Visualizzazione post con etichetta Albiceleste. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Albiceleste. Mostra tutti i post

1 settembre 2017

Una notte senza emozioni al Centenario

Il fascino del Centenario è intatto, ma ingentilito. Sarà la bella illuminazione, sarà il verdissimo prato. Sarà che i due settori bassi della Tribuna Colombes e della Tribuna Ámsterdam (le curve, quelle dei posti più popolari) sono di necessità deserte. Sarà anche perché, forse, la gente di Montevideo sa che l'Argentina è più forte della Celeste, e ne ha abbastanza timore. 





Il Centenario non è più la bolgia dei tempi che furono, e la partita scorre meno cattiva di quel che si poteva temere e immaginare. Qualche scontro duro, sì, qualche finta rissa subito spenta. E questo zero a zero che non sta né largo né stretto a Uruguay e Argentina, anche perché nel frattempo i cileni sono stati miseramente travolti dal Paraguay a Santiago, e dunque tutta la storia deve essere ancora scritta, e non è d'obbligo scriverla tutta in una sera. Specie quando non si è in vena.

L'Argentina di Sampaoli rumina un futbol lento, di possesso insistito, che sembra avere per unico scopo quello di trovare il modo di accendere Messi. Già: Leo vaga per il campo, su tutto il fronte della trequarti e anche più indietro, riceve palloni da Biglia e poi parte, cercando un uno-due con Dybala o lo spazio per imbeccare gli esterni, Di Maria e Acuna. In novanta minuti, lo 'schema' riesce solo un paio di volte, ma non produce danni particolari. Dal canto suo, arroccato more solito intorno a Godin, l'Uruguay aspetta e riparte, si guarda bene dall'alzare la linea del pressing, intasa gli spazi davanti all'area, trova un paio di situazioni promettenti ma non le concretizza. Novanta minuti di noia, rarissimi sprazzi di calcio: non era lecito attendersi fuochi d'artificio: da quelle parti, e tra di loro, giocano spesso così.

Dopo l'esordio di quattro anni fa, sempre a Montevideo, sempre al Centenario, sempre per un partido di qualificazione alla Coppa del mondo, cacciata dall'undici titolari gente come Higuain e Aguero, ecco finalmente Maurito Icardi. Centravanti dell'Argentina, anche se col numero sette. E' la sua prima partita internazionale importante, perché nell'Inter ha visto solo i campi dell'Europa League, senza mai andare troppo lontano nella competizione. La sua prestazione è stata inguardabile. Totalmente priva di incisività e (difetto evocato anche quando lo si giudica in maglia nerazzurra) di partecipazione al gioco. Largamente prevedibile: i due centrali uruguayani l'hanno disinnescato senza spendere una goccia di sudore, e l'unica buona palla ricevuta da Messi l'ha malamente ciabattata, telefonandola a Muslera. Poi, è vero, ha anche subito un fallo (in area) punibile da Godin: che nessun arbitro sudamericano avrebbe mai sanzionato. Resta che, se la scelta di Sampaoli è definitiva, da quelle parti le polemiche non mancheranno.

Mans

5 luglio 2015

La 'chilena' (intesa come nuova bacheca)

E così, senza nemmeno una Copa da lucidare in bacheca, adesso rimangono solo Venezuela ed Ecuador, ed è ragionevolmente difficile pensare che possano inaugurarla in tempi brevi: ha teoricamente una chance migliore l'Ecuador, che organizzerà il torneo nel 2023, mentre tra quattro anni toccherà al Brasile, che chiuderà così un'infinita kermesse politico-agonistica, dopo mondiale e olimpiadi.

L'attesa

Già. Finalmente il Cile, nell'atmosfera rovente e premoderna del Nacional di Santiago - stadio 'antico', quasi completamente privo di copertura, e dunque spalancato sui cieli e orizzonti andini -, ha alzato l'ambìto trofeo, al termine di una lunghissima partita preceduta da una protratta esecuzione degli inni nazionali (un concerto, in sostanza), grazie alla freddezza dal dischetto dei suoi uomini migliori (irridente la battuta 'a scavetto' di Alexis), e grazie soprattutto all'ormai conclamata allergia della Pulga per questo genere di partite e di competizioni. Come Pelé, come Maradona, anche lui rischia di concludere la carriera senza un titolo sudamericano nel palmarés: a differenza di quei due satanassi, però, è tuttora privo di titoli mondiali, ed è impossibile misurare la sua indifferenza al riguardo. 

Palloni scagliati in orbita
Un'astinenza che stride clamorosamente, perché la sua generazione, a differenza di quella del Pibe, è considerata una delle più fenomenali nella storia del futebol argentino. E forse è proprio questo il problema. Messi, certo. Ma anche Aguero, Higuain, Tevez, Di Maria, Lavezzi, Pastore e quant'altri, troppi forse per riuscire a comporre e stabilizzare una linea offensiva di valore potenzialmente storico; anche perché, nonostante si frequentino da una vita, sono e restano fondamentalmente solisti, poco adatti alla convivenza (escluso Leo, che rimane comunque di spessore pedatorio indubbiamente superiore). Ma in mezzo al campo? Giocatori normalissimi (Biglia, Banega), il punto debole della squadra è (da anni) sicuramente quello; senza un reparto di mezzo d'acclarata qualità, un XI anche stellare difficilmente si consacra, e resta aggrappato alle pur sublimi capacità d'improvvisazione dei singoli. In più, tra i top-players c'è sempre qualcuno che inciampa e trascina nella caduta la squadra. E' toccato ieri sera al Pipita, che ha ciccato clamorosamente il suo rigore, esplodendolo in curva: una replica perfetta del penalty sapidissimo che mancò il 31 maggio nell'ultima di Serie A, al San Paolo, con grande gioia di Claudius Lotitus. Sarà meglio che impari, o che smetta di tirarne. Così come Di Maria ha replicato l'infortunio muscolare che gli impedì di proseguire il suo nobilissimo mondiale, l'anno scorso: sarà meglio che impari a controllare la propria corsa e a non superare limiti di velocità  oltre i quali, evidentemente, il suo motore s'ingrippa.

Già ...
Sicché, allo stato, alcuni di questi celebratissimi pedatori si tengono stretto il mondiale giovanile, vinto nel 2005 e nel 2007; altro per strada, con la maglia della Selección, non hanno più raccolto. E, del resto, l'Albiceleste era riuscita nell'impresa di mancare la finale casalinga proprio 4 anni fa, e prima ancora di perdere la finale del 2007 (contro il Brasile, in Venezuela), ma anche quella del 2004 (sempre contro la Seleçao, in Perù), e l'ultimo trionfo risale, com'è noto, al lontano 1993, ottenuto contro gli 'ospiti' messicani in Ecuador. Grazie al tremendismo sottoporta di Gabriel Omar Batistuta.

Già ...
La finale di Santiago è stata di intensità altissima. Giocata - per dire - a un ritmo molto più alto della finale di Rio un anno fa. E il Cile ha meritato di vincerla, nonostante una scontata inferiorità tecnica ma grazie a un'organizzazione superiore e alla tigna di chi non vuole farsi fregare il portafoglio proprio a casa sua. Lì, al Nacional, La Roja aveva perso le gare decisive nelle edizioni del 1945 e del 1955, contro Brasile e Argentina; era uscito poi sconfitto da due finali comunque raggiunte - nel 1979, a opera del Paraguay, in tre partite, e nel 1987, contro il 'solito' Uruguay, a Baires. In una notte, contro un avversario teoricamente più grande, ha chiuso il baule dei brutti ricordi e l'ha portato in soffitta. 

Intanto, le telecamere inquadravano lo sguardo di Leo (meno perso nel vuoto di quello che potemmo ammirare un anno fa). Stavolta più incredulo che assente. Coraggio Leo, due o tre occasioni ti restano ancora: mai dire mai.

Mans

8 agosto 2014

Una stagione a tre?

L'estate scorsa la riconfigurazione degli assetti tecnici dei maggiori club europei era ruotata intorno a un esteso ricambio degli allenatori [vedi]. Per alcuni l'approdo su una nuova panchina si è poi rivelato positivo: Ancelotti al Real ha vinto la decima e la Copa del Rey; Guardiola al Bayern ha vinto la Bundesliga e 4 coppe; Pellegrini al City ha vinto la Premier; Blanc al PSG il campionato e le due coppe nazionali. Anche Benitez al Napoli ha vinto la Coppa Italia, e Martino al Barcellona, alla fin fine, almeno la Supercoppa di Spagna. Anche Moyes allo United ha vinto la Charity Shield ma poi è finito arrostito sulla panchina più rovente del mondo. Solo Mourinho al Chelsea non ha vinto nulla. Tra gli allenatori confermati Simeone all'Atletico ha vinto la Liga e fiammeggiato in Champions; Conte alla Juventus ha vinto scudetto e Supercoppa; Wenger all'Arsenal la FA Cup; e Klopp al Borussia la Supercoppa tedesca. Il comune denominatore di questi allenatori è l'appartenenza alla ristretta élite dei "super club" europei, destinati comunque a primeggiare.

Quest'anno la rotazione è più limitata. Le attese sono concentrate su Van Gaal allo United, su Enrique al Barcellona e su Bielsa al Marsiglia. Si tratta di tre allenatori di grande sagacia tattica. Checché ne dicano i gazzettieri italici - nessun dei quali s'accorse del modulo vintage (WW) che Luis adottò alla Roma, finendo poi ripudiato come capita a quasi tutti, anche ai marziani, nella città eterna - anche lo spagnolo è talentuoso e ricco di idee, fautore di un gioco qualitativo. Le novità tattiche non potranno che venire da loro quest'anno.

