizzare - ha dato la colpa di ciò ai ball boys. Ai raccattapalle di Newcastle. Sono loro che hanno impedito al Chelsea di giocare al gioco del calcio: “the ball disappeared, the ball doesn’t come, another ball comes, the ball boys run away". Spettacolino per i media. Nel calcio accade anche questo, nessun rimpianto - ha aggiunto. Ma gli deve bruciare, eccome. I suoi trucchi tattici - mille centravanti contemporaneamente in campo, e probabilmente si sarà pentito di aver lasciato andar via Eto'o e Torres - questa volta non hanno sortito effetto; forse, perché ormai sono scontati.

A proposito di discorsi azzardati: avevamo anche appena finito di credere che Messi tristemente vivacchi a Camp Nou in attesa di salpare per nuovi lidi, ed eccolo dominare il derby catalano. Il Real, nel frattempo, aggiorna i suoi record: diciotto vittorie consecutive. Scende leggermente la media-reti rispetto alla nostra ultima rilevazione: mantenesse il ritmo, saranno centotrentotto su trentotto partite. Non è scesa quella di Lara Croft: mantenesse il ritmo, sarebbe pichichi con 62 gol. Numeri spaventosi.

In Serie A, le imminenti e decisive sfide di CL hanno pesantemente condizionato Juventus e Roma. Il turn-over non ha però francamente cambiato in peggio la Juve, apparsa sui livelli (modesti) del derby; qualche fiammata, ma né i bianconeri né i viola avrebbero meritato di vincere una partita di tasso spettacolare meno che mediocre. Molto peggio, tuttavia, è andata la Roma. Messa sotto dal Sassuolo dal primo al novantesimo tecnicamente, tatticamente, agonisticamente. Priva di Totti, ha mostrato pochezze inimmaginabili nella costruzione del gioco, nei movimenti offensivi, nello 'spirito' di squadra. Ha strappato un punto alla fine, grazie a errori arbitrali che se non altro ci consentiranno di reputare offensiva per il buon senso ogni futura eventuale polemica accesa dall'ambiente romanista.

Su Milan e Inter siano intonati, idealmente, solo appropriati canti funebri. Esse furono.

Mans

1 dicembre 2014

Alta tensione e simboli antimoderni

Cartoline di stagione: 14° turno 2014-15

Alta tensione in alcune delle partite più importanti o significative giocate nel week-end.

La gestualità polemica e soddisfatta di Sergio Busquets
Al Mestalla, per esempio. Qui il Barça, all'ultima azione, ha vinto una partita che poteva indifferentemente pareggiare o perdere - non sarebbe la prima volta: l'innesto di Suarez procede lento, Messi è sempre più discontinuo, il gioco tutt'altro che fluido e convincente. La maturità di Leo in Catalogna non pare sorridente. Forse le voci che filtrano qualche fondamento ce l'hanno. Dissi, all'indomani dell'attracco di Guardiola a Monaco, che forse si poteva configurare una situazione analoga a quella che, un tempo, portò Michels e Cruijff a Barcellona [vedi]. Vedremo.

Il destro chirurgico di Sant'Andrea da Brescia scuote la rete e lo stadio
Allo Juventus Stadium, per esempio. Qui la Juventus, all'ultima azione, ha vinto una partita che poteva indifferentemente pareggiare o perdere. Infranto il tabù dei derby in bianco, il Toro ha letteralmente gettato il meritato pareggio nella spazzatura, cercando di uscire in palleggio da una situazione di pressing al limite dell'area quando mancavano pochi secondi al triplice fischio - grosso modo, proprio come ha fatto la Roma a Mosca qualche giorno fa. Un tempo, in situazioni analoghe, i difensori buttavano il pallone fuori dallo stadio. Tenuto conto dell'enorme divario tecnico esistente tra le due squadre di Torino, abbiamo davvero visto novanta minuti di dominio tattico granata, che poi l'esito della partita ha evitato ad Allegri di dover spiegare.

Dal canto suo la Roma, dopo l'agitata notte di coppa, ha trovato poca e casuale resistenza in quell'accozzaglia di giocatori stremati e modesti che hanno la ventura di indossare oggi la maglia dell'Inter; a occhio, Mancini avrà bisogno di almeno due anni per rimettere insieme qualcosa che assomigli a una squadra di calcio.

Pedatori disperati cercano consolazione fra le braccia di Kloppo
In Premier e in Bundesliga una vera lotta per il titolo, semplicemente, non c'è. Ma in Germania c'è una situazione anomala, e il tema principale nei prossimi mesi sarà questo: quando uscirà il Borussia dalla sua nerissima crisi? Quando (eventualmente) inizierà a risalire in classifica, e fin dove (eventualmente) arriverà? Il meraviglioso XI di Jürgen Klopp, finalista di Champions due anni fa, anche quest'anno ha aperto la sua bottega di lusso ai miliardari predatori bavaresi. Anno dopo anno, i migliori vanno via, e indovinare i rimpiazzi non è cosa facile e scontata. Oggi il Dortmund è diciottesimo nella classifica a punti dei diciotto club che partecipano al principale campionato tedesco. Cioè, ultimo. Ultimo, e solo. Spero si riprenda, e che le sue scorribande sui campi d'Europa riprendano a febbraio. In ogni caso, anche dovesse finire male, quella regalataci da Kloppo è stata una grande, gioiosa stagione di calcio.

Torniamo in Spagna: brutte notizie (e sorvolo sul tifoso del Deportivo crepato per arresto cardiaco dopo esser stato gettato nel fiume dagli ultras dell'Atletico). Dal simbolo del Real viene scucita la piccola croce che campeggiava in cima alla corona, poiché (si dice) la sensibilità dello sponsor (arabo) non va urtata, non di questi tempi (e chissà per quanti tempi ancora). Del resto, storia e tradizione e antichi simboli sono materiali per romantici ed eruditi, per sentimentali, nostalgici e disadattati, e Florentino (che se non vuole perder la cadrega deve continuare a vincere, mica farsi paladino dell'antimodernismo) ha bisogno di quattrini e non di sentimentalismi, ma per fare quattrini occorre avere una squadra forte e che vinca spesso, e per avere una squadra forte (e che vinca spesso) è necessario attrarre risorse e compiacere gli investitori. La falsariga è stantìa, ogni commento superfluo. Tiremm innanz.

Mans

29 novembre 2014

Disfatte teutoniche

Fettine di coppa: quinto turno 2014/2015

25 novembre 2014, City of Manchester Stadium
Il n° 16 è quello del Kun. Il minuto è il numero 91
Turno europeo senza particolari clamori se non il risultato sfuggito di mano per deconcentrazione al Bayern in quel di Manchester. Il Pep in sala stampa non ha usato eufemismi, denunciando la qualità fecale del gioco sciorinato dai suoi negli ultimi dieci minuti. Certo, l'Aspide - al secolo, Sergio Leonel Agüero del Castillo - ci ha messo del suo per rendere sanguinosa la sconfitta dei bavaresi; ma si è trattato di un mero calo di concentrazione, perché anche in dieci per settanta minuti i Roten hanno dominato, dando l'impressione di poterlo fare anche in nove, tante sono ormai l'applicazione tattica e le conoscenze acquisite dalla squadra (che oltretutto vanta, non andrebbe dimenticato, numerose assenze).

