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30 agosto 2016

O mia bela Maduninaaaaa ...

La stagione dei campionati e delle coppe è iniziata. Senza sorprese. Avremo due sole squadre in Champions League perché – more solito, ma attraverso errori e comportamenti indegni – la terza qualificabile si è arenata ai play-off. Crollando rovinosamente all'Olimpico dopo un buon pareggio a Oporto, frutto di sprechi e scarsa lucidità. Allineeremo perlomeno il grandioso Sassuolo in Europa League, sperando che tra emiliani, Viola, Roma e Inter qualcuna faccia più strada di quella che siamo abituati a vedere percorrere.

In Inghilterra le grandi hanno ripreso il pallino del gioco, almeno apparentemente. Gli investimenti epocali dell'UTD (e il deretano di Mou), il lavoro di Conte a Stamford Bridge, i primi esperimenti di Guardiola hanno già prodotto risultati, e le tre viaggiano appaiate, a punteggio pieno prima della sosta. Il Leicester muove ora alla sua velocità naturale, e il Watford affidato dai Pozzo a Mazzarri già boccheggia in coda. Ma anche l'anno scorso i Citizens partirono sparati: forse non sarà indecifrabile come di norma, ma non è detto che anche quest'anno la Premier non regali qualche emozione.

Il faccione è tutto un programma
Carletto ha già conquistato la Baviera (cosa di cui era difficile dubitare), e seppellito alla prima un rivale storico come il Werder (certo, decaduto assai). In Spagna fa notizia il Las Palmas di Kevin Prince Boateng, che sopravanza in classifica dopo due giornate e per le più consistenti goleade Real e Barça. Campionato di melassa agonistica dove prima o poi c'è gloria per tutti: solo l'Atletico gioca un 'altro' calcio, di sofferenza e inquietudine, e ha iniziato con due pareggi e molta fatica.


In Italia, senza dare l'impressione di impegnarsi più di quel che fanno all'oratorio i quindicenni opposti a improvvisate squadrette di pulcini, la Juve ha già sistemato Fiorentina e Lazio. L'autoproclamata sfidante di stagione, l'Inter del colosso cinese, è schiantata prima dal Chievo e poi messa in serie difficoltà dal Palermo, candidatissimo alla retrocessione; la Roma anche in campionato offre rappresentazioni drammatiche; il Napoli, lentamente, sta modellando l'annata del dopo-Pipita, ma ci vuol poco a capire che è l'unica squadra in grado di dare qualche fastidio (eventualmente) alla Juve.

E poi c'è il Milan. Il Milan e l'Inter. Chi governi le sorti del Milan non si sa; l'assetto societario attuale è sull'orlo del fallimento, quello futuro (fra trattative, preliminari, annunci di closing con soggetti indeterminati e indeterminabili) insondabile. Rimane il campo, l'allenatore nuovo, i soliti difetti e qualche bella promessa (Suso, Niang). E' rimasto Bacca, che appare e scompare come una madonna, ma in genere appare solo nell'area di rigore quando il pallone transita da lì. Non sempre il pallone transita dalle sue parti, e allora torna a sembrare qualcosa a metà tra un lusso e un modesto attaccante. Incomprensibile, del tutto incomprensibile quanto accaduto in casa nerazzurra: un mercato strano, un allenatore liquidato durante la pre-season, un altro arrivato mezz'ora prima che iniziasse il campionato, del tutto ignaro del calcio italiano e abituato a sistemi di gestione completamente opposti a quelli nostrani. Frank De Boer, già. Qualcuno si è illuso che fosse arrivato Rinus Michels, ma in due partite ha mostrato di essere ancora allo spelling del football italico. Ha gente di qualità in rosa, ma non adatta al modulo Ajax, al suo sempiterno 4-3-3, e costringe Banega a giostrare in mediana, in una posizione cioè dove può alternare cose buone da ragioniere e cose disastrose. E disastrose (cioè inutili) risultano le frequenti incursioni di Medel in area di rigore (e i conseguenti, logici sprechi). Vedere Medel fiondarsi cinquanta metri più in là della sua naturale linea di movimento dà il senso del paradosso.

Siamo dunque ancora nel pieno della nottata milanese, senza che nessuno sappia dire quando e se finirà. Perciò molti iniziavano ad interessarsi al Football Club Brera, terza squadra di Milano allenata dalla star televisiva Enzo Gambaro (ex terzino transitato anche dal Milan), militante in Eccellenza e che giocherà le sue partite nella gloriosa Arena Civica intitolata a Gianni Brera (il nome della squadra deriva tuttavia dal quartiere, non dal Gioann). Bene, le cose non vanno benissimo nemmeno qui. Il match d'esordio – una sfida di Coppa Italia Dilettanti in programma domenica scorsa all'Arena – è stato cancellato per impraticabilità del campo. Grandine? Temporali? Alluvioni? No. Campo di terra e sassi, erbe selvatiche e quant'altro. Manutenzione di competenza del Comune, non del club. Tra i due soggetti, comunicazione carente.

"O mia bela Maduninaaaa …."

18 aprile 2016

Paella valenciana e altre portate


Partiamo con un quiz facile, al quale però si devono sottoporre solo coloro che s'affacciano alla nuova settimana ignari di quel che è successo nel week-end sui campi di pallone del mondo, vicini o lontani. Sabato il Real ha demolito il Coliseum Alfonso Pérez di Getafe: cinque a uno. Cristiano, un solo gol. Quale dei cinque? E a quale minuto di gioco?

D'accordo, era proprio facile facile, non vale la pena nemmeno di fornire la risposta, in calce, scritta con scrittura capovolta. Ma era facile prevedere che i Taronges banchettassero con paella valenciana sul prato sempre più ospitale di Camp Nou, ieri sera? No, non era facile. Del resto, ormai l'area di rigore del Barça è puro open space. Che la squadra sia stanca, stanchissima, statica e satura si è capito nell'azione del secondo gol, stampato dal Valencia giusto allo scadere del primo tempo, e dunque nel momento peggiore per chi lo incassa: lunghissima melina sulla trequarti destra, vicino alla fascia, metà campo difensiva catalana. Niente pressing, o pressing lento, annebbiato. In realtà, quelli del Barça stanno a guardare, indecisi e confusi. Poi, cambio di gioco improvviso - ma prevedibile. E, a chiudere, un affondo nel burro, perfezionato con un certo aplomb da Santiago Mina Lorenzo, scuola Celta, nativo di Vigo, a noi sempre cara.

Titolisti compiaciuti

Dunque, mancano cinque partite, le tre grandi di Spagna sono tutte insieme o quasi. Il calendario non sembra favorire alcuna delle tre (nessuno scontro diretto in cartellone, purtroppo), ma è un dettaglio che vale quel che vale. Il Barça non ha più l'Europa, ma è parecchio male in arnese. E' vero che - discorso valido anche per il Real, sebbene in minor misura - basta una giornata di luna buona per i tre davanti, e tutto potrebbe tornare a fluire e fiorire con naturalezza (gioco e risultato). Ma giornate così sono diventate rare. E la condizione atletica generale, così come quella mentale, pare al minimo. E si gioca sempre in undici. Quelli di Rakitic e di Piqué, dopo i gol subiti, erano sguardi di gente che ha capito l'antifona. Resta difficile azzardare pronostici. Seppellivamo, insieme a quello francese, la salma del torneo a febbraio. Non è mai stato così vivo. E ferocemente conteso.

Questa è simulazione, sostiene Jonathan Moss, il referee.
Giallo e poi rosso per Jamie Vardy
Il Leicester (squadra che gode di un sostegno ormai universale: è al momento e certamente l'undici più amato nel mondo; induce infinite analisi, che accontentano sia gli appassionati delle favole e della retorica sia quelli cui piace veder ridimensionata ogni impresa) ha mancato il primo dei suoi due match-ball: pari interno con gli Hammers. Strappato dalle Foxes all'ultimo respiro. Un rosso per Vardy, un rosso sul quale tutti discutono (a noi troppo limpido non è sembrato; e meno limpido ancora è parso il rigore assegnato al Leicester nel recupero: chiara compensazione). Lassù s'annunciano partite da infarto, se stasera il Tottenham riesce ad arraffare i tre punti sul difficile campo di Stoke, accorciando le distanze.

