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12 agosto 2015

Prima dei calci di rigore

Affettati di coppa: Supercoppa UEFA

Di solito 5 a 4 è un risultato tipico di partite ad eliminazione terminate ai calci di rigore. Invece le due spagnole, di coppe europee titolate, hanno inscenato una partita molto divertente, godibilissima, nonostante lo scirocco che ammorbava Tbilisi, laggiù dove l'Europa è solo una nozione geografica in quella manica di terra tra due mari (solo Baku è il confine "europeo", secondo la comunità UEFA, ancor più a est). Magie di Messi, castronerie di Mathieu, scarsa tenuta dei mediocampisti blaugrana, usciti o calati vistosamente, da una parte; tenacia indomita degli andalusi, con Banega e i nuovi arrivi (Konopljanka, Krohn-Dehli e Immobile) a brillare, dall'altra. Luis Enrique ha dato l'impressione di aver preso un po' sottogamba l'impegno, Unai Emery invece, come suo solito, si è speso in piedi tutta la gara. La differenza, come altre volte, l'ha fatta Luisito Suarez. E il 5:4 è al netto, "prima", dei calci di rigore.

11 agosto 2015, "Boris Paichadze" Dinamo Arena, Tbilisi
I protagonisti delle magie e delle rapine della serata: per Pedrito siamo agli sgoccioli
gloriosi della sua avventura nel club epocale in cui è cresciuto
Quando è a pieno regime, come spesso nella scorsa stagione (contro il Real, il Bayern e la Juventus, per esempio), il Barcellona di questa gestione sembra un XI ancora più impressionante per ritmo, intensità, gioco di prima e verticalizzazione, della magnifica Philarmonica che suonava sotto la direzione di Guardiola. La differenzia una maggiore discontinuità di performance, alternando più di una volta primi tempi immaginifici (come proprio con il Siviglia in Liga nell'aprile scorso: 2:0) a secondi tempi con la spina staccata (in quella partita Gameiro pareggiò all'84°, per stare in tema). Ma magari ci torneremo sopra, perché ormai il Barça è un capitolo di storia del football, caratterizzato dal continuo "sviluppo" tattico, da Van Gaal a Rijkaard, a Guardiola a Enrique, di una comune idea di gioco: difesa altissima, riconquista immediata della palla e suo scorrimento continuo, senza portarla, in attesa di creare il varco nella linea di difesa avversaria.

Quel che voglio rimarcare qui è la festa di fútbol che gli spagnoli sono ormai in grado di inscenare quasi ovunque. Il nostro calcio "esporta" un prodotto insipido in lande asiatiche senza tradizione e senza connoisseurship. Gli spagnoli traslocano a migliaia nel cuore dell'Asia per celebrare una festa. Questa è ormai la differenza tra i due movimenti. A Pechino una brutta partita senza emozioni, a Tbilisi un condensato di cosa può essere una partita di pallone: punizioni, svarioni, tattiche, risse, rimonte, fatiche e lacrime. Una festa senza fine sugli spalti. Alla fine magari vincono sempre le solite, ma almeno facendo spettacolo e concedendolo. Senza furberie, speculazioni e nervosismi.

Il fútbol spagnolo vive un'età di splendore come non aveva mai conosciuto, cominciata con la vittoria in Coppa dei campioni del Barcellona contro la Sampdoria di Mancini, a Wembley nel 1992. Da allora ha vinto un Mondiale, due Europei, nove CL (con quattro altre finaliste), due coppe intercontinentali, tre coppe del mondo di club, sette coppe UEFA (ed EL), due coppe delle coppe, cinque intertoto, etc. Una valanga, per almeno un terzo con colori al di fuori dell'asse Barça-Real (che, peraltro, ha "mediatizzato" globalmente il Clásico proprio in questi anni). Nell'ultima decade l'accelerazione è impressionante e non dà segni di cedimento. Stiamo assistendo, talora senza adeguata consapevolezza, a una stagione di dominio senza paragoni. Come ci ha confermato la degnissima inaugurazione della stagione europea che culminerà allo Stade de France il prossimo 10 luglio. Si annunciano - sperém - 11 mesi belli pieni. Sempre sia lodata Eupalla!

Azor

13 gennaio 2015

Cantieri in corso

Cartoline di stagione: 19° turno 2014-15

Alcuni dei maggiori club europei hanno cantieri aperti in casa da alcuni mesi, in seguito al cambio di allenatore. E' una situazione interessante, laboratoriale, che proprio le partite dell'ultimo turno dei vari campionati invitano a rivisitare.

