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16 febbraio 2017

Cadono le teste di ... serie

Fettine di Coppa: ottavi di CL (andata, prima settimana)


La caduta stupefacente e la stupefatta espressione di Leo
E così, dicono i più, il 14 febbraio 2017 (un martedì) potrebbe restare negli annali eupallici come il giorno nel quale cadde il mito del Barça. Separato da se stesso e dai suoi assi, anziani e logori (come Don Andrés), incerti sul proprio futuro (Messi), male supportati dai nuovi innesti, che non sembrano all'altezza del recente passato del club. Se l'analisi, oltre che roboante, sarà anche vera, lo sapremo a suo tempo. Lo stesso de profundis fu intonato nel 2013, quando i catalani vennero umiliati dal Bayern - ma erano le semifinali -: poi la squadra ritrovò stimoli e gioco, e in capo a due anni tornò a rivincere la coppa più prestigiosa.
Certo, i parigini hanno destato grande impressione. Travolgenti nelle loro folate, possenti in Rabiot e Matuidi, rabbiosi in Cavani. La dipartita del totem e indiscusso sovrano ha probabilmente - insieme all'arrivo dell'homo novus in panchina - messo in moto un lento cambiamento nel modo di stare in campo e di giocare che ora sembra dare i suoi frutti. La manovra ha più sbocchi, non uno solo e obbligato; e Cavani - pur come sempre predisposto a sacrificio e dispendiose (ancorché non necessariamente utili) corse e rincorse - è ora sottratto a una funzione meramente gregaria. Certo, il Barça dell'altra sera ha collaborato (altrimenti si dovrebbe parlare di una squadra-monstre), ma è impossibile non considerare adesso la truppa di Emery (di altissima qualità) alla pari delle altre grandi candidate al banchetto del Millennium fissato per i primi di giugno.

Che l'Arsenal sia una delle squadre più inaffidabili del Regno Unito è cosa risaputa, dunque il poker di reti incassate all'Allianz non desta il minimo stupore. Sono sempre lì, ma oltre non vanno mai, così in Premier come in Champions. Come se, arrivati ai nastri di partenza, il più fosse fatto. Un club ricchissimo, con un grande seguito, con un grande stadio, una grande storia, e risultati sportivi non all'altezza del fatturato e del blasone, spesso uscente con le ossa rotte dalle sfide con le pari grado (e pari - o quasi - fatturato) d'Europa. Che sia ora di cambiare rotta, è evidente. Dal canto suo, Carletto si gode queste serate. Sono le 'sue' serate, e con lui tutti dovranno fare i conti.

Kroos: ha appena ribaltato la partita
E il Napule? Ha fatto quello che ci si immaginava potesse fare. Provare a giocare, metterla sul piano del calcio, del palleggio, della tecnica, della velocità. E' stato un match abbastanza equilibrato, entrambe hanno costruito nitide occasioni, il Real le ha sfruttate meglio. Era annunciato un Real quasi dimesso, è parso invece piuttosto tonico. Una squadra che sembra migliorare, invecchiando. E anche Cristiano - forse ormai pago dei suoi infiniti record, forse stanco di pensare a un gol che non arriva da tempo per lui immemorabile - gioca molto più per la squadra che per se stesso. A rappresentare il nuovo Ronaldo, basterebbe il pallone di un possibile quattro a uno che ha dato a Marcelo, e che in passato avrebbe certamente tenuto per sé. Tra le due compagini c'è una lieve differenza sul piano tattico (entrambe sono ben riconoscibili come sistema di gioco, entrambe lo adoperano con efficacia), ce n'è molta su quello tecnico. Del resto, a Madrid malsopportano uno come Benzema, figuriamoci ... Purtroppo, infine, va registrata la pessima condizione di Koulibaly, in debito di fiato e di energia (colpa della coppa d'Africa, dicono), improvvisamente somigliante allo spaesato e sconcertante difensore centrale della prima stagione italiana; e va sottolineato che Reina saprà certamente esercitare una qualche leadership, sarà pure l'anima della squadra, ma tra i pali raramente compie miracoli. E su almeno due dei tre palloni insaccati dai Blancos forse non erano nemmeno necessari miracoli.

Il dato 'nuovo' fin qui offerto dagli ottavi è più che altro da annoverare tra le curiosità statistiche, dicendo poco e dipendendo dall'assurdità della formula e dall'andamento delle amichevoli che si giocano tra settembre e dicembre nella cosiddetta 'fase a gironi'. Le teste di serie, fin qui, cioè quelle che di diritto giocano la seconda partita del turno in casa perché vincitrici dei rispettivi gironcini, hanno tutte perso. Di stretta misura e con ampio margine di recupero, come il Dortmund; di goleada, come Arsenal e Barça; di quasi-goleada. come il Napoli. Non era mai successo. Anzi, era quasi sempre accaduto il contrario.

Mans

30 agosto 2016

O mia bela Maduninaaaaa ...

La stagione dei campionati e delle coppe è iniziata. Senza sorprese. Avremo due sole squadre in Champions League perché – more solito, ma attraverso errori e comportamenti indegni – la terza qualificabile si è arenata ai play-off. Crollando rovinosamente all'Olimpico dopo un buon pareggio a Oporto, frutto di sprechi e scarsa lucidità. Allineeremo perlomeno il grandioso Sassuolo in Europa League, sperando che tra emiliani, Viola, Roma e Inter qualcuna faccia più strada di quella che siamo abituati a vedere percorrere.

In Inghilterra le grandi hanno ripreso il pallino del gioco, almeno apparentemente. Gli investimenti epocali dell'UTD (e il deretano di Mou), il lavoro di Conte a Stamford Bridge, i primi esperimenti di Guardiola hanno già prodotto risultati, e le tre viaggiano appaiate, a punteggio pieno prima della sosta. Il Leicester muove ora alla sua velocità naturale, e il Watford affidato dai Pozzo a Mazzarri già boccheggia in coda. Ma anche l'anno scorso i Citizens partirono sparati: forse non sarà indecifrabile come di norma, ma non è detto che anche quest'anno la Premier non regali qualche emozione.

Il faccione è tutto un programma
Carletto ha già conquistato la Baviera (cosa di cui era difficile dubitare), e seppellito alla prima un rivale storico come il Werder (certo, decaduto assai). In Spagna fa notizia il Las Palmas di Kevin Prince Boateng, che sopravanza in classifica dopo due giornate e per le più consistenti goleade Real e Barça. Campionato di melassa agonistica dove prima o poi c'è gloria per tutti: solo l'Atletico gioca un 'altro' calcio, di sofferenza e inquietudine, e ha iniziato con due pareggi e molta fatica.


In Italia, senza dare l'impressione di impegnarsi più di quel che fanno all'oratorio i quindicenni opposti a improvvisate squadrette di pulcini, la Juve ha già sistemato Fiorentina e Lazio. L'autoproclamata sfidante di stagione, l'Inter del colosso cinese, è schiantata prima dal Chievo e poi messa in serie difficoltà dal Palermo, candidatissimo alla retrocessione; la Roma anche in campionato offre rappresentazioni drammatiche; il Napoli, lentamente, sta modellando l'annata del dopo-Pipita, ma ci vuol poco a capire che è l'unica squadra in grado di dare qualche fastidio (eventualmente) alla Juve.