Se si scorrono i tabellini, però, emerge un dato inusuale. Le sei squadre tedesche ancora in lizza nei due tornei hanno perso tutte, a parte il Mönchengladbach, che ha strappato un pari in rimonta al Madrigal (2:2). Per il resto, tre sconfitte in casa e due fuori. Lo Schalke di Di Matteo è stato rullato senza pietà dal Chelsea (0:5) nella propria Arena (AufSchalke). Il Wolfsburg è stato infilzato dall'Everton (0:2) nell'altrettanto propria Volkswagen-Arena. Il Bayer Leverkusen ha fatto una sgambata con il Monaco nella BayArena (curioso che siano i teudisci a farsi custodi dell'etimologia classica ...), perché già qualificato (0:1). Del Bayern abbiamo detto (2:3). All'Emitares ha perso in modo rotondo ed inequivocabile anche il Borussia di Kloppo (0:2). Certo, si potrebbe argomentare che alcune squadre erano già sicure o quasi della qualificazione. Ma non tutte: lo Schalke è mezzo fuori dagli ottavi di CL, il Wolfsburg rischia moltissimo e nemmeno il Mönchengladbach è ancora sicuro del passaggio ai sedicesimi di EL.

Non siamo degli statistici, ma una disfatta teutonica come quella di questo turno ha pochi riscontri nel passato. E se anche avessero preso sotto gamba l'impegno, la brutta figura rimane e mostra come la "serietà", la "professionalità", l'"impegno" siano relativi ad ogni latitudine, anche a quelle di paesi che vengono ritenuti più seri di altri - spesso, come in questo caso, più per luogo comune che per fondatezza. Le inglesi avevano sbandato nel turno precedente: in questo hanno ammaccato (Arsenal, Chelsea, City ed Everton) l'orgoglio teutonico. Le competizioni europee sono affascinanti anche per tali incostanze: nessun risultato è scontato in partenza. Tutti gli XI (o quasi) si battono per vincere. Pochissimi regalano qualcosa. Anche se spesso modeste, le partite europee mostrano comunque quasi sempre grande impegno agonistico. E' il caso anche dei moscoviti del CSKA, ovviamente, o degli spartani praghesi, per dire delle avversarie più ostiche delle italiane in questo turno.

27 novembre 2014, Stadio Olimpico, Torino
Mathew David Ryan domina lo spazio aereo nell'area fiamminga
Il Toro è stato fermato da una saracinesca a nome Mathew David Ryan, che è venuto dalla sperduta Plumpton, nella terra dei canguri, per mostrare anche all'Olimpico, sub Alpibus Pedemontis, che il Club Brugge Koninklijke Voetbalvereniging non si libra per caso nelle alte sfere della Jupiler League 2014-2015. Roma e Torino dovranno attendere l'ultima giornata per guadagnarsi o meno il passaggio ai turni invernali. Il Napoli vi è già approdato, i Granata quasi. La Roma rischia invece assaissimo: ai Citizen basterebbe anche fare un solo golletto (magari di Aguero) e non prenderne due per festeggiare. La Juventus invece è finalmente riuscita a vincere una partita europea fuori casa dopo lungo digiuno: ma lo ha fatto, e non senza estenuazioni, contro la compagine più debole del girone (che ha messo insieme solo 3 punti finora): adesso stampa e tifosi beoti di Madama vagheggiano addirittura il primato nel girone; fossi in loro mi accontenterei di passare il turno e di accendere un cero di buona libbra per evitare di beccarsi il Bayern, il Chelsea o il Real nel sorteggio prenatalizio.

I due club nostrani che sembrano aver preso sul serio l'Europa sono invece la Fiorentina e l'Inter. Per carità, gli avversari di girone sono poca cosa anche per il calcio italiano. Ma è evidente che Montella e Mancini (e in precedenza Mazzarri) hanno ricevuto imput precisi dalle rispettive dirigenze. Per i Viola - va dato merito - l'impegno nelle coppe è una tradizione antica, sin dalla sfortunata finale di Coppa dei Campioni del 1957 al Bernabeu o dal trionfo in Coppa delle Coppe nel 1961: raramente si è vista la squadra non battersi in campo europeo. Oltretutto, quest'anno sembra giocare meglio in EL che in campionato. L'Inter ha impattato due volte solo con il Saint-Etienne, ma per il resto ha spezzato le reni a islandesi, azeri e ucraini. Giovedì sera a San Siro si è vista la solita squadra bislacca nel primo tempo, ma finalmente anche una reazione morale nel secondo, con qualche bello sprazzo di gioco, anche da parte di un pedatore anarchico come Fredy Alejandro Guarín Vásquez. Mancini ha ancora tanto da lavorare, ma l'EL potrebbe essere il set adatto per fare crescere la squadra. Vedremo.

Azor

25 novembre 2014

Gioacchino redivivo

La Fiorentina vince a Verona e cancella i (troppi a dire il vero) mugugni che si erano moltiplicati nelle ultime settimane attorno al gruppo allenato da Montella. Ancora una volta il Vincenzino campano ha sorpreso tutti adottando sì il modulo più congeniale a questa squadra, ma inserendo il desaparecido Joaquín Sanchez Rodriguez. Il torero di El Puerto Santa Maria ha disputato un buon primo tempo per poi calare inevitabilmente nella ripresa. Una mossa del tutto inaspettata, ma alla fine vincente.

Joaquín Sánchez Rodríguez, in arte Joaquín
Resto invece perplesso sul reale valore di Cuadrado. Il giocatore è forte, veloce e dotato di buoni piedi, ma non sono sicuro che abbia nel dna la capacità di gestirsi in partita, di capire i momenti della gara. È giovane e merita credito; ha tutto il tempo per acquisire le doti che segnano la differenza fra un buon giocatore e un campione. Per ora è un buon giocatore, solo il tempo ci dirà se diventerà un campione.

Tornando alla tattica abbiamo ripetuto spesso che la Fiorentina deve giocare con la difesa a tre e gli esterni vicini, con una punta vera e una finta, che sia Marin, o Babacar o Cuadrado poco importa. Importa che finalmente Gomez ha riacquisto l'apparenza di un giocatore di calcio che ha segnato in carriera in quasi tutte le porte del pianeta e sia la condizione sia i movimenti visti a Verona lasciano ben sperare per il futuro. La riserva destata dalla formazione di domenica resta però insistente a ronzare per la testa: perché Joaquín? Perché un altro esperimento a fronte di un esterno vero (Cuadrado) e una punta giovane che potrebbe tranquillamente affiancare Gomez? Forse Montella non ha davvero scelta e i molti impegni lo costringono a provare soluzioni diverse per situazioni diverse. Dopodomani si gioca in Francia, sul campo del Guincamp, non proprio una trasferta irresistibile. Allora sì che il tecnico viola potrà sperimentare. Sarà l'occasione per vedere Marin. Credo sia potenzialmente un fenomeno. Vedremo.

Intanto godiamoci un talento vero, straordinario calciatore destinato all'olimpo di questo sport. Paulo Dybala da Laguna Larga, classe 1993. Raramente ho visto un giocatore così maturo a 21 anni. Godiamocelo prima che il denaro degli sceicchi ce lo porti via.