Le quotidiane didattiche del Mancio
Per una volta muovo volentieri dal caso italiano, perché segna finalmente un avvicinamento agli standard europei e non un'ulteriore precipitazione agl'inferi. Mi riferisco all'Inter, ovviamente, che dopo la pausa natalizia comincia a fare vedere i primi risultati del lavoro, ormai bimestrale, di Roberto Mancini. Già a Torino con la Juventus l'XI aveva mostrato una capacità di reazione dopo l'avvio incerto che gli aveva fatto sfiorare una vittoria di prestigio contro la prima della classe. I primi venti minuti della partita contro il Genoa hanno offerto uno spettacolo di intensità, ariosità di gioco e di ritmo, da entrambe le parti, quali si vedono usualmente in Premier. Per il momento sono solo spezzoni, ma la tendenza è positiva e va accolta come tale. Tre brevi considerazioni. La rosa è la stessa che sotto la guida di Walter Mazzari aveva smarrito qualità individuali e gioco collettivo: si tratta dunque di un gruppo di giocatori di livello tecnico e caratteriale di valore assai maggiore di quanto il pressapochismo del discorso mediatico e da bar non volesse ritenere fino a oggi. Il merito è tutto di Roberto Mancini, di gran lunga il migliore dei tecnici sulle attuali panche della Serie A, insieme con Rafa Benitez: le esperienze, e le vittorie, all'estero, gli hanno conferito maturità e conoscenze tali da riplasmare un ambiente come poche altre volte era accaduto nel nostro calcio in così poco tempo: non solo il lavoro sui singoli (il training di Guarin è l'esempio più evidente) ma una didattica collettiva, quotidiana, evidentissima nella disposizione in campo e nella conduzione del match. E vengo al terzo punto: orientandosi sul 4-2-3-1 (non a caso lo stesso modulo adottato da Benitez a Napoli), Mancini ha in mente un'idea di gioco propositiva, fatta di possesso e conduzione, baricentro alto e pressione difensiva nella metà campo avversaria, gioco a due tocchi, che è quella che ormai si gioca abitualmente nel calcio internazionale d'élite e che è ormai scomparsa dagli orizzonti culturali dei tecnici nostrani. E' una visione comune all'estero, quanto sconosciuta in Italia: e capace, da sola, di convincere giocatori di qualità (non dei campioni, bada ben) a trasferirsi in un "campionato di passaggio" come l'attuale Serie A e in una squadra decaduta come l'Inter. Vedremo tra qualche settimana se il cantiere avrà proseguito la sua costruzione: fosse così, Mancini avrebbe posto in pochi mesi le basi per avviare un progetto pluriennale promettente.

Una rosa qualitativamente comparabile, fors'anche lievemente inferiore, è quella dell'Olympique de Marseille, sulla quale sta lavorando da sei mesi Marcelo Bielsa. Ci sono due tratti in comune con l'Inter manciniana: i giocatori sono gli stessi che lo scorso anno avevano fallito clamorosamente la stagione sotto la guida di Élie Baup (poi sostituito in corsa da José Anigo); è cioè la qualità dell'allenatore - le sue capacità didattiche, motivazionali e di empatia - a marcare la differenza. Rispetto a Mancini, Bielsa ha avuto il vantaggio di cominciare la stagione col ritiro estivo, e dopo due mesi la squadra era già in testa alla Ligue 1, sorprendendo solo i (moltissimi) nesci. Soprattutto, rispetto a Mancini, El Loco ha un'idea di gioco, più radicale, fondata sulla corsa prima che sul possesso, più sulla verticalità dell'azione che sulla trama insistita. Il 3-3-3-1 è il modulo più adatto a interpretarla, ma ha i suoi limiti: la squadra finisce con l'essere meno compatta, le distanze tra le linee sono più difficili da mantenere: non a caso l'Olympique ha perso alcune partite per banali errori di concentrazione quando non tecnici. Da dicembre l'XI ha smarrito lo smalto esibito in autunno e palesa un calo fisico e un appannamento del gioco collettivo, come mostrato dalla secca sconfitta a Montpellier. A febbraio-marzo avremo visto se si sarà trattato della tipica fase di flessione stagionale che ogni squadra attraversa, o se il cantiere avrà incontrato dei problemi strutturali. Ma già quanto visto fin qui è stato molto positivo, come testimonia la ritrovata passione di un ambiente e di una città.