E poi c'è il Milan. Il Milan e l'Inter. Chi governi le sorti del Milan non si sa; l'assetto societario attuale è sull'orlo del fallimento, quello futuro (fra trattative, preliminari, annunci di closing con soggetti indeterminati e indeterminabili) insondabile. Rimane il campo, l'allenatore nuovo, i soliti difetti e qualche bella promessa (Suso, Niang). E' rimasto Bacca, che appare e scompare come una madonna, ma in genere appare solo nell'area di rigore quando il pallone transita da lì. Non sempre il pallone transita dalle sue parti, e allora torna a sembrare qualcosa a metà tra un lusso e un modesto attaccante. Incomprensibile, del tutto incomprensibile quanto accaduto in casa nerazzurra: un mercato strano, un allenatore liquidato durante la pre-season, un altro arrivato mezz'ora prima che iniziasse il campionato, del tutto ignaro del calcio italiano e abituato a sistemi di gestione completamente opposti a quelli nostrani. Frank De Boer, già. Qualcuno si è illuso che fosse arrivato Rinus Michels, ma in due partite ha mostrato di essere ancora allo spelling del football italico. Ha gente di qualità in rosa, ma non adatta al modulo Ajax, al suo sempiterno 4-3-3, e costringe Banega a giostrare in mediana, in una posizione cioè dove può alternare cose buone da ragioniere e cose disastrose. E disastrose (cioè inutili) risultano le frequenti incursioni di Medel in area di rigore (e i conseguenti, logici sprechi). Vedere Medel fiondarsi cinquanta metri più in là della sua naturale linea di movimento dà il senso del paradosso.

Siamo dunque ancora nel pieno della nottata milanese, senza che nessuno sappia dire quando e se finirà. Perciò molti iniziavano ad interessarsi al Football Club Brera, terza squadra di Milano allenata dalla star televisiva Enzo Gambaro (ex terzino transitato anche dal Milan), militante in Eccellenza e che giocherà le sue partite nella gloriosa Arena Civica intitolata a Gianni Brera (il nome della squadra deriva tuttavia dal quartiere, non dal Gioann). Bene, le cose non vanno benissimo nemmeno qui. Il match d'esordio – una sfida di Coppa Italia Dilettanti in programma domenica scorsa all'Arena – è stato cancellato per impraticabilità del campo. Grandine? Temporali? Alluvioni? No. Campo di terra e sassi, erbe selvatiche e quant'altro. Manutenzione di competenza del Comune, non del club. Tra i due soggetti, comunicazione carente.

"O mia bela Maduninaaaa …."

15 maggio 2015

Il Gestore e i santoni scornacchiati

Fettine di coppa: ritorno delle semifinali (CL e EL)

Uno parla parla, e chissà se lo ascoltano davvero.
L'altro perde pixel e ha il sopracciglio abbassato
"Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Niccolai in mondovisione”, disse un giorno Manlio Scopigno quando seppe che il suo leggendario stopper sarebbe volato in Messico con la nazionale italiana per giocarvi la Coppa del mondo. Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Allegri arrivare a una finale di Champions League, pensavo l'altra sera, al triplice fischio di Real-Juventus. Già. Mentre Carletto chiude il suo biennio a Madrid tra i fischi e i fazzoletti del Bernabéu, Maximilano vede proiettata la propria carriera in una dimensione superiore (e di parecchio) a quella che si riteneva possibile per lui. "La Juve di Madrid ha incarnato diverse epoche del pallone italico. Resistente e chiusa come nei bunker trapattoniani degli anni Settanta, rapida e cinica come nei ruggenti Ottanta e insieme moderna nei cambi di modulo (difesa prima a 4, poi a 5, con trequartista e senza) secondo i dettami di Allegri, arrivato davvero oltre Conte e di parecchio. Mentre l'assatanato Antonio era tutto pancia e istinto, talvolta scomposto, il suo successore ha insegnato alla squadra a ragionare, a non avere fretta e a cambiarsi d'abito come Arturo Brachetti, mica per niente un torinese. E la Juve trasformista è davvero una grande maestra di arte varia" (Maurizio Crosetti, La Repubblica: vedi). Sarà. Qui a Milano lo abbiamo visto per anni al lavoro, e continuiamo ad essere scettici. Ora, saggiamente scelto dalla dirigenza juventina dopo l'addio di Conte, ha gestito, amministrato pragmaticamente un undici che non aveva certo bisogno di imparare a stare diversamente in campo; un gruppo bisognoso di relax agonistico, di 'conservazione' e non di 'rivoluzione'. Gente che domina la Serie A giocando la maggior parte delle partite in totale souplesse. Del resto, Allegri ha mostrato difficoltà palesi quando ha dovuto costruire (al Milan, nel secondo e nel terzo anno), meno quando ha potuto gestire (sempre al Milan, il primo anno). Sta applicando alla Juve più o meno lo stesso metodo che adoperò Fabio Capello subentrando a Sacchi sulla panca rossonera. Con intelligenza e furbizia mediatica, non c'è alcun dubbio. Tra gli allenatori, vi è chi ama seminare, chi preferisce specializzarsi nel raccogliere risultati, chi riesce a combinare le due fasi: Allegri sembra ben avviato a essere un campione del secondo tipo.

E comunque sia, va tributato un grande applauso alla Juventus e ai suoi campioni. Grandissimi e grandi e ai loro ultimi giri, come Buffon e Pirlo, Tevez ed Evra; quelli che grandissimi e grandi certamente saranno, come Pogba e Morata, destinati o meno a vivere in bianconero la loro crescita calcistica; e quelli di valore medio-alto (Marchisio, Vidal) e medio (Chiellini, Bonucci, Lichtsteiner). Ci hanno regalato la prospettiva di una serata impreventivabile; una finale, a Berlino, e contro il Barça, er mejo fico der bigonzo. Già sento i giornalisti-opinionisti-ultras antijuventini blaterare sull'esito tennistico della sfida. Mah. Se i catalani ci arriveranno dopo aver coltivato sicumera di vittoria e pensando di dover usare il pallottoliere, faranno la stessa fine del dream team di Cruijff, nel '94, ad Atene. Chi ha buona memoria, sa come andò.

La tenuta da gioco ricorda parecchio quella indossata dall'Italia
nella semifinale mondiale del 2006 [rivedi]

Dunque e in definitiva, le semifinali delle due coppe hanno assai ridimensionato il ruolo taumaturgico di certi allenatori, vincenti per definizione, visionari per vocazione, specialisti di coppa per tradizione. Si è visto il Pep - privo della classe di Robben e Ribery nonché della devastante potenza di Alaba - capace di fare solo un po' di solletico ai suoi ex allievi - sì, ha vinto all'Allianz, ma partendo da un complessivo uno a cinque, quando i catalani hanno iniziato a pensare ad altro attendendo il novantesimo. E Carletto - cui Perez ha sottratto Alonso e Di Maria per far cassa, spendendo i ricavi per James Rodriguez -, senza centrocampisti di ruolo, senza mediani e uno straccio di interditore, e soprattutto senza il signor Modric (un fuoriclasse) a dettare il ritmo, non ha estratto dal cilindro alcun coniglio a sorpresa. Nudo alla meta, Gareth Bale ha mostrato limiti tecnici inaccettabili per uno valutato cento milioni di euro nel folle mercato di questi tempi. E Benitez? Benitez è specializzato nel toppare i primi tempi, rattoppandoli nei secondi (esempio fulgido: la finale di Istanbul); ma nel pantano di Kiev i ronzinoni del Dnipro hanno praticato un calcio di totale ostruzione cui lui (Benitez) non ha trovato rimedi. Si è salvato, dunque, il solo Emery. Ma è stato molto aiutato dalla Viola, che in due partite ha buttato nella spazzatura una quantità impressionante di palloni da gol.

