Visualizzazione post con etichetta EL. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta EL. Mostra tutti i post

4 maggio 2017

Verso la finale del Millennium


Fettine di Coppa: semifinali (andata)

Quando la primavera rigogliosa sboccia (o almeno dovrebbe) e arriva il tempo delle semifinali di Coppa, per chi ama il football è ora di gustare l'attesa e di sognare grandi partite. Otto sfide, quattro per ciascuna competizione, che promettono equilibrio, emozioni, forse sorprese. Distribuite in dieci giorni, dal martedì della prima settimana al giovedì di quella successiva. La speranza è sempre di arrivare alla seconda settimana con esiti in bilico, punteggi in fieri, partite come cantieri ancora aperti, potenziali capolavori la cui bellezza solo alla fine - riscorrendone immagini e istanti e la progressiva assunzione di forma e significato - potrà essere veramente ammirata e considerata degna (ma, se lo sarà, non vi sarà bisogno di ragionare molto)  di essere fissata nella memoria per un tempo più o meno lungo: quello che si saranno meritato.

Questa volta, inutile negarlo, un po' di delusione c'è. Con quanta 'eccitazione' potremo vivere le gare di ritorno delle semifinali di Champions League in programma allo Stadium (martedì prossimo) e al Manzanarre (mercoledì)? Poca, pochissima. La superiorità dei Blancos e della Juventus si è dispiegata senza considerevoli opposizioni nella prima partita; è parsa anzi più netta e limpida di quanto si potesse prevedere. E i severi risultati incisi sul registro ufficiale del torneo dalle due grandi d'Italia e di Spagna non potranno essere cancellati e ribaltati dalle loro contendenti se non a fronte di eventi davvero imprevedibili, illogici, irrazionali (che, è vero, qualche volta fanno pure capolino nel football).

I colchoneros non sfatano il tabù madridista nel derbi con platea continentale. Da quattro anni l'ordalia si rinnova. Simeone ci è andato vicino una volta ma, in Europa, contro i Blancos - chiunque li guidasse - non l'ha ancora spuntata. A differenza di quel che accade nelle competizioni domestiche. Qui, nel medesimo periodo, l'Atletico vanta una supremazia discreta: sei vittorie in quattordici partite (di Liga, di Copa, di Supercopa), quattro pareggi e altrettante sconfitte. Anni in cui il titolo non è mai andato al Real, che ha rastrellato in patria solo una Coppa del Re. Meno dei rivali. Ma il conto l'ha presentato nelle sfide infrasettimanali in diretta planetaria e nelle notti di Milano e di Lisbona. Da quando Mou è partito, le Merengues giocano queste partite con meno angoscia, Carletto gli ha regalato la forza dei nervi distesi, e ora Zizou li guida con il carisma del sorriso, dell'eleganza innata, della propria leggendaria statura nel calcio. La grandezza del club è (da sempre, ma oggi sembrerebbe ancora di più) soggiogante anche nei confronti delle potenze arbitrali. Chiedere lumi ai dirigenti del Bayern. Del Bayern, non del Silkeborg ...

Cristiano inizia la sua micidiale serata

Anche la Juventus è un dream-team, una raffinata collezione di galacticos non percepita come tale nel comune sentire. Ma gli innesti di quest'anno la dicono lunga. Per dare l'assalto alla coppa, Allegri è stato rifornito accuratamente. Con Dani Alves, venuto per giocare 'queste' partite e non certo quelle col Pescara o il Crotone. Con Pjanic e Higuain, gente di altissimo livello ancora affamata, capace di eguagliare per tecnica e peso i reparti delle concorrenti. Il pacchetto arretrato è (ancora oggi) di valore assoluto. Non ce n'è un altro così solido e affiatato, nel panorama mondiale. E c'è sapienza tattica, 'conoscenze' (direbbe Arrigo Sacchi), consapevolezza di essere arrivati al top. Due finali in tre anni parlano chiaro. La formula magica, il 4-2-3-1 varato qualche mese fa, è però un grande esperimento di catenaccio dissimulato, il rimedio escogitato per consentire a tutti i big di andare in campo, con un grande patto di collaborazione e assistenza reciproca. "Volete giocare tutti? D'accordo, ma dovete farvi il mazzo, correre il doppio e pensare soprattutto a difendere. Altrimenti rimetto Sturaro e Rincon". Questo dev'essere il discorso di alta strategia indovinato da Allegri dopo la partita di Firenze. E, da allora, vediamo Higuain (non solo il 'generosissimo' Mandzukic) frequentare zolle di campo su cui nella sua già lunga carriera non aveva mai sgambettato, tanto lontane sono dalla porta avversaria. Ma è gente di qualità. Molto pericolosa nelle ripartenze veloci. Anzi: letale.

Higuain conclude la sua letale serata

Dunque, a Cardiff le grandi di Spagna e d'Italia si ritroveranno per la loro seconda storica finale, che è poi la seconda in tre anni per entrambe (la terza in quattro per i Blancos). Sarà per il Real la quindicesima e la nona per la Juventus; dice la storia (anzi, l'albo d'oro) che le Merengues non steccano quasi mai l'acuto finale, cosa che invece (è risaputo) capita di frequente alla Juventus. 

Questa volta, se nessuna delle due avrà gravi problemi di organico o clamorosi scadimenti di forma, partiranno allineate. Con uguali chance. Due gruppi di campioni che hanno messo tacche in migliaia e migliaia di partite internazionali. Non sono dunque e ovviamente nel fiore della gioventù. Soprattutto quelli in maglia bianconera, la cui formazione scesa a giocherellare nel giardinetto monegasco vantava un'età media di 31 anni precisi precisi, più alta di oltre cinque anni rispetto a quella della truppa francese, e di quasi tre rispetto a quella calcolata nell'undici madridista che ha scientificamente raffreddato la brace cholista tra i canti del Bernabéu. Sarà difficile per entrambe sfruttare le minime debolezze dell'avversario. Potrebbe essere una finale lunga, interminabile. Bloccata. Dovessi individuare un duello decisivo, direi quello tra i due mattoidi terzini brasiliani ...

Un pronostico? Ci sarebbero analogie con situazioni del passato, per chi vuole fare esercizio tecnomantico o scaramantico sulla finale del Millennium (inteso come catino gallese). Per esempio, proprio nel '98 la Juventus si liberò del Monaco in semifinale, ma trovò poi sulla sua strada Predrag Mijatović (c'è sempre un Magath nel destino). Per esempio, la stessa Juventus potrebbe chiudere la fase degli scontri a eliminazione diretta senza incassare una sola rete, come fece l'Arsenal nel 2006. Performance notevoli, ma che furono anticamera della sconfitta, per la Juve nel '98 e poi per i Gunners (che si arresero alla lunga contro la nascente Philarmonica blaugrana, addestrata allora da Francolino Rijkaard). Non sembrano tuttavia configurarsi come maleficio guttmanniano, come indizio probabile di cicli vichiani. Perché allora, contro il Real, remano la statistica (nessuno ha saputo bissare un trionfo con questa formula) e la tradizionale osticità della Juve (più spesso uscita vittoriosa da una doppia sfida di coppa); anche se, nelle partite secche (la finale del '98, lo spareggio del '62), gli spagnoli hanno sempre prevalso. 

Intanto, nell'Europa più 'piccola', è tornata ieri sera a brillare la stella di una antica squadra: più che una squadra un simbolo, un patrimonio inestimabile del calcio europeo e mondiale. Una squadra di ragazzini terribili, che nello stadio intitolato a Johann Cruijff ha forse conquistato un bel pezzo di finale della coppa di minore prestigio. Il grande nume ha portato bene, non era scontato che i bambini facessero a pezzi l'Olympique Lyonnais. Sarebbe bello vederli in una finale inedita,  opposti a un altro club di antichissimo blasone, il Manchester United, nelle frescure di Solna, il 24 di maggio.

Mans


12 agosto 2015

Prima dei calci di rigore

Affettati di coppa: Supercoppa UEFA

Di solito 5 a 4 è un risultato tipico di partite ad eliminazione terminate ai calci di rigore. Invece le due spagnole, di coppe europee titolate, hanno inscenato una partita molto divertente, godibilissima, nonostante lo scirocco che ammorbava Tbilisi, laggiù dove l'Europa è solo una nozione geografica in quella manica di terra tra due mari (solo Baku è il confine "europeo", secondo la comunità UEFA, ancor più a est). Magie di Messi, castronerie di Mathieu, scarsa tenuta dei mediocampisti blaugrana, usciti o calati vistosamente, da una parte; tenacia indomita degli andalusi, con Banega e i nuovi arrivi (Konopljanka, Krohn-Dehli e Immobile) a brillare, dall'altra. Luis Enrique ha dato l'impressione di aver preso un po' sottogamba l'impegno, Unai Emery invece, come suo solito, si è speso in piedi tutta la gara. La differenza, come altre volte, l'ha fatta Luisito Suarez. E il 5:4 è al netto, "prima", dei calci di rigore.

