8 dicembre 2017

Rinascita inglese, crisi tedesca (e l'Italia che va)

Fettine di coppa: CL ed EL 2017-18 (fase a gironi).

Finalmente, a dicembre inoltrato, la fase a gironi delle due competizioni europee va in archivio. Amichevoli di lusso e poste lasciate a bella posta o semplicemente per risparmiare energie hanno caratterizzato l'ultimo turno; in generale, il tono e lo spettacolo non sono stati granché. Purtroppo, un ritorno ad antiche formule è contro gli interessi dei network, e dunque dei club, e dunque dell'Uefa. Pazienza. 


Un bilancio, tuttavia, propone (nel suo complesso) dati abbastanza sorprendenti. Dall'Europa escono, senza la consolazione di continuare la stagione nel torneo minore, club di prestigio antico e/o di fortune più o meno recenti, come Benfica, Feyenoord, Anderlecht, Monaco. Nel torneo minore retrocedono recenti finaliste (o comunque protagoniste assolute) come Atletico Madrid e Borussia Dortmund. In Champions passano tutte le inglesi (invertendo un trend quasi stabile), ed erano cinque, e due di esse lo fanno da imbattute (Liverpool e Tottenham: le affiancano, in questa striscia senza sconfitte, il clamoroso Beşiktaş e il solito Barça). Il Real, come l'anno scorso, non vince il suo campionatino. Lo vince (da nessuno pronosticata) la Roma. Lo vince anche il già evocato Beşiktaş, che pur affrontando rivali non di assoluto livello era da considerare il primo candidato all'ultimo posto. E così via.

Giocatori turchi e non turchi con la terza maglia del Beşiktaş Jimnastik Kulübü.
Hanno espugnato senza grandi difficoltà la Red Bull Arena di Leipzig


Questa la distribuzione per nazioni, rappresentata da quattro numeri (il secondo è riferito al numero di club passato dalla CL all'EL, perché capace di conservare - o conquistare - il terzo posto in questa fase; l'ultimo al numero di club che hanno concluso in questa settimana la loro stagione continentale). Limitiamo l'osservazione ai paesi di ranking alto, sperando di non aver sbagliato i conti.

Spagna:        3 1 3 0
Inghilterra:  5 0 1 1
Italia:            2 1 3 0
Germania:    1 2 0 3
Francia:        1 0 3 1
Portogallo:   1 1 1 2
Russia:         0 2 2 0

Dunque, siamo gli unici, con la Spagna e la Russia, a non aver perso nessuno per strada. Siamo secondi solo agli inglesi per numero di campionatini vinti (4 contro 5, a fronte dei 3 presi dalle spagnole). Epocale è la performance negativa dei tedeschi, rimasti in vita grazie all'inevitabile Bayern, ma che hanno visto tutte le loro squadre schierate in Europa League incapaci di superare la prima scrematura. Potrebbe non essere un buon viatico in vista della Coppa del mondo. Ricordiamo come nel 1974 il disastro italiano in Germania fu preceduto dalla immediata eliminazione di tutte le nostre squadre da tutte le coppe - con la sola eccezione del Milan, che arrivò sino in fondo nella Coppa della coppe, dove chiuse la sua prima, lunga stagione di successi europei schiantato dal Magdeburgo di Sparwasser. Insomma, lo straordinario 'modello' teutonico (oggi indicato come la strada da seguire per noi, allo stesso modo in cui nel 1974 la strada indicata fu quella olandese - allora considerata 'giusta' nonostante la fine del ciclo dei club orange in Europa) mostra qualche segno di debolezza sul piano della competitività a livello agonistico.

Giocatori dell'Atalanta Bergamasca Calcio in festa: hanno messo sotto
anche l'Olympique Lyonnaise e ne hanno ben donde

Che altro, rimanendo in casa nostra? Diamo i voti. Dieci all'Atalanta, nove alla Roma, otto alla Lazio, sei alla Juventus, cinque al Milan e al Napoli. Prospettive? Discrete per la Juventus in CL e per Lazio e Atalanta in EL. La Roma ha già fatto moltissimo. Quanto al Napoli, è da vedere a che punto sarà il suo campionato in febbraio; ma un cedimento in Serie A difficilmente sarebbe la premessa giusta per una campagna da protagonista nell'Europa che conta poco.

Sul Milan è preferibile sorvolare.

Mans

20 novembre 2017

Mayday, stiamo precipitando!

Addio Milan!

Oggi voglio parlare del Milan con poca emozione, affrontando la problematica attraverso due punti di vista apparentemente sconnessi ma incredibilmente correlati. 

La questione tattica: l’operato di Montella

Ho osservato la partita col Napoli (e quelle precedenti) con grande attenzione, cercando di individuare una serie di problematiche comuni allo schieramento tattico del Milan. È lampante l’utilizzo di una difesa a quattro in fase di non possesso, schierata con Borini a destra, Musacchio/Zapata centro-destra, Bonucci centro-sinistra e Romagnoli/Rodriguez a sinistra. In fase di possesso invece la squadra beneficia di un’impostazione a tre, con Borini e Bonaventura (o chiunque giochi sull’esterno sinistro) che si alzano per cercare di creare superiorità sulle fasce. Il Milan però ha i maggiori problemi in fase di transizione negativa, cioè quelle situazioni di gioco in cui non ha il tempo materiale per disporsi secondo previsione e deve operare delle 'scalate'. In questo senso l’equivoco tattico maggiore è rappresentato dalla posizione di Borini, ma più in generale dalla coppia che forma sulla destra con Musacchio (oppure con Zapata, quando il colombiano viene preferito all’argentino). 

Partiamo dall’analizzare una situazione di gioco che qualsiasi allenatore prepara quando gioca contro il Napoli: la difesa sul taglio alle spalle di Callejon.

Musacchio esce su Insigne (essendo il centrale di destra quello deputato agli anticipi) e Borini occupa l’insolita posizione di terzo centrale. Si vede chiaramente che vengono entrambi attratti dalla palla, lasciando un taglio solare per Hamsik, perfettamente in gioco. Romagnoli chiama il fuorigioco (non può nemmeno vedere dove sia il suo diretto avversario) e Callejon arriva a concludere.



Nell’episodio del gol del vantaggio di Insigne succede qualcosa di assolutamente analogo. Musacchio (cerchio rosso) viene attratto da Mertens che lo porta fuori anticipandolo nettamente. Borini (cerchio blu) scala ad occupare la posizione di centrale di destra, ma sbaglia i tempi del fuorigioco con Romagnoli e decide di non seguire il taglio di Insigne. In realtà ci sarebbe nuovamente una traccia esterna solare per Hamsik che viene lasciato libero da Suso (che non ripiega) e da Kessié, impegnato sostanzialmente a controllare l’arbitro. È mai possibile che un ex-attaccante, seppur chiaramente limitato dal punto di vista tecnico, occupi costantemente la posizione di centrale di difesa? In realtà Borini non sbaglia in senso assoluto, c’è spazio per fare il fuorigioco, ma manca affiatamento a livello di reparto (come potrebbe essere altrimenti) e i tempi sono completamente errati. 

Assodato che la fase di transizione negativa lasci parecchio a desiderare, a difesa schierata non va affatto meglio.



La linea arancione connette quelli che dovrebbero essere i quattro difensori in fase di non possesso. Ancora una volta Borini e Musacchio sono attratti dal pallone e lasciano completamente libero Hamsik. L’interpretazione di Romagnoli e Bonucci è corretta, mentre Kessié deve preoccuparsi del giocatore del Napoli che occupa la posizione di esterno sinistro. È Montolivo quello che dovrebbe uscire su Jorginho, ma è in colpevole ritardo. Anche a difesa schierata Borini e Musacchio sbagliano nelle intenzioni e nei movimenti e Hamsik arriva a concludere indisturbato. 

Dal punto di vista offensivo invece, la manovra del Milan oscilla tra un possesso di palla orizzontale, decisamente sterile, ed una serie di scelte sbagliate che vengono costantemente ripetute in fase di costruzione avanzata.




In questa situazione Suso potrebbe beneficiare di 3 movimenti molto interessanti, ma sceglie di tirare nonostante ci sia poco spazio per far passare il pallone. Kalinic e Bonaventura tagliano correttamente sul secondo palo, mentre Borini si sovrappone con i tempi giusti. In generale l’area di rigore è ben occupata eppure il trequartista del Milan opta per la soluzione peggiore.




In quest’altra istantanea, invece, si evidenzia benissimo quanto sia sterile la manovra negli ultimi trenta metri. Bonaventura trova palla tra le linee, una zona molto interessante. Kalinic è già in fuorigioco, prima che si possa operare qualsiasi scelta, mentre Andrè Silva è pigro: non fa un movimento ovvio in profondità, rimane statico nella sua zona. Allo stesso modo Kessié avrebbe una ghiotta traccia esterna da occupare, ma decide ancora una volta di restare in una zona di comfort. Bonaventura è dunque costretto a tirare da molto lontano, senza forza e con scarso successo. In generale il Milan attacca pochissimo gli spazi in fase offensiva, vuoi per caratteristiche dei singoli giocatori o per le scelte tattiche adottate. Questo semplifica in maniera sostanziale le letture difensive delle squadre avversarie che devono limitarsi a delle marcature a zona molto statiche, a tratti addirittura piacevoli per le gambe. 

Purtroppo è soltanto questo quello che è stato capace di costruire Montella in cinque mesi pieni di lavoro: una macchina assemblata in maniera lacunosa oltre ogni ragionevole limite dei singoli.

