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21 agosto 2017

Tra furgoni e milioni, VAR e palloni


Il giorno è arrivato: quello della foca brasiliana, del suo esordio nel Qatar Football Club al Parc des Princes. Proprio un paio di giorni dopo la strage sulla Rambla, organizzata da una cellula di quell'altro 'stato' che emiri e sceicchi (si dice) proteggono e finanziano. Questa relazione è puramente provocatoria, ma di quel sostegno si parlò (e non poco) dopo l'attentato parigino del 2015 anche nelle cronache del football (vedi qui), oggi l'argomento pare fuori moda. 


Se la bottega del Barça è aperta, allora anche lo sceicco (cugino di Al Thani) proprietario del City ha il diritto di andarci a fare la spesa; ed ecco che filtra l'indiscrezione delle indiscrezioni: il cartellino di Messi (che non ha ancora rinnovato il contratto) non è poi così caro, per lorsignori. Basta convincere lui, la Pulce. A differenza di Neymar, tuttavia, Messi non è solo un bravo giocatore sudamericano venuto a sviluppare la sua carriera in Europa. Messi è cresciuto in Catalogna. Messi è il calcio. 

Sceicchi ed emiri seminano il terrore in questa maniera: non lanciano camion e furgoni su folle inermi, ma tonnellate di denaro nelle casse di club e calciatori. Allo scopo di impadronirsi di un gioco che il fondamentalismo sunnita aborre e vieta di praticare. C'è qualcosa che stona o inorridisce, da qualunque punto di vista si guardino le cose. Le complicità sono diffuse, le analisi dense di contraddizioni, e dunque fermiamoci qui.

Parliamo di calcio.


La partita del week-end era senz'altro quella di Wembley, transitorio home degli Spurs. Ospiti i campioni in carica; star designate: Kane, Eriksen, Alli. Dei Blues potevano e dovevano fare un solo boccone, per tanti motivi. Ma il Chelsea ha un DNA ormai italiano, dai tempi di Vialli, Zola, Ranieri, giù giù fino a Di Matteo e passando ovviamente per Mourinho, cioè l'unico allenatore al mondo che da anni non si vergogna più di erigere – quando serve – barricate umane gigantesche davanti alla propria area di rigore; ora anche Conte, perché a Conte (come a Mourinho) non piace perdere e ormai ha anche il diritto d'infischiarsene del bel giuoco, ha un titolo da difendere e nessuna collaborazione (a sentir lui) da parte dei suoi datori di lavoro. A Wembley questa squadra di campioni ha messo in campo otto giocatori di movimento normalmente abituati a curarsi più di difendere che di attaccare. Alcuni (gli esterni) lo sanno fare, più (Alonso) o meno (Moses) bene, ma certo attaccano con giudizio, non scriteriatamente. Alonso ha timbrato una doppietta giovandosi chiaramente di una prestazione non mirabile di Lloris, ma va detto che l'unica rete degli Spurs porta il nome del centravanti di riserva del Chelsea, l'inguardabile (e anzi, per quanto si è visto finora, inutile e dannoso) Batshuhayi. Una bella partita dai sapori antichi, in uno dei teatri più prestigiosi (anche se rifatto, ha ancora un suo perché), e dunque sia ben chiaro che per sfilare il titolo a quelli là i pretendenti dovranno sudare parecchio. D'altra parte, prima o poi anche Hazard tornerà a fare il suo lavoro.

Anche la Liga è iniziata, anche la Serie A. Mesto il 2-0 del Barça, normale il 3-0 (esterno) del Real, bello il 2-2 interno del Girona (club catalano all'esordio nella Primera División) contro l'Atletico, ma sono stati due punti buttati, in superiorità numerica, la banda del Cholo a dieci minuti dalla fine era sotto di due. Poi, alla distanza e specie di questi tempi, la qualità migliore dei singoli ha la meglio e detta la sua legge.

In Serie A goleade e inizio morbido per tutte le 'grandi' o presunte tali, il VAR ha risolto qualche problema e qualcun altro lo ha trascurato. La musica di Juve e Napoli è sempre la stessa (va beh, la Juve quando gioca in casa non ha problemi, le 'piccole' sanno che non c'è trippa per gatti e si esercitano nel pressing alto, così tanto per accompagnare il picnic con un allenamento che potrà tornare utile in altre circostanze), il Milan sembra molto migliorato, l'Inter più affidabile. La Roma sgraffigna tre punti a Bergamo più per fortuna che per merito, ma certo l'Atalanta migliore di un anno fa – per ora – non sembra. La Lazio è inchiodata dalla coraggiosa Spal. Questa sintesi brevissima ma ricca di luoghi comuni non può interessare a nessuno: alzo le mani (dalla tastiera) e saluto cordialmente gli eupallici, ovunque essi si trovino in questo scorcio d'agosto.

Mans

24 aprile 2017

El Clásico di Messi


È paradossale stupirsi se il giocatore più forte del pianeta risolve da marziano una partita, ma dopo aver visto Messi trotterellare malinconico in mezzo ai giganti della Juve, con l'aria spenta che ne caratterizza le serate peggiori, osservarlo sbranare il Real Madrid è stato uno spettacolo sbalorditivo. Tutta la partita lo è stata, ha contenuto tante cose da poter ispirare un romanzo: rapidi rovesciamenti di fronte, controlli sovrumani di Marcelo, parate rocambolesche di Navas e Ter Stegen, topiche arbitrali, sangue a fiotti, fallacci animaleschi, un inguardabile completo traslucido di Luis Enrique, ma soprattutto l'alieno barbuto di Rosario, che gioca mezzora tenendo in mano una garza bianca, poggiata sul labbro ferito da una gomitata merengue.


Real e Barça sono squadre imperfette, a volte scriteriate nell'attaccare e sfilacciate nello schieramento, entrambe lontane da quel monolite a prova di scalfittura che è la Juventus attuale, che viaggia a vele spiegate verso l'ossessione dalle grandi orecchie; ma sono squadre bellissime, emozionanti, capaci di sorprendere a ogni azione. Per gli Oscar della serata c'è lotta solamente per il ruolo di non protagonista, dietro ad un infinito, strepitoso Lionel Messi. Tante stelle annunciate marcano visita: Neymar resta fuori per squalifica, Suarez non è in serata, Bale si fa male un'ennesima volta a inizio partita, Cristiano inanella egoismi che frustrano lui ed i compagni. Messi sale sul palcoscenico, e da lì caccia tutti: gioca con una determinazione selvaggia, negli occhi un odio cieco verso il madridismo, in una stagione di troppi favori arbitrali ai blancos, in Spagna ed in Europa. Dopo la gomitata di Marcelo che accende la miccia l'alieno argentino fa una cosa sola, e la ripete: punta la porta a velocità siderale a ogni possesso palla, regalando un paio di dozzine di accelerazioni abbaglianti; in una di queste si infila a cento all'ora tra Modric e Carvajal freddando Navas con un sinistro spietato, pareggiando il vantaggio di Casemiro. Dopo il raddoppio di Rakitic semina Ramos costringendolo ad un fallo da rosso, l'ennesimo del Real, l'unico sanzionato a dovere. 


Dopo il pareggio di James, rapidissimo a chiudere al volo l'ennesimo cross dell'incredibile Marcelo, Messi decide che non può finire così: solo due minuti di recupero, ma se li fa bastare. 

L'azione che abbaglia il mondo va così: accelerazione velocissima di Sergi Roberto che semina due avversari cogliendo il Real presuntuosamente sbilanciato nella smania di vincere, tocco ad Andre Gomes che lancia sulla sovrapposizione Jordi Alba; il terzino a testa alta aspetta il classico movimento a ricciolo di Messi, che sbuca in area e colpisce di prima, e non può che essere rete.


Ultime scene di un film stupendo: Cristiano, che si è fatto notare più per delle graziose mèches ramate che per altro, ha una crisi di nervi; Zizou assapora un finale amaro dopo tante vittorie nei minuti finali; Messi si toglie la maglia e festeggia la rete numero 500 mostrandola alla gente catalana in curva e agli altri 95.000 del Bernabéu, con un gesto di sfida forse senza precedenti. La Liga si riapre solo un pochino, il Real deve giocarne una in più; ma dopo una notte del genere parlare della classifica sembra quasi volgare.

