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18 febbraio 2017

Essere Conte: storia di una metamorfosi


Conte e il Bari: storia breve ma intensa
Il titolo non attiene alla rocambolesca trasformazione tricologica del sanguigno allenatore pugliese, ma al cambiamento che il suo gioco ha evidenziato nel corso delle stagioni. Ricordo di aver assistito con interesse crescente all'annata in cui Conte si è imposto all'attenzione generale, dopo un passaggio anonimo e polemico ad Arezzo: Bari, stagione di molta grazia 2008-2009. Un campionato cannibalizzato dai galletti, schierati con un 4-4-2 di stampo marcatamente offensivo, con le fasce laterali percorse forsennatamente, a connotare un gioco arrembante e spregiudicato; protagonista assoluto il fortissimo Guberti, esterno capace di giocate dirompenti con entrambi i piedi, una carriera parzialmente sprecata per errori e leggerezze duramente sanzionate dalla giustizia sportiva. Momenti di spettacolare leggerezza li regala Kamata, sgusciante laterale che viene utilizzato come arma a partita in corso. La fase offensiva è curatissima ma Conte impronta sempre le scelte iniziali ad un gioco d'attacco, con esterni dotati tecnicamente e terzini che si sovrappongono di continuo: il più noto è Parisi, con un passato a Messina. Barreto gioca una stagione mostruosa, segna con grande continuità, affiancato alcune volte dal dribblomane Kutuzov, anni prima comprato dal Milan nell'intervallo di una dimenticabile partita pomeridiana tra rossoneri e Bate Borisov, altre volte da Caputo, enfant du pays. 

Gaetano D'Agostino: un sinistro poetico
Nell'estate successiva emerge il carattere fumantino di Conte, allenatore a volte frettoloso nelle valutazioni: litiga con la proprietà, chiede a Matarrese investimenti, e di fronte al non del tutto imprevedibile rifiuto fa fagotto e lascia il Bari; gli subentra Ventura, che finisce a metà classifica. Teniamola da parte questa storia, si riproporrà qualche anno dopo nella famosa metafora del ristorante. Dopo la sfortunata e poco rilevante esperienza di Bergamo in A, culminata con l'esonero, ritroviamo Conte a Siena, dove centra una nuova promozione. Il budget messo a disposizione dall'emanazione calcistica del Monte dei Paschi è sostanzioso, e il tecnico lo sfrutta alla perfezione: il suo calcio ricalca quello di Bari, 4-4-2, o 4-2-4 che dir si voglia, di impronta molto offensiva: spesso si permette addirittura un fantasista sulla fascia, lo sfarfallante Brienza, in ciò ricordando una versione del Milan capelliano nella quale riuscivano a convivere Savicevic, Baggio e Boban. In mezzo al campo, affiancato dal fido Gazzi, giganteggia il sinistro di Gaetano D'Agostino, epigono dei registi classici del calcio di un tempo, mancino educato alla Liverani, alla Di Gennaro (quello del Cagliari, non quello di Bagnoli a Verona). Davanti i bomber sono Destro e Calaiò. È il trampolino per il lancio definitivo, ed anche la stagione successiva per Conte è a tinte bianconere, le più amate (da lui): la Juventus.

È qui che il calcio di Conte comincia a cambiare, e prende una direzione che tutt'ora segue, e che costituisce un limite che il pugliese dovrà superare se vorrà diventare un allenatore epocale, uno a cui intitolare qualche capitolo del libro sulla storia del calcio, e non solamente dei paragrafi. A Torino imposta una campagna acquisti improntata al suo modulo, il 4-4-2 offensivo, prendendo l'olandese Elia e spendendo parole di stima sul cavallone Krasic, zazzera alla Nedved e corsa velocissima, autore di qualche giocata mirabolante nella stagione precedente, culminata con il deludente settimo posto delneriano. L'arrivo di Pirlo a parametro zero sembra più digerito che auspicato. Gli stenti iniziali portano però Conte ad una correzione tattica che si rivelerà fondamentale per i successi della Juve, al netto di episodi discutibili che quell'anno svantaggiano il Milan e di un clima vagamente risarcitorio che si respira nel calcio italiano che cerca di lasciarsi alle spalle le macerie delle inchieste. Conte vara un 3-5-2 compattissimo, con i tre centrali difensivi che segneranno un importante segmento nella storia della serie A; ma è a centrocampo che si nota in maniera marcatissima la deviazione di Conte verso un calcio di maggiore pragmatismo, di attenzione "cholista" alla chiusura degli spazi, al soffocamento delle fonti di gioco avversarie, ad un italianissimo "primo non prenderle": Pirlo è il punto centrale di una gabbia protettiva di formidabili atleti, corridori instancabili che suppliscono la scarsa propensione alla fase difensiva del fuoriclasse di Brescia. Sulle fasce giocano quasi sempre due terzini, De Ceglie e Lichtsteiner, il reparto a 5 si completa con Marchisio e soprattutto con Vidal, il formidabile cileno, impressionante sradicatore di palloni ed efficace incursore.

Vidal brutalizza Ribery

Le alternative principali sulle fasce sono Pepe e Giaccherini, polmoni capienti e grande inclinazione al sacrificio. Pirlo passa da un sistema di gioco in cui era affiancato (esempio: 2002-2003) da poeti del calcio come Seedorf, Rui Costa e Rivaldo ad uno in cui vede sfrecciare intorno a sé atleti muscolari ed instancabili. Le varianti delle stagioni successive sono pochissime, in quella che segue arrivano altri due giocatori più apprezzabili tatticamente ed atleticamente che sul piano squisitamente tecnico: i due ex Udinese Asamoah ed Isla. La dirompente classe di Pogba viene centellinata in un ruolo da dodicesimo uomo, per poi beneficiare della titolarità negli undici solo a seguito dell'infortunio di Marchisio.