Archetipi del 3-5-2
Insieme con il Pep, che sembra voler adottare come modulo base il 3-4-3 sperimentato senza continuità nell'ultima annata catalana, potrebbe essere il ritorno della difesa a 3 la cifra tattica della stagione. Bielsa propugna da sempre il 3-3-1-3 (o 3-3-3-1). Van Gaal ha fatto vedere ai Mondiali come si giochi con Kuyt e Blind esterni di 4. Attenzione, però: non esiste una sola via alla difesa a 3.

La primogenitura, come ha ricostruito Jonathan Wilson, va ascritta a Carlos Bilardo e alla sua Argentina campione del mondo nel 1986: 3-5-1-1, con un libero e Maradona dietro a Valdano. Anche Beckenbauer schierò una difesa a 3 in quel Mondiale ma con 4 mediani e Matthaeus dietro a 2 attaccanti: già nel 1990, però, lo schieramento si era consolidato in un 3-5-2. In Italia lo importò Nevio Scala al Parma, impostando la declinazione difensiva della difesa a 3, cioè quella dove gli esterni sono due terzini e tutti, in fase di non possesso, corrono all'indietro, posizionandosi a 5. Ciò significa giocare con un uomo in meno a centrocampo al punto da poter costringere uno dei due attaccanti a fare da raccordo (oltre a Maradona, l'esempio più recente è Hamsik dietro a Cavani, in assenza di Lavezzi, nel Napoli di Mazzarri, con Maggio e Zuniga esterni), o limitarsi a due punte davanti di cui una, per necessità, molto mobile (come Tevez nella Juventus o come Rossi nella Fiorentina ipotizzata da Montella con Gomez perno), perché il modulo non prevede attaccanti esterni ma solo la discesa dei terzini.

Altra cosa è invece giocare con una linea di soli 4 (o addirittura 3, con Bielsa e Sampaoli) centrocampisti, perché ciò costringere i tre difensori a salire in fase di non possesso, mancando le diagonali dei terzini esterni. A squadra posizionata sulla linea della propria area scala un esterno a 4 e l'assetto diventa un 4-4-2, scendendo dall'altra parte un attaccante esterno sulla mediana. Primo sperimentatore in Italia fu Alberto Zaccheroni con l'Udinese nel 1996-1997, con uno spettacolare tridente Poggi, Bierhoff e Amoroso.

Eroi del 3-4-3
Se il 5-3-2 ha il vantaggio di rendere denso il centrocampo in fase di possesso e lo svantaggio di dover aggredire gli spazi sulle fasce con due difensori, il 3-4-3 ha il vantaggio di rendere molto largo il fronte d'attacco favorendo l'inserimento dei mediani, e lo svantaggio di dover rischiare costantemente il fuorigioco difensivo perché le fasce non sono presidiate da difensori.

Questo per dire che la difesa a 3 esprime una serie di varianti, compresa quella, magnifica, della Roma di Luis Enrique, con De Rossi che in fase di non possesso scendeva da vero metodista sulla linea di Kjaer e Heinze in fase di non possesso, mentre Taddei e Josè Angel erano costantemente alti sulla linea di Gago e Pjanic. Nelle prossime settimane vedremo se Enrique la riproporrà con Busquets a scendere tra Mascherano e Piquè. Secondo questa declinazione, estrema quanto bellissima da vedere, i due laterali dei tre difensori sono in pratica due centrali cui si aggiunge a pendolo il mediano, e si gioca a zona pura. Nella declinazione a 5 il centrale è uno solo e gioca da "libero", come, per esempio, sta cominciando a fare Vidic nell'Inter di Mazzarri.

Altra evoluzione tattica in corso sembra essere il ritorno della marcatura ad uomo a centrocampo, con uno due mediani centrali a seguire l'avversario più pericoloso: nella semifinale mondiale dell'Olanda con l'Argentina Messi fu seguito ovunque da Schneijder. Insomma, si annuncia una stagione potenzialmente interessantissima dal punto di vista tattico, quanto non lo è stata quella appena finita, Mondiale a parte.

Azor

14 luglio 2014

Löw story

I Mondiali sono finiti e noi siamo già orfani della sfera di cuoio. L'astinenza è una brutta bestia e nelle prossime settimane si farà sentire eccome. L'epilogo è stato all'altezza del resto. La Germania ha vinto. Qualche giorno di vacanza e poi di nuovo a sudare sotto il sole di amene località montane perché il circo riaprirà i battenti fra un mese e mezzo.

13 luglio 2014, Estadio do Maracana, Rio De Janeiro
Jogi a testa alta verso il destino
Con gli occhi ancora illuminati da uno spettacolo bellissimo proviamo a tracciare un (provvisorio) bilancio della manifestazione. Iniziamo dai numeri, freddi come sempre, ma piuttosto indicativi: in questa edizione si sono segnati 2,7 gol a partita, nel 2010 erano stati 2,3. Vi sono state in media 0,2 espulsioni e 2,8 ammonizioni a partita, nel 2010 erano state rispettivamente 0,3 e 3,8. In campo si sono visti in media quasi 400 (396 per la precisione) passaggi a partita per squadra, nel 2010 erano stati 353 (altro che fine del tiki taka). La Germania, squadra vincitrice del torneo, è risultata l'undici col miglior attacco (18 gol) e la miglior media di passaggi, 4157, di cui solo 377 lunghi (chiedere a Guardiola e al blocco Bayern per ulteriori delucidazioni). La miglior difesa è risultata quella degli USA il che pare sorprendente, ma non lo è poi troppo se si considera che ad allenarli c'era il maestro del vincitore, quello Jurgen Klinsmann che ha chiamato a sé il giovane Joachim Löw nel 2004 come suo vice e gli ha consegnato le chiavi della Fussballnationalmannschaft nel 2006 dopo averlo avviato a una carriera che da ieri è già storia. E proprio nella vicenda di Löw sta, credo, il segreto della Germania campione del mondo 2014. I nipotini di Wagner giocano in un campionato che è un prodotto assai trendy. La Bundesliga è un torneo che tutti i Paesi vogliono e per assicurarselo sono disposti a sborsare fior di quattrini perché è bello e spettacolare. Come sono giunti a questo risultato? Con pazienza e programmazione. Sono partiti da lontano, hanno deciso con chiarezza quello che volevano fare da grandi e l'hanno fatto. Non si vince il mondiale solo con pazienza e programmazione, ci vogliono giocatori forti (quelli se li sono costruiti in casa) e tanta fortuna. Se non hai fortuna non vinci nulla, ma se hai programmato bene, se hai avuto la pazienza di crescere i tuoi migliori talenti senza svenderli al primo procuratore-squalo che ti si presenta con in mano qualche migliaio di euro, se costruisci stadi magnifici e accoglienti e releghi le televisioni al ruolo che hanno ovvero pubblicizzare il prodotto e non fagocitarlo, se sei tutto questo e sei sfortunato non vinci comunque il mondiale, ma non esci nemmeno al primo turno in un girone in cui ci sono Uruguay e Costa Rica né perdi 7:1 in semifinale.

La Germania ha programmato bene, ha costruito il suo successo investendo sui vivai, lasciando fuori il profitto immediato a ogni costo nella consapevolezza che il denaro sarebbe comunque arrivato, a fiumi ben più straripanti degli spiccioli sborsati per avere un diciassettenne che "forse" diventerà un fenomeno. E i soldi sono arrivati, insieme coi successi. La Nazionale tedesca si fonda sul blocco Bayern, tutte le nazionali vincenti si fondano su un blocco, ma deve essere forte davvero e non solo per tradizione o per strapotere interno (leggasi Italjuve e le magre figurette che i bianconeri rimediano in Europa, per non parlare delle altre italiche compagini impegnate in Europa League, vero imbuto da cui passano, a malapena, i nostri sogni puntualmente spezzati dal ranking UEFA).

Il Maracana incorona i degni Campioni
(compresi Poldo e Poldino)
Dicevamo del Bayern: i bavaresi sono una corazzata oggi, ma non lo sono solo perché spendono tanto nell'acquistare. Hanno in squadra due stranieri veramente forti: Robben e Ribery, entrambi giocano in Baviera da anni. Intorno, oltre a Dante (non sempre impiegato da Guardiola), Martinez e Thiago Alcantara vi sono tanti tedeschi, molti dei quali cresciuti calcisticamente in Germania. Ai Mondiali abbiamo scoperto quanto sono forti Goetze e Hummels, abbiamo avuto conferma del talento di Schweinsteiger, dell'immortalità di Lahm e della superiorità nel ruolo di Neuer. Non fa piacere che la Germania abbia vinto perché ci ha raggiunti nella classifica all times del campionato del mondo, ma se lo sono francamente meritato.

Se lo meritava anche l'Argentina che ieri ha giocato la sua miglior partita del torneo e l'ha persa. L'ha persa perché la Germania ha segnato un gol. L'ha persa perché Higuain e Palacio invece hanno sbagliato gol facili per due come loro. L'ha persa perché il dottor Sabella (comunque molto bravo) ha inspiegabilmente lasciato negli spogliatoi il migliore in campo dei suoi dopo i primi 45', Lavezzi. E l'ha persa perché, come abbiamo spesso ripetuto, Messi non è Maradona. Ora il paragone deve finire per sempre. Messi è Messi e francamente ci basta e ci avanza. Certo, speravamo di vederci consegnare un nuovo mito da adorare, un santino meno sbiadito da tenere sulla testiera del letto, ma non ci è stato concesso. Messi ha giocato come ha potuto, regalando un paio di begli spunti, ma niente di più. Abbiamo tutti negli occhi il momento in cui si è piegato e ha rimesso sull'erba del Maracana. Ma che gli succede? Perché soffre di questo tipo di attacchi? Siamo sicuri che le cure cui è stato sottoposto da ragazzo per vincere il capriccio della natura che lo aveva condannato al nanismo non c'entrino nulla?