Dejan

27 giugno 2016

Fiasco argentino e partitelle europee

Il palmarès dell'Albiceleste nemmeno questa volta si aggiorna. La Copa América del Centenario va al Cile - del resto, nel 1916 vinse l'Uruguay, e si giocò in Argentina. L'album delle vittorie è rimasto fermo al 1993, e questa generazione di fenomeni continua a poter vantare solo titoli giovanili e olimpici: roba di poco conto. Naturalmente, i due mammasantissima del momento sono quelli che finiscono sulla graticola; il Pipita, che per eccesso di eleganza, par delicatesse, si mangia un gol a inizio partita o quasi, uccellando l'uscita di Bravo, costringendo Medel a infrangersi sul palo ma mettendo il pallone fuori di un nulla; e Messi, che calcia il suo rigore come fecero Baresi e Baggio nel '94. Distrutto, Leo fa esplodere se stesso nel dopo-partita: "Tres finales seguidas, es una lástima. Lo intentamos, lo buscamos. No se da. La Selección no es para mí, ya está, es un ciclo cumplido" [vedi]. Chissà, ha tutto il tempo per ripensarci. Speriamo. Come che sia, onore agli onesti lavoratori cileni, che si confermano campioni continentali a distanza di un anno.

Falsa partenza di Medel: è uscito dai blocchi prima dello sparo!

In Europa si era finito di giochicchiare molto prima che il MetLife Stadium aprisse i suoi cancelli. La Germania si è allenata a Lille, il Belgio a Tolosa. Prima ancora, la Francia aveva concesso un gol di vantaggio agli irlandesi (su rigore causato da chi?), ma giusto per conferire un po' di vivacità alla partita e alimentare (con la spettacolare rimonta) le proprie ambizioni di grandeur. Il Belgio propone un Hazard venezianeggiante, capace di venire a capo della tutt'altro che robusta difesa magiara dopo decine di solitarie incursioni. Man of the match, senza dubbio; ma quella di Wilmots è ancora una jam-session, molti solisti (tutti quelli del reparto offensivo), poco senso dell'orchestra e certo Witsel non è uno che cuce e dirige. Figuriamoci Naingollan. Quella verso la finale sembra ormai un'autostrada belgica; un po' quello che è successo al Milan in Coppa Italia ...

Oggi, dunque, Italia-Spagna. Siamo senza Candreva, ed è un bel guaio. A giudicare dalle ultime uscite, nessuna delle due scoppia di salute. Va detto che, se si esclude la finale del 2012, la Roja non ci ha mai messo sotto davvero, sgraffignando il risultato soprattutto alla ConfCup di (ormai) tre anni fa. Giusti giusti: era il 27 giugno, e si giocava a Fortaleza. Candreva disputò una grande partita, ridicolizzando Jordi Alba. Ma sprecò anche, e parecchio. Naturalmente il favore del pronostico è tutto per loro. E per loro, c'è da scommettere, faranno gran tifo i tedeschi.

L'Inghilterra va in Costa Azzurra: bella gita, soprattutto per gli islandesi. Gita-premio anche per il loro famosissimo telecronista, di professione vice-allenatore in un club di Reykjavik, dal medesimo licenziato. Si vede che nel mestiere d'ogni giorno non adoperava lo stesso entusiasmo. Ci dispiace. Ma non per questo è da essere sicuri che l'estate in Francia finisca stasera, per lui e per i suoi idoli ...

Mans

13 gennaio 2016

Turbamenti di Leo


"Ogni anno lavoro per vincere e ottenere tutti i traguardi possibili. Lo scorso anno siamo stati in grado di vincere quasi tutto. E' stato un anno meraviglioso e sono orgoglioso di aver dato il mio contributo. Ho vissuto una stagione ricca di gioie. Meglio cinque vittorie nel Pallone d'Oro o un Mondiale con l'Argentina? Il Mondiale" [fonte]

La notizia non è freschissima né sorprendente. Per la quinta volta nella sua carriera, Messi vince il Pallone d'Oro: dice che sarebbe meglio un Mondiale, ma purtroppo il Mondiale si gioca ogni quattro anni e, mentre certamente potrà ricevere ancora il 'prestigioso' riconoscimento individuale, per arrivare a quel titolo gli rimane una sola chance, forse due. Comunque, poche.


E allora proviamo a immaginarlo tra dieci, quindici anni. Cosa farà, dopo il pallone? Forse resterà al Barça, con qualche incarico simbolico più che dirigenziale. L'icona vivente, il più grande campione che abbia mai vestito la maglia blaugrana. Nel suo ufficio, o in casa sua, eccolo che conta e riconta i piatti e le coppe, le medaglie e i premi; eccolo che rivede i gol, quelli davvero indimenticabili. Si rattrista. Nessuno davvero bello e davvero importante segnato con la maglia dell'Argentina. E torna a guardare i suoi trionfi. Tutti quei palloni d'oro, tutte quelle champions, sì, ma manca qualcosa. Sì, ma non è capitato solo a lui. Quel 'qualcosa' è mancato a innumerevoli assi del suo stesso livello, è mancato a Di Stefano, a Puskas, a Cruijff, a Cristiano - sì, anche a Cristiano. Sì, ma. Ma? Significa che, nel tempo dei tempi, la gente continuerà a chiedersi chi è stato più forte tra Maradona e Pelé, e solo i raffinati intenditori aggiungeranno che nel calcio di immensi fuoriclasse ce ne sono stati tanti, e che naturalmente ciascuno va giudicato nella sua epoca, e che lui nella sua epoca è stato indubbiamente il numero uno. E altri ce ne saranno. E allora Leo pensa che è vero, prima o poi sicuramente l'Argentina tornerà a vincere la coppa del mondo, e la guiderà un giocatore che forse non è ancora nato e che magari, proprio per questo, sarà considerato più forte di lui. Lui, il più grande campione nella storia di uno dei più grandi club del mondo. L'icona vivente del Barça.

Ehi, un momento. E se dovesse succedere che tra due anni il Portogallo vince la coppa del mondo?

mans

5 luglio 2015

La 'chilena' (intesa come nuova bacheca)

E così, senza nemmeno una Copa da lucidare in bacheca, adesso rimangono solo Venezuela ed Ecuador, ed è ragionevolmente difficile pensare che possano inaugurarla in tempi brevi: ha teoricamente una chance migliore l'Ecuador, che organizzerà il torneo nel 2023, mentre tra quattro anni toccherà al Brasile, che chiuderà così un'infinita kermesse politico-agonistica, dopo mondiale e olimpiadi.

L'attesa

Già. Finalmente il Cile, nell'atmosfera rovente e premoderna del Nacional di Santiago - stadio 'antico', quasi completamente privo di copertura, e dunque spalancato sui cieli e orizzonti andini -, ha alzato l'ambìto trofeo, al termine di una lunghissima partita preceduta da una protratta esecuzione degli inni nazionali (un concerto, in sostanza), grazie alla freddezza dal dischetto dei suoi uomini migliori (irridente la battuta 'a scavetto' di Alexis), e grazie soprattutto all'ormai conclamata allergia della Pulga per questo genere di partite e di competizioni. Come Pelé, come Maradona, anche lui rischia di concludere la carriera senza un titolo sudamericano nel palmarés: a differenza di quei due satanassi, però, è tuttora privo di titoli mondiali, ed è impossibile misurare la sua indifferenza al riguardo. 

