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21 febbraio 2015

Bicchieri mezzi

Fettine di coppa: sedicesimi di EL 2014-15 (andata)

A leggere e ad ascoltare i commenti della stampa italiana, la serata record di Europa League, con ben 5 squadre della nostra Serie A in lizza per accedere agli ottavi, sembrerebbe essere stata molto positiva nel suo complesso. A me non pare poi così tanto. Alla fine portiamo a casa una sola vittoria, larga. E quattro pareggi, di cui due in casa. Il solo dato positivo è, per una volta, l'assenza di sconfitte.

Il Manolo alla turca
E così ci beviamo subito il bicchiere mezzo pieno.

A ben vedere, in questo momento il Torino e la Roma sarebbero già fuori dai giochi. Inter e Fiorentina in bilico. Solo il Napoli è pressoché certo di essersi qualificato. E forse non è un caso che alla sua guida sia l'allenatore (di club italiani) più onusto di coppe internazionali. Gita turistica in Turchia. Pubblico straordinario, per calore, sostegno e compostezza nella disfatta, all'Hüseyin Avni Aker di Trebisonda. Gran bella partita, di personalità e di spessore, di Manolo Gabbiadini, che conferma su palcoscenici continentali la crescita di consapevolezza e autostima. Gol all'esordio in EL per questo non più giovanissimo attaccante nostrano, già vicecampione europeo Under 21: le porte della Nazionale maggiore (2 soli caps finora) potrebbero schiuderglisi definitivamente a breve. E' lui la stella italica della serata.

Pazza Inter, invece, come sempre. Anche al Celtic Park. Dove il club di casa coltiva il football attraverso la sua memoria, come sanno fare solo i britannici onorando la propria tradizione. Bello l'invito agli ex nerazzurri battuti nella finale di Coppa campioni 1967 a ritrovarsi insieme ai Lisbon Lions [vedi]; e peccato che siano potuti salire fin lassù solo Mariolino Corso e Gianfranco Bedin. Sul campo, sferzato dalla pioggia delle Highlands, l'XI nerazzurro del 2015 ha palesato invece i progressi del lavoro di Mancini e le debolezze strutturali della rosa: i centrali difensivi, Ranocchia e Juan Jesus, hanno confermato di essere due ronzini di razza purissima, ben corroborati da un degno castrone par loro come Campagnaro. Se nella fase offensiva la squadra ha trovato forse il suo assetto migliore (al momento), con Shaq the Shark irrefrenabile suggeritore e stoccatore, in quella difensiva il cantiere rimane aperto. E preoccupante. A San Siro è probabile che i bianco verdi non riproporranno il pressing + ritmo incessante di quando giocano nella propria tana. Ma la Beneamata farà bene a badare a non prendere un golletto che potrebbe anche rivelarsi assassino. Sperem.

I vecchi leoni
La partita più matura l'ha giocata la Viola, nella Londra del nord. Ha sofferto per 25 minuti la mareggiata degli Spurs, contenendo i danni; poi ha risalito progressivamente la corrente, con pazienza e sagacia tipicamente italica, ricucendo il suo gioco senza fare barricate ma abbassando il ritmo a tal punto da depotenziare quelle intense azioni d'attacco tipiche della Premier League domenicale. Sfortunatamente per loro, gli Spurs non hanno trovato di fronte a sé le generose difese britanniche, ma le arcigne linee difensive approntate da Montella, bravo a cambiare in corsa il modulo dalla difesa a 3 a una più larga linea a 4. Non pervenuti, di conseguenza, né HarryKane né Lamela. Al Franchi i Gigliati potranno anche agire in modo reattivo. A patto di non rintanarsi all'indietro, ma di difendersi correndo in avanti. Vedremo. Ma confido.

Il bicchiere mezzo vuoto riguarda certamente le altre due partite. Generosa e appassionata quella del Toro: non è vero però che sia stato sfortunato. L'Athletic è fior di squadra e ha giocato con intensità 90 minuti senza fare barricate, puntando a far male. Quando penso al Toro in Europa il pensiero va sempre alla Plia alzata al cielo da Mondonico all'Olympisch Stadion di Amsterdam in quella sera di maggio di 23 anni fa [vedi]. Da allora il lungo oblio internazionale a degni livelli. Giusta pertanto la festa all'Olimpico di Torino, mai così gremito in campionato (e pour cause!). Sarà, però, molto difficile espugnare il San Mames. Ma dobbiamo affidarci solo all'ottimismo della volontà.

Il Toro d'Europa
Nel giorno dell'ennesimo sacco di Roma da parte delle popolazioni barbariche d'oltre Limes, l'XI giallorosso ha mostrato tutta la sua involuzione. In tempi non sospetti avevo avanzato l'impressione che il mercato estivo della Roma si preannunciasse fallimentare [vedi], come ha poi confermato il supplemento invernale. La rosa è farcita di giocatori di mezza qualità e anziani. La squadra segue la parabola discendente del suo campione eponimo, con i suoi alti (Ethiad e derby) e i suoi bassi (le molte partite anonime, le panchine, etc.). Manca continuità. Soprattutto, è svanita la velocità esibita nell'autunno 2013. Il Feyenoord ha rischiato ma non ha sofferto. Anche in questo caso è difficile ipotizzare che la "Kuip" possa essere espugnata. Occorrerebbe una serata di particolare ispirazione del Pupone. Speriamo, ma senza illuderci.

Martedì sera, allo Juventus Stadium, i campioni d'Italia proveranno a rimisurarsi con l'Europa. Vi hanno battuto il Malmoe e l'Olympiacos, quest'anno, impattando in bianco con l'Atletico. Fuori casa hanno perso sia al Pireo sia a Madrid. Percorso perlomeno incerto. Il Borussia ha invece vinto fuori sia con l'Anderlecht sia col Galatasaray, e perso solo dall'Arsenal (ma a qualificazione già certa). Al Westfalen Stadion ha rullato sia l'Arsenal sia il Galatasaray e concesso il pari all'Anderlecht all'ultimo turno. Percorso perlomeno sicuro. Tra novembre e dicembre gli Schwarzgelben hanno vissuto una crisi spaventosa di gioco e di risultati, dovuta al calo di tensione psicologica e fisica post Mundial di molti giocatori chiave. Kloppo ha lavorato sul lato atletico nella pausa di gennaio - una risorsa cui la nostra Serie A rinuncia per raccattare trenta denari dalle gelide e deserte serate di Coppa Italia (a spese RAI) - e adesso la macchina si è rimessa a correre e fare risultati. Proprio mentre la banda di Allegri sembra essersi afflosciata. Le premesse sono preoccupanti.

Azor

23 dicembre 2014

Natale con emiri e sceicchi

Cartoline di stagione: 17° turno 2014-15

Non ci sono dubbi!
Poltroncine a forma di trono e foderate di soffice bianco; stadio piccolo e semi-acustico con tribune punteggiate da qualche irriducibile italiano venuto da chissà dove, ma soprattutto da emiri e sceicchi, ricchi benzinai e loro cortigiani: in questo scenario surreale, rimpiangendo Pechino, in piena congerie natalizia e in orario italiano coincidente con la punta di traffico su tutte le tangenziali si è disputata la partita valida per la nostra supercoppa. Eravamo l'ultimo paese a non averla ancora assegnata; ha portato qualche milioncino alle esangui casse del movimento, è stata (per fortuna) una sfida divertente e incerta, minacciava di durare fino alla Befana, e alla buonora il Ciuccio l'ha non immeritevolmente spuntata, ridando senso a una stagione che sembrava deragliata. La Juve si è confermata grigia e dipendente soprattutto dalle lune di Tevez; il Napoli è parso migliorato, ma la sua tigna agonistica è proporzionale agli umori del Pipita. Il quale ha mostrato senza pudore gli attributi - della cui esistenza forse qualcuno dubitava - e punito tre volte Gigione, l'altro juventino in serata di vena; vanificando perciò le incredibili topiche dei centrali difensivi partenopei (Albiol e Koulibaly), due autentiche sciagure. Come che sia, archiviamo la stagione 2013-14. Allegri, dopo avere a stento raggiunto il suo primo e dichiarato obiettivo (qualificazione agli ottavi di CL), ha fallito il secondo.

