8 dicembre 2016

Novantasei partite inutili

Finalmente ci siamo. Anche quest'anno la massima competizione continentale (massima per livello tecnico, introiti, seguito televisivo e telegenicità) ha concluso il primo giro di giostra. Novantasei partite per qualificare sedici squadre agli ottavi, primo turno a eliminazione diretta. Sedici squadre, in rappresentanza (come si suol dire) di soli sei paesi: la Spagna porta tutte le sue (ma aveva lasciato il Villareal sul terreno al tempo dei play-off estivi), la Germania perde il M'Gladbach, l'Inghilterra lascia per strada il Tottenham, la Francia saluta l'OL, il Portogallo non vedrà più lo Sporting Lisbona, l'Italia va avanti con Napoli e Juve ma aveva smarrito la Roma in estate. 

Nella scorsa stagione, le nazioni che avevano portato almeno un club agli ottavi erano dieci; otto nelle due stagioni precedenti; nove nell'edizione 2012-13 e in quella che la precedette. E così via. Sparisce completamente il calcio dell'est, sempre in campo a marzo, dal 2010, con gli squadroni di Russia e di Ucraina. Sparisce un pezzo di Europa meridionale, nessuna squadra di Istanbul o di Atene è riuscita ad andare avanti. Celtic, Ajax, PSV sono ormai club che solo occasionalmente superano il girone, club per i quali difficilmente torneranno giorni gloriosi. Cancellati dalla geografia del football intesa come mappa agonistica.

Novantasei partite, delle quali venti chiuse con risultati schiaccianti (uno scarto minimo di tre gol), per qualificare sedici squadre, sedici sulle venti che potevano immaginare di andare oltre la prima fase. Dunque, è evidente, si tratta di calcio finto. Di competizione fasulla. Di spettacolo esclusivamente televisivo - ammesso che siano davvero 'spettacolari' alcuni match da considerare alla stregua di amichevoli di lusso e nulla più (le sfide tra Real e Dortmund, tra Barça e City, tra Atletico e Bayern). Seguito, negli stadi, da un pubblico per lo più rilassato, chissà quanto occasionale e turistico.


Novantasei partite facili, poco meno di novantasei partite inutili. Senza pathos, senza sorprese. Difficile immaginare che qualcuno si sia divertito davvero. Non ci sono commenti o rilievi interessanti da proporre. Le prime emozioni autentiche arriveranno lunedì, all'ora di pranzo, non dai campi ma dall'urna di Nyon, naturalmente in diretta televisiva. 

Mans

26 ottobre 2016

Addio Milan (vol. 2)

Addio Milan!

La redazione di Addio Milan! ha sentito Gabriel Paletta, il giorno dopo Genoa-Milan, cioè la partita durante la quale Gabriel è stato espulso per un intervento incomprensibile su un giocatore avversario.
Cosa pensavi di fare, Gabriel? Mettere fine alla carriera di Luca Rigoni?
"Non intendevo far male a nessuno. Stavo ripensando a Bob Beamon, volevo emulare il balzo con cui a Città del Messico nel 1968 stabilì un record mondiale nella specialità del salto in lungo ineguagliato per decenni".
Capito. Però il rosso ci stava.
"A mio parere l'arbitro poteva limitarsi a sanzionare il nullo, per via dello stacco avvenuto forse oltre la linea di battuta".
Giusto! Grazie, e alla prossima.
(26 ottobre 2016)


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Gigio detto (vai a sapere perché) Donnarumma ai microfoni (spenti) di Addio Milan!, alla vigilia di Milan-Juventus.
"Una squadra veramente forte può anche fare a meno di un bravo portiere. Per questo preferisco andare alla Juve. Per garantire competitività al campionato. Tra un paio d'anni gli squadroni milanesi, soprattutto quello con la maglia a strisce rossonere, saranno stellari, spaziali, satellitari. E la Juve in declino. Se non la si rinforza, la nostra Serie A si ridurrà al derby della madonnina".
(21 ottobre 2016)
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Esclusiva! La redazione di Addio Milan!, profittando della presenza a Milano del Dalai Lama, lo ha sentito su alcune questioni relative all'imminente cambio di proprietà e ai futuri progetti della medesima.
Il nuovo stadio, per esempio?
"Se vogliamo costruire il nuovo stadio del mondo, costruiamolo in primo luogo dentro ciascuno di noi".
Quello della cordata è un progetto a breve, medio o lungo termine?
"Siamo solo visitatori su questo pianeta. Staranno qui per cent’anni al massimo. Durante questo periodo devono cercare di fare qualcosa di buono, qualcosa di utile, con le loro vite. Se si contribuisce alla conquista della Champions League, si trova il vero senso della vita".
Hai qualche consiglio per Andrea Bertolacci, il clamoroso fiasco della sessione di calcio-mercato 2015-16, che ha contribuito a svuotare le casse della società?
"Ogni giorno, quando ti svegli pensa: oggi sono fortunato perché mi sono svegliato, sono vivo, ho una preziosa vita umana e non la sprecherò. Userò tutte le mie energie per migliorare la sensibilità del piede destro, per dialogare a centrocampo con i miei compagni, avrò per loro parole gentili e non pensieri cattivi e non mi arrabbierò quando sbaglieranno i passaggi, ma cercherò di far più bene che posso".
Grazie, leggendario Dalai!
(20 ottobre 2016)
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Con i suoi potenti mezzi, Addio Milan! ha intercettato una telefonata di Mino Raiola. Probabilmente i suoi interlocutori erano i due Li, ma non v'è certezza. Ecco la trascrizione del frammento più interessante. 
"Cari musi gialli, vi propongo un affare. Date retta a me e non a Mirabelli o al suo capo. Porto il ragazzo - sì, quello che sta in porta - alla Juve, ma vi prometto un'opzione esclusiva su ben cinque miei campioni: il famosissimo Maxwell e i meno conosciuti ma altrettanto bravi Salamon, Brugman, Becker e Leandrinho. Tutti insieme valgono un falso Pelizza da Volpedo, ma valgono. Fatemi sapé"
(19 ottobre 2016)
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Per la rubrica L'erba del vicino sempre erba è.
Emerge come, nella sua pseudo-autobiografia (uscita nel 1952), Peppino Meazza abbia scritto di essere stato al Milan e poi anche alla Juve perché la curva nord dell'Arena lo aveva accusato di pelandronaggine quando gli venne il piedino freddo. Raccontava di aver incontrato allora i capi ultras, e di averli minacciati di reclutare un centinaio di bulli della Bovisa, che - uno per uno - avrebbero cambiato i connotati a tutti i facinorosi. La Curva Nord ora pretende che allo stadio sia tolta l'intitolazione al Balilla. Zanetti ha detto di aver inutilmente tentato di parlare con Meazza ma che, comunque, il club studierà provvedimenti contro Peppino nei prossimi giorni.
(17 ottobre 2016)

17 ottobre 2016

Addio Milan! (vol. 1)


Addio Milan!

La redazione di Addio Milan! ha sentito Yionghong Li.
Interverrete a gennaio, completando un roster che sembra avere qualche lacuna?
"Siamo a posto così. Abbiamo ancora tanti ragazzini molto forti da inserire in squadra. Così tanti da consentirci di non fare mercato per le prossime 4-5 sessioni. Sempre che i procuratori non decidano legittimamente di trasferirne qualcuno nei top-club cinesi".
Dove pensate possa arrivare questa squadra?
"Ovunque, purché faccia suoi i nostri principi di giuoco".
Sarebbero?
"Quelli che già sintetizzò Mao Zedong, che un po' si ispirava a Vittorio Pozzo, un po' al totaalvoetbal che però non era ancora di moda: Il nemico avanza, noi arretriamo; il nemico si accampa, noi facciamo azioni di disturbo; il nemico è stanco, noi attacchiamo; il nemico arretra, noi lo inseguiamo".

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Pare che Icardi faccia tendenza.
Prossime autobiografie in arrivo sugli scaffali delle librerie. Imperdibili e prenotabili:

- De Sciglio, "Essere senza essere" (molto autodecostruzionista, dicono)
- Bertolacci, "Sbagliavo tutti i passaggi ma non è che lo facessi apposta".
- Poli, "Mi piaceva solo correre, purtroppo dovevo anche giocare".
- Paletta, "E alla fine ho dimostrato di non essere peggio di Mexes".
- Luiz Adriano, "Prigioniero a Milano".
- Montolivo, "Il mio cadavere e quello dei miei nemici".
- Vangioni, "Lezioni di tango".
- Honda, "Chi sono veramente stato ancora non lo so ma è solo colpa dei traduttori".

E altre ancora, in preparazione.
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Xi Jinping, Presidente della Repubblica popolare cinese, presto abdicherà. Sarà presente al Meazza per Milan-Juventus, al fianco di Fassone e Mirabelli.
"Lascio la Cina e mi dedicherò solo al Milan. Il Milan per me è sempre stato e sempre sarà anzitutto un affare di cuore", ha detto alla redazione di Addio Milan!