È nella terza stagione che questo nuovo corso contiano si dimostra a mio avviso un limite: il campionato è trionfale, la Juve macina 102 punti, vincendo in casa tutte le 19 partite. Davanti l'apache Tevez è immarcabile. Ma la Juve non riesce ad esportare questa strapotenza in Europa, e fallisce un girone di Champions non irresistibile, in cui sembra destinata quanto meno ad un agevole secondo posto dietro il Real e davanti a Galatasaray e Copenaghen; invece i bianconeri si presentano alla sfida pomeridiana sulla neve turca in una posizione scomoda, con soli 5 punti in cascina, costretti quanto meno a pareggiare. Non succede nulla in quella partita, solo una cosa, ma decisiva: Drogba "spizza" di nuca, Sneijder batte Buffon sul secondo palo. Una squadra capace di varcare i bastioni dei 100 punti in patria si ferma a 5, in 6 partite, in Champions. Non solo, ma spreca l'epocale occasione di giocare la finale di EL, il limbo delle terze, prevista allo Juventus Stadium: la sua corsa si ferma con il Benfica, che inchioda i torinesi ad un deludente 0-0 nonostante la superiorità numerica. Ed è infatti qua che la corsa di Conte alla panchina di un top club europeo rallenta.

La delusione dell'europeo francese
Il gioco di Conte, basato su un pressing a tutto campo finalizzato ad un rapidissimo recupero della palla poi giocata in velocità raggiungendo gli esterni e gli attaccanti con pochi tocchi, non supera i confini italiani, e subisce la bocciatura del palcoscenico europeo, dove prevalgono quasi sempre squadre che schierano molti giocatori offensivi e che tendono a controllare il gioco attraverso il possesso palla. Sono poche le eccezioni recenti, una sola quelle vincente: l'inguardabile Chelsea di Di Matteo che batte il Bayern ai rigori dopo un estenuante catenaccio. Anche la sua nazionale, ed il Chelsea che sta fagocitando la Premier, ricalcano le caratteristiche di questo Conte 2.0, oramai un italianista puro: grande compattezza, forza fisica, inesauribile corsa, scelte improntate ad una prevalenza della fase difensiva. Agli europei il 3-5-2 vede ancora una volta due terzini sulle fasce, i non entusiasmanti Darmian e De Sciglio, quest'ultimo ancora a zero reti in serie A nonostante una militanza già consistente, dato utile a capire la cifra tecnica del giocatore. In mezzo trovano spazio Parolo e Giaccherini, mentre il delizioso Bernardeschi fa da turista in panchina. Davanti spazio agli sgobboni Eder e Pellè, mentre l'emergente Belotti, reduce da un girone da 11 reti, è in vacanza così come il naturalizzato Vazquez, autore fino adesso di una stagione da leccarsi i baffi nel Siviglia di Sampaoli. I risultati non premiano più di tanto Conte, che batte bene Belgio e Spagna ma si ferma ai rigori contro una Germania non irresistibile, che viene poi spazzata via dalla Francia successivamente incapace di segnare un golletto al Portogallo, nonostante fosse paese ospitante. Contro la Germania Conte dà la palese sensazione di aspettare null'altro che i rigori, confidando nel talismano di tante battaglie (Buffon).

La Premier, nuovo terreno di conquista
Mentre in Europa quasi tutte le grandi giocano il 4-2-3-1 con un sacco di giocatori offensivi, il Chelsea di Conte si presenta come un imponente monolite dove la classe pura inizia a sgorgare solamente a partire dalla linea offensiva, una robetta da un paio di centinaia di milioni composta da Pedro, Diego Costa ed Hazard; il trequartista del Brasile, Willian, è ridotto al rango di riserva; il bestione belga Batshuayi, 40 milioni tondi, sta sul pino da inizio stagione. Il centrocampo, che Conte non tocca praticamente mai, vede da sinistra un terzino spostato a centrocampo come Alonso, lo scolastico Matic, ed a destra un attaccante dallo score realizzativo imbarazzante riciclato come esterno sgobbone alla Lichtsteiner; il reparto è completato dalla pietra miliare del Chelsea contiano, il francese Kanté, giocatore di capacità atletiche immisurabili, ubiquo, instancabile, inesauribile: non si ferma da due anni, e vince sempre, con il Leicester e con il Chelsea.

Conte aveva una slot da 40 milioni da spendere per un centrocampista: ha scelto lui, e questo a mio avviso fotografa perfettamente quello che è adesso l'approccio di questo allenatore al calcio. Pragmatismo, furente chiusura degli spazi e delle linee di passaggio avversarie, frenetico recupero della palla, e poi spazio al tridente di fuoriclasse. Fabregas è ridotto a rari spezzoni. Tutte le avversarie, brutalizzate in classifica, hanno schieramenti più votati al controllo della partita ed al calcio offensivo; ovviamente Guardiola, peraltro penalizzato dall'infortunio del giocatore chiave Gundogan, che ha fatto partite nel City con un avveniristico 4-1-4-1 piazzando sostanzialmente 4 attaccanti dietro Aguero o Gabriel Jesus: Sane, De Bruyne, David Silva, Nolito. Ma anche Mourinho, frettolosamente bollato come tecnico guardingo, spesso vara un 4-2-3-1 in cui Pogba gioca davanti alla difesa a supporto di quattro uomini offensivi, scelti tra Martial, Mkhitaryan, Mata, Rooney e Rashford, qualche metro dietro ad Ibra. Wenger, Klopp e Pochettino completano un parterre di allenatori che nei quartieri alti della Premier giocano un calcio votato all'attacco, con scelte nella linea mediana sempre direzionate a ridurre mediani muscolari ed a moltiplicare i piedi buoni. Ma vince Conte, come l'anno scorso vinse Ranieri.

Avere Kanté e giocare in dodici: la stessa cosa

Chi vince ha sempre ragione, ma a mio avviso l'allenatore pugliese, che a quasi 50 anni vanta un curriculum internazionale sostanzialmente nullo con due sole partecipazioni alla CL, per imporsi nelle coppe dovrà cambiare il suo calcio. Il suo cordialmente detestato rivale Allegri è già a 7 partecipazioni, ed ha raggiunto una finale con la squadra che Conte aveva frettolosamente lasciato lasciato nell'estate del 2014, scontento di una campagna acquisti non in grado a suo dire di permettere un salto di qualità europeo dopo la delusione turca: "non ci si può sedere ad un grande ristorante con 20 euro in tasca". Allegri smentisce clamorosamente questa dotta metafora e non solo si siede al ristorante, ma mangia quattro portate: accompagna la Juve alla finale dopo 13 anni. La sconfitta di Berlino con il Barcellona è netta nel gioco ma non così chiara nell'andamento della partita, in bilico fino al letale contropiede di Neymar nel finale. Allegri corregge la squadra di Conte: il furore agonistico si stempera, il pressing si attenua, il possesso palla aumenta, Vidal gioca come trequartista di un armonioso 4-3-1-2, il modulo del cuore di Allegri, recentemente però passato ad un 4-2-3-1 che vede Pjanic in regia accanto a Khedira ed un imponente batteria di attacco con Mandzukic, Dybala e Cuadrado a supportare Higuain: il guanto di sfida all'Europa.