Per assenza di avversari decenti, forse, Allegri vincerà il campionato - a ben guardare, di una situazione analoga si avvantaggiò anche nel 2011, con la Benamata ebbra del triplete e abbandonata da Mou, con la Juve in difficile ricostruzione, con il pacco-dono di Ibra ricevuto alla vigilia del campionato. Assenza di avversari decenti: la Roma ha mostrato pochezze preoccupanti al cospetto del Milan, cioè una delle dieci squadre che avanzano a passo di lumaca nel gorgo che ricomprende la zona nobile della classifica e quella solitamente destinata ai grandi peccatori. Paga il calo fisico di Totti, che resta l'unico capace di accendere il gioco, dando imprevedibilità e tempi perfetti all'azione d'attacco; del resto, non potrà tenere la scena per i giorni dei giorni; paga anche - forse - le insicurezze generate dalle scoppole interne di Champions. Lo 'spettacolo' della Serie A è tutto nella terra di mezzo, nell'equilibrio di partite giocate col coltello tra i denti, e il cui esito non è quasi mai scontato (si vedano, nel week-end, le rimonte di Atalanta, Inter, Toro, Udinese e Samp nella stessa partita, Empoli - a Firenze). 

All'assalto, col sangue alla testa
Dal resto del pianeta pallonaro monitorato dai nostri schermi nulla di memorabile ha illuminato il week-end. In Bundes prosegue l'agonia del Borussia, e per fortuna di Klopp una lunga pausa è alle viste (sempre che non decidano di dargli il benservito, come farebbe qualunque nostro presidente). In Premier si fermano i Red Devils, che ora - per far convivere Falcao e Van Persie - schierano Rooney nella posizione propria di Nigel de Jong: ciò nonostante - o forse proprio a causa di ciò - producono purissima improvvisazione calcistica, jam session che non sempre riescono come si deve, e comunque qualcosa di ancora ben lontano da un'idea e una logica di grande squadra. Il Liverpool, nell'ennesima disperata partita di questa disperata stagione, impatta l'Arsenal ad Anfield sette minuti oltre il novantesimo, in inferiorità numerica e grazie a un'inzuccata su corner del bendato e sanguinante Skrtel: ai cardiologi del Mersey non mancherà lavoro, nei prossimi giorni. In Liga ha riposato il Real, giusto il tempo di andarsi a prendere il titolo FIFA di campione d'ogni mondo (una vera scampagnata a Marrakech), mentre l'Atletico ha mostrato carattere (e chi ne dubitava) in terra basca, travolgendo il Bilbao nel secondo tempo. Facile poker calato anche dal Barça - il che costituisce un'ulteriore conferma della sua discontinuità. Nella Grand Boucle l'andatura è ora fatta dal Marsiglia, ma la sgommata dell'OL a Bordeaux è stata impressionante; sornione e annoiato di Blanc, il PSG resta accodato.
Auguri a tutti.

P.S. Tornando alle cose di casa nostra, è da mettere in archivio l'ennesimo atto di sottomissione della FIGC. Il diktat di Agnelli è solo una prova di forza, e la nazionale (cioè lo stage voluto da Conte) ha costituito il pretesto atteso da Andrea per assestare una bella legnata sui denti al detestato Andonio e al disistimato Tavecchio. Questo accade nel calcio italiano, nei giorni in cui cadono gli anniversari della scomparsa di due grandi italiani: Pozzo e Bearzot. Due grandi italiani, già. E stiamo qui a parlare di nani.

Mans

1 dicembre 2014

Alta tensione e simboli antimoderni

Cartoline di stagione: 14° turno 2014-15

Alta tensione in alcune delle partite più importanti o significative giocate nel week-end.

La gestualità polemica e soddisfatta di Sergio Busquets
Al Mestalla, per esempio. Qui il Barça, all'ultima azione, ha vinto una partita che poteva indifferentemente pareggiare o perdere - non sarebbe la prima volta: l'innesto di Suarez procede lento, Messi è sempre più discontinuo, il gioco tutt'altro che fluido e convincente. La maturità di Leo in Catalogna non pare sorridente. Forse le voci che filtrano qualche fondamento ce l'hanno. Dissi, all'indomani dell'attracco di Guardiola a Monaco, che forse si poteva configurare una situazione analoga a quella che, un tempo, portò Michels e Cruijff a Barcellona [vedi]. Vedremo.

Il destro chirurgico di Sant'Andrea da Brescia scuote la rete e lo stadio
Allo Juventus Stadium, per esempio. Qui la Juventus, all'ultima azione, ha vinto una partita che poteva indifferentemente pareggiare o perdere. Infranto il tabù dei derby in bianco, il Toro ha letteralmente gettato il meritato pareggio nella spazzatura, cercando di uscire in palleggio da una situazione di pressing al limite dell'area quando mancavano pochi secondi al triplice fischio - grosso modo, proprio come ha fatto la Roma a Mosca qualche giorno fa. Un tempo, in situazioni analoghe, i difensori buttavano il pallone fuori dallo stadio. Tenuto conto dell'enorme divario tecnico esistente tra le due squadre di Torino, abbiamo davvero visto novanta minuti di dominio tattico granata, che poi l'esito della partita ha evitato ad Allegri di dover spiegare.

Dal canto suo la Roma, dopo l'agitata notte di coppa, ha trovato poca e casuale resistenza in quell'accozzaglia di giocatori stremati e modesti che hanno la ventura di indossare oggi la maglia dell'Inter; a occhio, Mancini avrà bisogno di almeno due anni per rimettere insieme qualcosa che assomigli a una squadra di calcio.

Pedatori disperati cercano consolazione fra le braccia di Kloppo
In Premier e in Bundesliga una vera lotta per il titolo, semplicemente, non c'è. Ma in Germania c'è una situazione anomala, e il tema principale nei prossimi mesi sarà questo: quando uscirà il Borussia dalla sua nerissima crisi? Quando (eventualmente) inizierà a risalire in classifica, e fin dove (eventualmente) arriverà? Il meraviglioso XI di Jürgen Klopp, finalista di Champions due anni fa, anche quest'anno ha aperto la sua bottega di lusso ai miliardari predatori bavaresi. Anno dopo anno, i migliori vanno via, e indovinare i rimpiazzi non è cosa facile e scontata. Oggi il Dortmund è diciottesimo nella classifica a punti dei diciotto club che partecipano al principale campionato tedesco. Cioè, ultimo. Ultimo, e solo. Spero si riprenda, e che le sue scorribande sui campi d'Europa riprendano a febbraio. In ogni caso, anche dovesse finire male, quella regalataci da Kloppo è stata una grande, gioiosa stagione di calcio.

Torniamo in Spagna: brutte notizie (e sorvolo sul tifoso del Deportivo crepato per arresto cardiaco dopo esser stato gettato nel fiume dagli ultras dell'Atletico). Dal simbolo del Real viene scucita la piccola croce che campeggiava in cima alla corona, poiché (si dice) la sensibilità dello sponsor (arabo) non va urtata, non di questi tempi (e chissà per quanti tempi ancora). Del resto, storia e tradizione e antichi simboli sono materiali per romantici ed eruditi, per sentimentali, nostalgici e disadattati, e Florentino (che se non vuole perder la cadrega deve continuare a vincere, mica farsi paladino dell'antimodernismo) ha bisogno di quattrini e non di sentimentalismi, ma per fare quattrini occorre avere una squadra forte e che vinca spesso, e per avere una squadra forte (e che vinca spesso) è necessario attrarre risorse e compiacere gli investitori. La falsariga è stantìa, ogni commento superfluo. Tiremm innanz.

Mans

24 ottobre 2014

Uno spettro si aggira per l'Europa ...

Fettine di coppa: terzo turno 2014/2015 

 7 gol il Bayern alla Roma, 7 gol lo Shakhtar al BATE, 6 gol il Chelsea al Maribor, 5 gol l'Atlético al Malmö, 4 gol (a 3) lo Schalke 04 allo Sporting, 4 gol il Borussia Dortmund al Galatasaray, 3 gol il Barcellona all'Ajax, 3 gol il Real al Liverpool in Champions League. 5 gol il Borussia M'gladbach all'Apollon, 5 gol il Tottenham all'Asteras Tripolis, 4 gol il Villarreal allo Zurigo, 4 gol il Wolfsburg al Krasnodar, 4 gol il Besiktas al Partizan, 4 gol il Salisburgo alla Dinamo Zagabia, 3 gol il Rijeka al Feyenoord, 3 gol lo Sparta Praga allo Slovan, 3 gol l'Aalborg alla Dynamo Kiev, in Europa League.