11 agosto 2015, "Boris Paichadze" Dinamo Arena, Tbilisi
I protagonisti delle magie e delle rapine della serata: per Pedrito siamo agli sgoccioli
gloriosi della sua avventura nel club epocale in cui è cresciuto
Quando è a pieno regime, come spesso nella scorsa stagione (contro il Real, il Bayern e la Juventus, per esempio), il Barcellona di questa gestione sembra un XI ancora più impressionante per ritmo, intensità, gioco di prima e verticalizzazione, della magnifica Philarmonica che suonava sotto la direzione di Guardiola. La differenzia una maggiore discontinuità di performance, alternando più di una volta primi tempi immaginifici (come proprio con il Siviglia in Liga nell'aprile scorso: 2:0) a secondi tempi con la spina staccata (in quella partita Gameiro pareggiò all'84°, per stare in tema). Ma magari ci torneremo sopra, perché ormai il Barça è un capitolo di storia del football, caratterizzato dal continuo "sviluppo" tattico, da Van Gaal a Rijkaard, a Guardiola a Enrique, di una comune idea di gioco: difesa altissima, riconquista immediata della palla e suo scorrimento continuo, senza portarla, in attesa di creare il varco nella linea di difesa avversaria.

Quel che voglio rimarcare qui è la festa di fútbol che gli spagnoli sono ormai in grado di inscenare quasi ovunque. Il nostro calcio "esporta" un prodotto insipido in lande asiatiche senza tradizione e senza connoisseurship. Gli spagnoli traslocano a migliaia nel cuore dell'Asia per celebrare una festa. Questa è ormai la differenza tra i due movimenti. A Pechino una brutta partita senza emozioni, a Tbilisi un condensato di cosa può essere una partita di pallone: punizioni, svarioni, tattiche, risse, rimonte, fatiche e lacrime. Una festa senza fine sugli spalti. Alla fine magari vincono sempre le solite, ma almeno facendo spettacolo e concedendolo. Senza furberie, speculazioni e nervosismi.

Il fútbol spagnolo vive un'età di splendore come non aveva mai conosciuto, cominciata con la vittoria in Coppa dei campioni del Barcellona contro la Sampdoria di Mancini, a Wembley nel 1992. Da allora ha vinto un Mondiale, due Europei, nove CL (con quattro altre finaliste), due coppe intercontinentali, tre coppe del mondo di club, sette coppe UEFA (ed EL), due coppe delle coppe, cinque intertoto, etc. Una valanga, per almeno un terzo con colori al di fuori dell'asse Barça-Real (che, peraltro, ha "mediatizzato" globalmente il Clásico proprio in questi anni). Nell'ultima decade l'accelerazione è impressionante e non dà segni di cedimento. Stiamo assistendo, talora senza adeguata consapevolezza, a una stagione di dominio senza paragoni. Come ci ha confermato la degnissima inaugurazione della stagione europea che culminerà allo Stade de France il prossimo 10 luglio. Si annunciano - sperém - 11 mesi belli pieni. Sempre sia lodata Eupalla!

Azor

9 giugno 2015

Esoneràti!

In ripa Arni

Ci ho messo parecchio per metabolizzare l'incredibile finale di stagione della Fiorentina. E credo di non essere l'unico all'ombra di Palazzo Vecchio. Il comunicato emesso dalla Fiorentina ieri sera è solo l'ultimo atto, patetico, di una situazione grottesca che non è nuova in casa viola [vedi]. L'esonero di Vincenzo Montella fa male, molto male. Fa male in senso assoluto e fa male per come è maturato. Fa male perché non è il primo episodio di questo tipo (l'esonero di Prandelli gli somiglia parecchio per modalità e tempistica) e fa male perché fa fuori il tecnico italiano a mio parere potenzialmente più forte dei prossimi vent'anni.

Vincenzo Montella con la giacca della Fiorentina.
Non lo vedremo più così.
Il calcio, si sa, è al tempo stesso la conferma e la contraddizione di ogni legge naturale. L'evento sportivo è ontologicamente un assoluto. La propria squadra del cuore è un relativo. Per il tifoso l'ordine è contrario. Il tifoso viola, in particolare, spesso dimentica da dove viene la propria squadra, quale posto occupa nella gerarchia finanziario-pallonara di questi tempi e soprattutto qual è il suo pedigree. Purtroppo il tifoso dimentica che la città non è la stessa cosa della squadra che la rappresenta. La Fiorentina è la squadra di Firenze. Firenze ha un grande passato e un presente che progressivamente la sta sempre più schiacciando su una musealizzazione sterile e respingente per chi deve viverci. La Fiorentina non ha nemmeno un grande passato. I trofei nella bacheca di viale Manfredo Fanti sono pochini e quelli davvero prestigiosi sono solo tre: due scudetti e una coppa delle coppe. L'ultimo dei tre, lo scudetto del 1969, risale ai tempi in cui Breznev era segretario del PCUS, Nixon non si era ancora insediato alla Casa Bianca e il presidente della Repubblica Italiana era Giuseppe Saragat. Mio padre si era appena comprato la sua prima fiammante Cinquecento.

Le valutazioni sulla stagione della Fiorentina devono partire da qui e dopo, solo dopo, dalle considerazioni tecniche. Altrimenti il PSG e il Manchester City vincerebbero scudetti e Champions League ogni anno. Di fatto la seconda non la vincono mai. In ogni caso, se si eccettua l'inopportuna contestazione durante il secondo tempo del ritorno contro il Siviglia, non si può biasimare troppo il pubblico di Firenze, unico a riempire quasi sempre uno stadio vecchio e scomodo. Voto per il pubblico viola: 7.

La stagione della Fiorentina è stata molto buona. Poteva essere migliore? Forse, ma è stata decisamente buona. Con investimenti minori, bacino d'utenza inferiore e città più piccola, la Fiorentina ha superato, per il terzo anno consecutivo, Milano (il piazzamento Champions del Milan al primo anno di Montella in viola non lo voglio nemmeno considerare), per due volte ha superato Roma, entrambe il primo anno e sponda Lazio il secondo e quest'anno ha superato pure Napoli. Un miracolo sportivo. Da attribuire certamente a una società che ha costruito una buona squadra, ma soprattutto a un tecnico preparatissimo, meticoloso e moderno. Certo Montella sembra essere anche presuntuoso, ma chi è senza peccato ecc.

Scrivevo che il ciclo Montella a Firenze era finito dopo la sconfitta casalinga contro il Verona. Speravo di essere smentito dai fatti, ma avevo ragione e non ho avuto bisogno di aspettare il rovescio (in gran parte immeritato) sivigliano per capire che le cose fra l'allenatore e la proprietà si stavano mettendo male. Montella si merita comunque un 8 per come ha gestito la rosa a disposizione fino a un mese dalla fine della stagione. Merita 6 per come ha gestito l'ultimo mese. Merita 7 per come ha gestito la comunicazione in merito allo scontro con la società. La palla era finita da una settimana nella metà campo dei Della Valle i quali lo hanno esonerato. Ora tocca a loro dimostrare che Montella aveva torto e che non è in atto un processo di ridimensionamento tecnico (ho molti dubbi, ma vedremo che mercato faranno).

Montella ha forse preteso che la clausula rescissoria presente sul suo contratto fosse eliminata, per continuare in viola, almeno questo dice il comunicato col quale la Fiorentina lo ha esonerato. I Della Valle non hanno mandato giù le ripetute dichiarazioni del tecnico su investimenti e progetto. Alla fine la decisione dell'esonero è piovuta sulla Firenze sportiva come un macigno. È la sconfitta di tutti, nessuno escluso. La decisione doveva essere presa prima e in privato. La società dimostra ancora una volta di non essere pronta per entrare nel libro d'oro della nobiltà calcistica europea. Forse non ci vogliono entrare. Forse gli basta stare ai margini delle prime per ottenere il piazzamento europeo, tranquillizzare la piazza e non rimetterci mai. E figuriamoci se questa è una filosofia biasimevole. Ognuno coi suoi soldi può fare ciò che vuole. Ma il calcio sovverte le leggi di natura. Il calcio è amore, sogni, passione. Con queste, con i sogni, l'amore, la passione dei tifosi, non puoi fare ciò che vuoi. È tempo che la proprietà della Fiorentina lo capisca. È tempo che i Della Valle parlino chiaro a Firenze, perché Firenze è stanca, non già di non vincere, ma di essere illusa. Voto alla società: 2. I due punti sono per non aver ancora licenziato Daniele Pradè. L'ingaggio di tal Pedro Pereira da Braga è l'ennesima provocazione. O forse davvero in società avevano bisogno di uno per vendere i circa 15 giocatori in esubero. Anche questo lo sapremo presto.

La squadra merita un voto altissimo. Ce l'hanno messa tutta per arrivare in fondo alle tre competizioni. Hanno sfiorato due finali e sono arrivati quarti in campionato. Niente male. Meritano un bel 9 e io glielo do volentieri.