"Prova a stopparla decentemente, se sei capace"
(dice il doriano)
A casa nostra, tutto è finito o quasi. La corsa per il titolo, senz'altro. Sarebbe consigliabile, almeno per i prossimi cinque-sei anni, istituzionalizzare un handicap di partenza per la Juventus. Non meno di quindici punti. Cosa si può aggiungere? Solo il rimpianto per come Allegri ha gestito la mezzora finale dell'Allianz Arena. In questa stagione quasi perfetta, quell'eliminazione peserà come un macigno sulla sua coscienza - relativamente, si direbbe; sembra uno sempre più sicuro di sé e delle proprie capacità. Nel frattempo, alle spalle di Nostra Signora, il Napoli sbraca e lo spogliatoio romanista esplode. L'Inter - che un po' sale e un po' scende - stavolta sale. Il Milan spezza le reni alla Samp: terza sfida in pochi mesi, esito sempre uguale. Brocchi in panchina, all'esordio. A fine partita, piange di commozione, ed esalta la virilità della truppa. Forse sperava di perdere e di essere immediatamente accantonato, e invece gli toccherà restare per un po' in quella gabbia di matti. Balotelli ha giocato discretamente il primo tempo (è una notizia, sì), poi è sparito. Non a caso, ma solo a quel punto, ha fatto capolino Bacca, il risolutore. L'ottometrista, anzi: nello scorcio dell'area, se vede la porta, castiga. Fuori dal suo habitat, è un catalogo di mediocrità pedatorie assortite. Di mediocrità pedatoria assoluta è invece campione Bertolacci. Dopo due minuti spedisce fuori dal campo, con un tocco di mestissima quanto raffinata broccaggine, un pallone ordinario, banalmente recapitabile a un qualsiasi compagno posizionato pochissimi metri più in là. In quel preciso istante, parecchi milanisti, già provati dall'orrenda settimana appena trascorsa, hanno reagito d'istinto. Imprecando, spegnendo la tv, e ripromettendosi di non riaccenderla più fino a quando non saranno arrivati i cinesi con valige stracolme di bigliettoni da investire e, nel doppiofondo delle medesime, qualche sospirato top-player. Sapendo anche che potrebbero non arrivare mai, o non così presto: né i cinesi, né i top-player. Si sono svegliati stamani sentendo dire che Mario avrebbe detto che lui vuole restare al Milan. Certo, dev'essersi finalmente divertito nei giorni scorsi all'asilo di Milanello, assistendo alle performance di Coach John Maori e provando poi a centrare con qualche pallonata il drone messo in orbita da Brocchi. Non c'è riuscito, deve ancora aggiustare la mira. I milanisti però non ne vogliono più sapere di lui e se la prendono con Galliani. Tuttavia, è chiaro come l'unico autorizzato a decidere cosa farà e dove andrà Balotelli non sia Galliani e non sia nemmeno Berlusconi. L'unico autorizzato è Raiola. E difficilmente vorrà accasarlo all'Entella o all'Hong Kong Express.


Alla prossima.

11 aprile 2016

Il sortilegio dell'Anoeta e le imprese che non hanno fine

Difficile passare, va ammesso
Ci dev'essere un sortilegio, una maledizione. Qualcosa ci dev'essere. Il Barça di quest'ultimo decennio ha vinto dappertutto: mai, però, a San Sebastián. Lì, nel Municipal de Anoeta, paga regolarmente dazio, e pressoché regolarmente lascia i tre punti - li ha presi, per l'ultima volta, nel 2007. Cioè nella temporada che vide i baschi cadere in Liga Adelante. Sabato, senza Suarez, con Iniesta e Rakitic in panchina, i catalani sono andati immediatamente sotto. Ma poi, nonostante disponessero sostanzialmente di tutta la partita per risalire, il tabellino non ha registrato novità. Tonicissimo, l'Atlético si porta a soli tre punti. Il calendario è favorevole a Messi. Ma la sua luna è storta, sbaglia cose che di solito gli riescono a occhi chiusi. Inoltre: gli errori difensivi sono più frequenti del solito; la pressione 'alta' è meno organizzata ed efficace del solito; il 'gioco' scorre meno veloce del solito; la stanchezza è smaltita meno rapidamente del solito. E ancora: troppe partite concluse senza sconfitta, una serie conclusa poche settimane fa; e dunque: assuefazione. Tocca a Luis Enrique, ora, dare qualcosa in più. Lo dice lui stesso [vedi]. Se l'Atlético è a meno tre, il Real si riporta a meno quattro. Si aggiunge alla mischia, vincendo facilmente una partita facile, come d'abitudine, al Bernabéu. Succede spesso, quando i Blancos sono reduci da rovesci europei. A quel punto, le stelle si riaccendono e minacciano (talora compiendone) sfracelli. Martedì sera al Bernabéu, e mercoledì al Calderon, la stagione eu(ro)pallica emetterà i primi importanti verdetti.

Le imprese delle Foxes non hanno mai fine. Hanno guadagnato la qualificazione alla Champions dell'anno prossimo. E Vardy imperversa su tutti i campi, da autentico top-player. Lineker suggerisce a Hodgson di tenerlo costantemente insieme ad HurryKane nella linea offensiva dell'Inghilterra agli europei: una coppia destabilizzante, imprevedibile, forse devastante. Ora a Ranieri mancano solo cinque partite, con un vantaggio di sette punti sul Tottenham da difendere. Arbitra il Chelsea, detentore della Premier, che dovrà incontrare entrambe, ed entrambe a Stamford Bridge. Per scaramanzia, si preferisce non aggiungere altro.

Mannone, portiere del Sunderland, ha chiesto di poter fumare l'ultima sigaretta

Anche le imprese del Milan non hanno mai fine. Regolarmente perde partite che si trova a condurre. D'accordo, è accaduto con la Juve e ci sta, come ci sta anche il paio di parate ai limiti del miracolo regalate da Buffon al Meazza - pieno, sì, ma soprattutto di juventini. Della Juve tutto si sa. Del Milan anche: mai tuttavia è parsa così evidente la povertà dei suoi ricambi. Quando gambe e riflessi dei 'titolari' sono pesanti, dalla panchina può arrivare solo ulteriore zavorra. Non che i titolari garantiscano alcunché: la 'quadra' trovata a un certo punto da Sinisa pareva comunque precaria, e gli infortuni l'hanno costretto a ricominciare daccapo. 

Dire che il Milan ha bisogno di una 'rifondazione' è banale. Lo capisce anche un neonato. Quali siano i reali progetti, le reali intenzioni della 'famiglia' e del 'capo-famiglia', tuttavia, nessuno può sapere davvero. Il che è una fortuna per pennivendoli e opinionisti televisivi, che ogni dì possono escogitare scenari editi e inediti ed esercitarsi in diuturne chiacchiere da bar. Qui, si preferisce aspettare e vedere. Poi se ne riparlerà. 

La domenica si è spenta con le tristi immagini arrivate da Palermo. Festa organizzata dagli ultras: pestaggi fuori dallo stadio; dentro, bengala ripetutamente gettati sul campo, tra i piedi dei giocatori. Immagini insopportabili. Prima che la partita finisse, quindi, abbiamo spento la tivù.

21 dicembre 2015

Follie agonistiche e (quale più quale meno) appassionanti tornei

Cartoline di stagione: 17° turno 2015-16

Felipe Melo show: 1. Il rigore
Lo sketch è frequente, e ribadisce la follia agonistica (e dunque e in definitiva l'ignoranza calcistica) di Felipe Melo, anima di (quasi) tutte le squadre in cui ha giocato. Temperamento rivoluzionario, scarpe grosse e cervello in pappa, forse male ossigenato, regala un rigore alla Lazio (che i suoi avevano fortunosamente ripreso) quando l'aereo per le vacanze ha già acceso i reattori. A fine campionato sarà interessante contare i punti che Felipe avrà impedito all'Inter di aggiungere alla classifica. Ammesso di vederlo ancora in campo. 

Felipe Melo show: 2. La mossa del cartellino rosso
Perde e malamente, in casa, l'Internazionale contro la Lazio, derelitta di punti e di morale ma non di potenziali qualità calcistiche. Malamente, giocando da cani, come altre volte (quasi sempre a dire il vero) ha giocato. Perde, e il gruppo di testa si ricompatta. Ma, nel gruppo, ora c'è anche la Juve. Visto che le sue idee non portavano a nulla (anzi), Allegri è tornato al modulo che i reduci conoscono e interpretano a memoria, quello di Conte. Difesa a tre; ambientamento di Mandzukic; esplosione di Dybala; rosa profonda anzi profondissima. Ingredienti bastanti e avanzanti per la Serie A, e soprattutto per assorbire gli effetti di una partenza lenta. Con qualche fatica (ma nemmeno troppa) Nostra Signora ha messo insieme 21 punti in 7 partite, e poiché la logica (la logica, già, che non è garanzia di nulla) dice che a marzo sarà fuori dalla CL, ecco che (logicamente, ça va sans dire) il campionato ha un padrone, al di là dei numeri, ed è sempre lo stesso padrone degli ultimi anni. Non ha spadroneggiato finora - tutt'altro - ma la logica dice che da gennaio inizierà a farlo.

Può rammaricarsi di non essere rientrato nel gruppo in fuga persino il Milan: avesse battuto tutte e tre le ultime in classifica starebbe insieme alla Roma, in piena (ancorché teorica) lotta per il primato e per le posizioni Champions. Può rammaricarsi, ma sempre la logica fa ritenere ovvio il suo ritardo. Il Milan ha i punti che merita, punto e a capo. 