Quello appena passato è stato un turno ricchissimo di gol in Europa. Probabilmente casuale, ma altrettanto probabilmente significativo di una palpabile linea di tendenza del football internazionale di questi anni a privilegiare il gioco d'attacco e l'opzione del gol in più rispetto a quello dell'avversario. Jonathan Wilson l'ha ascritta da tempo (la tendenza: "A spectre is haunting Europe – the spectre of goals. They're everywhere – in every competition, in every country, in every stadium ...") all'influenza teoretica di Marcelo Bielsa [vedi]: transizioni veloci, recupero della palla nella metà campo avversaria, passaggi corti, intensità di fase, ritmo incalzante, etc. Un Mondiale memorabile come quello del 2014 ha confermato a livello planetario lo stile di gioco prevalente di questa decade.

21 ottobre 2014, Stadio Olimpico, Roma
Il divario incolmabile
Si tratta di uno stile, di una cultura, che hanno certamente i loro risvolti preoccupanti: la convergenza con la modalità play-station (l'omologazione del consumo televisivo), la graduazione di difficoltà (il ranking), i "top players" (gli avatar di sé stessi), l'illusione della moviola in campo (le lavagne digitali), etc. A fronteggiarli sono rimasti solo il romanticismo di un calcio "altro" (letterario, nostalgico, storico, vintage), le "irruzioni" della politica (la partita del drone, i 40 minuti di sospensione di Sparta Praga vs Slovan Bratislava per scontri sugli spalti, etc.), il perdurante razzismo delle tribù del calcio e il gorgo mediatico degli ultrà.

Nondimeno, il fascino di un calcio totale come quello che pensatori come Bielsa, Guardiola, Klopp, Zeman e qualche altro santone sono in grado di immaginare e di tradurre pedagogicamente sul campo consola ogni mendicante di buon calcio che, come faceva Eduardo Galeano, vanno in giro per il mondo col cappello in mano: "e quando il buon calcio si manifesta, rendo grazie per il miracolo e non mi importa un fico secco di quale sia il club o il paese che me lo offre" [Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, p. 1].

Per questo il primo tempo del Bayern contro la Roma, all'Olimpico il 21 ottobre 2014, non può non costituire agli occhi di coloro che amano il Beautiful Game un capolavoro assoluto (al punto che qualcuno ha scritto di un "momento Guardiola" [vedi]). I giallorossi hanno avuto la sfortuna che è tipica dei malcapitati. Pochi altri XI avrebbero potuto contrastare l'armonia, la potenza e la perfezione attuale dei Roten di Guardiola. Papa Francesco, che di fútbol se ne intende, lo ha detto semplicemente a Karl Heinz Rummenigge e ai suoi giocatori: "Avete giocato una partita meravigliosa". Parole sante.

Ciò non significa che la Roma non abbia palesato i suoi limiti, che sono poi quelli cui si è ridotto il calcio italiano. Ma di essi parliamo da quando esiste Eupallog: oggi ci basti richiamare l'esistenza di una realtà internazionale che ormai fa a meno di noi. Dolorosamente e per colpa nostra.

Azor

30 settembre 2014

I santoni e le loro idee

Cartoline di stagione: 7° turno 2014-15

Chi ama il beautiful game vive in questi anni un'epoca fortunata: può infatti assistere a un football bellissimo, come raramente si è dato, per intensità e numero di interpreti, nella sua storia. Non parlo ovviamente del calcio italiano, ormai arretrato e periferico, né del calcio dei "top players", che un tempo erano chiamati più semplicemente "campioni" (e ce n'erano anche più di oggi). Mi riferisco a pratiche di gioco che alcune squadre stanno mostrando e hanno mostrato in anni recenti: un'idea di gioco offensivo inverata in più di un XI. Andando à rebours, per esempio, nella stagione scorsa hanno giocato in modo splendido, spettacolare, squadre come il Liverpool di Rodgers e l'Atletico di Simeone; nel 2013 il Borussia di Klopp e il Bayern di Heynckes; nel 2012 l'Athletic di Bielsa e la Juventus di Conte; nel 2011 il Barcellona di Guardiola, per citare solo quelle di vertice. Il recente Mondiale in Brasile si è rivelato probabilmente il più bello di sempre, soprattutto nella prima fase, confermando che i selezionatori delle nazionali avevano recepito le tendenze dettate dalle maggiori squadre di club europee.

La cattedra prediletta da Bielsa nella sua aula marsigliese
Jonathan Wilson ha ascritto questa nuova, grande, stagione del football mondiale soprattutto all'esempio proposto, sin dagli anni 1990s (quelli bui dominati dal difensivismo muscolare e dall'abiura dei giocatori atipici), da due allenatori visionari - Marcelo Bielsa [vedi] e Louis van Gaal [vedi] - le cui idee hanno seminato un nuovo modo di proporre il gioco, più offensivo, più prolifico, raccolto da vari altri loro colleghi. Entrambi non sono stati degli innovatori assoluti, ma degli appassionati e colti interpreti degli assiomi del calcio totale che era stato ideologizzato da Rinus Michels negli anni 1970s, e che aveva avuto un poco conosciuto antecessore in Viktor Maslov [vedi] e poi due grandi interpreti come Valerij Lobanovs'kyj e Arrigo Sacchi. Non la faccio lunga, ma sottolineo solo che non si tratta di una questione di modulo (di 4-3-3 o di altre formule), ma di atteggiamento: giocare un calcio propositivo, dare la caccia alla palla, pressare alto, proporre un movimento continuo dei giocatori e una varietà di opzioni per chi gioca il pallone, giocare di prima, creare lo spazio con il movimento degli attaccanti centrali, etc.

La stagione che è cominciata da un paio di mesi propone Bielsa e Van Gaal alla guida di due squadre di vertice nei rispettivi campionati. Le ambizioni, la storia recente e gli acquisti spropositati del Manchester rendono la messa a punto del nuovo progetto di Re Aloysius [vedi] necessariamente più lenta e accidentata. El Loco, invece, lavora su una scala inferiore, che forse è quella che più gli si confà, alla fin fine: a Marsiglia si è posto alla guida di un gruppo di ragazzi che lo seguono con convinzione. E i risultati cominciano a vedersi, nonostante le frizioni dell'argentino di Rosario con la dirigenza dell'Olympique che gli aveva promesso qualche acquisto di qualità che non è mai arrivato (un po' la stessa storia andata in scena a Napoli tra De Laurentiis e Benitez). Dopo una partenza scoppiettante (3:3 a Bastia e 0:2 dal Montpellier) sono venute sei vittorie consecutive: tre fuori casa (Giungamp 1:0, Evian 3:1, Stade de Reims 5:0) e tre in casa (Nice 4:0, Stade Rennais 3:0 e Saint-Etienne 2:1). Certo, il Marseille deve ancora affrontare le maggiori inseguitrici (Bordeaux, Lille e Paris Saint-Germain) ma l'allure è impetuosa.

La cartolina del week end arriva infatti, dritta filata, da un rinnovato Vélodrome vibrante di passione sugli spalti - con echi "argentini" innestati nel ribollire mediterraneo della tifoseria - e illuminato dal gioco dell'XI guidato da Bielsa. Un gioco semplice, lineare, verticale, veloce, senza fronzoli, senza passaggi orizzontali, senza lanci lunghi, tutto di prima, in un movimento continuo di uomini e linee, che tradisce il frutto di un'intensa didattica bene assimilata da una rosa senza campioni ma non priva di giocatori di qualità, dai più noti Mandanda, Payet, Gignac e Ayew ai più giovani N'Koulou, Dja Djédjé, Imbula e Thauvin ... Tatticamente la squadra gioca con linee a 3, che mutano a 4 a seconda delle fasi di gioco, come detta il modulo prediletto da Bielsa. Difesa a 4 in fase di non possesso, da cui esce sempre in prima battuta sul portatore di palla il centrale N'Koulou. Centrocampo a 4 quando riparte l'azione con due esterni, Romao e Thauvin, che si allargano sulle linee laterali mentre il gioco è proposto in verticale da Imbula e dallo stesso N'Koulou. Attacco a 4 con Gignac centrale, Payet alle spalle e Ayew e Thauvin sulle fasce: ma punte mobili, con Gignac che arretra a dettare il triangolo con i mediani che salgono: domenica scorsa, due gol in fotocopia, di Imbula e Payet, infilatisi al centro nel risucchio prodotto da Gignac. Chi non ha ancora visto questo XI si sintonizzi al più presto: uno spettacolo. La squadra più bella del momento.