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Pillole dell'intervista rilasciata da Marco 'Polo' Fassone ad Addio Milan!.
"Se anche Donnarumma dovesse partire, abbiamo già individuato il successore".
Ah, certo. Plizzari, vero?
"No".
E chi, allora, se si possono fare nomi?
"Lo dico solo a voi. Prenderemo Yang Zhi, leggendario estremo del Beijing Guo'an e della nazionale cinese. Mirabelli lo voleva già all'Inter quando Handanovic faceva le bizze, ma purtroppo lo ha segnalato proprio mentre mi stavano mettendo alla porta. Mi fido di lui".

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(Comunicato ufficiale, in attesa di data di pubblicazione). "Da domani lo stadio 'Giuseppe Meazza' in San Siro, già semplicemente 'San Siro', sarà ridenominato 'Arena Suning' e la sua proprietà assegnata esclusivamente al FC Internazionale Milano (a sua volta da domani ridenominato 'FC Ambrosiana-Suning'). L'AC Milan, dalla prossima stagione, giocherà le partite interne nel 'Mao Zedong Stadion' di Changxing, ove ha sede la SES-Investments (cioè l'AC Milan medesima), che ha disdetto l'affitto dell'immobile vicino al Portello sborsando quel che andava sborsato. Chi avesse sottoscritto un abbonamento alle partite interne dell'AC Milan per almeno cinque stagioni consecutive, potrà avvalersi gratuitamente del rinnovo per le prossime due, avvalendosi delle opzioni consuete".

30 agosto 2016

O mia bela Maduninaaaaa ...

La stagione dei campionati e delle coppe è iniziata. Senza sorprese. Avremo due sole squadre in Champions League perché – more solito, ma attraverso errori e comportamenti indegni – la terza qualificabile si è arenata ai play-off. Crollando rovinosamente all'Olimpico dopo un buon pareggio a Oporto, frutto di sprechi e scarsa lucidità. Allineeremo perlomeno il grandioso Sassuolo in Europa League, sperando che tra emiliani, Viola, Roma e Inter qualcuna faccia più strada di quella che siamo abituati a vedere percorrere.

In Inghilterra le grandi hanno ripreso il pallino del gioco, almeno apparentemente. Gli investimenti epocali dell'UTD (e il deretano di Mou), il lavoro di Conte a Stamford Bridge, i primi esperimenti di Guardiola hanno già prodotto risultati, e le tre viaggiano appaiate, a punteggio pieno prima della sosta. Il Leicester muove ora alla sua velocità naturale, e il Watford affidato dai Pozzo a Mazzarri già boccheggia in coda. Ma anche l'anno scorso i Citizens partirono sparati: forse non sarà indecifrabile come di norma, ma non è detto che anche quest'anno la Premier non regali qualche emozione.

Il faccione è tutto un programma
Carletto ha già conquistato la Baviera (cosa di cui era difficile dubitare), e seppellito alla prima un rivale storico come il Werder (certo, decaduto assai). In Spagna fa notizia il Las Palmas di Kevin Prince Boateng, che sopravanza in classifica dopo due giornate e per le più consistenti goleade Real e Barça. Campionato di melassa agonistica dove prima o poi c'è gloria per tutti: solo l'Atletico gioca un 'altro' calcio, di sofferenza e inquietudine, e ha iniziato con due pareggi e molta fatica.


In Italia, senza dare l'impressione di impegnarsi più di quel che fanno all'oratorio i quindicenni opposti a improvvisate squadrette di pulcini, la Juve ha già sistemato Fiorentina e Lazio. L'autoproclamata sfidante di stagione, l'Inter del colosso cinese, è schiantata prima dal Chievo e poi messa in serie difficoltà dal Palermo, candidatissimo alla retrocessione; la Roma anche in campionato offre rappresentazioni drammatiche; il Napoli, lentamente, sta modellando l'annata del dopo-Pipita, ma ci vuol poco a capire che è l'unica squadra in grado di dare qualche fastidio (eventualmente) alla Juve.

E poi c'è il Milan. Il Milan e l'Inter. Chi governi le sorti del Milan non si sa; l'assetto societario attuale è sull'orlo del fallimento, quello futuro (fra trattative, preliminari, annunci di closing con soggetti indeterminati e indeterminabili) insondabile. Rimane il campo, l'allenatore nuovo, i soliti difetti e qualche bella promessa (Suso, Niang). E' rimasto Bacca, che appare e scompare come una madonna, ma in genere appare solo nell'area di rigore quando il pallone transita da lì. Non sempre il pallone transita dalle sue parti, e allora torna a sembrare qualcosa a metà tra un lusso e un modesto attaccante. Incomprensibile, del tutto incomprensibile quanto accaduto in casa nerazzurra: un mercato strano, un allenatore liquidato durante la pre-season, un altro arrivato mezz'ora prima che iniziasse il campionato, del tutto ignaro del calcio italiano e abituato a sistemi di gestione completamente opposti a quelli nostrani. Frank De Boer, già. Qualcuno si è illuso che fosse arrivato Rinus Michels, ma in due partite ha mostrato di essere ancora allo spelling del football italico. Ha gente di qualità in rosa, ma non adatta al modulo Ajax, al suo sempiterno 4-3-3, e costringe Banega a giostrare in mediana, in una posizione cioè dove può alternare cose buone da ragioniere e cose disastrose. E disastrose (cioè inutili) risultano le frequenti incursioni di Medel in area di rigore (e i conseguenti, logici sprechi). Vedere Medel fiondarsi cinquanta metri più in là della sua naturale linea di movimento dà il senso del paradosso.

Siamo dunque ancora nel pieno della nottata milanese, senza che nessuno sappia dire quando e se finirà. Perciò molti iniziavano ad interessarsi al Football Club Brera, terza squadra di Milano allenata dalla star televisiva Enzo Gambaro (ex terzino transitato anche dal Milan), militante in Eccellenza e che giocherà le sue partite nella gloriosa Arena Civica intitolata a Gianni Brera (il nome della squadra deriva tuttavia dal quartiere, non dal Gioann). Bene, le cose non vanno benissimo nemmeno qui. Il match d'esordio – una sfida di Coppa Italia Dilettanti in programma domenica scorsa all'Arena – è stato cancellato per impraticabilità del campo. Grandine? Temporali? Alluvioni? No. Campo di terra e sassi, erbe selvatiche e quant'altro. Manutenzione di competenza del Comune, non del club. Tra i due soggetti, comunicazione carente.

"O mia bela Maduninaaaa …."

11 luglio 2016

La notte delle falene

La quindicesima edizione del Championnat d'Europe de football si è conclusa, dunque, e con il Portogallo sono ben dieci le nazioni che possono vantare almeno una conquista. Certamente, guardando alla storia e alla tradizione, non si tratta di un evento paragonabile a quelli che videro trionfare la Danimarca e (soprattutto) la Grecia; l'assenza del Portogallo da qualsiasi albo d'oro era anzi da considerare una stranezza, una lacuna, un fato malevolo. Ora la situazione è più normale, e tra i grandi paesi del calcio l'unico a distinguersi per l'assenza dalle tabulae del continente è, oramai, l'Inghilterra. Prima o poi, tuttavia, verrà anche il suo giorno. O forse no.

Il reprobo di Bissau
Immaginavamo (un po' per esorcizzarla) una finale burocratica, scontata, senza storia, già scritta. I francesi avevano organizzato da tempo il giro trionfale per la città, preparato e bene addobbato il pullman che (tra due ali immense di folla) doveva procedere a passo d'uomo sui Champs-Élysées; si saranno invece svegliati stamane increduli e speranzosi di aver vissuto solamente un incubo, un brutto sogno, un sogno inizialmente bello e giusto (il 'cattivo' Cristiano Ronaldo, che vuole tutti i palloni e tutti i record, cacciato dal gioco grazie a un'eroica e carognesca stecca di Payet), poi sempre più cupo, fino all'entrata in campo dell'Uomo Nero, il reprobo di Bissau, l'unico soggetto di cittadinanza portoghese che ancora esercita il mestiere maledetto del centravanti: Éderzito António Macedo Lopes. E' quasi notte fonda, lo Stade de France è sempre più ansioso e demoralizzato, Éderzito lavora sporco per un po', ma poi trova lo spiraglio per scoccare verso Lloris un pallone carico di veleno e di rimbalzi. Svegliatevi, cugini: la finale è finita così. L'invasione delle falene era veramente un presagio funesto. 

Éderzito (Éder per gli amici) merita qualche cenno bio-pedatorio. Come abbiamo saputo ieri sera dai telecronisti, gioca in Francia, nel Lille Olympique Sporting Club, dove si è accasato a metà dell'ultima stagione, ripudiato dallo Swansea City. Viaggia per i trenta, segna col contagocce. Con quella di ieri sera, le sue presenze nella Seleção Portuguesa sono ventinove: di queste, solo quattro le ha giocate tutte intere, così come quattro sono, adesso, i gol che portano il suo nome. Solo che i tre precedenti li ha somministrati in partite amichevoli (cioè inutili; uno persino all'Italia), che nessuno ricordava o ricorderà. Il quarto lo scaraventa di diritto nella storia del football. Accadde la stessa cosa al greco Aggelos Charisteas nel 2004: fu lui (in quell'epoca stitico centravanti del Werder Brema) a risolvere la finale (teoricamente burocratica) del championnat, organizzato dal Portogallo. La precisazione, si dirà, è superflua: tutti se ne ricordano. Senza quella rete, la carriera di Charisteas era destinata a un sicurissimo e sempiterno oblìo. Il medesimo cui era destinata la carriera di Éderzito.