Altrove si va in letargo. In Francia, dove il distacco tra la prima e la seconda (19 punti!) è superiore a quello tra la seconda e la terz'ultima (13 punti!). Campionato appassionante per tutti, esclusi coloro che l'hanno già vinto. Le cose vanno più o meno così anche in Bundesliga, ma la concorrenza è per il Bayern più consistente di quella surclassata dal PSG. Belle partite, però, negli stadi tedeschi. In Spagna ha riposato il Barça, volato in Giappone per l'esibizione universale del calcio inutile dove ha ovviamente spopolato e pure risparmiandosi abbastanza. I Blancos infieriscono sui poveri cugini del Rayo, andati avanti ma poi ridotti in nove uomini e seppelliti da dieci gol. Nessun entusiasmo per gli abbonati del Bernabéu. Anzi. "Goles no son amores", titolava ieri Marca

La Premier non si ferma, ma Mou è sceso dalla giostra. Dove andrà ad allenare? Tornerà a Madrid? Prenderà il posto di Van Gaal? Vedremo. Per ora godiamoci l'epopea del Leicester City, passato anche a Goodison Park. Non vincerà il torneo, ma ha già contribuito a renderlo appassionante, sottraendolo al destino di una guerriglia calcistica tra ricchi, cui il soldo non basta per allestire XI belli e irresistibili. E' la lezione sempiterna del calcio.

Mans

5 ottobre 2015

Bicchieri mezzi pieni e bicchieri completamente vuoti

Cartoline di stagione: 8° turno 2015-16

Poche cose davvero notevoli in questo week-end e poche annotazioni ad memoriam. Fa rumore la seconda presa di San Siro (con goleada) in sette giorni. Trasferte con pic-nic per le comitive di Sousa e Sarri. Ma i punti in classifica determinano l'umore dei tifosi (ovvio) e fanno buona stampa (meno ovvio). Dunque, l'Inter fa un punto in due partite (travolto dalla Viola al Meazza -  partita "che non ha fatto testo" -, concede alla Samp una quantità impressionante di situazioni da gol in azioni di contropiede prima di strappare un pareggio), ma resta seconda in classifica e dunque il bicchiere è mezzo pieno. Il bicchiere del Milan è invece totalmente vuoto, e non c'è bisogno di spiegare perché. 

Immagine datata, ma sempre attuale

L'Inter ha un reparto di mezzo cingolato ma lento. Davanti, parecchi solisti (i vari slavi) e un grande finalizzatore (l'argentino). Otto gol segnati e sei subiti in sette partite sono uno score da media classifica (sesto-nono posto), e questa pare la dimensione (reale e attuale) dell'Inter; ha almeno sei-sette punti in più di quelli che meriterebbe, conseguendo vittorie mai limpide solo con le cenerentole della Serie A (cugini compresi). Dopo la sosta - momento sempre delicato - ospiterà la Juve, e lì capiremo molto di come sarà la stagione delle due. 

Il Milan ha già rimesso nel baule ogni ambizione, e può starsene chiuso in camera a meditare sui propri errori - innumerevoli. I milanisti devono invece sperare che la dirigenza non faccia colpi di mano, decidendo di sollevare l'allenatore: la squadra rischierebbe un precipizio senza rimedio. Potrà restare a galla solo tirando fuori gli attributi (se ci sono), lottando da provinciale. Come altre volte, in passato, è già successo.

Quelle che giocano in Europa sembrano le più forti, e sono cinque. Le cinque che potrebbero trovarsi nelle prime cinque posizioni a fine stagione. Sorprendenti performance di gioco da parte di Fiorentina e Napoli; ancora parzialmente inespresse Roma e Juventus; in ripresa la Lazio. Speriamo l'equilibrio perduri.

Equilibri precari anche altrove. Il Siviglia bastonato dalla Juve bastona il Barça che aveva bastonato la Juve qualche mese fa. L'Arsenal infinocchiato dai greci ci mette pochi minuti a stendere lo United - l'Arsenal è capace di queste imprese. Il City passa dalla depressione all'esaltazione in pochi giorni, ma c'è voluto il Newcastle per divertire quelli che frequentano l'Etihad. Invece, quelli che credevano in un new deal a Dortmund si sono visti improvvisamente di fronte la sagoma gigantesca del Bayern. In Germania anche quest'anno sarà una bella lotta: per il secondo posto. 
E forse anche in Europa.

Di pura prepotenza: cinque a uno
Alla prossima.

Mans

28 settembre 2015

Una strana e promettente stagione

Cartoline di stagione: 7° turno 2015-16

Quella in corso è davvero una strana, promettente stagione. Almeno in Italia e in Inghilterra, forse anche in Spagna. In Germania e in Francia, invece, tutto sembra destinato a ripetere la falsariga degli anni scorsi, con i due club dominanti (PSG e Bayern, ça va sans dire) già in buona traiettoria. Forse anche perché non hanno vissuto un'estate di grandi cambiamenti (Douglas Costa però, a Monaco, sta entusiasmando). Da seguire, in Ligue 1, soprattutto la crescita del Reims, cui siamo affezionati per i trascorsi legati alle prime coppe dei campioni; risalito nella maggiore divisione solo un paio d'anni fa, è ora in corsa per le prime piazze, dopo sofferte salvezze; dieci giorni or sono, al glorioso Delaune, lo squadrone di Blanc ha davvero rischiato grosso, acciuffando un pari per i capelli. Sarebbe bello, insomma, rivedere quelle maglie nelle serate europee. Chissà.

CR affranto: è rimasto all'asciutto.
Miguel Torres, scarto del Real, non partecipa alla festa dei suoi
In Spagna due o tre cose notevoli. Il Sevilla ha abbandonato l'ultimo posto battendo il Vallecano, ma all'ultimo respiro e dopo aver sprecato un doppio vantaggio; sicché là in fondo, ma in buona compagnia, c'è ora il Malaga, che però ha fermato il Madrid al Bernabeu. Reti intonse. Beh, si penserà, dev'essere forte questo Malaga. Quante squadre al mondo sarebbero in grado di resistere per novanta e passa minuti in casa del Real? Vero. Perché, allora, con quella difesa di ferro, pressoché imperforabile (tre gol incassati in sei partite), gli andalusi navigano così al largo dalle prime? La risposta è statistica. Sei partite giocate, tre soli rete concesse, ma nessuna messa a tabellino. Nella Liga - torneo funambolico, dove le goleade sono (erano) la normalità - l'astinenza del Malaga è una specie di sciopero della fame. Una protesta contro il calcio dei Cristiano Ronaldo, dei risultati tennistici, dei supercannonieri. Contro il calcio-spettacolo (luogo comune, il calcio è comunque uno spettacolo, non è classificabile in fattispecie). Contro la logica eterna del gioco. Contro il suo scopo. Seguiremo con curiosità le sue prossime esibizioni. Intanto, là in cima, dopo qualche anno e l'umiliazione della caduta in Liga Adelante, si rivede - in perfetta ma temporanea solitudine - il sottomarino giallo ...

In Premier lo 'spettacolo' è offerto dalle controprestazioni del Chelsea. Dopo il primo tempo a St. James' Park, Mou (dice egli medesimo) avrebbe sostituito sei uomini. Urka! Speriamo cambino presto il regolamento, tre soli rimpiazzi a partita sono davvero troppo pochi, bisognerebbe prendere esempio dal basket, dall'hockey, dal volley eccetera eccetera. Dal canto suo, il Newcastle ha forse già prenotato un posto in Championship per la prossima stagione, e non ha intenzione di disdirlo: perciò incassa la rimonta (che matura negli ultimi dieci minuti) e consente ai Blues di salire da sette a otto punti, la metà esatta dello United. Il quale si trova meravigliosamente in testa, approfittando della totale confusione dei Citizens, evidentemente andati in tilt dopo l'esordio e la sconfitta inusitata e riprovevole in CL. Tre sconfitte consecutive. L'ultima, con goleada, a White Hart Lane. Così ora anche l'Arsenal - lunatico e indecifrabile come al solito - può ritenersi pienamente in corsa. E financo il Liverpool. Mah!

L'ispirazione poetica degli ultras
non è migliore di quella calcistica della Benamata
Da noi, chi ha visto le prime cinque partite dell'Inter non può stupirsi di com'è andata la sesta. Fragorosa caduta al Meazza con la Viola, che non ha infierito. Il Napoli pare travolgente, e il lavoro di Sarri si vede bene, ora. Specie da metà campo in su. Ritmo frenetico, pressing asfissiante, e Juve ridotta al silenzio - in un San Paolo semideserto ma che forse, presto, tornerà a riempirsi. E' indubbiamente la squadra del momento. In un campionato così strano, con tante squadre 'rifatte', pare logica la posizione del Toro, squadra che di anno in anno Ventura sembra saper migliorare. Sempre male il Milan, che però e almeno in dieci contro undici a Marassi qualche segnale di vitalità l'ha lanciato, a differenza degli inermi cugini. Una barzelletta la Juve, che Allegri modella e rimodella a ogni partita. Ma non è un artista, e di capolavori 'in proprio' non ne ha mai sfornati; difficilmente gli riuscirà quest'anno.

