26 agosto 2015

Decostruttivismo rossonero


Lavagna tattica e allenamento asimmetrico
E', in sintesi, la filosofia calcistica del Milan da un paio d'anni; anzi, diciamolo pure, da quando la conduzione tecnica fu affidata ad Allegri, che di ciò tuttavia non era sicuramente consapevole. La squadra pensata (e messa assieme finora) per la stagione appena iniziata sembra un esperimento definitivo di architettura instabile, ageometrica, frammentata e irrazionale. Il club è stato per molti anni all'avanguardia, sotto diversi aspetti. Oggi, per contrastare il declino, prova a rovesciare il tavolo, negando le logiche consolidate del calcio attuale - anche nella sua omologazione post-moderna -, investendo una montagna di quattrini allo scopo di realizzare un'opera oggi indecifrabile, ma domani chissà.


In soldoni, e in termini più chiari. Si guardi la formazione scesa in campo a Firenze. Davanti: due centravanti, due attaccanti intercambiabili, tutti e due bravi e ciascuno abituato a giocare da prima e unica punta, non con funzioni da centravanti-boa, ma entrambi capaci di cercare e trovare la profondità e perciò bisognosi di spazi e di lanci. Fanno in sostanza gli stessi movimenti, e non a caso vanno contemporaneamente e più volte in fuorigioco. Uno dei due sarebbe (teoricamente) inutile, ma è difficile scegliere quale. In mezzo, cioè a centrocampo: dei due interni, uno (Bonaventura) è in realtà un attaccante esterno, da sempre abituato ad agire largo rientrando, rifinendo per l'unica punta o andando alla conclusione. L'altro, Bertolacci, è un tipico incursore, un istintivo, dotato di buon tiro: non un incontrista, non un ragionatore. Sicché il Bonaventura è costretto a giocare sempre palloni in affanno, in zone difficili di campo, pressato da più uomini e perciò costretto a escogitare soluzioni difficili per proseguire l'azione. Lo stesso dicasi per il Bertolacci. Il centrale è De Jong, che può solo supportare in semplicità e interdire, non certamente creare gioco. Totalmente privo di fantasia, incapace di passaggi lunghi o filtranti: un medianaccio old style, che in un reparto a tre annaspa e sbullona. Davanti a questi tre, il cosiddetto trequartista, il noto giapponese Honda, bravo soprattutto nei calci da fermo, discreto negli inserimenti, vigoroso e resistente ma non rapido (fatica a saltare l'uomo e creare la superiorità numerica, fatica molto): anche lui, però, difetta di intelligenza pedatoria e nessuno lo ingaggerebbe come regista avanzato. In più, le cose migliori al Milan le ha fatte vedere da esterno invertito, sulla fascia destra. Poteva rientrare sul sinistro e tirare o crossare, ma l'anno scorso non c'era il centravanti; quest'anno ce ne sono due, ma lo schema è cambiato - di qui la cessione del Faraone, l'emarginazione di Cerci e la maglia da titolare per il giapponese.

Immagine consueta: il comandante saluta la nave che affonda.
Menez se ne infischia

Ha dunque cambiato modulo ma, come l'anno scorso, è una squadra senza sistema, destrutturata, destinata - così com'è - all'improvvisazione (non per caso, nella scorsa stagione le giornate migliori coincidevano con le migliori giornate di Menez, pedatore anarchico e solitario, una specie di Sivori dei nostri tempi: uno che ovviamente fatica a trovare continuità, e poche squadre potrebbero permettersi gli squilibri che la sua presenza genera; ma per questo 'XI' rischia di poter essere ancora un valore aggiunto e non un peso morto), e l'unico schema che ricorre (per necessità, non per scelta) è quello che prevede il passaggio al portiere: serve per provare a far partire (o ripartire) un'azione arenata che a quel punto, inevitabilmente, si ri-arenerà. Persa palla, se gli avversari riescono ad aggirare i bulloni di De Jong, la strada per l'area non ha più posti di blocco. I centrali, senza copertura, sono abbandonati alle scorrerie verticali degli attaccanti avversari. Proprio perciò, occorrerebbe disporre di difensori di ruolo esperti e veloci, rapidi nel trovare la posizione, bravi nell'avanzare in tempo per mettere gli attaccanti in fuorigioco. E' logico, no? Invece l'attuale allenatore del Milan (bravo, senza dubbio) ha scelto due ragazzini, uno dei quali credo alla prima partita in assoluto in Serie A. Giusto, in prospettiva. Ma perché non distribuire meglio la gioventù (e tenersi un centrale difensivo esperto) nelle diverse zone del campo, invece di concentrarla tutta davanti al portone di casa?