Così, alla fine, avremo le due finali meno pronosticate. Del resto, stiamo parlando di football, e  proprio questo è il suo bello.

Mans

25 aprile 2015

Viva l'Italia

Fettine di coppa: quarti di CL ed EL 2014-15
Viva l'Italia, l'Italia liberata [70 anni fa ...].
Viva l'Italia, l'Italia che non muore. 
L'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura, 
viva l'Italia, l'Italia che non ha paura. 
Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare, 
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare, 
l'Italia metà giardino e metà galera, 
viva l'Italia, l'Italia tutta intera. 
Viva l'Italia, l'Italia che lavora, 
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora, 
l'Italia metà dovere e metà fortuna, 
viva l'Italia, l'Italia sulla luna. 
viva l'Italia, l'Italia che resiste. 

Sì, sono i brani che mi sono venuti per primi alla mente dopo le serate europee di coppa di questa settimana felice per il nostro calcio così malinconico, metà giardino e metà galera, metà dovere e metà fortuna. Ma ancora una volta che non muore, che non ha paura, che resiste. E' l'Italia sulla luna. L'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura.

16 aprile 2015, Volkswagen-Arena, Wolfsburg
L'urlo dell'espugnatore
A fine agosto, dopo l'eliminazione, meritata, del Napoli dalla Champions League, avevo auspicato che "Benitez, che l'ha già vinta, Mazzarri, che l'ha sempre snobbata, e Montella, che l'ha bene interpretata lo scorso anno, farebbero bene a considerare la possibilità di battersi non tanto per il periglioso terzo posto in Serie A quanto per la vittoria, più prestigiosa e più pesante, della Europa League". E avevo aggiunto: "Il calcio italiano si gioca nell'Europa League di questa stagione una buona fetta del suo futuro. La sensazione è che i suoi protagonisti, tifosi inclusi, non ne siano affatto consapevoli. Ma speriamo di sbagliarci". Mi fa piacere essermi sbagliato. Come mi ero sbagliato a scrivere che "la EL è ormai l'unica coppa alla portata delle squadre italiane. Di questo sarebbe opportuno che se ne facessero per primi una ragione i protagonisti, a cominciare dagli allenatori e dall'ambiente. Uno scenario per nulla remoto è infatti che vi possano retrocedere anche la Juventus e la Roma da febbraio" [vedi]. Ero stato pessimista.

Grazie all'esca dell'ammissione diretta ai playoff di Champions, finalmente i nostri club si sono resi conto che avevano varcato la linea rossa, per ignavia e per ignoranza di come va il mondo (del football). Ancora una volta constatiamo che il nostro è un paese capace di impegnarsi e di ottenere risultati, come avviene, silenziosamente e quotidianamente, in tanti altri campi delle attività umane. E' l'Italia che lavora. Siamo infatti un grande paese, senza consapevolezza. Smemorato di sé, come diceva Carmelo. Un grande paese cui manca la costanza di volerlo essere sempre, ogni giorno. Per cialtroneria, per dirla spiccia. Il rapporto violento di Roma con il calcio ne è lo specchio: la città messa a ferro e fuoco dagli ultras nella notte successiva all'omicidio di Gabriele Sandri, l'11 novembre 2007 [vedi]; le continue "puncicate"; il bivacco batavo in piazza di Spagna per graziosa concessione del cosiddetto questore; l'8 settembre del calcio italiano nella finale di Coppa dello scorso maggio, etc. Dove le autorità, inadeguate e imbelli, appaiono le degne deuteragoniste degli ultras. E' l'Italia da dimenticare.

23 aprile 2015, Stadio "Artemio Franchi", Firenze
Il matador tranquillo
Tra i tanti commenti di queste ore, pochi mi sembrano abbiano rilevato un dato significativo e incoraggiante. Le tre squadre italiane approdate con merito (e un pizzico di fortuna) alle semifinali continentali appartengono a tre club tra i pochi con i conti a posto. La Juventus ha ridotto il deficit da 95,4 a 6,7 milioni di euro nei quattro anni in cui ha vinto tutto in Italia, e si appresta a varcare i 300 milioni di fatturato in questa annata di progressione europea. Un capolavoro gestionale. Il Napoli è in utile da 8 anni, non vanta debiti con le banche, ha aumentato gli stipendi da 66 a 89 milioni, ma anche gli ammortamenti da 39 a 63; per non farsi mancare nulla il suo pittoresco presidente si è pure staccato un assegno da 5,5 milioni ... La Fiorentina è in utile negli ultimi due esercizi, nonostante gli stipendi in crescita da 52 a 60 milioni. E' dunque un caso che tre club con i conti in ordine siano arrivati in fondo in Europa? Può essere. Ma se guardiamo ai bilanci dei club usciti di scena da tempo constatiamo che la Roma presenta un disavanzo di 38 milioni e un debito di 120, e che l'Inter è di fatto fallita: 102 milioni di disavanzo, oltre 200 di debiti, 265 di spese. Dati riportati dalla "Gazzetta" del 5 marzo 2015. A conferma che - alla lunga - la buona gestione è alla base dei buoni risultati sportivi.

Pronostici delle semifinali. Non guarderei alle rose, al blasone, etc. ma agli allenatori, cioè all'esperienza. Che a quelle vette rarefatte fa la differenza. In CL hanno già vinto la coppa Ancelotti e Guardiola e la finale di Berlino potrebbe essere davvero cosa loro. In EL hanno già vinto la coppa  sia Benitez sia Emery. E ho detto tutto.

Azor

19 aprile 2015

Macumba

El rincón del tertuliano

Ai piani alti della Liga (e sulla soglia delle semifinali di Champions, monopolizzate dalle tre grandi spagnole) la dimensione tecnico-tattica pare non contare più. A sei giornate dal termine, il copione non subisce significative variazioni: Barcelona, Real Madrid e Atlético Madrid vincono. Soffrono o dominano, ma quasi sempre portano a casa il risultato. Unica eccezione, il mezzo scivolone del Barça una settimana fa contro un agguerritissimo Sevilla: ammaliata dalla magia del Sánchez Pizjuán, la capolista ha visto dimezzarsi il vantaggio sull'inseguitore merengue. A questo si è ridotto il campionato: a una perenne invocazione della malasorte sul rivale attraverso ogni pratica rituale conosciuta. La macumba, la gufata, le corna, el mal de ojo, tutto vale, purché il Barça inciampi, il Madrid perda il contatto, l'Atleti venga raggiunto dalle dirette concorrenti per la terza piazza.

El Pistolero, 11 gol nella Liga BBVA
 Ieri il terreno del Camp Nou era disseminato di infide tagliole blanquinegres - il Valencia occupa la quarta posizione e ambisce a superare l'Atlético - ma questo Barça è estremamente pratico: apre e chiude il match a mo' di ventaglio, grazie al fulmineo suicidio ché e nel segno del Pistolero Suárez.
Carico a pallettoni dopo la doppietta del Parc des Princes, Luísito dopo 55 secondi dal fischio iniziale accetta l'invito Messianico a marcare il tipico gol de vestuario, in un bruciante contropiede che squarcia la difesa bondage del Valencia. Nei primi minuti la Pulga, a un gol dal traguardo delle 400 realizzazioni con i blaugrana, sembra ispiratato e buca ripetutamente per vie centrali; la difesa avversaria ansima, faticando persino ad abbatterlo. Il canovaccio catalá è ovvio quanto efficace: il compito di centrali e terzini è di traghettare il pallone all'altezza del cerchio di centrocampo, dove chi di dovere (Leo, who else?) raccoglie e inventa. La cooperativa funziona: lui è regista, mezzapunta, ala, centravanti e ala, lo es todo.