La questione societaria: dal mercato alle miniere di fosforo
Gli acquisti operati da Mirabelli appaiono superiori, sul piano prettamente qualitativo, ai giocatori che lo scorso anno hanno saputo regalare una stagione quantomeno dignitosa. Tuttavia sono tutti molto simili per caratteristiche e ovviamente condividono anche tanti difetti. La rosa è globalmente molto lenta e ambigua dal punto di vista tattico: Kessié non è un recuperatore di palloni puro e Calhanoglu oscilla tra quattro o cinque ruoli diversi senza conoscere esattamente i compiti di nessuno di essi. Andrè Silva e Kalinic si pestano continuamente i piedi e Musacchio non sta facendo altro che rimarcare le tante lacune già mostrate ai tempi della Liga: scarsa velocità di pensiero e di lettura, estrema superficialità nelle chiusure preventive e prestanza fisica limitata. Tutte ragioni per le quali non è mai entrato nel giro dei preferiti di Sampaoli (che invece convoca Fazio e Pezzella). Bonucci e Biglia dovevano essere quelli di sicuro affidamento e se il primo appare in leggera ripresa, il secondo soffre di continue problematiche fisiche che ne limitano l’apporto e la costanza. Questo aspetto non deve stupire: l’argentino è prossimo ai 32 anni e ha sempre sofferto di problemi muscolari. Forse con 20 milioni e un pizzico di fantasia in più quel ruolo poteva essere coperto meglio. 

Poi c’è tutta la questione delle miniere di fosforo che non esistono. I continui attacchi della stampa mondiale (non più soltanto italiana) sono assolutamente giustificati: in sei mesi nulla è stato chiarito dal punto di vista societario ed il Milan sembra destinato a passare di mano, da un avvoltoio all’altro. A Milanello si lavora sotto una pressione enorme, dettata anche da quelle che sono le condizioni finanziarie del club. Probabilmente tutti percepiscono una certa inquietudine, la stessa che permea i tifosi quando si parla di futuro. In questo contesto, tra continue speculazioni ed accuse, diventa molto difficile lavorare. Il NYT accusa Yonghong Li di truffa e falsificazione di documenti e la società non reagisce, subisce in silenzio senza possibilità di smentire. È arrivato il momento di fare chiarezza, sono i risultati in campo a chiederlo.

Oslo

  

14 novembre 2017

Il calcio ammainato

Per noi (quasi) sessantenni, la mancata qualificazione dell'Italia alla Coppa del mondo costituisce un passaggio inedito, epocale. Cresciuti negli anni del boom economico, dell'uscita dalla povertà, attirati al pallone dalla consapevolezza che italiane erano grandi squadre (squadre grandi nel mondo, non solo a casa nostra) e italiani grandi giocatori, sopportammo con stupore ma senza che la fiducia in giorni migliori venisse meno anche la brutta (clamorosamente brutta) prestazione in Inghilterra durante l'estate del 1966. E infatti, di lì a un paio d'anni diventammo campioni d'Europa e dopo due anni ancora contendevamo al magno Brasile la conquista definitiva della Coppa Rimet.

La storia più recente dice che sempre (nel '98, nel 2002, nel 2010) le delusioni, le sconfitte sono arrivate perché così è il calcio. Si vince e si perde. Si esce da un torneo per un gol sbagliato, per un arbitraggio scellerato, e in novanta minuti anche la Nuova Zelanda potrebbe mettere in difficoltà un undici non al meglio della condizione. E' nostra (non solo nostra) consuetudine, in questi casi, licenziare l'allenatore e invocare rivoluzioni a livello 'politico'. Le sconfitte sul campo trovano ragioni soprattutto fuori dal campo, e a spiegarle bastano, da un lato, l'inadeguatezza dei 'capi', dall'altro la mancanza di idee, l'assenza di progetti non destinati a un rapido accantonamento.

C'era, questa volta, la sensazione netta che gli azzurri sarebbero arrivati in Russia poco competitivi. Non c'era però il pensiero che - in Russia - gli azzurri non ci sarebbero andati. Sui media la caccia ai colpevoli, le analisi 'politiche' occupano parecchio spazio, ma il calcio è materia opinabile e dire (per esempio) che avremmo dovuto a suo tempo imitare il modello spagnolo o quello tedesco ha poco senso. Ciascun paese ha i suoi metodi, ma anche la sua tradizione calcistica. Metodi e scuola che trovano il tempo per confrontarsi ogni due anni a livello continentale e ogni quattro a livello mondiale. 

Siamo stati estromessi dalla partecipazione a questo confronto. Siamo stati bocciati. Siamo tornati poveri. Siamo senza futuro. Il calcio si allinea al paese che rappresenta e che viene raccontato. Non abbiamo alcun motivo di essere ottimisti. Nessun giocatore nato in Italia promette di diventare un campione. Soprattutto, percepiamo come di tutto questo non importi poi tanto. Molti desideravano questa umiliazione, per i motivi più diversi e generalmente poco nobili. Di fronte a questo disfattismo, non sappiamo cosa dire. Appendiamo una scarpa al chiodo. Non chiediamo rivoluzioni di sistema, scuole calcio, stadi moderni o chissà cosa. Non chiediamo nulla. Auspichiamo solo che i ragazzini ritornino ad amare questo sport. Che tornino a trascorrere i pomeriggi rincorrendo il pallone su un prato o nel cortile di casa, e non seduti ai tavolini di un bar a ordinare birre sfidando l'amico a Fifa18.

Post scriptum: la partita di ieri. Anzi le due partite. Nessun gol alla Svezia in 180 minuti. E' stata sufficiente una squadra modestissima ma con idee chiare di anticalcio per disinnescare il nostro disordine ansioso. Di solito la fortuna non aiuta quelli convinti senza ragione di meritarla. La Svezia non ha meritato la qualificazione. Ma noi la meritavamo ancora meno di loro.

Mans

2 novembre 2017

Le mezzore del Napoli

Fettine di coppa: CL 2017-18 (quarto turno)

La prima fase della cèmpions volge al termine, alcune squadre sono già matematicamente (City, Tottenham, PSG, Bayern) o virtualmente (Barça e Besiktas) agli ottavi, alcune conseguiranno sicuramente il passaggio nel prossimo turno (UTD) o all'ultima occasione utile (Juventus e Roma fra le altre). Il ritorno delle inglesi (con qualche riserva per quel che riguarda il Chelsea) è prepotente, il calo delle spagnole (per ora, considerando anche l'EL) sorprendente, le italiane vanno abbastanza bene. 

Il Real dove non era mai stato, cioè a Wembley:
Dele Alli fa gli onori di casa
Le giornate centrali del girone (la terza e la quarta) offrono una serie di potenziali sedicesimi, talvolta tra le più forti dei campionatini. Ci sarebbero stati risultati interessanti: per esempio, gli Spurs avrebbero cacciato dalla competizione i detentori, la Roma avrebbe eliminato il Chelsea ma il City sarebbe andato avanti buttando fuori il Napoli, la Juve si sarebbe liberata dei rognosi portoghesi dello Sporting, e anche l'altro club di Lisbona sarebbe uscito, per mano di Mourinho. E non dimentichiamo l'impresa (virtuale) dello Spartak Mosca, virtualmente qualificato con un inaspettato e complessivo sei a tre sul Sevilla. Fuori anche il Monaco (semifinalista un anno fa, ma saccheggiato dai grandi club in estate), 'eliminato' dal Besiktas. Non a caso, queste sono state le partite migliori, le più ricche di emozioni. La coppa è questa: giochi prima a casa tua, poi a casa loro, e chi segna di più va avanti. La formula originaria, o quasi.

I professori vanno al convegno
Tutti i riflettori del mondo, per due settimane, puntati su Napoli e City. Anzi: su Sarri e Guardiola, Guardiola e Sarri. Il Pep un po' esagera. Lo ha fatto anche ieri sera, a fine gara. Ingigantisce l'impresa dei suoi, ingigantendo gli avversari. Conosce l'Italia, dispensa carezze. Sa che per i calciofili delle nostre parti il Napoli è un oggetto di culto, Sarri un alieno. Vede la classifica della Serie A, dove i partenopei primeggiano, studia le statistiche. C'è del vero: il Napoli offre uno spettacolo calcistico senza uguali in Italia, ha - da questo punto di vista - pochi concorrenti anche in Europa. Ma è un meccanismo molto delicato. Ieri sera ha offerto mezzora di trame strabilianti: poi è uscito Ghoulam, e l'edificio è crollato. L'inserimento di Maggio a destra, un disastro, lo spostamento di Hysaj a sinistra pure. La trama del film è improvvisamente cambiata. Si è - anzi - capovolta. L'inerzia del match ribaltata. Sostanzialmente in nove contro undici, i partenopei si sono aggrappati all'orgoglio e alla bombola di ossigeno: non è stato sufficiente, com'è ovvio.

Sì, ma quella mezzora. La stessa mezzora di giramento di testa sofferta dal Real, per dire. Ma Real e City, nelle loro 'mezzore', travolgono gli avversari. Li stendono senza rimedio. Le mezzore del Napoli producono poco, consumano energie e tengono gli avversari in partita. E quando i palloni iniziano a spiovere nell'area di Reina, quando il pressing cala e la geografia del gioco si sposta nella metà campo difensiva del Napoli, gli squadroni come City e Real raddrizzano le partite e le portano a casa. Del resto, se quelle mezzore durassero il triplo, il Napoli non conoscerebbe rivali. Non gli servirebbero campioni di più grande spessore rispetto a quelli che ha: a patto che ci siano sempre quegli undici lì, i supertitolari, quelli che hanno ormai introiettato lo spartito, quelli che potrebbero giocare bendati. Fosse possibile (e non lo è) saremmo di fronte a un'esperienza di calcio inedita e soprattutto vincente. Purtroppo il Napoli di Sarri non ha ancora 'vinto'. Lotterà, si spera, per riprendersi un titolo italiano e mettere fine al dominio juventino. Ma bisogna fare gli scongiuri e 'pregare' per la salute degli undici (non uno di più, non uno di meno) che compongono l'orchestra.