Los Tres Tenores
Ben altra qualità è quella della rosa del Barcellona, che Luis Enrique ha preso in mano l'estate scorsa: siamo ai vertici assoluti del pianeta pallonaro. Quello che manca è l'ambiente, sprofondato in una crisi etica, gestionale e politica clamorosa: i reati fiscali nell'acquisto di Neymar e nei contratti di Messi, la tratta dei minorenni nella mitica Masia, il blocco del mercato per tutto il 2015 decretato dalla UEFA, l'allontanamento di Zubizarreta e Puyol dalla direzione sportiva, il rumore delle scimitarre tra le diverse fazioni che si contendono il controllo del Més que un Club, l'odore del sangue che la stampa e i media catalani e spagnoli inseguono ogni minuto. Basterebbe questo sintetico (e lacunoso) richiamo alla situazione societaria per qualificare come ammirevole il lavoro di campo svolto finora dall'allenatore asturiano nella sfida più impegnativa della sua carriera. Un tridente come quello composto da Messi, Neymar e Suarez ha pochi riscontri nella storia del calcio (a memoria stento a richiamarne di qualitativamente paragonabili per non dire di migliori): tutto si risolve sul come farlo funzionare al meglio. Contrariamente a quanto pensino in molti, non è questione di equilibrio tattico: quasi nessun commentatore ha rilevato infatti come il Barça sia la squadra europea che ha subito meno reti finora in stagione tra campionato e Champions (9 in Liga e 5 in CL) dopo il Bayern (4+4) e la Juventus (9+4). La fase difensiva è saldissima (la difesa è bloccata a 4 senza sperimentazioni di "metodo" come avvenne a Roma), più di quella del Real, che in stagione ha perso anche una partita in più (5 contro le 4 del Barça). E' semmai l'innesco dei cannoni offensivi il cuore del cantiere ancora in corso. La vittoria splendida contro l'Atletico ha acclarato il disegno che ha in mente Luis Enrique: il tiki taka è definitivamente accantonato, se non come riflesso pavloviano episodico e funzionale alla fase di gioco; la squadra non pressa alta nella metà campo altrui come in passato, perché lo scopo è quello di creare lo spazio per lanciare in libertà i tre attaccanti, grazie alla tessitura di Mascherano, Busquets e Rakitic e alle aperture di Iniesta. Tutto qui. Ma è moltissimo. Perché non è affatto facile trovare continuità e ritmo. Il problema, soprattutto, è culturale: quasi tutti coloro che guardano giocare il Barcellona attuale hanno sempre nella memoria quello di Guardiola, e il confronto è immediato, a discapito dell'XI attuale e dell'idea di gioco di Luis Enrique. Se potesse cancellare la "storia", il Barça sarebbe probabilmente ammirato per il suo gioco attuale e per partite come quelle di domenica sera: lo spettacolo offerto dai Tre Tenori là davanti è stato memorabile.

I segreti della mediana
Ultimo cantiere in corso, forse il più indietro di tutti, è quello mancuniano, sponda United. Anche in questo caso la rosa è di qualità, benché forse meno di quanto non la sopravvaluti il senso comune giornalistico secondo il quale anche un onesto pedatore è ormai etichettato come un "top player" (grazie anche alla non proporzionale entità dei contratti milionari che sono ormai capaci di strappare i procuratori). A differenza di Barcellona, l'ambiente è saldissimo dietro a Louis van Gaal, che gode della stima - e vorrei vedere, trattandosi, dei quattro allenatori qui analizzati, del migliore e più vincente in assoluto - di una dirigenza fatta di grandi campioni del passato (come è il caso, non a caso, anche del Bayern). In assoluto, è forse il cantiere più affascinante da seguire, perché l'ingegneria tattica è tipicamente olandese, con le sue figure inusuali e con i suoi sperimentalismi. L'impianto è un 3-1-4-2 non così scontato, con Carrick facente funzione di metodista e una mediana atipica come quella composta da Rooney e Mata. A ben vedere Re Aloysius sta tentando quel che è riuscito a Carletto a Madrid con Kroos, Isco e James: aggiungendo però due cursori di fascia come Valencia, Blind o Young. Anche i due attaccanti si riducono, in realtà, a una sola punta, Van Persie, più uno striker che gli gira intorno, come Di Maria o Falcao (se saprà interpretare il ruolo: al momento non sembra volerci provare, afflitto come appare da stellinite acuta). Il problema è costituito dalla difficoltà di mantenere le giuste equidistanze tra le linee e di sincronizzare i movimenti difensivi a scalare. La squadra incassa infatti un po' troppe reti (21 finora, una a partita). Ma l'impianto di gioco è chiaro e si tratta solo di attendere che gli interpreti assimilino gli automatismi. Ci vorrà ancora tempo, perché per più d'un giocatore (Rooney, Mata, Di Maria etc., ma anche lo stesso De Gea, chiamato sempre più spesso a usare i piedi come Neuer) si tratta anche di imparare un ruolo e una collocazione nuova in carriera: una sfida nella sfida. Dovesse riuscire sarà uno spettacolo. Teniamo poi presente che Van Gaal ha vinto ovunque sia andato. Sarà questione di tempo anche a Manchester. Come ho già scritto [vedi], insieme all'orchestra bavarese di Guardiola e alla máquina madridista assemblata da Ancelotti, lo United rappresenta, in prospettiva, l'attesa più densa di promesse per noi "mendicanti" di bel calcio.