Mans

15 settembre 2015

Se tre indizi fanno una prova ...

Cartoline di stagione: 6° turno 2015-16

Se tre indizi fanno una prova, il disastroso inizio di stagione del Chelsea guidato da José Mourinho sembra preludere a un clamoroso fallimento del ritorno a Londra del tecnico portoghese dopo il fracaso madrileno. Terza sconfitta nei primi cinque turni di Premier: 1:3 dall'Everton dopo la sconfitta in casa con il Crystal Palace (1:2) e la botta presa dal City (0:3). Sorprende come la vittoria con il WBA sia stata appesantita da 2 reti subite (3:2) e come anche il debutto a Stamford Bridge sia stato macchiato da altre due reti dello Swansea (2:2). In cinque partite l'assetto tattico di Mourinho ha imbarcato 12 gol. Inusuale per un allenatore che fa della difesa, degli autobus parcheggiati e del non possesso palla una filosofia sbattuta in faccia agli avversari. Stampa e commentatori stanno cercando di analizzare le cause di ciò che sta accadendo: mercato sbagliato, mancati investimenti in giocatori di qualità, repentino invecchiamento di John Terry, infortuni a ripetizione, etc. Tutti elementi che entrano in gioco certamente. Ma è al manico che occorre guardare. L'egotismo di Mourinho logora gli ambienti in cui lavora (l'episodio rivelatore di quest'inizio di stagione è l'epurazione del medico Eva Carneiro) e per lui il terzo anno in un club è davvero problematico: al Chelsea nel 2006-2007 riuscì a vincere solo la FA Cup prima di essere esonerato da Abramovich dopo la prima partita di CL (pareggio con il Rosenborg) del settembre successivo; al Real, durante la terza stagione, vinse ad agosto solo la Supercopa de España 2012; quest'anno, al Chelsea, le premesse per un ennesimo fallimento ci sono tutte. Aleggia nuovamnte sullo Special One il monito del connazionale Béla Guttmann: "Il terzo anno è fatale".


Se tre indizi fanno una prova, la terza brutta partita consecutiva della Juventus in campionato sembra preludere a una stagione fallimentare di Madama. Contro il Chievo l'ha salvata dall'ennesima sconfitta solo un'opinabile valutazione arbitrale sul possibile secondo gol dei Mussi. Per il resto, la confusione è tanta sotto il cielo bianconero. Anche in questo caso stampa e commentatori stanno cercando di analizzare le cause di ciò che sta accadendo: mercato incompiuto, insostituibilità di giocatori di qualità e temperamento come Pirlo, Tevez e Vidal, infortuni a ripetizione, etc. Ma anche in questo caso è forse al manico che occorre guardare. Massimiliano Allegri è un buon allenatore, ma non eccelso: è un istintivo senza paura nelle partite secche, tanto è vero che ha percorsi europei di buon livello e ha vinto da ultimo anche a Pechino una coppetta che la tifoseria sembra aver già dimenticato; ma nei percorsi lunghi del campionato Max si logora progressivamente nei dubbi, tanto che il primo anno di gestione gli risulta brillante ma il secondo più problematico, per non dire del terzo. Contro di lui e contro la Juventus giocano tutte le statistiche: con un avvio del genere, in passato non si è mai vinto lo scudetto. L'obiettivo realistico dovrà essere il secondo posto. Sul terzo sarebbe invece opportuno che il calcio italiano cominciasse a guardare in faccia la realtà: i playoff di CL contro squadre spagnole, inglesi e tedesche sono ormai difficilissimi; il terzo posto in Serie A significa accesso diretto ai gironi di Europa League, e qualcosa di più solo con un colpo di fortuna nel sorteggio.

Se tre indizi fanno una prova, la terza vittoria su tre dell'Inter di Roberto Mancini sembra invece preludere a una stagione positiva per la Beneamata. La squadra non è ancora tale per sincronismi e abitudine a giocare insieme, e non potrebbe essere altrimenti. La memoria corta di tifosi e media non ricorda che quando il Mancio approdò nell'estate del 2004 ad Appiano Gentile fece fuori, in un colpo, Cannavaro, Pandev, Kallon, Farinós, Bréchet, Pinilla, Ümit Davala, Dellafiore, Guly, Zicu, Helveg, Buruk, Almeyda, Lamouchi, Sorondo, Adani, Dalmat, Choutos e Fadiga, tra gli altri; arrivarono in otto: Burdisso, Zé Maria, Mihajlovic (toh! ...), Cambiasso, Verón, Favalli, Davids e Carini. Il Mancio, all'Inter, fa davvero il turn over (o lo spoils system se vogliamo) [vedi]. 12 stagioni fa imperava il regime di Moggi e di Calciopoli e l'Inter fu frenata per un paio di campionati da episodi non limpidissimi (eufemismo): poi prese il volo. Chi parla di scudetto adesso parla a sproposito. Certo, se diamo credito alle statistiche, dal 1974 non lo vince chi perde la prima partita, e dunque sarebbero fuori causa Juventus, Napoli e Milan. Tra le rimanenti è la Roma la naturale favorita ed è su di lei che il Mancio farà la corsa. Per il momento lo confortano, in assenza di gioco, la determinazione dello spirito di squadra, che lotta fino all'ultimo secondo dei tempi di recupero, e i nove punti da solitaria capolista. E' dai tempi di Rafa Benitez - e sono passati già 5 anni ... - che la Beneamata non si trova da sola in testa alla classifica. Quanto durerà? Chi vivrà vedrà.

Azor

1 settembre 2015

Impressioni di settembre

Cartoline di stagione: 5° turno 2015-16


L'aria è tersa, il traffico già piuttosto intenso. I campionati in stand-by, poiché incombono partite decisive per la qualificazioni agli europei di Francia (si comincia giovedì, e si tira dritto fino a lunedì: ma essendo la fase finale a 24 squadre, c'è davvero pochissimo pathos). Il calciomercato è finito - quello della sessione estiva: si può scommettere che da domani o dopodomani, quando i commenti saranno già carta straccia, inizieranno le voci sulla sessione di gennaio 2016 -, e stabilire ora chi si è rafforzato e chi indebolito pare (con poche eccezioni) difficile, un esercizio da indovini o da maghi del fantacalcio.

Swansea, 30 agosto 2015.
Il diabolico Bafetimbi Gomis, che al minuto 66 infila il gol
del 2:1 e mette zavorra nel bagaglio dello United
Vi sono però, in generale, cose che sembrano già chiare e scontate. Per esempio: l'esito della Premier League. Di questo passo e a questa media, il Chelsea concluderà la stagione a 76 punti dal City. D'accordo, è un'esagerazione. Finirà dietro, ma con un distacco meno rilevante. Del resto, lo sfasciacarrozze di Stamford Bridge ha iniziato alla grande il suo lavoro (quello del terzo anno), e ne siamo ragguagliati ogni giorno dalla più autorevole stampa d'Oltremanica. Lui aveva detto che di lì (da Stamford) non si sarebbe mosso mai più, ma altri potrebbero stufarsi di averlo tra i piedi (in fondo non è stato l'unico a portare trofei, nell'epoca moderna dei Blues) e, prima o poi, sfrattarlo. Un altro che potrebbe avere problemi è Van Gaal. In un anno vorticoso, ancora non ha dato equilibrio e continuità allo United. Dalla sua, solo la (facile) qualificazione ai gironi di CL. Sir Alex, forse, farebbe bene a smettere di frequentare Old Trafford. Porta con sé ricordi troppo ingombranti. Intanto, smista agli altri allenatori della Premier i giocatori che l'olandese ha scelto di emarginare [vedi] ...

Vi sono anche situazioni parecchio confuse. La classifica di Serie A sembra scritta al contrario. Ultima la Juve, primi il Chievo e il Sassuolo. Ma sono a referto solo due giornate. Certo, all'Olimpico Nostra Signora è parsa annaspante e regredita, solo i pali e un paio di paratone di Buffon l'hanno tenuta in partita. Come tutti dicono, la rosa (via Pirlo Tevez e Vidal) ha perso qualità e leadership. Ha perso soprattutto qualità. A centrocampo. Tevez si può sostituire (davanti ci sono giocatori importanti), Pirlo no. Uno come lui, nel nostro campionato e se si allena, potrebbe tener botta fino a 50 anni. Gente come lui non ha eredi, è destinata a generare vuoti incolmabili. Allo Stadium se ne faranno una ragione; Allegri punterà su un'organizzazione sempre più muscolare, e il bel gioco dei tempi di Andonio Gonde è già un ricordo lontanissimo. Forse arriverà la nostalgia, quando la corsa al quinto scudetto consecutivo si rivelerà parecchio difficile. Anche lui (Allegri) - come ha già dimostrato a Milano - è uno che a partire dal secondo anno comincia a battere in testa. Le rendite di posizione prima o poi si esauriscono.

