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14 novembre 2017

Il calcio ammainato

Per noi (quasi) sessantenni, la mancata qualificazione dell'Italia alla Coppa del mondo costituisce un passaggio inedito, epocale. Cresciuti negli anni del boom economico, dell'uscita dalla povertà, attirati al pallone dalla consapevolezza che italiane erano grandi squadre (squadre grandi nel mondo, non solo a casa nostra) e italiani grandi giocatori, sopportammo con stupore ma senza che la fiducia in giorni migliori venisse meno anche la brutta (clamorosamente brutta) prestazione in Inghilterra durante l'estate del 1966. E infatti, di lì a un paio d'anni diventammo campioni d'Europa e dopo due anni ancora contendevamo al magno Brasile la conquista definitiva della Coppa Rimet.

La storia più recente dice che sempre (nel '98, nel 2002, nel 2010) le delusioni, le sconfitte sono arrivate perché così è il calcio. Si vince e si perde. Si esce da un torneo per un gol sbagliato, per un arbitraggio scellerato, e in novanta minuti anche la Nuova Zelanda potrebbe mettere in difficoltà un undici non al meglio della condizione. E' nostra (non solo nostra) consuetudine, in questi casi, licenziare l'allenatore e invocare rivoluzioni a livello 'politico'. Le sconfitte sul campo trovano ragioni soprattutto fuori dal campo, e a spiegarle bastano, da un lato, l'inadeguatezza dei 'capi', dall'altro la mancanza di idee, l'assenza di progetti non destinati a un rapido accantonamento.

C'era, questa volta, la sensazione netta che gli azzurri sarebbero arrivati in Russia poco competitivi. Non c'era però il pensiero che - in Russia - gli azzurri non ci sarebbero andati. Sui media la caccia ai colpevoli, le analisi 'politiche' occupano parecchio spazio, ma il calcio è materia opinabile e dire (per esempio) che avremmo dovuto a suo tempo imitare il modello spagnolo o quello tedesco ha poco senso. Ciascun paese ha i suoi metodi, ma anche la sua tradizione calcistica. Metodi e scuola che trovano il tempo per confrontarsi ogni due anni a livello continentale e ogni quattro a livello mondiale. 

Siamo stati estromessi dalla partecipazione a questo confronto. Siamo stati bocciati. Siamo tornati poveri. Siamo senza futuro. Il calcio si allinea al paese che rappresenta e che viene raccontato. Non abbiamo alcun motivo di essere ottimisti. Nessun giocatore nato in Italia promette di diventare un campione. Soprattutto, percepiamo come di tutto questo non importi poi tanto. Molti desideravano questa umiliazione, per i motivi più diversi e generalmente poco nobili. Di fronte a questo disfattismo, non sappiamo cosa dire. Appendiamo una scarpa al chiodo. Non chiediamo rivoluzioni di sistema, scuole calcio, stadi moderni o chissà cosa. Non chiediamo nulla. Auspichiamo solo che i ragazzini ritornino ad amare questo sport. Che tornino a trascorrere i pomeriggi rincorrendo il pallone su un prato o nel cortile di casa, e non seduti ai tavolini di un bar a ordinare birre sfidando l'amico a Fifa18.

Post scriptum: la partita di ieri. Anzi le due partite. Nessun gol alla Svezia in 180 minuti. E' stata sufficiente una squadra modestissima ma con idee chiare di anticalcio per disinnescare il nostro disordine ansioso. Di solito la fortuna non aiuta quelli convinti senza ragione di meritarla. La Svezia non ha meritato la qualificazione. Ma noi la meritavamo ancora meno di loro.

Mans

3 settembre 2017

Calcio d'azzardo, calcio amatoriale

D'accordo, era necessario vincere. Forse, però, andava bene anche non perdere. Ma c'è modo e modo. E' stato scelto il peggiore: fuori dalla logica, fuori dalla nostra storia.

Scopriamo oggi che tutti i giocatori spagnoli sono superiori ai nostri. Bella scoperta. Toh, hanno Ramos, Piqué e Carbajal. Ma guarda che roba Silva e Iniesta. Ah, c'è anche Busquets. Onusti di vittorie, ma anche di orrende vicissitudini. E anzianotti. Sì, ma quelli giovani sono i nuovi mostri: Asensio, Isco, De Gea. Vai a capire perché Morata non gioca - ecco perché: appena entra, segna. 

L'undici azzurro sceso in campo al Bernabéu ha un'età media superiore a quello rosso: 28.963 contro 28.074 (vedi). Un anno circa. Certo, 'colpa' di Buffon, Barzagli, De Rossi. Tutti e tre più datati di don Andrés, che ne ha 33 e viene dato per finito o quasi. In effetti don Andrés non ha più la mobilità di una volta, ma ha occhi dappertutto e saprebbe dove far andare il pallone anche bendato. 

Lo sguardo è davvero diabolico

Un tempo, quando i nostri tecnici davano per scontata la superiorità degli avversari, impostavano la squadra sulla tenuta difensiva. Marcature ferree, spazi intasati. E - se possibile, quando possibile - contropiede. Talvolta non bastava. Non bastava quando la nostra inferiorità non era rimediabile con le alchimie tattiche. Si facevano brutte figure, ma avevano una loro logica. Per esempio? Per esempio in Ungheria, nel 1955. Qualche volta, invece, la si sfangava. Per esempio? Per esempio a Wembley, nel 1973. Il nostro football, oggi (ma non da oggi) ha una sorta di orrore per la propria storia, le nuove leve crescono imbevute di nozioni imparate sui manuali del football altrui, poi quando si va in casa altrui per sostenere l'esame la bocciatura è sonora. Il doppio confronto con gli spagnoli visto in tivù il venerdì e il sabato sera non lascia scampo. Doppio zero a tre. I tecnici estraggono dal repertorio frasi di circostanza: "c'è molto da lavorare", "siamo indietro nella preparazione", e così via. 

Nessun club italiano mette in campo i propri uomini nella disposizione scelta da Ventura al Bernabéu, quella che sulla lavagna configura un 4-2-4 o un 4-4-2. Nessuno. Lo ha fatto anche Di Biagio sul campo panoramico di Toledo. Ha senso? Può darsi che ne abbia, ma non si riesce a capire quale. Presunzione? Eccesso di fiducia nei propri mezzi? Rispolveriamo ancora il tema della tradizione. L'altra notte l'Uruguay affrontava l'Argentina, sul proprio campo. Uruguay-Argentina vale da sempre, per il Sudamérica, quel che vale oggi Spagna-Italia in Europa. Bene: gli uruguayani, considerata la storia e le forze opposte, si sono tranquillamente assestati sulla propria trequarti, hanno intasato tutti gli spazi e hanno sperato di poter colpire in contropiede. Come fanno da decenni, del resto. Esito? Zero a zero. Noi abbiamo regalato alla Spagna la zona di campo in cui la Spagna è più forte, e costretto i difensori ad affrontare gli avversari lanciati in duelli individuali persi in partenza. Esito? Zero a tre. L'esito è logico, averlo sostanzialmente programmato no. E' stato, il nostro, calcio d'azzardo.

La gestione del calcio azzurro, in questi giorni, non può essere considerata solo fallimentare. Va giudicata usando l'aggettivo che si merita: amatoriale. 