Conte in questo momento è con Tuchel, Pochettino, Sarri e Sampaoli l'allenatore emergente più interessante d'Europa. Ma per alzare la coppa dalle grandi orecchie serve un cambiamento, altrimenti tra qualche anno potrebbe ancora ricordare la notte di Manchester del 2003 come il momento in cui l'ha sfiorata più vicino, colpendo la traversa e poi perdendo ai rigori nella notte di Sheva e Dida: ma faceva ancora il giocatore.

Dejan

8 aprile 2015

La signoria di nostra signora

Cartoline di stagione: semifinali di Coppa Italia 2014-15

Raramente la terra della pedata italica è stata soggetta a una signoria così incontrastata e priva di alternative. La Juventus esercita il dominio con 'gentilezza' (cioè senza infliggere umiliazioni agli avversari) in campionato, vincendo spesso le partite di scarto minimo. Ma quando subisce uno sgarbo dai sudditi usa la frusta; e quella che abbiamo visto ieri sera, a Firenze, è parsa più una spedizione punitiva che non una semplice gara di ritorno di Coppa Italia. Tre a zero, e "Artemio Franchi" costretto a piegarsi, ammutolito, di fronte alla legge dei dominatori.


Naturalmente è andata subito in onda (da parte di opinionisti-giornalisti-tifosi) la celebrazione di Massimiliano Allegri. Si aggiornano confronti (documentati da tabelle, percorsi, punti, gol)  tra lui e Conte. Vogliamo mettere l'acume tattico, la saggezza, l'esperienza (?), la furbizia (certamente) del toscano? Mettiamole pure. Ma sono tutte doti fiorite all'improvviso, poiché a Milano nessuno sospettava le possedesse in cotale misura. Anzi, lo si riteneva connotato da una certa inadeguatezza. Soprattutto tattica - si ricorderà l'impiego da laterale sinistro di Pirlo nella prima stagione, prodromico alla partenza del bresciano; si ricorderà anche il 'basico' 4-3-3 con cui (ma solo grazie alla brillantezza di Balotelli) portò i rossoneri al terzo posto due anni fa (salvo essere poi esonerato in corso d'opera l'anno successivo, quando Mario perse la voglia di giocare a pallone). Quindi non ci allineiamo. La Juventus è fortissima ed esercita una stabile signoria sul calcio nostrano perché ha un impianto molto solido, un gruppo collaudato ed esperto. Un gruppo che ha, ormai, la cosiddetta 'mentalità vincente'. Non mancano i campioni, ed è gente che potrebbe ormai giocare senza allenatore, gestirsi e allenarsi in autonomia. Grosso modo, rivediamo quel che accadde al Milan quando a Sacchi subentrò Capello - benché la forza complessiva (e l'impatto storico) delle due squadre sia probabilmente incomparabile. Come che sia, la Juve si avvia a un double domestico e a una possibile semifinale europea; dunque, a concludere la stagione con risultati ampiamente migliori di quelli preventivati. Il giudizio storico su questo ciclo potremo ovviamente formularlo solo quando si sarà concluso - quando, cioè, la 'vecchia guardia' avrà appeso le scarpette al chiodo o fatto le valigie per un fine carriera in qualche Eldorado asiatico o americano.

Fondare signorie calcistiche non è semplice, ma ancora più difficile è minaccarle o abbatterle. In questo senso, le strategie di Napoli e Roma (quanto a Roma, e alla curva romanista, omettiamo di commentare gli indegni striscioni esposti sabato durante il derby del sud) si sono rivelate inefficaci. Dal canto suo, Milano è praticamente scomparsa dalla mappa. E quali siano le strategie dei due club ambrosiani è difficile dire: sicuramente confuse quelle nerazzurre, totalmente insondabili quelle rossonere (lo stadio? la cessione della proprietà?); ma sarebbero discorsi lunghi. Intanto, registriamo un dato forse senza precedenti: i due squadroni metropolitani sono, in classifica, contemporaneamente alle spalle sia delle due torinesi sia delle due romane, e sono complessivamente messe peggio delle due genovesi. 

Sì, stiamo parlando dei due club di Milano, cioè della città che dieci volte su sessanta - cioè in media una volta ogni sei anni - ha visto una propria squadra sul tetto d'Europa. Minuscolo punto sulla mappa del calcio italico, l'anno prossimo Milano (probabilmente, se non ancora sicuramente) non sarà una delle cento e passa città partecipanti alla gran fiera del calcio europeo. Nell'anno dell'Expo, un 'buco' (d'immagine e non solo) surreale.

Mans

12 dicembre 2014

Italia League

Fettine di coppa: sesto turno 2014/2015

Quando lo scorso anno Fabio Capello osservò che la Serie A non era un "campionato allenante" [vedi], Antonio Conte, allora coi glutei assisi sulla panca della Juventus, si adontò per lesa maestà. Al neo CT della Nazionale sono bastati due mesi di raduni per rendersi conto che don Fabio aveva ragione: a Coverciano arrivano giocatori poco e male allenati, che non reggono per 95 minuti i ritmi che si giocano quasi ovunque in Europa nel calcio d'élite. La mezz'ora iniziale del secondo tempo di Italia-Croazia a San Siro del 16 novembre scorso è stata illuminante quanto mortificante per il calcio italiano: i nostri amati brocchetti non hanno toccato palla, ma l'hanno guardata scorrere di qua e di là a totale disposizione degli slavi. Prima e dopo quella partita il buon Antonio ha alzato la voce, gridando al problema. Ha ragione: resipiscente, ma ha ragione.

10 dicembre 2014, Stadio Olimpico, Roma
Ultimi bagliori di Champions
I dati statistici più sconfortanti dell'ultimo turno europeo di coppe vengono dallo Stadium di Torino e dall'Olimpico di Roma. I giocatori della Juventus hanno corso 4 km in meno di quelli dell'Atletico Madrid; quelli della Roma addirittura 7 km in meno dei Citizens. Traduzione: pressing, raddoppi, sovrapposizioni e proposizioni nello spazio sono un'abitudine ormai strutturale delle grandi squadre europee anche quando giocano fuori casa. Si parla di corsa e non di tecnica: non di fatturati e di "top players", cioè, che sono ormai l'alibi preferito degli allenatori delle nostre squadre.