Azor

30 settembre 2014

I santoni e le loro idee

Cartoline di stagione: 7° turno 2014-15

Chi ama il beautiful game vive in questi anni un'epoca fortunata: può infatti assistere a un football bellissimo, come raramente si è dato, per intensità e numero di interpreti, nella sua storia. Non parlo ovviamente del calcio italiano, ormai arretrato e periferico, né del calcio dei "top players", che un tempo erano chiamati più semplicemente "campioni" (e ce n'erano anche più di oggi). Mi riferisco a pratiche di gioco che alcune squadre stanno mostrando e hanno mostrato in anni recenti: un'idea di gioco offensivo inverata in più di un XI. Andando à rebours, per esempio, nella stagione scorsa hanno giocato in modo splendido, spettacolare, squadre come il Liverpool di Rodgers e l'Atletico di Simeone; nel 2013 il Borussia di Klopp e il Bayern di Heynckes; nel 2012 l'Athletic di Bielsa e la Juventus di Conte; nel 2011 il Barcellona di Guardiola, per citare solo quelle di vertice. Il recente Mondiale in Brasile si è rivelato probabilmente il più bello di sempre, soprattutto nella prima fase, confermando che i selezionatori delle nazionali avevano recepito le tendenze dettate dalle maggiori squadre di club europee.

La cattedra prediletta da Bielsa nella sua aula marsigliese
Jonathan Wilson ha ascritto questa nuova, grande, stagione del football mondiale soprattutto all'esempio proposto, sin dagli anni 1990s (quelli bui dominati dal difensivismo muscolare e dall'abiura dei giocatori atipici), da due allenatori visionari - Marcelo Bielsa [vedi] e Louis van Gaal [vedi] - le cui idee hanno seminato un nuovo modo di proporre il gioco, più offensivo, più prolifico, raccolto da vari altri loro colleghi. Entrambi non sono stati degli innovatori assoluti, ma degli appassionati e colti interpreti degli assiomi del calcio totale che era stato ideologizzato da Rinus Michels negli anni 1970s, e che aveva avuto un poco conosciuto antecessore in Viktor Maslov [vedi] e poi due grandi interpreti come Valerij Lobanovs'kyj e Arrigo Sacchi. Non la faccio lunga, ma sottolineo solo che non si tratta di una questione di modulo (di 4-3-3 o di altre formule), ma di atteggiamento: giocare un calcio propositivo, dare la caccia alla palla, pressare alto, proporre un movimento continuo dei giocatori e una varietà di opzioni per chi gioca il pallone, giocare di prima, creare lo spazio con il movimento degli attaccanti centrali, etc.

La stagione che è cominciata da un paio di mesi propone Bielsa e Van Gaal alla guida di due squadre di vertice nei rispettivi campionati. Le ambizioni, la storia recente e gli acquisti spropositati del Manchester rendono la messa a punto del nuovo progetto di Re Aloysius [vedi] necessariamente più lenta e accidentata. El Loco, invece, lavora su una scala inferiore, che forse è quella che più gli si confà, alla fin fine: a Marsiglia si è posto alla guida di un gruppo di ragazzi che lo seguono con convinzione. E i risultati cominciano a vedersi, nonostante le frizioni dell'argentino di Rosario con la dirigenza dell'Olympique che gli aveva promesso qualche acquisto di qualità che non è mai arrivato (un po' la stessa storia andata in scena a Napoli tra De Laurentiis e Benitez). Dopo una partenza scoppiettante (3:3 a Bastia e 0:2 dal Montpellier) sono venute sei vittorie consecutive: tre fuori casa (Giungamp 1:0, Evian 3:1, Stade de Reims 5:0) e tre in casa (Nice 4:0, Stade Rennais 3:0 e Saint-Etienne 2:1). Certo, il Marseille deve ancora affrontare le maggiori inseguitrici (Bordeaux, Lille e Paris Saint-Germain) ma l'allure è impetuosa.

