26 agosto 2015

Decostruttivismo rossonero


Lavagna tattica e allenamento asimmetrico
E', in sintesi, la filosofia calcistica del Milan da un paio d'anni; anzi, diciamolo pure, da quando la conduzione tecnica fu affidata ad Allegri, che di ciò tuttavia non era sicuramente consapevole. La squadra pensata (e messa assieme finora) per la stagione appena iniziata sembra un esperimento definitivo di architettura instabile, ageometrica, frammentata e irrazionale. Il club è stato per molti anni all'avanguardia, sotto diversi aspetti. Oggi, per contrastare il declino, prova a rovesciare il tavolo, negando le logiche consolidate del calcio attuale - anche nella sua omologazione post-moderna -, investendo una montagna di quattrini allo scopo di realizzare un'opera oggi indecifrabile, ma domani chissà.


In soldoni, e in termini più chiari. Si guardi la formazione scesa in campo a Firenze. Davanti: due centravanti, due attaccanti intercambiabili, tutti e due bravi e ciascuno abituato a giocare da prima e unica punta, non con funzioni da centravanti-boa, ma entrambi capaci di cercare e trovare la profondità e perciò bisognosi di spazi e di lanci. Fanno in sostanza gli stessi movimenti, e non a caso vanno contemporaneamente e più volte in fuorigioco. Uno dei due sarebbe (teoricamente) inutile, ma è difficile scegliere quale. In mezzo, cioè a centrocampo: dei due interni, uno (Bonaventura) è in realtà un attaccante esterno, da sempre abituato ad agire largo rientrando, rifinendo per l'unica punta o andando alla conclusione. L'altro, Bertolacci, è un tipico incursore, un istintivo, dotato di buon tiro: non un incontrista, non un ragionatore. Sicché il Bonaventura è costretto a giocare sempre palloni in affanno, in zone difficili di campo, pressato da più uomini e perciò costretto a escogitare soluzioni difficili per proseguire l'azione. Lo stesso dicasi per il Bertolacci. Il centrale è De Jong, che può solo supportare in semplicità e interdire, non certamente creare gioco. Totalmente privo di fantasia, incapace di passaggi lunghi o filtranti: un medianaccio old style, che in un reparto a tre annaspa e sbullona. Davanti a questi tre, il cosiddetto trequartista, il noto giapponese Honda, bravo soprattutto nei calci da fermo, discreto negli inserimenti, vigoroso e resistente ma non rapido (fatica a saltare l'uomo e creare la superiorità numerica, fatica molto): anche lui, però, difetta di intelligenza pedatoria e nessuno lo ingaggerebbe come regista avanzato. In più, le cose migliori al Milan le ha fatte vedere da esterno invertito, sulla fascia destra. Poteva rientrare sul sinistro e tirare o crossare, ma l'anno scorso non c'era il centravanti; quest'anno ce ne sono due, ma lo schema è cambiato - di qui la cessione del Faraone, l'emarginazione di Cerci e la maglia da titolare per il giapponese.

Immagine consueta: il comandante saluta la nave che affonda.
Menez se ne infischia

Ha dunque cambiato modulo ma, come l'anno scorso, è una squadra senza sistema, destrutturata, destinata - così com'è - all'improvvisazione (non per caso, nella scorsa stagione le giornate migliori coincidevano con le migliori giornate di Menez, pedatore anarchico e solitario, una specie di Sivori dei nostri tempi: uno che ovviamente fatica a trovare continuità, e poche squadre potrebbero permettersi gli squilibri che la sua presenza genera; ma per questo 'XI' rischia di poter essere ancora un valore aggiunto e non un peso morto), e l'unico schema che ricorre (per necessità, non per scelta) è quello che prevede il passaggio al portiere: serve per provare a far partire (o ripartire) un'azione arenata che a quel punto, inevitabilmente, si ri-arenerà. Persa palla, se gli avversari riescono ad aggirare i bulloni di De Jong, la strada per l'area non ha più posti di blocco. I centrali, senza copertura, sono abbandonati alle scorrerie verticali degli attaccanti avversari. Proprio perciò, occorrerebbe disporre di difensori di ruolo esperti e veloci, rapidi nel trovare la posizione, bravi nell'avanzare in tempo per mettere gli attaccanti in fuorigioco. E' logico, no? Invece l'attuale allenatore del Milan (bravo, senza dubbio) ha scelto due ragazzini, uno dei quali credo alla prima partita in assoluto in Serie A. Giusto, in prospettiva. Ma perché non distribuire meglio la gioventù (e tenersi un centrale difensivo esperto) nelle diverse zone del campo, invece di concentrarla tutta davanti al portone di casa?

Dicono gli autorevoli opinionisti che l'arrivo di Ibra risolverebbe tutti i problemi. Perlomeno quelli relativi all'assenza di una leadership tecnica e carismatica. Illusioni. Per il momento, arriva SuperMario, che se n'era andato al termine di una stagione non eccellente ma nella quale aveva comunque fatto il suo, e il suo (al netto di bizze ed espulsioni) era bastato qua e là per tenere in piedi una baracca più che traballante. Ha solo venticinque anni; ha bisogno di allenarsi duramente, professionalmente. Se vuole fare il calciatore nei prossimi dieci anni, non ha scelta, e qualcuno avrà trovato le parole giuste per convincerlo. Qualcuno avrà trovato, anche e forse, le parole giuste per convincerlo di non essere uno dei due giocatori più forti del mondo, e che anche per essere uno dei cento giocatori più forti del mondo occorre lavorare duramente e quotidianamente. 

Non sarà comunque lui il problema. Il problema sarebbe iniziare a costruire una squadra, non una 'grande squadra' (per quello non vi è alcun presupposto, perché gli uomini disponibili, giudicati singolarmente, nelle loro potenzialità, sono discreti e buoni, ma palesemente incompatibili nell'ottica della costruzione; ma l'ottica è appunto decostruttivista, e dunque se ne capisce il criterio di selezione). E una squadra funziona se funziona il suo reparto di mezzo, quello che cuce e amalgama gli altri reparti. Allo stato, è tra i peggiori della Serie A. Bastava un Baselli, un Cigarini, un Valdifiori. Ma la strategia societaria, ormai incapace di riproporre l'estetica dell'era Sacchi (avanguardistica), dell'era Capello (neo-razionalistica) e dell'era Ancelotti (realistico-visionaria), guarda al futuro. Guarda all'Asia o ad altri mondi che nessuno vede. Guarda a un football diverso, illusionistico, impercettibile. Guarda a un football che football non è, perché non corrisponde a canoni attuali o storicamente definiti. Fototball non è, ma cosa sia è difficile dire. Difficilmente farà tendenza.

Mans