Palloni scagliati in orbita
Un'astinenza che stride clamorosamente, perché la sua generazione, a differenza di quella del Pibe, è considerata una delle più fenomenali nella storia del futebol argentino. E forse è proprio questo il problema. Messi, certo. Ma anche Aguero, Higuain, Tevez, Di Maria, Lavezzi, Pastore e quant'altri, troppi forse per riuscire a comporre e stabilizzare una linea offensiva di valore potenzialmente storico; anche perché, nonostante si frequentino da una vita, sono e restano fondamentalmente solisti, poco adatti alla convivenza (escluso Leo, che rimane comunque di spessore pedatorio indubbiamente superiore). Ma in mezzo al campo? Giocatori normalissimi (Biglia, Banega), il punto debole della squadra è (da anni) sicuramente quello; senza un reparto di mezzo d'acclarata qualità, un XI anche stellare difficilmente si consacra, e resta aggrappato alle pur sublimi capacità d'improvvisazione dei singoli. In più, tra i top-players c'è sempre qualcuno che inciampa e trascina nella caduta la squadra. E' toccato ieri sera al Pipita, che ha ciccato clamorosamente il suo rigore, esplodendolo in curva: una replica perfetta del penalty sapidissimo che mancò il 31 maggio nell'ultima di Serie A, al San Paolo, con grande gioia di Claudius Lotitus. Sarà meglio che impari, o che smetta di tirarne. Così come Di Maria ha replicato l'infortunio muscolare che gli impedì di proseguire il suo nobilissimo mondiale, l'anno scorso: sarà meglio che impari a controllare la propria corsa e a non superare limiti di velocità  oltre i quali, evidentemente, il suo motore s'ingrippa.

Già ...
Sicché, allo stato, alcuni di questi celebratissimi pedatori si tengono stretto il mondiale giovanile, vinto nel 2005 e nel 2007; altro per strada, con la maglia della Selección, non hanno più raccolto. E, del resto, l'Albiceleste era riuscita nell'impresa di mancare la finale casalinga proprio 4 anni fa, e prima ancora di perdere la finale del 2007 (contro il Brasile, in Venezuela), ma anche quella del 2004 (sempre contro la Seleçao, in Perù), e l'ultimo trionfo risale, com'è noto, al lontano 1993, ottenuto contro gli 'ospiti' messicani in Ecuador. Grazie al tremendismo sottoporta di Gabriel Omar Batistuta.

Già ...
La finale di Santiago è stata di intensità altissima. Giocata - per dire - a un ritmo molto più alto della finale di Rio un anno fa. E il Cile ha meritato di vincerla, nonostante una scontata inferiorità tecnica ma grazie a un'organizzazione superiore e alla tigna di chi non vuole farsi fregare il portafoglio proprio a casa sua. Lì, al Nacional, La Roja aveva perso le gare decisive nelle edizioni del 1945 e del 1955, contro Brasile e Argentina; era uscito poi sconfitto da due finali comunque raggiunte - nel 1979, a opera del Paraguay, in tre partite, e nel 1987, contro il 'solito' Uruguay, a Baires. In una notte, contro un avversario teoricamente più grande, ha chiuso il baule dei brutti ricordi e l'ha portato in soffitta. 

Intanto, le telecamere inquadravano lo sguardo di Leo (meno perso nel vuoto di quello che potemmo ammirare un anno fa). Stavolta più incredulo che assente. Coraggio Leo, due o tre occasioni ti restano ancora: mai dire mai.

Mans

19 aprile 2015

Macumba

El rincón del tertuliano

Ai piani alti della Liga (e sulla soglia delle semifinali di Champions, monopolizzate dalle tre grandi spagnole) la dimensione tecnico-tattica pare non contare più. A sei giornate dal termine, il copione non subisce significative variazioni: Barcelona, Real Madrid e Atlético Madrid vincono. Soffrono o dominano, ma quasi sempre portano a casa il risultato. Unica eccezione, il mezzo scivolone del Barça una settimana fa contro un agguerritissimo Sevilla: ammaliata dalla magia del Sánchez Pizjuán, la capolista ha visto dimezzarsi il vantaggio sull'inseguitore merengue. A questo si è ridotto il campionato: a una perenne invocazione della malasorte sul rivale attraverso ogni pratica rituale conosciuta. La macumba, la gufata, le corna, el mal de ojo, tutto vale, purché il Barça inciampi, il Madrid perda il contatto, l'Atleti venga raggiunto dalle dirette concorrenti per la terza piazza.

El Pistolero, 11 gol nella Liga BBVA
 Ieri il terreno del Camp Nou era disseminato di infide tagliole blanquinegres - il Valencia occupa la quarta posizione e ambisce a superare l'Atlético - ma questo Barça è estremamente pratico: apre e chiude il match a mo' di ventaglio, grazie al fulmineo suicidio ché e nel segno del Pistolero Suárez.
Carico a pallettoni dopo la doppietta del Parc des Princes, Luísito dopo 55 secondi dal fischio iniziale accetta l'invito Messianico a marcare il tipico gol de vestuario, in un bruciante contropiede che squarcia la difesa bondage del Valencia. Nei primi minuti la Pulga, a un gol dal traguardo delle 400 realizzazioni con i blaugrana, sembra ispiratato e buca ripetutamente per vie centrali; la difesa avversaria ansima, faticando persino ad abbatterlo. Il canovaccio catalá è ovvio quanto efficace: il compito di centrali e terzini è di traghettare il pallone all'altezza del cerchio di centrocampo, dove chi di dovere (Leo, who else?) raccoglie e inventa. La cooperativa funziona: lui è regista, mezzapunta, ala, centravanti e ala, lo es todo.

Claudio Bravo para il rigore di Dani Parejo
 Il Valencia, pur senza il fosforo di Pablo Piatti, reagisce allo scapaccione a bruciapelo e guadagna un rigore a 24 carati, che il capitano Parejo s'incarica sciaguratamente di recapitare tra le braccia di Claudio Bravo. I culé cominciano a imbarcare acqua: sulle fasce soffrono la spinta di Feghouli, Otamendi, Rodrigo, André Gomes, perdono pericolosamente il marchio di fabbrica - il possesso palla - e subiscono inermi la pressione avversaria. Il centrocampo non filtra, Xavi latita. Il palo di Paco Alcácer è l'ultimo avviso del primo tempo, dopodiché comincia un'altra partita: nella seconda frazione il Barça sterilizza la sfera, assume il controllo del match e lo chiude all'ultimo istante, con una cavalcata trionfale di Messi su un Valencia ormai senza ossigeno (e ulteriormente staccato dal terzo posto, consolidato dall'Atleti grazie al successo sul Depor). L'incontro, però, non poteva terminare prima che Messi si presentasse all'appuntamento inderogabile con il quattrocentesimo sigillo azulgrana.

Prodezze di giornata: la chilena di Antoine Griezmann
La pressione a questo punto ricadeva interamente sulle spalle del Real Madrid, alle prese con il molesto Málaga. Con il ritorno del derby europeo dietro l'angolo, Ancelotti sceglie di non rischiare Benzema. Il suo XI suole condurre le danze ma tende a sbilanciarsi; la difesa è friabile, barcolla costantemente sulle palle alte, condizionata dalle persistenti indecisioni di Casillas in uscita e da centrali più adatti a proporsi che a contenere. La macumba stavolta può contare sulla doppia sponda Barça-Atleti, fattore chiave perché gli spilloni vodoo pungano il pupazzo blanco dove realmente duole.

Fuori uno: Bale
Gli esiti del sortilegio non tardano a manifestarsi: dopo due minuti, l'infortunio di Bale. Il Madrid spinge a sinistra con un caotico Marcelo, ma il Málaga è squadra giovane, rapida e pratica; il centravanti marocchino Amrabat a più riprese mette in imbarazzo Pepe e Ramos, la corsa di Boka impone ai Blancos di sbilanciarsi a destra, in sostegno ad Arbeloa. Il gol di Ramos - in sospetto fuorigioco - giunge nel momento più opportuno; qualche minuto ancora e la questione si sarebbe complicata. Dopo il vantaggio il Madrid si scuote, Kameni compie un paio di miracoli, ma la partita è sempre aperta e vibrante: Sergi Darder nel primo tempo fagocita il pareggio, un rigore di movimento consegnato al parcheggio del Bernabeu. I Boquerones si chiudono e ripartono, vogliono portarsi via un pezzo di stadio e cominciano a marchiare le articolazioni avversarie: a turno Angeleri, Sergio Sánchez e Castillejo (spesso fuori giri), più tardi Tissone, fino alla nefasta entrata dell'impenitente Recio, che scalpella il ginocchio di Modric. Nel centrocampo merengue, improvvisamente si spegne la luce.