Dicono gli autorevoli opinionisti che l'arrivo di Ibra risolverebbe tutti i problemi. Perlomeno quelli relativi all'assenza di una leadership tecnica e carismatica. Illusioni. Per il momento, arriva SuperMario, che se n'era andato al termine di una stagione non eccellente ma nella quale aveva comunque fatto il suo, e il suo (al netto di bizze ed espulsioni) era bastato qua e là per tenere in piedi una baracca più che traballante. Ha solo venticinque anni; ha bisogno di allenarsi duramente, professionalmente. Se vuole fare il calciatore nei prossimi dieci anni, non ha scelta, e qualcuno avrà trovato le parole giuste per convincerlo. Qualcuno avrà trovato, anche e forse, le parole giuste per convincerlo di non essere uno dei due giocatori più forti del mondo, e che anche per essere uno dei cento giocatori più forti del mondo occorre lavorare duramente e quotidianamente. 

Non sarà comunque lui il problema. Il problema sarebbe iniziare a costruire una squadra, non una 'grande squadra' (per quello non vi è alcun presupposto, perché gli uomini disponibili, giudicati singolarmente, nelle loro potenzialità, sono discreti e buoni, ma palesemente incompatibili nell'ottica della costruzione; ma l'ottica è appunto decostruttivista, e dunque se ne capisce il criterio di selezione). E una squadra funziona se funziona il suo reparto di mezzo, quello che cuce e amalgama gli altri reparti. Allo stato, è tra i peggiori della Serie A. Bastava un Baselli, un Cigarini, un Valdifiori. Ma la strategia societaria, ormai incapace di riproporre l'estetica dell'era Sacchi (avanguardistica), dell'era Capello (neo-razionalistica) e dell'era Ancelotti (realistico-visionaria), guarda al futuro. Guarda all'Asia o ad altri mondi che nessuno vede. Guarda a un football diverso, illusionistico, impercettibile. Guarda a un football che football non è, perché non corrisponde a canoni attuali o storicamente definiti. Fototball non è, ma cosa sia è difficile dire. Difficilmente farà tendenza.

Mans

24 agosto 2015

Stecche inattese e assortite broccaggini

Cartoline di stagione: 4° turno 2015-16

Quando i campionati iniziano, di solito accadono cose strane. Servono a illudere che possano esserci cambiamenti, ribaltamenti, inversioni di tendenza. Prendete la Liga. Il circo dei gol, delle partite con risultati tennistici, dei pedatori extraterrestri. Ecco, al netto di Granada-Eibar, che si gioca stasera, otto gol in nove partite. Tirchioni, come da noi negli anni Sessanta e Settanta. Guardate Real e Barça, due macchine infernali che a fine torneo sommano di regola più di duecento timbri: ieri, in due, una sola volta a rete. Messi ha persino ciccato un rigore, il che l'ha depresso anzichenò.

Lo specchio di porta sarà interamente coperto
quando Thibaud Courtois avrà completato la sua distensione
Ma sì, siamo solo alle prime battute. Presto, tutto si rimetterà a posto, anche il Real col nuovo modulo tipico di Benitez (ma dove giocherà James? Intanto, alla prima era in panca; e dove giocherà Kovacic? Ha fatto gli ultimi venti minuti di partita, a Gijon, e ha ricominciato da dove aveva finito all'Inter: misterioso e inconsistente). Siamo alle prime battute dappertutto, e così per esempio anche Chelsea e Bayern hanno faticato a vincere le loro gare esterne, sulla carta facilissime. Ma entrambe si sono trovate all'improvviso in dieci, in situazioni di parità, con un avversario sul dischetto del rigore. Le lunghe leve di Courtois e la mole intimidatoria di Neuer sortiscono però quel che devono sortire, e poi ci pensano i top-player. Sfortuna e ovvia broccaggine impediscono a WBA e Hoffenheim di raccogliere punti. 

