Visualizzazione post con etichetta WCup 2018. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta WCup 2018. Mostra tutti i post

3 settembre 2017

Calcio d'azzardo, calcio amatoriale

D'accordo, era necessario vincere. Forse, però, andava bene anche non perdere. Ma c'è modo e modo. E' stato scelto il peggiore: fuori dalla logica, fuori dalla nostra storia.

Scopriamo oggi che tutti i giocatori spagnoli sono superiori ai nostri. Bella scoperta. Toh, hanno Ramos, Piqué e Carbajal. Ma guarda che roba Silva e Iniesta. Ah, c'è anche Busquets. Onusti di vittorie, ma anche di orrende vicissitudini. E anzianotti. Sì, ma quelli giovani sono i nuovi mostri: Asensio, Isco, De Gea. Vai a capire perché Morata non gioca - ecco perché: appena entra, segna. 

L'undici azzurro sceso in campo al Bernabéu ha un'età media superiore a quello rosso: 28.963 contro 28.074 (vedi). Un anno circa. Certo, 'colpa' di Buffon, Barzagli, De Rossi. Tutti e tre più datati di don Andrés, che ne ha 33 e viene dato per finito o quasi. In effetti don Andrés non ha più la mobilità di una volta, ma ha occhi dappertutto e saprebbe dove far andare il pallone anche bendato. 

Lo sguardo è davvero diabolico

Un tempo, quando i nostri tecnici davano per scontata la superiorità degli avversari, impostavano la squadra sulla tenuta difensiva. Marcature ferree, spazi intasati. E - se possibile, quando possibile - contropiede. Talvolta non bastava. Non bastava quando la nostra inferiorità non era rimediabile con le alchimie tattiche. Si facevano brutte figure, ma avevano una loro logica. Per esempio? Per esempio in Ungheria, nel 1955. Qualche volta, invece, la si sfangava. Per esempio? Per esempio a Wembley, nel 1973. Il nostro football, oggi (ma non da oggi) ha una sorta di orrore per la propria storia, le nuove leve crescono imbevute di nozioni imparate sui manuali del football altrui, poi quando si va in casa altrui per sostenere l'esame la bocciatura è sonora. Il doppio confronto con gli spagnoli visto in tivù il venerdì e il sabato sera non lascia scampo. Doppio zero a tre. I tecnici estraggono dal repertorio frasi di circostanza: "c'è molto da lavorare", "siamo indietro nella preparazione", e così via. 

Nessun club italiano mette in campo i propri uomini nella disposizione scelta da Ventura al Bernabéu, quella che sulla lavagna configura un 4-2-4 o un 4-4-2. Nessuno. Lo ha fatto anche Di Biagio sul campo panoramico di Toledo. Ha senso? Può darsi che ne abbia, ma non si riesce a capire quale. Presunzione? Eccesso di fiducia nei propri mezzi? Rispolveriamo ancora il tema della tradizione. L'altra notte l'Uruguay affrontava l'Argentina, sul proprio campo. Uruguay-Argentina vale da sempre, per il Sudamérica, quel che vale oggi Spagna-Italia in Europa. Bene: gli uruguayani, considerata la storia e le forze opposte, si sono tranquillamente assestati sulla propria trequarti, hanno intasato tutti gli spazi e hanno sperato di poter colpire in contropiede. Come fanno da decenni, del resto. Esito? Zero a zero. Noi abbiamo regalato alla Spagna la zona di campo in cui la Spagna è più forte, e costretto i difensori ad affrontare gli avversari lanciati in duelli individuali persi in partenza. Esito? Zero a tre. L'esito è logico, averlo sostanzialmente programmato no. E' stato, il nostro, calcio d'azzardo.

La gestione del calcio azzurro, in questi giorni, non può essere considerata solo fallimentare. Va giudicata usando l'aggettivo che si merita: amatoriale. 

Mans

1 settembre 2017

Una notte senza emozioni al Centenario

Il fascino del Centenario è intatto, ma ingentilito. Sarà la bella illuminazione, sarà il verdissimo prato. Sarà che i due settori bassi della Tribuna Colombes e della Tribuna Ámsterdam (le curve, quelle dei posti più popolari) sono di necessità deserte. Sarà anche perché, forse, la gente di Montevideo sa che l'Argentina è più forte della Celeste, e ne ha abbastanza timore. 





Il Centenario non è più la bolgia dei tempi che furono, e la partita scorre meno cattiva di quel che si poteva temere e immaginare. Qualche scontro duro, sì, qualche finta rissa subito spenta. E questo zero a zero che non sta né largo né stretto a Uruguay e Argentina, anche perché nel frattempo i cileni sono stati miseramente travolti dal Paraguay a Santiago, e dunque tutta la storia deve essere ancora scritta, e non è d'obbligo scriverla tutta in una sera. Specie quando non si è in vena.

L'Argentina di Sampaoli rumina un futbol lento, di possesso insistito, che sembra avere per unico scopo quello di trovare il modo di accendere Messi. Già: Leo vaga per il campo, su tutto il fronte della trequarti e anche più indietro, riceve palloni da Biglia e poi parte, cercando un uno-due con Dybala o lo spazio per imbeccare gli esterni, Di Maria e Acuna. In novanta minuti, lo 'schema' riesce solo un paio di volte, ma non produce danni particolari. Dal canto suo, arroccato more solito intorno a Godin, l'Uruguay aspetta e riparte, si guarda bene dall'alzare la linea del pressing, intasa gli spazi davanti all'area, trova un paio di situazioni promettenti ma non le concretizza. Novanta minuti di noia, rarissimi sprazzi di calcio: non era lecito attendersi fuochi d'artificio: da quelle parti, e tra di loro, giocano spesso così.