Claudio Bravo para il rigore di Dani Parejo
 Il Valencia, pur senza il fosforo di Pablo Piatti, reagisce allo scapaccione a bruciapelo e guadagna un rigore a 24 carati, che il capitano Parejo s'incarica sciaguratamente di recapitare tra le braccia di Claudio Bravo. I culé cominciano a imbarcare acqua: sulle fasce soffrono la spinta di Feghouli, Otamendi, Rodrigo, André Gomes, perdono pericolosamente il marchio di fabbrica - il possesso palla - e subiscono inermi la pressione avversaria. Il centrocampo non filtra, Xavi latita. Il palo di Paco Alcácer è l'ultimo avviso del primo tempo, dopodiché comincia un'altra partita: nella seconda frazione il Barça sterilizza la sfera, assume il controllo del match e lo chiude all'ultimo istante, con una cavalcata trionfale di Messi su un Valencia ormai senza ossigeno (e ulteriormente staccato dal terzo posto, consolidato dall'Atleti grazie al successo sul Depor). L'incontro, però, non poteva terminare prima che Messi si presentasse all'appuntamento inderogabile con il quattrocentesimo sigillo azulgrana.

Prodezze di giornata: la chilena di Antoine Griezmann
La pressione a questo punto ricadeva interamente sulle spalle del Real Madrid, alle prese con il molesto Málaga. Con il ritorno del derby europeo dietro l'angolo, Ancelotti sceglie di non rischiare Benzema. Il suo XI suole condurre le danze ma tende a sbilanciarsi; la difesa è friabile, barcolla costantemente sulle palle alte, condizionata dalle persistenti indecisioni di Casillas in uscita e da centrali più adatti a proporsi che a contenere. La macumba stavolta può contare sulla doppia sponda Barça-Atleti, fattore chiave perché gli spilloni vodoo pungano il pupazzo blanco dove realmente duole.

Fuori uno: Bale
Gli esiti del sortilegio non tardano a manifestarsi: dopo due minuti, l'infortunio di Bale. Il Madrid spinge a sinistra con un caotico Marcelo, ma il Málaga è squadra giovane, rapida e pratica; il centravanti marocchino Amrabat a più riprese mette in imbarazzo Pepe e Ramos, la corsa di Boka impone ai Blancos di sbilanciarsi a destra, in sostegno ad Arbeloa. Il gol di Ramos - in sospetto fuorigioco - giunge nel momento più opportuno; qualche minuto ancora e la questione si sarebbe complicata. Dopo il vantaggio il Madrid si scuote, Kameni compie un paio di miracoli, ma la partita è sempre aperta e vibrante: Sergi Darder nel primo tempo fagocita il pareggio, un rigore di movimento consegnato al parcheggio del Bernabeu. I Boquerones si chiudono e ripartono, vogliono portarsi via un pezzo di stadio e cominciano a marchiare le articolazioni avversarie: a turno Angeleri, Sergio Sánchez e Castillejo (spesso fuori giri), più tardi Tissone, fino alla nefasta entrata dell'impenitente Recio, che scalpella il ginocchio di Modric. Nel centrocampo merengue, improvvisamente si spegne la luce.

Fuori due: Luka Modric K.O.
 Il croato è l'ago della bilancia. Si avvera, dunque, il peggior incubo di Carletto: perdere ora Modric con lo spettro del Cholo dietro l'angolo, e con alternative che non lo convincono appieno. Il mister non si fida del pigro Isco, la cui qualità tecnica mal si coniuga con l'infinita quantità di palloni persi, né della recente scarsa affidabilità di un Kroos sempre meno germanico, sempre più latinamente impreciso. Senza Modric il Madrid vacilla; il Málaga annusa il sangue della preda ma perde l'attimo. Nel momento migliore arriva il rigore (fallito da Cristiano Ronaldo), poi un gran gol di James Rodríguez, eccelso ricamatore, e la tardiva stoccata di Juanmi; Chicharito negli ultimi minuti si scrolla di dosso la depressione di un lungo inverno in panchina e assiste il tap-in di CR7. Il trionfo costa la salute al Madrid, incerottato allo scontro decisivo di Champions, senza Marcelo, Bale e Modric. Peligro...

Duca

6 aprile 2015

Repoker (La cinquina)

El rincón del tertuliano

Amsterdam Arena, 31 marzo 2015, Olanda-Spagna 2-0. 
 Memphis Depay, imprendibile
Il break delle nazionali si è chiuso con l'ennesimo schiaffo oranje: temendo che il ricordo del tonfo di Brasile 2014 e dell'umiliante 5-1 di Van Gaal potesse svanire nelle menti iberiche, in amichevole "Magician" Hiddink incanta l'Amsterdam Arena con un recital di football totale e in 15 minuti mortifica l'XI di Vicente Del Bosque. Senza le stelle Robben e Van Persie, la punta del PSV Memphis Depay veste i panni del crack e squassa la retroguardia spagnola, impoverita dalle prestazioni decisamente insufficienti di Piqué e Albiol; al momento, pur considerando il volenteroso forcing della Roja nella seconda frazione, la differenza tra le due rappresentative è siderale.

La cinquina dell' insaziabile CR7: 36 gol in 26 partite!
Archiviata la scoppola, la Liga inizia l'ultimo segmento di dieci gare. La giornata pasquale lascia invariati i quattro punti di distanza tra Barça e Madrid. Al Bernabéu per circa venti minuti si ammira un Granada solido e pungente, con Fran Rico e El-Arabi pericolosi in un paio di occasioni, finché Bale stappa la difesa nazarí con il primo gol blanco. Da quel momento comincia il crollo biancorosso e il match si trasforma in una lenta agonia. Sulla panchina merengue, Ancelotti si rilassa e contempla la sua squadra ritrovata, finalmente rapida e letale dopo tre mesi di anemia, mentre passeggia su ciò che resta del Granada. Le miopi accuse piovute sul reggiolese da carta stampata e spalti tornano al mittente, incartate con nove gol e con la consapevolezza che il Madrid a ranghi completi è uno schiacciasassi. I punti persi per strada derivano quasi esclusivamente dalle lunghe assenze di James Rodríguez e Modric: indispensabili e insostituibili, nonostante gli sforzi dei vari Isco, Sami Khedira, Lucas Silva e Illaramendi. Cristiano Ronaldo, dopo aver rifiatato per qualche giorno, in 8 minuti mette a segno un hat trick, che poi si converte nel primo repoker della sua carriera, zittisce gli schizofrenici mugugni della peggiore tifoseria del pianeta (nota per essere in grado di acclamare i propri beniamini e lapidarli pochi istanti dopo) e supera l'eterno rivale Messi nella classifica goleadora.

Neymar Jr, nervoso e inconcludente contro il Celta
Poche ore dopo il Barça fatica tremendamente contro il Celta de Vigo. Il pubblico del Balaídos spinge i suoi, autori di un primo tempo strepitoso in cui l' XI culé soffre le incursioni di Nolito e la maggiore dinamicità dei galegos. Nel secondo tempo, quando la spia rossa si accende nel serbatoio céltico, i blaugrana riprendono il possesso, pur senza portare grandi pericoli alla porta di Álvarez almeno sino all'incursione dell'ariete Mathieu, al secondo centro su calcio piazzato dopo il gol del Clásico. Un Barça grigio e nervoso – con un Messi in tono minore e con le continue simulazioni di Neymar e Suárez, che ciclicamente indossano la loro maschera più irritante e polemica – raggiunge l'obiettivo: il margine di quattro punti è intatto, in vista del prossimo turno infrasettimanale e dei prossimi impegni di Champions League e Copa del Rey. 