Mans

18 febbraio 2017

Essere Conte: storia di una metamorfosi


Conte e il Bari: storia breve ma intensa
Il titolo non attiene alla rocambolesca trasformazione tricologica del sanguigno allenatore pugliese, ma al cambiamento che il suo gioco ha evidenziato nel corso delle stagioni. Ricordo di aver assistito con interesse crescente all'annata in cui Conte si è imposto all'attenzione generale, dopo un passaggio anonimo e polemico ad Arezzo: Bari, stagione di molta grazia 2008-2009. Un campionato cannibalizzato dai galletti, schierati con un 4-4-2 di stampo marcatamente offensivo, con le fasce laterali percorse forsennatamente, a connotare un gioco arrembante e spregiudicato; protagonista assoluto il fortissimo Guberti, esterno capace di giocate dirompenti con entrambi i piedi, una carriera parzialmente sprecata per errori e leggerezze duramente sanzionate dalla giustizia sportiva. Momenti di spettacolare leggerezza li regala Kamata, sgusciante laterale che viene utilizzato come arma a partita in corso. La fase offensiva è curatissima ma Conte impronta sempre le scelte iniziali ad un gioco d'attacco, con esterni dotati tecnicamente e terzini che si sovrappongono di continuo: il più noto è Parisi, con un passato a Messina. Barreto gioca una stagione mostruosa, segna con grande continuità, affiancato alcune volte dal dribblomane Kutuzov, anni prima comprato dal Milan nell'intervallo di una dimenticabile partita pomeridiana tra rossoneri e Bate Borisov, altre volte da Caputo, enfant du pays

Gaetano D'Agostino: un sinistro poetico
Nell'estate successiva emerge il carattere fumantino di Conte, allenatore a volte frettoloso nelle valutazioni: litiga con la proprietà, chiede a Matarrese investimenti, e di fronte al non del tutto imprevedibile rifiuto fa fagotto e lascia il Bari; gli subentra Ventura, che finisce a metà classifica. Teniamola da parte questa storia, si riproporrà qualche anno dopo nella famosa metafora del ristorante. Dopo la sfortunata e poco rilevante esperienza di Bergamo in A, culminata con l'esonero, ritroviamo Conte a Siena, dove centra una nuova promozione. Il budget messo a disposizione dall'emanazione calcistica del Monte dei Paschi è sostanzioso, e il tecnico lo sfrutta alla perfezione: il suo calcio ricalca quello di Bari, 4-4-2, o 4-2-4 che dir si voglia, di impronta molto offensiva: spesso si permette addirittura un fantasista sulla fascia, lo sfarfallante Brienza, in ciò ricordando una versione del Milan capelliano nella quale riuscivano a convivere Savicevic, Baggio e Boban. In mezzo al campo, affiancato dal fido Gazzi, giganteggia il sinistro di Gaetano D'Agostino, epigono dei registi classici del calcio di un tempo, mancino educato alla Liverani, alla Di Gennaro (quello del Cagliari, non quello di Bagnoli a Verona). Davanti i bomber sono Destro e Calaiò. È il trampolino per il lancio definitivo, ed anche la stagione successiva per Conte è a tinte bianconere, le più amate (da lui): la Juventus.

È qui che il calcio di Conte comincia a cambiare, e prende una direzione che tutt'ora segue, e che costituisce un limite che il pugliese dovrà superare se vorrà diventare un allenatore epocale, uno a cui intitolare qualche capitolo del libro sulla storia del calcio, e non solamente dei paragrafi. A Torino imposta una campagna acquisti improntata al suo modulo, il 4-4-2 offensivo, prendendo l'olandese Elia e spendendo parole di stima sul cavallone Krasic, zazzera alla Nedved e corsa velocissima, autore di qualche giocata mirabolante nella stagione precedente, culminata con il deludente settimo posto delneriano. L'arrivo di Pirlo a parametro zero sembra più digerito che auspicato. Gli stenti iniziali portano però Conte ad una correzione tattica che si rivelerà fondamentale per i successi della Juve, al netto di episodi discutibili che quell'anno svantaggiano il Milan e di un clima vagamente risarcitorio che si respira nel calcio italiano che cerca di lasciarsi alle spalle le macerie delle inchieste. Conte vara un 3-5-2 compattissimo, con i tre centrali difensivi che segneranno un importante segmento nella storia della serie A; ma è a centrocampo che si nota in maniera marcatissima la deviazione di Conte verso un calcio di maggiore pragmatismo, di attenzione "cholista" alla chiusura degli spazi, al soffocamento delle fonti di gioco avversarie, ad un italianissimo "primo non prenderle": Pirlo è il punto centrale di una gabbia protettiva di formidabili atleti, corridori instancabili che suppliscono la scarsa propensione alla fase difensiva del fuoriclasse di Brescia. Sulle fasce giocano quasi sempre due terzini, De Ceglie e Lichtsteiner, il reparto a 5 si completa con Marchisio e soprattutto con Vidal, il formidabile cileno, impressionante sradicatore di palloni ed efficace incursore.

Vidal brutalizza Ribery

Le alternative principali sulle fasce sono Pepe e Giaccherini, polmoni capienti e grande inclinazione al sacrificio. Pirlo passa da un sistema di gioco in cui era affiancato (esempio: 2002-2003) da poeti del calcio come Seedorf, Rui Costa e Rivaldo ad uno in cui vede sfrecciare intorno a sé atleti muscolari ed instancabili. Le varianti delle stagioni successive sono pochissime, in quella che segue arrivano altri due giocatori più apprezzabili tatticamente ed atleticamente che sul piano squisitamente tecnico: i due ex Udinese Asamoah ed Isla. La dirompente classe di Pogba viene centellinata in un ruolo da dodicesimo uomo, per poi beneficiare della titolarità negli undici solo a seguito dell'infortunio di Marchisio.

È nella terza stagione che questo nuovo corso contiano si dimostra a mio avviso un limite: il campionato è trionfale, la Juve macina 102 punti, vincendo in casa tutte le 19 partite. Davanti l'apache Tevez è immarcabile. Ma la Juve non riesce ad esportare questa strapotenza in Europa, e fallisce un girone di Champions non irresistibile, in cui sembra destinata quanto meno ad un agevole secondo posto dietro il Real e davanti a Galatasaray e Copenaghen; invece i bianconeri si presentano alla sfida pomeridiana sulla neve turca in una posizione scomoda, con soli 5 punti in cascina, costretti quanto meno a pareggiare. Non succede nulla in quella partita, solo una cosa, ma decisiva: Drogba "spizza" di nuca, Sneijder batte Buffon sul secondo palo. Una squadra capace di varcare i bastioni dei 100 punti in patria si ferma a 5, in 6 partite, in Champions. Non solo, ma spreca l'epocale occasione di giocare la finale di EL, il limbo delle terze, prevista allo Juventus Stadium: la sua corsa si ferma con il Benfica, che inchioda i torinesi ad un deludente 0-0 nonostante la superiorità numerica. Ed è infatti qua che la corsa di Conte alla panchina di un top club europeo rallenta.

La delusione dell'europeo francese
Il gioco di Conte, basato su un pressing a tutto campo finalizzato ad un rapidissimo recupero della palla poi giocata in velocità raggiungendo gli esterni e gli attaccanti con pochi tocchi, non supera i confini italiani, e subisce la bocciatura del palcoscenico europeo, dove prevalgono quasi sempre squadre che schierano molti giocatori offensivi e che tendono a controllare il gioco attraverso il possesso palla. Sono poche le eccezioni recenti, una sola quelle vincente: l'inguardabile Chelsea di Di Matteo che batte il Bayern ai rigori dopo un estenuante catenaccio. Anche la sua nazionale, ed il Chelsea che sta fagocitando la Premier, ricalcano le caratteristiche di questo Conte 2.0, oramai un italianista puro: grande compattezza, forza fisica, inesauribile corsa, scelte improntate ad una prevalenza della fase difensiva. Agli europei il 3-5-2 vede ancora una volta due terzini sulle fasce, i non entusiasmanti Darmian e De Sciglio, quest'ultimo ancora a zero reti in serie A nonostante una militanza già consistente, dato utile a capire la cifra tecnica del giocatore. In mezzo trovano spazio Parolo e Giaccherini, mentre il delizioso Bernardeschi fa da turista in panchina. Davanti spazio agli sgobboni Eder e Pellè, mentre l'emergente Belotti, reduce da un girone da 11 reti, è in vacanza così come il naturalizzato Vazquez, autore fino adesso di una stagione da leccarsi i baffi nel Siviglia di Sampaoli. I risultati non premiano più di tanto Conte, che batte bene Belgio e Spagna ma si ferma ai rigori contro una Germania non irresistibile, che viene poi spazzata via dalla Francia successivamente incapace di segnare un golletto al Portogallo, nonostante fosse paese ospitante. Contro la Germania Conte dà la palese sensazione di aspettare null'altro che i rigori, confidando nel talismano di tante battaglie (Buffon).