Cibali

24 novembre 2014

Il derby agricolo

Cartoline di stagione: 13° turno 2014-15

Prima il calcio delle corazzate. Ci sono numeri che fanno impressione, e sono quelli del Real; tredici vittorie di fila (tra Liga e CL), alla media esatta di quattro gol a partita (cinquantadue). Ciò nonostante, è pensabile che Atletico e Barça tengano botta, e rendano faticosa per Carletto la reconquista del titolo spagnolo. Anche il Bayern vive di goleade, e si avvia a vincere la Bundesliga con i soliti venti (uno più uno meno) punti di vantaggio sulla seconda. Il Chelsea invece difficilmente organizza abbuffate, ma - in questa fase di stanchezza del City, strutturale leggerezza dell'Arsenal, rifondazione dello United, estinzione del Liverpool - viaggia a ritmi costanti e superiori a quelli delle presunte rivali. Equilibrio in Francia, finchè Bielsa regge - ma sono pronto a scommettere che quando, a fine febbraio, inizieranno le vere battaglie d'Europa, il PSG sarà di almeno sei punti davanti all'OM. That's all.

E veniamo alle tristezze di casa nostra. Già. La Juve, trotterellando, umilia la Lazio. A dire quel che siamo, basti quanto segue: l'impatto di Carlitos Tevez in questa Serie A è paragonabile a quello che esercitava Maradona tre decenni or sono. Se i bianconeri passeggiano, la Roma viene a capo faticosamente di partite che si complica da sola: a occhio, non verrà a capo della Juve. Intanto, il calcio più divertente è (more solito) quello di Zeman: ieri pomeriggio a Napoli hanno visto i sorci verdi. Lunga vita al boemo, certo.

Il centrocampo del Milan
Sebbene impoverito, un derby merita sempre la cartolina. Un derby agricolo, come il centrocampo del Milan, che ha schierato davanti alla difesa due trattori usurati, Essien e Muntari (l'Inter ha risposto con Kuzmanovic); agricolo perché rude e sanguigno, perché ogni zolla di campo è stata contesa dal primo all'ultimo minuto (i principini alla Kovacic erano, non a caso, fuori dal gioco); agricolo perché ciascuna delle due squadre dà l'impressione di temere l'arrivo improvviso del maltempo, di un evento qualsiasi che manderà all'aria fatica e lavoro, tattiche e schemi di gioco.


Il carneade dell'Inter
Come si suol dire, Milan e Inter si sono divise la posta. Uguale il numero dei gol e delle occasioni da gol, uguale il numero degli errori (e di molto superiore a quello dei gesti tecnicamente apprezzabili). Non erano mai sembrate così vicine e modeste, così lontane da una grandezza per entrambe recente. Entrambe improvvisano la ricerca di una soluzione, entrambe si affidano alle giocate dei singoli (tra i quali non si vede alcuno che abbia davvero la stoffa del campione). L'Inter ha una capacità tradizionale di estrarre dal cilindro del derby carneadi sconosciuti o negletti (da Minaudo a Obi passando per Schelotto); il Milan ha un sempiterno problema in porta e per centravanti il fantasma del fantasma di Torres. Pazienza. E' già molto che nessuno abbia da lamentare ingiustizie arbitrali; il ventre della classifica si muove di poco ma si muove, in fondo sia i nerazzurri sia i rossoneri hanno il diritto di pensare che (tolte la Juve e la Roma e - ogni tanto - il Napoli) anche le altre non sono granché, e che il quarto se non addirittura il terzo posto costituisca un obiettivo ragionevole. Sperar non costa nulla, e tempo - si auspica - verrà. Anzi: tornerà.

San Siro, gremito come ai bei giorni, ha persino fatto tristezza. Quasi mai, in passato, il grande calcio era stato così altrove.

Mans

15 novembre 2014

Ritorno al futuro

L'ingaggio di Roberto Mancini da parte del F.C. Internazionale come allenatore per i prossimi due anni e mezzo si configura come un perfetto "ritorno al futuro". Che sigilla, e si spera chiuda definitivamente, una catena di errori dirigenziali avviata dalla gestione Moratti, che ha dilapidato - tra malintese riconoscenze ed eccessive vedovanze [vedi] - il capitale del Triplete, e perpetuata dalla gestione Thohir, che non ha colto il momento, nella tarda primavera di quest'anno, per avviare un ciclo nuovo con una propria cifra tecnica.

Con i trofei
Perché Roberto Mancini rappresenta un ritorno al futuro? Perché, nella storia dell'Inter, è l'allenatore che ha vinto più titoli e trofei - sette - insieme a Helenio Herrera: con l'ovvia differenza di peso tra le quattro coppe internazionali del Mago e le quattro solo nazionali del Mancio. Soprattutto, è l'allenatore che è stato capace di segnare l'inversione di senso nella gestione di Massimo Moratti, dimostrando che si poteva tornare a vincere anche sulla Juventus, fin dalla troppo spesso dimenticata finale torinese della Supercoppa 2005, in cui il famigerato Massimo De Santis si beccò le reprimende di Luciano Moggi per l'annullamento di un gol di David Trezeguet per sospetto fuorigioco. Mancini cominciò a vincere, cioè, prima che il ciclone Calciopoli si abbattesse sul calcio italiano, grazie alle sue qualità principali: saper scegliere i giocatori giusti per la propria idea di calcio, voler privilegiare le qualità individuali rispetto agli schemi tattici.

Quanto al primo punto, basti ricordare il mercato che Mancini concordò con Giacinto Facchetti e Gabriele Oriali nell'estate del 2004, al suo arrivo in nerazzurro. Furono ceduti: Cannavaro, Pandev, Kallon, Farinós, Bréchet, Pinilla, Ümit Davala, Dellafiore, Guly, Zicu, Helveg, Buruk, Almeyda, Lamouchi, Sorondo, Adani, Dalmat, Choutos e Fadiga, tra gli altri. E acquistati - si noti, per soli 3,5 milioni di euro: Burdisso, Zé Maria, Mihajlovic, Cambiasso, Verón, Favalli, Davids e Carini. Questo per dire che, nemmeno allora, difettavano nella rosa le vecchie glorie, i mesti ronzini e la mediocrità di molte figurine, e che Mancini seppe suggerire, anche negli anni successivi, acquisti azzeccati: nel 2005, quelli di Samuel, Pizarro, Maxwell, Julio Cesar, Figo; nel 2006, di Ibrahimovic, Vieira, Maicon, Grosso e Crespo; nel 2007, di Chivu.

Si potrebbe pensare che tutto ciò fu reso possibile da disponibilità finanziarie ora inimmaginabili. Ma ciò è vero solo in parte. Il bilancio dei trasferimenti dell'intero quadriennio di Mancini segnò infatti un disavanzo contenuto a soli 28,8 milioni di euro. Dispendioso è stato semmai il biennio di José Mourinho, che fece subito i capricci per avere in rosa un fenomeno come Ricardo Quaresma, costato da solo 24,6 milioni. José ha vinto la Champions per meriti propri ma anche grazie al mercato faraonico seguito all'ennesima eliminazione in coppa nel marzo 2009 (Milito, Eto'o, Sneijder, Thiago Motta, Lúcio e Pandev): il bilancio del suo biennio vede infatti un rosso di 36,1 milioni, grazie anche alla miracolosa cessione di Ibrahimovic per 69,5. Nei mercati dei tre anni successivi al Triplete - in cui Moratti ha speso male e venduto peggio [vedi] - la società ha comunque operato acquisti per 161 milioni (con un bilancio positivo, contro cessioni, di 15). Nella scorsa stagione a mezzadria con Thohir, la campagna è stata dispendiosa: 59,1 milioni di acquisti contro solo 9,85 di cessioni (con un "buco" di oltre 49 miloni). Quest'anno la spesa è stata finora di 12,1 milioni (ma con l'ipoteca di altri 7,8 per il saldo a venire di Dodò), a fronte di entrate per soli 9,65 [qui le fonti].