L'Argentina ha fondato la sua cavalcata verso la finale sulla difesa. Ezequiel Garay è un centrale da mettere sotto contratto costi quel che costi. Bene Demichelis, Mascherano è semplicemente il migliore nel suo ruolo. Ma tutti i giocatori dell'Albiceleste ieri hanno fatto una grande partita. Gli è forse mancato troppo Di Maria. Poteva finire diversamente, ma è finita come doveva finire.

Sono convinto che fra due anni e ancor di più fra quattro il Belgio sarà la squadra potenzialmente più forte del mondo e che la Spagna non sia finita. Al Brasile occorreranno anni per riprendersi dalla catastrofe sportiva subita; l'Argentina è sempre capace di sfornare talento, ma ha perso un'occasione che non si ripeterà presto. Noi dobbiamo ricostruire tutto facendo piazza pulita del passato se vogliamo avere qualche speranza di rinascita. L'Olanda, orfana del suo guru, può sempre sorprendere, ma adesso in cima c'è la Germania di Löw. È a loro che bisogna guardare per colmare la distanza. Ne saremo capaci?

Cibali

Il verdetto

Cartões Postais do Brasil

E' l'ultimo istante vissuto da Miro nella storia della Coppa del mondo.
Esce dal campo, sostituito da Mario Götze. 
Logico che toccasse a Mario decidere la finale
Per Özil (classe 1988), Müller (1989), Götze (1992), Kroos (1990), Schürrle (1990), Hummels (1988), Khedira (1987), Neuer (1986), e i più esperti Lahm (1983), Mertesaker (1984), Schweinsteiger (1984), per lo stagionatissimo e ormai leggendario Miro Klose (1978) è dunque giunta l'ora di salire in tribuna d'onore, alla fine dell'ultima partita di un torneo, per ritirare la coppa. Ah, dimenticavo Podolski (classe 1985), il numero dieci (yes!). Dubitavo potesse accadere. Li consideravo forti ma non abbastanza. Tedeschi ma non abbastanza, e non solo per via delle intervenute mescolanze. Non vedevo, tra loro, qualcuno con la personalità, il carisma, la capacità di leadership in campo che era di Seeler e Overath, Beckenbauer e Breitner, Matthäus e Klinsmann. Li pensavo destinati a restare per sempre giovani, e senza coppe [vedi].

E invece eccoli arrivati, anche loro "quattro volte in cima al mondo", eccoli che festeggiano e con una certa sobrietà. Si sono diplomati. Quelli che sorridono e scherzano sul prato del Maracanã sembrano liceali che hanno appena vinto la coppa dell'istituto; Löw è il loro professore di storia e filosofia (ma laureato in filosofia), con sguardo da ex sessantottino (tedesco, s'intende) e una moderata passione per il Fußball. Dilma è come l'odiata preside, nessuno vuole farsi fotografare con lei. Gli argentini sono quelli della quinta E, quelli che devono prendere il treno tutti i giorni per venire a scuola. Giocare a pallone è la cosa che sanno far meglio, ma il più bravo di quest'anno (Di Maria) si è fatto male e non può, per questo sono così sconsolati. Guardalo, Götze ha proprio la faccia da primo della classe; riuscirà nella vita, qualunque cosa decida di fare.

Lo sguardo perso nel nulla
Tutti aspettavano Leo, e nei prossimi giorni scorrerà parecchio inchiostro - è già iniziato a scorrere. La sua biografia sarà aggiornata, perché - è comune sentire e diventerà luogo comune - ha fallito nell'occasione più importante. Lo hanno premiato col 'pallone d'oro' di Brasil 2014, ed è chiaro che quel premio era destinato a lui da tre o quattro anni. Una patacca, ma la credibilità della FIFA è quello che è. Anche la carriera di Messi è e rimane quello che è e che è stata. La carriera di un fuoriclasse epocale, una carriera che - a ventisette anni - si è già lasciata alle spalle quasi seicento partite ufficiali; alla sua età, Diego ne aveva giocate poco più della metà. Certo, il suo sguardo assente - prima, durante, dopo la partita - dice molto, se non tutto. Si è acceso ogni tanto, quando ha avuto la palla tra i piedi, e poi si è subito spento. Non aveva più la forza di dare un senso a se stesso, e speranza a quelle migliaia di argentini che, sparsi sulle sabbie di Copacabana, aspettavano il gesto.

Così e infine la coppa attraversa l'Oceano, per la prima volta in direzione dell'Europa. Doveva accadere, un giorno o l'altro. "Maliarda e girovaga", riposerà per quattro anni a Berlino. E nessuno può ragionevolmente affermare che Eupalla abbia emesso un verdetto iniquo.

Mans

10 luglio 2014

L'importanza di essere Messi

Cartões Postais do Brasil

Leo sussurra nell'orecchio destro di Romero quel
che si potrà sapere solo leggendo questa cartolina
fino all'ultima riga
A Leo è andata bene e avrà certamente pagato la pizza a Mascherano. Non fosse per la tigna, la concentrazione, la scelta di tempo del barcellonista (e dunque suo Sancho Panza di millanta battaglie calcistiche), ora l'Argentina sarebbe a pezzi - altro che "siete! siete!" -, la mitologia della Pulce svenduta a due centesimi sulle bancarelle, e la coppa del mondo un affare di vicinato tra olandesi e tedeschi, l'ennesima rivincita delle rivincite che avrebbe però consentito a Blatter di bagarinare personalmente domenica pomeriggio nei dintorni del Maracanã. Leo dunque dovrà ora sdebitarsi e fare qualcosa di più del nulla che ha combinato a San Paolo.

Nulla, ma in realtà quasi nulla.

Quasi nulla? In realtà molto. A pensarci bene, molto. Quasi tutto. Anzi: tutto. E toccava dunque a Mascherano di pagargli la pizza, perché senza Leo difficilmente l'Argentina sarebbe arrivata negli ottavi e poi nei quarti e poi (soprattutto) in semifinale e quindi in finale. Anzi, soprattutto in finale.

Perché? Semplice. Senza Leo l'Olanda avrebbe giocato diversamente. La sola presenza in campo di un tale spauracchio ha convinto Luigi van Gaal a schierare i suoi bene coperti, onde nulla rischiar. Troppo tardi ha capito che il de cuius non era in giornata di vena poetica e vagava per il campo come fosse terra sconosciuta e straniera da esplorare senza mappa e senz'acqua e senza sapere come e perché il destino l'avesse scaraventato così lontano da casa. Troppo tardi Luigi van Gaal ha sussurrato ai suoi che la partita forse si poteva anche vincere, che non era obbligatorio pareggiarla e poi rischiare di perderla ai calci di rigore. Troppo tardi. Robben ha schiumato rabbia per novanta minuti e si capiva benissimo che, fosse dipeso da lui, gli Oranje avrebbero giocato in modo diverso. Non fosse dipeso dalla tigna, dalla concentrazione e dalla scelta di tempo di Mascherano, Robben avrebbe fatto esplodere la santabarbara al novantesimo, quando era finalmente riuscito a sgommare oltre le trincee biancocelesti. 

Il tackle più importante di Brasil 2014

Confortato dall'atteggiamento contratto e spaurito degli avverari, constatata la scarsa vena e anzi l'assenza spirituale del santo numero dieci, Sabella ha consigliato ai suoi di mettere anzitutto la museruola a Robben. Minimo tre o quattro sempre nei suoi pressi, e mine nell'erba sui suoi percorsi. Quintali di sonnifero sparsi qua e là. Van Persie? E' in posizione di fuorigioco dal primo minuto del match contro i Ticos e ha pure mal de panza. Innocuo, non c'è bisogno nemmeno di massaggiargli le caviglie. Poi anche Sabella ha capito che la partita si poteva forse vincere, che non era obbligatorio pareggiarla, e tanto meno rischiare tantissimo di perderla visto che poi in porta loro metteranno Tim Krul, gigantesca insuperabile sagoma mattacchiona. Ha tirato un sospiro di sollievo quando Van Gaal, per confondergli le idee, ha tolto dal tabellino Van Persie e inserito Huntelaar, scoprendo il bluff o ricorrendo a quello di riserva. Sabella ha risposto gettando allo sbaraglio Aguero e Palacio. I due non fanno nemmeno il solletico a Vlaar, ma sono grandi rigoristi. Infatti Palacio non ha bisogno di tirare il suo, visto che Vlaar, spossato dalla noia, e Sneijder, spossato tout court, sbagliano il loro.

Leo invece dal dischetto ha segnato. Era il primo della lista argentina, ovviamente. Il penalty psicologicamente più importante, proprio perché calciato dopo l'errore olandese. "Se ne pari un altro, ti pago la pizza", ha detto Leo a Sergio Romero prima di tornare verso il centro del campo a guardare con gli altri la fine del film. Un fuoriclasse si vede anche da questi dettagli.

Mans

7 luglio 2014

Much ado about nothing?