A Cristiano, considerato il miglior giocatore del mondo soprattutto dai colleghi e dagli sponsor, è stato dunque riservato lo stesso trattamento che Luisito Monti adoperò nella finale del '34 nei confronti di Svoboda, il miglior giocatore della Cecoslovacchia; e la stessa cosa accadde a Puskás nel '54, durante la prima partita (non la finale, cui parteciperà zoppo anzichenò) con la Germania; e poi ancora a Pelé nel '66, messo definitivamente fuori uso in un match decisivo da João Pedro Morais (portoghese!), passato alla storia per quell'infame zompata. 

Cristiano usciva piangendo dal campo. Destino ingrato, il calcio non è solo fortuna, trionfi, reti a grappoli, palloni d'oro. E' anche ingiustizia, violenza (premeditata o no), lacrime e ginocchio fasciato per impedirgli di rotolare fuori dalla naturale sede. Sulla sua fronte, vicino all'occhio destro, mentre gli stregoni lusitani provano a rimetterlo in sesto, si adagia una falena, l'ultima rimasta a volteggiare nel distretto di Saint-Denis. "Non disperarti, sarai tu a sollevare la coppa", gli sussurra, prima di volare via, verso le altre mille luci di Parigi. Che lentamente si spengono, mentre più a sud e più a ovest lunghissima e luminosa sarà la notte, là dove l'Europa tramonta.

8 luglio 2016

Adieu, Alemania

Stacco imperioso: chapeau!
Sorprese, sì, ma l'effetto sorpresa prima o poi svanisce. Per l'Islanda ai quarti. Per il Galles in semifinale; mentre definire 'sorpresa' l'Italia è un controsenso logico e storico; e lo stesso dicasi (ma in negativo) per l'Inghilterra. I Dragoni sono stati infilzati agevolmente dalla Lusitania, come il risultato classico (conseguito già nel primo tempo) lascia intuire.  Bene o male, il protagonista è sempre lui, il numero sette: la sua squadra vince la prima partita nei 90 minuti (la prima su sei) e pesca il biglietto per Saint-Denis. Cristiano ha fatto un bel gol. Molto simile, anche nella dinamica dell'azione, a quello che Pelé segnò all'Italia nella finale del 1970 (per il confronto: qui Pelé, qui Cristiano), e va giustamente lodato. Prima, aveva fatto ridere, per le continue proteste e per un goffo tentativo di rovesciata. Ma il suo calcio solipsistico prevede ogni tanto qualche bel colpo, anche se spesso superfluo nell'economia dei singoli match, specie se di qualche importanza; mercoledì sera, l'eccezione ha confermato la regola. Con ciò, che oggi lo si esalti per il primato dei gol realizzati nelle fasi finali del campionato d'Europa è semplicemente comico. Dei suoi tanti celebratissimi record, il più inutile e forzato è certamente questo.
L'assenza di Ramsey ha pesato molto, specie sulla capacità di creare pericoli da parte dei gallesi. Restava il solo Bale, a cantare e portare la croce: ha fatto quel che poteva, certo non aiutato dalla rude scarponaggine dei suoi compagni (Robson-Kanu ha fatto intravedere il motivo per cui in Francia è arrivato senza lo straccio di un ingaggio), superati (nemmeno troppo alla lunga) dalla migliore qualità tecnica degli avversari. Il suo torneo è però da giudicare, nel complesso, eccellente. Uomo-squadra.

Neuer è gigantesco, ma Griezmann lo beffa con tocco lieve
I francesi sapevano, nel comporre il tabellone, che l'impatto con la Germania ci sarebbe stato in semifinale. Se c'è da perdere coi tedeschi - avranno pensato - meglio che ciò non accada a Parigi (l'evento avrebbe un impatto simbolico inquietante), ma - eventualmente - nella più defilata Marsiglia. Non è accaduto, la Francia prevale e ringrazia le raffinate qualità di Griezmann e la propensione a gioco contronatura di una Mannschaft declinante, che davanti ha solo fantasmi e roboticamente manda al cross (per chi?) gli esterni di difesa, che a loro volta assi non sono. Ecco: l'undici nettamente inferiore alle attese rispetto a due anni fa è stato proprio quello di Gioacchino Manicarrotolata: troppo bayernizzato e guardiolizzato, privo di attaccanti affidabili (Gomez, si sa, tende a marcar visita - come Khedira -, e Podolski viene ormai convocato solo per gestire i selfie e tenere allegra la truppa), con leggende al tramonto (Schweinsteiger, Özil), e altri pezzi da novanta in crisi d'identità (Götze, Müller) o inconsistenti (Draxler). Niente doppietta (mondiale più europeo), probabile fine di un ciclo.

Domenica sera, dunque, finale burocratica a Saint-Denis. Naturalmente i media hanno già scelto il tema, Griezmann contro Cristiano, la rivincita della finale di Champions e così via; ovviamente, la voglia di parlare di calcio non c'è. Anche noi ne abbiamo poca, in fondo. E allora diciamo solo che non si vede come il Portugal possa intralciare la marcia dei francesi verso la gloria pallonara sempiterna e il terzo titolo europeo. Non si vede, ma non è detto che un 'come' non ci sia e faccia capolino nella notte di Parigi.

3 luglio 2016

L'irreparabile

Mi telefona un amico. Negli anni pari, tra giugno e luglio, è normale. Ormai sono quasi abituato, anche se mi coglie sempre di sorpresa e, allo squillo, sobbalzo. Stavo leggendo un trattato di psico-archeologia, una disciplina nuova e affascinante, per quanto indigesta. Comunque, poso il libro e rispondo. 
Come va?
Mah, non saprei. Non so cosa pensare.
Riguardo cosa?
(Ed ecco che mi fa esplodere un petardo nell'orecchio destro).
Come riguardo cosa? Ma lo sai o non lo sai che siamo alla definitiva resa dei conti? Che questa volta, cabala o non cabala, statistiche o non statistiche, c'è poco da fare conto sulla tradizione? Lo sai che questa volta potrebbe capitare l'irreparabile?
Beh, l'irreparabile accade sempre, lo diceva anche Cesare Pavese. "La cosa più temuta accade sempre", il mestiere di vivere, Einaudi, 1952, postumo, va da sé, ultima pagina.
C'è poco da scherzare. Loro sono ventimila e noi più o meno cinquemila
Un momento. Da dove mi stai chiamando? Dalle Termopili?
No, dall'Atlantique, non senti che casino?
E cos'è, una nave da crociera?
(Arriva un altro petardo).
Lo fai apposta? Sono a Bordò, allo stadio.
Ah, allora ci dev'essere una partita. Dovevo immaginarlo (in realtà l'avevo capito benissimo). Che partita è?
Beh, è la partita (su 'la partita' si sentivano le maiuscole).
Uhm, fammi pensare. Real Madrid-Barcellona?
Seeee, a Bordò? 
Brasile-Argentina allora?
Italia-Germania!!! (lo dice con voce stentorea e alterata, dev'essere davvero una questione di fondamentale importanza per lui).
Ah ho capito, sai che roba. Non abbiamo mai perso coi tedeschi, lo sanno anche i neonati.
Sì, ma stavolta è diverso. Loro sono i campioni del mondo.
Anche noi lo siamo stati, parecchie volte. E anche quando non lo eravamo, li abbiamo sempre battuti, se la memoria non mi inganna.
E' vero, ma prima o poi l'irreparabile accade, come diceva quel tale amico tuo. E potrebbe accadere stasera. Me lo sento, maledizione. Va beh, ti saluto, devo mettermi a cantare.
A cantare?
Sì, non senti? E' partito l'inno di Mameli. Venderemo cara la pelle. Frate-elliii d'Ita-haliaaa ... 
Va bene. Buona partita.
Non mi ha nemmeno salutato, ha chiuso la conversazione così, brutalmente. Non è la prima volta che succede. E va beh.

Leggo ancora un po' (questo libro è davvero insensato), poi esco a fare due passi, le strade sono deserte. Vedo che qualcuno ha esposto la bandiera italiana, certo lo facciamo solo quando c'è il calcio, che paese bislacco. Poi torno, c'è aria di temporale. Accendo il computer, vediamo cos'è successo. Ah, abbiamo perso ai rigori. Pazienza. Stacco il telefono, non si sa mai. Sui social tutti insultano Pelé. E che c'entra Pelé? Ah no, ho capito. Pellé, ha sbagliato un calcio di rigore, che ci sarà mai di così strano. Che paese bislacco. 