Altrimenti, la Juventus spunterà ancora solitaria sul rettilineo finale. E la Juventus andrà avanti anche nella cèmpions. Raddrizza partite stortissime, come a Lisbona. Gioca male perché non ha uno spartito ma solo un canovaccio, gioca un calcio di posizione e di duetti, il massimo che Allegri sappia chiedere ai suoi è il cosiddetto 'equilibrio', del resto Allegri è uno che di calcio non parla mai, non si capisce bene come la pensi. Ma i giocatori sono forti, più forti di quelli che hanno studiato alla scuola di Sarri. E non c'è nella Juventus un Ghoulam del quale l'uscita dal campo costituisca un dramma.

Mans

17 ottobre 2017

Montella e quello che non ha: il tempo

Addio Milan!

Analizzare il momento del Milan non è semplice. E chi ci prova non fa altro che generare ulteriore caos in una condizione di entropia che cresce fuori da ogni previsione matematica. Le crociate non mi sono mai piaciute, ma del resto il tifo è una fede e non si possono condannare più di tanto i fedeli. Non mi piace la crociata contro Montella, la trovo semplicistica e anche un po’ troppo emotiva.
Le responsabilità del tecnico campano sono sotto gli occhi di tutti, ma credo ci siano degli elementi che non ne hanno facilitato il compito. Ho forti perplessità sulla costruzione della rosa: alla luce di queste prime otto giornate (e molte partite di Europa League) mi pare inadatta a qualsiasi modulo. Il 352 è stato adottato per facilitare Bonucci, uno dei giocatori col rendimento peggiore in squadra, e ha penalizzato Suso che, con tutte le difficoltà mostrate in fase di contenimento, rimane l’unico capace di pensare in maniera offensiva, di inventare e produrre qualcosa di imprevisto. Kessié è stato sovrastimato per quel che concerne l'attitudime difensiva: non è in grado di fare filtro con costanza (almeno non in questa fase della carriera) ed è stato caricato della responsabilità di tenere a galla il centrocampo mentre si spendeva una gran parte del budget in altre zone del campo. Rodriguez è compassato e pur avendo interpretato in passato il 352 non sembra avere la gamba giusta per bruciare la fascia avanti e indietro, caratteristica necessaria e imprescindibile nel modulo attuale. Di Andrè Silva e Kalinic c’è poco da dire: il primo è un progetto di grande giocatore (che però può naufragare per strada), per il secondo parla la carriera. Ci sarebbe da citare anche un certo impaccio di Calhanoglu nel gestire il pallone o un certo immobilismo di Biglia che pare un lontano parente del giocatore conosciuto alla Lazio.
Montella ha la grave colpa di non aver dato alla squadra una chiara fisionomia, di non aver scelto undici titolari e di non essere riuscito a lavorare su concetti base, semplici ed efficaci. Dall'altro lato però ci sono troppi errori individuali, troppe incertezze, troppe sciocchezze che non dipendono dalla disposizione tattica. L’intelligenza calcistica è una cosa che non si può allenare, è una caratteristica intrinseca ancor più importante della qualità del piede. La capacità di andare negli spazi, di vedere il gioco, di capire le situazioni prima che si manifestino. Il gioco del calcio è una combinazione di sottigliezze che vengono ancor prima del contesto tattico, un gioco di uomini che non può prescindere dalle loro caratteristiche. 



Le rifondazioni fallimentari della Juventus, della Roma e dell’Inter dovrebbero insegnare molto: il campo ha le sue regole e se ne frega dei prestiti da restituire. La scadenza fissata da Elliott incombe e la necessità di centrare una qualificazione in Champions League ha infestato l’ambiente, ha appesantito le gambe e le maglie, ha ottenebrato le menti. Al Milan è cambiato tutto e quando i cambiamenti hanno questa magnitudo bisogna concedersi il tempo e la tranquillità per lavorare, per capire, per sbagliare. Quando le cose vanno male le responsabilità sono da distribuire secondo un ordine gerarchico. Se un Direttore sportivo esonera un allenatore, sconfessa anche le proprie scelte. È un'autoaccusa, un'ammissione di colpa. 

C’è soltanto una cosa che può salvare la stagione del Milan, il suo progetto di crescita, la sua voglia di ambizione: il tempo. E non c’è nessun allenatore che può bypassare il tempo. È un dono che deve essere concesso dalla proprietà. 

Il Milan ce l'ha il tempo per cambiare?

Oslo

3 settembre 2017

Calcio d'azzardo, calcio amatoriale

D'accordo, era necessario vincere. Forse, però, andava bene anche non perdere. Ma c'è modo e modo. E' stato scelto il peggiore: fuori dalla logica, fuori dalla nostra storia.

Scopriamo oggi che tutti i giocatori spagnoli sono superiori ai nostri. Bella scoperta. Toh, hanno Ramos, Piqué e Carbajal. Ma guarda che roba Silva e Iniesta. Ah, c'è anche Busquets. Onusti di vittorie, ma anche di orrende vicissitudini. E anzianotti. Sì, ma quelli giovani sono i nuovi mostri: Asensio, Isco, De Gea. Vai a capire perché Morata non gioca - ecco perché: appena entra, segna. 

L'undici azzurro sceso in campo al Bernabéu ha un'età media superiore a quello rosso: 28.963 contro 28.074 (vedi). Un anno circa. Certo, 'colpa' di Buffon, Barzagli, De Rossi. Tutti e tre più datati di don Andrés, che ne ha 33 e viene dato per finito o quasi. In effetti don Andrés non ha più la mobilità di una volta, ma ha occhi dappertutto e saprebbe dove far andare il pallone anche bendato. 

Lo sguardo è davvero diabolico

Un tempo, quando i nostri tecnici davano per scontata la superiorità degli avversari, impostavano la squadra sulla tenuta difensiva. Marcature ferree, spazi intasati. E - se possibile, quando possibile - contropiede. Talvolta non bastava. Non bastava quando la nostra inferiorità non era rimediabile con le alchimie tattiche. Si facevano brutte figure, ma avevano una loro logica. Per esempio? Per esempio in Ungheria, nel 1955. Qualche volta, invece, la si sfangava. Per esempio? Per esempio a Wembley, nel 1973. Il nostro football, oggi (ma non da oggi) ha una sorta di orrore per la propria storia, le nuove leve crescono imbevute di nozioni imparate sui manuali del football altrui, poi quando si va in casa altrui per sostenere l'esame la bocciatura è sonora. Il doppio confronto con gli spagnoli visto in tivù il venerdì e il sabato sera non lascia scampo. Doppio zero a tre. I tecnici estraggono dal repertorio frasi di circostanza: "c'è molto da lavorare", "siamo indietro nella preparazione", e così via. 

Nessun club italiano mette in campo i propri uomini nella disposizione scelta da Ventura al Bernabéu, quella che sulla lavagna configura un 4-2-4 o un 4-4-2. Nessuno. Lo ha fatto anche Di Biagio sul campo panoramico di Toledo. Ha senso? Può darsi che ne abbia, ma non si riesce a capire quale. Presunzione? Eccesso di fiducia nei propri mezzi? Rispolveriamo ancora il tema della tradizione. L'altra notte l'Uruguay affrontava l'Argentina, sul proprio campo. Uruguay-Argentina vale da sempre, per il Sudamérica, quel che vale oggi Spagna-Italia in Europa. Bene: gli uruguayani, considerata la storia e le forze opposte, si sono tranquillamente assestati sulla propria trequarti, hanno intasato tutti gli spazi e hanno sperato di poter colpire in contropiede. Come fanno da decenni, del resto. Esito? Zero a zero. Noi abbiamo regalato alla Spagna la zona di campo in cui la Spagna è più forte, e costretto i difensori ad affrontare gli avversari lanciati in duelli individuali persi in partenza. Esito? Zero a tre. L'esito è logico, averlo sostanzialmente programmato no. E' stato, il nostro, calcio d'azzardo.

La gestione del calcio azzurro, in questi giorni, non può essere considerata solo fallimentare. Va giudicata usando l'aggettivo che si merita: amatoriale. 

Mans

1 settembre 2017

Una notte senza emozioni al Centenario

Il fascino del Centenario è intatto, ma ingentilito. Sarà la bella illuminazione, sarà il verdissimo prato. Sarà che i due settori bassi della Tribuna Colombes e della Tribuna Ámsterdam (le curve, quelle dei posti più popolari) sono di necessità deserte. Sarà anche perché, forse, la gente di Montevideo sa che l'Argentina è più forte della Celeste, e ne ha abbastanza timore. 





Il Centenario non è più la bolgia dei tempi che furono, e la partita scorre meno cattiva di quel che si poteva temere e immaginare. Qualche scontro duro, sì, qualche finta rissa subito spenta. E questo zero a zero che non sta né largo né stretto a Uruguay e Argentina, anche perché nel frattempo i cileni sono stati miseramente travolti dal Paraguay a Santiago, e dunque tutta la storia deve essere ancora scritta, e non è d'obbligo scriverla tutta in una sera. Specie quando non si è in vena.