Luciano Darío Vietto,
pericolo costante al Mestalla
Nella parte alta della classifica, i due restanti posti Champions sono contesi da tre squadre: Atlético Madrid, Sevilla e Valencia. Simili i successi di Emery e Simeone: in entrambi i casi, la pratica è archiviata in pochi minuti, Athletic Bilbao e Córdoba oppongono poca resistenza. Al Mestalla invece l'equipo ché traballa contro il Vila-real e non va oltre lo 0-0, in un match teso e bloccato in cui è il sottomarino giallo a esibire più coraggio e idee; Musacchio e Bailly frenano ogni iniziativa del Valencia, Vietto e Pina a più riprese pungono la retroguardia blanquinegre, il punto scontenta Marcelino.

Nel frattempo, il sinistro di Raúl González Blanco iniziava una nuova avventura nella North American Soccer League: al Lockhart Stadium l'eterno 7 blanco debuttava nel New York Cosmos con una vittoria sui Fort Lauderdale Strikers, club della Florida che conta tra i suoi azionisti un certo Ronaldo Luís Nazário de Lima. L'ultima avventura di Raúl, questa, in uno scenario decisamente sottotono qual è la NASL, categoria inferiore alla Major League; forse, l'ultima spiaggia per il ritorno di un altro trentasettenne d'oro, il mito culé Carles Puyol.

Duca

11 marzo 2015

Terrore al Bernabéu

Fettine di coppa: ottavi di CL 2014-15 (ritorno - primo martedì)

"Oddio, e cos'è quello? Un pallone?"
I suoi riflessi si sono spenti, e lo sguardo è appannato dall'incredulità di quel che gli accade. Lo sguardo è tipico di chi vorrebbe poter credere d'essere solo precipitato in un incubo. Ma è una notte che non finisce mai. Aveva ragione Mou, possibile? Iker Casillas è (o sembra essere) un ex-atleta, forse un ex-portiere, uno che sbriga a fatica l'ordinaria amministrazione, quando la sbriga, grazie all'esperienza. Sicuramente è un guardameta ormai inaffidabile, perché non sempre s'accorge del pericolo che incombe, e ogni oggetto rotondo che transita dalle sue parti è potenzialmente un assassino. Catturerebbe ancora e con relativa agilità qualche pallone sgonfiato da spiaggia, di quelli grossi che volano lenti; quelli normali, da competizione, quelli peraltro studiati apposta per disegnare traiettorie indecifrabili ai radar dei portieri, sembra abbiano per lui le dimensioni di una pallina da tennis, e gli passano veloci vicino a un braccio o a una gamba, rimbalzano o sgusciano. Solo di rado riesce a toccarli, ma senza convincerli a finire altrove la corsa. Diretti in porta, in porta arrivano. Martedì sera, al Bernabéu, i minatori (Die Knappen) di Gelsenkirchen hanno rischiato di far saltare per aria la storia della Champions League, riducendo il Bernabéu a sospirare perché la sconfitta rimanesse entro proporzioni aritmeticamente accettabili. Ma per il Grande Real e per l'Impero di Carlo Magno sono stati minuti di puro terrore. Ogni assalto dello Schalke era come una scossa di terremoto. E non basta l'irreversibile declino di Casillas a spiegare l'accaduto.

"E' andata. Adesso rimbocchiamoci le maniche"
Le difficoltà dei Blancos dipendono, in parte, dall'assenza di Ramos, grande ed esperto difensore-cannoniere, sempre (sempre) decisivo nella stagione della 'decima'; in parte, dal necessario rimpiazzo di due pedine nel reparto centrale, mastro Alonso e Angel Di Maria. Xabi, è vero, ha gli anni che ha, ma il suo peso specifico in un grande equipo è ancora tutt'altro che trascurabile. Senso della posizione, senso della partita. Palleggio e lanci lunghi, capacità di rallentare l'azione o di alzare il ritmo, durezza e cattiveria nei contrasti. Kroos è un futuro campione - questo è certo -, ma non ancora pronto a mettere sul banco tutta la merce che serviva Xabi. Di Maria, dal canto suo, garantiva velocità supersoniche ai ribaltamenti di fronte, assoluta imprevedibilità all'azione; Isco, che sicuramente è un futuro campione, possiede caratteristiche diverse, e non assortisce bene il trio dei centrocampisti, se gli altri sono Kroos e Kedhira. Lo stesso va detto di James Rodriguez. Senza quei due, il quattro-tre-tre nell'ultima release ancelottiana convince poco: è instabile, squilibrato, vulnerabile.

Certo, al momento è fuori anche Modric, e si tratta (come per Ramos) di un'assenza pesante. Tuttavia, per le ultime battaglie d'Europa, Carletto dovrà sperare che proprio Ramos e Modric tornino in squadra e in piena efficienza; e dovrà soprattutto trovare un sistema per convincere l'ambiente a calmarsi. Madrid ha osannato e divorato decine di allenatori, nell'ultimo mezzo secolo. A tutti è toccata la ghigliottina della critica, e poi il 'disonore' della cacciata. Se non sta più che attento, potrà capitare anche a lui. Prima del sorteggio dei quarti, oltretutto, dovrà arrangiare lo spartito, riaccordare gli strumenti e portare la banda a Camp Nou. Dove, peraltro, nessuno ha intenzione di lasciarla suonare.

Mans

9 febbraio 2015

Le molte facce dell'Atlético, l'espressione di Messi e le vergogne di casa nostra

Cartoline di stagione: 23° turno 2014-15

Colori di Madrid




In un gelido pomeriggio madrileno, i colori cupissimi delle immagini trasmesse dai monitor annunciavano già lo schianto. Il Vicente Calderón è uno dei pochi stadi dall'interno dei quali è ancora possibile vedere il cielo; quasi dappertutto, ormai, si gioca sempre e solo in uno scintillìo di luce artificiale. Biblica nelle proporzioni, la catastrofe si è abbattuta sull'armata di Carlomagno, che peraltro giungeva decimata allo scontro. Una lezione di calcio - di pressing, di concentrazione agonistica, di organizzazione di gioco - che il Real non subiva dai tempi delle sfide tra Mou e Guardiola. L'Atlético conferma di poter avere molte facce. Può, a volte, emulare i terribili e feroci Estudiantes di fine anni '60; ma può anche servire momenti di gioco veloce e raffinato. Simeon mago ha così arricchito la sua recente collezione di partite divenute leggendarie già al triplice fischio. A discolpa di Carletto e del meccanismo Real (abbastanza inceppato di suo, dopo il mondiale per club) vi è solo l'aver dovuto presentare un reparto di difesa completamente diverso da quello titolare, del quale era arruolabile il solo Carbajal, ma spostato di fascia. In mezzo al campo, giostravano Khedira (spaesato e con la testa altrove) e Isco (troppo snob per poter reggere i ritmi e il pressing dei Colchoneros). Spazzati via. Un autentico massacro, di cui il punteggio finale non rappresenta la reale entità.