In queste ore Erick Thohir ha promesso che, per migliorare la rosa attuale, "nei limiti del possibile del bilancio interverremo già a gennaio seguendo le indicazioni dell'allenatore". Lo ha certo affermato per rianimare un ambiente depresso che, con la sciagurata gestione di Walter Mazzarri, aveva toccato uno dei punti più bassi della storia nerazzurra. Soprattutto è consapevole che quella di gennaio potrebbe essere anche l'ultima finestra di mercato possibile prima delle sanzioni che andranno negoziate con la UEFA in tema di fair play finanziario. Dunque il tempo stringe, e la consulenza di Mancini costituisce una garanzia.

Con la sciarpa
Tutto bene allora sotto il sole? No, ovviamente. La situazione finanziaria della società è disastrosa: il deficit dell'ultimo bilancio segna un preoccupante -85 milioni (la "Gazzetta" ha stimato che per il triennio valido per il FFP della FIFA il deficit sia stato di 180 milioni contro i 45 tollerati), i debiti raggiungono i 230 milioni (a fronte dei quali Thohir ha ipotecato tutto il patrimonio e i futuri ricavi della società) e costano rate da un milione al mese più interessi e un maxi-saldo da 184 milioni alla scadenza del 30 giugno 2019 (in pratica 58 milioni all'anno per 5 anni, cioè 290 milioni), il fatturato è sceso dai 250 milioni della stagione post Triplete ai 170 dell'ultima senza coppe (anche se Thohir spera di risalire a 190 in questa, grazie ai premi dell'Europa League e alle magliette vendute in Asia). Detto in soldoni: non ci sono.

E torniamo al futuro con Mancini. Si tratta di un buon tecnico, che ha dimostrato di saper vincere anche in Inghilterra e in Turchia. Non appartiene però alla fascia dei grandi - quella, per intendersi, degli Ancelotti, dei Guardiola o dei Mourinho, per stare solo a quelli in attività. Si colloca semmai nella fascia di quelli capaci di vincere campionati ma non (ancora?) coppe significative a livello internazionale - quella dei Wanger, dei Pellegrini, dei Conte, dei Blanc, per rammentarne alcuni. Non ha la visionarietà di un Bielsa (e dei suoi "allievi") e di un Klopp, e nemmeno la "garra" di un Simeone. Ma appare perfetto per un campionato malinconico come la Serie A e per la fase triste che vive l'Inter. Moratti già preconizza il terzo posto per quest'anno (cioè il sempre più arduo spareggio agostano per disputare la CL), ma ragiona come sempre da tifoso. Mancini eredita infatti una situazione tecnica disastrosa quanto quella finanziaria: giocatori che hanno smarrito il gioco, depressi nell'autostima, atleticamente provati; e una rosa migliore di quanto non si creda, ma comunque non paragonabile con quella che trovò nel 2004 (con Toldo, Materazzi, Cordoba, Zanetti, Stankovic, Recoba, Vieri, Adriano e Cruz, tra gli altri).

Nondimeno, il Mancio potrebbe assicurare nuovamente un'inversione di senso nelle vicende nerazzurre. Scontato è il ritorno alla difesa a 4, al trequartista e al gioco a due tocchi. Soprattutto occorrerà una preparazione adeguata nel ritiro invernale, che ridia tono ai singoli e restituisca ritmo alla squadra: presupposto per tornare a vedere un'idea di gioco propositiva, come è nelle corde di Mancini. Con un paio di innesti azzeccati a gennaio, il traguardo europeo potrebbe essere alla portata, così come un percorso decoroso in Europa League (finire tra le prime 8?) e magari anche in Coppa Italia. Come Benamante mi accontenterei: a terra come siamo con le nostre vergogne ...

Azor

12 novembre 2014

First Round Proper

Cartoline di stagione: 12° turno 2014-15

Ha solo 142 anni e non li dimostra. Ogni anno la Football Association Challenge Cup - la più antica, longeva e imperitura delle competizioni calcistiche - rinnova il suo fascino senza eguali. A vincerla, nei primi tempi, furono club come i Wanderers, la Oxford University, i Royal Engineers, gli Old Etonians, i Clapham Rovers, gli Old Carthusians, il Blackburn Olympic ... L'hanno interrotta solo le due guerre mondiali. Ma da quasi un secolo e mezzo, ogni estate la passione, la dedizione e la tradizione - in una parola, l'amore - degli inglesi rinnovano un rito che ha contribuito a rendere identitario il Football Association Game [vedi]. La FA Cup, come si usa ora chiamarla in tempi di acronimi imperanti, "è" il football nella sua dimensione originaria, ancestrale, interiorizzata: la competizione che ne fa una pratica sociale peculiarmente inglese, un elemento del suo paesaggio materiale e mentale. Un segno di distinzione nel mondo globale del "world soccer".

Inkersall Road, Staveley
Quanto è antica, tanto la FA Cup dimostra di essere moderna, di sapersi adeguare al mutamento dei tempi senza tagliare le radici con il proprio patrimonio memoriale. Tra venerdì e lunedì scorsi si è giocato il First Round Proper, il primo turno "vero e proprio", della 134° edizione, che in realtà era cominciata il 16 agosto con l'Extra Preliminary Round, in cui si erano sfidate 368 squadre della 9° e 10° serie del football inglese: risultato più rotondo l'11:0 rifilato dal Molesey all'Haywards Heath Town; maggior numero di spettatori (371) all'Inkersall Road di Staveley per Staveley Miners Welfare - Worksop Town 2:0; 1.500 sterline di premio per ciascuna delle 184 vincitrici ... Da allora si sono susseguiti il Preliminary Round (con altre 136 squadre della 8° serie) e altri quattro Round Qualifying (con altre 140 squadre della 5°, 6° e 7° serie). Il First Round Proper ha visto l'entrata in scena dei 48 club della League One e della League Two (3° e 4° serie). Quando nel Third round proper (32esimi di finale), il 3 gennaio 2015, scenderanno in campo anche i 44 club della Premier League e della Championship, i club coinvolti saranno stati 736. In pratica, giocano tutti: una festa totale del football inglese (e gallese e del Guernsey, l'isola nella Manica appartenente al Regno Unito).

L'Havant & Waterlooville Football Club è la squadra di Havant nell'Hampshire, contea sulla costa meridionale dell'Inghilterra la cui città maggiore è Southampton. La società è l'esito della fusione, nel 1998, tra l'Havant Town F.C. fondato nel 1883 e il Waterlooville F.C. fondato nel 1905. The Hawks (I Falchi), militano attualmente nella Conference South, la sesta divisione del football inglese, l'equivalente della nostra Promozione. Hanno debuttato nel Second Round Qualifying dell'attuale edizione della FA Cup, il 27 settembre 2014, battendo in casa, al West Leigh Park, con un rotondo 3:0, lo Swindon Supermarine (8° serie), di fronte a 386 spettatori. L'11 ottobre, nel Third Round, si sono recati all'"Harry Abrahams" Stadium di Finchley, nei sobborghi occidentali di Londra, dove hanno battuto per 2:0 il Wingate & Finchley F.C. (7° serie), di fronte a 292 spettatori. Il 25 ottobre, nel Fourth Round, al Park Lane di Canvey Island, nell'Essex, sull'estuario del Tamigi, hanno pareggiato 0:0 con il Canvey Island F.C. (7° serie), di fronte a ben 642 spettatori. Il 30 ottobre hanno giocato il ritorno, a casa propria, battendo gli avversari per 3:0, di fronte a 574 spettatori, e quadagnandosi l'accesso al First Round Proper.