Alla penultima tappa di un Mondiale spettacolare, pieno di emozioni, belle partite e memorabili giocate, approdano alle semifinali le tre squadre che alla vigilia erano date tra le più favorite insieme con la Spagna. Solo l'Olanda è la vera sorpresa, non accreditata da nessuno, nemmeno degli autori di Eupallog che, a dire il vero, avevano quasi tutti sottovalutato la Germania: Azor (Brasile, Spagna, Argentina: vedi), Cibali (Brasile, Spagna, Italia, Argentina: vedi), Mans (Brasile, Argentina, Uruguay, Spagna: vedi) e Pope (Argentina, Germania, Brasile, Belgio: vedi).

Oranje 2014: una sorpresa? O un eterno ritorno?
Tanto rumore per nulla dunque? Guardiamo al palmarès (cioè alla storia): 5 coppe il Brasile, 3 la Germania, 2 l'Argentina, la metà del totale. Guardiamo al Ranking FIFA (cioè alla cronaca): Germania 2°, Brasile 3°, Argentina 5°. Soprattutto, consideriamo le 60 partite cui abbiamo assistito e domandiamoci: non è arrivato in fondo qualche XI che lo meritava? La risposta è no. Non si è persa per strada nessuna compagine memorabile.

Agli ottavi sono tornate a casa il Cile (sfortunato), l'Uruguay (modesto), il Messico (buono ma limitato), la Grecia (epica ma senza qualità), la Nigeria (atletica), l'Algeria (memorabile e sfortunata), la Svizzera (modesta) e gli USA (più tattica che tecnica). In questo turno meritavano maggior fortuna solo Cile e Algeria, ma erano da semifinale?

Ai quarti sono tornate a casa la Francia (scioltasi al dunque), la Colombia (travolta dall'impeto verdeoro), il Belgio (inesperta a questi livelli) e la Costa Rica (che dopo i fasti ha puntato ai rigori senza più osare). In questo turno hanno pagato dazio le due squadre attese come possibili "sorprese": Cafeteros e Diables rouges. Un loro approdo alle semifinali sarebbe però equivalso, più o meno, a quello dell'Olanda, palmarès a parte: ma non hanno subito torti lungo strada.

Alla fine, dunque, si confrontano come sempre il calcio europeo e quello sudamericano. Impressiona un ricorso: nell'ultimo torneo svoltosi a quelle latitudini, Argentina 1978, tre nazionali arrivarono come oggi in fondo: Brasile, Olanda e Argentina; al posto dell'Italia, ahinoi, ora c'è la Germania. Storia immobile? Forse. Storia contemporanea? Olanda e Germania erano tra le quattro anche in Sudafrica 2010, il Brasile in Asia nel 2002, l'Argentina vi manca invece dal 1990.

Rispetto ai tornei più recenti sono mancati all'appello Spagna e Uruguay (2010), Italia, Francia e Portogallo (2006), Turchia e Corea (onde anomale del 2002). Sempre presente la Germania che, vista la qualità del gioco espresso finora (ricalcato su quello del Bayern guardiolano), appare a questo punto la favorita. Vincesse, non demeriterebbe certamente il titolo. Soprattutto sarebbe un grande scorno per chi, in questi ultimi due anni, ha ripetutamente dato per morto il tiki-taka ...

Azor

6 luglio 2014

Ti conosco, Mascherano

Siamo dunque al redde rationem. Conclusisi i quarti di finale ci accingiamo al rush decisivo. Sono rimaste in quattro a contendersi il sogno che porta dritti a Rio de Janeiro e al bellissimo Maracanà 2.0. A tale proposito vorrei sottolineare la bellezza degli stadi realizzati per il Mondiale dei Mondiali. Complimenti all'organizzazione e a chi, fisicamente, ha progettato e costruito tanti begli impianti, tutti all'altezza del gioco espresso e dello spettacolo offerto.

Dicevamo delle quattro semifinaliste. Siamo onesti: nessuno si aspettava che l'Olanda arrivasse così avanti nella competizione. Io per primo ero certo che i dissapori dello spogliatoio limitassero l'elevato tasso tecnico della rosa, anche se si stratta di un tasso tecnico decisamente sbilanciato dalla metà campo in su. Il tecnico Louis Van Gaal da ieri rischia seriamente di relegare il Josè Mario Do Santos Felix più famoso del mondo pallonaro al ranking di Special Two. Al minuto 120 di una gara passata a bombardare la difesa della Costa Rica ti fa entrare uno spilungone che risponde al nome di Timothy Krul, portiere con poca fama e meno gloria, in forza al Newcastle United, 36 presenze nel suo club e appena 26 anni.

5 luglio 2014, Arena Fonte Nova, Salvador
Tim Krul para il rigore decisivo e porta l'Olanda in semifinale
Il buon Krul inizia a innervosire gli avversari, ormai dilaniati dai crampi e para ben due rigori su quattro. Il quinto è inutile. Van Gaal appare come un santone infallibile e geniale. La Costa Rica è eliminata e l'Olanda va a San Paulo dove incontrerà l'Argentina di Messi (e da ieri anche di Huguain).

La partita dell'Olanda è stata quello che ci si poteva attendere, un rimbalzare sistematico contro l'organizzazione centro-americana. La Costa Rica ha organizzato una difesa a cinque al confronto della quale il Bol'soj Ballet sembrava il gruppo dei disoccupati di Full Monty. Sincronismo perfetto, movimenti provati e riprovati, Van Persie finisce in fuorigioco 11 volte; alla fine del match gli offsides arancioni saranno ben 13. Anche questo è un piccolo record. Jorge Louis Pinto ha rinunciato al confronto. Forse non aveva molte alternative contro un avversario evidentemente più forte. Il fortino eretto da Keylor Navas (che portiere!) e compagni ha retto per 120 minuti ed è crollato solo grazie alla perfezione dei rigori calciati dai cecchini olandesi. L'Olanda ha dimostrato di essere una station-wagon a trazione anteriore laddove il talento superiore di Robben può e deve risolvere i problemi mostrati da una difesa imbarazzante. Il motore davanti è fenomenale, il cassettone dietro intrainabile. Martins Indi e Vlaar sono lenti e tecnicamente modesti, De Vrij e Blind scorrazzano sulla fascia senza mai sapere quando e quanto devono salire. E d'altra parte se Van Gaal reclama a gran voce l'importanza tattica di De Jong un motivo ci sarà. Kuyt viene impiegato talvolta come terzino e talvolta come esterno alto. Contro una difesa così organizzata nessuno si spiega perché non abbia giocato Huntelaar. Un pasticcio tattico evidente. Ma l'Olanda è passata e al Mourinho in salsa Vermeer va reso il merito del risultato. Si tende sempre a simpatizzare per i più deboli, ma quando a vincere sono i più forti c'è poco da recriminare.

5 luglio, Estadio Nacional, Brasilia
Higuain calcia verso la porta di Courtois. È l'1:0 per l'Albiceleste
Ben diverso è stato l'altro quarto di finale, Argentina-Belgio. Gli uomini del dottor Sabella hanno regolato la pratica in meno di dieci minuti. Higuain si è sbloccato e questa è un'ottima notizia per l'Albiceleste.
Il Belgio si è sciolto come neve al sole. La squadra più giovane ha sofferto l'esperienza e l'abitudine a giocare partite decisive di quella più vecchia dell'intera competizione. L'Argentina resta la mia favorita per la vittoria finale. Peccato per l'infortunio capitato a Di Maria, pare che per lui il Mondiale sia finito. Il Belgio non è teoricamente più debole dell'Argentina e credo che fra due anni in Francia sarà la Nazionale da battere.

Fra Germania e Francia ha vinto semplicemente la squadra più forte, più completa e più talentuosa. Non hanno punti deboli tranne l'assenza cronica di un centravanti di ruolo. Loew ha dovuto fare di necessità virtù, ma ha a disposizione il blocco Bayern, ovvero una legione guardiolana che sa arrivare in porta sfruttando l'ormai tanto vituperato tiki-taka. I risultati sono evidenti. Avrebbero potuto vincere con un margine maggiore. La Francia è andata oltre quanto mi aspettassi. Deschamps ha ricostruito la squadra e ha dato fiducia all'ambiente. In casa, fra due anni, saranno più preparati e partiranno fra le favorite.

4 luglio, Estadio do Maracana, Rio De Janeiro
Hummels porta in vantaggio la Germania
Brasile-Colombia è stata bella, ma non bellissima e ha detto molte cose: il Brasile gioca male, ma ha tre-quattro giocatori che possono decidere la partita in qualsiasi momento. Fred è indispensabile per questa squadra perché corre come un ragazzino e crea gli spazi per i centrocampisti. Hulk è inutile e dannoso, va sostituito. Io farei giocare il profeta laziale. L'apporto del pubblico è determinante per il Brasile e la paura anche. La Colombia è un'ottima squadra, ma non così forte come sembrava dopo il girone di qualificazione. Difesa buona, centrocampo buono e attacco buono. Nessun reparto è ottimo. Hanno tanta qualità, ma è spesso limitata dall'inesperienza (leggi James Rodriguez) o dall'ignoranza tattica (leggi Cuadrado); hanno corsa, ma non sempre essa è accompagnata dalla consapevolezza della destinazione (leggi Armero). Pekerman, se sarà lui a guidare ancora la Nazionale colombiana, dovrà far crescere con pazienza questi ragazzi e dare loro più disciplina tattica, altrimenti ci sarà sempre un Brasile a buttarli fuori dal Mondiale.