Sguardi esterefatti
"Tocca a me distribuire il gioco?
Oh santa Madonna di Campagna!"
Siamo alle prime battute, ma che la Juve potesse steccare il vernissage nella cornice come sempre entusiasta dello Stadium è evento su cui nessuno avrebbe scommesso. Il pre-campionato, del resto, era parso anonimo, e anche la scampagnata in Cina aveva soddisfatto solo quelli che dormono con l'albo d'oro sotto il cuscino. Ieri pomeriggio, all'anzidetto Stadium, l'allenatore ha iniziato a mostrare quelle capacità che gente dominante (in campo e - si presume - nello spogliatoio) come Pirlo, Tevez e persino Vidal avevano abilmente occultato nella scorsa stagione. Come una grande star, ha provato il colpo a effetto, la trovata geniale: Padoin in cabina di regia. Da Pirlo a Padoin il passo è così lungo da non potersi nemmeno misurare; è vero che Marchisio (il 'successore' designato, con caratteristiche dinamiche che ad Allegri piacciono di più) è fuori, che è fuori anche Khedira (come sempre, da un paio d'anni), ma davvero la scelta tattica è di quelle che lasciano prima a bocca aperta, poi a bocca storta. Così, dopo un primo tempo d'attesa friulana e di vano ruminìo bianconero, nel secondo Colantuono libera i suoi: pressing alto e contropiede veloce. Che sia finita solo uno a zero per loro - in quelle condizioni tattiche e tecniche - è persino strano.

Come un aereo che in volo ...
Rodrigo Ely travolge Kalinić 
e si becca il secondo giallo in  mezz'ora
Siamo alle prime battute, ma su certi campi sembrava di essere ancora nella stagione finita da un po'. Al Meazza, per esempio, ma anche al Franchi. Che dire di Inter e Milan? Senza la superiorità numerica negli ultimi venti minuti i bauscia non avrebbero mai trovato la via del gol (c'è voluta una giocata estemporanea e di alta classe del montenegrino), e non hanno palesato miglioramenti di gioco, Kondo è un oggetto abbastanza misterioso, Icardi viene rischiato e perso a inizio partita. I cacciaviti sono parsi indeboliti nel loro punto già debole, e cioè nell'assetto difensivo. Ripetutamente bucati dalle verticalizzazioni dei viola. Inadeguati, insomma. Qualcuno potrebbe spiegare perché Rodrigo Ely - alti e bassi, cartellini gialli e rossi a gogò nell'Avellino, in Serie B - deve giocare titolare quest'anno nel Milan? Per non dire della cosiddetta 'zona nevralgica', il centrocampo, là dove si dovrebbe badare a distruggere preventivamente il gioco altrui (De Jong è in questo uno specialista) ma soprattutto a crearlo: buio assoluto, e nessuna soluzione all'orizzonte. Come Allegri, anche Sinisa ha toppato la prima. Tra due turni, dopo la sosta, ci sarà già il derby. L'Inter ci arriverà (atteso alla seconda dal Carpi, che purtroppo ha già prenotato la parte della squadra-materasso o della banda del buco - luoghi comuni tra cui scegliere) con un'altra mezza dozzina di giocatori in rosa ma presumibilmente a punteggio pieno, e il Milan sarà costretto a vincerlo. Non dovesse farcela, dovrà subito trovare il modo di emergere dalle sabbie mobili, aggrappandosi a qualcuno degli eterni ritorni (e ricordi) cui Galliani non smette mai di pensare.