Primi piani nitidi e terze linee sfuocate
Un gioco simile lo predica da anni anche Zdeněk Zeman, il santone nostrano: 4-3-3 di base, movimento continuo, transizione veloce della palla in verticale, senza troppi lanci lunghi o tiki taka orizzontali, gioco di prima, triangolazioni in attacco, diagonali estreme in difesa. Un'idea di gioco - per nulla misteriosa: si chiama, pensa un po', "calcio totale" - che in Italia pochi comprendono e tutti sbeffeggiano. In settimana i sedicenti "esperti" e i cosiddetti "opinionisti" avevano inscenato un surreale dibattito sui media: se cioè il calcio di Zeman fosse ancora attuale. Il problema (per loro, non per lui e nemmeno per noi) è che "non sono attuali" gli addetti ai lavori italiani, la cui ignoranza del football che si gioca all'estero è ormai pari al livello modestissimo cui è ridotto l'unico calcio che essi guardano senza cognizione. Domenica pomeriggio, a San Siro, Zeman ha inflitto coi suoi giovani del Cagliari una lezione di gioco al calcio italiano, mostrando cosa significhi avere idee, allenare una squadra, fare didattica. L'avversario era blasonato ma ormai naufragato da un'epoca tramontata che però perdura nelle ataviche convinzioni di molti suoi protagonisti: non solo il modestissimo Walter Mazzarri, ma anche la società che investe su di lui e su giocatori male assemblati, l'ambiente che sopravvaluta come campioni dei mesti ronzini, etc. Da un lato un gioco di squadra - quello che si gioca stabilmente nelle coppe europee (dal cui proscenio i nostri club sono ormai scomparsi) -, dall'altro una trama affidata alle individualità, agli estri estemporanei, drammaticamente priva di idee e di conoscenze. Uno iato culturale di cui i protagonisti non sono nemmeno consapevoli, intenti come appaiono a invocare attenuanti: gli arbitraggi, il turn-over, la sfortuna. Magari fosse così: non saremmo qui a terra, con le nostre vergogne.

Azor

8 agosto 2014

Una stagione a tre?

L'estate scorsa la riconfigurazione degli assetti tecnici dei maggiori club europei era ruotata intorno a un esteso ricambio degli allenatori [vedi]. Per alcuni l'approdo su una nuova panchina si è poi rivelato positivo: Ancelotti al Real ha vinto la decima e la Copa del Rey; Guardiola al Bayern ha vinto la Bundesliga e 4 coppe; Pellegrini al City ha vinto la Premier; Blanc al PSG il campionato e le due coppe nazionali. Anche Benitez al Napoli ha vinto la Coppa Italia, e Martino al Barcellona, alla fin fine, almeno la Supercoppa di Spagna. Anche Moyes allo United ha vinto la Charity Shield ma poi è finito arrostito sulla panchina più rovente del mondo. Solo Mourinho al Chelsea non ha vinto nulla. Tra gli allenatori confermati Simeone all'Atletico ha vinto la Liga e fiammeggiato in Champions; Conte alla Juventus ha vinto scudetto e Supercoppa; Wenger all'Arsenal la FA Cup; e Klopp al Borussia la Supercoppa tedesca. Il comune denominatore di questi allenatori è l'appartenenza alla ristretta élite dei "super club" europei, destinati comunque a primeggiare.

Quest'anno la rotazione è più limitata. Le attese sono concentrate su Van Gaal allo United, su Enrique al Barcellona e su Bielsa al Marsiglia. Si tratta di tre allenatori di grande sagacia tattica. Checché ne dicano i gazzettieri italici - nessun dei quali s'accorse del modulo vintage (WW) che Luis adottò alla Roma, finendo poi ripudiato come capita a quasi tutti, anche ai marziani, nella città eterna - anche lo spagnolo è talentuoso e ricco di idee, fautore di un gioco qualitativo. Le novità tattiche non potranno che venire da loro quest'anno.

Archetipi del 3-5-2
Insieme con il Pep, che sembra voler adottare come modulo base il 3-4-3 sperimentato senza continuità nell'ultima annata catalana, potrebbe essere il ritorno della difesa a 3 la cifra tattica della stagione. Bielsa propugna da sempre il 3-3-1-3 (o 3-3-3-1). Van Gaal ha fatto vedere ai Mondiali come si giochi con Kuyt e Blind esterni di 4. Attenzione, però: non esiste una sola via alla difesa a 3.

La primogenitura, come ha ricostruito Jonathan Wilson, va ascritta a Carlos Bilardo e alla sua Argentina campione del mondo nel 1986: 3-5-1-1, con un libero e Maradona dietro a Valdano. Anche Beckenbauer schierò una difesa a 3 in quel Mondiale ma con 4 mediani e Matthaeus dietro a 2 attaccanti: già nel 1990, però, lo schieramento si era consolidato in un 3-5-2. In Italia lo importò Nevio Scala al Parma, impostando la declinazione difensiva della difesa a 3, cioè quella dove gli esterni sono due terzini e tutti, in fase di non possesso, corrono all'indietro, posizionandosi a 5. Ciò significa giocare con un uomo in meno a centrocampo al punto da poter costringere uno dei due attaccanti a fare da raccordo (oltre a Maradona, l'esempio più recente è Hamsik dietro a Cavani, in assenza di Lavezzi, nel Napoli di Mazzarri, con Maggio e Zuniga esterni), o limitarsi a due punte davanti di cui una, per necessità, molto mobile (come Tevez nella Juventus o come Rossi nella Fiorentina ipotizzata da Montella con Gomez perno), perché il modulo non prevede attaccanti esterni ma solo la discesa dei terzini.

Altra cosa è invece giocare con una linea di soli 4 (o addirittura 3, con Bielsa e Sampaoli) centrocampisti, perché ciò costringere i tre difensori a salire in fase di non possesso, mancando le diagonali dei terzini esterni. A squadra posizionata sulla linea della propria area scala un esterno a 4 e l'assetto diventa un 4-4-2, scendendo dall'altra parte un attaccante esterno sulla mediana. Primo sperimentatore in Italia fu Alberto Zaccheroni con l'Udinese nel 1996-1997, con uno spettacolare tridente Poggi, Bierhoff e Amoroso.

Eroi del 3-4-3
Se il 5-3-2 ha il vantaggio di rendere denso il centrocampo in fase di possesso e lo svantaggio di dover aggredire gli spazi sulle fasce con due difensori, il 3-4-3 ha il vantaggio di rendere molto largo il fronte d'attacco favorendo l'inserimento dei mediani, e lo svantaggio di dover rischiare costantemente il fuorigioco difensivo perché le fasce non sono presidiate da difensori.

Questo per dire che la difesa a 3 esprime una serie di varianti, compresa quella, magnifica, della Roma di Luis Enrique, con De Rossi che in fase di non possesso scendeva da vero metodista sulla linea di Kjaer e Heinze in fase di non possesso, mentre Taddei e Josè Angel erano costantemente alti sulla linea di Gago e Pjanic. Nelle prossime settimane vedremo se Enrique la riproporrà con Busquets a scendere tra Mascherano e Piquè. Secondo questa declinazione, estrema quanto bellissima da vedere, i due laterali dei tre difensori sono in pratica due centrali cui si aggiunge a pendolo il mediano, e si gioca a zona pura. Nella declinazione a 5 il centrale è uno solo e gioca da "libero", come, per esempio, sta cominciando a fare Vidic nell'Inter di Mazzarri.