West Leigh Park, Havant
Giustamente il lettore si chiederà perché celebriamo le gesta di questo sconosciuto club semi-professionistico. Perché l'Havant & Waterlooville ha avuto la fortuna di essere sorteggiato nel First Round Proper contro il Preston North End nel Lancashire, club attualmente relegato nella League One, ma di venerabile tradizione. Il Preston ha vinto infatti due volte la FA Cup, nel 1889 e nel 1938 (disputando altre cinque finali, l'ultima nel 1964), e le prime due edizioni della First Division, nel 1889 e 1890, arrivando secondo nei successivi tre campionati: il "double" del 1889 valse a qull'XI il soprannome di "The Invincibles". Dagli anni sessanta il club è decaduto tra seconda e quarta serie, ma mantiene intatto il blasone di primo grande club della storia del football inglese - un po' l'equivalente, mutatis mutandis, del nostro caro Vecchio Balordo Genoa Cricket and Athletic Club [vedi].

Il nome dell'avversario sorteggiato contro l'Havant & Waterlooville ha indotto la Football Association a cedere i diritti televisivi del match anche all'estero. Lunedì sera gli amanti del football hanno potuto assistere così alla prima diretta in Italia di una partita del primo turno della FA Cup, grazie a Fox Sports che ha investito in prima serata - mentre nei talk show di tutte le reti del regno (italiota) infuriavano le consuete sguaiate polemiche su Mazzarri, Montella e i rigori non dati - su uno spettacolo calcistico memorabile. Sul piano agonistico la partita potrebbe essere l'equivalente di un Genoa (quando militava mestamente in serie C) vs US Pergolese 1923 (attualmente in Promozione Marche), giocata non al "Luigi Ferraris" di Marassi ma allo Stadio Comunale "M. Stefanelli" di Pergola (provincia di Pesaro Urbino): qualcosa di impossibile da un punto di vista sportivo, perché la Coppa Italia in Italia è organizzata dalla Lega Serie A e non dalla Federazione, ed è spezzettata in ulteriori Coppa Italia Lega Pro, Coppa Italia Serie D e Coppa Italia Dilettanti. Soprattutto, sarebbe qualcosa di inimmaginabile a livello mediatico. Anche in questo l'abisso tra la storia del calcio italiano e di quello britannico appare incolmabile.

La FA ha invece portato la troupe televisiva al West Leigh Park di Havant (da dove giunge questa "cartolina" un po' anomala): un evento che per un giorno ha scombussolato la vita alla ridente cittadina dell'Hampshire e l'ha catapultata alla celebrità dell'universo televisivo. Le immagini ci hanno restituito il fascino intatto della tradizione del football inglese: stadiolo stipato (2.382 gli spettatori) pieno di bambini vestiti normalmente (senza magliette, sciarpe e merchandising di consumo); tribune coperte con 7-8 file di posti seduti (sono 560 complessivamente); altrove tutti in piedi appoggiati alla ringhiera di delimitazione del campo per destinazione; panchine a un metro dalla linea laterale; tabellone luminoso per la sostituzione dei giocatori monofacciale (cioè rivolto solo in campo); manto erboso da fare invidia a quello di Marassi; telecamera a occhieggiare anche negli spogliatoi da cui trasudavano sudori e afrori inconfondibili; baracchino di bibite e hot dog a cinque metri dal campo; cartellonistica pubblicitaria fissa, di imprese e servizi locali; il tutto sotto un'illuminazione artificiale stile anni 1970s (senza l'effetto giorno stile play station). E poi i rumori dal campo, le urla dei giocatori, i moccoli degli allenatori, il vocione dello speaker, gli ooh della folla; i colori e la festa sugli spalti, con i tifosi di entrambe le squadre a fare il "trenino" tutti insieme negli ultimi minuti della partita (altro che "ola" ...). Senza traccia alcuna di hooligans: diciamo l'equivalente degli ultras che infestano anche i campetti della sesta divisione italiana. Per la cronaca, ha vinto il Preston grazie a una tripletta della sua stellina (nazionale under 20) Callum Robinson, in prestito dall'Aston Villa. Gioco piacevole: palla a terra quello degli ospiti (4-1-4-1), palla lunga quello dei padroni di casa (4-4-2), necessariamente più scarponi; due rossi per l'Havant & Waterlooville; un rigore, un paio di legni e traverse, e alcune belle parate. Nessun isterismo in campo e sugli spalti. In una parola, molti di noi avrebbero voluto essere lì di persona. A respirare football.

10 novembre 2014, West Leigh Park, Havant
I Lilywhites festeggiano l'hat-trick di Callum Robinson
Un football - si noti - capace anche di fare profitti senza snaturarsi: a ciascuno dei club sono andate 67.500 sterline (86 mila euro) per i soli diritti televisivi. Il Preston se ne è portate a casa altre 18.000 (23 mila euro) come premio per il passaggio del turno: in una serata, cioè, ha fatturato circa 110.000 euro (teniamo presente che in media i club della nostra Lega Pro arrivano a mettere insieme un budget di 2 milioni di euro annui, di cui 800.000 come contributo diretto della Lega Serie C). L'Havant & Waterlooville ha invece incassato, oltre ai diritti televisivi, agli sponsor e alla bigliettazione dello stadio, altre 24.500 £ di premi per il passaggio dei tre turni, vale a dire circa 120.000 euro complessivi. Dalla sola FA Cup: una cifra che i dirigenti della Pergolese si sognano col cannocchiale rovesciato di poter ottenere dalla loro Coppa Italia Dilettanti.

Nel prossimo turno, che si giocherà il 6 dicembre, si disputeranno 20 partite tra le 40 squadre rimaste in corsa (in attesa che a gennaio scendano in campo le ultime 44 delle due divisioni superiori). Seguiremo con simpatia il Warrington Town F.C. (di Warrington nel Cheshire, nel Nord Ovest dell'Inghilterra, al confine col Galles del Nord) che milita nella 8° serie e che sta scrivendo la sua epopea: si giocherà il passaggio al Third round al Gateshead International [nientedimeno] Stadium di Gateshead (nella contea del Tyne and Wear nell'estremo Nord del paese, quasi ai confini con la Scozia) contro il Gateshead F.C., che milita in 5° serie. Chissà che la FA non ci faccia il regalo di trasmettere all'estero anche questo match. Sarebbe un giulebbe pre natalizio.

Azor

10 novembre 2014, West Leigh Park, Havant
Havant & Waterlooville - Preston North End 0:3
Tabellino | HL | Reports: 01-02 | FA Cup

10 novembre 2014

Ridimensionati

È possibile che una squadra costruita due anni fa sia già arrivata al suo naturale esaurimento? È possibile che una squadra diverta e vinca per due anni per poi sgonfiarsi come un palloncino alla festa del grillo delle Cascine? È possibile che un allenatore arrivato a Firenze fra curiosità ed entusiasmo faccia giocare la squadra meglio del Barcelona guardiolano per un anno e mezzo, azzecchi tutte le mosse tattiche, porti alla resurrezione rottami dati per strafiniti, rianimi giocatorelli solo pochi mesi prima presi a schiaffi dall'allenatore energumeno, per sbagliare sistematicamente tutte le formazioni iniziali 11 volte su 11 e rimediare quando non c'è più nulla da rimediare? Evidentemente a Firenze tutto questo è possibile.