L'Argentina di Sampaoli rumina un futbol lento, di possesso insistito, che sembra avere per unico scopo quello di trovare il modo di accendere Messi. Già: Leo vaga per il campo, su tutto il fronte della trequarti e anche più indietro, riceve palloni da Biglia e poi parte, cercando un uno-due con Dybala o lo spazio per imbeccare gli esterni, Di Maria e Acuna. In novanta minuti, lo 'schema' riesce solo un paio di volte, ma non produce danni particolari. Dal canto suo, arroccato more solito intorno a Godin, l'Uruguay aspetta e riparte, si guarda bene dall'alzare la linea del pressing, intasa gli spazi davanti all'area, trova un paio di situazioni promettenti ma non le concretizza. Novanta minuti di noia, rarissimi sprazzi di calcio: non era lecito attendersi fuochi d'artificio: da quelle parti, e tra di loro, giocano spesso così.

Dopo l'esordio di quattro anni fa, sempre a Montevideo, sempre al Centenario, sempre per un partido di qualificazione alla Coppa del mondo, cacciata dall'undici titolari gente come Higuain e Aguero, ecco finalmente Maurito Icardi. Centravanti dell'Argentina, anche se col numero sette. E' la sua prima partita internazionale importante, perché nell'Inter ha visto solo i campi dell'Europa League, senza mai andare troppo lontano nella competizione. La sua prestazione è stata inguardabile. Totalmente priva di incisività e (difetto evocato anche quando lo si giudica in maglia nerazzurra) di partecipazione al gioco. Largamente prevedibile: i due centrali uruguayani l'hanno disinnescato senza spendere una goccia di sudore, e l'unica buona palla ricevuta da Messi l'ha malamente ciabattata, telefonandola a Muslera. Poi, è vero, ha anche subito un fallo (in area) punibile da Godin: che nessun arbitro sudamericano avrebbe mai sanzionato. Resta che, se la scelta di Sampaoli è definitiva, da quelle parti le polemiche non mancheranno.

Mans

21 agosto 2017

Tra furgoni e milioni, VAR e palloni


Il giorno è arrivato: quello della foca brasiliana, del suo esordio nel Qatar Football Club al Parc des Princes. Proprio un paio di giorni dopo la strage sulla Rambla, organizzata da una cellula di quell'altro 'stato' che emiri e sceicchi (si dice) proteggono e finanziano. Questa relazione è puramente provocatoria, ma di quel sostegno si parlò (e non poco) dopo l'attentato parigino del 2015 anche nelle cronache del football (vedi qui), oggi l'argomento pare fuori moda. 


Se la bottega del Barça è aperta, allora anche lo sceicco (cugino di Al Thani) proprietario del City ha il diritto di andarci a fare la spesa; ed ecco che filtra l'indiscrezione delle indiscrezioni: il cartellino di Messi (che non ha ancora rinnovato il contratto) non è poi così caro, per lorsignori. Basta convincere lui, la Pulce. A differenza di Neymar, tuttavia, Messi non è solo un bravo giocatore sudamericano venuto a sviluppare la sua carriera in Europa. Messi è cresciuto in Catalogna. Messi è il calcio. 

Sceicchi ed emiri seminano il terrore in questa maniera: non lanciano camion e furgoni su folle inermi, ma tonnellate di denaro nelle casse di club e calciatori. Allo scopo di impadronirsi di un gioco che il fondamentalismo sunnita aborre e vieta di praticare. C'è qualcosa che stona o inorridisce, da qualunque punto di vista si guardino le cose. Le complicità sono diffuse, le analisi dense di contraddizioni, e dunque fermiamoci qui.

Parliamo di calcio.


La partita del week-end era senz'altro quella di Wembley, transitorio home degli Spurs. Ospiti i campioni in carica; star designate: Kane, Eriksen, Alli. Dei Blues potevano e dovevano fare un solo boccone, per tanti motivi. Ma il Chelsea ha un DNA ormai italiano, dai tempi di Vialli, Zola, Ranieri, giù giù fino a Di Matteo e passando ovviamente per Mourinho, cioè l'unico allenatore al mondo che da anni non si vergogna più di erigere – quando serve – barricate umane gigantesche davanti alla propria area di rigore; ora anche Conte, perché a Conte (come a Mourinho) non piace perdere e ormai ha anche il diritto d'infischiarsene del bel giuoco, ha un titolo da difendere e nessuna collaborazione (a sentir lui) da parte dei suoi datori di lavoro. A Wembley questa squadra di campioni ha messo in campo otto giocatori di movimento normalmente abituati a curarsi più di difendere che di attaccare. Alcuni (gli esterni) lo sanno fare, più (Alonso) o meno (Moses) bene, ma certo attaccano con giudizio, non scriteriatamente. Alonso ha timbrato una doppietta giovandosi chiaramente di una prestazione non mirabile di Lloris, ma va detto che l'unica rete degli Spurs porta il nome del centravanti di riserva del Chelsea, l'inguardabile (e anzi, per quanto si è visto finora, inutile e dannoso) Batshuhayi. Una bella partita dai sapori antichi, in uno dei teatri più prestigiosi (anche se rifatto, ha ancora un suo perché), e dunque sia ben chiaro che per sfilare il titolo a quelli là i pretendenti dovranno sudare parecchio. D'altra parte, prima o poi anche Hazard tornerà a fare il suo lavoro.

Anche la Liga è iniziata, anche la Serie A. Mesto il 2-0 del Barça, normale il 3-0 (esterno) del Real, bello il 2-2 interno del Girona (club catalano all'esordio nella Primera División) contro l'Atletico, ma sono stati due punti buttati, in superiorità numerica, la banda del Cholo a dieci minuti dalla fine era sotto di due. Poi, alla distanza e specie di questi tempi, la qualità migliore dei singoli ha la meglio e detta la sua legge.

In Serie A goleade e inizio morbido per tutte le 'grandi' o presunte tali, il VAR ha risolto qualche problema e qualcun altro lo ha trascurato. La musica di Juve e Napoli è sempre la stessa (va beh, la Juve quando gioca in casa non ha problemi, le 'piccole' sanno che non c'è trippa per gatti e si esercitano nel pressing alto, così tanto per accompagnare il picnic con un allenamento che potrà tornare utile in altre circostanze), il Milan sembra molto migliorato, l'Inter più affidabile. La Roma sgraffigna tre punti a Bergamo più per fortuna che per merito, ma certo l'Atalanta migliore di un anno fa – per ora – non sembra. La Lazio è inchiodata dalla coraggiosa Spal. Questa sintesi brevissima ma ricca di luoghi comuni non può interessare a nessuno: alzo le mani (dalla tastiera) e saluto cordialmente gli eupallici, ovunque essi si trovino in questo scorcio d'agosto.

Mans

9 agosto 2017

Lo scarpone al centro del villaggio

Fettine di coppa: Supercoppa Uefa 2017

Dovrebbe essere il peggiore, e segna gol decisivi in partite che vedono anche i pinguini al Polo Nord, per dire della loro importanza. Il peggiore, il più scarso, anzi lo scarsone, lo scarpone, il frangiflutti, l'interditore, il corridore, il protettore degli estri, l'assicuratore degli astri miliardari. Sono solo dicerie messe in giro dalla critica calcistica, perché poi lui va in rete proprio in quelle partite, fulminando i portieri da fuori o dentro l'area e di prima intenzione, colpisce traverse, sforna assist. Certo, recupera anche palloni. Non è che li sradichi: li calamita. Sembrano errori di tocco e di misura, sembra la modestia degli avversari; forse ha la capacità di sparire e ricomparire sulle linee di passaggio quando ormai la traiettoria non può essere corretta. Ma sì. Casemiro vale un Ronaldo, è lui la vera anima del Real. Casemiro ha cambiato la storia del Real quanto e forse più di Cristiano: al centro del villaggio c'è lui, pagato a suo tempo da Florentino la stessa cifra investita dal Milan per garantirsi i servizi pedatori di Borini (per dire). E lì in mezzo ce l'ha messo Zidane, uno del quale Mou ha detto qualcosa tipo "non si capiva se volesse fare l'allenatore oppure no", come a sottintendere "non si capiva cosa ci facesse a Madrid, se non l'icona di se stesso", vai a sapere. 

Carlos Henrique Casemiro: non sta intercettando il pallone;
lo sta scaraventando alle spalle di De Gea, di prima intenzione.
Forse in fuorigioco, sì, ma è solo un dettaglio

Zizou ha meriti incontestabili nella costruzione della squadra che, oggi, ha una dimensione che supera e di parecchio la semplice attualità del football. Il Madrid di questi anni si è installato decisamente e inopinatamente (chi l'avrebbe detto?) nella storia del calcio, e si tratta di una cosa non discutibile alla luce della nonchalance, della facilità apparentemente irrisoria con cui ormai domina le partite che contano. Il Real di Zidane interpreta e riassume diversi tipi di calcio: calcio di possesso lento e di gestione, di pressing, di contropiede. Di meglio in giro, oggi, non c'è, e quando il ciclo sarà finito anche i detrattori potranno ammettere che questo è stato probabilmente il Real più forte di sempre, più forte dei Galacticos di Zizou (appunto) e Ronaldo, forse apparentabile al protostorico prototipo di don Alfredo e dell'asso ungherese. Forse, Zinedane sta per diventare nel mondo Real qualcosa di analogo a quello che è stato Cruijff nell'universo ajacide e barcellonista. L'uomo di una svolta. Della svolta più inattesa e sorprendente. Forse, dietro la sua sorridente modestia, c'è una determinazione feroce molto simile a quella che nel 2006 accompagnò le sue ultime esibizioni sul campo, da dominatore assoluto, fermato solo da un insulto di Materazzi. Quell'errore gli è costato molto, ma potrebbe averlo cambiato definitivamente. E' un uomo che trasmette calma e sicurezza ai suoi uomini; ansia e isteria - ingredienti tipici del Real negli anni di Mou - sono spariti dal repertorio dei Blancos, anche quando il gioco si fa duro e difficile.