La Premier, nuovo terreno di conquista
Mentre in Europa quasi tutte le grandi giocano il 4-2-3-1 con un sacco di giocatori offensivi, il Chelsea di Conte si presenta come un imponente monolite dove la classe pura inizia a sgorgare solamente a partire dalla linea offensiva, una robetta da un paio di centinaia di milioni composta da Pedro, Diego Costa ed Hazard; il trequartista del Brasile, Willian, è ridotto al rango di riserva; il bestione belga Batshuayi, 40 milioni tondi, sta sul pino da inizio stagione. Il centrocampo, che Conte non tocca praticamente mai, vede da sinistra un terzino spostato a centrocampo come Alonso, lo scolastico Matic, ed a destra un attaccante dallo score realizzativo imbarazzante riciclato come esterno sgobbone alla Lichtsteiner; il reparto è completato dalla pietra miliare del Chelsea contiano, il francese Kanté, giocatore di capacità atletiche immisurabili, ubiquo, instancabile, inesauribile: non si ferma da due anni, e vince sempre, con il Leicester e con il Chelsea.

Conte aveva una slot da 40 milioni da spendere per un centrocampista: ha scelto lui, e questo a mio avviso fotografa perfettamente quello che è adesso l'approccio di questo allenatore al calcio. Pragmatismo, furente chiusura degli spazi e delle linee di passaggio avversarie, frenetico recupero della palla, e poi spazio al tridente di fuoriclasse. Fabregas è ridotto a rari spezzoni. Tutte le avversarie, brutalizzate in classifica, hanno schieramenti più votati al controllo della partita ed al calcio offensivo; ovviamente Guardiola, peraltro penalizzato dall'infortunio del giocatore chiave Gundogan, che ha fatto partite nel City con un avveniristico 4-1-4-1 piazzando sostanzialmente 4 attaccanti dietro Aguero o Gabriel Jesus: Sane, De Bruyne, David Silva, Nolito. Ma anche Mourinho, frettolosamente bollato come tecnico guardingo, spesso vara un 4-2-3-1 in cui Pogba gioca davanti alla difesa a supporto di quattro uomini offensivi, scelti tra Martial, Mkhitaryan, Mata, Rooney e Rashford, qualche metro dietro ad Ibra. Wenger, Klopp e Pochettino completano un parterre di allenatori che nei quartieri alti della Premier giocano un calcio votato all'attacco, con scelte nella linea mediana sempre direzionate a ridurre mediani muscolari ed a moltiplicare i piedi buoni. Ma vince Conte, come l'anno scorso vinse Ranieri.

Avere Kanté e giocare in dodici: la stessa cosa

Chi vince ha sempre ragione, ma a mio avviso l'allenatore pugliese, che a quasi 50 anni vanta un curriculum internazionale sostanzialmente nullo con due sole partecipazioni alla CL, per imporsi nelle coppe dovrà cambiare il suo calcio. Il suo cordialmente detestato rivale Allegri è già a 7 partecipazioni, ed ha raggiunto una finale con la squadra che Conte aveva frettolosamente lasciato lasciato nell'estate del 2014, scontento di una campagna acquisti non in grado a suo dire di permettere un salto di qualità europeo dopo la delusione turca: "non ci si può sedere ad un grande ristorante con 20 euro in tasca". Allegri smentisce clamorosamente questa dotta metafora e non solo si siede al ristorante, ma mangia quattro portate: accompagna la Juve alla finale dopo 13 anni. La sconfitta di Berlino con il Barcellona è netta nel gioco ma non così chiara nell'andamento della partita, in bilico fino al letale contropiede di Neymar nel finale. Allegri corregge la squadra di Conte: il furore agonistico si stempera, il pressing si attenua, il possesso palla aumenta, Vidal gioca come trequartista di un armonioso 4-3-1-2, il modulo del cuore di Allegri, recentemente però passato ad un 4-2-3-1 che vede Pjanic in regia accanto a Khedira ed un imponente batteria di attacco con Mandzukic, Dybala e Cuadrado a supportare Higuain: il guanto di sfida all'Europa.

Conte in questo momento è con Tuchel, Pochettino, Sarri e Sampaoli l'allenatore emergente più interessante d'Europa. Ma per alzare la coppa dalle grandi orecchie serve un cambiamento, altrimenti tra qualche anno potrebbe ancora ricordare la notte di Manchester del 2003 come il momento in cui l'ha sfiorata più vicino, colpendo la traversa e poi perdendo ai rigori nella notte di Sheva e Dida: ma faceva ancora il giocatore.

Dejan

3 luglio 2016

L'irreparabile

Mi telefona un amico. Negli anni pari, tra giugno e luglio, è normale. Ormai sono quasi abituato, anche se mi coglie sempre di sorpresa e, allo squillo, sobbalzo. Stavo leggendo un trattato di psico-archeologia, una disciplina nuova e affascinante, per quanto indigesta. Comunque, poso il libro e rispondo. 
Come va?
Mah, non saprei. Non so cosa pensare.
Riguardo cosa?
(Ed ecco che mi fa esplodere un petardo nell'orecchio destro).
Come riguardo cosa? Ma lo sai o non lo sai che siamo alla definitiva resa dei conti? Che questa volta, cabala o non cabala, statistiche o non statistiche, c'è poco da fare conto sulla tradizione? Lo sai che questa volta potrebbe capitare l'irreparabile?
Beh, l'irreparabile accade sempre, lo diceva anche Cesare Pavese. "La cosa più temuta accade sempre", il mestiere di vivere, Einaudi, 1952, postumo, va da sé, ultima pagina.
C'è poco da scherzare. Loro sono ventimila e noi più o meno cinquemila
Un momento. Da dove mi stai chiamando? Dalle Termopili?
No, dall'Atlantique, non senti che casino?
E cos'è, una nave da crociera?
(Arriva un altro petardo).
Lo fai apposta? Sono a Bordò, allo stadio.
Ah, allora ci dev'essere una partita. Dovevo immaginarlo (in realtà l'avevo capito benissimo). Che partita è?
Beh, è la partita (su 'la partita' si sentivano le maiuscole).
Uhm, fammi pensare. Real Madrid-Barcellona?
Seeee, a Bordò? 
Brasile-Argentina allora?
Italia-Germania!!! (lo dice con voce stentorea e alterata, dev'essere davvero una questione di fondamentale importanza per lui).
Ah ho capito, sai che roba. Non abbiamo mai perso coi tedeschi, lo sanno anche i neonati.
Sì, ma stavolta è diverso. Loro sono i campioni del mondo.
Anche noi lo siamo stati, parecchie volte. E anche quando non lo eravamo, li abbiamo sempre battuti, se la memoria non mi inganna.
E' vero, ma prima o poi l'irreparabile accade, come diceva quel tale amico tuo. E potrebbe accadere stasera. Me lo sento, maledizione. Va beh, ti saluto, devo mettermi a cantare.
A cantare?
Sì, non senti? E' partito l'inno di Mameli. Venderemo cara la pelle. Frate-elliii d'Ita-haliaaa ... 
Va bene. Buona partita.
Non mi ha nemmeno salutato, ha chiuso la conversazione così, brutalmente. Non è la prima volta che succede. E va beh.

Leggo ancora un po' (questo libro è davvero insensato), poi esco a fare due passi, le strade sono deserte. Vedo che qualcuno ha esposto la bandiera italiana, certo lo facciamo solo quando c'è il calcio, che paese bislacco. Poi torno, c'è aria di temporale. Accendo il computer, vediamo cos'è successo. Ah, abbiamo perso ai rigori. Pazienza. Stacco il telefono, non si sa mai. Sui social tutti insultano Pelé. E che c'entra Pelé? Ah no, ho capito. Pellé, ha sbagliato un calcio di rigore, che ci sarà mai di così strano. Che paese bislacco. 