La cartolina del week end arriva infatti, dritta filata, da un rinnovato Vélodrome vibrante di passione sugli spalti - con echi "argentini" innestati nel ribollire mediterraneo della tifoseria - e illuminato dal gioco dell'XI guidato da Bielsa. Un gioco semplice, lineare, verticale, veloce, senza fronzoli, senza passaggi orizzontali, senza lanci lunghi, tutto di prima, in un movimento continuo di uomini e linee, che tradisce il frutto di un'intensa didattica bene assimilata da una rosa senza campioni ma non priva di giocatori di qualità, dai più noti Mandanda, Payet, Gignac e Ayew ai più giovani N'Koulou, Dja Djédjé, Imbula e Thauvin ... Tatticamente la squadra gioca con linee a 3, che mutano a 4 a seconda delle fasi di gioco, come detta il modulo prediletto da Bielsa. Difesa a 4 in fase di non possesso, da cui esce sempre in prima battuta sul portatore di palla il centrale N'Koulou. Centrocampo a 4 quando riparte l'azione con due esterni, Romao e Thauvin, che si allargano sulle linee laterali mentre il gioco è proposto in verticale da Imbula e dallo stesso N'Koulou. Attacco a 4 con Gignac centrale, Payet alle spalle e Ayew e Thauvin sulle fasce: ma punte mobili, con Gignac che arretra a dettare il triangolo con i mediani che salgono: domenica scorsa, due gol in fotocopia, di Imbula e Payet, infilatisi al centro nel risucchio prodotto da Gignac. Chi non ha ancora visto questo XI si sintonizzi al più presto: uno spettacolo. La squadra più bella del momento.

Primi piani nitidi e terze linee sfuocate
Un gioco simile lo predica da anni anche Zdeněk Zeman, il santone nostrano: 4-3-3 di base, movimento continuo, transizione veloce della palla in verticale, senza troppi lanci lunghi o tiki taka orizzontali, gioco di prima, triangolazioni in attacco, diagonali estreme in difesa. Un'idea di gioco - per nulla misteriosa: si chiama, pensa un po', "calcio totale" - che in Italia pochi comprendono e tutti sbeffeggiano. In settimana i sedicenti "esperti" e i cosiddetti "opinionisti" avevano inscenato un surreale dibattito sui media: se cioè il calcio di Zeman fosse ancora attuale. Il problema (per loro, non per lui e nemmeno per noi) è che "non sono attuali" gli addetti ai lavori italiani, la cui ignoranza del football che si gioca all'estero è ormai pari al livello modestissimo cui è ridotto l'unico calcio che essi guardano senza cognizione. Domenica pomeriggio, a San Siro, Zeman ha inflitto coi suoi giovani del Cagliari una lezione di gioco al calcio italiano, mostrando cosa significhi avere idee, allenare una squadra, fare didattica. L'avversario era blasonato ma ormai naufragato da un'epoca tramontata che però perdura nelle ataviche convinzioni di molti suoi protagonisti: non solo il modestissimo Walter Mazzarri, ma anche la società che investe su di lui e su giocatori male assemblati, l'ambiente che sopravvaluta come campioni dei mesti ronzini, etc. Da un lato un gioco di squadra - quello che si gioca stabilmente nelle coppe europee (dal cui proscenio i nostri club sono ormai scomparsi) -, dall'altro una trama affidata alle individualità, agli estri estemporanei, drammaticamente priva di idee e di conoscenze. Uno iato culturale di cui i protagonisti non sono nemmeno consapevoli, intenti come appaiono a invocare attenuanti: gli arbitraggi, il turn-over, la sfortuna. Magari fosse così: non saremmo qui a terra, con le nostre vergogne.

Azor

22 settembre 2014

Frank, "el Cuchu" e la nemesi di Marassi

Cartoline di stagione: 6° turno 2014-15

"Frank, sei una vecchia ciabatta, non so cosa farmene di te. Adesso ho Fabregas". Non avrà certo detto questo José Mourinho a Frankie Lampard qualche mese fa, ma c'è qualcuno disposto a scommettere un penny sul fatto che non l'abbia pensato (vedi foto)? E ieri impagabile era l'espressione del portoghese, inquadrato dopo che la vecchia ciabatta, subentrata da poco, aveva scaraventato in rete il pallone di un pareggio che i Citizens strameritavano. Espressione incredula da un lato, scocciata dall'altro. Il vecchio dipendente gli sottraeva la ribalta, impedendogli di vincere more solito una partita di vertice senza giocare a calcio. E il buon Frank è poi andato a raccogliere l'applauso interminabile della South Stand, dov'erano concentrati i supporters ospiti. E' una situazione che capita di rado. Del Chelsea, Lampard è di diritto (e di fatto) una leggenda, e i numeri parlano chiaro: 648 presenze nel club (in tutte le competizioni) e 211 gol. E - si sa - non è un centravanti. Tre titoli nazionali, otto coppe britanniche, una Champions League, un'Europa League. Tutto, o quasi. E' sicuro: la storia di oggi (il gol e gli applausi di tutti) si scolpisce nella infinita storia del calcio inglese; che è forse l'unico a poterne produrre di simili. Su Mou, sul suo atteggiamento nel post-partita [vedi], sul (non) gioco del Chelsea (nonostante l'immensa qualità di cui dispone e che si è vista una sola volta durante il match), stendo un velo pietoso. Vincerà per inerzia molti titoli, quest'anno (cosa che personalmente non mi auguro), ma aumenteranno - nei suoi confronti - le antipatie e il sarcasmo.