2 luglio 2016

Robson-Kanu turn

A memoria, non viene in mente un giocatore capace, con una sola finta (qualcosa di simile al Cruyff turn, ma eseguita in coordinazione disperata e precaria), di mandare fuori dal campo tre difensori e ritrovarsi il pallone sul piede preferito, in posizione centrale, solo nell'area di rigore, a pochi metri dal portiere. Un rigore corto in movimento, si può dire. Hal Robson-Kanu, centravanti del Galles ma inglese (è nato a Londra) e poi naturalizzato, normalmente peraltro esterno offensivo, duecento partite e venticinque gol nel Reading, attualmente svincolato, ha azzeccato un gesto che resterà negli almanacchi. 

La sequenza
1. Robson-Kanu ha ricevuto e controllato la sfera.
Ha accanto due difensori, e un terzo pronto a intervenire
2. Portandosi avanti di interno-tacco la palla, il gallese
'sorprende' i tre difensori: sono tutti alla sua sinistra.
Per le scuole-calcio è materiale didattico utile.
I belgi fanno tutto ciò che non si dovrebbe fare: epocali!

Con la sua prodezza, i Dragoni perfezionano la rimonta (che poi rifiniscono al 90°), e infliggono al Belgio la più rovinosa e comica delle sconfitte. E nessuno, tra quanti hanno visto la partita, può reputare che sia accaduto per capriccio o casualità. No. Perché il Belgio è sopravvalutato. Perché? Perché si ritiene abbia giocatori fortissimi. Vero, forse. Ma sono tutti attaccanti, preferibilmente trequartisti. In una squadra ci vogliono anche i difensori; e occorre anche che la cosiddetta 'fase difensiva' sia organizzata. 

Jordan Lukaku
Per difendersi con così tanti giocatori offensivi schierati, occorre intelligenza, affiatamento, tempismo. Doti e abitudini che i poveri cristi messi in campo da Wilmots per sopperire all'assenza dei titolari non sembrano possedere. O forse ne posseggono un po', ma sono distratti. Vanno fuori giri. Ai tempi (soprattutto gli anni '70 e '80), i Rode Duivels erano capaci di mandare dallo psichiatra i reparti d'attacco che li affrontavano, vincendo sistematicamente la guerra di posizione. Qualcuno degli avversari finiva sempre in fuorigioco, arrivare al tiro era affare complicato. Era brutto affrontarli, e noi ne sappiamo qualcosa. Oggi, nella loro metà campo si organizzano festini, tutti i portoni sono spalancati, e persino un Robson-Kanu con loro va a nozze. 

Il cannibale
Morale della favola, da Lille - una breve pedalata per arrivare a Courtrai, passando da Roubaix -, i pedatori belgi tornano a casa, ci hanno messo pochissimo tempo. La prossima volta, forse, sceglieranno una seconda maglia diversa da quella della loro gloriosa rappresentativa ciclistica. Vedere il fratello rasta di Lukaku con la maglia di Merckx faceva abbastanza ridere, si converrà.

Quindi ecco che la prima semifinale è stabilita. Galles-Portogallo. Naturalmente i giornalisti si concentreranno sul duello tra Bale e Cristiano, e i ragionamenti sulla partita saranno limitati a questo argomento, ritenuto parecchio mediatico e piuttosto affascinante. Ci annoia il solo pensiero. Poiché intanto, e però, i lusitani saranno senza William Carvalho, e i gallesi senza Aaron Ramsey, due autentici pezzi da novanta (a occhio, l'assenza di Ramsey peserà di più). Ma il Portugal dovrebbe essere più stanco, dopo ottavo e quarto conclusi prima ai supplementari e poi ai rigori. E sarà già la sesta partita. Logica e storia vogliono che da questa parte del tabellone si giochi per il secondo posto finale; dall'altra ci sono nove coppe del mondo e sei titoli europei a disputarsi il biglietto per lo Stade de France. Noi siamo disposti a perdere questa sera con la Germania, ma a una sola condizione. Che a Saint-Denis, il 10 luglio, ci siano le colorate e allegre comitive del Galles e dell'Islanda ...

Certo, è un sogno, più che un pronostico azzardato. D'accordo, come non detto. Non chiediamo troppo: in fondo ci siamo già divertiti abbastanza.

28 giugno 2016

La Grand Boucle

Del portiere questo ha solo i guantoni (e la maglia diversa)
Beh, nessuno poteva immaginarlo. Con nonchalance, con il piglio della squadra superiore e che nessuna avversità potrebbe (eventualmente) deprimere, con un'organizzazione di gioco ferrea; con corsa, volontà, dedizione: con tutto questo, in dieci minuti, alcuni dei non molti esseri umani di sesso maschile che nell'isola sbarcano il lunario giocando a pallone ribaltano la poderosa Inghilterra, costringendola a un'esibizione di miseria agonistico-pedatoria inimmaginabile solo da chi non li conosce bene (gli inglesi), e improvvisando al triplice fischio una festa di quartiere indimenticabile insieme ai compaesani venuti a godersi il sole e il mare della Costa Azzurra, che non è detto sia (il mare, dico) più bello del loro. L'Islanda nei quarti di finale, suvvia. Roba da ardita simulazione nei video-games di un futuro lontano, esito di catastrofi imprevedibili. L'Islanda, yes. Del resto, prima o poi qualcuno dovrà spiegare agli inglesi che non possono ostinarsi a schierare una rappresentativa senza portiere. Hart è il migliore che hanno? Non ci credo. Se è così, trovino (e in fretta) una soluzione, naturalizzino qualcuno, cerchino nelle profondità del paese: là dove improvvisamente spuntano i Vardy potrebbero essere nascosti anche dei Banks. E così sia: addio a Benny Hill, ci mancherà. Ma ora c'è un capitolo da aggiungere ai famosi Why England lose di Simon Kuper [vedi] e The anatomy of England di Jonathan Wilson [vedi].

L'Italia, dal canto suo, ha finalmente dato la paga agli spagnoli, dopo vari tentativi in cui la vittoria era sfuggita per sola malasorte. Si ricorda sempre la finale di Kiev; in verità, già nella prima fase di Euro 2012 e poi in Confederations Cup le sfide erano state molto equilibrate, e la Roja ne era uscita indenne, ma senza mai mostrare una autentica superiorità - tutt'altro. La stampa spagnola mette il dito nella piaga: un ciclo è finito, non solo negli uomini. E' quel tipo di calcio che ormai non produce più risultati: l'eliminazione in Brasile era stata ancora più bruciante, e reinserire (Morata, Nolito) qualche attaccante non ha invertito la tendenza. Ma è stato, indubbiamente, un ciclo memorabile. Da oggi, è storia.

Azzurri in forma:
questo non era mai stato così brillante
Ora tocca alla Germania: la nostra Grand Boucle fa tappa a Bordeaux, di lì non eravamo ancora passati. Così, a luglio siamo ancora in corsa: mentre gli ottavi erano considerati dai più alla vigilia come il nostro possibile (o persino auspicabile, a scongiurare una figura davvero pessima) capolinea. Siamo in corsa e abbiamo fatto secche due favorite. I tedeschi finora si sono allenati, e giocheranno la prima partita seria sabato sera contro di noi. Sono i campioni del mondo, è vero. Ma non hanno più due pezzi da novanta come Lahm e Klose, e questa è gente davvero difficilmente sostituibile. L'impressione è che non siano più forti di due anni fa. Anzi. E poi c'è la tradizione, che tutti conoscono anche nei numeri. Beh, comunque sia prima o poi dovranno pur riuscire a batterci, e potrebbero farlo sabato. 

Ma se per caso, per puro caso non dovessero riuscirci nemmeno questa volta?
No, è impossibile. Vincerà la Germania, che poi vincerà anche il campionato d'Europa. Punto.

27 giugno 2016

Fiasco argentino e partitelle europee

Il palmarès dell'Albiceleste nemmeno questa volta si aggiorna. La Copa América del Centenario va al Cile - del resto, nel 1916 vinse l'Uruguay, e si giocò in Argentina. L'album delle vittorie è rimasto fermo al 1993, e questa generazione di fenomeni continua a poter vantare solo titoli giovanili e olimpici: roba di poco conto. Naturalmente, i due mammasantissima del momento sono quelli che finiscono sulla graticola; il Pipita, che per eccesso di eleganza, par delicatesse, si mangia un gol a inizio partita o quasi, uccellando l'uscita di Bravo, costringendo Medel a infrangersi sul palo ma mettendo il pallone fuori di un nulla; e Messi, che calcia il suo rigore come fecero Baresi e Baggio nel '94. Distrutto, Leo fa esplodere se stesso nel dopo-partita: "Tres finales seguidas, es una lástima. Lo intentamos, lo buscamos. No se da. La Selección no es para mí, ya está, es un ciclo cumplido" [vedi]. Chissà, ha tutto il tempo per ripensarci. Speriamo. Come che sia, onore agli onesti lavoratori cileni, che si confermano campioni continentali a distanza di un anno.

Falsa partenza di Medel: è uscito dai blocchi prima dello sparo!