Ora non ci resta che vedere di quali panni si vestirà la nuova Fiorentina. Chi sarà il prossimo allenatore (i nomi che girano sono da film horror) e quali investimenti faranno i dieci cervelli che gestiscono il settore sportivo della Fiorentina. Una cosa è certa, se la prima squadra sarà affidata a uno fra Paulo Sousa, Ventura e Donadoni, allora sarà la dimostrazione che aveva ragione Montella. Uno che la faccia ce l'ha sempre messa, uno che ci ha fatto divertire per tre anni. Ha fatto più punti di tutti gli allenatori "non vincenti" che si sono avvicendati sulla panchina viola. Ha rivitalizzato dei cadaveri travestiti da giocatori e ha convinto campioni a vestire la maglia viola. Per questo e per molto altro sento di dover ringraziare Vincenzo Montella augurandogli ogni fortuna e grandi successi. Ma li otterrà, magari all'ombra di quel Vesuvio che tanto ama e magari già dalla prossima stagione. In  tal caso, però, avranno avuto ragione i Della Valle.

Cibali

15 maggio 2015

Il Gestore e i santoni scornacchiati

Fettine di coppa: ritorno delle semifinali (CL e EL)

Uno parla parla, e chissà se lo ascoltano davvero.
L'altro perde pixel e ha il sopracciglio abbassato
"Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Niccolai in mondovisione”, disse un giorno Manlio Scopigno quando seppe che il suo leggendario stopper sarebbe volato in Messico con la nazionale italiana per giocarvi la Coppa del mondo. Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Allegri arrivare a una finale di Champions League, pensavo l'altra sera, al triplice fischio di Real-Juventus. Già. Mentre Carletto chiude il suo biennio a Madrid tra i fischi e i fazzoletti del Bernabéu, Maximilano vede proiettata la propria carriera in una dimensione superiore (e di parecchio) a quella che si riteneva possibile per lui. "La Juve di Madrid ha incarnato diverse epoche del pallone italico. Resistente e chiusa come nei bunker trapattoniani degli anni Settanta, rapida e cinica come nei ruggenti Ottanta e insieme moderna nei cambi di modulo (difesa prima a 4, poi a 5, con trequartista e senza) secondo i dettami di Allegri, arrivato davvero oltre Conte e di parecchio. Mentre l'assatanato Antonio era tutto pancia e istinto, talvolta scomposto, il suo successore ha insegnato alla squadra a ragionare, a non avere fretta e a cambiarsi d'abito come Arturo Brachetti, mica per niente un torinese. E la Juve trasformista è davvero una grande maestra di arte varia" (Maurizio Crosetti, La Repubblica: vedi). Sarà. Qui a Milano lo abbiamo visto per anni al lavoro, e continuiamo ad essere scettici. Ora, saggiamente scelto dalla dirigenza juventina dopo l'addio di Conte, ha gestito, amministrato pragmaticamente un undici che non aveva certo bisogno di imparare a stare diversamente in campo; un gruppo bisognoso di relax agonistico, di 'conservazione' e non di 'rivoluzione'. Gente che domina la Serie A giocando la maggior parte delle partite in totale souplesse. Del resto, Allegri ha mostrato difficoltà palesi quando ha dovuto costruire (al Milan, nel secondo e nel terzo anno), meno quando ha potuto gestire (sempre al Milan, il primo anno). Sta applicando alla Juve più o meno lo stesso metodo che adoperò Fabio Capello subentrando a Sacchi sulla panca rossonera. Con intelligenza e furbizia mediatica, non c'è alcun dubbio. Tra gli allenatori, vi è chi ama seminare, chi preferisce specializzarsi nel raccogliere risultati, chi riesce a combinare le due fasi: Allegri sembra ben avviato a essere un campione del secondo tipo.

E comunque sia, va tributato un grande applauso alla Juventus e ai suoi campioni. Grandissimi e grandi e ai loro ultimi giri, come Buffon e Pirlo, Tevez ed Evra; quelli che grandissimi e grandi certamente saranno, come Pogba e Morata, destinati o meno a vivere in bianconero la loro crescita calcistica; e quelli di valore medio-alto (Marchisio, Vidal) e medio (Chiellini, Bonucci, Lichtsteiner). Ci hanno regalato la prospettiva di una serata impreventivabile; una finale, a Berlino, e contro il Barça, er mejo fico der bigonzo. Già sento i giornalisti-opinionisti-ultras antijuventini blaterare sull'esito tennistico della sfida. Mah. Se i catalani ci arriveranno dopo aver coltivato sicumera di vittoria e pensando di dover usare il pallottoliere, faranno la stessa fine del dream team di Cruijff, nel '94, ad Atene. Chi ha buona memoria, sa come andò.

La tenuta da gioco ricorda parecchio quella indossata dall'Italia
nella semifinale mondiale del 2006 [rivedi]

Dunque e in definitiva, le semifinali delle due coppe hanno assai ridimensionato il ruolo taumaturgico di certi allenatori, vincenti per definizione, visionari per vocazione, specialisti di coppa per tradizione. Si è visto il Pep - privo della classe di Robben e Ribery nonché della devastante potenza di Alaba - capace di fare solo un po' di solletico ai suoi ex allievi - sì, ha vinto all'Allianz, ma partendo da un complessivo uno a cinque, quando i catalani hanno iniziato a pensare ad altro attendendo il novantesimo. E Carletto - cui Perez ha sottratto Alonso e Di Maria per far cassa, spendendo i ricavi per James Rodriguez -, senza centrocampisti di ruolo, senza mediani e uno straccio di interditore, e soprattutto senza il signor Modric (un fuoriclasse) a dettare il ritmo, non ha estratto dal cilindro alcun coniglio a sorpresa. Nudo alla meta, Gareth Bale ha mostrato limiti tecnici inaccettabili per uno valutato cento milioni di euro nel folle mercato di questi tempi. E Benitez? Benitez è specializzato nel toppare i primi tempi, rattoppandoli nei secondi (esempio fulgido: la finale di Istanbul); ma nel pantano di Kiev i ronzinoni del Dnipro hanno praticato un calcio di totale ostruzione cui lui (Benitez) non ha trovato rimedi. Si è salvato, dunque, il solo Emery. Ma è stato molto aiutato dalla Viola, che in due partite ha buttato nella spazzatura una quantità impressionante di palloni da gol.

Così, alla fine, avremo le due finali meno pronosticate. Del resto, stiamo parlando di football, e  proprio questo è il suo bello.

Mans

25 aprile 2015

Viva l'Italia

Fettine di coppa: quarti di CL ed EL 2014-15
Viva l'Italia, l'Italia liberata [70 anni fa ...].
Viva l'Italia, l'Italia che non muore. 
L'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura, 
viva l'Italia, l'Italia che non ha paura. 
Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare, 
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare, 
l'Italia metà giardino e metà galera, 
viva l'Italia, l'Italia tutta intera. 
Viva l'Italia, l'Italia che lavora, 
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora, 
l'Italia metà dovere e metà fortuna, 
viva l'Italia, l'Italia sulla luna. 
viva l'Italia, l'Italia che resiste. 

Sì, sono i brani che mi sono venuti per primi alla mente dopo le serate europee di coppa di questa settimana felice per il nostro calcio così malinconico, metà giardino e metà galera, metà dovere e metà fortuna. Ma ancora una volta che non muore, che non ha paura, che resiste. E' l'Italia sulla luna. L'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura.

16 aprile 2015, Volkswagen-Arena, Wolfsburg
L'urlo dell'espugnatore
A fine agosto, dopo l'eliminazione, meritata, del Napoli dalla Champions League, avevo auspicato che "Benitez, che l'ha già vinta, Mazzarri, che l'ha sempre snobbata, e Montella, che l'ha bene interpretata lo scorso anno, farebbero bene a considerare la possibilità di battersi non tanto per il periglioso terzo posto in Serie A quanto per la vittoria, più prestigiosa e più pesante, della Europa League". E avevo aggiunto: "Il calcio italiano si gioca nell'Europa League di questa stagione una buona fetta del suo futuro. La sensazione è che i suoi protagonisti, tifosi inclusi, non ne siano affatto consapevoli. Ma speriamo di sbagliarci". Mi fa piacere essermi sbagliato. Come mi ero sbagliato a scrivere che "la EL è ormai l'unica coppa alla portata delle squadre italiane. Di questo sarebbe opportuno che se ne facessero per primi una ragione i protagonisti, a cominciare dagli allenatori e dall'ambiente. Uno scenario per nulla remoto è infatti che vi possano retrocedere anche la Juventus e la Roma da febbraio" [vedi]. Ero stato pessimista.

Grazie all'esca dell'ammissione diretta ai playoff di Champions, finalmente i nostri club si sono resi conto che avevano varcato la linea rossa, per ignavia e per ignoranza di come va il mondo (del football). Ancora una volta constatiamo che il nostro è un paese capace di impegnarsi e di ottenere risultati, come avviene, silenziosamente e quotidianamente, in tanti altri campi delle attività umane. E' l'Italia che lavora. Siamo infatti un grande paese, senza consapevolezza. Smemorato di sé, come diceva Carmelo. Un grande paese cui manca la costanza di volerlo essere sempre, ogni giorno. Per cialtroneria, per dirla spiccia. Il rapporto violento di Roma con il calcio ne è lo specchio: la città messa a ferro e fuoco dagli ultras nella notte successiva all'omicidio di Gabriele Sandri, l'11 novembre 2007 [vedi]; le continue "puncicate"; il bivacco batavo in piazza di Spagna per graziosa concessione del cosiddetto questore; l'8 settembre del calcio italiano nella finale di Coppa dello scorso maggio, etc. Dove le autorità, inadeguate e imbelli, appaiono le degne deuteragoniste degli ultras. E' l'Italia da dimenticare.