28 giugno 2016

La Grand Boucle

Del portiere questo ha solo i guantoni (e la maglia diversa)
Beh, nessuno poteva immaginarlo. Con nonchalance, con il piglio della squadra superiore e che nessuna avversità potrebbe (eventualmente) deprimere, con un'organizzazione di gioco ferrea; con corsa, volontà, dedizione: con tutto questo, in dieci minuti, alcuni dei non molti esseri umani di sesso maschile che nell'isola sbarcano il lunario giocando a pallone ribaltano la poderosa Inghilterra, costringendola a un'esibizione di miseria agonistico-pedatoria inimmaginabile solo da chi non li conosce bene (gli inglesi), e improvvisando al triplice fischio una festa di quartiere indimenticabile insieme ai compaesani venuti a godersi il sole e il mare della Costa Azzurra, che non è detto sia (il mare, dico) più bello del loro. L'Islanda nei quarti di finale, suvvia. Roba da ardita simulazione nei video-games di un futuro lontano, esito di catastrofi imprevedibili. L'Islanda, yes. Del resto, prima o poi qualcuno dovrà spiegare agli inglesi che non possono ostinarsi a schierare una rappresentativa senza portiere. Hart è il migliore che hanno? Non ci credo. Se è così, trovino (e in fretta) una soluzione, naturalizzino qualcuno, cerchino nelle profondità del paese: là dove improvvisamente spuntano i Vardy potrebbero essere nascosti anche dei Banks. E così sia: addio a Benny Hill, ci mancherà. Ma ora c'è un capitolo da aggiungere ai famosi Why England lose di Simon Kuper [vedi] e The anatomy of England di Jonathan Wilson [vedi].

L'Italia, dal canto suo, ha finalmente dato la paga agli spagnoli, dopo vari tentativi in cui la vittoria era sfuggita per sola malasorte. Si ricorda sempre la finale di Kiev; in verità, già nella prima fase di Euro 2012 e poi in Confederations Cup le sfide erano state molto equilibrate, e la Roja ne era uscita indenne, ma senza mai mostrare una autentica superiorità - tutt'altro. La stampa spagnola mette il dito nella piaga: un ciclo è finito, non solo negli uomini. E' quel tipo di calcio che ormai non produce più risultati: l'eliminazione in Brasile era stata ancora più bruciante, e reinserire (Morata, Nolito) qualche attaccante non ha invertito la tendenza. Ma è stato, indubbiamente, un ciclo memorabile. Da oggi, è storia.

Azzurri in forma:
questo non era mai stato così brillante
Ora tocca alla Germania: la nostra Grand Boucle fa tappa a Bordeaux, di lì non eravamo ancora passati. Così, a luglio siamo ancora in corsa: mentre gli ottavi erano considerati dai più alla vigilia come il nostro possibile (o persino auspicabile, a scongiurare una figura davvero pessima) capolinea. Siamo in corsa e abbiamo fatto secche due favorite. I tedeschi finora si sono allenati, e giocheranno la prima partita seria sabato sera contro di noi. Sono i campioni del mondo, è vero. Ma non hanno più due pezzi da novanta come Lahm e Klose, e questa è gente davvero difficilmente sostituibile. L'impressione è che non siano più forti di due anni fa. Anzi. E poi c'è la tradizione, che tutti conoscono anche nei numeri. Beh, comunque sia prima o poi dovranno pur riuscire a batterci, e potrebbero farlo sabato. 

Ma se per caso, per puro caso non dovessero riuscirci nemmeno questa volta?
No, è impossibile. Vincerà la Germania, che poi vincerà anche il campionato d'Europa. Punto.

14 giugno 2016

Lezione di italiano per Wilmots e (oggi) derby danubiano

Ammettiamolo, un po' era nell'aria. La partenza col botto. La sorpresa che può sorprendere solo chi si è affacciato al pallone in questi anni di misero talento e sicuro declino pedatorio italico. Ma - come diceva ieri sera Arrigo nell'orrenda trasmissione post-match allestita dalla Rai, con le solite facce e i soliti sketch che offendono il buon gusto di molti spettatori - il calcio ha anche una storia e una tradizione, e quelle di Belgio e Italia sono imparagonabili. Vero: loro sono stati una nostra bestia nera, basti ricordare gli europei del '72 e dell'80. Ma, ai tempi, erano una nazionale tatticamente all'avanguardia. Oggi, certamente, no. Oggi hanno visto crescere una generazione di cosiddetti top-player, ce ne sono così tanti da non poterli nemmeno schierare tutti nella formazione di partenza. Peccato siano concentrati solo in alcuni ruoli - attaccanti, attaccanti esterni, trequartisti o come li si vuole chiamare; peccato non ci siano difensori - centrali ed esterni - all'altezza (soprattutto tattica) dei nostri; peccato non possano tenere in mezzo al campo un vero facitore di gioco, un regista, un playmaker, ma due interni di difficile definizione e piuttosto sopravvalutati, i gemelli Witsel e Fellaini. Poiché la raccolta delle figurine e la composizione di un album non presentano le stesse difficoltà che comporta l'allestimento di una squadra di calcio efficiente ed equilibrata (e poiché anche i valori di transfermarkt non scendono in campo), ecco che i nostri ronzini sono andati praticamente a nozze. Teleguidati (come giustamente osserva oggi Mario Sconcerti sul Corriere) da Conte, azzerati nell'ego da questa esperienza mistico-pedatoria. Così, quando Hazard ha cominciato a esercitarsi in solitari funambolismi, si è capito che Wilmots non aveva armi (e intelligenze) tattiche da contrapporre alla nostra strategia. E il match è scivolato, pur tra fasi alterne, verso la sua logica conclusione. Gli sprechi madornali e decisivi di Origi e Lukaku (anche i nostri sprecano, ma ciò è nella normalità), peraltro, dovrebbero far riflettere chi si produce in eccessi di entusiasmo per i centravanti altrui: sono giovani, e hanno ancora tanta strada da fare prima di arrivare al vertice del calcio europeo.

Si segna spesso nei minuti finali, a Euro 2016.
Anche l'Italia ci riesce, al termine di un'azione spettacolare

Certamente, non si è mai vista una nazionale italiana con queste sincronie di gioco e di movimenti. Una squadra perfetta, le cui beghe stanno nella modestia dei piedi di tutti - cosa non da sottovalutare, peraltro. Basterà per andare lontano? Difficile dire, ora per esempio avremo due partite complicate, poiché si va ad incontrare gente del nostro livello e che dovrà adoperare le nostre stesse armi. Per fortuna troviamo prima l'amico Ibra, leader di una squadra povera di talento - come la nostra. Per fortuna arriva prima la Svezia, perché gli irlandesi hanno un signor allenatore e appetiti atavici, e corrono come dannati, secondo tradizione. Saranno giornate difficili, e occorrerà - ora che la vittoria nella prima partita ci dà una ragionevole certezza di passare il turno - risparmiare fiato ed energie, e impiegare anche qualcuno rimasto ieri in panca. Vedremo.

Oggi torna un'antica classica del football europeo. Il derby danubiano: Austria-Ungheria. Si sono incontrate 136 volte; a parte i confronti della Coppa Internazionale, si sono sfidate in una sola occasione al mondiale, nel 1934, all'altezza dei quarti, a Bologna. Mai in una fase finale dell'europeo. Vanta più successi l'Austria, che anche oggi parte favorita. Nei cieli di Eupalla, tanti antichi campioni di due generazioni diverse, quelli che fecero parte del Wunderteam e dell'Aranycsapat, si accomoderanno oggi insieme sul divano per godersi questa partita davvero speciale, che ritorna a contare qualcosa dopo secoli di inerzia e declino. La ruota del football non smette mai di girare.

30 marzo 2016

Quanto costerà un coperto al ristorante dello Stade de France?