In Europa si era finito di giochicchiare molto prima che il MetLife Stadium aprisse i suoi cancelli. La Germania si è allenata a Lille, il Belgio a Tolosa. Prima ancora, la Francia aveva concesso un gol di vantaggio agli irlandesi (su rigore causato da chi?), ma giusto per conferire un po' di vivacità alla partita e alimentare (con la spettacolare rimonta) le proprie ambizioni di grandeur. Il Belgio propone un Hazard venezianeggiante, capace di venire a capo della tutt'altro che robusta difesa magiara dopo decine di solitarie incursioni. Man of the match, senza dubbio; ma quella di Wilmots è ancora una jam-session, molti solisti (tutti quelli del reparto offensivo), poco senso dell'orchestra e certo Witsel non è uno che cuce e dirige. Figuriamoci Naingollan. Quella verso la finale sembra ormai un'autostrada belgica; un po' quello che è successo al Milan in Coppa Italia ...

Oggi, dunque, Italia-Spagna. Siamo senza Candreva, ed è un bel guaio. A giudicare dalle ultime uscite, nessuna delle due scoppia di salute. Va detto che, se si esclude la finale del 2012, la Roja non ci ha mai messo sotto davvero, sgraffignando il risultato soprattutto alla ConfCup di (ormai) tre anni fa. Giusti giusti: era il 27 giugno, e si giocava a Fortaleza. Candreva disputò una grande partita, ridicolizzando Jordi Alba. Ma sprecò anche, e parecchio. Naturalmente il favore del pronostico è tutto per loro. E per loro, c'è da scommettere, faranno gran tifo i tedeschi.

L'Inghilterra va in Costa Azzurra: bella gita, soprattutto per gli islandesi. Gita-premio anche per il loro famosissimo telecronista, di professione vice-allenatore in un club di Reykjavik, dal medesimo licenziato. Si vede che nel mestiere d'ogni giorno non adoperava lo stesso entusiasmo. Ci dispiace. Ma non per questo è da essere sicuri che l'estate in Francia finisca stasera, per lui e per i suoi idoli ...

Mans

26 giugno 2016

Estenuanti partite

Riprende l'estenuante corsa al titolo europeo. Ieri i primi ottavi di finale: chi ha prodotto un esercizio di strenuo voyeurismo pallonaro tra le 15 e mezzanotte ha visto solo tre gol ed eroicamente resistito a frequenti attacchi di sonno.

E' un'edizione così. Per ora. Grande equilibrio, nessuno cede spazio - a meno che non sia costretto, per recuperare un gol o per distrazione o per stanchezza -, domina la melassa, l'approssimazione tecnica, e non si vede nulla di tatticamente inedito, nessuna soluzione di gioco entusiasmante. Alcuni gesti individuali liberatori: la sforbiciata di Shaqiri che rimette per un po' la Svizzera sui binari che portano ai quarti resterà memorabile.

L'inutile prodezza di Shaq

Proprio Svizzera-Polonia è stato il match migliore, seppure giocato nella calura del pieno pomeriggio. Infatti, la Polonia si è sgonfiata dopo mezz'ora, e la sua superiore vigoria atletica ha ceduto progressivamente terreno alla leggerezza (e all'eclettismo) dei molteplici oriundi elvetici, pur privi di finalizzatori all'altezza del compito. Poi, nella giostra dei penalties, Xhaqa ha malamente toppato, ed è finita come da pronostico. Tra i polacchi, nullo l'asso Lewandowski; l'altro celebrato attaccante, Milik, ha aggiornato la sua impressionante collezione di sprechi.

Sorvolo sul derby della British Home Championship tardo-pomeridiano, autentica fiera dell'orrore pallonaro. Il clou era Croazia-Portogallo, va da sé. Molti credevano in una Croazia destinata a fare dei lusitani un sol boccone, aprendosi una via di fuga verso la finalmente possibile gloria. Tignoso, il Portugal ha resistito, e nonostante Cristiano continui a dimostrare d'essere quello che è, cioè un tipico super-campione delle partite di poca importanza, alla fine l'ha spuntata, proprio grazie a un errore madornale del presunto fuoriclasse che però fortunosamente si trasforma in assist per l'ex zombie Quaresma. L'uscita del vecchio Carvalho ha però dato maggiore consistenza alla difesa portugues, e in mezzo al campo l'omonimo ma assai più giovane William ha dominato: questo è un gran giocatore, destinato a luminosa carriera. L'avevamo apprezzato già nell'euro giovanile di un anno fa. E' ancora nello Sporting, ma le sue quotazioni stanno di certo andando alle stelle e lo vedremo presto sui prati più verdi e prestigiosi del continente.

Oggi, in campo Francia e Germania e Belgio, tre delle grandi favorite. Vediamo se e come confermeranno di essere sempre e ancora e giustamente tali.

16 giugno 2016

Il cinico stratega e l'impresa sfiorata

Che cinico stratega, Deschamps! Illude l'Albania facendole credere di non essere interessato ai tre punti, a vittoria o gioco, a vittoria con gioco, e invece aveva solo nascosto i suoi assi nella manica. Si fa per dire: in panca. Illude un popolo affamato di gloria pallonara, un pareggio al Vélodrome strappato alla grande Francia sarebbe un'impresa da raccontare a nipoti, bisnipoti, trisnipoti. Una fiaba che si tramanderebbe di generazione in generazione sino alla fine dei tempi. 

Eroi mancati, ma eroici

Macché. Deschamps può concedersi il lusso di togliere Pogba e Griezmann dalla formazione di partenza; può divertirsi a mettere in campo una squadra sgangherata e impotente; quanto a Pogba, lui (Didier) di quel che pensa Raiola se ne infischia, vadano pure a picco le sue quotazioni ("se il miglior giocatore di Francia non è titolare nella Francia, non può essere il miglior giocatore di Francia, e dunque non può valere quello che dice Raiola, quel che dice transfermarkt, quel che dicono i media"), e poi Griezmann è stanco, un'annata col Cholo toglie minimo quattro-cinque anni di carriera a ciascun giocatore. E poi i Bleus avevano già vinto la prima partita, qualificazione in cassaforte, si fanno esperimenti. Lo sguardo terrorizzato di Rami sui primi palloni capitati dalle sue parti, nell'area francese, la dicono però lunga sul grado di autostima dei cugini. E' basso. Quello di Rami è bassissimo. Non azzeccano una giocata decente, una combinazione, un'azione, non tirano in porta per 45 minuti, non pressano se non un paio di volte. Rischiano di subire. Cose impensabili.

Il tocco lieve di Griezmann
Poi, la svolta. Entra Pogba, non fa nulla ma la sua presenza totemica incendia la folla. Solo che inciampa sulle margherite, sembra Rivera a Stoccarda nel '74, pare abulico, fuori posizione e fuori forma. Insomma, non facciamola troppo lunga. La Francia vince solo perché gli albanesi non reggono per 90 minuti ma solo per 89, e naturalmente è Griezmann che - dopo le inzuccate alla viva il parroco di Giroud - mostra quanto sia facile per un giocatore di classe e nella solitudine dell'area di rigore (spazio ormai largo, presidiato da difensori senza più il fiato e la forza per rubare i tempi e stringere le marcature) girare delicatamente il pallone di tempia e conferirgli un'angolazione impossibile da raddrizzare per qualsiasi portiere. Poi arriva anche il raddoppio, ma è del tutto superfluo, uno di quei gol che di solito segnano Cristiano Ronaldo o Podolski, e stavolta tocca a Payet.

Il calcio dell'europeo non è quello della Champions League. Le super-squadre qui non ci sono, le grandi sembrano tutte in fase di transizione - calante la Germania, non certo scintillante la Spagna, in costruzione la Francia (lavoro che pare tutt'altro che compiuto). E fra esse poche si reggono su blocchi di giocatori prestati da un unico club. Ieri sera, all'inizio, la Francia ha schierato un mosaico assoluto: undici tessere sottratte a undici mosaici diversi. Così, ci sono rose di maggiore o minore qualità, e il lavoro dei tecnici può (e deve, o almeno dovrebbe) fare la differenza. Ne sta sortendo un calcio quasi 'antico', cui non siamo più abituati. Di equilibrio e di grande applicazione tattica - soprattutto, è ovvio, da parte di quelli che alla modestia tecnica sopperiscono con umiltà e corsa e agonismo. L'Albania ha perso due partite, poteva tranquillamente pareggiarle, verrà probabilmente eliminata. Ma ha mostrato di non partecipare abusivamente al ballo, dove l'ha portata un maestro italiano di esperienza, uno dei tanti che noi sottovalutiamo ed esportiamo, affascinati dal fascino di chi sa vendersi meglio.

Mans

15 giugno 2016

Pigiama parti

È finito il primo giro di giostra. Euro 2016 ci ha presentato le 24 squadre in gara, fra conferme più o meno annunciate e sorprese (poche a dire il vero).