Arrigo Sacchi lo osserva da trent'anni, in un mantra vissuto dai protagonisti del calcio italiano come la predicazione di un vecchio rincoglionito, e viceversa accolto come verità oracolare dai grandi allenatori internazionali di questi anni (da Guardiola a Mourinho, da Simeone a Klopp, etc.): sono l'organizzazione di gioco, la compattezza delle squadre, l'intensità delle transizioni, la base su cui si costruisce un progetto vincente e si possono esaltare le qualità dei singoli. Suoi esempi ricorrenti sono proprio l'Atletico di Simeone e il Borussia di Klopp, per la qualità tecnica mediamente non eccelsa dei loro pedatori: non a caso, perché sono le squadre più simili, per impianto e idea di gioco, al suo Milan di fine anni ottanta (un dato che sfugge all'ignoranza diffusa tra i commentatori italioti). Purtroppo basta guardare una qualsiasi partita della Serie A degli ultimi anni per rendersi conto della realtà cui si è ridotto il calcio italiano: non corre nessuno, i ritmi sono lentissimi, il gioco è continuamente spezzettato da falli e falletti, cui contribuiscono anche gli arbitri che, invece di favorire la fluidità, fischiano per un nonnulla e litigano in continuazione con i giocatori. L'effetto finale è quello denunciato a gran voce (roca) da Antonio Nazionale, e quello confermato dai pessimi risultati internazionali del nostro calcio. Gli ultimi suoi acuti risalgono alla finale di Euro 2012 (per la scelta sensata di Cesare di favorire i pochi "piedi buoni" rimasti in circolazione), a quella di Champions 2010 (grazie alle arti luciferine di José) e a quella di Atene 2007 (dove Carletto si gustò l'ultima fetta di coppa nostrale). Tutt'intorno è solo nebbia, sempre più fitta.

Dopo l'eliminazione agostana del Napoli ai playoff di Champions ero stato facile profeta nel prevedere le difficoltà di Juventus e Roma a passare il turno [vedi]. I bianconeri ci sono riusciti per un soffio, grazie anche alla manona sinistra di Gigi; i giallorossi hanno rischiato addirittura di uscire da tutto (sono i peggiori terzi dei gironi di CL). L'ambiente juventino farebbe bene a non credere a chi sostiene che il Monaco, il Porto e il Borussia sarebbero degli avversari alla pari agli ottavi. Per una squadra che ha battuto solo il Malmoe e - a fatica e in casa - l'Olympiacos, qualsiasi avversario costituirà comunque un muro da scalare. Auguri.

Con cinque compagini ai sedicesimi di EL, l'Italia si certifica invece come la grande potenza del calcio europeo di serie B. Ammesso che ne prenda finalmente consapevolezza. In Champions siamo ormai a livello del calcio olandese e portoghese: nei prossimi anni (e per chissà quanti), quando andrà bene, porteremo una squadra agli ottavi, magari ai quarti, solo eccezionalmente in semifinale. Dovremmo invece concentrare le nostre attenzioni sull'Europa League, anche se non sarà facile vincere nemmeno lì. Dopo l'ultimo trofeo di un'italiana, nel secolo scorso (il Parma nel 1999), le successive 15 edizioni sono state dominate dalla squadre spagnole (6 volte vincitrici), inglesi, portoghesi e russe (2 vittorie a paese), e l'hanno vinta anche club olandesi, turchi e ucraini. Questo per dire che la concorrenza è agguerrita: già ai prossimi sedicesimi, con Bilbao, Mönchengladbach, Everton, Olympiacos, Zenit, Feyenoord, Liverpool, Siviglia, Tottenham, Ajax, Anderlecht, Wolfsburg, PSV e Villareal, che equivalgono i nostri club e in più di un caso sono anche più forti.

10 dicembre 2014, Camp Nou, Barcellona
Ibra festeggia il suo ennesimo gol non determinante in CL
A parole i dirigenti nostrani sembrano voler finalmente impegnare i loro club nella conquista della coppa, attratti più che altro dall'accesso diretto alla CL che il trofeo porterebbe con sé. Vedremo nei fatti, sin dai sedicesimi del 19 e 26 febbraio 2015, che si incastonano tra tre giornate di campionato di cui sono andato a vedere il programma. La Roma giocherà il 15 in casa col Parma, il 22 a Verona (Hellas) e il 1° marzo con la Juventus all'Olimpico: avremo modo di verificare obiettivi e turn over di Garcia ... Il Napoli giocherà, rispettivamente, a Palermo, col Sassuolo e a Torino; la Fiorentina a Sassuolo, col Toro e a Milano con l'Inter; l'Inter a Bergamo e a Cagliari (doppia trasferta) e poi con la Fiorentina; il Torino col Cagliari, poi a Firenze e infine all'Olimpico col Napoli. Molti intrecci dunque ... Lì si parrà la lor nobilitate.

Per il resto, in CL nessuna sorpresa: sono passati tutti i superclub. L'unico tonfo è quello del Benfica, sfortunato finalista dell'ultima EL con il Siviglia, e già fuori da tutto. Real, Bayern, Barça e Chelsea attenderanno i quarti per arrotare i ferri e concederci finalmente - a noi "mendicanti" - qualche partita appassionante. Delle 96 che abbiamo visto finora ricordiamo solo il maestoso primo tempo del Bayern all'Olimpico e qualche sprazzo di bel gioco qua e là. Cioè poco o nulla.

Azor

30 settembre 2014

I santoni e le loro idee

Cartoline di stagione: 7° turno 2014-15

Chi ama il beautiful game vive in questi anni un'epoca fortunata: può infatti assistere a un football bellissimo, come raramente si è dato, per intensità e numero di interpreti, nella sua storia. Non parlo ovviamente del calcio italiano, ormai arretrato e periferico, né del calcio dei "top players", che un tempo erano chiamati più semplicemente "campioni" (e ce n'erano anche più di oggi). Mi riferisco a pratiche di gioco che alcune squadre stanno mostrando e hanno mostrato in anni recenti: un'idea di gioco offensivo inverata in più di un XI. Andando à rebours, per esempio, nella stagione scorsa hanno giocato in modo splendido, spettacolare, squadre come il Liverpool di Rodgers e l'Atletico di Simeone; nel 2013 il Borussia di Klopp e il Bayern di Heynckes; nel 2012 l'Athletic di Bielsa e la Juventus di Conte; nel 2011 il Barcellona di Guardiola, per citare solo quelle di vertice. Il recente Mondiale in Brasile si è rivelato probabilmente il più bello di sempre, soprattutto nella prima fase, confermando che i selezionatori delle nazionali avevano recepito le tendenze dettate dalle maggiori squadre di club europee.