In diretta da Malpensa Airport.
Sta atterrando un velivolo su cui viaggiano alcuni
nuovi giocatori dell'Inter!
Interessante questo 2015 dell'Inter. Il Mancio ha fatto e disfatto, come giocasse a Football Manager. Ha cambiato i connotati alla squadra, ha comprato e rivenduto, riscattato e prestato una montagna di giocatori, e al club converrebbe trasferire direttamente gli impianti di allenamento da Appiano Gentile alla Malpensa, in linea d'aria sono solo una trentina di chilometri. Alla ripresa c'è il derby, avevo pronosticato per la Benamata sei punti (tecnomanzia da quattro soldi) e sei nuovi giocatori; ho sbagliato la previsione sui giocatori, sono solo quattro quelli arrivati nell'ultima settimana. Un'altra decina sono stati già e sicuramente prenotati per gennaio, nel caso la stagione non si metta come Mancini desidera (e auspica: che ne sia sicuro non è detto, anzi). 

Il Milan, invece, rimane così: un ristorante senza cucina. Tanti camerieri, qualche cassiere, un buttafuori (De Jong), uno psicologo (Sinisa), un padrone o due, qualche amministratore delegato. Ma lo chef? Lo chef non c'è. I vecchi cuori rossoneri devono solo pregare perché Sinisa si decida a riciclare Montolivo, pensate a cosa ci si può ridurre. Altrimenti, come potrà giocare la squadra s'è già visto a Firenze ma soprattutto con l'Empoli: da salire in cima al terzo anello e buttarsi di sotto. 

Mans

24 agosto 2015

Stecche inattese e assortite broccaggini

Cartoline di stagione: 4° turno 2015-16

Quando i campionati iniziano, di solito accadono cose strane. Servono a illudere che possano esserci cambiamenti, ribaltamenti, inversioni di tendenza. Prendete la Liga. Il circo dei gol, delle partite con risultati tennistici, dei pedatori extraterrestri. Ecco, al netto di Granada-Eibar, che si gioca stasera, otto gol in nove partite. Tirchioni, come da noi negli anni Sessanta e Settanta. Guardate Real e Barça, due macchine infernali che a fine torneo sommano di regola più di duecento timbri: ieri, in due, una sola volta a rete. Messi ha persino ciccato un rigore, il che l'ha depresso anzichenò.

Lo specchio di porta sarà interamente coperto
quando Thibaud Courtois avrà completato la sua distensione
Ma sì, siamo solo alle prime battute. Presto, tutto si rimetterà a posto, anche il Real col nuovo modulo tipico di Benitez (ma dove giocherà James? Intanto, alla prima era in panca; e dove giocherà Kovacic? Ha fatto gli ultimi venti minuti di partita, a Gijon, e ha ricominciato da dove aveva finito all'Inter: misterioso e inconsistente). Siamo alle prime battute dappertutto, e così per esempio anche Chelsea e Bayern hanno faticato a vincere le loro gare esterne, sulla carta facilissime. Ma entrambe si sono trovate all'improvviso in dieci, in situazioni di parità, con un avversario sul dischetto del rigore. Le lunghe leve di Courtois e la mole intimidatoria di Neuer sortiscono però quel che devono sortire, e poi ci pensano i top-player. Sfortuna e ovvia broccaggine impediscono a WBA e Hoffenheim di raccogliere punti. 

Sguardi esterefatti
"Tocca a me distribuire il gioco?
Oh santa Madonna di Campagna!"
Siamo alle prime battute, ma che la Juve potesse steccare il vernissage nella cornice come sempre entusiasta dello Stadium è evento su cui nessuno avrebbe scommesso. Il pre-campionato, del resto, era parso anonimo, e anche la scampagnata in Cina aveva soddisfatto solo quelli che dormono con l'albo d'oro sotto il cuscino. Ieri pomeriggio, all'anzidetto Stadium, l'allenatore ha iniziato a mostrare quelle capacità che gente dominante (in campo e - si presume - nello spogliatoio) come Pirlo, Tevez e persino Vidal avevano abilmente occultato nella scorsa stagione. Come una grande star, ha provato il colpo a effetto, la trovata geniale: Padoin in cabina di regia. Da Pirlo a Padoin il passo è così lungo da non potersi nemmeno misurare; è vero che Marchisio (il 'successore' designato, con caratteristiche dinamiche che ad Allegri piacciono di più) è fuori, che è fuori anche Khedira (come sempre, da un paio d'anni), ma davvero la scelta tattica è di quelle che lasciano prima a bocca aperta, poi a bocca storta. Così, dopo un primo tempo d'attesa friulana e di vano ruminìo bianconero, nel secondo Colantuono libera i suoi: pressing alto e contropiede veloce. Che sia finita solo uno a zero per loro - in quelle condizioni tattiche e tecniche - è persino strano.

Come un aereo che in volo ...
Rodrigo Ely travolge Kalinić 
e si becca il secondo giallo in  mezz'ora
Siamo alle prime battute, ma su certi campi sembrava di essere ancora nella stagione finita da un po'. Al Meazza, per esempio, ma anche al Franchi. Che dire di Inter e Milan? Senza la superiorità numerica negli ultimi venti minuti i bauscia non avrebbero mai trovato la via del gol (c'è voluta una giocata estemporanea e di alta classe del montenegrino), e non hanno palesato miglioramenti di gioco, Kondo è un oggetto abbastanza misterioso, Icardi viene rischiato e perso a inizio partita. I cacciaviti sono parsi indeboliti nel loro punto già debole, e cioè nell'assetto difensivo. Ripetutamente bucati dalle verticalizzazioni dei viola. Inadeguati, insomma. Qualcuno potrebbe spiegare perché Rodrigo Ely - alti e bassi, cartellini gialli e rossi a gogò nell'Avellino, in Serie B - deve giocare titolare quest'anno nel Milan? Per non dire della cosiddetta 'zona nevralgica', il centrocampo, là dove si dovrebbe badare a distruggere preventivamente il gioco altrui (De Jong è in questo uno specialista) ma soprattutto a crearlo: buio assoluto, e nessuna soluzione all'orizzonte. Come Allegri, anche Sinisa ha toppato la prima. Tra due turni, dopo la sosta, ci sarà già il derby. L'Inter ci arriverà (atteso alla seconda dal Carpi, che purtroppo ha già prenotato la parte della squadra-materasso o della banda del buco - luoghi comuni tra cui scegliere) con un'altra mezza dozzina di giocatori in rosa ma presumibilmente a punteggio pieno, e il Milan sarà costretto a vincerlo. Non dovesse farcela, dovrà subito trovare il modo di emergere dalle sabbie mobili, aggrappandosi a qualcuno degli eterni ritorni (e ricordi) cui Galliani non smette mai di pensare.

Mans

17 agosto 2015

Vite da centravanti

Cartoline di stagione: 3° turno 2015-16


Se sei un centravanti e indossi la maglia dei Citizens, è probabile che il tuo compito principale sia giocare a pallone provando a far gol, sfruttando al massimo il tuo potenziale, le tue doti tecniche e atletiche. Se sei un centravanti e hai addosso la casacca del Chelsea, di una cosa devi essere sicuro: ti hanno scelto soprattutto per ingaggiare risse continue con i difensori avversari, perché sei diponibile al wrestling, alla boxe, ai colpi proibiti, a lamentarti continuamente con l'arbitro. 

Il Kun, baricentro basso, prende tutti sul tempo.
Lenti i riflessi di Terry, Matic e Ivanovic
Agüero, ieri sera, è certamente tornato a casa contento, si è divertito parecchio pur divorandosi una mezza dozzina di colossali occasioni da gol; ma ne ha segnato uno, il primo, bellissimo, illusionistico, con la collaborazione attiva di Yaya Touré. Diego Costa, invece, sarà rientrato a Londra furibondo, con qualche livido sul corpo e qualche dubbio in testa. Alla seconda di Premier, il City ha duramente bastonato i detentori del titolo, tre a zero ma potevano essere il doppio e anche più. Gli uomini di Mou sono stati schiantati sul piano del ritmo, dell'intensità di gioco, dell'organizzazione, della 'presenza' in partita. D'altronde, se non viene psico-drogato dal trainer, il Chelsea non ha gioco, e le uniche idee sgorgano dal talento smisurato di Hazard, che è grande ma non è Messi o Maradona e da solo queste partite non le raddrizza. Ora, a Stamford Bridge, la temperatura salirà. Il portoghese scatenerà certamente guerre contro i suoi giocatori (quando perdono è sempre colpa loro), contro gli arbitri, contro i colleghi, contro l'universo mondo pedatorio. Ci sarà da divertirsi.