La Francia padrona di casa si presenta all'appuntamento in grande spolvero. Talento distribuito equamente fra i reparti, buona panchina, ma poco appeal. È una delle favorite, ma dovrà conquistarsi sul campo il titolo, sudarselo punto per punto. Se il talentuoso "vorrei ma non posso" centrocampista del West Ham, Dimitri Payet, classe 1987 da Réunion, non avesse estratto dal cilindro una perla di rara bellezza e se il buon fischietto ungherese Viktor Kassai non avesse ignorato il fallo palese di Giroud su Tatarusanu, adesso staremmo parlando di un undici padrone di casa già costretto a inseguire l'inguardabile Svizzera del santone Petkovic.

È il minuto 65. Stancu esulta dopo aver battuto Loris dal dischetto: 1-1
Male l'Inghilterra, ma non solo per colpe sue. La perfida Albione dell'immarcescibile Benny Hill è una buona squadra, meno esperta ma più matura del mondiale brasilero di due anni fa. Mancano la saggezza di Gerrard e la garra di Lampard, ma hanno un Kane in più e (forse) il talento di Dele Alli. La trottolina classe '96 degli Spurs è potenzialmente un fuoriclasse, ma ha grandi limiti caratteriali. Forse il calcio di Her Majesty the Queen saprà disciplinarlo. Lo spero per il futuro di questo giuoco.

Gli inglesi sono capitati nel girone più semplice del torneo e questo può non essere un bene. Contro la rabberciata compagine russa The National Football Team ha giocato solo a sprazzi, mostrando anche bel calcio, ma è troppo poco e comunque ha palesato grandi limiti difensivi (prendere gol a tempo scaduto da  Vasili Berezutski, classe '82, non è peccato veniale). Peccato che Wes Morgan abbia il passaporto giamaicano.

Male la Turchia, Arda Turan e Ozan Tufan sono troppo poco per sperare in buon torneo. Bene la Croazia, zeppa di talento e con molte opzioni in panchina. Gioca un bel calcio e può andare lontano, soprattutto se Modric gioca così.

Mi hanno deluso, per motivi diversi sia la Polonia sia la Germania. Gli slavi hanno una buona squadra, talentuosa e mediamente giovane, condita dal talento di Lewandowski e Milik. Hanno faticato tremendamente contro la squadra forse meno attrezzata dell'Europeo. Sono apparsi farraginosi e con poche idee in testa. I ragazzi di frau Angela arrivano dal trionfo (più per gli altrui difetti) mundial e giocano con la consapevolezza di chi è too cool for school. Grave errore. Contro l'Ucraina gli è andata bene. Se non scendono di loro sponte dal pulpito su cui sono saliti rischiano di essere buttati giù e di farsi parecchio male. Hanno un girone facile, ma per arrivare fino in fondo dovranno cambiare atteggiamento. Male Goetze, bene Kroos. Spero che qualcuno dica a Mesut Ozil che nel calcio tirare in porta non è un reato. Il giorno in cui capirò che tipo di giocatore è Thomas Muller sarà un giorno felice per me.

La Spagna è sempre la Spagna e mai fidarsi troppo di don Andrés e compagni. La classe non tramonta mai e si è visto contro la pur solida Repubblica Ceca. Deludono l'Austria del sosia di Ibrahimovic, all'anagrafe Marko Arnautovic e la Svezia dell'originale. Il Portogallo non è più vivaddio solo CR7, ma stavolta ha una buona squadra che si diverte a giocare. Verticalizza poco, ma offre spettacolo. Non vincerà l'Europeo, ma vedrò tutte le loro partite.

La patria compagine pallonara ha sorpreso tutti meno quella vecchia volpe di Righe da Fusignano e il buon Cibali che da anni va ripetendo, come Righe appunto, che la storia nel calcio conta parecchio. Noi siamo l'Italia, loro il Belgio. Punto. L'importante è farlo metabolizzare ai giocatori. In questo Antonio Conte è maestro. Complimenti.
L'Italia che lunedì scorso a Lione ha affrontato il Belgio

La partita dell'Italia ha confermato altre due verità che nel calcio raramente vengono smentite: nei tornei vince chi prende meno gol ovvero chi ha la difesa migliore, o più fortunata. La nostra è entrambe le cose. Poi il calcio non è il tennis. Se hai Hazard, Fellaini, Witsel, De Bruyne, Nainggolan  che giocano da soli, alla fine perdi. Mi preoccupa solo il consueto trionfalismo della stampetta nostrana. Catastrofici prima (manco fossimo Andorra), invasati dopo una vittoria, benché prestigiosa e ottenuta quasi in scioltezza. Noi dobbiamo stare tranquilli, lavorare e vivere ogni partita come fosse la più difficile, quasi proibitiva. In questo il nostro CT è il più bravo. Speriamo infine che ci regga la condizione.

Partita bruttina il derby del Danubio. Ci si aspettava una grande Austria e invece l'Ungheria non ha demeritato. A proposito di Ungheria mi pare doveroso spendere due parole su Gabor Király, portiere classe 1976 da Szombathely. Una carriera di tutto rispetto, iniziata nelle giovanili dell'Haladás, la squadra della sua città. Si trasferisce in Bundesliga a vent'anni e con l'Herta Berlino colleziona 198 presenze dal 1997 al 2004. Finisce poi in Premier League e gira mezza Inghilterra: Crystal Palace, West Ham, Aston Villa, Burnley e poi ancora in Bundesliga e poi ancora in Premier. Dall'anno scorso è tornato in patria, nella sua città, nella sua squadra.

Il Danubio, così come l'Austria sono nel suo destino. Esordisce in Nazionale nel 1998 contro l'Austria per l'appunto e gli para pure un rigore.

Gábor Király comanda la difesa ungherese
Ieri ha esordito a Euro 2016. È il calciatore più vecchio del torneo, il più vecchio ad avervi mai partecipato. Dal 1993 non si è mai tolto quei pantaloni favolosi che sembrano tanto un pigiama e che invece altro non sono che il sogno del bambino.
Tutti quelli scarsi da bambini venivano gentilmente invitati ad accomodarsi in porta. Arrivavi in piazza, coi tuoi calzoni corti, pronto per giocare coi compagni e magari segnare anche qualche gol davanti alla ragazzina che ti piaceva e invece niente. Eri scarso, eri più scarso degli altri, non eri il proprietario del pallone o forse eri solo meno prepotente. E allora dovevi stare in porta senza protestare. I pantaloncini coi quali ti presentavi in piazza erano quelli del tuo campione preferito. Io li avevo come Socrates al mundial spagnolo, celesti col taglio laterale all'insu. Quando mi fecero capire che dovevo stare in porta, perché ero goffo, lento e poco tecnico decisi che avrei cambiato pantaloni. Mica c'era l'erba in piazza o per la strada. Allora mi comprai al mercato una bella tuta sportiva. Della felpa non mi interessava. Erano i pantaloni che volevo. Con quelli potevo tuffarmi sull'asfalto senza ammaccarmi tutto e far infuriare mia madre. Quei pantaloni erano il simbolo della dignità del portiere. Anche io, che sono scarso, che sono lento, che sono goffo, che gioco in porta, avevo la mia divisa: erano i pantaloni della tuta. Erano il pigiama di Gabor Király, portiere poco bello da vedere, ma tremendamente efficace. Da sempre una delle personalità più interessanti del plasticume calcistico mondiale contemporaneo. Da ieri il mio portiere preferito.

Cibali

14 giugno 2016

Lezione di italiano per Wilmots e (oggi) derby danubiano

Ammettiamolo, un po' era nell'aria. La partenza col botto. La sorpresa che può sorprendere solo chi si è affacciato al pallone in questi anni di misero talento e sicuro declino pedatorio italico. Ma - come diceva ieri sera Arrigo nell'orrenda trasmissione post-match allestita dalla Rai, con le solite facce e i soliti sketch che offendono il buon gusto di molti spettatori - il calcio ha anche una storia e una tradizione, e quelle di Belgio e Italia sono imparagonabili. Vero: loro sono stati una nostra bestia nera, basti ricordare gli europei del '72 e dell'80. Ma, ai tempi, erano una nazionale tatticamente all'avanguardia. Oggi, certamente, no. Oggi hanno visto crescere una generazione di cosiddetti top-player, ce ne sono così tanti da non poterli nemmeno schierare tutti nella formazione di partenza. Peccato siano concentrati solo in alcuni ruoli - attaccanti, attaccanti esterni, trequartisti o come li si vuole chiamare; peccato non ci siano difensori - centrali ed esterni - all'altezza (soprattutto tattica) dei nostri; peccato non possano tenere in mezzo al campo un vero facitore di gioco, un regista, un playmaker, ma due interni di difficile definizione e piuttosto sopravvalutati, i gemelli Witsel e Fellaini. Poiché la raccolta delle figurine e la composizione di un album non presentano le stesse difficoltà che comporta l'allestimento di una squadra di calcio efficiente ed equilibrata (e poiché anche i valori di transfermarkt non scendono in campo), ecco che i nostri ronzini sono andati praticamente a nozze. Teleguidati (come giustamente osserva oggi Mario Sconcerti sul Corriere) da Conte, azzerati nell'ego da questa esperienza mistico-pedatoria. Così, quando Hazard ha cominciato a esercitarsi in solitari funambolismi, si è capito che Wilmots non aveva armi (e intelligenze) tattiche da contrapporre alla nostra strategia. E il match è scivolato, pur tra fasi alterne, verso la sua logica conclusione. Gli sprechi madornali e decisivi di Origi e Lukaku (anche i nostri sprecano, ma ciò è nella normalità), peraltro, dovrebbero far riflettere chi si produce in eccessi di entusiasmo per i centravanti altrui: sono giovani, e hanno ancora tanta strada da fare prima di arrivare al vertice del calcio europeo.