23 aprile 2015, Stadio "Artemio Franchi", Firenze
Il matador tranquillo
Tra i tanti commenti di queste ore, pochi mi sembrano abbiano rilevato un dato significativo e incoraggiante. Le tre squadre italiane approdate con merito (e un pizzico di fortuna) alle semifinali continentali appartengono a tre club tra i pochi con i conti a posto. La Juventus ha ridotto il deficit da 95,4 a 6,7 milioni di euro nei quattro anni in cui ha vinto tutto in Italia, e si appresta a varcare i 300 milioni di fatturato in questa annata di progressione europea. Un capolavoro gestionale. Il Napoli è in utile da 8 anni, non vanta debiti con le banche, ha aumentato gli stipendi da 66 a 89 milioni, ma anche gli ammortamenti da 39 a 63; per non farsi mancare nulla il suo pittoresco presidente si è pure staccato un assegno da 5,5 milioni ... La Fiorentina è in utile negli ultimi due esercizi, nonostante gli stipendi in crescita da 52 a 60 milioni. E' dunque un caso che tre club con i conti in ordine siano arrivati in fondo in Europa? Può essere. Ma se guardiamo ai bilanci dei club usciti di scena da tempo constatiamo che la Roma presenta un disavanzo di 38 milioni e un debito di 120, e che l'Inter è di fatto fallita: 102 milioni di disavanzo, oltre 200 di debiti, 265 di spese. Dati riportati dalla "Gazzetta" del 5 marzo 2015. A conferma che - alla lunga - la buona gestione è alla base dei buoni risultati sportivi.

Pronostici delle semifinali. Non guarderei alle rose, al blasone, etc. ma agli allenatori, cioè all'esperienza. Che a quelle vette rarefatte fa la differenza. In CL hanno già vinto la coppa Ancelotti e Guardiola e la finale di Berlino potrebbe essere davvero cosa loro. In EL hanno già vinto la coppa  sia Benitez sia Emery. E ho detto tutto.

Azor

20 marzo 2015

Belle e impossibili: le notti del Toro

Russ cume 'l sang

Se dentro i bussolotti dell'Uefa al posto di Zenit ci fosse stato il nome Torino avremmo pescato il Siviglia nei quarti di Europa League e avremmo detto: ma che sfiga, di nuovo! Proprio la detentrice del trofeo e favorita assoluta nella road to Warsaw? Sfortuna nera, sorteggi peggiori non erano possibili, a partire da quello che assegnò al Toro l'Athletic Bilbao. Ma sarebbero state altre due notti belle e impossibili, come quelle vissute fino a ieri. Quelle che però hanno un po' tutte lo stesso sapore lagunoso di Amsterdam: Stoccarda, l'altro Borussia, persino Innsbruck. Per citare le prime che mi vengono in mente. 

E' il sapore delle notti europee del Toro, indimenticabili e in modalità autoreverse, sempre sedie e orgoglio da sventolare. Già, perché se qualcuno vedesse le immagini post fischio finale di Torino-Zenit senza conoscerne il risultato penserebbe che la squadra che ha passato il turno sia quella con la maglia granata: una standing ovation dell'Olimpico, mentre il dottor Villas-Boas cercava di fare a pugni con Giacomo Ferri (pessima idea André, pessima idea) e il signor Hulk (i russi e il resto del mondo lo pronunciano Culc) era ancora verde sì, ma di paura.

Alla fine però nell'urna di Nyon c'è andato il nome dello Zenit, che se la vedrà con gli andalusi al posto della squadra che – undici contro undici – li ha battuti 1-0. Il saluto finale alla squadra ha commosso anche il presidente Cairo. Nessuno si illude che ciò causerà in lui un ravvedimento alla Ebenezer Scrooge. Più forte sarà questo Toro – quello che in panca non si ritrova nemmeno un centrocampista come cambio e fa giocare Bovo regista – più estrema sarà la sfida per Ventura o per chi erediterà il suo posto. Sino al coronamento del sogno dell'editore di La7: giocatori che pagano per vestire la maglia granata e trasferte in treno con le promozioni di Italo. 

La prossima sfida sarà proprio quella sul mercato. Darmian, Glik, Maksimovic, magari Bruno Peres: tutta gente già pronta a partire e ben quotata. A zero euro ci sono in casa i futuri sostituti. Di sicuro c'è soltanto che non faremo mai la fine del Parma, diventeremo un impero di plusvalenze, perché di emozioni lo siamo già.

Pulici

Tra ecatombi e ammaccature

Fettine di coppa: ritorno degli ottavi 2014-15

Siamo al 20 marzo e la stagione europea del calcio inglese è già terminata. Gli statistici ci diranno se si tratta di un record o meno. E' il dato più eclatante degli esiti degli ottavi di finale di entrambe le coppe UEFA. Abbastanza clamoroso soprattutto se si guardi alla discrasia economica: la Premier ha appena ceduto i diritti televisivi 2016-2019 a una cifra (7 miliardi di euro, il 70% in più rispetto all'attuale contratto) destinata a destrutturare le gerarchie del calcio continentale, come ha colto subito Santiago Segurola [vedi]. Il Burnley riceverà 130 milioni di euro a stagione: la Juventus in quella 2013/2104 aveva ricavato "solo" 151 milioni dai diritti TV (compresi quelli europei), il Milan 128, il Napoli 104, l'Inter 83, la Roma 68, la Lazio 56, la Fiorentina 54. E' il turbocapitalismo pallonaro. E' il futuro che ci attende.

18 marzo 2015, Camp Nou, Barcelona
Posture classiche per la Pulce e per Joe Hart
Il presente agonistico per fortuna consola, perché non coincide ancora del tutto con le gerarchie finanziarie. Bene inteso, parliamo sempre di "super club", quelli che stanno nelle classifiche della Deloitte. Ma Chelsea, Arsenal, City ed Everton sono tutti caduti sul campo di marzo, come in precedenza Tottenham, Liverpool e Hull. Un'ecatombe. Ne esce bene, come sempre in questi ultimi anni, il calcio iberico: le tre grandi approdano ai quarti di CL, i detentori del Siviglia avanzano in EL; il Porto in CL. Conforta osservare come dopo quelli spagnoli i club italiani rimasti in lizza siano i più numerosi: la sontuosa Juventus, la scintillante Fiorentina, il Napoli sornione. Le due francesi che hanno riscattato Azincourt avanzano in CL. Del calcio tedesco rimangono solo le prime due compagini della Bundeliga. Due sono anche i club della martoriata ucraina ai quarti di EL: la gloriosa Dinamo Kiev e il Dnipro. Completano i tabelloni di aprile lo Zenit e il sorprendente Brugge.

La stagione in corso offre un bel rimescolamento di carte. Se prendiamo in considerazione il ranking UEFA aggiornato a oggi (20 marzo 2015), osserviamo come, dei primi 16 club siano già stati eliminati dalle competizioni più della metà: Chelsea (4°), Benfica (6°), Schalke (7°), Arsenal (8°), MUTD (10°), Borussia D. (12°), Valencia (13°), Bayer (15°), ManCity (16°). Ne esce male, molto ammaccato, anche il calcio tedesco.

19 marzo 2015, San Siro, Milano
La difesa dell'Internazionale FC è generosa
anche con un pippone come Nicklas Bendtner
Dopo la grande giornata del 26 febbraio, il calcio italiano ha fatto i conti con la realtà. Più rosea del previsto quanto alla Juventus, negativa soprattutto per la Roma e per l'Inter. Il Toro è stato all'altezza della sua tradizione, si è battuto da par suo contro un avversario più forte (14° nel ranking contro il 78° posto granata). Specularmente il Napoli (22°) ha regolato come doveva il 77°. L'Inter (23°) ha perso sì con una buona squadra, attualmente seconda in Bundesliga, ma pur sempre 71° nel ranking. Sconfitta pesante anche per questo motivo, perché penalizza il ranking italiano complessivo.

Sul piano tecnico hanno destato grande impressione il Bayern e il Barça in Champions, accreditandosi come favorite per la vittoria del trofeo. Conforta l'autorevole prestazione della Juventus, che beneficerà di un avversario abbordabile ai quarti e potrebbe ritrovarsi alle semifinali dopo 12 anni. Si annuncia di fuoco il derby madrileno. Nella League i campioni in carica del Siviglia sembrano procedere maestosamente verso l'ennesima finale. Tra Dnipro e Brugge uscirà la seminfinalista meno attesa. Le avversarie delle italiane sono toste. Il Napoli soffrirà in difesa, come l'Inter, le folate degli attaccanti del Wolfsburg: scoglio durissimo quanto importante per il ranking UEFA. Grande atletismo e blasone per la Dinamo Kiev, che la Fiorentina ospiterà al ritorno: ma in questo caso si può confidare.

Azor

Danke schön!