Allegria del calcio - esuberanza
Allegria del calcio - gioia
Allegria del calcio - armonia

Viceversa, il Barça è squadra riaccesa negli umori e nelle prospettive. I tre davanti producono scintille di gioco inarrivabile. Soprattutto, si divertono - l'espressione di Leo è tornata 'normale', ed è già molto. Passano a Bilbao di goleada, e lasciano intravedere margini di miglioramento strepitosi. Immaginate Messi, Neymar e Suarez al top, e vogliosi di giocare 'insieme', non ciascuno per conto suo alla ricerca del santo graal. Un trio che ha tutto per scrivere pagine inedite nella storia del football, e ha davanti tutto il tempo che serve per poterle scrivere. Attendiamo curiosi e fiduciosi. 

Allegria del calcio - intesa

Mentre HarryKane torna ad imperversare nel North London derby, gli spreconi del City si fanno quasi sgambettare dall'Hull, e accumulano altri due punti di ritardo dal Chelsea - che invece passa abbastanza agevolmente a Villa Park. Modestissimo show - anzi, indecoroso - dello United a Boleyn Ground, dove il West Ham avrebbe potuto chiudere e strachiudere la partita prima di farsi raggiungere al novantesimo e oltre. Immeritato il pari, regredito e confuso il progetto di gioco messo in campo da re Aloisio. E prestazioni vieppiù deludenti di quelli su cui a Old Trafford puntavano per tornare rapidamente al vertice. Falcao è un mistero: o la Premier e i suoi ritmi non sono adatti per lui, o lui è ormai (dopo i molti infortuni) un ex grande attaccante, inadatto alla Premier; oppure, ancora e semplicemente, tra lui e Van Persie c'è qualcuno di troppo. Di Maria, invece, è l'ombra del campione ammirato la scorsa stagione, nel Real e ai mondiali. L'impressione è che, come si suol dire, non ne abbia più. Non per quest'anno, almeno. Sicché i due grandi colpi di mercato hanno prodotto, finora, poche emozioni e molta zavorra.

Gli tocca portare la croce e cantare

Spiccioli di casa nostra, a chiusura di un turno ordinario. Ravvivato però dalla solita inutile, sterile polemica. Non si parla d'altro che del mancato, ritardato, pseudo-taroccato replay televisivo dell'azione che ha portato la Juve in vantaggio nell'impari confronto con il Milan. Comunicati insinuanti da parte rossonera, risposte arroganti da parte bianconera. Uno spettacolino mediatico (con tutte le possibili ed evidenti dietrologie) che non si può nemmeno definire indegno. Un teatrino ripugnante ed offensivo per chi vorrebbe che di calcio si discutesse non solo serenamente, ma anche scegliendo temi appropriati e interessanti. In Italia invece, da molto tempo ormai, di calcio non si parla più.

Post scriptum: accolto a Linate come un Rummenigge, Poldi sembra aver già concluso la sua gloriosa parabola di titolare nell'Inter. Stabile, d'ora, in poi - fatte salve le necessità di turn-over - la sua collocazione: in panca. E' un pedatore fuori corso, e al termine del suo semestre Erasmus tornerà all'Arsenal. E poi, ci scommetto, ancora una volta a Colonia. Dove finirà la carriera: da capitano non giocatore. Dove nessuno potrà negargli una bella cerimonia di laurea: honoris causa, naturalmente.

Mans

3 novembre 2014

Addio, Granada romantica

Cartoline di stagione: 11° turno 2014-15

Concentrazione è anche fingere di fingere di non guardare da nessuna parte
La proiezioni statistiche nel football, come si sa, hanno pochissimo senso, ma almeno sono un divertente passatempo. Per esempio. Nella cosiddetta liga scozzese di Spagna (dove però giostrano alcune delle squadre migliori d'Europa), dopo dieci partite tonde tonde il Real ha all'attivo già 37 reti. Di questo passo, concluderebbe il torneo a 140. Più volte nella loro trionfale storia i Blancos hanno sfondato la soglia dei 100 gol; mai, tuttavia, a questa media, nemmeno ai tempi di Don Alfredo e del mancino Cañoncito magiaro. E Cristiano, che per sua sfortuna ne ha giocate finora solo 9, è già a quota 17, tenesse il ritmo ne potrebbe fare 64 o anche 65. Non credo ci riuscirà. Certo, gioca in un XI di assatanati, drogati dalla tranquilla e sapiente gestione di Carletto. Sabato pomeriggio, le telecamere non avevano ancora cessato di inquadrare lo spettacolo del "Los Cármenes", tutto speranzosamente biancorosso per l'occasione, che il barbuto Carvajal (canterano Real ma fisiognomica colchonera), lanciato sulla fascia e giunto vicino alla linea di fondo, veniva anticipato ma non mollava, sradicando subito il pallone (forse fallosamente, ma in maniera non vistosa) dai piedi dell'avversario e servendo Benzema, il quale sfornava un bell'assist per Cristiano che, in controtempo (foto), metteva a sedere l'anziano goleiro Roberto Fernández Alvarellos. E dunque Addio, Granada romantica, paese di luce, di sangue e d'amor!: a Carletto sarà certamente venuto di canticchiare questo hit della sua infanzia, reso popolare dal vocione di Claudio Villa. Sul prato, una sessione di allenamento che nemmeno vale la pena di dirigere.

Qualche ora dopo il Barça riesce nell'impresa di farsi mettere sotto dal Celta di Vigo per la prima volta nella storia a Camp Nou, e dunque c'è il sorpasso. La rinuncia alla difesa e ai difensori di ruolo alla lunga produce costi pesanti; specie quando gli attaccanti sono in giornata storta, e collezionano pali e traverse. E' stato un ex reprobo, scartato dalla Serie A, a far saltare la santabarbara catalana: è il sosia di Batistuta e giocava nel Cagliari (certo, la somiglianza fosse stata più vaga ma 'tecnica' ...), dove segnò pochissimi gol e concentrati in pochissime partite. Si chiama Larrivey, Joaquín Oscar Larrivey.

El Kun molto spreca e dunque impreca
Grandi partite in Premier e in Bundesliga. Nel Manchester derby ospitato dal freddo stadio dei Citizens i rossi hanno concesso praterie immense ai padroni di casa, De Gea compie miracoli su miracoli, Aguero spreca occasioni su occasioni; così gli sky-blues passano solo dopo l'espulsione (ingenua è dir poco) di Chris Smalling, al termine di un'azione che - come molte altre durante questa partita - ha mostrato la folle vulnerabilità sulle fasce dell'XI di Van Gaal. E' Di Maria (!!!) a bucare l'intervento cruciale sul vertice dell'area e a farsi tagliar fuori da Clichy: lo scalo delle posizioni in situazioni di inferiorità talvolta è fatale, e Di Maria sulla linea dei cinque ha mostrato nella circostanza una percezione davvero approssimativa dello spazio e del tempo. Partita comunque di intensità memorabile, giocata a ritmi elevatissimi (anche per gli standard inglesi) - fantastica una progressione verticale old style di Rooney dalla quale nasce la limpida opportunità per il pari sventata da Hart. Per lo United e per il suo santone olandese la salita adesso è ripidissima; la classifica annuncia incertezze e agonismo solo per le posizioni di immediato rincalzo al Chelsea (già virtualmente campione), con City e Arsenal ovviamente favorite per l'accesso diretto alla CL. Il Liverpool, dopo la dissoluzione, procede rapidamente verso l'estinzione. Liberando alla contesa un appetitoso quarto posto.