Altra evoluzione tattica in corso sembra essere il ritorno della marcatura ad uomo a centrocampo, con uno due mediani centrali a seguire l'avversario più pericoloso: nella semifinale mondiale dell'Olanda con l'Argentina Messi fu seguito ovunque da Schneijder. Insomma, si annuncia una stagione potenzialmente interessantissima dal punto di vista tattico, quanto non lo è stata quella appena finita, Mondiale a parte.

Azor

3 aprile 2014

I ronzini di Mou

Fettine di coppa: andata dei quarti di finale 2013-14

Il gallese del Real: discontinuo ma devastante
Alle calende di aprile finalmente si può festeggiare l'inizio della Coppa dei campioni. Partecipano otto squadre, si gioca a eliminazione diretta. Non c'è nemmeno un'italiana, nessuna ce l'ha fatta a uscire viva dalla perfida giungla di preliminari e gironcini, fatturati e tetto-ingaggi, nevi turche e declino tecnico. Sono rimaste in otto, anzi praticamente in sette poiché il Dortmund ha coraggiosamente offerto spazio alle scorribande madridiste ottenendone altrettanto in contropartita, ma i gol sono stati capaci di farli solo quelli in maglia bianca. Tre a zero e la scampagnata al Westfalen non fa più tremare le vene ai polsi degli spagnoli e Carletto può muovere il sopracciglione solo per accontentare i giornalisti.

Sono rimaste in sette, anzi in sei, perché l'invincibile armata bavarese ha - vero - solo pareggiato a Old Trafford, e pure risalendo la montagnetta di un gol subito, ma ha dato (come sempre) l'impressione che, se vuole vincere, vince. Se è necessario, asfalta. Se non lo è, vivacchia un po'. E' un XI potente cui Guardiola non ha tolto nulla di quel che aveva, limitandosi a personalissimi ritocchi. Per esempio, Ribery e Robben giostrano molto più vicini di quanto non facessero con Jupp, e cambiano spesso la loro posizione. Accelerazioni su tutto il fronte d'attacco o triangolazioni strette: vanno in porta come vogliono e in tanti modi diversi.

Dunque sono rimaste in sei, una spagnola non sarà invitata al gran ballo delle semifinali, ma non sappiamo ancora se toccherà all'intermittente Barça o al voracissimo Atletico. Mercoledì prossimo, al Calderon, l'aria sarà rovente e sui garretti di tutti i più preziosi pedatori il match depositerà non pochi segni. Prevediamo, insomma, una battaglia memorabile.

Due serate di buon calcio, non ancora ottimo. Pessimo quello visto al Parco dei Principi - dove l'illuminazione non sembra all'altezza degli standard attuali: sembrava un ottavo di Coppa Uefa degli anni '80; è difficile comprendere quale equilibrio e quali funzionalità possa inventare Blanc mettendo assieme Ibra Cavani e Lavezzi; finché sono rimasti in campo tutti e tre, il Matador sembrava l'ombra di se stesso, alla vana ricerca di posizioni (attive e passive), broccheggiante palla al piede, cattivo e fuori tempo nelle coperture. Poi, uscito Ibra, è tornato somigliante anche nelle giocate a quello che conoscevamo. Lì, a Parigi, il risultato è parso bugiardo, non corrispondente ai reali rapporti di forza tra le due squadre. Ma è, naturalmente, solo colpa del Chelsea, che ha letteralmente regalato tre gol. Non uno: tre.

Il disgusto dell'Allenatore
La cosa ha naturalmente mandato su tutte le furie Mourinho. Si sa, lui non ama perdere, ma ancora meno gli piace perdere così, di pura generosità. Pubblicamente, ha tirato su il morale ai suoi sostenendo che sono dei brocchi. Ha aggiunto che sarà dura, con questi ronzini, fare due gol e non prenderne alcuno nel ritorno a Stamford. E diamine! Lui, poveraccio, non ha Messi, non ha Ronaldo, non ha Ibra, non ha nemmeno Lewandowski (ieri sera non ce l'aveva nemmno Klopp, e infatti i tedeschi non hanno mai centrato le porte del Bernabéu). Lui, poveraccio, si deve accontentare di pedatori da serie B, anzi da Championship o da League One, gente di secondo o di terzo piano come Hazard, Eto'o (assente al Parco, è vero), Torres (un ex centravanti, forse), Oscar, Willian, e poi Lampard Terry Ramirez e così via. Lui fa miracoli, tutto ciò che ha prodotto il Chelsea quest'anno è miracoloso, ma arriva il momento in cui anche l'Allenatore degli Allenatori, il migliore di tutti e di sempre, deve arrendersi ai limiti pedatori di giovani uomini non toccati dalla grazia di Eupalla. Se Eupalla l'ha ascoltato, almeno una volta lo deve seriamente punire. E allora, forse, delle otto sorelle ne sono rimaste soltanto cinque e non sei, e una di loro ha dimora sotto la Torre Eiffel.

Mans

28 novembre 2013

Partite estenuanti nel gelo

Fettine di coppa: quinto turno 2013-14

Barbuto e agile, l'egiziano Mohamed Salah
fa esplodere il St. Jakob
In queste due serate che anticipano la chiusura del Group stage pochi erano i match con punti davvero pesanti in palio per entrambe le contendenti, e svariati gli XI ridotti a lottare nel gelo per proseguire l'avventura europea nel torneo meno nobile. Sono loro a regalare le partite migliori, quelle più incerte e spettacolari: il Viktoria Plzen al City of Manchester, l'Anderlecht soccombente in casa col disperato Benfica. Viceversa, prive di emozioni e presto consegnate alla storia (ma non alla memoria) le goleade di United e Real; soffre ma vince di largo punteggio anche Lucescu, più che altro a testimoniare il momento non brillante della pedata basca. Dopo cinque turni, solo sei posti nel tabellone degli ottavi sono già matematicamente assegnati, e qualche salvacondotto sarà distribuito nell'ultimo (10-11 dicembre) in sfide che si preannunciano tese e drammatiche: Milan-Ajax, Galatasaray-Juventus, Schalke-Basilea (a proposito: gli elvetici sono l'attuale bestia nera di Mou, avendo bissato con un gollettino in zona Cesarini il successo già ottenuto a Stamford Bridge, platonicamente vendicando le due sconfitte subite in primavera nelle semifinali di EL). Allo stato, unici (e non per caso) a punteggio pieno quelli del Bayern, a ulteriore illustrazione di un'egemonia recente ma costruita per durare, e che attinge ora il record di vittorie consecutive (dieci) nella competizione.

Paradossale, ma non imprevista, la situazione di Napoli e Juventus, comparativamente considerata. I bianconeri, in un girone di difficoltà medio-bassa, sono riusciti finalmente a raggranellare tre punti al termine di 90 minuti di noia estenuante, faticando a piegare la resistenza del Football Club Copenaghen, terzo nella Superliga danese; basterà ora non perdere a Istanbul ma, come da risalente tradizione, le difficoltà juventine in Europa compensano un comodo signoreggiare domestico. Il Ciuccio, invece, è riuscito a vincere tre partite vere nel girone della morte, ma ora dovrà probabilmente schiantare i Gunners sotto una montagna di reti per evitare il precipizio nel purgatorio dell'Europa League. Obiettivamente, l'impresa pare ardua. E' il destino delle neofite; lo stesso che, sino all'anno scorso, caratterizzava le campagne continentali del City, club irroratissimo di stelle ma penalizzato dalla propria storia e quindi dal ranking. Dal canto suo, il malinconico autunno del Milan ritrova blasone e sprazzi di classe sull'ampio rettangolo di Celtic Park. E' bastato mantenere saldi i nervi e costante la concentrazione mentale per neutralizzare le velleità degli scozzesi, il cui modo di stare in campo è invariato da decenni; Mario e Riccardino insieme (se uno si 'tranquillizza', e se l'altro mantiene voglia e brillantezza), e preferibilmente in azioni di contropiede, possono fare molto male a difese anche più attrezzate di quella celtica. Vedremo.

Di questo quinto turno restano negli occhi soprattutto alcune pennellate d'autore: ieri sera il balletto di Drogba a preparare un assist di esterno destro per Bulut, giocata degna di Pelé; la meravigliosa e fortunata (quanto sostanzialmente inutile) serpentina di Isco; le ormai consuete rifiniture di Rooney, vero hombre-orchestra del rigalleggiante United, imbattuto da un po'; martedì, una sgroppata old style di Kakà, accelerazione bruciante e shoot a girare fuori di un nulla; e naturalmente i rovesciamenti di gioco a velocità pazzesche del Borussia, capaci di mandare in apnea (e alla lunga in asfissia) qualsiasi avversario. Aubameyang e Mkhitaryan sono i nomi - non ignoti, e più difficili da scrivere che da pronunciare - dei nuovi astronauti mandati in orbita da Kloppo.