Mans

17 agosto 2015

Vite da centravanti

Cartoline di stagione: 3° turno 2015-16


Se sei un centravanti e indossi la maglia dei Citizens, è probabile che il tuo compito principale sia giocare a pallone provando a far gol, sfruttando al massimo il tuo potenziale, le tue doti tecniche e atletiche. Se sei un centravanti e hai addosso la casacca del Chelsea, di una cosa devi essere sicuro: ti hanno scelto soprattutto per ingaggiare risse continue con i difensori avversari, perché sei diponibile al wrestling, alla boxe, ai colpi proibiti, a lamentarti continuamente con l'arbitro. 

Il Kun, baricentro basso, prende tutti sul tempo.
Lenti i riflessi di Terry, Matic e Ivanovic
Agüero, ieri sera, è certamente tornato a casa contento, si è divertito parecchio pur divorandosi una mezza dozzina di colossali occasioni da gol; ma ne ha segnato uno, il primo, bellissimo, illusionistico, con la collaborazione attiva di Yaya Touré. Diego Costa, invece, sarà rientrato a Londra furibondo, con qualche livido sul corpo e qualche dubbio in testa. Alla seconda di Premier, il City ha duramente bastonato i detentori del titolo, tre a zero ma potevano essere il doppio e anche più. Gli uomini di Mou sono stati schiantati sul piano del ritmo, dell'intensità di gioco, dell'organizzazione, della 'presenza' in partita. D'altronde, se non viene psico-drogato dal trainer, il Chelsea non ha gioco, e le uniche idee sgorgano dal talento smisurato di Hazard, che è grande ma non è Messi o Maradona e da solo queste partite non le raddrizza. Ora, a Stamford Bridge, la temperatura salirà. Il portoghese scatenerà certamente guerre contro i suoi giocatori (quando perdono è sempre colpa loro), contro gli arbitri, contro i colleghi, contro l'universo mondo pedatorio. Ci sarà da divertirsi.

Nella sua camera d'albergo a Oporto,
ADL si gode con entusiasmo Juventus-Lazio.
A proposito di belle partite. Qualche giorno fa Aurelio De Laurentiis, imprenditore di successo e uomo che non le manda mai a dire, ha polemizzato con il 'povero' Beretta, presidente di Lega. Certo, il bersaglio era soprattutto Lotito (che tiene il Beretta al guinzaglio), ma oggetto dell'aggressione la mancata vendita dei diritti televisivi della Supercoppa italiana "addirittura" in Portogallo [vedi]. Lui era a Oporto, e ha dovuto smanettare per guardarla in streaming. Scherziamo? Chissà che stizza i portoghesi, non potersi godere un simile partitone. Oddio. Semmai, ADL avrebbe dovuto congratularsi con Beretta (anzi, con Lotito) perché la Lega è riuscita a piazzarlo qua e là. Perché è riuscita a fare quattrini vendendo un prodotto tossico, roba da far passar la voglia di calcio anche al più instancabile dei voyeur. La partita di ieri all'Etihad, e naturalmente Barça-Siviglia di supercoppa d'Europa, servono soprattutto a tenere viva la passione del gioco. Il nostro calcio infatti - per la qualità dello spettacolo, per la filosofia del gioco più che per i risultati - si allontana sempre più dall'Europa. Per il legame storico e sentimentale con quel continente, proporrei di affiliare la nostra federazione alla Conmebol, e di qualificare le nostre squadre migliori alla Copa Libertadores de América. Si troverebbero finalmente a loro agio.

Il calciomercato (Deo gratias) è agli sgoccioli. L'ultimo grande colpo - allo stato - è quello messo a segno dall'Inter, che ha ceduto Kovacic al Real per una cifra spropositata (35 milioni o giù di lì). Da quelle parti sono abituati a queste follie, se le possono permettere. Se giocava poco (e male) all'Inter, si può immaginare quanto (non saprei 'come') giocherà questo pseudo-talentuoso croato al Bernabéu. Gli è andata bene. Di solito, il percorso di quelli come lui porta in Turchia, o in un club di seconda/terza fascia della Premier. Ora, aspettiamo di vedere quali altre squadre la Benamata riuscirà a indebolire con colpi di mercato in uscita - sono ancora da piazzare i Ranocchia e i Guarin e i Nagatomo ...