Daniele Pradè ed Eduardo Macia nei giorni di sereno (non variabile)
Due anni fa Montella era stato chiamato alla corte dei Della Valle come colui che avrebbe portato in città il bel gioco, dopo due anni di depressione tecnico-tattica. E il Vincenzino campano c'era riuscito alla grande, complice la storica intesa col DS, Daniele Pradè, anche lui preso perché grande conoscitore di calcio e "squalo" dell'Ata Hotel. Dietro ai due si muoveva, e pare ancora si muova, il fido Eduardo Macia, uno che gira con un database di oltre un milione di calciatori e che al momento giusto vi infila le manone per pescare il fenomeno reietto, il colpo a effetto, quello che nessuno cerca e che si rivelerà il demiurgo delle magnifiche sorti e progressive in riva all'Arno. Quell'intesa aveva funzionato alla grande per una stagione e mezzo. Poi è successo qualcosa. Montella va in tv a dire che per vincere bisogna investire (come dargli torto?), ma i Della Valle avevano appena preso Mario Gomez, un killer che gli era costato un sacco di soldi. Pradè resta in bilico fra un rinnovo contrattuale che non arriva e mille pretendenti pronte a prenderselo alla prima occasione unica. Macia "ha un contratto a tempo indeterminato", diceva il plenipotenziario gigliesco Cognigni. Già Cognigni...

Il tifoso viola, come tutti i tifosi più o meno, usa la squadra come veicolo per sfogare frustrazioni e rabbie che col calcio e la squadra medesima c'entrano pochissimo. Ieri sui siti che permettono ai tifosi di commentare era un profluvio di insulti, schiumate rabbiose contro l'allenatore che non ci capisce più nulla. Anche la Gazzetta, glorioso vangelo dello sportivo italico, oggi apriva con "La Fiorentina è cotta" e continuava, su questo tono, affermando che Montella non ci capisce più niente. Ma allora qual è il problema della Fiorentina? Qual è il male oscuro di questa squadra che fino a otto mesi fa era la più cool d'Italia e ora sembra diventata più deprimente della pioggia novembrina?

Francamente non lo so e quelli che parlano di fine ciclo dovrebbero spiegare meglio il concetto. Cibali era stato il primo a parlare di fine del ciclo proprio dalla sua Ripa Arni. Ma la fine di un ciclo non significa la fine dell'esperienza di un tecnico su una panchina. In altre parole l'eventuale (e assai possibile a questo punto) allontanamento di Montella sarebbe un errore clamoroso. Se non hai gli introiti della Juventus devi inventarti qualcosa di alternativo, altrimenti sei condannato alla mediocrità pallonara del più mediocre campionato europeo dopo quello olandese. E l'alternativa è, a mio modesterrimo parere, la continuità. Ripeto la domanda che da mesi aleggia nella mia testa: perché si è rinnovato il contratto a Pradè per un solo anno? Con quale spirito il DS farà il mercato di gennaio? E chi farà quello estivo prossimo? E Macia, che ha un contratto a tempo indeterminato, resta o no? E chi sarà l'allenatore del prossimo augusto "progetto". Pradè è stato de facto esautorato, ma deve venire ogni domenica in tv a spiegare le ragioni dell'ennesima sconfitta. Montella ha un contratto più lungo, ma la società non dice una parola per proteggerlo, per ammettere che se non metti quattrini sul tavolo e fai il mercato all'ultima giornata, non puoi scaricare ogni responsabilità sul tecnico che, è vero, sta commettendo molti errori in questo campionato. Ma siamo sicuri che non siano frutto di una confusione societaria in cui la proprietà non si vede mai?

Non so quale sia la cura per questo male oscuro che ha tolto tutte le certezze alla squadra e al suo allenatore, ma forse ammetterne i sintomi sarebbe già un passo avanti. Se i Della Valle non possono occuparsi in prima persona della Fiorentina, diano questa incombenza a un uomo di calcio e non a un ragioniere. Se non credono più in Pradè, non dovevano rinnovargli il contratto per un anno, ma prendere a bordo un nuovo DS (chi?). Se pensano che Montella sia in confusione, lo proteggano. Se amano la Fiorentina, le impediscano di farsi del male. È successo troppe volte in passato, in ripa Arni.

Cibali

7 novembre 2014

Sbandate inglesi

Fettine di coppa: quarto turno 2014/2015

Anthony Vanden Borre, difensore belga e colonna dell'Anderlecht:
doppietta all'Emirates
La parte migliore della coppa si è tagliata all'Emirates. La partita viaggiava incontro al suo scontato e inesorabile destino (i Gunners conducendo di ben tre gol contro nessuno incassato sull'Anderlecht), e a quel punto la difesa dell'Arsenal ha imbandito la tavola. I belgi hanno spazzato via tutto (pane e companatico), rimontando e pareggiando. Colpa di Wenger. Wenger sa, dovrebbe sapere che, se vince largo, va messo in campo Podolski. Sono quegli spicchi di partita in cui i gol non contano più; una situazione nella quale Poldo va a nozze, perché non ha responsabilità di segnare gol decisivi ma l'abitudine di segnare (con pochissime eccezioni) gol inutili, e scommetto che l'avrebbe fatto anche martedì sera. E invece Wenger lo manda dentro sul 3 a 2, quando ormai ogni certezza traballa. Puntuale, il glorioso Anderlecht lascia i londinesi con l'amaro in bocca, e anche i followers meno accesi saranno andati a dormire malmostosi e accigliati.

Se l'Arsenal non brinda, il City ha mostrato ancora una volta (e ogni volta si pensa che sia un caso, ma non lo è) le sue enormi difficoltà a incontrare e contrare squadre non inglesi. Si comporta come il tizio che, isolato alla festa perché non conosce nessuno, finisce ugualmente per ubriacarsi ed essere ricordato dagli altri per la brutta figura. Quattro partite, due punti: uno all'Etihad con la Roma (e s'era ben scritto qui, a fronte degli entusiasmi indigeni, che i Citizens non erano e non sono un test probante, se un XI emergente vuole misurare il proprio spessore europeo), uno a Mosca (dove ne ha regalati due). Ora il CSKA è tornato pienamente in gioco, e ospiterà la Lupa in un inaspettato (dai nesci) match senza appello. Il ricordo della goleada maturata all'Olimpico non deve suscitare facili pronostici; a Mosca ha visto sorci verdi anche il Bayern.

Tra le sbandate inglesi, più sbandato di tutte (dissolto, estinto, rottamato) pare il Liverpool. Mai nella storia, credo, i Reds hanno considerato se stessi battuti in partenza, qualunque fosse l'avversario; mai credo abbiano giocato con il principale intento di limitare i danni. Sono andati al Bernabéu con questa predisposizione di spirito, ne sono tornati con un solo gol sul groppone. Rodgers ha risparmiato a un po' di gente la figuraccia, e tenuto i suoi 'assi' freschi per il Chelsea, annunciato ad Anfield per sabato a mezzogiorno. Mou, infatti, non ha apprezzato la mossa (ma questo suo sistematico mettere il naso nelle faccende altrui è sempre molto irritante). Facile parlare per lui: può spacciare per turn-over qualsiasi cambio di formazione. In Slovenia si è dovuto accontentare d'un pari, ma è stato un allenamento agonistico. Altissimo, a questo punto, è il 'rischio' di avere due sole inglesi al via degli ottavi.