In ripa Arni

Alla fine di ottobre 2014 la Roma ospitò il Bayern di Guardiola. L'esito di quella partita resterà nella storia non solo per il risultato (1-7), ma per come maturò. Al più alto livello professionistico certe imbarcate si pagano e si pagano soprattutto nel lungo periodo. Una sconfitta come quella, con l'avversario che ti costringe per novanta minuti a correre a vuoto, affondando ogni volta che desidera farlo, mortificando ogni tuo sforzo atletico e tattico di contenimento, distrugge tutte le certezze che ti sei costruito in mesi di lavoro. La Roma, da allora, non è più stata la Roma di Rudi Garcia. Da un mese e mezzo i nodi stanno venendo tutti al pettine. La squadra vista stasera contro la Fiorentina è il risultato di una lenta erosione che ha eliminato tutte le certezze e niente riesce più come prima ai giallorossi. L'atteggiamento del pubblico romano non li aiuta.

La Fiorentina scesa in campo a Roma per il ritorno degli ottavi di finale di Europa League è stata, dal canto suo, un piccolo capolavoro tattico. Montella aveva preparato il delitto perfetto. Difesa a tre coi migliori uomini della rosa viola: Basanta (ma come è possibile che abbia giocato in Messico fino all'anno scorso?), Gonzalo e Savic (difensore di un'altra categoria per intelligenza tattica); centrocampo quasi al completo, senza l'infortunato Pizarro, ma con un riposato Borja Valero, Matias Fernandez e il sorprendente Badelj, altra perla della premiata ditta Pradè-Macia. Esterni altissimi con Joaquín e Alonso e la coppia perfetta davanti: Babacar-Salah. Con Gomez sarebbe forse anche meglio, ma i due  attaccanti africani sono complementari e si trovano a meraviglia. Basta poco alla Fiorentina per passare: fallo di Holebas su Fernandez e rigore netto. Gonzalo, freddissimo, fa 1-0.

Gonzalo trasforma il rigore 
che porta in vantaggio i Viola sulla Roma
Il 2-0 è la prova provata di quanto dicevamo all'inizio. Skorupski incappa in una papera che un anno fa nessun giocatore della Roma avrebbe mai fatto. Alonso ci crede e fa 2-0. Il terzo gol è un gesto atletico bellissimo di Basanta, ma la Roma era già negli spogliatoi. Il secondo tempo è stato il tripudio dei mille tifosi viola arrivati all'Olimpico.

Dopo una serata perfetta come questa ci resta un'immagine in particolare: Montella abbracciato a Pradè. Ecco, se avessimo la certezza di vederli così vicini anche l'anno prossimo, saremmo soddisfatti comunque finiscano le competizioni nelle quali la Viola è ancora impegnata.

Cibali

12 marzo 2015

Più di così non si poteva fare

In ripa Arni

Pareggia la Fiorentina di Coppa contro una Roma affetta da pareggite acuta, ma in crescita. Verdetto rinviato alla prossima settimana, allo stadio Olimpico. L'1-1 impone alla Viola una grande partita nella capitale e l'obbliga a segnare senza subire gol, un'impresa ardua vista la genetica su cui si fonda l'esistenza stessa di questa rosa. Tuttavia, dopo la gara del Franchi è difficile addossare colpe al gruppo e tanto meno all'allenatore. Questa sera i giocatori hanno dato tutto e Montella ha messo in campo la formazione migliore a disposizione, ma forse è questo il punto. L'elefantiaca rosa viola è imperfetta e inzeppata di centrocampisti mentre le punte di ruolo sono pochine: Gomez, Babacar e Gilardino, quest'ultimo non inserito nella lista UEFA. Gli esterni bassi non sono all'altezza e se s'infortuna Pizarro la squadra si accartoccia su se stessa e la palla non gira più con la fluidità necessaria a mettere in difficoltà gli avversari. Gli infortuni a ripetizione sono un'autentica maledizione, ma forse non sono del tutto casuali: troppi e troppo poco provocati per appellarsi solo alla malasorte. Forse qualcosa in fase di preparazione è stato sbagliato. Di fatto la Fiorentina ha fatto una partita quasi perfetta fino alla mezz'ora, poi è calata vistosamente e ha concesso campo alla Roma. Proprio la forma fisica sembra l'incognita più inquietante di questa parte finale della stagione, ma forse è cresciuta la Roma e i meriti dell'avversario sono stati maggiori dei demeriti viola.

Josip Ilicic esulta dopo aver portato la Fiorentina in vantaggio
Di questa partita ci restano poche ulteriori considerazioni: Alonso e Tomovic, così come Kurtic, non possono giocare titolari in una squadra come la Fiorentina. Salah non trova spazi se davanti non c'è una prima punta che fa i movimenti giusti al momento giusto e questo dice chiaramente quanto sia importante Gomez, perché il tedesco, segni o non segni, sa fare il centravanti. Ilicic, se lasciato libero di partire dalla trequarti e spaziare accanto alle punte, può essere molto efficace. 

Gli arbitri sono scarsi anche in Europa. Nel primo tempo Florenzi ha quasi segnato partendo da posizione evidentemente di fuorigioco. L'episodio del rigore sfiora il grottesco dato che è Iturbe a calpestare Neto. Sul gol della Roma Keita spinge vistosamente Alonso prima di colpire il pallone. Il recupero di tre minuti, dopo che la Roma aveva sistematicamente spezzettato il gioco negli ultimi quindici, è sembrato una provocazione.

La Roma è un'ottima squadra. Attraversa un momento difficile, ma è ben costruita e se ritroverà una forma migliore insieme a un po' di fiducia potrà finire il campionato in crescendo.

La Fiorentina è la Fiorentina. Ma ora occorre raccogliere le forze, stringere i denti e portare a casa la qualificazione altrimenti si rischia, dopo una volata esaltante, di rimanere con un pugno di mosche in mano.


Cibali

27 febbraio 2015

Il Toro arrasa San Mamés

Russ cume ‘l sang

Ho imparato un verbo nuovo giovedì notte: arrasar. C'era scritto sulla home di Marca e forse era una cosa un po' malevola nei confronti dei maldigeriti baschi: “Un Toro bravo arrasa San Mamés”. Il Toro ha raso al suolo la Catedral. Ci hanno scambiati per quelli del Feyenoord? No, per fortuna tra tifosi è stata una festa, un gemellaggio non scritto. E i baschi non dovranno ricostruire il San Mamés, che l'hanno appena rifatto nuovo di pacca e stupendo.

Dovranno però riflettere su chi li ha sbattuti fuori dall'Europa League. La breve biografia degli undici in campo con la maglia del Toro può spiegare quella che molti ora chiamano favola ma favola non è. Solo il Toro dei primi anni '90 poteva contare su qualche stella (Martin Vazquez, Scifo). Normalmente, invece, il Toro è forte quando è costruito sugli 'scarti', ma quelli giusti. Come il portiere, Padelli: prima di venire a Torino aveva giocato titolare solo nel Pizzighettone. Poi ha fatto panca nobile anche a Liverpool, ma sempre panca è stata. I tre difensori centrali: Moretti ha giocato quasi 50 partite in Europa con la maglia del Valencia, poi è tornato a fare vacanza a Genova. Annoiato, forse, ha deciso per le emozioni forti e dall'anno scorso è una colonna del Toro. Maksimovic: giovane serbo di belle speranze, fisico statuario, arroganza da vendere. Sarà un crack del mercato e Cairo già si frega le mani. Glik, il capitano: preso da Bari e Palermo che non sapevano che farsene. Ha la faccia di Karol Wojtyla da giovane, ma non porge mai l'altra guancia. Darmian lo conoscono tutti: ha già giocato un mondiale ed è arrivato in granata via Palermo e Milan, che non vedevano l'ora di disfarsene. L'altro terzino è Molinaro, onesto mestierante considerato inadeguato dalla Juve, che lo ha rifilato allo Stoccarda. Poi è tornato passando dal Parma ed è arrivato a Torino a parametro zero. Dovendo sostituire Masiello, nessuno ha storto il naso. Vives giocava onesti campionati a Lecce: preso per fare una discreta serie B. Gazzi, idem: bene a Bari, acquistato dal Siena, uscito dal progetto tecnico di Ventura quest'estate, rientrato in emergenza alla prima di campionato con l'Inter: aveva già le valigie fatte per andare a giocare nello Spezia. El Kaddouri: il Napoli lo piglia dal Brescia, ma lo trova acerbo e un po' inconcludente. Viene al Toro e – solo ed esclusivamente quando gli gira la (mezza) luna giusta – illumina il prato. Don Fabio Quagliarella, come lo chiamano gli spagnoli, è il giocatore più noto. Canterano granata, ha giocato più partite quest'anno che negli ultimi quattro. Maxi Lopez: notissimo alle cronache rosa è arrivato a gennaio dal Chievo, dove faceva la riserva di Meggiorini (un altro che conosciamo bene). Quattro gol e due assist in cinque partite. Fuori dalla lista Uefa c'è Bruno Peres, preso dal Santos quest'estate. Ce lo teniamo buono solo per il campionato, con i gobbi che già tremano all'idea di vederlo partire da un'area e arrivare all'altra arrasando tutti i loro in maglia a strisce. 


Ecco, questo è il Toro 2015, la prima italiana a vincere a Bilbao in tutta la storia del football. Un Toro costruito così, con mandrogna sobrietà da Urbano Cairo. Uno fortunato e bravo a scegliere l'allenatore perchè qualunque tecnico italiano, davanti a una rosa del genere, si sarebbe rifiutato di giocare una competizione europea. E invece Ventura ha dato un senso e una libidine a tutto quanto. Libidine per noi, infinita.