"José, ma sì, quasi quasi ti vendo il gallese.
Casemiro? No, Casemiro no. Non se ne parla nemmeno"


Il buon Mou, invece, ormai offre qualcosa di interessante solo quando si presenta in conferenza stampa. Guida una squadra che, in due anni, ha già messo sul mercato 300 milioni di euro, un terzo dei quali investiti per riprendere Pogba. Ecco, il declino di Mou è evidente (al di là dei risultati che in qualche modo lo tengono a galla) dalla difficoltà di riuscire a mettere in efficienza una macchina strepitosa (per fisicità e abilità tecniche) come quella del francese. In un anno, il suo rendimento è scemato, la sua posizione in campo è diventata variabile, i suoi errori una costante. Pogba, oggi, è più somigliante a Kondogbia che al Pogba juventino. La cosa fa abbastanza tristezza. Fa tristezza anche vedere l'UTD concedere al Real, dopo la rasoiata di Casemiro, cinque minuti di possesso palla ininterrotto, un torello da allenamento. Fa tristezza, paragonare questa dell'UTD a una qualsiasi delle versioni (anche le più raccogliticce) ammaestrate da Ferguson. Forse, a Old Trafford saranno contenti di lui, che l'anno scorso roba (anche se di valore non eccelso) in bacheca ne ha portata; non a caso, i suoi desideri vengono esauditi (Lukaku, Matic, Lindelöf, rispettivamente 85, 45, 35 testoni) con una certa puntualità (ora ha detto di volere Bale, e chissà). Ma produce un calcio prevalentemente difensivo e sostanzialmente approssimativo, ben al di sotto di quel che pretendono la tradizione del club e il suo prestigio (e il suo seguito) planetario. 

"Fotografo, è l'espressione giusta?
Ho l'aria di uno che si sta spremendo le meningi per escogitare
la soluzione del problema?"

Mourinho, ormai, non ha più calcio da insegnare (ammesso l'abbia mai fatto). Perpetua la propria leggenda grazie alle abilità comunicative, al fascino del suo palmarès. Ma è palesemente, come si suol dire, bollito. Le sue reazioni in panchina sono quelle di un allenatore sedato, più che seduto sui propri ricordi. Il calcio cambia in fretta, lui è sulla breccia da lustri. Essendo un uomo di successo, potrebbe cambiare mestiere. Riuscirebbe ugualmente a rimanere sulla ribalta.


Mans

20 luglio 2017

Il sì di Gigio, il mercato e i libri in tribunale: a Milano si fa la rivoluzione

Addio Milan!

Avevo lasciato questa rubrica con una domanda lapidaria. Era il 16 giugno e chiedevo a gran voce: "Gigio, perché?". Il ragazzone non mi ha mai risposto, ma nel frattempo ha detto sì al Milan. Ha detto sì ad un lauto contratto e si è portato pure dietro il fratellone. Ha saltato la maturità ed è scappato a Ibiza con la fidanzata. Ce ne faremo una ragione, vorrà dire che sarà il primo calciatore della storia a non aver sostenuto gli esami di maturità. Il primo sportivo professionista a preferire il tenero abbraccio del sole estivo ad una formazione scolastica che si rispetti. 

Nei mesi deliranti che hanno portato al closing ho vissuto momenti difficili, come molti tifosi milanisti. Ero ottenebrato da un lecito scetticismo (ed in parte lo sono ancora) e spesso mi sono fidato di chi sosteneva di sapere e in realtà non sapeva proprio un bel niente. Ho provato ad approfondire gli aspetti finanziari della manovra di Yonghong Li ma probabilmente ho tralasciato l’aspetto più importante di tutta la questione. Perché questa operazione è stata messa in piedi? Perché questo imprenditore cinese ha deciso di investire più di un miliardo di euro nel Milan?

Se dall’altra parte del Naviglio l’acquisizione dell’Inter è apparsa subito come un’operazione legata alla commercializzazione di un brand, sulla sponda milanista sembra non esistere una vera e propria attività imprenditoriale da supportare, da lanciare, da potenziare con le vittorie della squadra. E allora dove sta il punto della questione? L’operazione Suning è stata compresa e accettata all'unanimità poiché molto vicina ai canoni occidentali di business. Un magnate compra una società, poi compra i giocatori, lega il marchio della società a quello della sua azienda e spera in un sostanziale ritorno di immagine. Semplice, pulito, lineare. Eppure il Milan, che parrebbe prossimo a portare i libri in tribunale, vanta un CDA 'pesante' (Scaroni, Patuano e Cappelli fra gli altri) e un AD di altissimo livello come Marco Fassone. Fabio Guadagnini poi (responsabile della comunicazione) ha deciso di rompere col passato: si fa tutto in totale trasparenza. Gli incontri a Casa Milan sono pubblici, monitorabili da tutti i giornalisti. Le stanze segrete del calciomercato sono sparite. Agenti e giocatori entrano dalla porta principale, dove tutti possono vederli. 

Tifosi rossoneri a Casa Milan: acclamano un vecchio nemico:
Leonardo Bonucci
Bonucci, Donnarumma e tanti altri sposano questo progetto, destinato a finire in un enorme buco nero finanziario. "Il naufragar m'è dolce in questo mare”, diceva il poeta. E per mare si intende la piscina di Paperon de' Paperoni. Probabilmente abbiamo scandagliato troppo gli aspetti meramente contabili di questa acquisizione, tralasciando quello che non sappiamo (o pensiamo con arroganza di sapere) su quel mondo tanto distante quanto diverso che è poi la Cina. Quali ragioni culturali ci sono alla base di questa operazione? Certo, ci sarebbero i 300 milioni di euro da restituire al fondo Elliott, ma ad approfondire la situazione debitoria della Serie A si finirebbe col passare notti di sudore ed insonnia. Non è un problema diretto del Milan che la sua controllante vada a contrarre debiti. Al momento la condizione debitoria della società è perfettamente sotto controllo e in linea con le norme non scritte di una gestione oculata. Il trucco sta nell'aumentare gli introiti. Il fatturato cresce e i debiti sono 'coperti' da un ampio fattore di redditività. 

Quando Fassone parlava di accademie sul territorio cinese molti si sono sbellicati dalle risate. Oggi scopriamo che Milan China esiste e che lo stato cinese ha approvato un piano di realizzazione di cinquantamila (50.000) nuove accademie entro il 2025 (proprio in questi giorni il Milan ha siglato una lettera di intenti con la China Next Generation Education Foundation). 

Nel frattempo Mirabelli una prima grande bugia l’ha raccontata. Ad aprile disse che non aveva alcuna intenzione di stravolgere questa rosa, poi è successo che il Milan ha comprato nove titolari in due mesi. Ora l’arduo compito di trasformare una raccolta di figurine in un gruppo compatto spetta a Vincenzo Montella. Ma del resto non si poteva fare altrimenti. La rosa del Milan era (ed è ancora) da ripulire da cima a fondo. Mi sento di affermare che un orizzonte sgombro è decisamente meglio di un cumulo di macerie. 

I rossoneri si allenano nell'aria ossigenata di Guangzhou 

Allo stato attuale la stagione 2017-18 si preannuncia comunque molto faticosa e ricca di insidie. I nuovi arrivati non verranno inseriti in un particolare contesto tecnico-tattico, saranno loro a doverne creare uno da zero. Si tratta di un processo complesso e molto lento, un percorso che incontrerà inevitabilmente delle difficoltà importanti. Fa bene la società a tenere i piedi per terra: il quarto posto sarebbe sostanzialmente un successo e coinciderebbe con la tanto agognata rifondazione sportiva. Un passo fondamentale nella scalata che il Milan deve affrontare per tornare al più presto fra le 16 migliori d’Europa.

Oslo

16 giugno 2017

Gigio, perché?

Addio Milan!

Sarebbe semplicissimo raccontare la vicenda Donnarumma seguendo un flusso di coscienza emotivo. Quello del milanista focoso che ho dentro e che lotta per sopravvivere a questi anni in cui occorre parecchio cinismo e lucidità per valutare la situazione del club. Eppure ho deciso di non farlo. Ho deciso di non lasciarmi andare a facili romanticherie che poco si addicono al football attuale. Ho provato dunque a pormi delle domande, inseguendo un filo logico utile a comprendere cosa abbia causato l'insanabile frattura tra il Milan e questo ragazzotto campano, cresciuto e diventato campione sotto le attente premure di Alfredo Magni. Me ne sono fatta una in particolare: Gigio, perché? 

Il rinnovo contrattuale del portiere rossonero è una questione annosa, un groviglio di spine che la vecchia gestione, nella figura di Galliani, ha deciso di lasciare in eredità al nuovo management. Il 25 ottobre 2015 Donnarumma, a soli 16 anni, esordisce in Serie A. Contro il Sassuolo valuta male una punizione di Berardi che si insacca dal suo lato (foto). Nonostante questo appare evidente ai più quanto il talento del ragazzo sia cristallino. Lo stipendio del giocatore si attesta su cifre particolarmente modeste (circa 250.000 euro) e il contratto in essere andrà in scadenza a giugno 2018. I giocatori minorenni infatti non possono firmare rinnovi quinquennali, ma al massimo di durata triennale.