Infine, la Juve. Fosse stato, quello coi greci, scontro a eliminazione diretta, oggi sarebbe fuori. Soprattutto, la fatica tremenda con cui viene a capo di partite che ci si aspetta vinca facilmente (il che fa da pendant alla facilità con cui perde, di misura e alla fine, quelle molto equilibrate) dovrebbe finalmente indurre a moderare le attese. La qualità del gioco è modestissima, affidata ormai essenzialmente al talento dei singoli; il ritmo è basso (per gli standard europei, s'intende). Conosciamo bene e abbiamo pochissima stima del suo allenatore, uno che sul campo di allenamento ha poco da dire, da dare e da insegnare - figuriamoci alla vecchia guardia bianconera, che coincide o quasi con tutti i titolari. Comunque, gli ottavi sono un obiettivo raggiungibile, a questo punto. Ma anche quest'anno c'è da temere che oltre non si possa andare; e forse sarebbe alla lunga più utile a tutti (anche a Juve e Roma) restare in Europa sì, ma in Europa League.

Mans

3 novembre 2014

Mesti aggiornamenti in ripa Arni

Ho appena finito di scrivere della partita di ieri. Ho appena auspicato un impiego più regolare di Bernardeschi e apprendo ora che il giovane talento viola si è infortunato molto gravemente. Questo il comunicato della società viola: "ACF Fiorentina comunica che l’atleta Federico Bernardeschi, nel corso dell’allenamento odierno, in occasione di uno scontro di gioco, ha riportato una frattura scomposta al malleolo esterno, come evidenziato dagli accertamenti diagnostici. L’atleta nella giornata di domani sarà sottoposto ad intervento chirurgico di stabilizzazione e sintesi". In altre parole ci vediamo nel 2015. È patetico tirare in ballo la malasorte, ma comincio a diffidare di chi non è superstizioso.

Un affranto Cibali

Hands off Vincenzo Montella!

Dopo la vittoria un po' casuale contro l'Inter, la brutta sconfitta in casa contro la Lazio e lo strano pareggio di Milano, la Fiorentina era tornata a fare la Fiorentina. Era l'ora. Ma la brutta sconfitta di Genova ha riportato i figli del giglio coi piedi, e non solo, sulla terra. Era bastato tornare al modulo che Montella ama di più e che sa organizzare meglio per ammirare la squadra veloce e precisa dell'anno scorso e soprattutto di due anni fa. È bastato fare ulteriori esperimenti per ripiombare nel brutto e nello scontato. Il calcio professionistico, specie nella sua massima espressione tecnica, non è uno sport semplice. È coordinazione, precisione di movimenti, sincronismo e poca, pochissima improvvisazione. Certo, se in squadra hai qualche fenomeno è meglio, ma non è indispensabile a meno che il tuo obiettivo non sia rimpolpare la bacheca. La difesa a tre e gli esterni alti sono due cose irrinunciabili nella Viola montelliana. Ogni altro esperimento è destinato a fallire. La sconfitta di ieri, sul maggese di Genova, fa male ed è durissima da mandar giù.

Ci sono molte domande che vorremmo porre all'allenatore viola dopo la brutta prestazione domenicale, ma forse Montella è la persona meno responsabile in questa stagione che sembra le montagne russe di Gardaland. Ho sempre pensato che Montella debba affidarsi al modulo con la difesa a tre, ma anche che Pizzarro sia un giocatore insostituibile per la Fiorentina. Che stia bene o che stia peggio, deve giocare altrimenti la manovra è lenta e prevedibile. L'errore di ieri è imputabile solo in parte a lui. Non si può pensare di cambiare il calcio italiano e poi far giocare una partita di serie A su un campo come quello visto ieri. Ma non è un alibi.

L'esperimento Richards esterno basso è fallito e non c'erano dubbi. Richards è un giocatore esplosivo e tecnico. Deve giocare alto e spingere. Se lo fai difendere ne limiti le capacità e regali una fascia. Ieri si è visto bene. Gonzalo è fuori forma da settimane. Si poteva forse mettere Basanta, nazionale argentino che ha talento e non ha mai sbagliato quando è stato chiamato in causa. Si poteva mettere Vargas, armadio più adatto a partite in cui c'è da reggere l'urto di pedatori un po' troppo entusiasti come quelli doriani. Per il resto si è vista poca determinazione e molta improvvisazione. Solo a tratti la squadra ha provato a giocare. Il teatrino del rigore è stato stomachevole e indice di uno spogliatoio non proprio idilliaco.

26' del primo tempo: l'arbitro Giacomelli fischia il rigore
col quale Palombo porta la Doria in vantaggio
Montella ha dunque delle responsabilità. Ma è giovane e secondo me bravissimo. Sbaglia come sbagliano tutti (stendiamo un velo pietoso sull'arbitraggio del signor Piettro Giacomelli da Trieste), ma resto convinto che nessuno possa fare meglio di lui a Firenze. In città da tempo si agogna l'ingaggio di Spalletti. Farneticazioni da tifosi isterici e poco inclini all'uso dei lobi cerebrali. Spalletti guadagna una cifra che i Della Valle non spenderebbero nemmeno sotto tortura. Non ha mai vinto nulla al di fuori dell'inutile campionato russo e ha il difetto che molti imputano a Montella: non sa allenare la difesa. Altri tifosi ieri hanno addirittura rimpianto Mihajlovic. E qui siamo al grottesco. Il tecnico serbo è stato cacciato da Firenze a furor di popolo dopo una stagione e mezzo in cui non si era vista una sola partita di calcio degna di questo nome eppure non aveva a disposizione una rosa così scarsa.

Il cambio di allenatore è una moda molto apprezzata in Italia, ma quasi sempre improduttiva. A Firenze il problema non è Montella. Il tecnico napoletano ha idee, è moderno e crede in un calcio bello, che porta tifosi allo stadio. Firenze è per ora un'isola felice nella desolazione degli spalti nazionali. Si può inciampare in una stagione storta, anche in due, ma i problemi vanno analizzati serenamente, senza farsi prendere da un orgasmo robespierriano. Allora vediamo cosa sta accadendo sul pianeta Fiorentina secondo il mio modestissimo parere.

Punto primo: la società ha rinnovato il contratto a Pradè, ma per un anno. È evidente che se rinnovi il contratto al ds per un solo anno, mandi un segnale chiarissimo che tutti recepiscono e non è un buon segnale, specie per un allenatore che a quel ds è molto legato. È questa la programmazione? È questo il progetto? Forse invece di sbandierare ogni anno il bilancio in ordine (cosa assolutamente buona e giusta) sarebbe finalmente il caso di dire a tutti chi comanda in società, chi fa il mercato per i prossimi cinque anni e qual'è esattamente il ruolo dell'allenatore. La famiglia Della Valle ha investito molto nella Fiorentina, negarlo sarebbe mendace e ingiusto, ma non sempre si è affidata agli uomini giusti. Credo che ora, nei ruoli tecnici chiave ci siano le persone migliori. Perché non blindarle?

Punto secondo: non si possono fare esperimenti a ogni partita, ma proprio il fatto che Montella ne stia facendo parecchi in campionato e molti di meno in coppa mi lascia qualche dubbio su quale sia il reale obiettivo del gruppo. Siamo sicuri che quest'anno non abbiano deciso, più o meno consapevolmente tutti, di puntare sull'Europa League? Se così fosse va bene, ma sarebbe un rischio grossissimo. Battere il dopolavoro bielorusso e poi vincere nel catino caliente greco è relativamente facile, ma quando scenderanno il City o la Roma il gioco si farà duro e uscire presto sarà un'eventualità più che possibile.