Fuori due: Luka Modric K.O.
 Il croato è l'ago della bilancia. Si avvera, dunque, il peggior incubo di Carletto: perdere ora Modric con lo spettro del Cholo dietro l'angolo, e con alternative che non lo convincono appieno. Il mister non si fida del pigro Isco, la cui qualità tecnica mal si coniuga con l'infinita quantità di palloni persi, né della recente scarsa affidabilità di un Kroos sempre meno germanico, sempre più latinamente impreciso. Senza Modric il Madrid vacilla; il Málaga annusa il sangue della preda ma perde l'attimo. Nel momento migliore arriva il rigore (fallito da Cristiano Ronaldo), poi un gran gol di James Rodríguez, eccelso ricamatore, e la tardiva stoccata di Juanmi; Chicharito negli ultimi minuti si scrolla di dosso la depressione di un lungo inverno in panchina e assiste il tap-in di CR7. Il trionfo costa la salute al Madrid, incerottato allo scontro decisivo di Champions, senza Marcelo, Bale e Modric. Peligro...

Duca

9 febbraio 2015

Le molte facce dell'Atlético, l'espressione di Messi e le vergogne di casa nostra

Cartoline di stagione: 23° turno 2014-15

Colori di Madrid




In un gelido pomeriggio madrileno, i colori cupissimi delle immagini trasmesse dai monitor annunciavano già lo schianto. Il Vicente Calderón è uno dei pochi stadi dall'interno dei quali è ancora possibile vedere il cielo; quasi dappertutto, ormai, si gioca sempre e solo in uno scintillìo di luce artificiale. Biblica nelle proporzioni, la catastrofe si è abbattuta sull'armata di Carlomagno, che peraltro giungeva decimata allo scontro. Una lezione di calcio - di pressing, di concentrazione agonistica, di organizzazione di gioco - che il Real non subiva dai tempi delle sfide tra Mou e Guardiola. L'Atlético conferma di poter avere molte facce. Può, a volte, emulare i terribili e feroci Estudiantes di fine anni '60; ma può anche servire momenti di gioco veloce e raffinato. Simeon mago ha così arricchito la sua recente collezione di partite divenute leggendarie già al triplice fischio. A discolpa di Carletto e del meccanismo Real (abbastanza inceppato di suo, dopo il mondiale per club) vi è solo l'aver dovuto presentare un reparto di difesa completamente diverso da quello titolare, del quale era arruolabile il solo Carbajal, ma spostato di fascia. In mezzo al campo, giostravano Khedira (spaesato e con la testa altrove) e Isco (troppo snob per poter reggere i ritmi e il pressing dei Colchoneros). Spazzati via. Un autentico massacro, di cui il punteggio finale non rappresenta la reale entità.

Allegria del calcio - esuberanza
Allegria del calcio - gioia
Allegria del calcio - armonia

Viceversa, il Barça è squadra riaccesa negli umori e nelle prospettive. I tre davanti producono scintille di gioco inarrivabile. Soprattutto, si divertono - l'espressione di Leo è tornata 'normale', ed è già molto. Passano a Bilbao di goleada, e lasciano intravedere margini di miglioramento strepitosi. Immaginate Messi, Neymar e Suarez al top, e vogliosi di giocare 'insieme', non ciascuno per conto suo alla ricerca del santo graal. Un trio che ha tutto per scrivere pagine inedite nella storia del football, e ha davanti tutto il tempo che serve per poterle scrivere. Attendiamo curiosi e fiduciosi. 

Allegria del calcio - intesa

Mentre HarryKane torna ad imperversare nel North London derby, gli spreconi del City si fanno quasi sgambettare dall'Hull, e accumulano altri due punti di ritardo dal Chelsea - che invece passa abbastanza agevolmente a Villa Park. Modestissimo show - anzi, indecoroso - dello United a Boleyn Ground, dove il West Ham avrebbe potuto chiudere e strachiudere la partita prima di farsi raggiungere al novantesimo e oltre. Immeritato il pari, regredito e confuso il progetto di gioco messo in campo da re Aloisio. E prestazioni vieppiù deludenti di quelli su cui a Old Trafford puntavano per tornare rapidamente al vertice. Falcao è un mistero: o la Premier e i suoi ritmi non sono adatti per lui, o lui è ormai (dopo i molti infortuni) un ex grande attaccante, inadatto alla Premier; oppure, ancora e semplicemente, tra lui e Van Persie c'è qualcuno di troppo. Di Maria, invece, è l'ombra del campione ammirato la scorsa stagione, nel Real e ai mondiali. L'impressione è che, come si suol dire, non ne abbia più. Non per quest'anno, almeno. Sicché i due grandi colpi di mercato hanno prodotto, finora, poche emozioni e molta zavorra.

Gli tocca portare la croce e cantare

Spiccioli di casa nostra, a chiusura di un turno ordinario. Ravvivato però dalla solita inutile, sterile polemica. Non si parla d'altro che del mancato, ritardato, pseudo-taroccato replay televisivo dell'azione che ha portato la Juve in vantaggio nell'impari confronto con il Milan. Comunicati insinuanti da parte rossonera, risposte arroganti da parte bianconera. Uno spettacolino mediatico (con tutte le possibili ed evidenti dietrologie) che non si può nemmeno definire indegno. Un teatrino ripugnante ed offensivo per chi vorrebbe che di calcio si discutesse non solo serenamente, ma anche scegliendo temi appropriati e interessanti. In Italia invece, da molto tempo ormai, di calcio non si parla più.

Post scriptum: accolto a Linate come un Rummenigge, Poldi sembra aver già concluso la sua gloriosa parabola di titolare nell'Inter. Stabile, d'ora, in poi - fatte salve le necessità di turn-over - la sua collocazione: in panca. E' un pedatore fuori corso, e al termine del suo semestre Erasmus tornerà all'Arsenal. E poi, ci scommetto, ancora una volta a Colonia. Dove finirà la carriera: da capitano non giocatore. Dove nessuno potrà negargli una bella cerimonia di laurea: honoris causa, naturalmente.

Mans

19 gennaio 2015

Sfiancante week-end pedatorio per il voyeur

Cartoline di stagione: 20° turno 2014-15

Il tranquillo week-end del voyeur inizia nel pieno pomeriggio di sabato. Al Liberty Stadium di Swansea - pensa, lui - sarà certo una bella partita. La faccia del portoghese è buia; si prende le sue abituali bordate di fischi e si siede in panca, dopo aver salutato il coach gallese, del quale probabilmente non conosce il nome. Beh, in capo a cinque minuti la sua espressione si è già rilassata. Appena iniziata, la partita è già finita. Grazie a errori di palleggio pacchiani dei castroni di casa, che poi concedono anche spazi immensi al contropiede scherzoso del Chelsea. Cosa c'è da guardare? Nulla.

Top.player
A questo punto, mancano quasi due ore alle 18. Si va al Castellani di Empoli. Certo, l'Inter rimessa a nuovo dal Mancio attrae. Poldi è un'attrazione a prescindere, in sé e per sé. Trascorrono novanta minuti, non si vede uno straccio di azione da gol. Bei salvataggi in extremis di Campagnaro, Vidic, Andreolli, soprattutto Handanovic. La metà campo dei toscani è abbandonata come una spiaggia romagnola a fine settembre. Ci rifaremo con Palermo-Roma, pensa il voyeur. Ah, Totti non gioca. C'è, invece, Iturbe: due palloni e ci si chiede per l'ennesima volta come sia possibile spendere tutti quei quattrini per lui. Invece, Dybala e Vazquez sono una gioia per gli occhi. Corrono e toccano. Palloni di fino, scambi stretti. Spettacolo. Poi si stancano. Destro pareggia, e il voyeur si addormenta.

Domenica. A mezzogiorno, il Real. Una specie di derby, col Getafe. Ci sono statistiche da aggiornare. Doppietta di Lara, dunque la sua proiezione finale rimane superiore ai sessanta gol in una sola Liga. Una passeggiata, per i Blancos. Anche per quelli del Barça, al Riazor. Un tempo era difficile uscire vivi da lì. Oggi persino Messi banchetta. Prima, tuttavia, bisognava monitorare l'aggravamento della situazione del Milan. Arriva l'Atalanta al Meazza. E' malmessa di suo, ma il Milan è un ricostituente per ospiti di questo tipo. E' la farmacia (non in senso zemaniano) delle provinciali. I bergamaschi trovano almeno una decina di ripartenze potenzialmente letali, in superiorità numerica. Ne sfruttano solo una, bontà loro. Fischi assordanti. Menez? Il vanitoso francese ha giocato da solo. Inzaghi dovrebbe metterlo in guardia. Dovrebbe dirgli qualcosa di questo tipo: hai un quarto d'ora di tempo, se fai il veneziano ti tolgo. Non ha il coraggio (di dirlo e di farlo), si vede. Partita da piangere, per pochezza tecnica. "La prossima volta", pensa il voyeur, "guardo Acqui-Novese, ci sarà pure uno streaming".