Nella sua camera d'albergo a Oporto,
ADL si gode con entusiasmo Juventus-Lazio.
A proposito di belle partite. Qualche giorno fa Aurelio De Laurentiis, imprenditore di successo e uomo che non le manda mai a dire, ha polemizzato con il 'povero' Beretta, presidente di Lega. Certo, il bersaglio era soprattutto Lotito (che tiene il Beretta al guinzaglio), ma oggetto dell'aggressione la mancata vendita dei diritti televisivi della Supercoppa italiana "addirittura" in Portogallo [vedi]. Lui era a Oporto, e ha dovuto smanettare per guardarla in streaming. Scherziamo? Chissà che stizza i portoghesi, non potersi godere un simile partitone. Oddio. Semmai, ADL avrebbe dovuto congratularsi con Beretta (anzi, con Lotito) perché la Lega è riuscita a piazzarlo qua e là. Perché è riuscita a fare quattrini vendendo un prodotto tossico, roba da far passar la voglia di calcio anche al più instancabile dei voyeur. La partita di ieri all'Etihad, e naturalmente Barça-Siviglia di supercoppa d'Europa, servono soprattutto a tenere viva la passione del gioco. Il nostro calcio infatti - per la qualità dello spettacolo, per la filosofia del gioco più che per i risultati - si allontana sempre più dall'Europa. Per il legame storico e sentimentale con quel continente, proporrei di affiliare la nostra federazione alla Conmebol, e di qualificare le nostre squadre migliori alla Copa Libertadores de América. Si troverebbero finalmente a loro agio.

Il calciomercato (Deo gratias) è agli sgoccioli. L'ultimo grande colpo - allo stato - è quello messo a segno dall'Inter, che ha ceduto Kovacic al Real per una cifra spropositata (35 milioni o giù di lì). Da quelle parti sono abituati a queste follie, se le possono permettere. Se giocava poco (e male) all'Inter, si può immaginare quanto (non saprei 'come') giocherà questo pseudo-talentuoso croato al Bernabéu. Gli è andata bene. Di solito, il percorso di quelli come lui porta in Turchia, o in un club di seconda/terza fascia della Premier. Ora, aspettiamo di vedere quali altre squadre la Benamata riuscirà a indebolire con colpi di mercato in uscita - sono ancora da piazzare i Ranocchia e i Guarin e i Nagatomo ...

Mans

10 agosto 2015

I sogni di Matteo e le comparse cinesi

Cartoline di stagione: 2° turno 2015-16

S'immagini che, a metà/fine degli anni '80, Paolo Maldini venga dato in prestito per un anno al P. (serie C), e quindi ceduto in comproprietà al P. (serie A) per quattro soldi, per poi andare in prestito (ma con compartecipazione rilevata dalla società d'origine) in un club di medio spessore, per esempio il T., che infine ne acquisterà l'intero cartellino. Paolino ovviamente va in orbita, va in nazionale e poi, con grande plusvalenza per chi aveva intuito la sua classe, eccolo nel Barcellona. O nel Real Madrid. Immaginare? No, impossibile. Sarebbe stato, a quei tempi e appunto, inimmaginabile. 

"Sogno o son desto?"
D'accordo, Matteo Darmian non è Paolo Maldini, e forse non è destinato a diventare uno tra i cinque o tra i dieci o anche i venti difensori considerati più forti nella storia del football. Ma, come Paolo, è cresciuto nel Milan. Dovrebbe essere, oggi, non solo titolare ma probabilmente anche e già capitano di 'questo' Milan. E invece eccolo che sbuca (stiamo parlando di due giorni fa) sul prato di Old Trafford, eccolo che debutta con la maglia dello United. Nel teatro dei sogni. I milanisti non possono che scuotere la testa, e leggere tra le righe di questa vicenda esemplare le ragioni della mediocrità di questi anni, la dimensione cioè in cui il club è precipitato e galleggia. Matteo esce dal campo a dieci minuti dalla fine, con lo stadio in piedi ad applaudirlo. Lo stadio del Manchester, non il campo di Canicattì. Old Trafford, mica il Meazza sempre deserto di questi ultimi anni. A Milanello, invece, dove c'era già Ignazio Abate (infinitamente più inaffidabile dell'ex granata) a coprire quel ruolo, puntano su Mattia De Sciglio, capace come Matteo di frequentare entrambe le fasce. Peccato  sia sempre in infermeria, con i problemi tipici di chi è cresciuto nelle giovanili allenandosi sul sintetico. La sua carriera durerà poco, siamo pronti a scommettere, e il meglio di lui si è già intravisto. 

In fondo, anche se scattata a Shangai chissà quando, la foto bene
 rappresenta il nostro football: la coppa c'è, il pallone sembra sgonfio,
e gli spalti sono deserti
La stagione italica è iniziata in Cina, con la Supercoppa - competizione che serve solo a raggranellare quattrini, priva di tradizione e di fascino com'è -, in contesto e ambiente surreali. A parte le condizioni del prato, ha molto colpito il pubblico, lontano centinaia di metri dal campo (sembrava che, oltre alla pista di atletica, ci fosse anche un anello per le automobili, ma forse era un'illusione ottica) e composto da migliaia di comparse cinesi con magliette dell'una o dell'altra squadra, rumoreggiante ed entusiasta a ogni azione da gioco. E' palese incompetenza o erano stati preventivamente addestrati? Non lo sapremo mai. Che i cinesi capiscano di football è pressoché da escludere, tant'è vero che (pur essendo miliardi) non hanno finora prodotto un solo giocatore di medio livello (non pretendiamo un fuoriclasse). La partita è risultata - specie nel primo tempo - orrida. Ha riassunto tutto il peggio del nostro calcio attuale: tattica esasperata, furberie ripetute, lentezza nei flussi di gioco. La Lazio è grosso modo la stessa che l'anno scorso apparecchiò grandi partite, ma è fuori condizione. La Juve sta cambiando pelle, e quest'anno assumerà definitivamente la fisionomia del suo allenatore. Vedremo un XI forte ma non spettacolare, utilitaristico e complessivamente (e comprensibilmente) noioso. Chissà se ancora vincente: il secondo anno di Allegri, al Milan, fu un mezzo disastro - inutile ricordare come si consumò. Le concorrenti, forse, possono nutrire qualche speranza di avviare la riduzione del gap che le separa da Nostra Signora.

In Francia, come in Inghilterra, la stagione è già bella viva. l'OM, alla prima partita interna, cicca una trentina di palle-gol e lascia i tre punti al Caen. Bielsa saluta. Per motivi contrattuali sorti all'improvviso. I marsigliesi hanno un cattivo carattere, si sa, e lui non è da meno. Probabilmente altrove la questione si sarebbe risolta. Ma el Loco è uno che non va per il sottile; e So Foot è entrato in possesso della lettera in cui, appunto, annuncia le sue dimissioni.

Mans
Le dimissioni di Marcelo Bielsa dall’Olympique de Marseille
9 agosto 2015, Marsiglia
La lettera e originale del Loco, s'intende ... quella edulcorata dalla dirigenza OM

23 marzo 2015

Lo stupore dell'immediato

Cartoline di stagione: 29° turno 2014-15

Per uno streaming alternativo
Queste, si ricorderà, sono le squadre non italiane che giovedì scorso hanno giocato la partita di ritorno degli ottavi di Europa League: l'Everton, che è sceso in campo per il suo match di Premier League ieri (domenica) alle 17; l'Ajax, che è sceso in campo per il suo match di Eredivisie ieri alle 16.45; Villareal e Siviglia, che si sono di nuovo affrontate ieri, in Liga, dando il calcio d'inizio alle 17; il Wolsfburg, che è sceso in campo per il suo match di Bundesliga ieri alle 15.30; il Besiktas, che è sceso in campo per il suo match di Super Lig ieri alle 19; il Club Brugge, che è sceso in campo per il suo match (di Coppa del Belgio) ieri alle 19; lo Zenit e la Dinamo Mosca, che hanno incrociato i bulloni per il loro match di Premier League ieri alle 11.30 (ora italiana); lo Dnipro e la Dinamo Kiev hanno invece riposato, come tutte le squadre del campionato ucraino, che torneranno in campo dopo la sosta. Le italiane, invece (Fiorentina e Roma, Napoli e Torino e Inter), hanno rimesso piede su un campo di calcio ieri sera alle 20.45. Dunque appena quindici minuti prima di Barça-Real Madrid. La lungimiranza della Lega, che stabilisce gli orari, è davvero immisurabile; nel senso che non esistono strumenti di precisione in grado di quantificare la stupidità. Ieri sera, all'ora del Clásico, in Europa si giocava a pallone solo in Italia (su ben sei campi), a Lens (Lens-Marsiglia, Ligue 1), e in Islanda per una partita della loro Coppa di Lega. Fate vobis