4 luglio, Estadio Castelao, Fortaleza
Zuniga colpisce Neymar da dietro. Mondiale finito per il talento brasiliano
Abbiamo ancora negli occhi il pianto disperato di Neymar; una vera disdetta. Il giocatore simbolo di questi Mondiali costretto a lasciare il campo in barella e privo di sensibilità negli arti inferiori. In molti, compreso chi scrive, hanno pensato che fosse la sua solita, insopportabile, tendenza alla simulazione. Ahimè, niente di tutto questo; una vertebra fratturata, Mondiale finito e molte settimane di riabilitazione prima di tornare a calciare un pallone. A questo si aggiunge la squalifica di Thiago Silva. Zuniga è entrato male, credo volesse far sentire il ginocchio all'irritante avversario, ma certo non voleva rompergli la schiena. Peccato. Pessime notizie per Felipao, ma credo che proprio per questo il Brasile batterà la Germania e andrà dritto in finale. La rosa si compatterà e giocheranno, paradossalmente, con meno pressione. La Germania parte favorita e questo favorirà il Brasile. Ho sostenuto sin dall'inizio della competizione che i verde-oro mancano di un centrocampo di qualità; mi pare sia stato evidente in ogni partita, ma più di questo è stata la pressione a schiacciare la capacità di svolgere al meglio il loro mestiere di pedatori. Adesso potranno affrontare l'avversario più forte senza i loro migliori giocatori, ma con la possibilità di schierare un centrocampista in più per arginare il possesso palla tedesco e ripartire. Sono certo che potrà essere un vantaggio.

Il Mondiale dei Mondiali si sta rivelando davvero uno dei più belli e il dessert non può che essere all'altezza. Certo una finale Brasile-Argentina sarebbe il coronamento ideale di un percorso così intenso e spettacolare, ma anche Germania-Olanda non sarebbe male. Potrà essere il trionfo del calcio europeo nel continente americano per la prima volta o l'esclusione totale dell'Europa dal tavolo della coppa più ambita. Comunque vada, sarà stato un Mondiale bellissimo. Il Mondiale dei Mondiali.

Cibali

La ballata del centravanti stitico e del portiere 'last minute'

Cartões Postais do Brasil

Occhi assonnati di uomini in maglia rossa osservano la girata del Pipita
"Pipita sveglia, sveglia sveglia Pipita! Presto, quelli dormono ancora. Arrivano sempre in ritardo, bisogna approfittarne, Pipita!": così Alejandro Sabella a Gonzalo Higuaìn verso le 13 (ora di Brasilia) del 5 luglio 2014. Kompany è notoriamente un nottambulo. E infatti improvvisamente si alza (ore 13:07 circa) e, occhi chiusi palla al piede, si avventa fuori dalla camera da letto. Chissà cosa stava sognando. "Eccolo!", occhiata d'intesa tra l'Uomo Mascherano, la Pulce e  Di Maria. Non aspettavano altro; il primo gli scippa il pallone e lo passa al secondo che lo passa al terzo che lo passa (male) al Pipita, che però è fortunato perché nel frattempo, destato da quel fastidioso frastuono, Vertonghen cerca di riappropriarsi della sfera ma riesce solo a deviarla, guarda caso proprio sui piedi del Pipita che è rapidissimo a individuare la combinazione giusta per spalancare la cassaforte dei belgi. Curtois, il portinaio, deve ancora fare colazione. Wilmots è inferocito coi suoi. Nessuno si è ancora neppure lavato i denti. "Come al solito, arriveremo con un'ora e un quarto, un'ora e mezza di ritardo, come al solito. Maledizione!" In effetti, arrivano. Tutti, anche Lukaku. Tutti, anche Hazard, che era meglio rimanesse in albergo. "Torna pure a dormire, pelandra!", gli grida Wilmots a un quarto d'ora dalla partenza del treno per le semifinali. Sul tabellone c'è scritto "argentina uno belgio zero" ed ecco, il treno è partito, pieno di gauchos e di preoccupazioni per i muscoli di Angel Di Maria.

Lo sguardo incredulo di Robben 
e quello impaurito di Míchael Umaña: rosso in arrivo?
Luigi van Gaal e Giorgio Luigi Pinto hanno organizzato bene la loro scacchiera, e si può solo dire che era prevedibile ogni schema - di attacco e di difesa. Campbell abbandonato nel deserto della metà campo olandese come fosse il centravanti del Chelsea; le rabbiose percussioni di Robben, ripetutamente falciato; le parate spettacolari e fortunate di Keylor Navas; pali e traverse e 'porta stragata' come si suol dire. E' l'atteso assedio, ma c'è sempre una mossa disponibile a Pinto per evitare lo scacco matto. Si devono battere i calci di rigore ed entra l'eroe del giorno, Tim Krul. Lungo come la fame e largo quasi come la porta, è uno specialista. C'è chi si porta il cuoco di fiducia, chi nasconde in valigia il fisioterapista e chi la fidanzata, van Gaal ha ben nascosto, nella rosa dei ventitré,  il pararigori. Krul Ha dato spettacolo. I costaricani provavano a traccheggiare e perdere tempo anche in questa situazione, ma obiettivamente non meritavano di andare più lontano di così. A San José riceveranno l'accoglienza che meritano.

"Bravo Pipita, finalmente ti sei sbloccato". In effetti: centravanti stitici, nervosi, criticati, soli sotto il solleone. Fortunatamente infortunati, come Aguero; terribilmente improbabili, come Fred. Non è la loro Coppa. Povero Campbell - come si diceva -, povero Van Persie, ieri sperduto nella folla dell'area di rigore costaricana e sempre caduto nelle trappole del fuorigioco seminate dappertutto da Pinto. Origi e Lukako, un gol a testa in cinque partite. Peralta. Diego Costa. Mitroglu. Drogba. Dzeko. Immobile. Cavani. Rooney - se è da considerare ancora un 'centravanti'. Tutte comparse di cui nessuno s'è accorto. Piccoli camei per Klose (part-time efficace, full-time inservibile). Mandzukic. Gyan. Balotelli. Suarez. Jackson Martinez. Meglio di tutti Benzema, che però i tedeschi hanno poi deciso di escludere dalla sceneggiatura. In effetti: tra un po', nessuno vorrà più giocare da numero nove. Il ragazzino che si presenterà al centro sportivo, al campo dove s'allenano i suoi amichetti, quando si sentirà chiedere dall'allenatore "in che ruolo giochi?", risponderà "giostro da falso nueve, ma anche da trequartista indifferentemente di destra o di sinistra o centrale dietro un'unica purché statica, stitica e in fin dei conti inutile punta". E prima ancora, quando nei campetti senz'erba o sulle strade a fondo chiuso si organizzeranno le partitelle nei pomeriggi d'estate, il più scarso non verrà lasciato a fingere di difendere due pali messi insieme con gli stracci, ma a fare il centravanti. E il suo destino sarà il medesimo di chi una volta se ne stava fermo davanti a quella rete immaginaria. Lunghi pomeriggi da trascorrere senza mai toccare un pallone.

Mans

5 luglio 2014

Madeleine

Il 30 giugno 1990, allo Stadio "Artemio Franchi" di Firenze, la Jugoslavia giocò la sua ultima partita ad un Mondiale. Nessuno lo avrebbe immaginato. Come non avrebbe immaginato che sarebbero poi dovuti passare 24 anni per rivedere l'Argentina vincere un quarto di finale.

30 giugno 1990, Stadio "Artemio Franchi", Firenze
Fu una brutta partita, come tante altre di Italia 90, finita in bianco ai rigori [Cineteca]: Maradona sbagliò il suo ma ciò non pregiudicò il passaggio dell'Albiceleste alla semifinale contro l'Italia, prevista a Napoli il 3 luglio. A Firenze, il pubblico lo aveva fischiato a lungo durante la partita. Forse anche per reazione Diego dichiarò guerra affermando che gli italiani si ricordavano di Napoli solo quando faceva comodo, dimenticandosi per il resto del tempo dei suoi problemi [vedi]. Sarebbe finita coi fischi romani all'inno nazionale argentino ...

In tutt'altro clima, ma con un'altrettanto brutta partita, oggi, all'Estadio Nacional di Brasilia, l'Argentina è tornata a qualificarsi per una semifinale dei Mondiali [Cineteca]. Quel giorno a Firenze Maradona non contribuì molto alla vittoria, come oggi non vi ha contribuito Messi. Ma poco importa. Nel frattempo la Jugoslavia si è dissolta, il mondo è drammaticamente cambiato, e siamo tutti un po' più poveri e privi di futuro. Ma il Mondiale continua a svolgere la sua funzione confortante di scansione del tempo, di periodizzazione della nostra vita. Quel giorno eravamo allo stadio. Oggi ci accontentiamo di essere ancora qui, a beneficiare della infinita bontà di Eupalla: allora volevamo ammirare il Pibe, oggi il suo erede. Sempre sia lodata.

Azor

22 giugno 2014

So far, so very good

A conferma di quanto già scritto dai fratelli eupallici anch'io ci tengo a ribadire che il Mondiale dei Mondiali sta mantenendo tutte le promesse e le premesse della vigilia. Stiamo assistendo a partite bellissime. Probabilmente il Mondiale più bello degli ultimi quarant'anni. Certamente il più spettacolare dal 1982. Insomma, so far so very good.