"Non è vero! Ho colpito di fronte, anzi di sopracciglio!"
Happy hour all'Etihad. Anzi, al 'City of Manchester'. C'è qualcuno disposto a scommettere un penny sull'Arsenal? Quasi quasi. I Gunners sono imprevedibili, un po' come l'Inter, non a caso si sono messi d'accordo facilmente su Podolski. Infatti. Il City preferisce stare un po' a distanza dal Chelsea. Gli piace rinvenire in primavera. Va detto che il rigore non c'era, Kompany è fuori condizione, lento e appesantito, ma Monreal si è chiaramente buttato. Uno a zero per l'Arsenal. Ma perché Silva e Aguero devono per forza entrare in porta col pallone? Poi il solito Hart finge di non vedere una modesta inzuccata di Giroud (ma no, l'ha presa col naso). Due a zero per l'Arsenal. La Premier è in ghiaccio, o così almeno pare. Se ne riparla, appunto, in primavera.

Preview
Bene. Ci si può forse aspettare qualcosa, da Juventus-Verona? Non scherziamo. Lo Stadium mette la tremarella a quasi tutti i giocatori della serie A. Quasi tutte le squadre della serie A guardano le statistiche, e decidono di aver perso la partita prima ancora di partire per Torino. Ci pensano per una settimana, si fanno domande  sul numero dei gol che incasseranno. Il Verona, poi, c'è appena stato (tre giorni fa: scherzi del calendario!) per gli ottavi di Coppa Italia (che, naturalmente, vengono di default giocati in casa della squadra teoricamente più forte. Questo succede solo in Italia, inutile chiedersi perché), e ha perso sei a uno. Giustamente, dopo tre minuti sono già sotto di due. Finisce quattro a zero, e finisce (era ora!) la tournée in Piemonte dei veronesi. Ah, anche lo Stadium non credeva ci fosse una partita vera, e dunque si è riempito solo a metà.

Larghi vuoti anche al Vélodrome, del resto alcuni forti pedatori dell'OM sono in Africa. Il voyeur si spegne e si riaccende, si addormenta si sveglia e si riaddormenta, purtroppo per lui tutti i gol sono concentrati negli ultimi cinque minuti, e sono addirittura tre; ma a quel punto, anche la notte incalzava, nemmeno troppo timidamente, e le voci dai campi d'Europa si spegnevano, producendo echi e lontananze.

Domani è un altro giorno. Domani, Monday Night!

Mans

8 dicembre 2014

The ball boys

Cartoline di stagione: 15° turno 2014-15

“The ball disappeared, the ball doesn’t come,
another ball comes, the ball boys run away" (JM)
Beh, avevamo appena finito di dire che in Inghilterra una lotta per il titolo semplicemente non c'è; nessuno - se non gli amanti della cabala - avrebbe scommesso un penny sulla sconfitta del Chelsea a St. James Park, nonostante i Blues, con Mou in panca, là non fossero mai riusciti a vincere. Là hanno perso anche sabato, sicché il City ha dimezzato la distanza (ora è a meno di un tiro di schioppo) e José - uno che non ha mai saputo perdere le partite senza polemizzare - ha dato la colpa di ciò ai ball boys. Ai raccattapalle di Newcastle. Sono loro che hanno impedito al Chelsea di giocare al gioco del calcio: “the ball disappeared, the ball doesn’t come, another ball comes, the ball boys run away". Spettacolino per i media. Nel calcio accade anche questo, nessun rimpianto - ha aggiunto. Ma gli deve bruciare, eccome. I suoi trucchi tattici - mille centravanti contemporaneamente in campo, e probabilmente si sarà pentito di aver lasciato andar via Eto'o e Torres - questa volta non hanno sortito effetto; forse, perché ormai sono scontati.

A proposito di discorsi azzardati: avevamo anche appena finito di credere che Messi tristemente vivacchi a Camp Nou in attesa di salpare per nuovi lidi, ed eccolo dominare il derby catalano. Il Real, nel frattempo, aggiorna i suoi record: diciotto vittorie consecutive. Scende leggermente la media-reti rispetto alla nostra ultima rilevazione: mantenesse il ritmo, saranno centotrentotto su trentotto partite. Non è scesa quella di Lara Croft: mantenesse il ritmo, sarebbe pichichi con 62 gol. Numeri spaventosi.

In Serie A, le imminenti e decisive sfide di CL hanno pesantemente condizionato Juventus e Roma. Il turn-over non ha però francamente cambiato in peggio la Juve, apparsa sui livelli (modesti) del derby; qualche fiammata, ma né i bianconeri né i viola avrebbero meritato di vincere una partita di tasso spettacolare meno che mediocre. Molto peggio, tuttavia, è andata la Roma. Messa sotto dal Sassuolo dal primo al novantesimo tecnicamente, tatticamente, agonisticamente. Priva di Totti, ha mostrato pochezze inimmaginabili nella costruzione del gioco, nei movimenti offensivi, nello 'spirito' di squadra. Ha strappato un punto alla fine, grazie a errori arbitrali che se non altro ci consentiranno di reputare offensiva per il buon senso ogni futura eventuale polemica accesa dall'ambiente romanista.

Su Milan e Inter siano intonati, idealmente, solo appropriati canti funebri. Esse furono.

Mans

1 dicembre 2014

Alta tensione e simboli antimoderni

Cartoline di stagione: 14° turno 2014-15

Alta tensione in alcune delle partite più importanti o significative giocate nel week-end.

La gestualità polemica e soddisfatta di Sergio Busquets
Al Mestalla, per esempio. Qui il Barça, all'ultima azione, ha vinto una partita che poteva indifferentemente pareggiare o perdere - non sarebbe la prima volta: l'innesto di Suarez procede lento, Messi è sempre più discontinuo, il gioco tutt'altro che fluido e convincente. La maturità di Leo in Catalogna non pare sorridente. Forse le voci che filtrano qualche fondamento ce l'hanno. Dissi, all'indomani dell'attracco di Guardiola a Monaco, che forse si poteva configurare una situazione analoga a quella che, un tempo, portò Michels e Cruijff a Barcellona [vedi]. Vedremo.

Il destro chirurgico di Sant'Andrea da Brescia scuote la rete e lo stadio
Allo Juventus Stadium, per esempio. Qui la Juventus, all'ultima azione, ha vinto una partita che poteva indifferentemente pareggiare o perdere. Infranto il tabù dei derby in bianco, il Toro ha letteralmente gettato il meritato pareggio nella spazzatura, cercando di uscire in palleggio da una situazione di pressing al limite dell'area quando mancavano pochi secondi al triplice fischio - grosso modo, proprio come ha fatto la Roma a Mosca qualche giorno fa. Un tempo, in situazioni analoghe, i difensori buttavano il pallone fuori dallo stadio. Tenuto conto dell'enorme divario tecnico esistente tra le due squadre di Torino, abbiamo davvero visto novanta minuti di dominio tattico granata, che poi l'esito della partita ha evitato ad Allegri di dover spiegare.

Dal canto suo la Roma, dopo l'agitata notte di coppa, ha trovato poca e casuale resistenza in quell'accozzaglia di giocatori stremati e modesti che hanno la ventura di indossare oggi la maglia dell'Inter; a occhio, Mancini avrà bisogno di almeno due anni per rimettere insieme qualcosa che assomigli a una squadra di calcio.