Si segna spesso nei minuti finali, a Euro 2016.
Anche l'Italia ci riesce, al termine di un'azione spettacolare

Certamente, non si è mai vista una nazionale italiana con queste sincronie di gioco e di movimenti. Una squadra perfetta, le cui beghe stanno nella modestia dei piedi di tutti - cosa non da sottovalutare, peraltro. Basterà per andare lontano? Difficile dire, ora per esempio avremo due partite complicate, poiché si va ad incontrare gente del nostro livello e che dovrà adoperare le nostre stesse armi. Per fortuna troviamo prima l'amico Ibra, leader di una squadra povera di talento - come la nostra. Per fortuna arriva prima la Svezia, perché gli irlandesi hanno un signor allenatore e appetiti atavici, e corrono come dannati, secondo tradizione. Saranno giornate difficili, e occorrerà - ora che la vittoria nella prima partita ci dà una ragionevole certezza di passare il turno - risparmiare fiato ed energie, e impiegare anche qualcuno rimasto ieri in panca. Vedremo.

Oggi torna un'antica classica del football europeo. Il derby danubiano: Austria-Ungheria. Si sono incontrate 136 volte; a parte i confronti della Coppa Internazionale, si sono sfidate in una sola occasione al mondiale, nel 1934, all'altezza dei quarti, a Bologna. Mai in una fase finale dell'europeo. Vanta più successi l'Austria, che anche oggi parte favorita. Nei cieli di Eupalla, tanti antichi campioni di due generazioni diverse, quelli che fecero parte del Wunderteam e dell'Aranycsapat, si accomoderanno oggi insieme sul divano per godersi questa partita davvero speciale, che ritorna a contare qualcosa dopo secoli di inerzia e declino. La ruota del football non smette mai di girare.

13 giugno 2016

Stenti europei e magie del Sudamerica

Inghilterra-Russia: il backstage
L'inizio degli europei è stato davvero poco scintillante, offre calcio di fine stagione, calcio in saldo, ci si deve accontentare soprattutto dell'equilibrio in campo, di partite vive (ma per sfinimento) sino all'ultimo istante. Tornano i quasi dimenticati hooligans inglesi e tedeschi (a Marseille, a Lille), fanno i soliti danni, l'Uefa indossa la maschera del feroce guardiano e minaccia inglesi e russi di rispedire a casa le loro rappresentanze pedatorie. Giusto. Stesso metro andrebbe usato allora per i calciatori turchi, che ieri, nello sfibrante match con la Croazia, non hanno smesso per un solo istante di randellare e sbullonare gli avversari. Tant'è. Il giudice ha tollerato tutto, Vedran Ćorluka - trentenne difensore del Lokomotiv - ha giocato per parecchio tempo inturbantato e sanguinante (ma parecchio sanguinante), forse era un caso ma alla fine di ogni mischia era lui quello che rimaneva a terra. C'erano motivi per ritenere che meritasse una sostituzione cautelativa, ma evidentemente i croati non hanno in rosa gente alla sua altezza. Quando Modric ha azzeccato il destro di prima intenzione sulla palla ricacciata dai turchi fuori dall'area, un tifoso croato è riuscito a entrare in campo per esultare con i giocatori e congratularsi con il suo beniamino. Un vero sportivo, bisogna dire. Come abbia fatto, chi glielo abbia permesso, non si sa. Comunque, un gesto che, di questi tempi, può solo far tirare sospiri di sollievo. Evidentemente, ben altro sarebbe potuto accadere.  

Ehilà| Bravi ragazzi, esulto con voi, ricordatevi che la maglia principale è questa

Sabato, gli inglesi si sono fatti raggiungere dalla Russia al novantesimo, venerdì la Francia è venuta a capo della Romania poco prima del novantesimo, ieri sera la Germania non ha particolarmente meritato di vincere la sfida con gli ucraini (Schweinsteiger, ingrigito ma redivivo, ha finalizzato un bel contropiede appena entrato, messo in campo da Gioacchino Manicarrotolata al novantesimo, quando Neuer e Boateng avevano già salvato la patria in più di una circostanza), ieri pomeriggio la Polonia ha largamente dominato il suo match con gli irlandesi, ha portato i suoi uomini a crossare mille volte dal fondo, ma Lewandowski non sembra più il giocatore affamato di qualche anno fa (il suo atteggiamento in campo è quello della star cui tutto è dovuto), Milik prima di azzeccare la conclusione giusta ha malamente e ripetutamente sprecato, in un caso anche negando una più facile conclusione al celebre compagno, che se l'è presa ma non più di tanto. Le favorite dunque vincono sempre - esclusa l'Inghilterra, ça va sans dire -, ma faticano tantissimo.

Gli stadi sono strapieni e ribollenti di tifo. Migliaia di supporters di questa o quella nazionale ridisegnano le tribune con macchie di colore amplissime. L'Europa è convenuta nella madre Francia golosa di football e di sogni pallonari, stanca di guardare il gioco solo in tivù, visto lo strapotere di pochi club e l'esito scontato delle maggiori competizioni nazionali (esclusa quella inglese, ça va sans dire) e continentali. Questo invece è un torneo che storicamente offre spazio e possibilità agli outsider, dunque c'è davvero speranza per tutti. Di qui, anche, l'agonismo speso sul campo da giocatori spremuti e stremati in queste sempre più lunghe e intense stagioni. 

Fratellanze europee

Stasera esordisce l'Italia. Contro le stelle del Belgio, accreditato di possibile podio, vai a sapere su quale gradino. L'Italietta di Conte, sì. Quella che tutti dicono essere la nazionale tecnicamente più povera di tutti i tempi, quella dove il talento, se c'è, va cercato col lanternino, tra i piedi possibili di un Insigne o di un Bernardeschi. Quella che ha dato la maglia numero dieci a un vecchio e lento bucaniere di origini brasiliane detestato da tutti e vai a sapere perché. Quella che si affida all'organizzazione di gioco, agli schemi, all'applicazione tattica, alla generosità, al 'gruppo'. Si sa che i nostri pedatori, quando vengono maltrattati dall'opinione pubblica, estraggono risorse inimmaginabili dal proprio DNA. Per storia e tradizione, l'Italia non parte mai battuta, qualunque sia l'avversario. Quindi staremo a vedere, senza azzardare pronostici. 

Intanto, il Brasile ha bucato anche la Copa América del centenario. Da par suo. Come si conviene a questa sua epoca triste. Fuori al primo turno. Niente Uruguay e niente Brasile ai quarti di finale, che razza di torneo! Va detto, tuttavia, che l'eliminazione della Seleçao pesa sulla coscienza della squadra arbitrale, incapace di sanzionare la volée di avambraccio con cui, a un quarto d'ora dal termine, Raúl Ruidíaz (attaccante a noi del tutto sconosciuto dell'Universitario de Deportes di Lima) ha insaccato un pallone decisivo e abbastanza storico. 
Magie del Sudamerica!

Dall'angolazione giusta, la magia di Ruidíaz

29 maggio 2016

L'ultimo della lista

Fettine di Coppa: la finale di Champions

Come al solito, la sua esultanza è solitaria
E' stato di gran lunga il peggiore in campo - Torres, perlomeno, ha procurato ai suoi un calcio di rigore -, ma poi era l'ultimo nella lista e ha avuto la fortuna di calciare il penalty decisivo. Un'esecuzione perfetta (peraltro Oblak non era riuscito nemmeno a sfiorare l'ipotesi di una parata su quelli precedenti), e così lui può prendersi il centro della scena, dopo che per centoventi minuti e rotti era stato semplicemente ridicolo. Ridicolo il gol del due a zero che si mangiava cercando una giocata da far venire giù lo stadio. Ridicoli alcuni stop mancati su palloni alti (non altissimi) e lunghi (non lunghissimi), roba da giocatorini di periferia. 

Naturalmente, ogni errore veniva giustificato da chissà quali malanni: non si sa appunto quali, ma il telecronista italiano non ha fatto che sottolineare la precaria condizione di Cristiano. "Zoppica vistosamente", "non sta bene", è al "cinquanta", al "quaranta", al "trenta" per cento. "Cammina". Un corno. Quando Benzema si è lanciato in contropiede verso lo spreco, Cristiano ha prodotto una corsa di sessanta metri a cento all'ora, sperando di andare a raccogliere un assist o una respinta del portiere, una palla sporca, un rimbalzo fortunato. Uno sprint di quel tipo nessun atleta al mondo condizionato da guai muscolari se lo potrebbe permettere. O forse - ed è la vulgata preferita dai media e dagli sponsor - lui è un atleta davvero bionico.