Ora i club si svuotano di pedatori: le patrie d'Europa e non solo li hanno chiamati a difendere onore e bandiere. I campionati si concedono un breve letargo, a tutti quelli considerati importanti manca una manciata di partite (otto-dieci, a seconda) per abbassare il sipario, è il momento buono per fare il punto. Cominciamo da noi. Una Serie A senza storia, per il primo posto. Uno scudetto che la Juve si appresta a conquistare inerzialmente. Alle sue spalle, una mezza dozzina di compagini discontinue, tutte coi loro talloni d'Achille, capaci di cantare a squarciagola per qualche domenica e poi di precipitare in fasi di puro autismo calcistico. Rimane, relativamente godibile ma solo per l'incertezza, una corsa alle posizioni che danno accesso all'Europa. Al momento, l'XI più à la page sembrerebbe la Lazio, che pure può nutrire grandi rimpianti per i punti buttati tra agosto e settembre e anche nel derby; quello più lunatico è il Napoli, stretto tra ambizioni di grandezza e nervosismi fisiologici. Depressa e/o arrabbiata la Roma, cui nulla più riesce con la naturalezza di un anno fa; balla con leggerezza e incoscienza in tutte le discoteche rimaste aperte la Viola. Sorprendente la Samp. Disgustose le milanesi.

Eto'o e Ferrero dopo la vittoria della Samp sull'Inter.
Dal labiale: "Cosa ti avevo detto? Quando giocavo con la loro maglia,
questi venivano a San Siro per vendere la coca-cola agli spettatori del terzo anello"

Anche in Germania il titolo non è contendibile, e il Pep può concedere ai suoi qualche inattesa sbandata, come quella interna di ieri contro il 'Gladbach (che a Monaco non passava di frequente nemmeno quand'era fortissimo, nei 1970s). Le prime quattro piazze sembrano già assegnate, resta da vedere se il Dortmund riuscirà a non scomparire dalla mappa europea nella stagione 2015-16. 

In Inghilterra, invece, la corsa è meno finita di quanto non dica la classifica. Il Chelsea soffre a ogni partita, sgraffigna punti a destra e a manca, ha in Hazard un asso consacrato, e nel deretano di Mou un integratore sicuro. Ieri, a esempio, Diego esce per infortunio, entra Loïc Remy che al primo pallone capitato dalle sue parti segna (con enorme complicità del portiere avversario) il gol del 3-2. Prima, era stata informe sofferenza, nonostante il due a zero fissato nei primi minuti dal belga e dal Costa. Occhio dunque, tutto potrebbe ancora succedere. Continuo a puntare un penny sui Citizens. Lo United - che ieri ha messo sotto con relativa facilità, ad Anfield, il solito Liverpool sconclusionato, arruffone, nervoso, perforabile di quest'annata così così - potrebbe rientrare nell'élite d'Europa passando dalla porta principale; l'Arsenal somma vittoria su vittoria ora che tutto l'arrosto gli è andato in fumo (more solito); ecco, queste saranno salvo imprevisti le prime quattro della Premier.

L'XI più forte di Francia è senza alcun dubbio il PSG. Ma è anche distratto dalla coppa, e ha vari giocatori che ogni tanto lasciano filtrare voci. Non è un ambiente idilliaco. Blanc è stato a lungo sulla graticola. Penso che, alla fine, riuscirà a prevalere, per la fragilità delle concorrenti (OM e OL).

La micidiale stoccata
Ultima, ma prima in ordine di qualità e di importanza, la Liga. La Liga è spesso un affare tra Real e Barça, e dopo la parentesi colchonera di un anno fa l'andazzo sembra tornato quello di sempre. Del resto, tutte giocano anche sul risiko della Champions, e c'è sempre l'opportunità di una rivincita. E' davvero una sfida infinita, difficile da raccontare. Tra due XI formidabili. Dai tempi della pay-tv, e anche prima (ci pensava Telemontecarlo), abbiamo visto decine e decine di clàsicos. Non se ne ricorda uno scontato, noioso, privo di senso. E naturalmente quello di ieri sera non ha costituito eccezione. Hanno prevalso i catalani, ma senza dominare - anzi. Sono passati in vantaggio perché la balistica di Messi è sovrumana, e se la traiettoria è perfetta al testone di Jérémy Mathieu basta intercettare la sfera per spedirla al capolinea. Sono stati raggiunti, anzi sventrati da un'incursione di Cristiano liberato da Benzema con una giocata degna di essere vista e rivista. Hanno risolto nel modo per loro più anomalo: un lancio di quaranta metri per un centravanti vero. Il centravanti vero è Luis Suarez. Luis Suarez ha fatto vedere come si controlla in corsa, di controbalzo, un pallone che arriva da molto lontano, in quella frazione di tempo che basta per preparare l'atto successivo, cioè la stoccata. Micidiale. Come avrebbe detto Carmelo Bene, eravamo lì inchiodati, "nell'attesa che accada lo stupore dell'immediato". L'attesa non è stata vana.

Mans

20 marzo 2015

Tra ecatombi e ammaccature

Fettine di coppa: ritorno degli ottavi 2014-15

Siamo al 20 marzo e la stagione europea del calcio inglese è già terminata. Gli statistici ci diranno se si tratta di un record o meno. E' il dato più eclatante degli esiti degli ottavi di finale di entrambe le coppe UEFA. Abbastanza clamoroso soprattutto se si guardi alla discrasia economica: la Premier ha appena ceduto i diritti televisivi 2016-2019 a una cifra (7 miliardi di euro, il 70% in più rispetto all'attuale contratto) destinata a destrutturare le gerarchie del calcio continentale, come ha colto subito Santiago Segurola [vedi]. Il Burnley riceverà 130 milioni di euro a stagione: la Juventus in quella 2013/2104 aveva ricavato "solo" 151 milioni dai diritti TV (compresi quelli europei), il Milan 128, il Napoli 104, l'Inter 83, la Roma 68, la Lazio 56, la Fiorentina 54. E' il turbocapitalismo pallonaro. E' il futuro che ci attende.

18 marzo 2015, Camp Nou, Barcelona
Posture classiche per la Pulce e per Joe Hart
Il presente agonistico per fortuna consola, perché non coincide ancora del tutto con le gerarchie finanziarie. Bene inteso, parliamo sempre di "super club", quelli che stanno nelle classifiche della Deloitte. Ma Chelsea, Arsenal, City ed Everton sono tutti caduti sul campo di marzo, come in precedenza Tottenham, Liverpool e Hull. Un'ecatombe. Ne esce bene, come sempre in questi ultimi anni, il calcio iberico: le tre grandi approdano ai quarti di CL, i detentori del Siviglia avanzano in EL; il Porto in CL. Conforta osservare come dopo quelli spagnoli i club italiani rimasti in lizza siano i più numerosi: la sontuosa Juventus, la scintillante Fiorentina, il Napoli sornione. Le due francesi che hanno riscattato Azincourt avanzano in CL. Del calcio tedesco rimangono solo le prime due compagini della Bundeliga. Due sono anche i club della martoriata ucraina ai quarti di EL: la gloriosa Dinamo Kiev e il Dnipro. Completano i tabelloni di aprile lo Zenit e il sorprendente Brugge.

La stagione in corso offre un bel rimescolamento di carte. Se prendiamo in considerazione il ranking UEFA aggiornato a oggi (20 marzo 2015), osserviamo come, dei primi 16 club siano già stati eliminati dalle competizioni più della metà: Chelsea (4°), Benfica (6°), Schalke (7°), Arsenal (8°), MUTD (10°), Borussia D. (12°), Valencia (13°), Bayer (15°), ManCity (16°). Ne esce male, molto ammaccato, anche il calcio tedesco.

19 marzo 2015, San Siro, Milano
La difesa dell'Internazionale FC è generosa
anche con un pippone come Nicklas Bendtner
Dopo la grande giornata del 26 febbraio, il calcio italiano ha fatto i conti con la realtà. Più rosea del previsto quanto alla Juventus, negativa soprattutto per la Roma e per l'Inter. Il Toro è stato all'altezza della sua tradizione, si è battuto da par suo contro un avversario più forte (14° nel ranking contro il 78° posto granata). Specularmente il Napoli (22°) ha regolato come doveva il 77°. L'Inter (23°) ha perso sì con una buona squadra, attualmente seconda in Bundesliga, ma pur sempre 71° nel ranking. Sconfitta pesante anche per questo motivo, perché penalizza il ranking italiano complessivo.