Punto terzo: Rossi non tornerà in tempi brevi e temo difficilmente tornerà con continuità. Vedremo, ma nel frattempo non sarebbe il caso di dare più spazio a Bernardeschi? È giovane, ma non ha 14 anni. E nel modulo più caro a Montella potrebbe fare benissimo. Così come benissimo potrebbe fare Marin, vero colpo (l'unico a dire il vero) dell'ultimo anemico mercato estivo. Ma il tedesco è guarito o no?

Forse questa è una stagione destinata a portare poche gioie in casa viola, ma potrebbe rivelarsi il laboratorio perfetto per preparare le successive. A patto che in società si schiariscano le idee su chi ci sarà, nelle successive.

Cibali

Addio, Granada romantica

Cartoline di stagione: 11° turno 2014-15

Concentrazione è anche fingere di fingere di non guardare da nessuna parte
La proiezioni statistiche nel football, come si sa, hanno pochissimo senso, ma almeno sono un divertente passatempo. Per esempio. Nella cosiddetta liga scozzese di Spagna (dove però giostrano alcune delle squadre migliori d'Europa), dopo dieci partite tonde tonde il Real ha all'attivo già 37 reti. Di questo passo, concluderebbe il torneo a 140. Più volte nella loro trionfale storia i Blancos hanno sfondato la soglia dei 100 gol; mai, tuttavia, a questa media, nemmeno ai tempi di Don Alfredo e del mancino Cañoncito magiaro. E Cristiano, che per sua sfortuna ne ha giocate finora solo 9, è già a quota 17, tenesse il ritmo ne potrebbe fare 64 o anche 65. Non credo ci riuscirà. Certo, gioca in un XI di assatanati, drogati dalla tranquilla e sapiente gestione di Carletto. Sabato pomeriggio, le telecamere non avevano ancora cessato di inquadrare lo spettacolo del "Los Cármenes", tutto speranzosamente biancorosso per l'occasione, che il barbuto Carvajal (canterano Real ma fisiognomica colchonera), lanciato sulla fascia e giunto vicino alla linea di fondo, veniva anticipato ma non mollava, sradicando subito il pallone (forse fallosamente, ma in maniera non vistosa) dai piedi dell'avversario e servendo Benzema, il quale sfornava un bell'assist per Cristiano che, in controtempo (foto), metteva a sedere l'anziano goleiro Roberto Fernández Alvarellos. E dunque Addio, Granada romantica, paese di luce, di sangue e d'amor!: a Carletto sarà certamente venuto di canticchiare questo hit della sua infanzia, reso popolare dal vocione di Claudio Villa. Sul prato, una sessione di allenamento che nemmeno vale la pena di dirigere.

Qualche ora dopo il Barça riesce nell'impresa di farsi mettere sotto dal Celta di Vigo per la prima volta nella storia a Camp Nou, e dunque c'è il sorpasso. La rinuncia alla difesa e ai difensori di ruolo alla lunga produce costi pesanti; specie quando gli attaccanti sono in giornata storta, e collezionano pali e traverse. E' stato un ex reprobo, scartato dalla Serie A, a far saltare la santabarbara catalana: è il sosia di Batistuta e giocava nel Cagliari (certo, la somiglianza fosse stata più vaga ma 'tecnica' ...), dove segnò pochissimi gol e concentrati in pochissime partite. Si chiama Larrivey, Joaquín Oscar Larrivey.

El Kun molto spreca e dunque impreca
Grandi partite in Premier e in Bundesliga. Nel Manchester derby ospitato dal freddo stadio dei Citizens i rossi hanno concesso praterie immense ai padroni di casa, De Gea compie miracoli su miracoli, Aguero spreca occasioni su occasioni; così gli sky-blues passano solo dopo l'espulsione (ingenua è dir poco) di Chris Smalling, al termine di un'azione che - come molte altre durante questa partita - ha mostrato la folle vulnerabilità sulle fasce dell'XI di Van Gaal. E' Di Maria (!!!) a bucare l'intervento cruciale sul vertice dell'area e a farsi tagliar fuori da Clichy: lo scalo delle posizioni in situazioni di inferiorità talvolta è fatale, e Di Maria sulla linea dei cinque ha mostrato nella circostanza una percezione davvero approssimativa dello spazio e del tempo. Partita comunque di intensità memorabile, giocata a ritmi elevatissimi (anche per gli standard inglesi) - fantastica una progressione verticale old style di Rooney dalla quale nasce la limpida opportunità per il pari sventata da Hart. Per lo United e per il suo santone olandese la salita adesso è ripidissima; la classifica annuncia incertezze e agonismo solo per le posizioni di immediato rincalzo al Chelsea (già virtualmente campione), con City e Arsenal ovviamente favorite per l'accesso diretto alla CL. Il Liverpool, dopo la dissoluzione, procede rapidamente verso l'estinzione. Liberando alla contesa un appetitoso quarto posto.

Nel tempio del Bayern ha fatto capolino la squadra più insondabile e imprevedibile del momento. Già. Incomprensibile il motivo per cui gli Schwarzgelben, travolgenti sui campi della Champions, in Bundesliga siano oggi ultimi (ultimi!!!) in classifica, insieme al povero e glorioso Werder Brema. Sette punti (meno che una miseria) e  sette sconfitte in dieci partite. Eppure erano riusciti a passare per primi, gelando l'Allianz Arena. Un'illusione ottica, o quasi. Gli uomini del Pep li hanno rullati per 90 minuti, raccogliendo i frutti solo sullo scorcio della gara. Non è mancato il gol dell'ex (il centravanti della Polonia), ma poteva essere una goleada epocale. Pazienza. Domani a Dortmund si rifaranno col Galatasaray ...

Napoli, Stadio San Paolo.
Le squadre entrano in campo, tra gli applausi di una sparuta folla
Anche dalle nostre parti si gioca a pallone, in scenari sempre più surreali e inquietanti. Il campo di patate di Marassi sarebbe interdetto alla pratica del football anche nei paesi più aridi del mondo; colpiscono tuttavia, e non è una novità, gli spalti disertati dal pubblico, specie nei big-match. Un tempo, il derby del Sud era da tutto esaurito; sabato il San Paolo era semi-deserto, forse anche per le ben risapute ragioni di ordine pubblico. Hanno avuto torto gli assenti, perché il Ciuccio ha sbranato la Lupa, dando spettacolo nella prima mezz'ora. O' Napule ha in rosa alcuni tra i pedatori più forti del campionato (Hamsik e Higuain, poi, sono un lusso sfrenato, quando in condizione); giocasse mediamente un po' meno bene di così, potrebbe competere per il titolo, e non è da escludere che possa, nonostante il ritardo già accumulato. Vedremo. Certo alla competizione sono iscritte per sola tradizione calcistica le milanesi, alle quali rimane ancora il blasone (ma destinato pur esso a sbiadire in tempi rapidi, di questo passo). Si disputeranno al massimo (forse e alla lunga) un posto per l'Europa League; chi ha visto Milan-Palermo, ieri sera, difficilmente la dimenticherà: giocare più sgangheratamente (e con meno intelligenza) di come hanno fatto i rossoneri è oggettivamente impossibile o quasi. Fischi a San Siro; di rassegnazione e stanchezza, più che di delusione.

Post scriptum: se a qualcuno interessa scommettere con tre o quattro anni di anticipo su quali saranno le partite nel mirino delle procure nelle future inchieste su "calcio e scommesse", si consiglia di studiare con attenzione gli highlights della Serie B.

Mans