La cattedra prediletta da Bielsa nella sua aula marsigliese
Jonathan Wilson ha ascritto questa nuova, grande, stagione del football mondiale soprattutto all'esempio proposto, sin dagli anni 1990s (quelli bui dominati dal difensivismo muscolare e dall'abiura dei giocatori atipici), da due allenatori visionari - Marcelo Bielsa [vedi] e Louis van Gaal [vedi] - le cui idee hanno seminato un nuovo modo di proporre il gioco, più offensivo, più prolifico, raccolto da vari altri loro colleghi. Entrambi non sono stati degli innovatori assoluti, ma degli appassionati e colti interpreti degli assiomi del calcio totale che era stato ideologizzato da Rinus Michels negli anni 1970s, e che aveva avuto un poco conosciuto antecessore in Viktor Maslov [vedi] e poi due grandi interpreti come Valerij Lobanovs'kyj e Arrigo Sacchi. Non la faccio lunga, ma sottolineo solo che non si tratta di una questione di modulo (di 4-3-3 o di altre formule), ma di atteggiamento: giocare un calcio propositivo, dare la caccia alla palla, pressare alto, proporre un movimento continuo dei giocatori e una varietà di opzioni per chi gioca il pallone, giocare di prima, creare lo spazio con il movimento degli attaccanti centrali, etc.

La stagione che è cominciata da un paio di mesi propone Bielsa e Van Gaal alla guida di due squadre di vertice nei rispettivi campionati. Le ambizioni, la storia recente e gli acquisti spropositati del Manchester rendono la messa a punto del nuovo progetto di Re Aloysius [vedi] necessariamente più lenta e accidentata. El Loco, invece, lavora su una scala inferiore, che forse è quella che più gli si confà, alla fin fine: a Marsiglia si è posto alla guida di un gruppo di ragazzi che lo seguono con convinzione. E i risultati cominciano a vedersi, nonostante le frizioni dell'argentino di Rosario con la dirigenza dell'Olympique che gli aveva promesso qualche acquisto di qualità che non è mai arrivato (un po' la stessa storia andata in scena a Napoli tra De Laurentiis e Benitez). Dopo una partenza scoppiettante (3:3 a Bastia e 0:2 dal Montpellier) sono venute sei vittorie consecutive: tre fuori casa (Giungamp 1:0, Evian 3:1, Stade de Reims 5:0) e tre in casa (Nice 4:0, Stade Rennais 3:0 e Saint-Etienne 2:1). Certo, il Marseille deve ancora affrontare le maggiori inseguitrici (Bordeaux, Lille e Paris Saint-Germain) ma l'allure è impetuosa.

La cartolina del week end arriva infatti, dritta filata, da un rinnovato Vélodrome vibrante di passione sugli spalti - con echi "argentini" innestati nel ribollire mediterraneo della tifoseria - e illuminato dal gioco dell'XI guidato da Bielsa. Un gioco semplice, lineare, verticale, veloce, senza fronzoli, senza passaggi orizzontali, senza lanci lunghi, tutto di prima, in un movimento continuo di uomini e linee, che tradisce il frutto di un'intensa didattica bene assimilata da una rosa senza campioni ma non priva di giocatori di qualità, dai più noti Mandanda, Payet, Gignac e Ayew ai più giovani N'Koulou, Dja Djédjé, Imbula e Thauvin ... Tatticamente la squadra gioca con linee a 3, che mutano a 4 a seconda delle fasi di gioco, come detta il modulo prediletto da Bielsa. Difesa a 4 in fase di non possesso, da cui esce sempre in prima battuta sul portatore di palla il centrale N'Koulou. Centrocampo a 4 quando riparte l'azione con due esterni, Romao e Thauvin, che si allargano sulle linee laterali mentre il gioco è proposto in verticale da Imbula e dallo stesso N'Koulou. Attacco a 4 con Gignac centrale, Payet alle spalle e Ayew e Thauvin sulle fasce: ma punte mobili, con Gignac che arretra a dettare il triangolo con i mediani che salgono: domenica scorsa, due gol in fotocopia, di Imbula e Payet, infilatisi al centro nel risucchio prodotto da Gignac. Chi non ha ancora visto questo XI si sintonizzi al più presto: uno spettacolo. La squadra più bella del momento.

Primi piani nitidi e terze linee sfuocate
Un gioco simile lo predica da anni anche Zdeněk Zeman, il santone nostrano: 4-3-3 di base, movimento continuo, transizione veloce della palla in verticale, senza troppi lanci lunghi o tiki taka orizzontali, gioco di prima, triangolazioni in attacco, diagonali estreme in difesa. Un'idea di gioco - per nulla misteriosa: si chiama, pensa un po', "calcio totale" - che in Italia pochi comprendono e tutti sbeffeggiano. In settimana i sedicenti "esperti" e i cosiddetti "opinionisti" avevano inscenato un surreale dibattito sui media: se cioè il calcio di Zeman fosse ancora attuale. Il problema (per loro, non per lui e nemmeno per noi) è che "non sono attuali" gli addetti ai lavori italiani, la cui ignoranza del football che si gioca all'estero è ormai pari al livello modestissimo cui è ridotto l'unico calcio che essi guardano senza cognizione. Domenica pomeriggio, a San Siro, Zeman ha inflitto coi suoi giovani del Cagliari una lezione di gioco al calcio italiano, mostrando cosa significhi avere idee, allenare una squadra, fare didattica. L'avversario era blasonato ma ormai naufragato da un'epoca tramontata che però perdura nelle ataviche convinzioni di molti suoi protagonisti: non solo il modestissimo Walter Mazzarri, ma anche la società che investe su di lui e su giocatori male assemblati, l'ambiente che sopravvaluta come campioni dei mesti ronzini, etc. Da un lato un gioco di squadra - quello che si gioca stabilmente nelle coppe europee (dal cui proscenio i nostri club sono ormai scomparsi) -, dall'altro una trama affidata alle individualità, agli estri estemporanei, drammaticamente priva di idee e di conoscenze. Uno iato culturale di cui i protagonisti non sono nemmeno consapevoli, intenti come appaiono a invocare attenuanti: gli arbitraggi, il turn-over, la sfortuna. Magari fosse così: non saremmo qui a terra, con le nostre vergogne.