Pedatori disperati cercano consolazione fra le braccia di Kloppo
In Premier e in Bundesliga una vera lotta per il titolo, semplicemente, non c'è. Ma in Germania c'è una situazione anomala, e il tema principale nei prossimi mesi sarà questo: quando uscirà il Borussia dalla sua nerissima crisi? Quando (eventualmente) inizierà a risalire in classifica, e fin dove (eventualmente) arriverà? Il meraviglioso XI di Jürgen Klopp, finalista di Champions due anni fa, anche quest'anno ha aperto la sua bottega di lusso ai miliardari predatori bavaresi. Anno dopo anno, i migliori vanno via, e indovinare i rimpiazzi non è cosa facile e scontata. Oggi il Dortmund è diciottesimo nella classifica a punti dei diciotto club che partecipano al principale campionato tedesco. Cioè, ultimo. Ultimo, e solo. Spero si riprenda, e che le sue scorribande sui campi d'Europa riprendano a febbraio. In ogni caso, anche dovesse finire male, quella regalataci da Kloppo è stata una grande, gioiosa stagione di calcio.

Torniamo in Spagna: brutte notizie (e sorvolo sul tifoso del Deportivo crepato per arresto cardiaco dopo esser stato gettato nel fiume dagli ultras dell'Atletico). Dal simbolo del Real viene scucita la piccola croce che campeggiava in cima alla corona, poiché (si dice) la sensibilità dello sponsor (arabo) non va urtata, non di questi tempi (e chissà per quanti tempi ancora). Del resto, storia e tradizione e antichi simboli sono materiali per romantici ed eruditi, per sentimentali, nostalgici e disadattati, e Florentino (che se non vuole perder la cadrega deve continuare a vincere, mica farsi paladino dell'antimodernismo) ha bisogno di quattrini e non di sentimentalismi, ma per fare quattrini occorre avere una squadra forte e che vinca spesso, e per avere una squadra forte (e che vinca spesso) è necessario attrarre risorse e compiacere gli investitori. La falsariga è stantìa, ogni commento superfluo. Tiremm innanz.

Mans

15 settembre 2014

I ritorni

Cartoline di stagione: 5° turno 2014-15

Messi e Neymar: potrebbe essere l'anno della grande intesa
E' stato il week-end dei ritorni. Sabato sera, a Camp Nou, è forse ricominciato l'infinito cammino del Barça. In pochi minuti, sullo scorcio di gara, la Pulce e O Ney - diversamente protagonisti in Brasile - hanno annichilito, con giocate inarrivabili, il forte Bilbao (sì, quello che aveva spento o quasi sul nascere stagione e ambizioni napoletane). Messi, in particolare, sembra tornato quello che in Brasile corricchiava lento e depresso sul prato in attesa d'essere riposseduto da Eupalla. Eccolo di nuovo, brillante, rapidissimo sul breve, capace di 'vedere' cose che lo spettatore capisce quando sono state già realizzate; e il brasiliano pare adesso un campione maturo, probabilmente fortificato dall'enorme sofferenza del mondiale e dalle responsabilità che ha dovuto portare sul groppone, alla sua ancora giovane età. Manca ancora il terzo, il dentone uruguagio. Immaginare i tre insieme è da capogiro: ancora qualche settimana, e potremo soddisfare il nostro inguaribile voyeurismo. Il Barça, intanto, ha iniziato bene la stagione: punteggio pieno dopo tre partite, Real già distante sei punti. Real che perde il  Derbi madrileño al Bernabéu; Florentino contestato, Carletto innervosito. Simeone, dalla gabbia, ha ancora una volta magistralmente guidato i suoi, operando i cambi giusti al momento giusto e mostrando di non essere in quest'epoca, e nel suo mestiere, secondo a nessuno. Anzi.

Meno 'grande', certamente, la prova dello United a Old Trafford, anche per la modestia dell'avversario. E' tuttavia la prima vittoria di Van Gaal, mentre il suo roster lentamente si viene completando. La Premier League è lunga ed estenuante, e vive fasi di intensità (e vicinanza di partite) da rendere potenzialmente irrisori i sette punti di vantaggio di cui gode il Chelsea - indubbiamente favorito dal calendario, almeno per ora. A Manchester possono tuttavia iniziare a progettare un rapido ritorno al vertice, dopo la stagione dell'improvvisa mediocrità.

Nel nostro 'malinconico' campionato maggiore, c'è da registrare una giornata forse statisticamente senza precedenti - qualcuno potrebbe indagare. Le due ex grandi milanesi hanno messo a segno, complessivamente, dodici gol. Vittime le simpatiche squadre emiliane, Sassuolo e Parma. A Parma, dopo un bel primo tempo del Milan, si è visto un secondo tempo osceno. Una fiera degli errori e degli orrori indimenticabile: protagonista della comica finale è Diego López, ex portiere dei Blancos nell'epoca del tramonto di Casillas, spacciato per uno dei migliori portieri del continente. Il buon Diego non ha parato uno solo dei tiri indirizzati dai parmensi nello specchio della sua porta: tre tiri, tre gol. Il quarto è di De Sciglio, un retropassaggio ordinario anzichenò. Nel 'tentativo' di controllarlo, Diego si stira e cade (foto), e il Parma segna così il quarto gol. Questo, signori, non è calcio; è Serie A.
Ciò nonostante, il Milan è primo in classifica.
Durerà poco, ma è a suo modo anche questo un ritorno.

Mans

14 luglio 2014

Löw story

I Mondiali sono finiti e noi siamo già orfani della sfera di cuoio. L'astinenza è una brutta bestia e nelle prossime settimane si farà sentire eccome. L'epilogo è stato all'altezza del resto. La Germania ha vinto. Qualche giorno di vacanza e poi di nuovo a sudare sotto il sole di amene località montane perché il circo riaprirà i battenti fra un mese e mezzo.

13 luglio 2014, Estadio do Maracana, Rio De Janeiro
Jogi a testa alta verso il destino
Con gli occhi ancora illuminati da uno spettacolo bellissimo proviamo a tracciare un (provvisorio) bilancio della manifestazione. Iniziamo dai numeri, freddi come sempre, ma piuttosto indicativi: in questa edizione si sono segnati 2,7 gol a partita, nel 2010 erano stati 2,3. Vi sono state in media 0,2 espulsioni e 2,8 ammonizioni a partita, nel 2010 erano state rispettivamente 0,3 e 3,8. In campo si sono visti in media quasi 400 (396 per la precisione) passaggi a partita per squadra, nel 2010 erano stati 353 (altro che fine del tiki taka). La Germania, squadra vincitrice del torneo, è risultata l'undici col miglior attacco (18 gol) e la miglior media di passaggi, 4157, di cui solo 377 lunghi (chiedere a Guardiola e al blocco Bayern per ulteriori delucidazioni). La miglior difesa è risultata quella degli USA il che pare sorprendente, ma non lo è poi troppo se si considera che ad allenarli c'era il maestro del vincitore, quello Jurgen Klinsmann che ha chiamato a sé il giovane Joachim Löw nel 2004 come suo vice e gli ha consegnato le chiavi della Fussballnationalmannschaft nel 2006 dopo averlo avviato a una carriera che da ieri è già storia. E proprio nella vicenda di Löw sta, credo, il segreto della Germania campione del mondo 2014. I nipotini di Wagner giocano in un campionato che è un prodotto assai trendy. La Bundesliga è un torneo che tutti i Paesi vogliono e per assicurarselo sono disposti a sborsare fior di quattrini perché è bello e spettacolare. Come sono giunti a questo risultato? Con pazienza e programmazione. Sono partiti da lontano, hanno deciso con chiarezza quello che volevano fare da grandi e l'hanno fatto. Non si vince il mondiale solo con pazienza e programmazione, ci vogliono giocatori forti (quelli se li sono costruiti in casa) e tanta fortuna. Se non hai fortuna non vinci nulla, ma se hai programmato bene, se hai avuto la pazienza di crescere i tuoi migliori talenti senza svenderli al primo procuratore-squalo che ti si presenta con in mano qualche migliaio di euro, se costruisci stadi magnifici e accoglienti e releghi le televisioni al ruolo che hanno ovvero pubblicizzare il prodotto e non fagocitarlo, se sei tutto questo e sei sfortunato non vinci comunque il mondiale, ma non esci nemmeno al primo turno in un girone in cui ci sono Uruguay e Costa Rica né perdi 7:1 in semifinale.