Mans

27 luglio 2013

La grande smazzata

Manuel Luis Pellegrini Ripamonti accoglie a Carrington
Fernando Luiz Rosa, alias Fernandinho
Rare volte nelle ultime stagioni si era prodotto un ricambio così profondo sulle panchine dei grandi club europei. Più spesso si era ricorsi al trasferimento dei giocatori per cercare di riscattare una stagione deludente. Questa estate appare eccezionale per l'imponente ricambio dei tecnici. Per un motivo o per l'altro, si sono dati un nuovo allenatore: Bayern, Barcellona, Real Madrid, Manchester United, Manchester City, Chelsea, Paris SG e Napoli, per limitarci alle squadre qualificate in Champions League nei maggiori campionati. Delle 8 migliori compagini della stagione trascorsa, solo Borussia, Juventus e Galatasary hanno riconfermato i loro tecnici. Insomma, una grande smazzata che già solo di per se stessa riempie di attesa la nuova stagione, che ripartirà davvero su nuovi assetti.

Questo dato "evenemenziale" trova il suo contraltare nel consolidamento di un dato invece strutturale, di "lunga durata": il dominio, ormai irreversibile, di una ristretta élite europea di "super club", ben evidenziato e analizzato da Jonathan Wilson [leggi]. Predominio che nelle stagioni recenti ha sempre più ridotto i campionati nazionali a competizioni senza sorprese e con poche incertezze, emblematizzate dalla Liga, al cui vertice si alternano ormai da dieci anni solo Barcellona e Real (risale al 2004 la vittoria di una squadra "terza", il Valencia guidato da Rafa Benitez). L'unica competizione che mantiene alta, anzi altissima, la sua sua incertezza è la Champions League, che non a caso continua a sviluppare un'attenzione crescente, e a convogliare risorse umane e finanziarie (l'emblema è in questo caso l'Inter che ha disinvestito costantemente dalla vittoria del 2010 al contrario della sua avversaria di allora, il Bayern, precipitando in un amen al di fuori dell'élite dei super club).

Carletto finalmente alla Casa Blanca
L'esteso ricambio di allenatori intrapreso dai grandi club europei non è certo motivato dalla necessità di garantirsi il primato nei rispettivi campionati (che è un dato ormai strutturalmente acquisito), ma da quello di provare a primeggiare in Europa. A parte il caso doloroso del Barcellona e la successione di Ferguson, è evidente che gli ingaggi di Guardiola, Ancelotti, Mourinho, Pellegrini, etc., si motivano principalmente in relazione agli obiettivi europei. In sostanza, anche un elemento così incerto e aleatorio come il cambio di allenatore, per sua natura "evenemenziale" (il fallimentare triennio madrileno di Mourinho è in questo caso l'emblema), appare orientato a una competizione europea sempre più esasperata. Lo confermano, per converso, anche i trasferimenti più costosi dei calciatori. Cavani, con 64 milioni pagati dal PSG, e Falcao con 60 pagati dal Monaco, sembrano "periferici" rispetto agli obiettivi di primazia europea, se non in prospettiva. Questa estate i super club sembrano aver guardato soprattutto agli allenatori per assicurarsela.

Alla fine solo uno di essi centrerà l'obiettivo. Per altri, a gradazione diversa, il titolo nazionale sarà solo un obiettivo di consolazione. Lo sarà certamente per il Bayern e per il Chelsea, adusi alla vetta e con allenatori di grandi ambizioni. Vincere il titolo nazionale per il Real con Ancelotti avrebbe solo il senso di una placida normalizzazione, dopo i furori e le macerie fumanti lasciate dallo Special One, per poi tentare l'impresa della Decima, per la quale Carletto nostro sembra essere finalmente l'uomo giusto. Per certi versi la Premier sarebbe invece un titolo non secondario per Moyes e per Pellegrini, alla prova con panchine molto pesanti. Gli stessi Conte e Blanc sono costretti a vincere almeno i rispettivi campionati, pena fallimento.

Il sole negli occhi accoglie al Camp Nou Gerardo Daniel Martino,
más conocido como "El Tata Martino"
La smazzata propone anche alcune sfide di grande fascino. La più attesa è ovviamente quella del Pep al Bayern: una squadra che ha vinto tutto, e che possiede la rosa al momento più opulenta, vedrà innestare sulla granitica verticalità difensiva conferitale da Heynkes il possesso-pressing orizzontale di Guardiola; difficile credere a uno snaturamento, ma il grado dell'impresa è al momento solo nella visionarietà del suo mentore, benché la cessione di Gómez e l'acquisto di Alcantara dicano già molto. Fascinosa incognita è l'innesto di Tata Martino nel tiki taka blaugrana: l'uomo è uno sconosciuto ai più, anche alla maggior parte dei sedicenti addetti ai lavori. Personalmente l'ho visto solo sulla panca paraguagia nei mondiali del 2010 (dove stava per mettere fuori la Roja) e non ne trassi una grande impressione di novità rispetto alla tradizione di anti gioco di quel piccolo paese sudamericano. Tata si accredita però come allievo di Bielsa e dunque merita rispetto: chi ne conosce il gioco lo descrive più pragmatico del maestro [Wilson e De Calò]. Resta l'incognita dei tempi e dei modi di adattamento al calcio europeo, più tattico e meno rusticano di quello argentino. La stessa durata del contratto (due anni) è spia dell'incertezza con la quale è comunque accolto dalla dirigenza blaugrana.

A grado minore appaiono interessanti anche le prove cui si accingono Pellegrini al City e Benitez al Napoli. Le differenze delle idee di gioco rispetto ai predecessori sono lampanti: alla qualità dei solisti cui si affidava Mancini subentra il possesso e la trama del gioco tipica del cileno, che avrà a disposizione nuovi giocatori di qualità come Navas e Jovetic e di sostanza come Negredo e Fernandinho; mentre a Napoli Benitez proporrà il suo calcio di possesso alto che sembra avere le sue incognite solo in una linea di difesa al momento di non grande lignaggio. Ma staremo a vedere. Così come sarà curioso seguire l'assemblaggio, arte in cui è maestro, di Claudio Regolo al Monaco, pompato pornograficamente dall'ennesimo oledotto russo che irrora il calcio d'Occidente. Grazie anche a lui potrebbe rivelarsi un'annata di bel calcio di qualità. Almeno, speriamo.

Azor

4 maggio 2013

Il Fußball che ci attende

In otto giorni l'universo pedatorio continentale ha dunque virato di 180°. Molte cose sono state dette e scritte. Qui - per non tediare oltre - vorrei soffermarmi solo su tre aspetti forse meno battuti.

In primo luogo, sul cambio della guardia. L'annunciato predominio teutonico porta con sé un problema politico. La leadership economica e politica (fondata su organizzazione e disciplinamento) che la Germania esercita ormai da sola in Europa, a fronte di partner illanguiditi (per motivi e traiettorie diversi) come la Francia, l'Inghilterra e l'Italia, si è finalmente estesa anche all'organizzazione calcistica. Così come stanno crescendo nel resto d'Europa le invidie, i risentimenti e le aperte ostilità nei confronti dei tedeschi (non solo da parte dei greci ma ormai, nelle ultime settimane, anche dei francesi), così temo che si manifesteranno inevitabilmente nei prossimi tempi analoghi sentimenti anche nel mondo del pallone: un capolavoro come Football against the enemy di Simon Kuper [vedi] è un'opera aperta (con pagine memorabili sulla Germania del Novecento), che insegna come la storia faccia il suo corso intrecciando inevitabilmente calcio e potere. La supremazia del Fußball incontrerà probabilmente meno simpatie di quelle di cui hanno goduto, nel tempo, il Football inglese (con i suoi riti e le sue araldiche), il Calcio italiano (con i suoi stereotipi) o il Fútbol iberico (grazie soprattutto alla magnificente "diversità" catalana). Per il momento prevale l'ammirazione: anzi, la cronaca di questi giorni appare una vera e propria acclamazione del potere [rassegna]. Vedremo se saprà tramutarsi anche in simpatia. L'innesto di Guardiola è un segnale positivo. Ma il calcio tedesco non potrà fare valere solo il rigore dei bilanci. Dovrà piacere. Di più: dovrà farsi amare. Un esercizio in cui i tedeschi sono riusciti poche volte da 1.600 anni a questa parte.