Azor

30 agosto 2014

Euro Italia

Fettine di coppa: spareggi 2014-15

Dispiace. Non può non dispiacere a chi ama il calcio la brutta, quanto meritata, sconfitta del Napoli a Bilbao e la sua mancata qualificazione alla Champions League. Dispiace perché rappresenta un ulteriore tassello del precipitoso declino del calcio italiano. Un declino che sembra non avere fine. Da un lato lo avviluppano le spire della sua gestione politica, con il dominio dello status quo imposto da Galliani (videlicet Berlusconi) e Lotito e le scelte opinabili sul piano che dovremmo avere ancora il coraggio di chiamare "morale" per non arrenderci a quella "inciviltà profonda" di cui parla Mario Sconcerti [vedi] e che la più parte di chi vive di calcio sembra non percepire più tanto ne è assuefatto. Dall'altro è drammatico il crollo di risultati agonistici.

27 agosto 2014, San Mamés Barria, Bilbao
Campioni veri e immaginari
Nel ranking FIFA l'Italia figura ormai alle spalle di nazionali come la Grecia, il Cile, la Svizzera, il Belgio e la Colombia, per indicare i movimenti che molti "esperti" italici non esitano a ritenere "inferiori al nostro" nell'opinionismo diffuso nei talk show e nei social media. Nel ranking UEFA i club italiani sono ormai stabilmente dietro a quelli portoghesi e cominciano a essere incalzati da quelli russi e francesi. Gli stessi "esperti" continuano a ripetere che quello italiano è il campionato più difficile tatticamente. Ma è solo una favoletta consolatoria: quando le squadre italiane si confrontano con quelle che giocano in altri campionati ne escono ormai regolarmente sconfitte e, talora, travolte (come la Roma di Spalletti a Manchester, per fare solo un esempio).

Per restare al Napoli (terzo nella Serie A 2014), la squadra di Benitez ha subito un'umiliante sconfitta dall'Athletic Bilbao (quarto nella Liga 2014) sul piano tattico, ha mostrato sconcertanti carenze tecniche in molti singoli ed è stata rullata sul piano della corsa e dell'intensità. Una sentenza inappellabile. Eppure i commenti degli "esperti" italiani sono stati contraddittori: da un lato molti hanno evidenziato la sfortuna del sorteggio che ha opposto ai Partenopei una delle formazioni più forti (un dato inconfutabile) del turno; dall'altro molti altri hanno continuato a sostenere che l'avversario era comunque "alla portata" del Napoli. È infatti ancora diffusa una sottovalutazione della dimensione della crisi del calcio italiano: moltissimi, non solo tra i tifosi che commentano in rete ma anche tra gli esperti di grado giornalistico, continuano a sopravvalutare la qualità dei tecnici, dei giocatori e delle squadre italiane.

La vicenda della Juventus è emblematica. Il club ha stravinto gli ultimi tre campionati nostrani, ma ha mostrato tutti i suoi limiti nei confronti continentali: non solo in Champions ma anche in Europa League. Antonio Conte è ritenuto il migliore tecnico italiano, ma non ha ricevuto alcuna offerta dai super club europei (solo il Monaco gli ha fatto blande avances), ed ha dovuto ripiegare sulla Nazionale. La società è tra le pochissime amministrate da anni sul modello europeo, ma figura attualmente solo al 22° posto nel Ranking UEFA, ed ha evitato la terza fascia nei sorteggi dei gironi della Champions solo perché molte delle 21 squadre che la precedono non giocano in Champions quest'anno. Il mercato estivo ha avuto un tenore "conservativo", senza grandi acquisti (a meno di non voler considerare tale una promessa come Morata), anche perché i conti della società continuano a essere in rosso. Questo spiega anche la scelta forzata di un allenatore italiano, a stipendio abbordabile, come Allegri: un buon allenatore che ha fatto qualche stagione di coppa in Europa, ma un profilo di secondo piano a livello internazionale. E stiamo parlando del principale club italiano ...

Snob o partecipi?
La Roma, in Europa, non ha tradizione (è solo 55° nel ranking) e dunque è stata inevitabilmente sorteggiata in quarta fascia. Un po' meglio è andata all'Inter, che vive ancora del ranking delle stagioni 2011 e 2012 (è tuttora 23°), e che ha pescato i simpatici ragazzoni islandesi nello "spareggio" ed è stata inserita nelle teste di serie dei gironi di EL garantendosi un girone omeopatico. Il Napoli è 24° nel ranking ed ha trovato anch'esso un girone morbido in EL. La Fiorentina (67°) ha beneficiato della mancata iscrizione alla EL di almeno 25 squadre che la precedono nel ranking e ha pescato anche lei un girone "alla portata". Il Torino ha faticato oltre misura per avere la meglio sul modesto RNK Spalato e faticherà a passare il girone in cui è finito: il Copenhagen è 47°, il Brugge 82°, il Toro solo 136° e ha rischiato di essere eliminato dai 250° (i croati).

Tutto ciò sulla carta. Non tanto perché il ranking vale quello vale (ma è comunque indicativo) quanto piuttosto perché i protagonisti, i tifosi e gli esperti snobbano da sempre l'Europa League, preferendo scannarsi in campionato per entrare nei posti che qualificano all'acceso alla medesima per poi giocarla distrattamente con le riserve. Eppure la EL è ormai l'unica coppa alla portata delle squadre italiane. Di questo sarebbe opportuno che se ne facessero per primi una ragione i protagonisti, a cominciare dagli allenatori e dall'ambiente. Uno scenario per nulla remoto è infatti che vi possano retrocedere anche la Juventus e la Roma da febbraio: alla squadra di García occorrerà un miracolo per passare il girone (anche il sottovalutato - dai nesci - CSKA la precede di gran lunga nel ranking: è 31°), anche per la desuetudine a giocare una partita ogni tre giorni tra settembre e dicembre; la Juventus ha pescato avversari ostici, che la surclassano tutti (compreso il Malmö) sul ritmo, e l'Olympiacos è la squadra che ha fatto fuori dalla CL lo United agli ottavi nella scorsa edizione, nelle stesse settimane in cui la Juve se la vedeva con il Trabzonapor ... Ovviamente dobbiamo augurarci che entrambe accedano agli ottavi e che il nostro calcio non debba scendere ulteriori, umilianti, gradini.