Pulici

Non è mai troppo tardi

Fettine di coppa: sedicesimi di EL 2014-15 (ritorno)

Alla bella serata di coppa di giovedì sera - bella non solo per il calcio italiano ma in generale - sono mancati solo alcuni colori. Dal De Kuip avremmo preferito che le immagini fossero giunte in bianco e nero, aperte dallo storico stroboscopio dell'Eurovisione e magari introdotte dalla voce chioccia di Bruno Pizzul: da Rotterdam, infatti, giungevano echi di euronotti anni 1970s, da uno stadio di straordinario fascino, col terreno di gioco sodo e zolloso come solo nel nord del continente (memore dei vomeri profondi del sistema curtense), e le file compatte di pubblico (e di lanci di oggetti ne abbiamo visti ben altri, dalle lattine alle rondelle, in quegli anni). Da Bilbao avremmo preferito che le immagini fossero giunte dalla Vecchia Cattedrale abbattuta (per far posto all'ennesimo santuario omologato) e, soprattutto, che il nostro glorioso Toro avesse sfoggiato non un'orrenda t-shirt azzurra, ma la sua storica maglia bianca da trasferta, con scudetto, pantalonicini e calzettoni granata. Peccato, ma prendiamo atto: questo è ormai il tempo del calcio moderno, con i suoi top-player (cui la serata sembra aver aggiunto finalmente anche l'atteso Fredy Alejandro Guarín Vásquez) e il suo calcio da play-station.

Un'immagine che valeva una sigla
Per una sera, però, sono saltate molte delle inibizioni del calcio di plastica, quello che ha impacchettato quasi tutti gli ottavi di Champions, fatta eccezione per la grande lezione imposta a uno dei suoi stocafissi più immarcescibili, Arsène Wenger, da un Monaco corsaro guidato da un nostro vecchio beniamino, João Moutinho, e dalla giovane stella nera su cui aveva posto gli occhi anche l'Inter di Mancini, Geoffrey Kondogbia. I sedicesimi di Europa League ci hanno riportato alle serate di Coppa Uefa del secolo scorso, con partite combattute e dagli esiti imprevedibili. Generose di emozioni sono state, per esempio, Dinamo Kiev - Giungamp (e non tanto per l'ennesima invasione di campo), Borussia Mönchengladbach - Siviglia (forse la più bella con quella di Bilbao), Besiktas - Liverpool e Olympiacos - Dnijpro. Oltre all'exploit delle italiane, questo turno archivia la disfatta delle squadre della Premier: fuori Liverpool e Tottenham (e già si era perso per strada l'Hull), avanza solo l'Everton, mentre in CL sono già fuori l'Arsenal e mezzo fuori il City, mentre ha buone chance, pur tra molte insidie, il solo Chelsea. A conferma che, per fortuna, non contano solo i budget e i fatturati per stabilire le gerarchie agonistiche.

Quanto alle nostre, ci è tornato alla mente - per restare al bianco e nero catodico - il maestro Manzi, che ci ricordava come "Non è mai troppo tardi" per imparare. Per imparare la lezione del calcio europeo. Dopo avere snobbato per quindici anni la Coppa UEFA - e proprio nei giorni in cui il nostro ultimo vincitore, il Parma, è diventato l'emblema del fallimento criminale della classe dirigente del nostro calcio - i nostri club sembrano riaverla presa finalmente sul serio. Ma dal momento che, arpinianamente, non ci annoveriamo tra le "belle gioie" [vedi], non crediamo nemmeno che la resipiscenza sia culturale. Di vile becchime continua a trattarsi, infatti: in una fase critica in cui i bilanci cominciano a saltare come tappi, anche un milioncino di euro, brutto e misero ma immediato, fa gola come una boccata d'ossigeno al posto della canna del gas. E la promessa dei play-off di Champions (bada ben, mica dell'accesso diretto) per il vincitore dell'Ombrelliera rappresenta un balsamo dell'anima per l'angoscioso stato comatoso in cui versano molte presidenze monageriali nostrane.

Un maestro capace di fare immaginare i colori
Volgendomi al "bright side" della serata devo dapprima riconoscere che ero stato troppo pessimista nel commentare l'andata [vedi]. Lasciando da parte l'allenamento partenopeo, meritato dalla grande spedizione in terra turca, e i patemi da pazza Inter (che ha sprecato lo sprecabile e beneficiato di un Celtic ridotto in dieci, sbloccando infine solo grazie a un missile ben temperato del Guaro), tre sono state le vere imprese della serata. Al De Kuip la Roma ha finalmente ritrovato carattere e voglia di vincere, ridando senso alle gerarchie: la seconda della Serie A non può valere meno della terza della Eredivisie, soprattutto se è capace di spendere decine di milioni per Iturbe, Ibarbo e Doumbia. Al Comunale di Firenze la Viola ha scritto la pagina storicamente più pesante della giornata, mostrando come la quinta in classifica della Serie A (con fatturato di 90 milioni di euro) valga quanto se non più della settima della Premier League (che fattura, oltretutto, 215 milioni di euro). Peccato che non sia sceso in campo nemmeno un giocatore di passaporto italiano, ma i meriti di Montella sono indubbi; su 180 minuti ha sofferto solo nei primi 20 al White Hart Lane, ha concesso una sola occasione al "Franchi" (orrendamente sprecata da Soldado); per il resto ha spezzato il ritmo e le linee di passaggio all'XI di Pochettino, ridimensionando anche gli alti lai alzati ad HarryKane, che ha l'aria di essere il solito attaccane inglese (leone in casa, miciotto all'estero).

L'epopea l'ha scritta il Toro, al San Mamés, dove ha preso in mano la partita orientandola spavaldamente fino alla storica espugnazione. Va dato merito dell'impresa a Giampiero Ventura, vecchio artigiano del calcio all'italiana nel suo senso migliore, senza catenacci ma di grande sagacia tattica, che alla vigilia era apparso sereno e fiducioso. Con ragione. Con sei italiani in campo, è l'impresa più nazionale della serata. Il Torino è la decima forza della Serie A attuale ed ha prevalso sulla 12esima della Liga. Anche così si rabbercia il ranking, e soprattutto si ricuce l'autostima perduta dal nostro calcio. La Roma e il Toro dovevano vincere e sono andate a farlo fuori casa senza erigere barricate, ma giocando: secondo tradizione, ma a viso aperto.

Questa sì che era una maglia gloriosa da trasferta
Una delle ragioni della positiva stagione europea dei club italiani risiede anche nella cultura dei tecnici che le guidano: Benitez ha vinto tutte le coppe ed è una garanzia; Mancini ha fatto il visiting professor all'estero e si vede; Garcia viene da vittorie in Francia; Montella è forse il migliore allenatore italiano, con Conte, tra quelli che non hanno ancora allenato all'estero; e Ventura è uno di quei vini che migliorano invecchiando. Nelle annate trascorse i nostri club avevano affrontato l'Europa con dei tecnici provinciali, addestrati a far barricate in trasferta a Reggio e a Trieste ma dimostratisi inadeguati a livello europeo (dai Mazzarri ai Gudolin, dai De Canio ai Rossi, per intenderci). Il passo avanti è evidente.

Basterà a colmare il gap e a far tornare un po' più in alto il nostro calcio? Non è detto. Gli ottavi ci diranno se si è trattato di un fuoco fatuo. Per evitare le violenze tra gli ultras russi e ucraini la regia dell'UEFA ha apparecchiato l'accoppiamento italico peggiore tra Fiorentina e Roma. Ma il resto del programma è da leccarsi i baffi, tra echi storici e opportunità attuali. Ossi duri per le altre italiane, con il vantaggio per Toro e Inter di giocarsi il ritorno in casa contro Zenit e Wolfsbrug, mentre il Napoli prolungherà il suo inverno a Mosca. Ma ricordandoci che stiamo parlando pur sempre della serie B europea. Ad agosto avevo sommessamente fatto notare che "la EL è ormai l'unica coppa alla portata delle squadre italiane" [vedi]. A terra siamo noi con le nostre vergogne ...

Azor

21 febbraio 2015

Bicchieri mezzi

Fettine di coppa: sedicesimi di EL 2014-15 (andata)

A leggere e ad ascoltare i commenti della stampa italiana, la serata record di Europa League, con ben 5 squadre della nostra Serie A in lizza per accedere agli ottavi, sembrerebbe essere stata molto positiva nel suo complesso. A me non pare poi così tanto. Alla fine portiamo a casa una sola vittoria, larga. E quattro pareggi, di cui due in casa. Il solo dato positivo è, per una volta, l'assenza di sconfitte.

Il Manolo alla turca
E così ci beviamo subito il bicchiere mezzo pieno.