1° maggio 2013, Camp Nou, Barcelona
Inolvidables: le fiammate luciferine di Franck Ribéry
Secondo punto: il 7-0 con cui il Bayern ha annichilito il Barcellona. Non potremo non riflettere anche in futuro sulla storicità di queste due memorabili partite. Se l'andata monacense era stata l'Annunciazione, il ritorno del Camp Nou - la Cattedrale di questi anni - è stato la vera e propria Rivelazione. Mai visto il Barcellona così inibito a giocare, così frustrato dall'impotenza a praticare la sua di idea di calcio. E, speculare, la partita perfetta del München, con i quattro attaccanti capaci di colpire magistralmente ma anche di sobbarcarsi un compito individuale, ma al contempo collettivo, di difesa altissima, che cominciava sul limes dell'area avversaria (e guardando l'opus di Mandžukić ben si comprende cosa Guardiola avrebbe voluto da Ibrahimović, che ha più fisico e più tecnica del croato). Al punto che a impostare l'azione erano spesso i loro difensori, come nell'apertura maestosa (alla Pirlo, si parva licet) di Alaba in occasione del primo gol. Per non dire del pressing coordinato con cui i bavaresi hanno strappato innumerevoli volte sul nascere la tessitura catalana (e in due o tre flash ho rivisto la marea Orangie annata 1974). La sostituzione in corso d'opera di Xavi e Iniesta è stato il simbolo della resa di un'era. Certo, mancavano Messi, Puyol, Mascherano e Busquets. Certo, la squadra è in evidente stallo atletico. Ma il Bayern avrebbe probabilmente vinto comunque, tanto è attualmente perfetto, apicale, il suo meccanismo di gioco. Che è totale nella dedizione michelsiana e sacchiana al collettivo da parte anche dei giocatori più talentuosi e discontinui come Arien Robben. Guardare Franck Ribéry puntare dritto alla linea di fondo trascinandosi dietro gli arrancanti blaugrana, alzare lo sguardo, e pennellare cross così essenziali e mirati continua davvero a fare del calcio il gioco più bello del mondo. Qualcosa di indimenticabile, nell'ultimo hurrah di Jupp Heynckes.

30 aprile 2013, Estadio Santiago Bernabéu, Madrid
Quando i dettagli scrivono la storia:
Roman Weidenfeller respinge di petto la sassata di CR7
Infine: il personaggio. Anche qui si è probabilmente prodotto un cambio della guardia. Il fallimento in terra di Spagna di José Mourinho sta tutto nell'immagine colta con la consueta finezza da Luigi Garlando: l'altra sera, al Bernabeu, contro il Borussia, "Mou è rimasto quasi sempre ad osservare con le mani nelle tasche del giaccone di stoffa, come un pensionato che guarda i treni da un cavalcavia" [leggi]. Se sarà ritorno al Chelsea, sarà per lui come imboccare il vialetto di casa: il ritorno dell'eroe, quello che invocava il rumore dei nemici e che ora si lamenta dell'odio altrui, al tepore domestico. Che l'ambiente inglese abbia fatto filtrare subito la voce che a Manchester si pensi non più a lui ma a Jürgen Klopp come successore di sir Alex Ferguson alla guida dello United [rumours] induce a riflessioni sulla caducità del potere e sulla grande ruota che innalza ma anche discende le fortune degli umani, anche dei sedicenti "speciali". Che sia fondata o meno, la voce evidenzia i giorni della grazia che avvolgono il giovane Jürgen, i cui meriti architettonici sono sotto gli occhi e le analisi di tutti. Tanto José è grandissimo nella detestabilità tanto "Kloppo" è prorompente nella simpatia che emana e suscita. Sempre col sorriso pronto ad aprirsi sul volto anche quando ruggisce a bordo campo. Soprattutto sono la passione che trasuda per il calcio, il rispetto per la sua storia e per gli avversari, che ce lo fanno amare come uno dei figli prediletti di Eupalla. Un dono divino, l'ennesimo, di questa epopea senza fine.

Azor
30 aprile 2013, Estadio Santiago Bernabéu, Madrid
Real Madrid CF - Borussia Dortmund 2:0
Commenti: Beccantini

1° maggio 2013, Camp Nou, Barcellona
FC Barcelona - FC Bayern München 0:3
Commenti: Wilson | Rassegna stampa: spagnola - tedesca

30 aprile 2013

Sul cambio di stagione

Segnalo ai colti e agli incliti (quorum ego) alcuni interessanti articoli apparsi di recente su varie testate, che forse meritano una lettura non frettolosa. Il tema è quello della settimana che ha forse segnato il cambio di stagione al vertice del football europeo: dall'egemonia spagnola a quella tedesca. Il tenore appare quello di una vera e propria acclamazione del (nuovo) potere.

Visto dagli ex detentori, il vice direttore di "Marca", Santiago Segurola - Il Barça ha bisogno di rigenerarsi. Il Real paga gli errori di Mourinho [leggi] - palesa la "sensazione di incredulità che si è impossessata della Spagna dopo le due sconfitte patite da Barcellona e Real in Germania. Le due squadre più forti del mondo, con 10 degli 11 giocatori inseriti nella formazione ideale stilata dalla Fifa, sono state schiacciate da Bayern e Borussia, perfetti rappresentanti del campionato più sano e meglio gestito al mondo. Stupore e shock hanno fatto da cornice alle analisi successive ai due massacri". Fernando Carreño, commentatore per "Marca" - Madrid, Barça y cambios de ciclo [leggi] - osserva come solo per il "Barcelona se pueda hablar de fin de un ciclo", ma non per il Real, "porque el suyo - el ciclo Mou - no ha llegado siquiera a iniciarse". Sulla sponda catalana, Oriol Domènech del "Mundo deportivo" - Fichajes de manual y más cantera. Heynckes culmina la obra iniciada por Klinsmann y madurada por Van Gaal [leggi] - riflette sui fondamenti del ciclo avviato dal Bayern e culminato nel sorpasso del Barcellona: acquisti azzeccati, vivaio e impianto tattico votato al "fútbol de ataque".

Cambio di consegne?
Su sponda tedesca, Raphael Honigstein - Jürgen Klopp's inspired managing brings to mind the old José Mourinho [leggi] - pone l'attenzione su quella che appare la figura ascendente nel firmamento pedatorio, il giovane Jürgen Klopp: "All of his tactical ideas only work because players listen to him and believe that he's right. Technical skill and individual class aside, much of Dortmund's game is built on good old effort, commitment and "greed," as Klopp calls it: the hunger to eat up that extra kilometer of grass. That sounds simple but it takes an tremendous amount of motivation. Few managers are able to instill that level of devotion in their teams". Il nesso motivazionale è esplicito: "There used to be a young manager who was known for making his teams perform with unparalleled intensity. His name was José Mourinho". Un passaggio di consegne. Ma anche l'ascesa di una popstar, come vena il discorso Asam Shergold - He's the scruffy nerd who once wrote a thesis on the joys of walking ... now 'popstar' Klopp stands on the brink of Champions League glory [leggi] - che ricorda come ormai la Sudtribune del Westfalenstadion sia usa intonare il rap Kloppo, Du Popstar [ascolta].

David Lacey, tra gli osservatori albionici più snob, non può fare a meno di notare - Bayern Munich and Borussia Dortmund face old challenges in new dawn [leggi] - come "the English game may not have noticed, being largely concerned with Luis Suárez and his marauding molars, but there was a coup in European football this week", e lo spiega in termini di risorse finanziarie: "While Bayern would appear to be better placed financially, neither club may be able to resist the sort of offers for their players that might come from Spain or England".

