1 maggio 2014

The circle game

Fettine di coppa: semifinali 2013-14

Fogli e fogliacci dell'Europa che vive di football celebravano ieri mattina - spesso con ironica soddisfazione - la rovinosa caduta del Bayern. Una sconfitta che viene per lo più interpretata come la Waterloo di Guardiola e del cosiddetto tiki-taken (la pseudo-traduzione tedesca sembra avere per principale scopo quello di sminuire, ridicolizzare uno stile di gioco che col Pep viene identificato). Meno feroce, stamattina, l'atteggiamento verso Mourinho; si preferisce celebrare l'impresa della Cenerentola di Madrid, e solo Swan Borsellino (So Foot) concede un dettaglio avvincente sulla Waterloo di José: "La frontière entre le coup de génie et le coup de grisou n’est pas épaisse. Parfois on brille par son audace, parfois ça vous saute à la gueule. En alignant César Azpilicueta au poste de milieu droit, José Mourinho annonçait la couleur : non content de son 0-0 à l’aller, il va plomber les Colchoneros jusqu’au bout".

Dunque, la ruota gira. Il Bayern di Heynckes aveva sbaragliato il Barça di Guardiola, che aveva ridicolizzato più volte il Real di Mourinho, il quale Real - affidato a Carletto - ha schiantato il Bayern riplasmato da Guardiola. L'outsider di stagione (l'anno scorso il Borussia, quest'anno l'Atletico) alza ancora l'asticella delle difficoltà per il Grande Portoghese: più in là delle semifinali, ormai, non riesce ad andare, qualunque sia la squadra che ha tra le mani. Che si stia trasformando in un perdente? Che stia per finire una stagione con 'zero tituli'?

Naturalmente, i due XI di Madrid hanno impressionato. Brillantissimi. Tatticamente vicini alla perfezione. La metamorfosi vissuta del Real riflette il raffreddamento del clima: ambiente tranquillo, si gioca a calcio e non alla guerra, e se si gioca a calcio la qualità dei pedatori che può vantare la Casa Blanca è altissima, forse ineguagliabile. Ovvio che Carletto ci abbia messo molto del suo. Anche Diego Simeone è uno che ama costruire football: il suo lavoro è stato fenomenale, in un club sorretto da budget normale e che ogni anno mette sul mercato l'argenteria. L'Atletico è sostanzialmente a quattro partite dal double più inimmaginabile: da vertigini.

Diego Costa trasforma il penalty; due a uno.
Il pallone non era sul dischetto,
ma dentro una buca da campo di golf
Il non-calcio-totale che sta accompagnando l'uscita del venerato maestro portoghese dalla sua dimensione mitica ha rivelato ieri sera di possedere le armi per morire di propria mano. I primi due gol dell'Atletico - passato, occorre sia sempre ricordato, in svantaggio - arrivano da madornali errori di Hazard e di Eto'o. Madornali errori commessi non nell'area avversaria o nei suoi pressi - cioè nel naturale territorio di pascolo dei due in questione -, bensì nella propria. L'istruttore pretende che gli attaccanti facciano i difensori, che i difensori facciano benissimo i difensori, al resto basteranno gli episodi (una palla rubata, un calcio piazzato, una traiettoria sporcata). Non sempre le cose riescono bene o benissimo. Lo stesso Mou, dopo la rapina di Anfield, aveva detto (con la mimica del guru): se ti difendi e prendi tre gol, il tuo non è calcio difensivo. Per lo meno, non è 'buon' calcio difensivo. Con Azpilicueta all'ala ne ha incassati tre, e il suo calcio non è parso - ieri - né difensivo né offensivo. Parcheggiato altrove il bus a due piani, in campo sono rimasti undici sbandati passeggeri che non sapevano cosa fare, dove andare, se andare o restare. Lo ha notato assai lucidamente Eden Hazard, cioè il più fulgido talento emergente nel calcio europeo. "Il Chelsea non è fatto per giocare a pallone". E per cosa è 'fatto', allora? "è fatto solo per correre, e quindi solo per il contropiede". L'ultima settimana però, nelle trasferte al Manzanares e a Liverpool, come già avevamo rilevato, non si è visto nemmeno quello. Si sono viste solo barricate, e - appunto - quel pullmann che aveva portato in dotazione ai Blues il buon Roberto Di Matteo - a proposito: probabilmente, ora che sta per scadergli il contratto, se lo riprenderà, per portarlo chissà dove.

Il Cholo ha ormai l'acquolina in bocca
e non fa nulla per nasconderlo
La realtà è la realtà, pontificava alla vigilia il Migliore, attaccando (senza nominarne uno solo) i molti filosofi e le loro straordinarie teorie filosofiche sul football che rendono (per lui) così semplice dominare pragmaticamente (e ontologicamente interpretare) il gioco. La realtà è stata diversa da quella che lui aveva previsto. E ora a Simeone - che non è e non pretende d'essere un fine intellettuale warburghiano ("I would like to congratulate the mothers of these players because they have big cojones", dichiara a fine partita) - una cattedra non la può negare nessuno. Ha costruito una squadra vera, verissima, con risorse incomparabili a quelle dei super-club. Ha offerto il suo tempo alla didattica, non al culto della personalità. Il suo rivale di ieri sera, viceversa, non ha ormai nulla da insegnare, e i suoi allievi più bravi cominciano a capire il bluff.

Mans