Dopo l'esordio di quattro anni fa, sempre a Montevideo, sempre al Centenario, sempre per un partido di qualificazione alla Coppa del mondo, cacciata dall'undici titolari gente come Higuain e Aguero, ecco finalmente Maurito Icardi. Centravanti dell'Argentina, anche se col numero sette. E' la sua prima partita internazionale importante, perché nell'Inter ha visto solo i campi dell'Europa League, senza mai andare troppo lontano nella competizione. La sua prestazione è stata inguardabile. Totalmente priva di incisività e (difetto evocato anche quando lo si giudica in maglia nerazzurra) di partecipazione al gioco. Largamente prevedibile: i due centrali uruguayani l'hanno disinnescato senza spendere una goccia di sudore, e l'unica buona palla ricevuta da Messi l'ha malamente ciabattata, telefonandola a Muslera. Poi, è vero, ha anche subito un fallo (in area) punibile da Godin: che nessun arbitro sudamericano avrebbe mai sanzionato. Resta che, se la scelta di Sampaoli è definitiva, da quelle parti le polemiche non mancheranno.

Mans

11 giugno 2017

Leigh Griffith entra ed esce dalla storia nel giro di tre minuti e mezzo


Hampden Park non ha più nemmeno un decimo del fascino di un tempo, quello restituito da nitidissime immagini in bianco e nero scattate durante famose partite. Ospita meno della metà degli spettatori che, per esempio, vi si assieparono per vedere il Madrid alzare la quinta Coppa dei campioni, il 18 maggio 1960. Fa oggi lo stesso effetto del Maracanã, in sostanza. L'effetto di un tempo del football che se n'è andato e non tornerà mai più.

Hampden oggi

Hampden un secolo fa (o poco meno)

Lo stesso, probabilmente, si può dire per Scozia-Inghilterra. Da un infinitamente lontano 30 novembre del 1872 le sfide sono state, con quella di ieri, ben 114, e quasi sempre si è giocato con punti in palio - ma anche le semplici amichevoli non è che facessero differenza. I più giovani si domanderanno come faccia lo score complessivo a essere così equilibrato (41 vittorie scozzesi, 48 inglesi), tanto più che se consideriamo gli ultimi 20 incontri (a partire dal 4 giugno 1977 - sì, con la fine della British Home Championship le occasioni si sono poi diradate) scopriremo come sia soltanto di recente che i Leoni hanno acquisito quel vantaggio complessivo sui rivali.

Una superiorità che ieri stavano confermando senza particolare fatica. Uno a zero, un gol di Oxlade-Chamberlain che chiude una fase in cui gli scozzesi commettono una serie di errori tecnici e tattici addirittura improbabili; un gol oltretutto segnato dal Gunner a difesa schierata, convergendo verso il centro dell'area e scoccando poi senza opposizione alcuna un sinistro che centra in pieno Gordon (il quale, ostruito dai suoi, non l'aveva visto partire) e poi schizza in rete.

Hart pensava la mettesse a sinistra.
E' palesemente in ritardo
La reazione scozzese tarda a manifestarsi. Forse, il pubblico che inizia a cantare l'inno per coprire la festa inglese mette un po' di convinzione nella testa e nei piedi di Leigh Griffith. E' il centravanti del Celtic, uno sul quale non vale la pena dilungarsi più di tanto, anzi. Diciamo che sino a ieri vantava dodici gettoni nella Tartan Army; le sue prime apparizioni risalgono alla fine del 2012, ma la prima partita intera l'aveva conclusa a Wembley, nell'andata di questo gironcino di qualificazione al mondiale di Putin, ed era stato un secco tre a zero (inutile sottolineare per chi). Da sostituito o da subentrante, a ogni modo, il suo nome sui tabellini non c'era ancora. Ieri pomeriggio, dunque, mancavano pochi minuti al triplice fischio, e tra uno sbadiglio e l'altro ho fatto in tempo a pensare che (per dire) Lapadula (uno a caso) della nazionale di Scozia sarebbe la stella indiscussa, vista la pochezza degli attaccanti che il povero Strachan è costretto a reclutare. Ma ecco: due punizioni dal limite, dalla medesima piastrella (centimetro più centimetro meno), e Griffith (mancino) la mette prima alla sinistra e poi alla destra di Hart. Due esecuzioni vellutate (la seconda quando il cronometro segna 89 minuti e 3 secondi), di qualità eccelsa. Roba alla Messi, alla Dybala o perlomeno (se non vogliamo esagerare) alla Diamanti. Hampden ruggisce - che Hampden ruggisca è un vecchio luogo comune, ma un fondo di verità c'è di sicuro. Griffith sta per entrare nella storia. Nella Storia, anzi, con la S maiuscola. Nella Storia del calcio britannico quanto meno, perché una vittoria scozzese tra queste mura manca dal 1985 (di mezzo, c'è stato l'inutile uno a zero di Wembley del 1999: inutile perché era il match di ritorno dei play-off per andare all'europeo belga-olandese, e ci andò l'Inghilterra). 

I Leoni si avventano, e cosa dovrebbero fare? Perdono palla, riparte la Scozia, ci sarebbe la possibilità di un contropiede micidiale, o perlomeno di portare il pallone e tenerlo (il maggior tempo possibile) lontano dall'area, ma le qualità nel palleggio sono infime, la sfera torna tra piedi inglesi, dalla sinistra un cross lunghissimo viaggia verso il secondo palo dove, indisturbato, arriva Kane, che con irrisoria facilità insacca il definitivo due a due. Il cronometro segna 92 minuti e 27 secondi. 

L'euforia di Hampden si spegne. Tutto è, ancora una volta, rimandato alla prossima volta.

Volete vedere almeno gli highlights di questo non storico match? Andate qui.

Mans