Donnarumma si impone in pochissimi mesi come titolare inamovibile del Milan, spingendo Diego Lopez ad aprire una vera e propria polemica con la società. Divergenze che porteranno alla separazione (poco vantaggiosa per il Milan) nell'estate successiva. Nei mesi di gennaio e febbraio 2016, i giornali cominciano a paventare l’esistenza di una trattativa per un rinnovo contrattuale che avrebbe dovuto prolungare di un anno il rapporto tra Gigio e il Milan (fino al 2019); trattativa basata su cifre ritenute congrue al ruolo che il ragazzo si era guadagnato sul campo: quello di portiere titolare del Milan. Eppure questo rinnovo, circa 1 milione di euro più bonus, non arriverà mai. Ci saranno prima quelli di Zapata e Montolivo (a giugno), e poi quello di Bonaventura - gennaio 2017, in piena trattativa per la cessione societaria. Chi assiste Giacomo Bonaventura? Mino Raiola, il procuratore di Donnarumma. È proprio Mino Raiola oggi ad esprimere dubbi legittimi sulla consistenza finanziaria del progetto Milan, perplessità che avrebbero giocato un ruolo determinante nelle scelte del nuovo portiere rossonero.


Una storia di figli e figliastri, una vicenda in cui Bonaventura è abbastanza inconsistente dal punto di vista tecnico per prendersi dei rischi che invece non devono sfiorare la carriera di Gigio. Poi il 13 aprile 2017 arrivano i cinesi (ne arriva uno soltanto, a voler essere precisi) e la questione passa nelle mani di Fassone e Mirabelli. I due trovano una matassa molto complicata da sbrogliare. Donnarumma è il migliore al mondo nel suo ruolo in prospettiva futura e gioca in una squadra che va ricostruita da cima a fondo. I 120 milioni spesi in cartellini, dal 2015 in poi, non sono bastati per avviare un progetto con autentiche ambizioni e la rosa deve essere completamente stravolta. L’offerta della nuova società rossonera è di 5 milioni all'anno per 5 anni, ma Donnarumma rifiuta dopo 2 mesi di tira e molla ed interviste orchestrate.

Gigio, perché?

Forse perché non è mai esistita una vera e propria trattativa per il rinnovo contrattuale di Donnarumma. O meglio, la trattativa è stata unilaterale. Era stato deciso da tempo che il giovane portiere rossonero sarebbe dovuto arrivare vicino alla scadenza contrattuale, una condizione favorevole per qualsiasi procuratore. Una situazione in cui la società non ha più alcun diritto, nemmeno quello di contattare un proprio assistito telefonicamente "scavalcando" l'agente. Il cambio di proprietà non solo non ha modificato questa decisione antecedente, ma ne ha rafforzato la posizione. 

Inutile poi appellarsi alla famiglia del ragazzo, che ha già dimostrato in passato di essere inaffidabile e di perseguire esclusivamente interessi di natura extra-calcistica. Cito a questo proposito l’estratto di un’intervista a Giocondo Martorelli (realizzata da Tuttomercatoweb): "Ho detto una cosa concreta prima. C'è la risposta: la famiglia il giorno X del 2013 ha firmato per l'Inter. È tornata a Napoli, la mattina seguente hanno preso un aereo e hanno firmato per il Milan. Quello che avevano firmato il giorno prima non è valso nulla. Cosa devo dire di più? Mi stupisce che alcuni giornalisti ignorino o facciano finta di non ascoltare".

Ma Gigio a 18 anni poteva scegliere. Probabilmente non ha avuto la forza necessaria per imporsi, si è fidato delle persone che lo hanno portato ad essere quello che è diventato. Tutta la vicenda nei suoi contorni extracalcistici sembra essere disegnata per mettere un procuratore nella condizione di poter ricattare una società. Di poter agire come meglio crede venendo meno perfino alle semplici regole di cortesia che regolano i rapporti tra club e giocatori. Questa storia di figli e figliastri è una bruttissima pagina di 'non calcio' che probabilmente ammazza i sogni di una generazione di piccoli tifosi. Ai 'giornalisti' capaci solo di twittare, forse perché incapaci di esprimere pensieri articolati oltre i 140 caratteri, consiglio di porre i loro dubbi e interrogativi nelle sedi adeguate. A Donnarumma faccio un augurio di buona fortuna. Ne avrà bisogno.

Oslo


11 giugno 2017

Leigh Griffith entra ed esce dalla storia nel giro di tre minuti e mezzo


Hampden Park non ha più nemmeno un decimo del fascino di un tempo, quello restituito da nitidissime immagini in bianco e nero scattate durante famose partite. Ospita meno della metà degli spettatori che, per esempio, vi si assieparono per vedere il Madrid alzare la quinta Coppa dei campioni, il 18 maggio 1960. Fa oggi lo stesso effetto del Maracanã, in sostanza. L'effetto di un tempo del football che se n'è andato e non tornerà mai più.

Hampden oggi

Hampden un secolo fa (o poco meno)

Lo stesso, probabilmente, si può dire per Scozia-Inghilterra. Da un infinitamente lontano 30 novembre del 1872 le sfide sono state, con quella di ieri, ben 114, e quasi sempre si è giocato con punti in palio - ma anche le semplici amichevoli non è che facessero differenza. I più giovani si domanderanno come faccia lo score complessivo a essere così equilibrato (41 vittorie scozzesi, 48 inglesi), tanto più che se consideriamo gli ultimi 20 incontri (a partire dal 4 giugno 1977 - sì, con la fine della British Home Championship le occasioni si sono poi diradate) scopriremo come sia soltanto di recente che i Leoni hanno acquisito quel vantaggio complessivo sui rivali.

Una superiorità che ieri stavano confermando senza particolare fatica. Uno a zero, un gol di Oxlade-Chamberlain che chiude una fase in cui gli scozzesi commettono una serie di errori tecnici e tattici addirittura improbabili; un gol oltretutto segnato dal Gunner a difesa schierata, convergendo verso il centro dell'area e scoccando poi senza opposizione alcuna un sinistro che centra in pieno Gordon (il quale, ostruito dai suoi, non l'aveva visto partire) e poi schizza in rete.

Hart pensava la mettesse a sinistra.
E' palesemente in ritardo
La reazione scozzese tarda a manifestarsi. Forse, il pubblico che inizia a cantare l'inno per coprire la festa inglese mette un po' di convinzione nella testa e nei piedi di Leigh Griffith. E' il centravanti del Celtic, uno sul quale non vale la pena dilungarsi più di tanto, anzi. Diciamo che sino a ieri vantava dodici gettoni nella Tartan Army; le sue prime apparizioni risalgono alla fine del 2012, ma la prima partita intera l'aveva conclusa a Wembley, nell'andata di questo gironcino di qualificazione al mondiale di Putin, ed era stato un secco tre a zero (inutile sottolineare per chi). Da sostituito o da subentrante, a ogni modo, il suo nome sui tabellini non c'era ancora. Ieri pomeriggio, dunque, mancavano pochi minuti al triplice fischio, e tra uno sbadiglio e l'altro ho fatto in tempo a pensare che (per dire) Lapadula (uno a caso) della nazionale di Scozia sarebbe la stella indiscussa, vista la pochezza degli attaccanti che il povero Strachan è costretto a reclutare. Ma ecco: due punizioni dal limite, dalla medesima piastrella (centimetro più centimetro meno), e Griffith (mancino) la mette prima alla sinistra e poi alla destra di Hart. Due esecuzioni vellutate (la seconda quando il cronometro segna 89 minuti e 3 secondi), di qualità eccelsa. Roba alla Messi, alla Dybala o perlomeno (se non vogliamo esagerare) alla Diamanti. Hampden ruggisce - che Hampden ruggisca è un vecchio luogo comune, ma un fondo di verità c'è di sicuro. Griffith sta per entrare nella storia. Nella Storia, anzi, con la S maiuscola. Nella Storia del calcio britannico quanto meno, perché una vittoria scozzese tra queste mura manca dal 1985 (di mezzo, c'è stato l'inutile uno a zero di Wembley del 1999: inutile perché era il match di ritorno dei play-off per andare all'europeo belga-olandese, e ci andò l'Inghilterra). 

I Leoni si avventano, e cosa dovrebbero fare? Perdono palla, riparte la Scozia, ci sarebbe la possibilità di un contropiede micidiale, o perlomeno di portare il pallone e tenerlo (il maggior tempo possibile) lontano dall'area, ma le qualità nel palleggio sono infime, la sfera torna tra piedi inglesi, dalla sinistra un cross lunghissimo viaggia verso il secondo palo dove, indisturbato, arriva Kane, che con irrisoria facilità insacca il definitivo due a due. Il cronometro segna 92 minuti e 27 secondi. 

L'euforia di Hampden si spegne. Tutto è, ancora una volta, rimandato alla prossima volta.

Volete vedere almeno gli highlights di questo non storico match? Andate qui.

Mans

4 giugno 2017

Picnic madridista sul prato di Cardiff

Fettine di coppa: la finale di Cardiff

Le finali della Champions League o della Coppa che dir si voglia sin dalle origini sono state normalmente equilibrate. Lo dicono i numeri: in 62 edizioni dell torneo, 17 finali si sono concluse ai supplementari e oltre, mentre 25 hanno scritto sull'albo d'oro il nome di una squadra uscita vittoriosa con un solo gol di scarto. Grosso modo, dunque, solo una volta su tre si registra un dominio numerico che non lascia spazio a qualsiasi tipo di recriminazione. Però, solo nove volte è successo che la squadra campione abbia seppellito la squadra sconfitta con almeno tre gol di differenza: ne sono stati capaci il Real (1960, 2000, 2014 ma ai supplementari, 2017), Manchester United (1968, ma ai supplementari), il Milan (1969, 1989, 1994) e il Bayern (1974, ma era una finale ripetuta).