I francesi, invece, che i tedeschi li hanno da sempre alle frontiere e non separati da una manica nebbiosa, riflettono in termini storici, ça va sans dire. Eric Maggiori - L'Allemagne, vraiment une surprise? [leggi] - sottolinea come anche nel decennio appena passato in cui il Fussball non ha vinto alcun titolo, le squadre tedesche siano sempre rimaste altamente competitive, soffiando il terzo posto del ranking UEFA a quelle italiane. Ali Farhat et Maxime Marchon - Aux racines du printemps allemand [leggi] - ripercorrono in breve (con qualche tratto di malcelato sciovinismo) le tappe che hanno riportato il calcio teutonico alla vetta: l'"espionnage industriel en France", "la traversée du désert", il mix multietnico "Black-blanc-turc". Qualcosa di normale quando "on parle d'un peuple en guenilles en 45 et aujourd'hui au sommet de l'Europe. Un peuple capable de se relever des pires humiliations, mêmes sportives".

Chi attacca e chi difende?
L'anlisi si fa più tattica, ovviamente, con "sir" Jonathan Wilson che alla vigilia di Bayern vs Barcelona - Pep past v Pep future in a Pep-less present [leggi] - si interrogava sulla possibilità che il "meeting of two great sides of the age" potesse segnare "the transition from one generation to the next", avvertendo come fosse importante tuttavia "not to be drawn into the cliche of physical Germans against technical Spaniards, even if Bayern do have a slight physical edge. What will be fascinating is seeing not only the two best possession teams in Europe facing off, but also the two best pressing sides. Barcelona's players will never have been placed under such co-ordinated pressure on the ball as they are likely to be on Tuesday – and vice-versa". Il giorno dopo la domanda appare evidente - Will the football world now follow Bayern's method rather than Barça's? - e la risposta chiara [leggi]: "Tiki-taka is not dead but Tuesday's game showed the centre of New Total Football has moved from Barcelona to Munich". Se è vero che "Bayern's demolition of Barça last night certainly had the sense of a game that changed the order of things", Wilson osserva come lo stile di gioco dei tedeschi "is itself based on similar principles, on control of possession and winning the ball back high up the pitch – themselves core tenets of Total Football, which has underpinned Barcelona's football since Rinus Michels moved there from Ajax in 1971. The German variant of the philosophy, which eschewed pressing, underpinned the successes of Bayern and Borussia Mönchengladbach in the seventies. The two came together as Jupp Heynckes, who played for Gladbach, succeeded Louis van Gaal, who had taken his modernised version of Total Football from Ajax to Barcelona in 1997, at Bayern two years ago". Dunque "there is a reason they have appointed Guardiola as their manager next season. The era of the New Total Football continues, it's just that its centre has moved from Barcelona to Munich".

Arrigo Sacchi - Questo Dortmund ci dice che il gioco non si compra [leggi] -, come spesso è aduso, parla a nuora perché suocera intenda: "la vittoria degli uomini di Klopp dovrebbe far capire a tutti che si può essere competitivi anche con bilanci corretti e con una squadra di ragazzi o sconosciuti acquistati con pochi euro, allevati e cresciuti attraverso le idee e quello straordinario moltiplicatore che è il gioco". Il suo è un omaggio orwelliano non alla Catalogna ma a "un calcio sontuoso, generoso, collettivo, bello, divertente e vincente" come quello del Borussia guidato da Jürgen Klopp: "un gruppo che si esalta nell’interpretazione del calcio totale nonostante una qualità tecnica individuale non elevata. Lavoro, idee, gioco, organizzazione, innovazione e rinnovamento sono i presupposti fondamentali per spendere poco, avere risultati eclatanti e far crescere i vari Lewandowsky, Reus e Goetze del futuro".

Le grandi firme del nostro giornalismo partecipano dell'ammirazione collettiva. Gigi Garanzini videocommenta estasiato - Si chiama Bayern il nuovo Barça [vedi] - la prestazione del Bayern e constata l'impotenza del Barça. Incisivi, come sempre, i camei di Roberto Beccantini: "Credo che a Monaco sia finito il secolo breve, ma straordinario, del Barcellona. Il Bayern lo ha letteralmente spolpato" - Ei fu [leggi] -; "Borussia-Real è stata ancora più bella di Bayern-Barcellona, perché il Borussia ha stappato calcio-champagne ai cento all’ora. Due partite, due lezioni. Mourinho chiedeva «giustizia» per il suo Real: ha avuto la ghigliottina, feroce ma imparziale, del campo" - Sfuggito ai radar [leggi].

Capelli bianchi e pugni in faccia
Mario Sconcerti - Mourinho, il tecnico che deve reinventarsi [leggi] - si concentra infine sul grande perdente di questa svolta epocale, di cui non è riuscito a essere parte: "a Dortmund ha preso davvero un pugno in faccia, il suo calcio non c'è stato, non è nemmeno cominciato. Sembrava il vecchio Real miliardario e senza direzione degli anni Sessanta, una squadra quasi dilettantesca dove Cristiano Ronaldo sembrava l'unico che avesse studiato.Naturalmente si può perdere, lo ha appena fatto anche il Barcellona. Ma il Barcellona sta chiudendo un'epoca, Mourinho chiude qualcosa che non è mai cominciato. Per vincere a Madrid non serve un motivatore esasperato, bisogna insegnare calcio. E questa non è la specialità di Mourinho. Lui il calcio lo piega ma non lo inventa. È ora che si vedrà la prossima grandezza dell'uomo, da come saprà ricominciare ad allenare, da quanto saprà privilegiare il calcio rispetto all'energia del rancore. Al Real macerie così grandi alle spalle sono riusciti a lasciarsele in pochi".

Azor

25 aprile 2013

Borussia Dortmund - Real Madrid CF 4:1

La Südtribüne dell'Iduna Park (più noto come Westfalenstadion):
impressionante muro giallonero

Epocale, certo, la rotta del Barça in Baviera. Peggiore, per la palese e totale dimostrazione di inferiorità, il disastro madridista a Dortmund. Per l'ennesima volta, Mourinho ha mostrato la propria inconsistenza. In tre anni non è stato capace di fare dei Blancos una squadra capace di variare temi e atteggiamenti tattici, di esibire una riconoscibile identità. Del resto lui, The Only One, progetta di essere la sola riconoscibile identità degli XI che guida. L'eroe delle fortezze assediate. Il calcio, invece, è sempre altrove. Le memorabili scoppole subite dal Barça del Pep sono persino poca cosa rispetto alla lezione subita al Westfalenstadion. Di fronte non c'era la squadra più celebrata del pianeta, il Gigante da abbattere, il rivale storico e presuntuoso. C'era una compagine costituita da uomini che difficilmente (esclusi un paio) troverebbero posto nella panchina del Real. E che al Real hanno impartito una lezione di gioco, di organizzazione, di modernità, rendendo giustizia al lavoro di Klopp (quest'anno dedito solo al torneo continentale, e giustamente: i piatti della Bundesliga, per questo ciclo, potevano bastare) e esibisce nudo al futuro il calcio del Real e del suo magnifico entrenador, che forse anche quest'anno riusciranno nell'impresa di alzare la Copa del Rey (ma non è detto) e nulla più. Per buona sorte del club, il portoghese se ne andrà. 

Il Borussia, invece, gioca il football più entusiasmante d'Europa - non necessariamente il più efficace. Si è detto dell'organizzazione, frutto di didattica, affiatamento e armonia, fame di vittorie. Mi ha colpito, ieri sera, la prima fase del secondo tempo, quando il ritmo della partita si è alzato a quote vertiginose, e le ripartenze e il pressing martellante dei Schwarzgelben hanno ubriacato il Real, incapace di reggere a quelle velocità. Un branco di lupi affamati che si avventava sulla preda. Spettacolari e paurose fasi di gioco. E spettacolare la varietà di colpi del polacco, che Guardiola ha voluto per il suo nuovo Bayern: ieri sera si è capito perché. Chissà, invece, cosa sarà del favoloso Klopp, personaggio che più distante da Mou non potrebbe essere - per simpatia, per energia vitale, e soprattutto per la passione (passione per il gioco, autentica e divertita) che investe. Di gente così ha bisogno il football: che Eupalla sappia equamente distribuire i suoi premi.

24 aprile 2013, Signal Iduna Park, Dortmund
Borussia Dortmund - Real Madrid CF 4:1 (1:1)
Mans