A oggi, 22 giugno, ci sono stati di media tre gol a partita; Svizzera-Francia è stata quasi una partita da record: sette reti, 34 tiri totali di cui 24 nello specchio della porta. Karim Benzema ha tirato, in due sole partite, ben 15 volte in porta mentre la sua Nazionale lo fatto per 42 volte. Gli arbitri sono, tutto sommato, meno scarsi di quanto mi aspettavo; hanno estratto una media di 2.8 cartellini gialli e di 0.2 cartellini rossi a partita. Praticamente nulla, indice anche questo di un alto livello di gioco, veloce e teso all'attacco, pensato e pianificato per costruire e non per distruggere. Honduras-Ecuador, apparentemente una partita per la quale non varrebbe la pena restare svegli nemmeno la notte di san Silvestro,  è stata veloce e spettacolare; 24 tiri di cui ben 13 nello specchio della porta; continui rovesciamenti di fronte e tanto talento ignoto sbattuto in faccia ai nottambuli di Brasil 2014.

21 giugno 2014, Estadio Castelao, Fortaleza
Ayew stacca di testa e porta in vantaggio il Ghana sulla Germania
Germania-Ghana sembrava il copione già scritto di un filmetto di serie B. La Deutsche Nationalmannschaft è fortissima e fra le grandi protagoniste di questo Mondiale la meno imperfetta. Passerà come un tritacarne sui poveri africani. E invece è stata una partita a tratti bellissima, generalmente equilibrata con qualche momento di evidente difficoltà per il Golia teutonico. Il Ghana ha attaccato mostrando ancora una volta quanto lo studio e l'applicazione tattica abbiano davvero livellato il calcio planetario. Altro che vittima sacrificale! Nei 93 minuti ci sono state 78 azioni offensive, 31 tiri in porta di cui 16 nello specchio con una chiara supremazia africana. Gli uomini del sorprendente Appiah hanno monopolizzato il fronte offensivo tirando il doppio degli avversari e mostrando, come ormai accade regolarmente al Mondiale dei Mondiali, evidenti incertezze difensive. E questo è il nodo della questione.

Stiamo forse assistendo a un Mondiale spartiacque. Il calcio è cambiato sotto i nostri occhi e non sempre ci siamo accorti del mutamento che, al netto della prospettiva temporale, è radicale. Gli allenatori studiano la strategia pensando prevalentemente a colpire e non a difendersi. Chiariamo subito che i tornei, lunghi o brevi che siano, si vincono prendendo pochi gol, quindi la fase difensiva resta, a mio giudizio, decisiva, ma è cambiata la strada per arrivare a destinazione, è cambiato il mezzo  non il fine. Si cerca di non prendere gol aggredendo l'avversario o facendo girare palla more Guardiolae. Il livello generale delle difese è scadente. Sono gli uomini, in questo caso, a essere tecnicamente più deboli. Anche per questo tutti i CT hanno preferito portare centrali alti ancorché meno dotati tecnicamente; l'Argentina e l'Italia sono, da questo punto di vista, due casi esemplari. Solo il Brasile rappresenta una parziale eccezione, ma sarebbe più corretto dire che Thiago Silva è, nel suo ruolo, il migliore in attività e forse uno dei migliori da parecchi anni a questa parte.

18 giugno 2014, Estadio Beira Rio, Porto Alegre
Tim Cahill segna un gol capolavoro
Dicevamo di un torneo molto bello, arricchito da tanti gol alcuni dei quali davvero memorabili. Mi vengono in mente sui due piedi il pareggio di Van Persie contro la Spagna e quello di Cahill contro l'Olanda. Curiosamente due perle nello stesso girone, ma molti altri ve ne sono stati di apprezzabili sia per la manovra che li ha costruiti sia per la finalizzazione del cannoniere di turno.

Un Mondiale così bello e "diverso" impone una riflessione che in parte ho già introdotto: molto bene la fase offensiva di quasi tutte le squadre nazionali impegnate, molto meno bene quella difensiva. Il ridotto tasso tecnico dei difensori è una spiegazione, ma non può essere l'unica e comunque vanno analizzate le ragioni di questa tendenza destinata, credo, a intensificarsi negli anni a venire. Ritengo che molto vada imputato alla generazione play station. Non è un caso che molti amino il calcio robotico di CR7 e quello androide di Ibra. Sono giocatori il cui strapotere fisico nasconde le (non molte a dire il vero) lacune tecniche. Sono giocatori programmati per offendere liberi da vincoli tattici. Sono attaccanti ad alta definizione. Ormai vedendo le partite si viene catapultati in una realtà che quasi si sovrappone al virtuale, laddove la tecnologia televisiva è speculare al videogioco calcistico più evoluto in commercio. Non si capisce più con esattezza se si stia assistendo a una vera partita di calcio, giocata da persone in carne e ossa, o a una perfetta riproduzione cibernetica dello sport più amato. I calciatori vivono questi anni, ne sono dentro così come lo sono la maggior parte dei ragazzini che aspirano a imitarli. Passano la maggior parte del tempo libero alla console preferita scegliendosi nel mondo virtuale e giocando a essere se stessi, a fare cioè virtualmente quello che sperano di fare nella realtà il giorno dopo o la sera stessa. E non credo giochino a fare i grandi allenatori o a impostare al meglio la fase difensiva.

Nelle scuole calcio non si selezionano più i bravi difensori e i portieri sono ormai abbandonati al loro destino, soli ad arrangiarsi con palloni che si muovono impazziti ad ogni tiro manco fossero supertele. Difendere è ormai un must collettivo. Gli allenatori amano gli attaccanti che rientrano, quelli che fanno la fase difensiva, come va di moda dire oggi, ma sono attaccanti e non sanno difendere. Bene che Cavani si faccia quaranta volte il campo avanti e indietro per aiutare la difesa, ma quando si ritrova ad affrontare l'attaccante avversario è il prologo di un disastro; se deve far ripartire l'azione o è troppo lontano dalla porta e per arrivarci deve stancarsi terribilmente o non ha la visione del regista; molte delle azioni più pericolose nascono da palle perse sulla propria trequarti per l'incapacità di ripartire con ordine. Ormai la difesa è ridotta ai due centrali che sono due anche nelle difese (annunciate) a tre. I terzini non sono più terzini nemmeno di nome; li chiamano esterni bassi. Di fatto non sanno difendere perché vengono selezionati in base a quanti scatti riescono a produrre in novanta minuti e a quanto sono bravi nel saltare l'uomo. In tutto il Mondiale si sono visti non più di dieci cross indirizzati in area e ben fatti. Uno di questi, purtroppo per noi, l'ha effettuato il trentenne Junior Diaz da San Jose mettendo il pallone proprio sulla testa di Ruiz per il vantaggio del Costa Rica sull'Italia.

Nel mondo del videogame si deve vincere e i preliminari tattici sono una scocciatura. Gli allenatori sono ormai professori che predicano a studenti affetti da deficit d'attenzione perché immersi nel limitato impegno del mondo virtuale. Ecco allora che le squadre meno infarcite di campioni si applicano con una determinazione feroce mentre quelle tecnicamente più dotate sembrano un'orchestra composta solo da primi violini. L'Italia è più forte del Costa Rica, ma il Costa Rica vince. Tutti pensavano che gli eroi Persiani avrebbero resistito non più di dieci minuti a Messi &Co. e invece li hanno imbrigliati tatticamente e solo una grande parata di Romero, unita alla magia del più forte, ha permesso all'Albiceleste di vincere. Stesso discorso vale per la Germania, salvata dal solito, incredibile Klose (anche se il Ghana è nettamente la più forte delle squadre africane impegnate al Mondiale).

In definitiva mi pare che questa sovrapposizione fra reale e virtuale sia una delle ragioni per cui si è generato un calcio nuovo, più spettacolare, ma assai imperfetto. Però si sa, il mondo è fatto di imperfezioni e spesso sono proprio queste che producono il bello. Quindi diciamo pure e ad alta voce: so far so very good. In fondo la nostra devozione a Eupalla è stata fin qui ampiamente ripagata.

Cibali

Forever young

Cartões Postais do Brasil 2014

Non devi credergli troppo. Cede in qualche contrasto, la sua rapidità pare dimezzata, e a un certo punto penserai anche che potrebbe essere stanco. Non esserne mai troppo sicuro. Sarà vero che tutto questo gli pesa; talvolta avrà la sensazione di essere incatenato al terreno, costretto da una specie di morsa, la tensione che gli chiude lo stomaco, la gente che giudica e guarda, che guarda e che giudica, e capisci che tutti hanno in mente il paragone che non perdona. Ma poi, si sa, arriverà sempre il momento in cui torna ad essere solo lui, lui solo con il suo pallone, e lo colpirà come in innumerevoli circostanze ha saputo fare. Così, prima ancora che il pallone compia il suo viaggio, tutti avranno capito qual è il suo destino. Non devi mai essere troppo sicuro o insicuro di lui.

Ammettiamolo, si sperava che i persiani ce la facessero, che riuscissero a reggere l'assedio, che uscissero vivi dalle loro Termopili. Abbiamo ammirato il coraggio del portiere, vero gigante dell'area di rigore, le sue uscite coi pugni, la sua capacità di bloccare palloni sporchi e difficili. Ci siamo commossi per la forza, il tempismo, la dura lealtà di Javad Nekouman (foto), trentatré anni, centotrentotto presenze nella sua nazionale, abbiamo compulsato gli almanacchi scoprendo che ha giocato qualche anno in Europa, sì, ma solo nell'Osasuna. Poi tutto è finito com'era scontato e, come a volte accade, è accaduto oltre il novantesimo. L'Albiceleste ha molto talento, e in parecchi piedi distribuito. Troppo talento, anzi, e troppi talenti, tutti insieme. Nessuno rinuncia a inseguire gloria personale. Improvvisano. Steccano. Sbandano. Sbracano? No, perché Messi prima o poi alza il suo canto.