Sul piano tecnico hanno destato grande impressione il Bayern e il Barça in Champions, accreditandosi come favorite per la vittoria del trofeo. Conforta l'autorevole prestazione della Juventus, che beneficerà di un avversario abbordabile ai quarti e potrebbe ritrovarsi alle semifinali dopo 12 anni. Si annuncia di fuoco il derby madrileno. Nella League i campioni in carica del Siviglia sembrano procedere maestosamente verso l'ennesima finale. Tra Dnipro e Brugge uscirà la seminfinalista meno attesa. Le avversarie delle italiane sono toste. Il Napoli soffrirà in difesa, come l'Inter, le folate degli attaccanti del Wolfsburg: scoglio durissimo quanto importante per il ranking UEFA. Grande atletismo e blasone per la Dinamo Kiev, che la Fiorentina ospiterà al ritorno: ma in questo caso si può confidare.

Azor

27 febbraio 2015

Non è mai troppo tardi

Fettine di coppa: sedicesimi di EL 2014-15 (ritorno)

Alla bella serata di coppa di giovedì sera - bella non solo per il calcio italiano ma in generale - sono mancati solo alcuni colori. Dal De Kuip avremmo preferito che le immagini fossero giunte in bianco e nero, aperte dallo storico stroboscopio dell'Eurovisione e magari introdotte dalla voce chioccia di Bruno Pizzul: da Rotterdam, infatti, giungevano echi di euronotti anni 1970s, da uno stadio di straordinario fascino, col terreno di gioco sodo e zolloso come solo nel nord del continente (memore dei vomeri profondi del sistema curtense), e le file compatte di pubblico (e di lanci di oggetti ne abbiamo visti ben altri, dalle lattine alle rondelle, in quegli anni). Da Bilbao avremmo preferito che le immagini fossero giunte dalla Vecchia Cattedrale abbattuta (per far posto all'ennesimo santuario omologato) e, soprattutto, che il nostro glorioso Toro avesse sfoggiato non un'orrenda t-shirt azzurra, ma la sua storica maglia bianca da trasferta, con scudetto, pantalonicini e calzettoni granata. Peccato, ma prendiamo atto: questo è ormai il tempo del calcio moderno, con i suoi top-player (cui la serata sembra aver aggiunto finalmente anche l'atteso Fredy Alejandro Guarín Vásquez) e il suo calcio da play-station.

Un'immagine che valeva una sigla
Per una sera, però, sono saltate molte delle inibizioni del calcio di plastica, quello che ha impacchettato quasi tutti gli ottavi di Champions, fatta eccezione per la grande lezione imposta a uno dei suoi stocafissi più immarcescibili, Arsène Wenger, da un Monaco corsaro guidato da un nostro vecchio beniamino, João Moutinho, e dalla giovane stella nera su cui aveva posto gli occhi anche l'Inter di Mancini, Geoffrey Kondogbia. I sedicesimi di Europa League ci hanno riportato alle serate di Coppa Uefa del secolo scorso, con partite combattute e dagli esiti imprevedibili. Generose di emozioni sono state, per esempio, Dinamo Kiev - Giungamp (e non tanto per l'ennesima invasione di campo), Borussia Mönchengladbach - Siviglia (forse la più bella con quella di Bilbao), Besiktas - Liverpool e Olympiacos - Dnijpro. Oltre all'exploit delle italiane, questo turno archivia la disfatta delle squadre della Premier: fuori Liverpool e Tottenham (e già si era perso per strada l'Hull), avanza solo l'Everton, mentre in CL sono già fuori l'Arsenal e mezzo fuori il City, mentre ha buone chance, pur tra molte insidie, il solo Chelsea. A conferma che, per fortuna, non contano solo i budget e i fatturati per stabilire le gerarchie agonistiche.

Quanto alle nostre, ci è tornato alla mente - per restare al bianco e nero catodico - il maestro Manzi, che ci ricordava come "Non è mai troppo tardi" per imparare. Per imparare la lezione del calcio europeo. Dopo avere snobbato per quindici anni la Coppa UEFA - e proprio nei giorni in cui il nostro ultimo vincitore, il Parma, è diventato l'emblema del fallimento criminale della classe dirigente del nostro calcio - i nostri club sembrano riaverla presa finalmente sul serio. Ma dal momento che, arpinianamente, non ci annoveriamo tra le "belle gioie" [vedi], non crediamo nemmeno che la resipiscenza sia culturale. Di vile becchime continua a trattarsi, infatti: in una fase critica in cui i bilanci cominciano a saltare come tappi, anche un milioncino di euro, brutto e misero ma immediato, fa gola come una boccata d'ossigeno al posto della canna del gas. E la promessa dei play-off di Champions (bada ben, mica dell'accesso diretto) per il vincitore dell'Ombrelliera rappresenta un balsamo dell'anima per l'angoscioso stato comatoso in cui versano molte presidenze monageriali nostrane.

Un maestro capace di fare immaginare i colori
Volgendomi al "bright side" della serata devo dapprima riconoscere che ero stato troppo pessimista nel commentare l'andata [vedi]. Lasciando da parte l'allenamento partenopeo, meritato dalla grande spedizione in terra turca, e i patemi da pazza Inter (che ha sprecato lo sprecabile e beneficiato di un Celtic ridotto in dieci, sbloccando infine solo grazie a un missile ben temperato del Guaro), tre sono state le vere imprese della serata. Al De Kuip la Roma ha finalmente ritrovato carattere e voglia di vincere, ridando senso alle gerarchie: la seconda della Serie A non può valere meno della terza della Eredivisie, soprattutto se è capace di spendere decine di milioni per Iturbe, Ibarbo e Doumbia. Al Comunale di Firenze la Viola ha scritto la pagina storicamente più pesante della giornata, mostrando come la quinta in classifica della Serie A (con fatturato di 90 milioni di euro) valga quanto se non più della settima della Premier League (che fattura, oltretutto, 215 milioni di euro). Peccato che non sia sceso in campo nemmeno un giocatore di passaporto italiano, ma i meriti di Montella sono indubbi; su 180 minuti ha sofferto solo nei primi 20 al White Hart Lane, ha concesso una sola occasione al "Franchi" (orrendamente sprecata da Soldado); per il resto ha spezzato il ritmo e le linee di passaggio all'XI di Pochettino, ridimensionando anche gli alti lai alzati ad HarryKane, che ha l'aria di essere il solito attaccane inglese (leone in casa, miciotto all'estero).

L'epopea l'ha scritta il Toro, al San Mamés, dove ha preso in mano la partita orientandola spavaldamente fino alla storica espugnazione. Va dato merito dell'impresa a Giampiero Ventura, vecchio artigiano del calcio all'italiana nel suo senso migliore, senza catenacci ma di grande sagacia tattica, che alla vigilia era apparso sereno e fiducioso. Con ragione. Con sei italiani in campo, è l'impresa più nazionale della serata. Il Torino è la decima forza della Serie A attuale ed ha prevalso sulla 12esima della Liga. Anche così si rabbercia il ranking, e soprattutto si ricuce l'autostima perduta dal nostro calcio. La Roma e il Toro dovevano vincere e sono andate a farlo fuori casa senza erigere barricate, ma giocando: secondo tradizione, ma a viso aperto.

Questa sì che era una maglia gloriosa da trasferta
Una delle ragioni della positiva stagione europea dei club italiani risiede anche nella cultura dei tecnici che le guidano: Benitez ha vinto tutte le coppe ed è una garanzia; Mancini ha fatto il visiting professor all'estero e si vede; Garcia viene da vittorie in Francia; Montella è forse il migliore allenatore italiano, con Conte, tra quelli che non hanno ancora allenato all'estero; e Ventura è uno di quei vini che migliorano invecchiando. Nelle annate trascorse i nostri club avevano affrontato l'Europa con dei tecnici provinciali, addestrati a far barricate in trasferta a Reggio e a Trieste ma dimostratisi inadeguati a livello europeo (dai Mazzarri ai Gudolin, dai De Canio ai Rossi, per intenderci). Il passo avanti è evidente.

Basterà a colmare il gap e a far tornare un po' più in alto il nostro calcio? Non è detto. Gli ottavi ci diranno se si è trattato di un fuoco fatuo. Per evitare le violenze tra gli ultras russi e ucraini la regia dell'UEFA ha apparecchiato l'accoppiamento italico peggiore tra Fiorentina e Roma. Ma il resto del programma è da leccarsi i baffi, tra echi storici e opportunità attuali. Ossi duri per le altre italiane, con il vantaggio per Toro e Inter di giocarsi il ritorno in casa contro Zenit e Wolfsbrug, mentre il Napoli prolungherà il suo inverno a Mosca. Ma ricordandoci che stiamo parlando pur sempre della serie B europea. Ad agosto avevo sommessamente fatto notare che "la EL è ormai l'unica coppa alla portata delle squadre italiane" [vedi]. A terra siamo noi con le nostre vergogne ...

Azor