E' stato comunque, in Inghilterra, un grande week-end. Bolle di sapone a Boleyn Ground [card] prima della partita - sabato pomeriggio - mentre si alza - appunto - "I’m forever blowing bubbles", inno degli Hammers. Match di cartello, West Ham-Liverpool. Si diceva che i supporters locali fossero stanchi del cattivo gioco offerto dagli uomini di Allardyce negli ultimi due anni; sì, risultati decenti, ma divertimento scarso. Bene, in questa stagione le cose sembra stiano cambiando. I Reds sono annichiliti dai primi dieci minuti di pressing e velocità dei londinesi; sconcertati, incapaci di articolare un discorso di football ancorché minimo. Sterling ignora Balotelli; Gerrard pare un lento tram che sta arrivando finalmente al capolinea; i centrali sono - a dir poco - statuari. Dello spettacolare XI ammirato un anno fa non è rimasto nulla. Rodgers deve ricominciare tutto daccapo: tre sconfitte su cinque partite in Premier sono quasi una sentenza. Peccato.

Jamie Vardie: una giornata particolare
Domenica pomeriggio, a Leicester, eccoli in campo tutti insieme: Falcao e Van Persie, Rooney e Di Maria. La batteria dei galli da combattimento di Luigi Van Gaal. I quattro confezionano due marcature di altissimo pregio, e a meno di mezz'ora dalla fine lo United è avanti di due gol. Riesce a incassarne quattro, e a perdere la partita. Il velo pietoso, stavolta, va steso sul reparto difensivo dei Red Devils: semplicemente osceno. Anche quelli che erano a Filbert Way ricorderanno a lungo questa partita, e la prestazione sopra le righe di due pedatori che più lontani (in tutto) non potrebbero essere: Esteban Cambiasso (ecco dov'era finito!) e soprattutto Jamie Vardie, ormai ventisettenne, nato a Sheffield, e arrivato ai Foxies solo due anni fa, dopo una vita trascorsa sui campi delle divisioni inferiori. El Cuchu ha ciabattato da par suo il gol del tre a tre, l'altro ha corso indemoniato per novanta minuti, segnando, servendo assist e quant'altro; the game of his life, senza dubbio.

Anche altrove si è giocato a pallone. Bisogna ammettere che, quando i suoi satanassi sono in vena, il Real è davvero un luna-park. Otto reti al Riazor, mai così tanti in trasferta nella sua storia in Liga, perle meravigliose offerte da Cristiano, da James, da Bale. Carletto ha il problema di abituare Kroos (uno che era nato trequartista) a fare il centromediano, e deve trovare il modo di far rendere James al meglio per la squadra, avendo il colombiano passo ben diverso da quello di Ángel Di Maria. Sicuramente, essendo tosto e testardo, ci riuscirà, in fondo ha dovuto risolvere problemi assai più complicati nei suoi ormai lunghi anni in panca ...

Il sabato si era concluso al Meazza. Strapieno di spettatori paganti e non abbonati, venuti per vedere Milan-Juventus. Si sperava in un match spettacolare ed equilibrato. Si è vista la classica partita di Serie A, un lento muoversi di uomini e di idee sulla scacchiera; partita - come si suol dire - tatticamente bloccata, e piena di falli (appunto) tattici. A bassissimo tasso di godimento per il pubblico - anche quello non abbonato e non pagante, già. Hanno vinto i bianconeri, secondo logica: superiori non tatticamente, ma certamente nella qualità complessiva dei singoli e dominanti sotto l'aspetto fisico. Magnifica la doppia giocata di Tevez in occasione del gol. Impressione volante: quando (e se) Allegri (uomo e allenatore per nulla geniale, anzi) scioglierà le briglie a Pogba, la Juve farà il salto di qualità che deve fare, forse anche in Europa; il suo reparto di mezzo, a ben guardare (con e senza ma soprattutto - in prospettiva - senza Pirlo), è ben assortito e nulla ha da invidiare a quelli dei grandi club stranieri.

La Serie A ha poi esaurito il suo programma tra il primo, il secondo, il terzo pomeriggio e la prima serata di domenica. Si è visto davvero poco. Da ricordare, tuttavia, la sconfitta della Lazio a Marassi, maturata sul finale di partita: gli sprechi dei biancocelesti nel primo tempo sono inauditi - almeno dieci occasioni limpide, ben riasssunte da un inciampo sulla propria corsa di Felipe Anderson, solo in area di rigore. Si sa come vanno le cose. Nemesi puntuale. "Ha prevalso il fattore imponderabile", deve aver pensato Claudius Lotitus.