Viviamo una stagione calcistica di transizione, nonostante si concluda con l'europeo di Francia. Ammesso che si giochi, considerata l'emergenza oramai quotidiana e l'eventualità di attacchi terroristici - l'attentato di Bruxelles ha avuto luogo, come quello di Parigi, mentre nel vecchio continente tutte le nazionali avevano la loro partita da giocare: una banale coincidenza?

Pensieri fluttuanti del Pep
E' una stagione di transizione per alcune leghe nazionali (specie quella inglese; ma anche in Francia il dominio del PSG ha assunto proporzioni tali da metterne in discussione il contenuto agonistico), meno per le competizioni internazionali. Ma alcuni top-club hanno già scelto di voltare pagina dalla prossima stagione, cambiando la guida tecnica (City, Bayern, Chelsea), altri confidano in uno strabiliante finale di Champions onde evitare il naufragio (Real: il cambio al volante c'è stato già a metà stagione). Non sorprendente il ritorno a una conduzione più duttile e pragmatica deciso dal Bayern: troppo ardito, forse, il trapianto della mente di Guardiola nel corpo di un club di rilucente tradizione teutonica, tanto da non lasciarne particolarmente entusiasti i sacerdoti e lo stesso Pep. Guardiola ora porterà  la sua sartoria all'Etihad, dove viceversa un blasone universale dev'essere ancora forgiato. Ma, con le risorse di cui disporrà, il catalano potrà cucire il calcio che desidera, scegliendosi tutte le stoffe. Una sfida, sì: ma relativamente rischiosa.

Le nazionali sembrano in fase di ricostruzione. Olanda, Germania, Spagna, Inghilterra sono alle prese con un ricambio generazionale, e non è detto che (per una volta) quelli messi peggio siano proprio gli inglesi. L'ultima mezzora a Berlino di sabato scorso forse non è da prendere sul serio, ma credo che persino Hodgson non se la potesse aspettare. Poi, a ridimensionare l'exploit in terra germanica, è arrivata la 'solita' sconfitta a Wembley con l'imprevedibile undici olandese.

The Youngsters
Anche l'Italia è in mezzo al guado: ma Conte ha fatto un lavoro apprezzabile e ora proverà a raggiungere l'agognata sponda (che sembrava lontanissima, due anni fa) scommettendo su talento e gioventù (Insigne, Zaza, Bernardeschi e altri), abbinati alla solida vecchia guardia bianconera. Alti e bassi sono fisiologici, in questa fase; e farsi bastonare dalla Germania in amichevole non dico porti bene, ma certo male non fa - se non altro, perché ci consiglia di tenere in memoria il ranking e la nostra (intendo del sistema calcistico complessivo) storia recente. Le ambizioni italiane dipenderanno, sostanzialmente, dal costo di un coperto al ristorante dello Stade de France: più vicino ai 10 o ai 100 euro?

Sicché in Francia - se ci si andrà, se si giocherà - potremmo pronosticare il ruolo di principali favoriti all'undici ospitante e al Belgio. Sono le due rappresentative più rodate, più stabili. I Bleus hanno trionfato nelle ultime competizioni organizzate da loro (1984 e 1998), ma non hanno più Roi Michel in cabina di regia (sul campo e fuori); i belgi sono ancora alla ricerca di un souvenir non consolatorio da mettere in bacheca: avessero un Cruijff (un fuoriclasse più acclarato che acclamato: non credo troppo in Hazard, che mi sembra un bravo pedatore, ma abbastanza prevedibile nelle mosse - pur rapide - e nelle intenzioni) potrebbero sbancare. 

I giocatori di Belgio e Portogallo ricordano le vittime di Bruxelles


Ecco, è anche la prima volta senza Cruijff. Non ci sarà - in tribuna o davanti alla tv -, e non ci sarà nemmeno l'Olanda. Ma, è vero, forse per la prima volta tutte (nessuna esclusa) le nazionali di rango si presentano al via con l'intenzione di proporre un calcio poco votato alla speculazione e più all'anticipo dei tempi di gioco, al pressing alto, all'offesa. Tutte: nessuna esclusa. Il calcio praticato, predicato e insegnato da Cruijff è ormai patrimonio comune; ne varia l'interpretazione, e la varietà dipende soprattutto, più che dalle differenze di modulo, dalla qualità degli interpreti.  Chiamarlo total-voetball oggi, è vero, non ha più alcun significato, essendo divenuto luogo comune: nessuno ne ha più l'esclusiva, neppure il Barça, che da quella pianta continua a raccogliere e dispensare i frutti migliori. Perché il seme, in Europa, ha attecchito dappertutto. La rivoluzione è durata cinquant'anni, ma si è compiuta proprio nel tempo in cui il suo prodigioso simbolo ha abbandonato davvero e definitivamente la scena. 

Mans

12 dicembre 2014

Italia League

Fettine di coppa: sesto turno 2014/2015

Quando lo scorso anno Fabio Capello osservò che la Serie A non era un "campionato allenante" [vedi], Antonio Conte, allora coi glutei assisi sulla panca della Juventus, si adontò per lesa maestà. Al neo CT della Nazionale sono bastati due mesi di raduni per rendersi conto che don Fabio aveva ragione: a Coverciano arrivano giocatori poco e male allenati, che non reggono per 95 minuti i ritmi che si giocano quasi ovunque in Europa nel calcio d'élite. La mezz'ora iniziale del secondo tempo di Italia-Croazia a San Siro del 16 novembre scorso è stata illuminante quanto mortificante per il calcio italiano: i nostri amati brocchetti non hanno toccato palla, ma l'hanno guardata scorrere di qua e di là a totale disposizione degli slavi. Prima e dopo quella partita il buon Antonio ha alzato la voce, gridando al problema. Ha ragione: resipiscente, ma ha ragione.

10 dicembre 2014, Stadio Olimpico, Roma
Ultimi bagliori di Champions
I dati statistici più sconfortanti dell'ultimo turno europeo di coppe vengono dallo Stadium di Torino e dall'Olimpico di Roma. I giocatori della Juventus hanno corso 4 km in meno di quelli dell'Atletico Madrid; quelli della Roma addirittura 7 km in meno dei Citizens. Traduzione: pressing, raddoppi, sovrapposizioni e proposizioni nello spazio sono un'abitudine ormai strutturale delle grandi squadre europee anche quando giocano fuori casa. Si parla di corsa e non di tecnica: non di fatturati e di "top players", cioè, che sono ormai l'alibi preferito degli allenatori delle nostre squadre.

Arrigo Sacchi lo osserva da trent'anni, in un mantra vissuto dai protagonisti del calcio italiano come la predicazione di un vecchio rincoglionito, e viceversa accolto come verità oracolare dai grandi allenatori internazionali di questi anni (da Guardiola a Mourinho, da Simeone a Klopp, etc.): sono l'organizzazione di gioco, la compattezza delle squadre, l'intensità delle transizioni, la base su cui si costruisce un progetto vincente e si possono esaltare le qualità dei singoli. Suoi esempi ricorrenti sono proprio l'Atletico di Simeone e il Borussia di Klopp, per la qualità tecnica mediamente non eccelsa dei loro pedatori: non a caso, perché sono le squadre più simili, per impianto e idea di gioco, al suo Milan di fine anni ottanta (un dato che sfugge all'ignoranza diffusa tra i commentatori italioti). Purtroppo basta guardare una qualsiasi partita della Serie A degli ultimi anni per rendersi conto della realtà cui si è ridotto il calcio italiano: non corre nessuno, i ritmi sono lentissimi, il gioco è continuamente spezzettato da falli e falletti, cui contribuiscono anche gli arbitri che, invece di favorire la fluidità, fischiano per un nonnulla e litigano in continuazione con i giocatori. L'effetto finale è quello denunciato a gran voce (roca) da Antonio Nazionale, e quello confermato dai pessimi risultati internazionali del nostro calcio. Gli ultimi suoi acuti risalgono alla finale di Euro 2012 (per la scelta sensata di Cesare di favorire i pochi "piedi buoni" rimasti in circolazione), a quella di Champions 2010 (grazie alle arti luciferine di José) e a quella di Atene 2007 (dove Carletto si gustò l'ultima fetta di coppa nostrale). Tutt'intorno è solo nebbia, sempre più fitta.