La Germania ha programmato bene, ha costruito il suo successo investendo sui vivai, lasciando fuori il profitto immediato a ogni costo nella consapevolezza che il denaro sarebbe comunque arrivato, a fiumi ben più straripanti degli spiccioli sborsati per avere un diciassettenne che "forse" diventerà un fenomeno. E i soldi sono arrivati, insieme coi successi. La Nazionale tedesca si fonda sul blocco Bayern, tutte le nazionali vincenti si fondano su un blocco, ma deve essere forte davvero e non solo per tradizione o per strapotere interno (leggasi Italjuve e le magre figurette che i bianconeri rimediano in Europa, per non parlare delle altre italiche compagini impegnate in Europa League, vero imbuto da cui passano, a malapena, i nostri sogni puntualmente spezzati dal ranking UEFA).

Il Maracana incorona i degni Campioni
(compresi Poldo e Poldino)
Dicevamo del Bayern: i bavaresi sono una corazzata oggi, ma non lo sono solo perché spendono tanto nell'acquistare. Hanno in squadra due stranieri veramente forti: Robben e Ribery, entrambi giocano in Baviera da anni. Intorno, oltre a Dante (non sempre impiegato da Guardiola), Martinez e Thiago Alcantara vi sono tanti tedeschi, molti dei quali cresciuti calcisticamente in Germania. Ai Mondiali abbiamo scoperto quanto sono forti Goetze e Hummels, abbiamo avuto conferma del talento di Schweinsteiger, dell'immortalità di Lahm e della superiorità nel ruolo di Neuer. Non fa piacere che la Germania abbia vinto perché ci ha raggiunti nella classifica all times del campionato del mondo, ma se lo sono francamente meritato.

Se lo meritava anche l'Argentina che ieri ha giocato la sua miglior partita del torneo e l'ha persa. L'ha persa perché la Germania ha segnato un gol. L'ha persa perché Higuain e Palacio invece hanno sbagliato gol facili per due come loro. L'ha persa perché il dottor Sabella (comunque molto bravo) ha inspiegabilmente lasciato negli spogliatoi il migliore in campo dei suoi dopo i primi 45', Lavezzi. E l'ha persa perché, come abbiamo spesso ripetuto, Messi non è Maradona. Ora il paragone deve finire per sempre. Messi è Messi e francamente ci basta e ci avanza. Certo, speravamo di vederci consegnare un nuovo mito da adorare, un santino meno sbiadito da tenere sulla testiera del letto, ma non ci è stato concesso. Messi ha giocato come ha potuto, regalando un paio di begli spunti, ma niente di più. Abbiamo tutti negli occhi il momento in cui si è piegato e ha rimesso sull'erba del Maracana. Ma che gli succede? Perché soffre di questo tipo di attacchi? Siamo sicuri che le cure cui è stato sottoposto da ragazzo per vincere il capriccio della natura che lo aveva condannato al nanismo non c'entrino nulla?

L'Argentina ha fondato la sua cavalcata verso la finale sulla difesa. Ezequiel Garay è un centrale da mettere sotto contratto costi quel che costi. Bene Demichelis, Mascherano è semplicemente il migliore nel suo ruolo. Ma tutti i giocatori dell'Albiceleste ieri hanno fatto una grande partita. Gli è forse mancato troppo Di Maria. Poteva finire diversamente, ma è finita come doveva finire.

Sono convinto che fra due anni e ancor di più fra quattro il Belgio sarà la squadra potenzialmente più forte del mondo e che la Spagna non sia finita. Al Brasile occorreranno anni per riprendersi dalla catastrofe sportiva subita; l'Argentina è sempre capace di sfornare talento, ma ha perso un'occasione che non si ripeterà presto. Noi dobbiamo ricostruire tutto facendo piazza pulita del passato se vogliamo avere qualche speranza di rinascita. L'Olanda, orfana del suo guru, può sempre sorprendere, ma adesso in cima c'è la Germania di Löw. È a loro che bisogna guardare per colmare la distanza. Ne saremo capaci?

Cibali

10 luglio 2014

L'importanza di essere Messi

Cartões Postais do Brasil

Leo sussurra nell'orecchio destro di Romero quel
che si potrà sapere solo leggendo questa cartolina
fino all'ultima riga
A Leo è andata bene e avrà certamente pagato la pizza a Mascherano. Non fosse per la tigna, la concentrazione, la scelta di tempo del barcellonista (e dunque suo Sancho Panza di millanta battaglie calcistiche), ora l'Argentina sarebbe a pezzi - altro che "siete! siete!" -, la mitologia della Pulce svenduta a due centesimi sulle bancarelle, e la coppa del mondo un affare di vicinato tra olandesi e tedeschi, l'ennesima rivincita delle rivincite che avrebbe però consentito a Blatter di bagarinare personalmente domenica pomeriggio nei dintorni del Maracanã. Leo dunque dovrà ora sdebitarsi e fare qualcosa di più del nulla che ha combinato a San Paolo.

Nulla, ma in realtà quasi nulla.

Quasi nulla? In realtà molto. A pensarci bene, molto. Quasi tutto. Anzi: tutto. E toccava dunque a Mascherano di pagargli la pizza, perché senza Leo difficilmente l'Argentina sarebbe arrivata negli ottavi e poi nei quarti e poi (soprattutto) in semifinale e quindi in finale. Anzi, soprattutto in finale.

Perché? Semplice. Senza Leo l'Olanda avrebbe giocato diversamente. La sola presenza in campo di un tale spauracchio ha convinto Luigi van Gaal a schierare i suoi bene coperti, onde nulla rischiar. Troppo tardi ha capito che il de cuius non era in giornata di vena poetica e vagava per il campo come fosse terra sconosciuta e straniera da esplorare senza mappa e senz'acqua e senza sapere come e perché il destino l'avesse scaraventato così lontano da casa. Troppo tardi Luigi van Gaal ha sussurrato ai suoi che la partita forse si poteva anche vincere, che non era obbligatorio pareggiarla e poi rischiare di perderla ai calci di rigore. Troppo tardi. Robben ha schiumato rabbia per novanta minuti e si capiva benissimo che, fosse dipeso da lui, gli Oranje avrebbero giocato in modo diverso. Non fosse dipeso dalla tigna, dalla concentrazione e dalla scelta di tempo di Mascherano, Robben avrebbe fatto esplodere la santabarbara al novantesimo, quando era finalmente riuscito a sgommare oltre le trincee biancocelesti. 

Il tackle più importante di Brasil 2014

Confortato dall'atteggiamento contratto e spaurito degli avverari, constatata la scarsa vena e anzi l'assenza spirituale del santo numero dieci, Sabella ha consigliato ai suoi di mettere anzitutto la museruola a Robben. Minimo tre o quattro sempre nei suoi pressi, e mine nell'erba sui suoi percorsi. Quintali di sonnifero sparsi qua e là. Van Persie? E' in posizione di fuorigioco dal primo minuto del match contro i Ticos e ha pure mal de panza. Innocuo, non c'è bisogno nemmeno di massaggiargli le caviglie. Poi anche Sabella ha capito che la partita si poteva forse vincere, che non era obbligatorio pareggiarla, e tanto meno rischiare tantissimo di perderla visto che poi in porta loro metteranno Tim Krul, gigantesca insuperabile sagoma mattacchiona. Ha tirato un sospiro di sollievo quando Van Gaal, per confondergli le idee, ha tolto dal tabellino Van Persie e inserito Huntelaar, scoprendo il bluff o ricorrendo a quello di riserva. Sabella ha risposto gettando allo sbaraglio Aguero e Palacio. I due non fanno nemmeno il solletico a Vlaar, ma sono grandi rigoristi. Infatti Palacio non ha bisogno di tirare il suo, visto che Vlaar, spossato dalla noia, e Sneijder, spossato tout court, sbagliano il loro.

Leo invece dal dischetto ha segnato. Era il primo della lista argentina, ovviamente. Il penalty psicologicamente più importante, proprio perché calciato dopo l'errore olandese. "Se ne pari un altro, ti pago la pizza", ha detto Leo a Sergio Romero prima di tornare verso il centro del campo a guardare con gli altri la fine del film. Un fuoriclasse si vede anche da questi dettagli.