Improvvisamente, ho idee chiare sulla Nationalmannschaft. Come l'Albiceleste trabocca di talentuosi giocatori offensivi. La continuità di gestione tecnica, abbinata alla solidità d'intesa garantita dal blocco bavarese, ne dovrebbe garantire l'efficienza. Per Özil (classe 1988), Müller (1989), Götze (1992), Kroos (1990), Hummels (1988), Khedira (1987), Neuer (1986) e i più esperti Lahm (1983), Mertesaker (1984), Schweinsteiger (1984) - per non dire dello stagionatissimo e ormai leggendario Miro Klose (1978) -, sarebbe anche giunta l'ora di salire in tribuna d'onore, alla fine dell'ultima partita di un torneo, per ritirare la coppa. Bene. Dubito possa accadere. Sono forti ma non abbastanza. Sono tedeschi ma non abbastanza, e non solo per via delle intervenute mescolanze. Soprattutto: nessuno di questi giocatori è autentico leader. Nessuno è davvero carismatico. Non si vede, tra loro, qualcuno con la personalità, il carisma, la capacità di leadership in campo che era di Seeler e Overath, Beckenbauer e Breitner, Matthäus e Klinsmann. Resteranno per sempre giovani, e così poco tedeschi. Ma senza coppe.

Mans

18 giugno 2014

Ed è solo l'inizio...

Il primo giro è andato. Abbiamo visto tutte le squadre impegnate al Mondiale e affiorano altre sensazioni, stavolta col conforto delle prestazioni. Abbiamo già detto molto e non ci ripeteremo. Ma ora si è vista la Germania, si è visto il tanto atteso Belgio dei ragazzini terribili e si è ammirata (ahimè) la Nacional'naja sbornaja Rossii po futbolu guidata dal Fabione nazionale.

Cuiaba, Arena Panantal
I Russi festeggiano il pareggio di Kerzhakov
Rispetto alle prime impressioni molte altre sono le considerazioni d'obbligo. Mi pare si stia assistendo a un livellamento intercontinentale sia tattico sia atletico. Ormai fra squadre europee e squadre sudamericane non c'è più l'abisso strategico che persisteva fino a USA 1994. Restano enormi le distanze con le africane laddove la Costa d'Avorio rappresenta una felice eccezione, anche se non credo vada lontano. Le ragioni sono molteplici quanto ovvie. È una sovrapposizione destinata a durare e a rafforzarsi. Inoltre, più dell'80% dei calciatori impegnati nella competizione mondiale gioca in Europa pertanto il Vecchio Continente calcisticamente gode di ottima salute, l'Italia meriterebbe una lunga analisi a sé.

Fortaleza, Estadio Castelao
Guardado e Dani Alves si affrontano
Il tema del giorno è senza dubbio il deludente Brasile di Felipao. Come già scritto altrove [vedi] il Brasile ha un centrocampo inadeguato alla competizione e al reparto che gli sta dietro. Non sono giocatori scarsi, ma nessuno è in grado di costruire gioco, nessuno detta il ritmo. È un otto senza il "con". Va alla deriva e sbatte puntualmente sulle difese avversarie. Paulinho non può prendere la squadra per mano e non può farlo Oscar né Luis Gustavo. Se non risolvono questo problema (come?) rischiano di fermarsi presto anche perché giocano con due terzini che terzini non sono. Mi vengono in mente tre cose a riguardo: 1. da sempre il Brasile è più di una squadra di calcio ma può essere anche molto meno. Se hanno tre-quattro fenomeni in rosa possono vincere sempre, altrimenti sono destinati a perdere. USA 1994 fu un'incredibile coincidenza di fattori fortuiti e comunque avevano Romario, Bebeto e Dunga. 2. Il Brasile visto ieri è troppo brutto per essere vero, ma il Messico non è una squadretta e il buon Herrera l'ha costruita molto bene (altra conferma della rapida evoluzione tattica dei sudamericani). 3. Capitolo Neymar. Il talentuoso attaccante del Barcelona è forte, sarebbe ingiusto e scorretto non notarlo, ma è tatticamente analfabeta e in una squadra che non ha un vero regista questo può rappresentare un problema serio. In più è un attaccante puro, non può partire dalla sua trequarti perché come sente uno spostamento d'aria va giù con conseguente interruzione della manovra d'attacco e non ha la visione panoramica del regista. Vedremo più avanti cosa s'inventerà Felipao. Io credo che per ora non possano fare a meno del profeta nerazzurro.

L'Argentina è una squadra completa e sono ancor più convinto del mio pronostico iniziale. Vinceranno loro. Messi è alla sua last call, ora o mai più. Hanno una difesa di alto livello (forse non avrei portato Fernandez, ma è la tendenza del momento: centrali grossi e alti anche se tecnicamente poco evoluti) e personalmente stravedo per Ezequiel Garay (ma davvero dobbiamo continuare a vederlo con la maglia del Benfica? Con tutto il rispetto per i portoghesi naturalmente). Il centrocampo è buono anche se non stellare e l'attacco è quanto di meglio offra la competizione. Messi non è Maradona semplicemente perché Maradona non era un calciatore. Messi lo è e ha bisogno della squadra per vincere. Messi, come chiunque altro, non vincerebbe nemmeno il trofeo parrocchiale con Pumpido, Burruchaga, Braun, Cuciuffo, Ruggeri e mi fermo qua. Ma se la squadra gira e lo sostiene allora diventa inarrestabile.

Salvador, Arena Fonte Nova
Il solito Pepe si fa espellere lasciando così i compagni in dieci
Male il Portogallo, ma c'era da aspettarselo. Sono un gruppo con del talento, ma mancano di giocatori forti nei ruoli chiave. Il centrocampo è scarso e la difesa si regge sull'umoralità di Pepe che ieri, puntualmente si è fatto espellere spianando la strada ai Panzer di frau Angela.

E arriviamo dunque alla Germania. Ogni quattro anni inizia il Mondiale e ci torna in mente la frase di Gary Lineker : "il calcio è quello sport in cui si gioca undici contro undici e vince sempre la Germania". E ogni volta, puntualmente, pare una profezia prossima ad avverarsi. In effetti hanno vinto per tre volte il titolo e, dopo Brasile e Italia, sono la nazionale più vincente. Ma negli ultimi tempi, dopo partenze a razzo, sono stati sempre eliminati dall'Italia di turno. Anche quest'anno sono partiti benone e a tratti hanno impressionato per la fluidità della manovra e la facilità con cui ripartivano e arrivavano nell'area portoghese. Mario Gotze è un grande calciatore, ci farà divertire. La Germania è all'apice di un ciclo, è l'esatto opposto del Belgio e, in parte, dell'Inghilterra. Hanno la loro grande occasione. Devono vincere quest'anno o dovranno aspettare parecchio prima di tornare a coltivare grandi ambizioni.

Il Belgio appunto; squadra giovane e talentuosa. Malino ieri contro l'Algeria. Faticavano a trovarsi, ma sono bravi, ben messi in campo e faranno bene. Sono all'inizio di un ciclo. Non arriveranno lontano quest'anno, ma avranno tutto il tempo per preparare al meglio Russia 2018.

Fortaleza, Estadio Castelao
Guillermo Ochoa para davanti a un incredulo Thiago Silva
Un'ultima annotazione su Francisco Guillermo Ochoa, svincolato classe 1985 e da ieri eroe nazionale messicano. Giova riflettere sulla sua prestazione e al contempo su quella, meno fortunata, di Igor Akinfeev, portiere e capitano dello Spartak Mosca. Il primo non lo conosceva nemmeno il signor Panini, il secondo è un onestissimo calciatore con una carriera di tutto rispetto. Da ieri Ochoa tornerà a essere quello che deve parare e se non lo fa avrà fatto male il suo lavoro. Akinfeev sarà per sempre quello della papera al mondiale (ricordate Robert Green? Dalla Nazionale alla serie B inglese senza nemmeno passare dal via e tutto questo per la paperona gigantesca che costò il pareggio contro gli USA all'unidici di Capello). Ho già scritto altre volte sul tema, ma voglio tornarci brevemente; il portiere non è semplicemente un ruolo. Ho scritto, forse esagerando, che è un concetto metafisico della realtà. A ben pensarci però è proprio così. Quando fai bene il tuo lavoro hai sempre fatto il tuo dovere, ma se sbagli tutti sono pronti a darti addosso. Quando parli con qualcuno puoi fargli dieci complimenti, ma si ricorderà sempre e solo dell'unica critica che gli hai mosso. Per il portiere, e solo per il portiere, è così.

Oggi Vittorio Zucconi ha scritto un bel post sulla figura dei due estremi di Messico e Russia. Ne condivido appieno il senso e quindi rimando a quell'articolo [vedi].

Cibali

11 giugno 2014

Samba-Tango 0:1 dts

Sta per partire un Mondiale il cui risultato, per molti, è già scritto: Brasile campione e gli altri a giocarsi la piazza d'onore. Il Brasile potrebbe quindi clamorosamente fallire proprio per la certezza di essere la migliore squadra e la tensione potrebbe calare. Così, nonostante i prevedibili aiuti arbitrali tradizionalmente concessi ai padroni di casa, vi potrebbe essere qualcosa di impensabile: dopo il Maracanzo di tanti lustri fa, un secondo fallimento casalingo. Non appare impossibile perché questo Brasile non sembra il solito Brasile. La sua stella è (sarebbe) Neymar, di cui Mans e Cibali hanno già detto, che non ha proprio l'attitudine di un campione eterno; Hulk, poi, è tutto muscoli e glutei ma forse si è acclimatato troppo ai freddi di San Pietroburgo e in difesa fa capolino uno dei giocatori più sopravvalutati degli ultimi anni, da poco trasferitosi a Parigi per una cifra veramente improponibile. Saranno spinti fino alla semifinale per inerzia ma poi falliranno.