A ben vedere, in questo momento il Torino e la Roma sarebbero già fuori dai giochi. Inter e Fiorentina in bilico. Solo il Napoli è pressoché certo di essersi qualificato. E forse non è un caso che alla sua guida sia l'allenatore (di club italiani) più onusto di coppe internazionali. Gita turistica in Turchia. Pubblico straordinario, per calore, sostegno e compostezza nella disfatta, all'Hüseyin Avni Aker di Trebisonda. Gran bella partita, di personalità e di spessore, di Manolo Gabbiadini, che conferma su palcoscenici continentali la crescita di consapevolezza e autostima. Gol all'esordio in EL per questo non più giovanissimo attaccante nostrano, già vicecampione europeo Under 21: le porte della Nazionale maggiore (2 soli caps finora) potrebbero schiuderglisi definitivamente a breve. E' lui la stella italica della serata.

Pazza Inter, invece, come sempre. Anche al Celtic Park. Dove il club di casa coltiva il football attraverso la sua memoria, come sanno fare solo i britannici onorando la propria tradizione. Bello l'invito agli ex nerazzurri battuti nella finale di Coppa campioni 1967 a ritrovarsi insieme ai Lisbon Lions [vedi]; e peccato che siano potuti salire fin lassù solo Mariolino Corso e Gianfranco Bedin. Sul campo, sferzato dalla pioggia delle Highlands, l'XI nerazzurro del 2015 ha palesato invece i progressi del lavoro di Mancini e le debolezze strutturali della rosa: i centrali difensivi, Ranocchia e Juan Jesus, hanno confermato di essere due ronzini di razza purissima, ben corroborati da un degno castrone par loro come Campagnaro. Se nella fase offensiva la squadra ha trovato forse il suo assetto migliore (al momento), con Shaq the Shark irrefrenabile suggeritore e stoccatore, in quella difensiva il cantiere rimane aperto. E preoccupante. A San Siro è probabile che i bianco verdi non riproporranno il pressing + ritmo incessante di quando giocano nella propria tana. Ma la Beneamata farà bene a badare a non prendere un golletto che potrebbe anche rivelarsi assassino. Sperem.

I vecchi leoni
La partita più matura l'ha giocata la Viola, nella Londra del nord. Ha sofferto per 25 minuti la mareggiata degli Spurs, contenendo i danni; poi ha risalito progressivamente la corrente, con pazienza e sagacia tipicamente italica, ricucendo il suo gioco senza fare barricate ma abbassando il ritmo a tal punto da depotenziare quelle intense azioni d'attacco tipiche della Premier League domenicale. Sfortunatamente per loro, gli Spurs non hanno trovato di fronte a sé le generose difese britanniche, ma le arcigne linee difensive approntate da Montella, bravo a cambiare in corsa il modulo dalla difesa a 3 a una più larga linea a 4. Non pervenuti, di conseguenza, né HarryKane né Lamela. Al Franchi i Gigliati potranno anche agire in modo reattivo. A patto di non rintanarsi all'indietro, ma di difendersi correndo in avanti. Vedremo. Ma confido.

Il bicchiere mezzo vuoto riguarda certamente le altre due partite. Generosa e appassionata quella del Toro: non è vero però che sia stato sfortunato. L'Athletic è fior di squadra e ha giocato con intensità 90 minuti senza fare barricate, puntando a far male. Quando penso al Toro in Europa il pensiero va sempre alla Plia alzata al cielo da Mondonico all'Olympisch Stadion di Amsterdam in quella sera di maggio di 23 anni fa [vedi]. Da allora il lungo oblio internazionale a degni livelli. Giusta pertanto la festa all'Olimpico di Torino, mai così gremito in campionato (e pour cause!). Sarà, però, molto difficile espugnare il San Mames. Ma dobbiamo affidarci solo all'ottimismo della volontà.

Il Toro d'Europa
Nel giorno dell'ennesimo sacco di Roma da parte delle popolazioni barbariche d'oltre Limes, l'XI giallorosso ha mostrato tutta la sua involuzione. In tempi non sospetti avevo avanzato l'impressione che il mercato estivo della Roma si preannunciasse fallimentare [vedi], come ha poi confermato il supplemento invernale. La rosa è farcita di giocatori di mezza qualità e anziani. La squadra segue la parabola discendente del suo campione eponimo, con i suoi alti (Ethiad e derby) e i suoi bassi (le molte partite anonime, le panchine, etc.). Manca continuità. Soprattutto, è svanita la velocità esibita nell'autunno 2013. Il Feyenoord ha rischiato ma non ha sofferto. Anche in questo caso è difficile ipotizzare che la "Kuip" possa essere espugnata. Occorrerebbe una serata di particolare ispirazione del Pupone. Speriamo, ma senza illuderci.

Martedì sera, allo Juventus Stadium, i campioni d'Italia proveranno a rimisurarsi con l'Europa. Vi hanno battuto il Malmoe e l'Olympiacos, quest'anno, impattando in bianco con l'Atletico. Fuori casa hanno perso sia al Pireo sia a Madrid. Percorso perlomeno incerto. Il Borussia ha invece vinto fuori sia con l'Anderlecht sia col Galatasaray, e perso solo dall'Arsenal (ma a qualificazione già certa). Al Westfalen Stadion ha rullato sia l'Arsenal sia il Galatasaray e concesso il pari all'Anderlecht all'ultimo turno. Percorso perlomeno sicuro. Tra novembre e dicembre gli Schwarzgelben hanno vissuto una crisi spaventosa di gioco e di risultati, dovuta al calo di tensione psicologica e fisica post Mundial di molti giocatori chiave. Kloppo ha lavorato sul lato atletico nella pausa di gennaio - una risorsa cui la nostra Serie A rinuncia per raccattare trenta denari dalle gelide e deserte serate di Coppa Italia (a spese RAI) - e adesso la macchina si è rimessa a correre e fare risultati. Proprio mentre la banda di Allegri sembra essersi afflosciata. Le premesse sono preoccupanti.

Azor

12 dicembre 2014

Italia League

Fettine di coppa: sesto turno 2014/2015

Quando lo scorso anno Fabio Capello osservò che la Serie A non era un "campionato allenante" [vedi], Antonio Conte, allora coi glutei assisi sulla panca della Juventus, si adontò per lesa maestà. Al neo CT della Nazionale sono bastati due mesi di raduni per rendersi conto che don Fabio aveva ragione: a Coverciano arrivano giocatori poco e male allenati, che non reggono per 95 minuti i ritmi che si giocano quasi ovunque in Europa nel calcio d'élite. La mezz'ora iniziale del secondo tempo di Italia-Croazia a San Siro del 16 novembre scorso è stata illuminante quanto mortificante per il calcio italiano: i nostri amati brocchetti non hanno toccato palla, ma l'hanno guardata scorrere di qua e di là a totale disposizione degli slavi. Prima e dopo quella partita il buon Antonio ha alzato la voce, gridando al problema. Ha ragione: resipiscente, ma ha ragione.

10 dicembre 2014, Stadio Olimpico, Roma
Ultimi bagliori di Champions
I dati statistici più sconfortanti dell'ultimo turno europeo di coppe vengono dallo Stadium di Torino e dall'Olimpico di Roma. I giocatori della Juventus hanno corso 4 km in meno di quelli dell'Atletico Madrid; quelli della Roma addirittura 7 km in meno dei Citizens. Traduzione: pressing, raddoppi, sovrapposizioni e proposizioni nello spazio sono un'abitudine ormai strutturale delle grandi squadre europee anche quando giocano fuori casa. Si parla di corsa e non di tecnica: non di fatturati e di "top players", cioè, che sono ormai l'alibi preferito degli allenatori delle nostre squadre.

Arrigo Sacchi lo osserva da trent'anni, in un mantra vissuto dai protagonisti del calcio italiano come la predicazione di un vecchio rincoglionito, e viceversa accolto come verità oracolare dai grandi allenatori internazionali di questi anni (da Guardiola a Mourinho, da Simeone a Klopp, etc.): sono l'organizzazione di gioco, la compattezza delle squadre, l'intensità delle transizioni, la base su cui si costruisce un progetto vincente e si possono esaltare le qualità dei singoli. Suoi esempi ricorrenti sono proprio l'Atletico di Simeone e il Borussia di Klopp, per la qualità tecnica mediamente non eccelsa dei loro pedatori: non a caso, perché sono le squadre più simili, per impianto e idea di gioco, al suo Milan di fine anni ottanta (un dato che sfugge all'ignoranza diffusa tra i commentatori italioti). Purtroppo basta guardare una qualsiasi partita della Serie A degli ultimi anni per rendersi conto della realtà cui si è ridotto il calcio italiano: non corre nessuno, i ritmi sono lentissimi, il gioco è continuamente spezzettato da falli e falletti, cui contribuiscono anche gli arbitri che, invece di favorire la fluidità, fischiano per un nonnulla e litigano in continuazione con i giocatori. L'effetto finale è quello denunciato a gran voce (roca) da Antonio Nazionale, e quello confermato dai pessimi risultati internazionali del nostro calcio. Gli ultimi suoi acuti risalgono alla finale di Euro 2012 (per la scelta sensata di Cesare di favorire i pochi "piedi buoni" rimasti in circolazione), a quella di Champions 2010 (grazie alle arti luciferine di José) e a quella di Atene 2007 (dove Carletto si gustò l'ultima fetta di coppa nostrale). Tutt'intorno è solo nebbia, sempre più fitta.