Come è noto, da quest'anno la vittoria della EL sarà premiata dalla partecipazione diretta alla CL. Benitez, che l'ha già vinta, Mazzarri, che l'ha sempre snobbata, e Montella, che l'ha bene interpretata lo scorso anno, farebbero bene a considerare la possibilità di battersi non tanto per il periglioso terzo posto in Serie A (che da quando vale lo spareggio ha garantito l'accesso alla CL solo una volta su tre, al Milan nel 2013) quanto per la vittoria, più prestigiosa e più pesante, della coppa. Siviglia, Villareal, Tottenham, PSV - che sono le favorite per il trofeo in attesa di considerare il parterre delle terze dei gironi di CL - lo sanno benissimo e si batteranno con ancora maggiore determinazione di quanto non abbiano già fatto negli ultimi anni. I nostri club rappresentano invece un'incognita, perché hanno snobbato la competizione negli ultimi tre lustri, contribuendo alla precipitazione nel ranking per nazioni alle spalle non solo dei club tedeschi ma anche di quelli portoghesi. Il calcio italiano si gioca nell'Europa League di questa stagione una buona fetta del suo futuro. La sensazione è che i suoi protagonisti, tifosi inclusi, non ne siano affatto consapevoli. Ma speriamo di sbagliarci.

Azor

8 agosto 2014

Una stagione a tre?

L'estate scorsa la riconfigurazione degli assetti tecnici dei maggiori club europei era ruotata intorno a un esteso ricambio degli allenatori [vedi]. Per alcuni l'approdo su una nuova panchina si è poi rivelato positivo: Ancelotti al Real ha vinto la decima e la Copa del Rey; Guardiola al Bayern ha vinto la Bundesliga e 4 coppe; Pellegrini al City ha vinto la Premier; Blanc al PSG il campionato e le due coppe nazionali. Anche Benitez al Napoli ha vinto la Coppa Italia, e Martino al Barcellona, alla fin fine, almeno la Supercoppa di Spagna. Anche Moyes allo United ha vinto la Charity Shield ma poi è finito arrostito sulla panchina più rovente del mondo. Solo Mourinho al Chelsea non ha vinto nulla. Tra gli allenatori confermati Simeone all'Atletico ha vinto la Liga e fiammeggiato in Champions; Conte alla Juventus ha vinto scudetto e Supercoppa; Wenger all'Arsenal la FA Cup; e Klopp al Borussia la Supercoppa tedesca. Il comune denominatore di questi allenatori è l'appartenenza alla ristretta élite dei "super club" europei, destinati comunque a primeggiare.

Quest'anno la rotazione è più limitata. Le attese sono concentrate su Van Gaal allo United, su Enrique al Barcellona e su Bielsa al Marsiglia. Si tratta di tre allenatori di grande sagacia tattica. Checché ne dicano i gazzettieri italici - nessun dei quali s'accorse del modulo vintage (WW) che Luis adottò alla Roma, finendo poi ripudiato come capita a quasi tutti, anche ai marziani, nella città eterna - anche lo spagnolo è talentuoso e ricco di idee, fautore di un gioco qualitativo. Le novità tattiche non potranno che venire da loro quest'anno.

Archetipi del 3-5-2
Insieme con il Pep, che sembra voler adottare come modulo base il 3-4-3 sperimentato senza continuità nell'ultima annata catalana, potrebbe essere il ritorno della difesa a 3 la cifra tattica della stagione. Bielsa propugna da sempre il 3-3-1-3 (o 3-3-3-1). Van Gaal ha fatto vedere ai Mondiali come si giochi con Kuyt e Blind esterni di 4. Attenzione, però: non esiste una sola via alla difesa a 3.

La primogenitura, come ha ricostruito Jonathan Wilson, va ascritta a Carlos Bilardo e alla sua Argentina campione del mondo nel 1986: 3-5-1-1, con un libero e Maradona dietro a Valdano. Anche Beckenbauer schierò una difesa a 3 in quel Mondiale ma con 4 mediani e Matthaeus dietro a 2 attaccanti: già nel 1990, però, lo schieramento si era consolidato in un 3-5-2. In Italia lo importò Nevio Scala al Parma, impostando la declinazione difensiva della difesa a 3, cioè quella dove gli esterni sono due terzini e tutti, in fase di non possesso, corrono all'indietro, posizionandosi a 5. Ciò significa giocare con un uomo in meno a centrocampo al punto da poter costringere uno dei due attaccanti a fare da raccordo (oltre a Maradona, l'esempio più recente è Hamsik dietro a Cavani, in assenza di Lavezzi, nel Napoli di Mazzarri, con Maggio e Zuniga esterni), o limitarsi a due punte davanti di cui una, per necessità, molto mobile (come Tevez nella Juventus o come Rossi nella Fiorentina ipotizzata da Montella con Gomez perno), perché il modulo non prevede attaccanti esterni ma solo la discesa dei terzini.

Altra cosa è invece giocare con una linea di soli 4 (o addirittura 3, con Bielsa e Sampaoli) centrocampisti, perché ciò costringere i tre difensori a salire in fase di non possesso, mancando le diagonali dei terzini esterni. A squadra posizionata sulla linea della propria area scala un esterno a 4 e l'assetto diventa un 4-4-2, scendendo dall'altra parte un attaccante esterno sulla mediana. Primo sperimentatore in Italia fu Alberto Zaccheroni con l'Udinese nel 1996-1997, con uno spettacolare tridente Poggi, Bierhoff e Amoroso.

Eroi del 3-4-3
Se il 5-3-2 ha il vantaggio di rendere denso il centrocampo in fase di possesso e lo svantaggio di dover aggredire gli spazi sulle fasce con due difensori, il 3-4-3 ha il vantaggio di rendere molto largo il fronte d'attacco favorendo l'inserimento dei mediani, e lo svantaggio di dover rischiare costantemente il fuorigioco difensivo perché le fasce non sono presidiate da difensori.