Mans

12 agosto 2015

Prima dei calci di rigore

Affettati di coppa: Supercoppa UEFA

Di solito 5 a 4 è un risultato tipico di partite ad eliminazione terminate ai calci di rigore. Invece le due spagnole, di coppe europee titolate, hanno inscenato una partita molto divertente, godibilissima, nonostante lo scirocco che ammorbava Tbilisi, laggiù dove l'Europa è solo una nozione geografica in quella manica di terra tra due mari (solo Baku è il confine "europeo", secondo la comunità UEFA, ancor più a est). Magie di Messi, castronerie di Mathieu, scarsa tenuta dei mediocampisti blaugrana, usciti o calati vistosamente, da una parte; tenacia indomita degli andalusi, con Banega e i nuovi arrivi (Konopljanka, Krohn-Dehli e Immobile) a brillare, dall'altra. Luis Enrique ha dato l'impressione di aver preso un po' sottogamba l'impegno, Unai Emery invece, come suo solito, si è speso in piedi tutta la gara. La differenza, come altre volte, l'ha fatta Luisito Suarez. E il 5:4 è al netto, "prima", dei calci di rigore.

11 agosto 2015, "Boris Paichadze" Dinamo Arena, Tbilisi
I protagonisti delle magie e delle rapine della serata: per Pedrito siamo agli sgoccioli
gloriosi della sua avventura nel club epocale in cui è cresciuto
Quando è a pieno regime, come spesso nella scorsa stagione (contro il Real, il Bayern e la Juventus, per esempio), il Barcellona di questa gestione sembra un XI ancora più impressionante per ritmo, intensità, gioco di prima e verticalizzazione, della magnifica Philarmonica che suonava sotto la direzione di Guardiola. La differenzia una maggiore discontinuità di performance, alternando più di una volta primi tempi immaginifici (come proprio con il Siviglia in Liga nell'aprile scorso: 2:0) a secondi tempi con la spina staccata (in quella partita Gameiro pareggiò all'84°, per stare in tema). Ma magari ci torneremo sopra, perché ormai il Barça è un capitolo di storia del football, caratterizzato dal continuo "sviluppo" tattico, da Van Gaal a Rijkaard, a Guardiola a Enrique, di una comune idea di gioco: difesa altissima, riconquista immediata della palla e suo scorrimento continuo, senza portarla, in attesa di creare il varco nella linea di difesa avversaria.

Quel che voglio rimarcare qui è la festa di fútbol che gli spagnoli sono ormai in grado di inscenare quasi ovunque. Il nostro calcio "esporta" un prodotto insipido in lande asiatiche senza tradizione e senza connoisseurship. Gli spagnoli traslocano a migliaia nel cuore dell'Asia per celebrare una festa. Questa è ormai la differenza tra i due movimenti. A Pechino una brutta partita senza emozioni, a Tbilisi un condensato di cosa può essere una partita di pallone: punizioni, svarioni, tattiche, risse, rimonte, fatiche e lacrime. Una festa senza fine sugli spalti. Alla fine magari vincono sempre le solite, ma almeno facendo spettacolo e concedendolo. Senza furberie, speculazioni e nervosismi.

Il fútbol spagnolo vive un'età di splendore come non aveva mai conosciuto, cominciata con la vittoria in Coppa dei campioni del Barcellona contro la Sampdoria di Mancini, a Wembley nel 1992. Da allora ha vinto un Mondiale, due Europei, nove CL (con quattro altre finaliste), due coppe intercontinentali, tre coppe del mondo di club, sette coppe UEFA (ed EL), due coppe delle coppe, cinque intertoto, etc. Una valanga, per almeno un terzo con colori al di fuori dell'asse Barça-Real (che, peraltro, ha "mediatizzato" globalmente il Clásico proprio in questi anni). Nell'ultima decade l'accelerazione è impressionante e non dà segni di cedimento. Stiamo assistendo, talora senza adeguata consapevolezza, a una stagione di dominio senza paragoni. Come ci ha confermato la degnissima inaugurazione della stagione europea che culminerà allo Stade de France il prossimo 10 luglio. Si annunciano - sperém - 11 mesi belli pieni. Sempre sia lodata Eupalla!