Dopo l'eliminazione agostana del Napoli ai playoff di Champions ero stato facile profeta nel prevedere le difficoltà di Juventus e Roma a passare il turno [vedi]. I bianconeri ci sono riusciti per un soffio, grazie anche alla manona sinistra di Gigi; i giallorossi hanno rischiato addirittura di uscire da tutto (sono i peggiori terzi dei gironi di CL). L'ambiente juventino farebbe bene a non credere a chi sostiene che il Monaco, il Porto e il Borussia sarebbero degli avversari alla pari agli ottavi. Per una squadra che ha battuto solo il Malmoe e - a fatica e in casa - l'Olympiacos, qualsiasi avversario costituirà comunque un muro da scalare. Auguri.

Con cinque compagini ai sedicesimi di EL, l'Italia si certifica invece come la grande potenza del calcio europeo di serie B. Ammesso che ne prenda finalmente consapevolezza. In Champions siamo ormai a livello del calcio olandese e portoghese: nei prossimi anni (e per chissà quanti), quando andrà bene, porteremo una squadra agli ottavi, magari ai quarti, solo eccezionalmente in semifinale. Dovremmo invece concentrare le nostre attenzioni sull'Europa League, anche se non sarà facile vincere nemmeno lì. Dopo l'ultimo trofeo di un'italiana, nel secolo scorso (il Parma nel 1999), le successive 15 edizioni sono state dominate dalla squadre spagnole (6 volte vincitrici), inglesi, portoghesi e russe (2 vittorie a paese), e l'hanno vinta anche club olandesi, turchi e ucraini. Questo per dire che la concorrenza è agguerrita: già ai prossimi sedicesimi, con Bilbao, Mönchengladbach, Everton, Olympiacos, Zenit, Feyenoord, Liverpool, Siviglia, Tottenham, Ajax, Anderlecht, Wolfsburg, PSV e Villareal, che equivalgono i nostri club e in più di un caso sono anche più forti.

10 dicembre 2014, Camp Nou, Barcellona
Ibra festeggia il suo ennesimo gol non determinante in CL
A parole i dirigenti nostrani sembrano voler finalmente impegnare i loro club nella conquista della coppa, attratti più che altro dall'accesso diretto alla CL che il trofeo porterebbe con sé. Vedremo nei fatti, sin dai sedicesimi del 19 e 26 febbraio 2015, che si incastonano tra tre giornate di campionato di cui sono andato a vedere il programma. La Roma giocherà il 15 in casa col Parma, il 22 a Verona (Hellas) e il 1° marzo con la Juventus all'Olimpico: avremo modo di verificare obiettivi e turn over di Garcia ... Il Napoli giocherà, rispettivamente, a Palermo, col Sassuolo e a Torino; la Fiorentina a Sassuolo, col Toro e a Milano con l'Inter; l'Inter a Bergamo e a Cagliari (doppia trasferta) e poi con la Fiorentina; il Torino col Cagliari, poi a Firenze e infine all'Olimpico col Napoli. Molti intrecci dunque ... Lì si parrà la lor nobilitate.

Per il resto, in CL nessuna sorpresa: sono passati tutti i superclub. L'unico tonfo è quello del Benfica, sfortunato finalista dell'ultima EL con il Siviglia, e già fuori da tutto. Real, Bayern, Barça e Chelsea attenderanno i quarti per arrotare i ferri e concederci finalmente - a noi "mendicanti" - qualche partita appassionante. Delle 96 che abbiamo visto finora ricordiamo solo il maestoso primo tempo del Bayern all'Olimpico e qualche sprazzo di bel gioco qua e là. Cioè poco o nulla.

Azor

13 ottobre 2014

Hey Jude

Bella (per modo di dire) l'ultima settimana. Campionato in sosta, nazionali in campo. Anche l'Italia, certo. Ma in Italia - nei bar, sulle antenne locali e no, sui giornali - l'argomento principale è sempre quello: Juventus-Roma. Lo 'scandalo' arbitrale. La moviola in campo. Le dichiarazioni (a freddo e a caldo, in risposta ad altre dichiarazioni) dei protagonisti. Ah, e le ridicole statistiche che in certe redazioni hanno cucinato e poi messo in tavola: il numero dei calci di rigore (a favore e contro) nella storia delle tre grandi e delle medio-grandi a partire dal campionato 1929-30, oppure negli ultimi 50 anni, oppure nel dopo-calciopoli. Statistiche la cui totale irrilevanza è chiara anche a un neonato.

Certo, il boccone era grosso. Il nostro sistema calcistico, in tutte o quasi le sue componenti, non gradisce che si discuta di football. Sembra anzi attendere, ansiosamente, episodi come quelli dello Juventus Stadium, onde poterne parlare a vanvera per giorni e giorni. Certo, meglio la pseudo-polemica rovente dopo uno scontro di vertice che incidenti accoltellamenti e morti ammazzati. Arriveranno anche quelli. Nel frattempo, 'godiamoci' le accuse alla Juventus, le contro-accuse degli juventini, i falsi richiami all'abbassamento dei 'toni' (un corno: più chiasso c'è, più la gente si diverte).

Nel frattempo, nulla all'orizzonte si intravede che possa contribuire a porre le basi per 'curare' il 'malato': che il calcio italiano sia 'malato' è cosa che si sente dire da anni, ma per molti non lo è affatto, poiché garantisce affari e impunità. La presidenza federale ha un asso nella manica: la sperimentazione delle tecnologie nel campionato primavera. Esperimento pilota, che potrebbe/dovrebbe innalzare la modesta considerazione che di 'noi' hanno le istituzioni internazionali. Fumo negli occhi. Perché nessuno sostiene, per esempio, che la primissima (o una delle primissime) cosa da fare sarebbe, semplicemente, obbligare i club a ridurre le rose (spropositate), stabilire un tetto agli ingaggi (amen: non arriveranno più i 'parametri zero' bolliti ma assistiti da famelici procuratori), programmare (almeno programmare) il ritorno della Serie A a un format sostenibile? Semplicemente, perché al 'sistema' non conviene. Sono cose che Lega e Federazione potrebbero tranquillamente fare 'da sole', senza decreti-legge, senza assistenza dalla 'politica'. Proprio perciò non si sognano minimamente di metterle in agenda.

Sempre 'nel frattempo', c'era anche qualche partita da vedere. L'Italia, per esempio. Gli Azzurri, quando incontrano nazionali di secondo o terzo piano, sono obbligati a 'vincere e convincere' (altro luogo comune). Personalmente, non mi è dispiaciuto il gioco proposto contro gli azeri a Palermo. Poteva finire con una goleada, il giudizio sulla qualità della partita non sarebbe cambiato: piuttosto, noto che ormai regolarmente subiamo su palloni alti che piovono nell'area piccola. Buffon è un monumento del nostro calcio, nessuno discute la sua carriera: forse è ora che smetta di inseguire record e limiti la propria attività a campionato e coppe (finché alla Juve lo considereranno affidabile).

I tedeschi campioni del mondo hanno buscato e di brutto in Polonia, fatto storico perché non era mai accaduto. Anche per loro - come è successo in passato ad altre nazionali - la gestione del 'dopo' è complicata. Si intrecciano istanze di rinnovamento (per esempio: sostituire Lahm, ma anche Klose, non è cosa immediatamente semplice) e sicumera, distrazioni mediatiche, stanchezza da eccesso di vittorie nonché - per quelli del Bayern, almeno - un'attitudine agonistica ancora non ben allenata, a questa altezza della stagione. Il solo Lewandowski, tra i suoi pedatori, pareva assatanato. Aveva le sue belle motivazioni, giocando per la Polonia.