Il penalty storico

Così, oggi, sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo c'è lui. Lui, che era scomparso dalle partite di CL dopo il ritorno dei quarti al Bernabéu, tre gol facili facili al povero Wolfsburg. Questa, alla fine, la distribuzione delle sue abbuffate: cinque reti allo Shakhtar nel girone preliminare; sei al Malmö nel girone preliminare; nessuno al PSG nel girone preliminare. Due alla derelitta Roma negli ottavi, tre al Wolfsburg nei quarti, come già detto; nessuno al City in semifinale. Nessuno in finale. Tre soli gol decisivi in una stagione e tutti nella stessa partita, insieme al penalty di San Siro (che però resterà escluso dalle sue fenomenali statistiche).

Bilancio del Real: quattordici finali disputate nella maggiore competizione d'Europa, e undici vinte. Spesso grazie ai buoni auspici di Eupalla e ad arbitraggi tutt'altro che sfavorevoli, pur se onestamente condotti - come ieri sera: il gol di Ramos era in fuorigioco; ai Blancos è stato risparmiato almeno un rosso (Ramos), forse due (Pepe), e manca un altro enorme rigore all'Atlético. Bilancio dell'Atlético: tre finali di Coppa dei campioni, tutte e tre buttate nella spazzatura. Per demeriti propri, in parte. Come che sia: destino ingrato.

I Colchoneros si caricano per l'ultimo inutile assalto alla coppa

I super-club continuano a dominare la scena, non sembra esserci più spazio in Europa per le outsider. Al massimo raggiungono la finale - l'Atlético due volte, la Juve un anno fa, il Dortmund tre anni fa. Oltre, non vanno. L'albo d'oro sta diventando un catalogo celebrativo della smodata ricchezza: Bayern, Real, Barcellona, Real l'ultima sequenza. Prima o poi torneranno anche le inglesi, e prima o poi arriverà anche il PSG. Si dica quel che si vuole: la Coppa dei campioni aveva un fascino calcisticamente superiore. Questa coppa è soprattutto spettacolo televisivo. Tante partite inutili a introdurre un finale che è sempre più scontato, nonostante tutto. E che porta ulteriore risorse a chi ne ha già in sovrabbondanza.


28 aprile 2016

I progetti del Cholo

Fettine di Coppa: semifinali (andata)

"Mancano dieci secondi!"
Il Cholo decide un cambio, manca davvero pochissimo alla fine, siamo già nei minuti di recupero. Poi il pallone termina in fallo laterale, nella metà campo del Bayern, e il cambio non si fa più. Non c'è più bisogno di spezzare ritmo e perder tempo. Peccato, però: fosse entrato in campo, e pur essendo destinato a rimanerci per pochi secondi e forse a non toccar boccia, Lucas Hernández, vent'anni da poco compiuti, sarebbe stato il settimo 'canterano' schierato da Simeone in una semifinale di Champions League. Sette 'canterani' del secondo club di Madrid contro la poderosa corazzata del Pep.

Il primo tempo dei Colchoneros è stato imbarazzante. Per il Bayern, s'intende. Scaduto a squadra qualsiasi, mediocre, impotente. Come un brillante oratore che, all'improvviso, non riesce a concludere un discorso, una frase. C'è riuscito solo Alaba in un frangente, quando - stufo di quelle inutili chiacchiere - ha calciato da chissà quanti metri una botta spaventosa, senza effetto, schiantando la traversa. Ogni trama, di fatto, si incagliava subito, e quelli dell'Atlético sembravano tredici o quattordici. Sempre in superiorità numerica. E comunque, tutti disposti a morire sul campo piuttosto che rinunciare a rincorrere avversari e palloni: lo ha dimostrato chiaramente Augusto Fernández quando, colpito alle parti basse e col respiro mozzato, invece di accasciarsi si è lanciato all'assalto, piegato in due.

Uno a zero, dunque. E una partita che scorre per 90 minuti esattamente come aveva pensato e progettato Simeone. Comprese le pause, incluse le fasi di difficoltà. Difficilmente, d'altra parte, accade il contrario. Per chi gioca contro l'Atlético, trovare contromisure, scovare lati deboli, tirare in porta è un problema. Possesso palla, sì: Simeone lo concede volentieri, ma lo rallenta e fa in modo che in possesso di palla siano proprio gli avversari meno dotati tecnicamente, quelli meno imprevedibili e fantasiosi. Soprattutto, quelli che non sono specializzati nel condurre le danze. Quando, superato ogni scoglio, la sfera è tra i piedi dei talentuosi (Douglas Costa, per esempio), le maglie a protezione dell'area si infittiscono ancora di più. Ed ecco che Guardiola si trasforma in un Mazzarri qualsiasi: "la circulación del balón es lenta porque el campo no ayuda. El césped estaba seco, ya sabíamos que iba a ser asi" [vedi]. Mah!

Lewandowski, giusto? C'è poco da fare. Non si passa

Il piano del Cholo regge sempre, sino alla fine. Con poche eccezioni, che confermano la regola. E quelle eccezioni hanno stabilito (nel passato recente) un credito con la sorte che prima o poi dovrà essere riscosso. Vedremo all'Allianz se è giunto il tempo di passare alla cassa per un primo acconto.

26 aprile 2016

L'esagerata festa juventina e le surreali esalazioni del Milan


I numeri del potere: insindacabili
Nostra Signora, irritata per i moti di ribellione fomentati in autunno da alcuni scalcagnati capi-popolo (da Sarri a Paulo Sousa, da Mancini a Garcia), ha ripreso il cavallo e cavalcato per le terre del Regno infliggendo frustate a destra e a manca, pur con una certa gentilezza e senza mai mostrare il volto davvero feroce. Nessuna seria goleada, in sostanza, e qualche partita di cartello arraffata negli ultimi istanti. Ordinaria amministrazione, si direbbe: le scene di giubilo per il quinto titolo consecutivo suonano dunque parecchio forzate. Era un obiettivo minimo. Vista da 'fuori', brucia di più la cacciata dall'Europa all'altezza degli ottavi di finale: che questa Juve non sia rimasta nell'elenco delle otto migliori squadre del continente è cosa difficile da digerire. D'accordo, sarà per l'anno prossimo, si dice sempre, sperando.

Ma c'è chi sta peggio, parecchio peggio. Trenta e passa punti più in giù, esala il Milan alla ricerca della dignità perduta. Perde nella solita Verona una partita che conduceva, e la perde prendendo gol sull'ultimo calcio piazzato: trasformandolo con sapienza, Siligardi ha ridato senso a un pallone maltrattato da tutti per novanta minuti, dispiaciuto a quel punto di non poter più essere preso a pedate visto che scoccava il 95° minuto e i cancelli dello stadio erano prossimi alla chiusura. Il Milan, già: di questa squadra, il padrone non sa più che farsene e cosa fare. Non può metterla in soffitta o in cantina; non può venderla alle bancherelle dell'usato di Lambrate ma nemmeno a qualche magnate o a qualche cordata planetaria (cinese o anche no), dunque l'ha affidata a Brocchi, mandando in fumo quel poco di arrosto che Sinisa Mihajlovic aveva messo sul fuoco.

L'unico che non salta, in barriera, è il capitano.
Kuco e il giapponese, invece, saltano e nascondono la traiettoria
della sfera all'eroico Donnarumma

Mistero, ma fino a un certo punto. Svanita l'ipotesi del terzo posto e anche del quarto, remota quella di contestare alla Juventus la coccarda rotonda (che ci sia partita tra le due il 21 maggio all'Olimpico pare onestamente una concessione al surrealismo pedatorio), perché difendere il sesto e condannarsi ai preliminari di Europa League, rinunciando dunque alle consuete, lunghe e lucrose torunée di luglio e d'agosto negli States o in estremo Oriente? Sotto questo aspetto, certamente, non si può disconoscere alla società una notevole lungimiranza. Sotto questo aspetto, Brocchi è stato il classico uomo giusto nel momento giusto sulla panchina giusta. Infatti, la qualità del giuoco è ulteriormente scaduta, i risultati peggiorano e tra i titolari hanno rifatto capolino ex-giocatori e non-giocatori, come il demiurgo pubblicamente desiderava. 

Oggi rinunciamo a commentare le leghe estere. In Spagna non è accaduto nulla di nuovo: gli otto gol di Suarez in due partite dicono però di una progressiva cristianoronaldizzazione dell'uruguagio. Quanto alla Premier, si possono solo incrociare le dita e tapparsi le orecchie quando si sente qualcuno dire che ormai, per le Foxes, è fatta ...

A proposito del Leicester. Il valore della sua rosa è calcolato da Transfermarkt in 127 milioni di euro [vedi]: 60 milioni giusti giusti in meno del valore di mercato (pur calante) attribuito alla rosa del Milan [vedi]. Oddio!

Va beh, alla prossima.