Immagine ormai consueta

Quattro a uno nei novanta minuti, e un parziale di tre a zero nel secondo tempo. Per la Juventus, la finale di Cardiff è una ferita sportiva profonda; è la settima finale bucata (Benfica e Bayern sono staccate: il parziale è ora di sette a cinque); è stata, soprattutto, una sconfitta senza attenuanti, una resa progressiva e ineluttabile di fronte alla superiorità (tecnica, tattica, atletica) del Real, una superiorità di dimensioni non pronosticabili (e da nessuno pronosticate) alla vigilia. Tant'è vero che, all'inizio, si è vista soprattutto la Juve; baricentro alto, aggressività, l'idea era di replicare il primo tempo dello Stadium col Barça; si è avuta la sensazione di una grande pericolosità, ma occasioni vere non sono arrivate. Un primo tempo dispendioso per la Juve, sornione per il Real - che incassa il meritato pari di Mandzukic senza battere ciglio. La metamorfosi della partita è nitidissima dopo l'intervallo, quando le Merengues stroncano gli uomini di Allegri sul ritmo e col possesso palla, inibendone ogni tentativo di ripartenza e ripartendo veloci a ogni pallone recuperato (il terzo gol, con l'anticipo di Modrić e la sua corsa in profondità a crossare per il solito Cristiano - abile nell'approfittare della paralisi di Chiellini -, fotografa e riassume alla perfezione una lunga fase di partita).

Certamente, il Real ha goduto di una certa fortuna - ingrediente che difficilmente gli viene a mancare, da quando è partito José Mourinho. Due gol che, sino a qualche anno fa, sarebbero stati chiaramente classificati come autoreti, due tiri 'viziati' da deviazioni decisive. Quello di Casemiro ha fatto saltare per aria la santabarbara. L'assetto difensivo (considerato dai più leggendario) della Juventus è collassato, e il match si è trasformato in un monologo madridista difficile da commentare. 

Luka Modrić
Naturalmente i media esaltano Cristiano Ronaldo e i suoi numeri, i suoi record in una carriera definita quasi implausibile (Daniel Taylor, The Guardian: vedi). Se però si volesse rinunciare ogni tanto al culto delle personalità e all'adorazione dei palloni d'oro, occorrerebbe ammettere che gli uomini decisivi, coloro che si sono impossessati del pallone e della partita, portano il nome di Modrić, Kroos, Isco, assecondati sulle corsie larghe da Marcelo e Carvajal. Il reparto di mezzo del Real ha schiacciato, soffocato, ridotto all'impotenza quello della Juve. Allegri non ha saputo opporre, a questo dominio, mosse efficaci e soprattutto tempestive. Le sostituzioni (una delle quali incomprensibile) sono arrivate a partita già virtualmente chiusa, appena incassato il terzo gol. E nulla hanno sortito, anzi. 

Difficile valutare ora quale sarà il peso della sconfitta sulla Juventus e sulle sue strategie immediate. La rosa ha un'età media altissima, la più alta tra i top-club europei. Fra l'altro, ieri sera in campo (al fischio d'inizio) c'erano otto giocatori assenti due anni fa a Berlino, cinque dei quali trentenni e ultra-trentenni. Non è bastato innestare esperienza e abitudine alla vittoria per sfatare il tabù. Prima o poi, è ovvio, la Juventus ce la farà ad alzare l'ambito trofeo. Accadrà, forse, nella più sorprendente delle stagioni e nella più strana delle partite. Quando nessuno ci scommetterà e i più avranno smesso di crederci.

Mans

29 maggio 2017

E' come se il calcio si fosse (temporaneamente) congedato da se stesso



Premessa necessaria: non sono romanista. Non sono nemmeno un 'tifoso', ovvero un fanatico, ovvero uno che vede solo la propria squadra e perciò (in automatico) detesta le altre e ritiene immondi i giocatori altrui perché propri nemici o avversari. Detto ciò, aggiungo che il mio sarà un discorso molto infantile. Programmaticamente infantile.

Ho le mie preferenze, ma non esclusive. Stravedevo per Rivera, da bambino, ma anche per Riva; da adolescente impazzivo per Crujff. Pelé si poteva adocchiare di rado, l'ho visto soprattutto nel 1970 e mi sembrava un anziano fuoriclasse di superiorità così evidente che il pallone obbediva al suo pensiero, andando dove voleva lui anche senza transitare fra i suoi piedi. Poi ci furono anni senza giocatori così fantastici, finché non arrivò Maradona. Ma a me, per dire, piaceva di più il modo di giocare di Platini, forse perché mi sembrava più 'uomo-squadra'. Anche il Diego era spaziale, intendiamoci: ma troppo malandrino per i miei gusti, e (per dire) Pelé non lo era, o almeno io non credevo lo fosse. Maradona mi stupiva, certo: ma non mi emozionava profondamente. E - ripeto - con questo nulla ha a che fare la preferenza per una squadra o per non so cos'altro. Quindi mi feci queste coppie: Cruijff sta a Pelé e a Platini come Maradona a Baggio. Sì, a Baggio. Un altro non-uomo-squadra, lampi improvvisi e accecanti, protratte assenze. Ma era impossibile non volergli bene. Oggi ammiro Messi, certo, molto meno Cristiano Ronaldo, e poi certo, il precedente Ronaldo, il brasiliano, era spaventoso (e chi aveva mai visto un centravanti così?), ma gli infortuni lo trasformarono rapidamente in un giocatore diverso, non vorrei dire normale (anzi) ma certo non più in grado di travolgere a cento all'ora gli omini disposti sul campo a difendere lo spazio dalle sue barbare incursioni.

Ho il rimpianto di non aver visto dal vivo (o in documentazione filmata bastevole a farsi un'idea) il nostro Meazza, il grande Alfrédo, il colonnello ungherese (anche se, degli ultimi due, materiale sufficiente sussiste). Ricordo che Eusébio mi fece una grande impressione al mondiale inglese, ma furono solo quattro o cinque partite, poi sparì dal mio radar. 

Tra i nostri, negli ultimi vent'anni, tolto Baggio, tolto Del Piero (non mi colpiva particolarmente), tolto Pirlo, tolti i grandi difensori (va da sé), mi sono emozionato a fondo per un solo giocatore. Sì, uno solo. Quello che ieri ha appeso le scarpe al chiodo. 

Il romano, il romanista. Il Capitano. Il simbolo di una città in cui non sono nato, nella quale ho vissuto per un po', è vero, ma prima che lui iniziasse a frequentare i campi della Serie A. Il Capitano di una squadra che non è la mia, né mai lo sarà, ma che talvolta - in determinate situazioni - lo è stata, estemporaneamente, magari per una sola sera, per un solo pomeriggio. In generale, 'tifavo' per lui. Ho guardato la Roma sempre o quasi sempre, per meglio dire ho guardato le partite della Roma quando mi è stato possibile soprattutto per lui. Anzi: solo per lui. 

E in innumerevoli circostanze, in chiacchierate sul calcio con amici più o meno cari, quando tutto si è ormai detto e inevitabilmente si finisce col voler riassumere la discussione in una classifica (quali sono stati i giocatori più grandi nella storia del calcio? e tra gli italiani? chi metti per primo, per secondo, per terzo?), io ho sempre detto che lui, in quella classifica, ce lo metto, non dico primo o secondo o terzo. Lui, tra quelli che reputo essere le 'ragioni' della mia perdurante passione per il football, indubbiamente c'è. Per me c'è, eccome. "Ma figuriamoci, uno che ha vinto così poco. Che ha giocato solo in quella squadra. Lui, il viziato che ha avuto paura di andarsene perché meglio essere imperatori a casa proprio che signori nessuno o quasi in casa altrui". Discorsi così, risposte così.

Inutile spiegare. Ciascuno vive il football a proprio modo. Oggi, per esempio, non perdo (se posso) le partite del Napoli, anche se nel Napoli non c'è nessun giocatore che mi faccia davvero impazzire. Mi piace la musica, però. Mi piace vedere la squadra muoversi in quel modo, giocatori e pallone sempre in movimento, geometrie rapide, verticalizzazioni improvvise, e quel minimo d'improvvisazione che rende palese la differenza tra il Napoli di Sarri e la Dinamo di Lobanovski.

Ma torniamo al tizio di cui stavo parlando. Ha smesso di giocare, del resto si capiva che non era più in grado di tenere il ritmo. La sensibilità, il tocco sono sempre gli stessi: la rapidità nell'esecuzione è scemata. L'efficienza del suo gioco, ormai, ai minimi termini. Penso che il suo allenatore abbia fatto bene a centellinarlo, quest'anno. L'allenatore deve pensare alla classifica, e la classifica gli ha dato ragione. 

Ha smesso di giocare. Ieri all'Olimpico tanti erano in lacrime. Non sono romano o romanista, ma li capisco benissimo. Sono triste anch'io. Perché l'idea di non rivederlo più in campo mi rattrista. Perché è stato uno dei miei campioni preferiti, e sicuramente il preferito degli ultimi (perlomeno) quindici anni. Perché? Perché gli ho visto fare di tutto, in modi sempre diversi e inattesi. Cose che (è un mio parere) nessun altro è stato capace di produrre con uguale competenza e varietà. Cose da iperspecialisti, realizzate da uno che è nato come ala, divenuto poi trequartista, regista avanzato, 'falso nueve', mezzala. Tra qualche anno sarà difficile rispondere alla domanda: "ma dove giocava? in che ruolo?" I gol? In fondo i gol dicono poco. Ma sono stati tantissimi, alla fine se si guardano le statistiche ci si dovrebbe sorprendere. E le giocate decisive? Sono quelle che preferisco. Le aperture di prima, mettendo il pallone oltre la difesa sui piedi di un compagno in corsa distante cinquanta metri da lui. Gesti ripetuti, con assoluta nonchalance. Consiglierei di andare a cercare, tra le centinaia e centinaia di file video che lo riguardano, quelli che omettono i gol, "i dieci gol più belli", "i primi cento gol" e roba del genere; e soffermarsi su quelli che hanno raccolto materiale a sufficienza per capire il modo in cui lui ha giocato per la squadra, e non per se stesso. Risolvendo situazioni complicate. Indicando pertugi dove sembrava non ce ne fossero. Eludendo il pressing degli avversari con due mosse - una finta e un colpo di tacco. Un repertorio che qualcuno, prima o poi, catalogherà.