Nel tempio del Bayern ha fatto capolino la squadra più insondabile e imprevedibile del momento. Già. Incomprensibile il motivo per cui gli Schwarzgelben, travolgenti sui campi della Champions, in Bundesliga siano oggi ultimi (ultimi!!!) in classifica, insieme al povero e glorioso Werder Brema. Sette punti (meno che una miseria) e  sette sconfitte in dieci partite. Eppure erano riusciti a passare per primi, gelando l'Allianz Arena. Un'illusione ottica, o quasi. Gli uomini del Pep li hanno rullati per 90 minuti, raccogliendo i frutti solo sullo scorcio della gara. Non è mancato il gol dell'ex (il centravanti della Polonia), ma poteva essere una goleada epocale. Pazienza. Domani a Dortmund si rifaranno col Galatasaray ...

Napoli, Stadio San Paolo.
Le squadre entrano in campo, tra gli applausi di una sparuta folla
Anche dalle nostre parti si gioca a pallone, in scenari sempre più surreali e inquietanti. Il campo di patate di Marassi sarebbe interdetto alla pratica del football anche nei paesi più aridi del mondo; colpiscono tuttavia, e non è una novità, gli spalti disertati dal pubblico, specie nei big-match. Un tempo, il derby del Sud era da tutto esaurito; sabato il San Paolo era semi-deserto, forse anche per le ben risapute ragioni di ordine pubblico. Hanno avuto torto gli assenti, perché il Ciuccio ha sbranato la Lupa, dando spettacolo nella prima mezz'ora. O' Napule ha in rosa alcuni tra i pedatori più forti del campionato (Hamsik e Higuain, poi, sono un lusso sfrenato, quando in condizione); giocasse mediamente un po' meno bene di così, potrebbe competere per il titolo, e non è da escludere che possa, nonostante il ritardo già accumulato. Vedremo. Certo alla competizione sono iscritte per sola tradizione calcistica le milanesi, alle quali rimane ancora il blasone (ma destinato pur esso a sbiadire in tempi rapidi, di questo passo). Si disputeranno al massimo (forse e alla lunga) un posto per l'Europa League; chi ha visto Milan-Palermo, ieri sera, difficilmente la dimenticherà: giocare più sgangheratamente (e con meno intelligenza) di come hanno fatto i rossoneri è oggettivamente impossibile o quasi. Fischi a San Siro; di rassegnazione e stanchezza, più che di delusione.

Post scriptum: se a qualcuno interessa scommettere con tre o quattro anni di anticipo su quali saranno le partite nel mirino delle procure nelle future inchieste su "calcio e scommesse", si consiglia di studiare con attenzione gli highlights della Serie B.

Mans

29 ottobre 2014

Fisarmoniche

Cartoline di stagione: 9° e 10° turno 2014-15

Ridendo e scherzando i campionati europei sono arrivati quasi a un quarto del cammino. In Ligue 1 si sono già disputate 11 giornate, nei tre tornei maggiori 9 turni, mentre solo noi siamo placidamente ancora a 8, tanto che ci tocca un'altra sciroppata infrasettimanale (in modo da facilitare i tecnici nella gestione degli allenamenti). Vale la pena cominciare a tirare qualche somma.

25 ottobre 2014, Estadio Santiago Bernabéu, Madrid
Il migliore in campo: Francisco Román Alarcón Suárez, detto Isco
La Liga offre la situazione agonistica più appassionante: classifica a fisarmonica, prima allungata e ora accorciata. Battendo senza equivoci il Barça, in un rutilante spettacolo di grande calcio, il Real ha rimesso in gioco tutti: nello spazio di due punti adesso sono in cinque a giocarsela perlomeno fino a Natale. Carletto nostro, con la sua bella mediana di trequartisti, è davvero "l'uomo che sussurra ai fuoriclasse", come lo ha definito Paolo Condò: in un paio di mesi ha rimesso in asse un telaio sconvolto dalla cessione di un califfo come Xavi Alonso e di un satanasso come Di Maria, e dal roboante arrivo di una stella come James Rodriguez, e l'esito finale è che ora rifulgono anche i Marcelo, gli Isco, i Benzema. Semplicemente magistrale. Luis Enrique, invece, suderà le sue camicie per gestire il lusso di un tridente d'attacco che non appare portato a pressare nella trequarti altrui, come vuole ormai il calcio postbielsista: finché affronti l'Elche, il Levante o il Granada, puoi fare calcio play-station; ma le sconfitte al Parc des Princes e al Bernabeu sono più che campanelli d'allarme, e i Blaugrana devono ancora incontrare le altre tre del gruppo di testa. Il Siviglia festeggia in cima alla classifica, e molti scordano che solo 150 giorni fa aveva battuto il Benfica in finale di Europa League (là dove la Juventus di Conte non è stata nemmeno capace di arrivare). Il Cholo ha avuto il suo bel daffare a ridare forma a un organico saccheggiato dal Chelsea, e sta piano piano risalendo la china: nel frattempo ha espugnato il Bernabeu e stracciato il Siviglia, incappando però in una giornata nera a Valencia, ma ormai i Colchoneros sono lì anche a loro a difendere coi denti il titolo. La sopresa è il Valencia ora in mano a Nuno Herlander Simões Espírito Santo, breviter Nuno, che ha vinto tutto con il Porto di Mourinho, ma da secondo portiere, e ora appartiene alla mega (e non limpidissima) scuderia di Jorge Mendes, grazie al quale ha fatto il salto dal Rio Ave al Mestalla: per il momento è ingrassato, forse anche grazie ai risultati positivi, ma deve ancora misurarsi con Barça e Real. E lì si parrà la sua nobilitate.

Accordéons aussi en terre de France. L'Olympique Lyonnais interrompe allo Stade de Gerland la cavalcata felice della banda del Loco e accorcia la classifica anche della Ligue 1: dopo 8 vittorie consecutive l'OM perde con qualche rimpianto - di occasioni sprecate e un pizzico di sfortuna - e con il dubbio che comincia a insinuarsi, perlomeno negli osservatori, che l'assetto tattico sbilanciato sulla pressione in avanti (3-3-4) possa non funzionare di fronte ad attacchi ricchi di giocatori di qualità. Tra un paio di turni il PSG misurerà lo spessore della stoffa marsigliese al Parc des Princes, e potrebbe uscirne fuori una partita memorabile. Intanto, chi voglia godersi lo spettacolo di un rovesciamento di fronte a 7 tocchi di prima con cigliegina del gol vada al minuto 1'20" degli HL della partita al Vélodrome contro il Toulouse del 19 ottobre 2014 - che è la cartolina del turno precedente (recapitata solo oggi: qui sotto). Insieme al Cagliari di Zeman non c'è squadra in Europa, al momento, che giochi un calcio rapido, essenziale e verticale - un "thrilling soccer" come lo chiama Jonathan Wilson - come quello insegnato da Marcelo Bielsa ai suoi ragazzi, che poi sono un XI normale, senza fuoriclasse, con qualche ronzino, qualche bel giocatore, come Gignac o Payet, e giovani di sicuro avvenire come Nicolas N'Koulou, che ha i numeri per avvicinarsi a quanto è stato Marcel Desailly, e Giannelli Imbula, il probabile Vieira dei prossimi anni.