Mans

8 agosto 2014

Una stagione a tre?

L'estate scorsa la riconfigurazione degli assetti tecnici dei maggiori club europei era ruotata intorno a un esteso ricambio degli allenatori [vedi]. Per alcuni l'approdo su una nuova panchina si è poi rivelato positivo: Ancelotti al Real ha vinto la decima e la Copa del Rey; Guardiola al Bayern ha vinto la Bundesliga e 4 coppe; Pellegrini al City ha vinto la Premier; Blanc al PSG il campionato e le due coppe nazionali. Anche Benitez al Napoli ha vinto la Coppa Italia, e Martino al Barcellona, alla fin fine, almeno la Supercoppa di Spagna. Anche Moyes allo United ha vinto la Charity Shield ma poi è finito arrostito sulla panchina più rovente del mondo. Solo Mourinho al Chelsea non ha vinto nulla. Tra gli allenatori confermati Simeone all'Atletico ha vinto la Liga e fiammeggiato in Champions; Conte alla Juventus ha vinto scudetto e Supercoppa; Wenger all'Arsenal la FA Cup; e Klopp al Borussia la Supercoppa tedesca. Il comune denominatore di questi allenatori è l'appartenenza alla ristretta élite dei "super club" europei, destinati comunque a primeggiare.

Quest'anno la rotazione è più limitata. Le attese sono concentrate su Van Gaal allo United, su Enrique al Barcellona e su Bielsa al Marsiglia. Si tratta di tre allenatori di grande sagacia tattica. Checché ne dicano i gazzettieri italici - nessun dei quali s'accorse del modulo vintage (WW) che Luis adottò alla Roma, finendo poi ripudiato come capita a quasi tutti, anche ai marziani, nella città eterna - anche lo spagnolo è talentuoso e ricco di idee, fautore di un gioco qualitativo. Le novità tattiche non potranno che venire da loro quest'anno.

Archetipi del 3-5-2
Insieme con il Pep, che sembra voler adottare come modulo base il 3-4-3 sperimentato senza continuità nell'ultima annata catalana, potrebbe essere il ritorno della difesa a 3 la cifra tattica della stagione. Bielsa propugna da sempre il 3-3-1-3 (o 3-3-3-1). Van Gaal ha fatto vedere ai Mondiali come si giochi con Kuyt e Blind esterni di 4. Attenzione, però: non esiste una sola via alla difesa a 3.

La primogenitura, come ha ricostruito Jonathan Wilson, va ascritta a Carlos Bilardo e alla sua Argentina campione del mondo nel 1986: 3-5-1-1, con un libero e Maradona dietro a Valdano. Anche Beckenbauer schierò una difesa a 3 in quel Mondiale ma con 4 mediani e Matthaeus dietro a 2 attaccanti: già nel 1990, però, lo schieramento si era consolidato in un 3-5-2. In Italia lo importò Nevio Scala al Parma, impostando la declinazione difensiva della difesa a 3, cioè quella dove gli esterni sono due terzini e tutti, in fase di non possesso, corrono all'indietro, posizionandosi a 5. Ciò significa giocare con un uomo in meno a centrocampo al punto da poter costringere uno dei due attaccanti a fare da raccordo (oltre a Maradona, l'esempio più recente è Hamsik dietro a Cavani, in assenza di Lavezzi, nel Napoli di Mazzarri, con Maggio e Zuniga esterni), o limitarsi a due punte davanti di cui una, per necessità, molto mobile (come Tevez nella Juventus o come Rossi nella Fiorentina ipotizzata da Montella con Gomez perno), perché il modulo non prevede attaccanti esterni ma solo la discesa dei terzini.

Altra cosa è invece giocare con una linea di soli 4 (o addirittura 3, con Bielsa e Sampaoli) centrocampisti, perché ciò costringere i tre difensori a salire in fase di non possesso, mancando le diagonali dei terzini esterni. A squadra posizionata sulla linea della propria area scala un esterno a 4 e l'assetto diventa un 4-4-2, scendendo dall'altra parte un attaccante esterno sulla mediana. Primo sperimentatore in Italia fu Alberto Zaccheroni con l'Udinese nel 1996-1997, con uno spettacolare tridente Poggi, Bierhoff e Amoroso.

Eroi del 3-4-3
Se il 5-3-2 ha il vantaggio di rendere denso il centrocampo in fase di possesso e lo svantaggio di dover aggredire gli spazi sulle fasce con due difensori, il 3-4-3 ha il vantaggio di rendere molto largo il fronte d'attacco favorendo l'inserimento dei mediani, e lo svantaggio di dover rischiare costantemente il fuorigioco difensivo perché le fasce non sono presidiate da difensori.