Questo giocatore non ha vinto tonnellate di palloni d'oro e non ha la bacheca infestata da Champions League o da Coppe che dir si voglia. Ha vinto pochissimo, è uno più da secondi posti che da gradino più alto del podio. Ha avuto anche sfortuna. Ricordo un giorno (doveva essere prima del mondiale del 2006) in cui mostrò alle telecamere come fossero ridotte le sue caviglie. Ah, quelle sono caviglie? mi chiedevo. Era difficile crederci. Però, in effetti, effettivamente, le caviglie stanno di solito esattamente lì dove lui ora indica. Va bene, è un professionista, pensavo, ma mi domandavo anche come fosse possibile che sua madre gli permettesse ancora di giocare a pallone. Era il 2006, sì. Stava disputando una stagione spaziale. C'erano i mondiali, e lui ci arrivò fuori allenamento, appena uscito da una convalescenza probabilmente frettolosa. Non era lui. Era un lui dimezzato. Anzi, molto più che dimezzato. Riuscì ugualmente a lasciare qualche segno importante del suo passaggio in quel mondiale che l'Italia inopinatamente vinse; ma poi la critica premiò Fabio Cannavaro come simbolo (e capitano) della squadra campione del mondo. Non capisco, pensavo. Anzi, non capiscono. Pazienza.

Resterò sempre della mia idea. Lui è stato un genio assoluto. Uno dei più assoluti tra quelli che ho conosciuto. Mi ha regalato emozioni, tantissime. Inebrianti. Mi piacerebbe che questa grandezza gli fosse riconosciuta da tutti, non solo da romani romanisti. Spero che, col tempo, questo riconoscimento arrivi. So che sarà difficile. Tutti i nostri grandi campioni, chi per un motivo chi per un altro, non hanno mai goduto dell'unanimità nel giudizio. Con la sola eccezione, forse, di Mazzola padre. L'orrore e la pietà, in quel caso, resero superfluo ogni discorso critico, anche in prospettiva.

Naturalmente ho parlato di Francesco Totti, lo aggiungo anche se non ce n'è alcun bisogno. Ha abbandonato la scena tra le lacrime sue e dei suoi sudditi. A Roma chissà quando nascerà un altro così. Ma per quel che mi riguarda il discorso non vale solo per Roma. E' un discorso generale. Guardo i giovani campioncini, già ipervalutati, che si sono affacciati in questi ultimi tempi sui campi della Serie A, e che rappresenteranno il paese indossando la maglia azzurra nel prossimo futuro. Sono bravi? Forse. Bravini, magari. Tra di loro, però, non vedo nessuno che abbia un centesimo del talento di Francesco Totti. Che ieri ha dato l'addio al calcio. Il calcio seppellisce sempre i suoi 'grandi' mentre altri ne sta generando all'insaputa di tutti. In questa ignoranza del futuro, mi dico che ieri è stato come se il calcio si fosse momentaneamente congedato da se stesso.

Mans

22 maggio 2017

Ove si narra di come non sia sempre vero (anzi) che vince il campionato la squadra che subisce meno gol

Cartoline di stagione: 2016-17, considerazioni finali

La stagione volge al termine, anche se restano in agenda appuntamenti di rilievo: le finali delle due coppe, l'europeo Under 21 e alcuni turni dei gironi di qualificazione al mondiale. Ma i tornei nazionali, gli scudetti, i piatti d'oro e d'argento, almeno per quel riguarda i paesi calcisticamente più rilevanti, sono ormai assegnati. Qua e là, ieri o l'altro ieri è calato il sipario. Ci sono stati verdetti a sorpresa? Uno solo davvero clamoroso: quello che vede il Monaco svettare nella Ligue 1 a dispetto del colosso parigino. Inimmaginabile, impronosticabile. Un'impresa storica, che mette temporaneamente fine all'egemonia parigina, durata quattro anni, e dunque arenatasi ben prima di riuscire a minacciare seriamente la sequenza dell'Olympique Lyonnais (sette titoli consecutivi, dal 2002 al 2008).

Altri esiti hanno premiato club reduci da stagioni deludenti. La Premier League, per esempio, sebbene non si possa certo dire che il primo posto del Chelsea costituisca un risultato inatteso. Ma penso soprattutto al Feyenoord, vittorioso in Eredivisie dopo quasi vent'anni; e anche allo Spartak Mosca, cui il titolo mancava da ormai tre lustri. 

Massimo Carrera: nella storia dello Spartak ora c'è anche lui

Tra i tornei considerati di minor prestigio, da sottolineare la strenua volata della gloriosa Honved, che viaggia appaiata al Videoton quando mancano solo due partite alla fine - speriamo di anon averli 'gufati'. Inutile poi rimarcare il perdurante dominio del Celtic nella 'liga scozzese' e quello del Basilea nella 'Superlega' elvetica: non hanno alternative, rispettivamente, da sei e da otto anni.

In Italia, la Juventus eguaglia il Celtic e batte ogni record nazionale. Nessun club si era mai laureato campione d'Italia per sei stagioni consecutive. Nemmeno in epoca pionieristica. Del resto, nessuno si sarebbe sognato di non considerare ovvio questo lieto fine bianconero: una signoria che si perpetua anche 'depredando' in estate le risorse (in senso tecnico, cioè in giocatori) dei signorotti più ambiziosi. E che approfitta del declino protratto e depresso che vive il calcio milanese, ormai affidato a (non si sa quanto capienti e/o sapienti) portafogli ed eminenze grige cinesi o pseudo-cinesi.

Filosofia antica del calcio italico
Tutto questo è banale e scontato. Costituisce solo una premessa al tema centrale del ragionamento che volevo proporre. In Italia, da tempo, la critica professionale indica nel rendimento difensivo delle squadre premessa necessaria ai loro successi. 'Primo non prenderle' è frase tra le più ricorrenti nel lessico pedatorio nostrano, retaggio di un'epoca (anche più di una) nella quale il catenaccio era (o era considerato) la nostra risorsa prevalente, il nostro modo più efficace per sopravvivere nel calcio a fronte di paesi e di squadre più attrezzati sul piano atletico (questo è sicuro) e talora anche su quello strettamente tecnico. Prendere pochi gol, in un torneo che negli ultimi quarant'anni è passato dall'essere lungo solo trenta partite al durarne otto in più (in sostanza, due mesi scarsi di ulteriore colluttazione agonistica), è sempre stato il sicuro viatico per lo scudetto - è quel che solitamente si afferma. Quella che finisce in testa alla classifica è da noi, quasi sempre (dicono), quella che avrà incassato complessivamente il minor numero di reti. Di qui - altro luogo comune emancipato a verità indiscutibile - l'idea che la squadra si costruisca dalla difesa. La difesa - il reparto, e anche in generale la capacità della squadra di difendersi, di proteggere la propria area, di 'concedere poco' - è la 'base' indispensabile, irrinunciabile per primeggiare. Senza solidità difensiva, ogni ambizione è destinata a dissolversi; i sogni zemaniani sono rimasti sempre tali proprio perché lui si è sempre preoccupato (ovunque allenasse) di insegnare ad attaccare e non a difendere. Una squadra 'zemaniana' produce (di default) spettacolo, ma nell'albo d'oro il suo nome non è destinato a fare capolino. Il che indispettisce i presidenti e, alla lunga, anche i tifosi.

Ma è vero, tutto questo? Sono considerazioni confermate dai numeri e dalla storia del nostro campionato? Beh, sì: è vero se guardiamo alla sua epoca più recente. Da dieci campionati, finisce in testa la squadra con il numero più basso nella casella dei gol al passivo. Ma prima?

Difesa a oltranza

Prima non era così. Anzi. Nei 76 tornei regolarmente disputati a partire dalla istituzione del girone unico (1929-30) fino al 2005-06 compreso, solo 34 volte ha primeggiato (numeri alla mano)  l'XI con la difesa più ermetica. E, se consideriamo i tre decenni compresi tra il 1950 e il 1980, cioè l'età d'oro del catenaccio all'italiana, si contano ben 17 casi in cui le squadre che si cucirono lo scudetto sulla maglia non poterono vantare il primato della porta meno battuta.

Forse ce ne sarebbe abbastanza per iniziare a ripensare la storia del nostro calcio fuori dai canoni critici consolidati, e resi perenni dal prestigio di alcuni eminenti (e grandissimi) scrittori e storici di cose del pallone. L'ultimo decennio, in effetti, costituisce l'eccezione furibonda a una regola che non era sempre valida, e che marca - oggi - una differenza tra il nostro e gli altri campionati. Già: perché il Chelsea campione d'Inghilterra ha subito più reti del Tottenham, il Real ne ha incassati più dell'Atlético Madrid, lo Spartak più del CSKA, il Monaco più del PSG, e il Feyenoord più sia dell'Ajax sia del PSV.

Come la mettiamo?

Mans