Mans

6 luglio 2014

Ti conosco, Mascherano

Siamo dunque al redde rationem. Conclusisi i quarti di finale ci accingiamo al rush decisivo. Sono rimaste in quattro a contendersi il sogno che porta dritti a Rio de Janeiro e al bellissimo Maracanà 2.0. A tale proposito vorrei sottolineare la bellezza degli stadi realizzati per il Mondiale dei Mondiali. Complimenti all'organizzazione e a chi, fisicamente, ha progettato e costruito tanti begli impianti, tutti all'altezza del gioco espresso e dello spettacolo offerto.

Dicevamo delle quattro semifinaliste. Siamo onesti: nessuno si aspettava che l'Olanda arrivasse così avanti nella competizione. Io per primo ero certo che i dissapori dello spogliatoio limitassero l'elevato tasso tecnico della rosa, anche se si stratta di un tasso tecnico decisamente sbilanciato dalla metà campo in su. Il tecnico Louis Van Gaal da ieri rischia seriamente di relegare il Josè Mario Do Santos Felix più famoso del mondo pallonaro al ranking di Special Two. Al minuto 120 di una gara passata a bombardare la difesa della Costa Rica ti fa entrare uno spilungone che risponde al nome di Timothy Krul, portiere con poca fama e meno gloria, in forza al Newcastle United, 36 presenze nel suo club e appena 26 anni.

5 luglio 2014, Arena Fonte Nova, Salvador
Tim Krul para il rigore decisivo e porta l'Olanda in semifinale
Il buon Krul inizia a innervosire gli avversari, ormai dilaniati dai crampi e para ben due rigori su quattro. Il quinto è inutile. Van Gaal appare come un santone infallibile e geniale. La Costa Rica è eliminata e l'Olanda va a San Paulo dove incontrerà l'Argentina di Messi (e da ieri anche di Huguain).

La partita dell'Olanda è stata quello che ci si poteva attendere, un rimbalzare sistematico contro l'organizzazione centro-americana. La Costa Rica ha organizzato una difesa a cinque al confronto della quale il Bol'soj Ballet sembrava il gruppo dei disoccupati di Full Monty. Sincronismo perfetto, movimenti provati e riprovati, Van Persie finisce in fuorigioco 11 volte; alla fine del match gli offsides arancioni saranno ben 13. Anche questo è un piccolo record. Jorge Louis Pinto ha rinunciato al confronto. Forse non aveva molte alternative contro un avversario evidentemente più forte. Il fortino eretto da Keylor Navas (che portiere!) e compagni ha retto per 120 minuti ed è crollato solo grazie alla perfezione dei rigori calciati dai cecchini olandesi. L'Olanda ha dimostrato di essere una station-wagon a trazione anteriore laddove il talento superiore di Robben può e deve risolvere i problemi mostrati da una difesa imbarazzante. Il motore davanti è fenomenale, il cassettone dietro intrainabile. Martins Indi e Vlaar sono lenti e tecnicamente modesti, De Vrij e Blind scorrazzano sulla fascia senza mai sapere quando e quanto devono salire. E d'altra parte se Van Gaal reclama a gran voce l'importanza tattica di De Jong un motivo ci sarà. Kuyt viene impiegato talvolta come terzino e talvolta come esterno alto. Contro una difesa così organizzata nessuno si spiega perché non abbia giocato Huntelaar. Un pasticcio tattico evidente. Ma l'Olanda è passata e al Mourinho in salsa Vermeer va reso il merito del risultato. Si tende sempre a simpatizzare per i più deboli, ma quando a vincere sono i più forti c'è poco da recriminare.

5 luglio, Estadio Nacional, Brasilia
Higuain calcia verso la porta di Courtois. È l'1:0 per l'Albiceleste
Ben diverso è stato l'altro quarto di finale, Argentina-Belgio. Gli uomini del dottor Sabella hanno regolato la pratica in meno di dieci minuti. Higuain si è sbloccato e questa è un'ottima notizia per l'Albiceleste.
Il Belgio si è sciolto come neve al sole. La squadra più giovane ha sofferto l'esperienza e l'abitudine a giocare partite decisive di quella più vecchia dell'intera competizione. L'Argentina resta la mia favorita per la vittoria finale. Peccato per l'infortunio capitato a Di Maria, pare che per lui il Mondiale sia finito. Il Belgio non è teoricamente più debole dell'Argentina e credo che fra due anni in Francia sarà la Nazionale da battere.

Fra Germania e Francia ha vinto semplicemente la squadra più forte, più completa e più talentuosa. Non hanno punti deboli tranne l'assenza cronica di un centravanti di ruolo. Loew ha dovuto fare di necessità virtù, ma ha a disposizione il blocco Bayern, ovvero una legione guardiolana che sa arrivare in porta sfruttando l'ormai tanto vituperato tiki-taka. I risultati sono evidenti. Avrebbero potuto vincere con un margine maggiore. La Francia è andata oltre quanto mi aspettassi. Deschamps ha ricostruito la squadra e ha dato fiducia all'ambiente. In casa, fra due anni, saranno più preparati e partiranno fra le favorite.

4 luglio, Estadio do Maracana, Rio De Janeiro
Hummels porta in vantaggio la Germania
Brasile-Colombia è stata bella, ma non bellissima e ha detto molte cose: il Brasile gioca male, ma ha tre-quattro giocatori che possono decidere la partita in qualsiasi momento. Fred è indispensabile per questa squadra perché corre come un ragazzino e crea gli spazi per i centrocampisti. Hulk è inutile e dannoso, va sostituito. Io farei giocare il profeta laziale. L'apporto del pubblico è determinante per il Brasile e la paura anche. La Colombia è un'ottima squadra, ma non così forte come sembrava dopo il girone di qualificazione. Difesa buona, centrocampo buono e attacco buono. Nessun reparto è ottimo. Hanno tanta qualità, ma è spesso limitata dall'inesperienza (leggi James Rodriguez) o dall'ignoranza tattica (leggi Cuadrado); hanno corsa, ma non sempre essa è accompagnata dalla consapevolezza della destinazione (leggi Armero). Pekerman, se sarà lui a guidare ancora la Nazionale colombiana, dovrà far crescere con pazienza questi ragazzi e dare loro più disciplina tattica, altrimenti ci sarà sempre un Brasile a buttarli fuori dal Mondiale.

4 luglio, Estadio Castelao, Fortaleza
Zuniga colpisce Neymar da dietro. Mondiale finito per il talento brasiliano
Abbiamo ancora negli occhi il pianto disperato di Neymar; una vera disdetta. Il giocatore simbolo di questi Mondiali costretto a lasciare il campo in barella e privo di sensibilità negli arti inferiori. In molti, compreso chi scrive, hanno pensato che fosse la sua solita, insopportabile, tendenza alla simulazione. Ahimè, niente di tutto questo; una vertebra fratturata, Mondiale finito e molte settimane di riabilitazione prima di tornare a calciare un pallone. A questo si aggiunge la squalifica di Thiago Silva. Zuniga è entrato male, credo volesse far sentire il ginocchio all'irritante avversario, ma certo non voleva rompergli la schiena. Peccato. Pessime notizie per Felipao, ma credo che proprio per questo il Brasile batterà la Germania e andrà dritto in finale. La rosa si compatterà e giocheranno, paradossalmente, con meno pressione. La Germania parte favorita e questo favorirà il Brasile. Ho sostenuto sin dall'inizio della competizione che i verde-oro mancano di un centrocampo di qualità; mi pare sia stato evidente in ogni partita, ma più di questo è stata la pressione a schiacciare la capacità di svolgere al meglio il loro mestiere di pedatori. Adesso potranno affrontare l'avversario più forte senza i loro migliori giocatori, ma con la possibilità di schierare un centrocampista in più per arginare il possesso palla tedesco e ripartire. Sono certo che potrà essere un vantaggio.

Il Mondiale dei Mondiali si sta rivelando davvero uno dei più belli e il dessert non può che essere all'altezza. Certo una finale Brasile-Argentina sarebbe il coronamento ideale di un percorso così intenso e spettacolare, ma anche Germania-Olanda non sarebbe male. Potrà essere il trionfo del calcio europeo nel continente americano per la prima volta o l'esclusione totale dell'Europa dal tavolo della coppa più ambita. Comunque vada, sarà stato un Mondiale bellissimo. Il Mondiale dei Mondiali.

Cibali