Azor

10 agosto 2015

I sogni di Matteo e le comparse cinesi

Cartoline di stagione: 2° turno 2015-16

S'immagini che, a metà/fine degli anni '80, Paolo Maldini venga dato in prestito per un anno al P. (serie C), e quindi ceduto in comproprietà al P. (serie A) per quattro soldi, per poi andare in prestito (ma con compartecipazione rilevata dalla società d'origine) in un club di medio spessore, per esempio il T., che infine ne acquisterà l'intero cartellino. Paolino ovviamente va in orbita, va in nazionale e poi, con grande plusvalenza per chi aveva intuito la sua classe, eccolo nel Barcellona. O nel Real Madrid. Immaginare? No, impossibile. Sarebbe stato, a quei tempi e appunto, inimmaginabile. 

"Sogno o son desto?"
D'accordo, Matteo Darmian non è Paolo Maldini, e forse non è destinato a diventare uno tra i cinque o tra i dieci o anche i venti difensori considerati più forti nella storia del football. Ma, come Paolo, è cresciuto nel Milan. Dovrebbe essere, oggi, non solo titolare ma probabilmente anche e già capitano di 'questo' Milan. E invece eccolo che sbuca (stiamo parlando di due giorni fa) sul prato di Old Trafford, eccolo che debutta con la maglia dello United. Nel teatro dei sogni. I milanisti non possono che scuotere la testa, e leggere tra le righe di questa vicenda esemplare le ragioni della mediocrità di questi anni, la dimensione cioè in cui il club è precipitato e galleggia. Matteo esce dal campo a dieci minuti dalla fine, con lo stadio in piedi ad applaudirlo. Lo stadio del Manchester, non il campo di Canicattì. Old Trafford, mica il Meazza sempre deserto di questi ultimi anni. A Milanello, invece, dove c'era già Ignazio Abate (infinitamente più inaffidabile dell'ex granata) a coprire quel ruolo, puntano su Mattia De Sciglio, capace come Matteo di frequentare entrambe le fasce. Peccato  sia sempre in infermeria, con i problemi tipici di chi è cresciuto nelle giovanili allenandosi sul sintetico. La sua carriera durerà poco, siamo pronti a scommettere, e il meglio di lui si è già intravisto. 

In fondo, anche se scattata a Shangai chissà quando, la foto bene
 rappresenta il nostro football: la coppa c'è, il pallone sembra sgonfio,
e gli spalti sono deserti
La stagione italica è iniziata in Cina, con la Supercoppa - competizione che serve solo a raggranellare quattrini, priva di tradizione e di fascino com'è -, in contesto e ambiente surreali. A parte le condizioni del prato, ha molto colpito il pubblico, lontano centinaia di metri dal campo (sembrava che, oltre alla pista di atletica, ci fosse anche un anello per le automobili, ma forse era un'illusione ottica) e composto da migliaia di comparse cinesi con magliette dell'una o dell'altra squadra, rumoreggiante ed entusiasta a ogni azione da gioco. E' palese incompetenza o erano stati preventivamente addestrati? Non lo sapremo mai. Che i cinesi capiscano di football è pressoché da escludere, tant'è vero che (pur essendo miliardi) non hanno finora prodotto un solo giocatore di medio livello (non pretendiamo un fuoriclasse). La partita è risultata - specie nel primo tempo - orrida. Ha riassunto tutto il peggio del nostro calcio attuale: tattica esasperata, furberie ripetute, lentezza nei flussi di gioco. La Lazio è grosso modo la stessa che l'anno scorso apparecchiò grandi partite, ma è fuori condizione. La Juve sta cambiando pelle, e quest'anno assumerà definitivamente la fisionomia del suo allenatore. Vedremo un XI forte ma non spettacolare, utilitaristico e complessivamente (e comprensibilmente) noioso. Chissà se ancora vincente: il secondo anno di Allegri, al Milan, fu un mezzo disastro - inutile ricordare come si consumò. Le concorrenti, forse, possono nutrire qualche speranza di avviare la riduzione del gap che le separa da Nostra Signora.