Questo per dire che la difesa a 3 esprime una serie di varianti, compresa quella, magnifica, della Roma di Luis Enrique, con De Rossi che in fase di non possesso scendeva da vero metodista sulla linea di Kjaer e Heinze in fase di non possesso, mentre Taddei e Josè Angel erano costantemente alti sulla linea di Gago e Pjanic. Nelle prossime settimane vedremo se Enrique la riproporrà con Busquets a scendere tra Mascherano e Piquè. Secondo questa declinazione, estrema quanto bellissima da vedere, i due laterali dei tre difensori sono in pratica due centrali cui si aggiunge a pendolo il mediano, e si gioca a zona pura. Nella declinazione a 5 il centrale è uno solo e gioca da "libero", come, per esempio, sta cominciando a fare Vidic nell'Inter di Mazzarri.

Altra evoluzione tattica in corso sembra essere il ritorno della marcatura ad uomo a centrocampo, con uno due mediani centrali a seguire l'avversario più pericoloso: nella semifinale mondiale dell'Olanda con l'Argentina Messi fu seguito ovunque da Schneijder. Insomma, si annuncia una stagione potenzialmente interessantissima dal punto di vista tattico, quanto non lo è stata quella appena finita, Mondiale a parte.

Azor

12 maggio 2014

Differenze sottili

Cartoline di stagione: 40° turno 2013-14

Antonio Conte guarda il futuro della Juve in Europa.
Palesemente, quel che vede non gli piace
La differenza dev'essere tutta nel look, o nel numero di lingue parlate. O nel procuratore. O magari nulla di tutto ciò, e avremo la sorpresa di vederlo l'anno prossimo sulla panca dello United, o del Barça, o di chissà quale super-club di oggi o del futuro. Antonio Conte, toltasi l'ultima soddisfazione di un'annata da record, completato il triplete domestico (quello che autorizzerebbe la cucitura della terza stella, operazione di semplice sartoria simbolica che indispettisce la proprietà in nome di polemiche che dureranno per saecula saeculorum) con tre punti raccolti nell'ultimo contropiede all'Olimpico contro i rivali di stagione, non abbandona la squadra come fece Mourinho la famosa notte di Madrid. José rimase in situ, Antonio certamente non ha ricevuto proposte dalla Roma o dalla Lazio; ma ha detto chiaro e tondo, tra le righe, che lui resterà al timone solo di un transatlantico, essendo stanco di questo lento rimorchiatore che, appena si inoltra in acque internazionali, vede sfrecciare yacht superlusso e robusti traghettoni – pilotati da gente meno brava di lui (lui pensa). 
Insomma, come già fece il portoghese alcune settimane fa, anche il leccese non nasconde la delusione. Conduce una squadra relativamente scarsa, non competitiva ai livelli che ritiene di meritare. A differenza dell'illustre leggenda, ha costruito sulle macerie – le macerie di calciopoli e di stagioni pessime; nelle prime due annate ha messo in mostra anche un bel gioco, in questa ha gestito il declino affidandosi a una difesa pressoché imperforabile, e vincendo spesso le partite di scarto minimo ma inesorabilmente (undici volte per uno a zero …), come capitava al Milan nell'anno del terzo scudetto consecutivo di Capello. L'impressione è che il ciclo bianconero possa proseguire agevolmente, profittando della confusione regnante a Milano. Umano, per un coach in ascesa, non accontentarsi; don Fabio, da uguale trampolino di risultati (ma con una Coppa dei campioni aggiunta alla bacheca in quel triennio), volò verso la propria consacrazione universale.

Nel frattempo, piovono banane all'Atleti Azzurri d'Italia (Bergamo), mentre il Bologna precipita (com'era scontato da mesi accadesse) in serie B. Al Meazza c'è una serata di clima civile, 'ingentilito' dall'occasione tuttavia speciale, come senz'altro è stata l'attività agonistica di un pedatore ultra quarantenne, giunto al capolinea con aura da ultimo simbolo dell'Internazionale: Javier Zanetti. Insieme a lui, sembra sbaracchi tutta la storica colonna argentina. In ritardo sui tempi della logica, ma anche questo capitolo della storia calcistica di Milano (e perciò dell'Italia) si chiude.

Manchester è sempre, nella terra madre, il baricentro del football.
Citizens o Red Devils si confermano al vertice, nel nome dell'alternanza.
Quest'anno è stato il turno del City
Nella terra madre, come previsto, è stata festa all'Etihad. Ha vinto la squadra più forte, certo non quella che più meritava. Ma non vale la pena di sottilizzare; con la rosa di cui dispongono, al City dovrebbero spadroneggiare in patria e sul continente, e invece riescono a vincere titoli solo all'ultima partita e grazie alla dabbenaggine altrui, mentre in Europa collezionano figuracce. Non stanno per ora simpatici a Eupalla, e – si potrebbe aggiungere – giustamente. Se dunque il trionfo dei Citizens era pronosticato e pronosticabile, la vera novità di questa stagione angla è quella che già proietta lo scenario della prossima. Il Manchester United non si è qualificato per alcuna competizione europea. Quasi certamente, ormai, non ci riuscirà nemmeno il Milan. E' accaduto pochissime volte, che i due club fossero contemporaneamente fuori dal giro. Vivono una difficile fase di transizione – abbastanza fisiologica quella dei Red Devils, dopo l'era Ferguson -, ancora non sappiamo chi avranno in panchina da quest'estate, e quali saranno i loro obiettivi. E' il calcio che cambia. 

In Spagna, invece, nulla è cambiato. Match-ball per il Barça, che servirà a Camp Nou nell'ultima sfida, contro l'Atlético; ma i catalani, al Manuel Martinéz Valero di Elche (card), hanno esibito tutta la loro stanchezza fisica e mentale di questa primavera. Nel frattempo, Carletto ha mollato i pappafichi, incassando due sconfitte consecutive. Con sei punti, i Blancos sarebbero praticamente campioni; invece sono fuori dai giochi, e serbano ogni pensiero alla decima – pericolosa, questa ossessione. I Colchoneros tengono stretta l'anima in tutti i modi possibili, hanno qualche minuto per incenerire la storia, Simeone ha modellato un XI con pochi uguali al mondo (oggi, anzi, unico al mondo) per intensità e volontà agonistica. Il Malaga regge l'urto, in un Manzanares – destinato, purtroppo e come si sa, alla demolizione - che trabocca di emozioni impensabili. Resteranno nell'aria (e nei nostri ricordi) per molto tempo, comunque vada.


Mans