Dopo l'eliminazione agostana del Napoli ai playoff di Champions ero stato facile profeta nel prevedere le difficoltà di Juventus e Roma a passare il turno [vedi]. I bianconeri ci sono riusciti per un soffio, grazie anche alla manona sinistra di Gigi; i giallorossi hanno rischiato addirittura di uscire da tutto (sono i peggiori terzi dei gironi di CL). L'ambiente juventino farebbe bene a non credere a chi sostiene che il Monaco, il Porto e il Borussia sarebbero degli avversari alla pari agli ottavi. Per una squadra che ha battuto solo il Malmoe e - a fatica e in casa - l'Olympiacos, qualsiasi avversario costituirà comunque un muro da scalare. Auguri.

Con cinque compagini ai sedicesimi di EL, l'Italia si certifica invece come la grande potenza del calcio europeo di serie B. Ammesso che ne prenda finalmente consapevolezza. In Champions siamo ormai a livello del calcio olandese e portoghese: nei prossimi anni (e per chissà quanti), quando andrà bene, porteremo una squadra agli ottavi, magari ai quarti, solo eccezionalmente in semifinale. Dovremmo invece concentrare le nostre attenzioni sull'Europa League, anche se non sarà facile vincere nemmeno lì. Dopo l'ultimo trofeo di un'italiana, nel secolo scorso (il Parma nel 1999), le successive 15 edizioni sono state dominate dalla squadre spagnole (6 volte vincitrici), inglesi, portoghesi e russe (2 vittorie a paese), e l'hanno vinta anche club olandesi, turchi e ucraini. Questo per dire che la concorrenza è agguerrita: già ai prossimi sedicesimi, con Bilbao, Mönchengladbach, Everton, Olympiacos, Zenit, Feyenoord, Liverpool, Siviglia, Tottenham, Ajax, Anderlecht, Wolfsburg, PSV e Villareal, che equivalgono i nostri club e in più di un caso sono anche più forti.

10 dicembre 2014, Camp Nou, Barcellona
Ibra festeggia il suo ennesimo gol non determinante in CL
A parole i dirigenti nostrani sembrano voler finalmente impegnare i loro club nella conquista della coppa, attratti più che altro dall'accesso diretto alla CL che il trofeo porterebbe con sé. Vedremo nei fatti, sin dai sedicesimi del 19 e 26 febbraio 2015, che si incastonano tra tre giornate di campionato di cui sono andato a vedere il programma. La Roma giocherà il 15 in casa col Parma, il 22 a Verona (Hellas) e il 1° marzo con la Juventus all'Olimpico: avremo modo di verificare obiettivi e turn over di Garcia ... Il Napoli giocherà, rispettivamente, a Palermo, col Sassuolo e a Torino; la Fiorentina a Sassuolo, col Toro e a Milano con l'Inter; l'Inter a Bergamo e a Cagliari (doppia trasferta) e poi con la Fiorentina; il Torino col Cagliari, poi a Firenze e infine all'Olimpico col Napoli. Molti intrecci dunque ... Lì si parrà la lor nobilitate.

Per il resto, in CL nessuna sorpresa: sono passati tutti i superclub. L'unico tonfo è quello del Benfica, sfortunato finalista dell'ultima EL con il Siviglia, e già fuori da tutto. Real, Bayern, Barça e Chelsea attenderanno i quarti per arrotare i ferri e concederci finalmente - a noi "mendicanti" - qualche partita appassionante. Delle 96 che abbiamo visto finora ricordiamo solo il maestoso primo tempo del Bayern all'Olimpico e qualche sprazzo di bel gioco qua e là. Cioè poco o nulla.

Azor

29 novembre 2014

Disfatte teutoniche

Fettine di coppa: quinto turno 2014/2015

25 novembre 2014, City of Manchester Stadium
Il n° 16 è quello del Kun. Il minuto è il numero 91
Turno europeo senza particolari clamori se non il risultato sfuggito di mano per deconcentrazione al Bayern in quel di Manchester. Il Pep in sala stampa non ha usato eufemismi, denunciando la qualità fecale del gioco sciorinato dai suoi negli ultimi dieci minuti. Certo, l'Aspide - al secolo, Sergio Leonel Agüero del Castillo - ci ha messo del suo per rendere sanguinosa la sconfitta dei bavaresi; ma si è trattato di un mero calo di concentrazione, perché anche in dieci per settanta minuti i Roten hanno dominato, dando l'impressione di poterlo fare anche in nove, tante sono ormai l'applicazione tattica e le conoscenze acquisite dalla squadra (che oltretutto vanta, non andrebbe dimenticato, numerose assenze).

Se si scorrono i tabellini, però, emerge un dato inusuale. Le sei squadre tedesche ancora in lizza nei due tornei hanno perso tutte, a parte il Mönchengladbach, che ha strappato un pari in rimonta al Madrigal (2:2). Per il resto, tre sconfitte in casa e due fuori. Lo Schalke di Di Matteo è stato rullato senza pietà dal Chelsea (0:5) nella propria Arena (AufSchalke). Il Wolfsburg è stato infilzato dall'Everton (0:2) nell'altrettanto propria Volkswagen-Arena. Il Bayer Leverkusen ha fatto una sgambata con il Monaco nella BayArena (curioso che siano i teudisci a farsi custodi dell'etimologia classica ...), perché già qualificato (0:1). Del Bayern abbiamo detto (2:3). All'Emitares ha perso in modo rotondo ed inequivocabile anche il Borussia di Kloppo (0:2). Certo, si potrebbe argomentare che alcune squadre erano già sicure o quasi della qualificazione. Ma non tutte: lo Schalke è mezzo fuori dagli ottavi di CL, il Wolfsburg rischia moltissimo e nemmeno il Mönchengladbach è ancora sicuro del passaggio ai sedicesimi di EL.

Non siamo degli statistici, ma una disfatta teutonica come quella di questo turno ha pochi riscontri nel passato. E se anche avessero preso sotto gamba l'impegno, la brutta figura rimane e mostra come la "serietà", la "professionalità", l'"impegno" siano relativi ad ogni latitudine, anche a quelle di paesi che vengono ritenuti più seri di altri - spesso, come in questo caso, più per luogo comune che per fondatezza. Le inglesi avevano sbandato nel turno precedente: in questo hanno ammaccato (Arsenal, Chelsea, City ed Everton) l'orgoglio teutonico. Le competizioni europee sono affascinanti anche per tali incostanze: nessun risultato è scontato in partenza. Tutti gli XI (o quasi) si battono per vincere. Pochissimi regalano qualcosa. Anche se spesso modeste, le partite europee mostrano comunque quasi sempre grande impegno agonistico. E' il caso anche dei moscoviti del CSKA, ovviamente, o degli spartani praghesi, per dire delle avversarie più ostiche delle italiane in questo turno.

27 novembre 2014, Stadio Olimpico, Torino
Mathew David Ryan domina lo spazio aereo nell'area fiamminga
Il Toro è stato fermato da una saracinesca a nome Mathew David Ryan, che è venuto dalla sperduta Plumpton, nella terra dei canguri, per mostrare anche all'Olimpico, sub Alpibus Pedemontis, che il Club Brugge Koninklijke Voetbalvereniging non si libra per caso nelle alte sfere della Jupiler League 2014-2015. Roma e Torino dovranno attendere l'ultima giornata per guadagnarsi o meno il passaggio ai turni invernali. Il Napoli vi è già approdato, i Granata quasi. La Roma rischia invece assaissimo: ai Citizen basterebbe anche fare un solo golletto (magari di Aguero) e non prenderne due per festeggiare. La Juventus invece è finalmente riuscita a vincere una partita europea fuori casa dopo lungo digiuno: ma lo ha fatto, e non senza estenuazioni, contro la compagine più debole del girone (che ha messo insieme solo 3 punti finora): adesso stampa e tifosi beoti di Madama vagheggiano addirittura il primato nel girone; fossi in loro mi accontenterei di passare il turno e di accendere un cero di buona libbra per evitare di beccarsi il Bayern, il Chelsea o il Real nel sorteggio prenatalizio.

I due club nostrani che sembrano aver preso sul serio l'Europa sono invece la Fiorentina e l'Inter. Per carità, gli avversari di girone sono poca cosa anche per il calcio italiano. Ma è evidente che Montella e Mancini (e in precedenza Mazzarri) hanno ricevuto imput precisi dalle rispettive dirigenze. Per i Viola - va dato merito - l'impegno nelle coppe è una tradizione antica, sin dalla sfortunata finale di Coppa dei Campioni del 1957 al Bernabeu o dal trionfo in Coppa delle Coppe nel 1961: raramente si è vista la squadra non battersi in campo europeo. Oltretutto, quest'anno sembra giocare meglio in EL che in campionato. L'Inter ha impattato due volte solo con il Saint-Etienne, ma per il resto ha spezzato le reni a islandesi, azeri e ucraini. Giovedì sera a San Siro si è vista la solita squadra bislacca nel primo tempo, ma finalmente anche una reazione morale nel secondo, con qualche bello sprazzo di gioco, anche da parte di un pedatore anarchico come Fredy Alejandro Guarín Vásquez. Mancini ha ancora tanto da lavorare, ma l'EL potrebbe essere il set adatto per fare crescere la squadra. Vedremo.

Azor