In Francia, come in Inghilterra, la stagione è già bella viva. l'OM, alla prima partita interna, cicca una trentina di palle-gol e lascia i tre punti al Caen. Bielsa saluta. Per motivi contrattuali sorti all'improvviso. I marsigliesi hanno un cattivo carattere, si sa, e lui non è da meno. Probabilmente altrove la questione si sarebbe risolta. Ma el Loco è uno che non va per il sottile; e So Foot è entrato in possesso della lettera in cui, appunto, annuncia le sue dimissioni.

Mans
Le dimissioni di Marcelo Bielsa dall’Olympique de Marseille
9 agosto 2015, Marsiglia
La lettera e originale del Loco, s'intende ... quella edulcorata dalla dirigenza OM

3 agosto 2015

Frammenti iniziali

Cartoline di stagione: 1° turno 2015-16

Nel week end scorso è dunque cominciata, a livello maggiore, la stagione che ci porterà agli Europei di Franza. Non a caso (forse) l'ha inaugurata la supercoppa esagonale, nel feudo québécois, con la solita facile vittoria dei quatarioti della Rive droite. Che poi sia stata l'ultima apparizione di Zlatan Ibrahimović con maglia parigina è questione, a parer mio, senza fascino. Poche ore dopo il Pep ha confermato che Monaco non è Barcellona, come avrebbe detto (forse) il maresciallo Jacques de La Palice: il suo Bayern gioca bene, benché non quanto il suo Barça, ma non vince in proporzione. C'è sabbia nell'ingranaggio. La solita "Bild" inzuppa il würstel ponendo l'interrogativo retorico se Guardiola abbia intenzione o meno di restare a girare blockbusters al FC Hollywood anche l’anno prossimo: questione, a parer mio, di qualche fascino, ma di cui parleremo a tempo debito. Per ora tanto di cappello a Dieter Hecking, cinquantino che sa il fatto suo: con molti ronzini e un paio di bisvalide (forse) il suo Verein für Leibesübungen Wolfsburg si è preso le due coppe teutoniche dell'anno solare.

2 agosto 2015, Wembley Stadium, London
Il volo di Snoopy
L'immagine più bella viene però da Wembley, ed è quella di Petr Čech che al 68° del Community Shield vola a togliere le ragnatele all'angolo destro della propria porta sulla punizione di Oscar. Pare che il portierone con il caschetto alla Snoopy - al 1° trofeo con l'Arsenal, al primo match, dopo 15 tituli con i Blues - abbia fatto imbufalire Mourinho trattando direttamente con Roman Arkad'evič Abramovičh (e contro il parere del manager) la sua cessione all'Arsenal dell'odiato (da José) Arsenico: questione, a parer mio, di indubbio fascino. Wenger conferma che negli ultimi due anni è più vincente nell'ex Empire Stadium che nell'Emirates Stadium, ma intanto si è tolto la scimmia dalla spalle.

José ha provato a irriderlo contraddicendosi: il 7 giugno scorso sul "Sunday Times" aveva dato degli "stupidi" ai choaces che non giocano il "contropiede" [vedi]; domenica sera ha sostenuto che "l'Arsenal ha difeso con dieci uomini. Complimenti per la loro organizzazione e per le occasioni che hanno creato in un paio di contropiedi. Ma noi siamo stati pericolosi grazie a un calcio organizzato, mentre loro si sono trovati in vantaggio senza un reale motivo" [vedi]. La scena se l'è poi presa lanciando la medaglietta del perdente in tribuna. Ad Arsène lo scud(ett)o. A lui il dominio mediatico già alla prima di stagione. Insuperabile.

Azor
93° FA Community Shield 
Arsenal-Chelsea 1:0 | "Daily Mail"
2 agosto 2015, Wembley Stadium, London