Infine, un momento esilarante si è vissuto a Tallin. Giostrava lì la poderosa Inghilterra, che in un'ora di gioco non era riuscita a cavare lo straccio di un gollettino dal proprio sterile ruminìo offensivo. L'Estonia, eroicamente, difendeva lo zero a zero. Il pubblico, a quel punto, forse per irridere gli avversari, si è fatto sentire. Ha reputato che, onde incitare i propri giocatori a stare sulle barricate e magari tentare qualche sortita extra muros, la cosa migliore fosse intonare la melodia di Hey Jude, epocale hit dei Beatles. Il canto non raggiunge nemmeno la fine del ritornello-vocalizzo, che Wayne Rooney, figlio di Liverpool, ha già messo sul piatto uno dei suoi dischi preferiti: un bel calcio franco da fuori area, che muore nell'angolino basso alla destra del portiere, il quale sta forse cercando di ricordare come iniziava la strofa successiva.

Mans

15 settembre 2014

Cominciamo (forse) a seguir virtute e canoscenza


Quando al minuto 57 il massaggiatore Fagorzi ha chiamato Bernardeschi dal riscaldamento, tutti allo stadio abbiamo pensato che a fargli spazio sarebbe stato Babacar. E invece dalla lavagna luminosa, alzata dalla bella Laura Paoletti, è uscito il numero 33: Mario Gomez. Un attimo e un mix di incredulità, stizza e delusione, si è impadronito dello stadio Artemio Franchi di Campo di Marte. Vincenzo Montella ha tolto il top player per far entrare uno che fino a tre mesi fa vestiva la casacca del Crotone.

E’ matto il Vincenzino da Pomigliano d’Arco? No, è coerente.

Vincenzo Montella, alla terza stagione sulla panchina viola
Il sistema calcio italico si è dotato di un organigramma nuovo di zecca, ovvero stantio come un pacchetto di fette biscottate lasciate aperte per un mese. In mezzo a una selva di proclami, indignazione e grida azzeccagarbugliesche, il nostro calcio è esattamente dove lo avevamo lasciato il 24 giugno scorso, a Natal, schiantato dall'irresistibile Uruguay del vampiro Suarez e del maestro Washington Tabarez. Forse Conte riuscirà a resuscitare la nostra nazionale, forse Tavecchio riuscirà a pronunciare due frasi consecutive senza sbatterci in faccia il suo machismo razzista. Di fatto il punto vero della questione, di cui avevamo parlato ampiamente su Eupallog durante la manifestazione brasiliana, non è stato affrontato. Il nostro calcio non ha bisogno di controlli alle frontiere né di vivai milionari. Il movimento sportivo più importante del Paese ha bisogno, secondo chi scrive, di due cose: 1. stadi che appartengano alle società e (possibilmente) al terzo millennio; 2. gente che sa insegnare calcio ai bambini e, quando è il caso, fabbricare il talento modellandolo, indirizzandolo, educandolo. Certo, se poi dovesse anche crescere la nostra cultura sportiva sarebbe magnifico, ma mi pare sia un fine e non il mezzo. A Firenze si sono abbattute le barriere su tutto il segmento di tribuna e, nonostante la visuale non sia sempre ottimale, quel settore  è sempre pieno, soprattutto di padri e figli (non ce ne voglia Turgenev).

A Firenze Montella non ha esitato a togliere un giocatore che ha vinto tutto, che ha segnato in tutti gli stadi del mondo, per far entrare un ragazzo nato nel febbraio del 1994 e affiancarlo a uno che in campo già c’era e che all’anagrafe risulta nato il 17 marzo 1993.

La Viola oggi non ha vinto. Il calcio italiano forse sì.

Cibali

30 agosto 2014

Euro Italia

Fettine di coppa: spareggi 2014-15

Dispiace. Non può non dispiacere a chi ama il calcio la brutta, quanto meritata, sconfitta del Napoli a Bilbao e la sua mancata qualificazione alla Champions League. Dispiace perché rappresenta un ulteriore tassello del precipitoso declino del calcio italiano. Un declino che sembra non avere fine. Da un lato lo avviluppano le spire della sua gestione politica, con il dominio dello status quo imposto da Galliani (videlicet Berlusconi) e Lotito e le scelte opinabili sul piano che dovremmo avere ancora il coraggio di chiamare "morale" per non arrenderci a quella "inciviltà profonda" di cui parla Mario Sconcerti [vedi] e che la più parte di chi vive di calcio sembra non percepire più tanto ne è assuefatto. Dall'altro è drammatico il crollo di risultati agonistici.

27 agosto 2014, San Mamés Barria, Bilbao
Campioni veri e immaginari
Nel ranking FIFA l'Italia figura ormai alle spalle di nazionali come la Grecia, il Cile, la Svizzera, il Belgio e la Colombia, per indicare i movimenti che molti "esperti" italici non esitano a ritenere "inferiori al nostro" nell'opinionismo diffuso nei talk show e nei social media. Nel ranking UEFA i club italiani sono ormai stabilmente dietro a quelli portoghesi e cominciano a essere incalzati da quelli russi e francesi. Gli stessi "esperti" continuano a ripetere che quello italiano è il campionato più difficile tatticamente. Ma è solo una favoletta consolatoria: quando le squadre italiane si confrontano con quelle che giocano in altri campionati ne escono ormai regolarmente sconfitte e, talora, travolte (come la Roma di Spalletti a Manchester, per fare solo un esempio).

Per restare al Napoli (terzo nella Serie A 2014), la squadra di Benitez ha subito un'umiliante sconfitta dall'Athletic Bilbao (quarto nella Liga 2014) sul piano tattico, ha mostrato sconcertanti carenze tecniche in molti singoli ed è stata rullata sul piano della corsa e dell'intensità. Una sentenza inappellabile. Eppure i commenti degli "esperti" italiani sono stati contraddittori: da un lato molti hanno evidenziato la sfortuna del sorteggio che ha opposto ai Partenopei una delle formazioni più forti (un dato inconfutabile) del turno; dall'altro molti altri hanno continuato a sostenere che l'avversario era comunque "alla portata" del Napoli. È infatti ancora diffusa una sottovalutazione della dimensione della crisi del calcio italiano: moltissimi, non solo tra i tifosi che commentano in rete ma anche tra gli esperti di grado giornalistico, continuano a sopravvalutare la qualità dei tecnici, dei giocatori e delle squadre italiane.

La vicenda della Juventus è emblematica. Il club ha stravinto gli ultimi tre campionati nostrani, ma ha mostrato tutti i suoi limiti nei confronti continentali: non solo in Champions ma anche in Europa League. Antonio Conte è ritenuto il migliore tecnico italiano, ma non ha ricevuto alcuna offerta dai super club europei (solo il Monaco gli ha fatto blande avances), ed ha dovuto ripiegare sulla Nazionale. La società è tra le pochissime amministrate da anni sul modello europeo, ma figura attualmente solo al 22° posto nel Ranking UEFA, ed ha evitato la terza fascia nei sorteggi dei gironi della Champions solo perché molte delle 21 squadre che la precedono non giocano in Champions quest'anno. Il mercato estivo ha avuto un tenore "conservativo", senza grandi acquisti (a meno di non voler considerare tale una promessa come Morata), anche perché i conti della società continuano a essere in rosso. Questo spiega anche la scelta forzata di un allenatore italiano, a stipendio abbordabile, come Allegri: un buon allenatore che ha fatto qualche stagione di coppa in Europa, ma un profilo di secondo piano a livello internazionale. E stiamo parlando del principale club italiano ...

Snob o partecipi?
La Roma, in Europa, non ha tradizione (è solo 55° nel ranking) e dunque è stata inevitabilmente sorteggiata in quarta fascia. Un po' meglio è andata all'Inter, che vive ancora del ranking delle stagioni 2011 e 2012 (è tuttora 23°), e che ha pescato i simpatici ragazzoni islandesi nello "spareggio" ed è stata inserita nelle teste di serie dei gironi di EL garantendosi un girone omeopatico. Il Napoli è 24° nel ranking ed ha trovato anch'esso un girone morbido in EL. La Fiorentina (67°) ha beneficiato della mancata iscrizione alla EL di almeno 25 squadre che la precedono nel ranking e ha pescato anche lei un girone "alla portata". Il Torino ha faticato oltre misura per avere la meglio sul modesto RNK Spalato e faticherà a passare il girone in cui è finito: il Copenhagen è 47°, il Brugge 82°, il Toro solo 136° e ha rischiato di essere eliminato dai 250° (i croati).