Questo per dire che la difesa a 3 esprime una serie di varianti, compresa quella, magnifica, della Roma di Luis Enrique, con De Rossi che in fase di non possesso scendeva da vero metodista sulla linea di Kjaer e Heinze in fase di non possesso, mentre Taddei e Josè Angel erano costantemente alti sulla linea di Gago e Pjanic. Nelle prossime settimane vedremo se Enrique la riproporrà con Busquets a scendere tra Mascherano e Piquè. Secondo questa declinazione, estrema quanto bellissima da vedere, i due laterali dei tre difensori sono in pratica due centrali cui si aggiunge a pendolo il mediano, e si gioca a zona pura. Nella declinazione a 5 il centrale è uno solo e gioca da "libero", come, per esempio, sta cominciando a fare Vidic nell'Inter di Mazzarri.

Altra evoluzione tattica in corso sembra essere il ritorno della marcatura ad uomo a centrocampo, con uno due mediani centrali a seguire l'avversario più pericoloso: nella semifinale mondiale dell'Olanda con l'Argentina Messi fu seguito ovunque da Schneijder. Insomma, si annuncia una stagione potenzialmente interessantissima dal punto di vista tattico, quanto non lo è stata quella appena finita, Mondiale a parte.

Azor

13 luglio 2014

Re Aloysius

Cartões Postais do Brasil

Dunque finalmente ci sono riusciti: gli olandesi hanno vinto la loro prima finale mondiale al quinto tentativo. Certo, trattasi di finalina: ma avevano perso anche quella, nel 1998, contro la Croazia. Senza contare le delusioni del 1974 (cocente), del 1978 (rabbiosa) e del 2010 (impotente), nelle finali per la Coppa.

12 luglio 2014, Estadio Nacional, Brasilia
Aloysius Paulus Maria "Louis" van Gaal canta l'Het Wilhelmus
Là dove non erano riusciti Rinus Michels, Ernst Happel, Guus Hiddink e Bert Van Marwijk, è dunque riuscito Aloysius Paulus Maria "Louis" van Gaal. Che ha pilotato magistralmente una rosa di giovani ed inesperti (ad alto livello) giocatori innervata da qualche satanasso e pochi campioni. Ad Aloysius va senza dubbio il titolo di migliore allenatore di Brasil 2014: pragmatico, eclettico, motivatore.

Non ha mostrato innovazioni tattiche, ma una maestria nel gestire una varietà di opzioni come nessun altro. Quello che il nostro buon Cesare si era ripromesso, senza poi riuscirci. Van Gaal ha mostrato una difesa a 3 e spesso a 5, una mediana spesso a 4 (con esterni veri come Kuyt e non terzini) e talora a 5, un attacco talora a 3 e più spesso a 2. Ha difeso a zona, ma a tratti anche a uomo in mezzo al campo (con Sneijder a seguire Messi ovunque, per esempio). Ha sfruttato la balistica di Blind per allungare la profondità offensiva. Etc. etc. Uno spettacolo tattico memorabile.

Aloysius ha retrocesso in mediana Sneijder (come aveva provato a fare Gasperini ...) con ottimi risultati, si è avvalso della ecletticità di un giocatore "totale" come Kuyt (che avrebbe potuto anche schierare in porta come para rigori), ho sdoganato dalle fasce Robben, che ha giocato forse la serie di partite più belle e scintillanti della sua carriera (in crescendo). Ha esaltato la lucidità degli anticipi e i tempi difensivi di Vlaar. Ha lanciato in mezzo al campo giovani segugi come De Guzman e Wijnaldum. Ha estratto dal cilindro Krul. Ha dato fiducia all'incerto Cillessen. Ha mimetizzato le pause di Van Persie e le amnesie di Martins Indi. E potremmo continuare.

Soprattutto, Re Aloysius ha mostrato cosa deve fare un allenatore in un torneo di sole sette partite: adattarsi alle caratteristiche dei giocatori, darsi obiettivi immediati, mostrare pragmaticità per raggiungerli. Van Gaal ha un caratteraccio, e non si cura di "gestire" i media: per questo gravano su di lui pregiudizi immotivati. Tra i tecnici, però, è stimato come un vero santone. Per dirne una, anzi due (antitetici): Mourinho lo rispetta come un maestro, Guardiola lo venera nel suo Pantheon. In Brasile ha compiuto uno dei suoi molti capolavori. E non vediamo l'ora di vederlo seduto sulla panchina che è stata di sir Alex: sarà uno dei grandi protagonisti della prossima stagione.

Azor

PS: il Brasile di Scolari e David Luiz? Ne riparleremo.