La Spagna dovrebbe essere un'altra favorita, e inanellare una sequenza impressionante di due Europei e due Mondiali in filotto; ma dimostreranno di essere umani, cederanno il passo con eleganza, specchiandosi nella parabola discendente del FC Barcelona, sazi e pronti a chiudere un ciclo straordinario.

Tolte di mezzo le due teste di serie rappresentate dai padroni di casa e dai campioni in carica, tra le europee, fatte salve le speranze verso i colori nazionali, il Belgio è la squadra su cui pongo i miei sogni per questo giro e che potrebbe tentare il colpaccio di un piazzamento (il titolo mi pare troppo). Dopo il miracolo greco in Europa nel 2004 sarebbe il caso di un miracolo Mondiale ma forse i tempi non sono maturi. Proprio all'opposto degli spagnoli, i Diables Rouges vengono dall'aver mancato l'appuntamento di qualificazione per due Mondiali e tre Europei di fila; sono finalmente in una fase finale dopo ben 12 anni, hanno un'età media bassa (incluso il dicianovenne Januzai) anche se non mancano certo di esperienza internazionale; e poi solo 3 di essi giocano in Belgio, mentre ben 11 sono ingaggiati in Inghilterra in club di primo piano.

Olanda, Inghilterra e Francia non sembrano irresistibili, mentre la Svizzera dimostrerà che l'unica utilità del ranking FIFA è per le casse della FIFA stessa, il Portogallo cercherà in tutti i modi possibili di cincischiare davanti alla porta senza segnare e facendo affidamento sulla salute di CR7. I tedeschi faranno i soliti tedeschi, arrivando a giocare tutte le (sette) partite possibili; ma, credo, senza vincere il titolo.

Restiamo noi, e siamo imprevedibili. Ahimé, nessuno scandalo serio ha scosso un campionato noioso e decadente e pertanto la vittoria appare difficile, pure se siamo destinati, come spesso, a risultati più che dignitosi, sempre stringendo i denti. Resta la speranza di vedere almeno Immobile e Insigne giocare insieme per un buon minutaggio, e contro avversari di spessore, per valutarne l'effettiva complicità calcistica.

Volgendo lo sguardo all'America del Sud: a parte la Colombia che, privata di Falcao, si deve praticamente considerare azzoppata, l'Uruguay deve superare un girone comunque difficile e potrebbe clamorosamente uscire al primo turno; nonostante un attacco prolifico come pochi ha, infatti, una difesa mediamente anziana e non impeccabile in tutti i suoi protagonisti. Caso completamente diverso per l'Argentina, carica di stelle in avanti ma con una difesa e un centrocampo solidi e di sostanza. E poi ha Messi che deve dare un senso a quella collezione di Palloni d'Oro, perché la Coppa dei Campioni sarà pure la competizione più difficile del mondo, ma se non vinci (o almeno segni in) una finale Mondiale, molto difficilmente diventi leggenda.

Pronostico secco: Argentina campione, con Germania e Brasile probabilmente sul podio. Il Belgio è la mina vagante.

Pope

8 giugno 2014

Fratelli d'ignavia!

Giunti alla vigilia dell'evento più atteso dai figli di Eupalla di tutto il globo, si rende necessario tastarsi bene addosso, scartare le sfere di troppo (e cresciute già a dismisura per via dell'atavico, insopportabile vizio nazionale di gettare fango, e non solo, addosso al CT un anno luce prima dell'inizio dei Mondiali) e scegliere l'unica che conta: quella di cristallo per i pronostici, mai come quest'anno ardui.

Il Mondiale si presenta ai nastri di partenza come uno dei più brutti della storia pallonara per una serie di ragioni: clima infame, rischio altissimo di infortuni muscolari a causa dell'elevato tasso di umidità, giocatori spaesati in condizioni atmosferiche da guerre stellari, carenza cronica di talenti a metà campo (nessuna nazionale ha tre fenomeni che ricoprano ruoli chiave del centrocampo a parte la Spagna, ma è un discorso a parte) e grandi nomi praticamente a mezzo servizio, tranne qualche eccezione. Per queste ragioni e, soprattutto, per il cinismo della Dea cui tutti siamo devoti, credo che saranno Mondiali bellissimi. E credo altresì che a vincerli non saranno né il Brasile né la Spagna. Vediamo perché.

Il Brasile è la squadra di casa, l'allena uno bravo e preparato, fuori dal clamore mediatico, ma onesto lavoratore del piolo feriale. Vanta una rosa enigmatica. Hanno un centrocampo carneadesco. Il portiere è vecchio, ma di sicuro affidamento, a meno che Felipao non decida di schierare Jefferson o Victor; assai improbabile. La difesa è stellare. Nessuna nazionale vanta nomi di questo calibro: Thiago Silva, Alves, David Luiz, Marcelo, Dante, Maxwell. Roba da lustrarsi gli occhi. Chiunque si rompa, il sostituto è all'altezza sia che giochino a quattro (come probabilmente sarà) sia che giochino a tre. L'attacco non strappa entusiasmi eccessivi, ma è di tutto rispetto e lo si è visto, tenendo conto del calibro della competizione, alla ConfCup. Hulk, Fred e Neymar (sul quale ha detto tutto e bene Mans) possono bastare. Il centrocampo, come dicevo, mi lascia parecchio perplesso e in questa competizione conta più dell'attacco. A parte Oscar e Willian, mi pare siano messi parecchio male. Se Felipao, vecchia volpe, mette due medianacci davanti a quella difesa strepitosa, allora hanno qualche chance, ma in generale non sono i miei favoriti.

La Spagna è, come sempre, una squadra (apparentemente) senza difetti. Difesa formidabile il cui ricambio generazionale lascia sbalorditi. Attacco certamente più forte di quattro anni fa, ma centrocampo con uno Xavi che invecchia destando qualche preoccupazione. Sono forti, anzi fortissimi; per la finale però ci vuole fortuna e fame. La prima di solito ce l'hanno, la seconda è la vera incognita. Credo che centreranno almeno la semifinale, non oltre. È d'obbligo prendere in esame la solita inossidabile Germania. Squadra dove niente cambia perché tutto cambi. Il buon Loew stavolta ha portato un solo attaccante di ruolo e cinquanta centrocampisti. I nomi sono sempre gli stessi, con un Reus in meno un Goetze in più. Farà un ottimo girone di qualificazione, bene il turno successivo e poi a Berlino di corsa. Non arriveranno in semifinale.

Vedo bene la Russia del Fabione nazionale, squadra ambiziosa ed equilibrata, con un allenatore che riuscirebbe a far recitare Leopardi anche a un ingegnere aeronautico. Vedo male l'Olanda, come sempre dilaniata dagli scontri all'interno di uno spogliatoio-polveriera. Non sottovaluterei il Giappone di Zac, può essere una sorpresa e la Colombia dello sfortunatissimo Falcao (ah, se l'avessero avuto!). Inghilterra e Francia stavolta avrebbero fatto meglio a restare nel vecchio continente. Avrebbero risparmiato il biglietto e l'albergo a cinque stelle in cui sono alloggiati. Vedo qualche possibilità in più per gli odiati cugini d'oltralpe, ma poca roba.

E arriviamo al dessert: i Fratelli d'ignavia, i Cesaroni nostrani, gli azzurrognoli del Prandelli da Orzinuovi. Che dire? Campionato scarsissimo, noioso e a tratti irritante, con le solite manfrine di una classe arbitrale scadente e diretta da un personaggio simpatico come Cicchitto e Gasparri messi insieme che parlano di spread. Lega calcio allo sbando, Federazione diretta da uno che potrebbe parlare per un'ora e appena ha finito ti scordi pure che esiste. Arriviamo all'appuntamento mondiale dopo aver per anni propugnato la farsa del codice etico (la sola definizione mi risulta stucchevole). Il calcio è una cosa, l'etica un'altra. Altrimenti De Rossi, Balotelli e Chiellini giocherebbero a pelota o a bocce. Amichevoli giocate dalla Nazionale nell'ultimo mese: due. Vinte: zero. Delusioni tantissime e tutti a sparare sul CT e su un gruppo considerato privo di talento. Quindi, come sempre, partiamo alla grande. Ovvero, le premesse sono ideali per vincere il Mondiale.

Mi resta molto amaro in bocca per la mancata convocazione di Pepito Rossi, unico vero fenomeno del calcio nazionale, ma sono certo che nessun commissario tecnico si priverebbe del suo miglior talento se avesse scelta. Credo quindi che Cesare non avesse scelta. Rossi non poteva giocare i Mondiali e basta. Detto tutto ciò sono certo che faremo un bel Mondiale, ma non vinceremo. Possiamo arrivare in semifinale; anzi, ci arriveremo sicuramente e ci fermeremo lì.

Dimenticavo il caffè. Vince l'Argentina. Squadra completa in tutti i reparti, formidabile in difesa, di altissimo livello a centrocampo e poi, se Messi non vince questo Mondiale allora il paragone con sua Maestà Diego deve finire per sempre.

Cibali