Tutto ciò sulla carta. Non tanto perché il ranking vale quello vale (ma è comunque indicativo) quanto piuttosto perché i protagonisti, i tifosi e gli esperti snobbano da sempre l'Europa League, preferendo scannarsi in campionato per entrare nei posti che qualificano all'acceso alla medesima per poi giocarla distrattamente con le riserve. Eppure la EL è ormai l'unica coppa alla portata delle squadre italiane. Di questo sarebbe opportuno che se ne facessero per primi una ragione i protagonisti, a cominciare dagli allenatori e dall'ambiente. Uno scenario per nulla remoto è infatti che vi possano retrocedere anche la Juventus e la Roma da febbraio: alla squadra di García occorrerà un miracolo per passare il girone (anche il sottovalutato - dai nesci - CSKA la precede di gran lunga nel ranking: è 31°), anche per la desuetudine a giocare una partita ogni tre giorni tra settembre e dicembre; la Juventus ha pescato avversari ostici, che la surclassano tutti (compreso il Malmö) sul ritmo, e l'Olympiacos è la squadra che ha fatto fuori dalla CL lo United agli ottavi nella scorsa edizione, nelle stesse settimane in cui la Juve se la vedeva con il Trabzonapor ... Ovviamente dobbiamo augurarci che entrambe accedano agli ottavi e che il nostro calcio non debba scendere ulteriori, umilianti, gradini.

Come è noto, da quest'anno la vittoria della EL sarà premiata dalla partecipazione diretta alla CL. Benitez, che l'ha già vinta, Mazzarri, che l'ha sempre snobbata, e Montella, che l'ha bene interpretata lo scorso anno, farebbero bene a considerare la possibilità di battersi non tanto per il periglioso terzo posto in Serie A (che da quando vale lo spareggio ha garantito l'accesso alla CL solo una volta su tre, al Milan nel 2013) quanto per la vittoria, più prestigiosa e più pesante, della coppa. Siviglia, Villareal, Tottenham, PSV - che sono le favorite per il trofeo in attesa di considerare il parterre delle terze dei gironi di CL - lo sanno benissimo e si batteranno con ancora maggiore determinazione di quanto non abbiano già fatto negli ultimi anni. I nostri club rappresentano invece un'incognita, perché hanno snobbato la competizione negli ultimi tre lustri, contribuendo alla precipitazione nel ranking per nazioni alle spalle non solo dei club tedeschi ma anche di quelli portoghesi. Il calcio italiano si gioca nell'Europa League di questa stagione una buona fetta del suo futuro. La sensazione è che i suoi protagonisti, tifosi inclusi, non ne siano affatto consapevoli. Ma speriamo di sbagliarci.

Azor

30 giugno 2014

Spettacolo mondiale

                                                                                  Alicante, 30 de junio de 2014

Un mondiale nato e vissuto fra contestazioni, leggi repressive, sordine e scontri. Un mondiale censurato, che estende le zone franche dʼesclusione intorno agli stadi allʼombra del mezzo televisivo. Un mondiale in cui lʼevento sociale e sportivo si riduce drasticamente al taglio del palcoscenico imbellettato. Un mondiale edulcorato dallʼinvasione di campo, dallʼapprofondimento moviolistico, da qualunque voce strida con il motto ufficiale di Brasil 2014, Juntos num sò ritmo ("Uniti in un solo ritmo"). Il main stream della sezione ritmica, sia chiaro, è rigorosamente scandito da basso e batteria – Blatter e Grondona – della FIFA, sebbene i singoli frammenti di gioco potrebbero dipendere anche dalle ubbie dello spot fixing, ossia la rete clandestina di scommesse su singoli momenti delle gare, recentemente scoperchiata da unʼoperazione congiunta della polizia di Hong Kong, Guangdong e Macao.

Rio de Janeiro: protesta degli Indios nel museo abbandonato, 
nellʼAldeia Maracanã
La FIFA (o chi per essa) sgombera, manganella e demolisce ciò che non gradisce: il Museu do Indio, i manifestanti, persino – metaforicamente – lʼeffigie di Luis Suarez indossata dai tifosi charrúas.

Di infimo livello anche il dibattito che orbita intorno allʼevento: protagonista quotidiano e assoluto è senza dubbio lʼinossidabile Maradona, il quale si scaglia contro la federazione internazionale, ansioso di rivendicare per sé il ruolo – poco credibile – di defensor del Pueblo ai danni di presunti "foraggiati" come Pelé e Beckenbauer; e poi contro lʼAFA, il Brasile, Blatter, lʼ€uro, la Merkel, lʼeffetto serra, lo spread et similia. Memorabile lʼelaborata difesa dʼufficio in favore di Luís Suárez nel suo programma estivo De zurda, sul canale di stato venezuelano Telesur (¿A quién mató? e ¿Por qué no lo mandan a Guantánamo?), di spessore anche la critica ai colletti bianchi della FIFA, incapaci di prendere una decisione in merito perché – a suo dire – mai hanno calciato un pallone né indossato la casacca della propria nazionale; insomma, il Pibe de Oro potrebbe essere considerato lʼemblema dello sdoganamento della frode, il che sottrae ogni credibilità alle pur sensate accuse di corruzione (appurata) alla FIFA.

Il paladino Diego in difesa di Luisito Suárez,
in De zurda (Telesur)
Del resto, Diego ancor oggi sostiene che la sua squalifica da Usa ʼ94 fu una manovra per arrestare la marcia trionfale argentina al titolo, e che a superare Peter Shilton a Città del Messico nel giugno del 1986 fu la Mano de Diós, Sullʼaltro versante, lo spettacolo in campo è conformemente desolante: cifra tecnico-tattica livellata verso il basso (esemplare, al riguardo, il calcio poco bonito della selezione verdeoro), arbitraggi inadeguati se non palesemente partigiani, tanti calci, qualche morso, molte simulazioni. Diego Costa, Robben, Fred, Neymar, Balotelli, Möller e tanti altri: un campionario degno del peggior mondiale di tuffi in vasca grande. Poche prodezze, tante bassezze, alle quali si aggiunga la consueta pratica del congelamento del match, che coinvolge proprio tutte le nazionali, le grandi come le piccole: imbarazzante il melodramma costaricense di ieri sera, nei 40 minuti che hanno separato il gol di Bryan Ruiz da quello di Socratis Papastathopoulos in Grecia-Costa Rica, senza nulla togliere allʼimpresa dei ticos (penalizzati da un netto tocco di mano in area di Torosidis non sanzionato dal mediocre arbitro australiano).

Tentiamo di salvare qualcosa. In una Spagna inasprita dalla pessima figura dei campioni in carica, si apprezza lʼuscita dignitosa di Cesare Prandelli e Abete, che un minuto dopo lʼeliminazione rassegnano le proprie dimissioni, in un periodo in cui dagli omologhi e riluttanti Del Bosque e Villar, considerati i maggiori responsabili del fallimento, ci si aspetterebbe il medesimo gesto.
Arena Pernambuco di Recife: 
tifosi nipponici dopo la sconfitta con la Costa dʼAvorio
Poco prima della spedizione erano state rese pubbliche le cifre promesse alle stelle spagnole in caso di raggiungimento della finale, ovvero circa il doppio rispetto al corrispettivo garantito in Brasile, Germania e Francia; per contrasto, ha destato certa ammirazione la rinuncia dei giocatori greci al premio per la qualificazione agli ottavi. Ma lʼimmagine più suggestiva è probabilmente quella dei tifosi giapponesi che, dopo ogni match, ripuliscono le gradinate dalla spazzatura. È quellʼestremo bisogno di normalità e onestà che il calcio dovrebbe trasmettere, in un mondo perfetto.

Duca