12 maggio 2014

Differenze sottili

Cartoline di stagione: 40° turno 2013-14

Antonio Conte guarda il futuro della Juve in Europa.
Palesemente, quel che vede non gli piace
La differenza dev'essere tutta nel look, o nel numero di lingue parlate. O nel procuratore. O magari nulla di tutto ciò, e avremo la sorpresa di vederlo l'anno prossimo sulla panca dello United, o del Barça, o di chissà quale super-club di oggi o del futuro. Antonio Conte, toltasi l'ultima soddisfazione di un'annata da record, completato il triplete domestico (quello che autorizzerebbe la cucitura della terza stella, operazione di semplice sartoria simbolica che indispettisce la proprietà in nome di polemiche che dureranno per saecula saeculorum) con tre punti raccolti nell'ultimo contropiede all'Olimpico contro i rivali di stagione, non abbandona la squadra come fece Mourinho la famosa notte di Madrid. José rimase in situ, Antonio certamente non ha ricevuto proposte dalla Roma o dalla Lazio; ma ha detto chiaro e tondo, tra le righe, che lui resterà al timone solo di un transatlantico, essendo stanco di questo lento rimorchiatore che, appena si inoltra in acque internazionali, vede sfrecciare yacht superlusso e robusti traghettoni – pilotati da gente meno brava di lui (lui pensa). 
Insomma, come già fece il portoghese alcune settimane fa, anche il leccese non nasconde la delusione. Conduce una squadra relativamente scarsa, non competitiva ai livelli che ritiene di meritare. A differenza dell'illustre leggenda, ha costruito sulle macerie – le macerie di calciopoli e di stagioni pessime; nelle prime due annate ha messo in mostra anche un bel gioco, in questa ha gestito il declino affidandosi a una difesa pressoché imperforabile, e vincendo spesso le partite di scarto minimo ma inesorabilmente (undici volte per uno a zero …), come capitava al Milan nell'anno del terzo scudetto consecutivo di Capello. L'impressione è che il ciclo bianconero possa proseguire agevolmente, profittando della confusione regnante a Milano. Umano, per un coach in ascesa, non accontentarsi; don Fabio, da uguale trampolino di risultati (ma con una Coppa dei campioni aggiunta alla bacheca in quel triennio), volò verso la propria consacrazione universale.

Nel frattempo, piovono banane all'Atleti Azzurri d'Italia (Bergamo), mentre il Bologna precipita (com'era scontato da mesi accadesse) in serie B. Al Meazza c'è una serata di clima civile, 'ingentilito' dall'occasione tuttavia speciale, come senz'altro è stata l'attività agonistica di un pedatore ultra quarantenne, giunto al capolinea con aura da ultimo simbolo dell'Internazionale: Javier Zanetti. Insieme a lui, sembra sbaracchi tutta la storica colonna argentina. In ritardo sui tempi della logica, ma anche questo capitolo della storia calcistica di Milano (e perciò dell'Italia) si chiude.

Manchester è sempre, nella terra madre, il baricentro del football.
Citizens o Red Devils si confermano al vertice, nel nome dell'alternanza.
Quest'anno è stato il turno del City
Nella terra madre, come previsto, è stata festa all'Etihad. Ha vinto la squadra più forte, certo non quella che più meritava. Ma non vale la pena di sottilizzare; con la rosa di cui dispongono, al City dovrebbero spadroneggiare in patria e sul continente, e invece riescono a vincere titoli solo all'ultima partita e grazie alla dabbenaggine altrui, mentre in Europa collezionano figuracce. Non stanno per ora simpatici a Eupalla, e – si potrebbe aggiungere – giustamente. Se dunque il trionfo dei Citizens era pronosticato e pronosticabile, la vera novità di questa stagione angla è quella che già proietta lo scenario della prossima. Il Manchester United non si è qualificato per alcuna competizione europea. Quasi certamente, ormai, non ci riuscirà nemmeno il Milan. E' accaduto pochissime volte, che i due club fossero contemporaneamente fuori dal giro. Vivono una difficile fase di transizione – abbastanza fisiologica quella dei Red Devils, dopo l'era Ferguson -, ancora non sappiamo chi avranno in panchina da quest'estate, e quali saranno i loro obiettivi. E' il calcio che cambia. 

In Spagna, invece, nulla è cambiato. Match-ball per il Barça, che servirà a Camp Nou nell'ultima sfida, contro l'Atlético; ma i catalani, al Manuel Martinéz Valero di Elche (card), hanno esibito tutta la loro stanchezza fisica e mentale di questa primavera. Nel frattempo, Carletto ha mollato i pappafichi, incassando due sconfitte consecutive. Con sei punti, i Blancos sarebbero praticamente campioni; invece sono fuori dai giochi, e serbano ogni pensiero alla decima – pericolosa, questa ossessione. I Colchoneros tengono stretta l'anima in tutti i modi possibili, hanno qualche minuto per incenerire la storia, Simeone ha modellato un XI con pochi uguali al mondo (oggi, anzi, unico al mondo) per intensità e volontà agonistica. Il Malaga regge l'urto, in un Manzanares – destinato, purtroppo e come si sa, alla demolizione - che trabocca di emozioni impensabili. Resteranno nell'aria (e nei nostri ricordi) per molto tempo, comunque vada.


Mans