Hanno solo sfiorato un accorciamento delle classifiche lo United in Premier e il Gladbach in Bundesliga. Gran bella partita all'Old Trafford, dove il Chelsea ha sfoderato una prestazione maiuscola di gioco, di personalità e di esperienza: quest'anno è un XI completo, equilibrato, fortissimo. Mancava Diego Costa ma Didier Yves Drogba Tébily, da Abidjan, è stato commovente per come ha guidato la ciurma e inzuccato in modalità vintage, tal quale come uccellò il Bayern all'Allianz Arena un paio d'anni fa [vedi]. Re Aloysius sta ancora cercando la quadra per sistemare i Red Devils tra svariati infortuni e una rosa, che lui stesso ha contribuito ad allestire, che difetta di difensori di qualità: i terzini, oltretutto, tendono a salire e a interscambiarsi con Januzai e Di Maria sulle fasce, creando voragini alle spalle, dove i lupi in Blues si sono infilati che era un piacere vederli. Davanti, la coppia Mata e Van Persie non è, al momento, la meglio assortita: non a caso hanno acciuffatto il pari solo su calcio d'angolo all'ultimo secondo, in una tipica situazione adrenalinica. Per il bel gioco speriamo di poter ripassare più avanti. Ma la sensazione è che il Chelsea non abbia rivali quest'anno e che José punti a fondare, con il titolo, una lunga permanenza a Stamford Bridge, ispirandosi al modello di sir Alex: una sfida inedita, ed affascinante per uno, come lui, che ha sempre sofferto la crisi del terzo anno. Staremo a vedere.

Non ho visto invece, se non gli HL, di Borussia M'Gladbach vs Bayern. Dal sacco di Roma a un pomeriggio in bianco per i Roten, a quanto pare. Ma là dove Garcia aveva creduto di poter affrontare la "Máquina" del Pep a viso aperto e finendone asfaltato in meno di mezzora (cotto, cucinato e servito), Lucien Favre ha lucidato il verrou: al diavolo l'estetica e si strappi un punto in casa (e stava per scapparci pure lo scalpo). Che il Bayern rivinca il campionato è comunque ovvio, e non occorrerà attendere marzo per scoprirlo (il "Guardian" lo sostiene addirittura dal 25 agosto [vedi]).

La fisarmonica ha suonato anche in Serie A dove la Juventus ha riallungato sulla Roma. La Vecchia Signora quest'anno si è affidata ai ritmi lenti, al titic titoc, che sono nelle corde di Max Allegri, con l'effetto che i centrocampisti non hanno più tempi e spazi per quegli inserimenti che avevano fatto di Vidal, Pogba e Marchisio il marchio di fabbrica del "made in Conte": restano solo i guizzi di Tevez e le corna degli arieti difensivi per gonfiare le reti altrui. Soprattutto, a questa velocità, in Europa continuerà ad essere notte fonda. La Roma, invece, in ottobre ha vinto solo con il Chievo. La sensazione è che il gioco abbia perso fluidità, ancor prima dell'1:7 contro i campioni del mondo. Il mercato è stato più appariscente che sostanziale: Yanga-Mbiwa, Astori e Manolas non valgono, in tre, uno come Benatia; Cole e Keita sono pezzi d'antiquariato; Holebas ed Emanuelson vanno bene per la panchina; soprattutto, Iturbe senbra confermare che non vale neanche la metà di quanto è stato pagato. Se poi aggiungiamo che De Sanctis mostra le rughe, che Maicon non ha più continuità, che Nainggolan è bravo ma non bravissimo, è ovvio che si torni a De Rossi e a Totti per tenere il campo. Garcia avrà il suo bel daffare per confermare la bella impressione destata nel girone d'andata dello scorso anno. Potrebbe anche vernine fuori un campionato con allunghi e riprese. Ma l'appeal, a parte per gli ultras delle rispettive brigate, resta basso al confronto spietato del telecomando.

Azor

22 settembre 2014

Frank, "el Cuchu" e la nemesi di Marassi

Cartoline di stagione: 6° turno 2014-15

"Frank, sei una vecchia ciabatta, non so cosa farmene di te. Adesso ho Fabregas". Non avrà certo detto questo José Mourinho a Frankie Lampard qualche mese fa, ma c'è qualcuno disposto a scommettere un penny sul fatto che non l'abbia pensato (vedi foto)? E ieri impagabile era l'espressione del portoghese, inquadrato dopo che la vecchia ciabatta, subentrata da poco, aveva scaraventato in rete il pallone di un pareggio che i Citizens strameritavano. Espressione incredula da un lato, scocciata dall'altro. Il vecchio dipendente gli sottraeva la ribalta, impedendogli di vincere more solito una partita di vertice senza giocare a calcio. E il buon Frank è poi andato a raccogliere l'applauso interminabile della South Stand, dov'erano concentrati i supporters ospiti. E' una situazione che capita di rado. Del Chelsea, Lampard è di diritto (e di fatto) una leggenda, e i numeri parlano chiaro: 648 presenze nel club (in tutte le competizioni) e 211 gol. E - si sa - non è un centravanti. Tre titoli nazionali, otto coppe britanniche, una Champions League, un'Europa League. Tutto, o quasi. E' sicuro: la storia di oggi (il gol e gli applausi di tutti) si scolpisce nella infinita storia del calcio inglese; che è forse l'unico a poterne produrre di simili. Su Mou, sul suo atteggiamento nel post-partita [vedi], sul (non) gioco del Chelsea (nonostante l'immensa qualità di cui dispone e che si è vista una sola volta durante il match), stendo un velo pietoso. Vincerà per inerzia molti titoli, quest'anno (cosa che personalmente non mi auguro), ma aumenteranno - nei suoi confronti - le antipatie e il sarcasmo.

E' stato comunque, in Inghilterra, un grande week-end. Bolle di sapone a Boleyn Ground [card] prima della partita - sabato pomeriggio - mentre si alza - appunto - "I’m forever blowing bubbles", inno degli Hammers. Match di cartello, West Ham-Liverpool. Si diceva che i supporters locali fossero stanchi del cattivo gioco offerto dagli uomini di Allardyce negli ultimi due anni; sì, risultati decenti, ma divertimento scarso. Bene, in questa stagione le cose sembra stiano cambiando. I Reds sono annichiliti dai primi dieci minuti di pressing e velocità dei londinesi; sconcertati, incapaci di articolare un discorso di football ancorché minimo. Sterling ignora Balotelli; Gerrard pare un lento tram che sta arrivando finalmente al capolinea; i centrali sono - a dir poco - statuari. Dello spettacolare XI ammirato un anno fa non è rimasto nulla. Rodgers deve ricominciare tutto daccapo: tre sconfitte su cinque partite in Premier sono quasi una sentenza. Peccato.

Jamie Vardie: una giornata particolare
Domenica pomeriggio, a Leicester, eccoli in campo tutti insieme: Falcao e Van Persie, Rooney e Di Maria. La batteria dei galli da combattimento di Luigi Van Gaal. I quattro confezionano due marcature di altissimo pregio, e a meno di mezz'ora dalla fine lo United è avanti di due gol. Riesce a incassarne quattro, e a perdere la partita. Il velo pietoso, stavolta, va steso sul reparto difensivo dei Red Devils: semplicemente osceno. Anche quelli che erano a Filbert Way ricorderanno a lungo questa partita, e la prestazione sopra le righe di due pedatori che più lontani (in tutto) non potrebbero essere: Esteban Cambiasso (ecco dov'era finito!) e soprattutto Jamie Vardie, ormai ventisettenne, nato a Sheffield, e arrivato ai Foxies solo due anni fa, dopo una vita trascorsa sui campi delle divisioni inferiori. El Cuchu ha ciabattato da par suo il gol del tre a tre, l'altro ha corso indemoniato per novanta minuti, segnando, servendo assist e quant'altro; the game of his life, senza dubbio.

Anche altrove si è giocato a pallone. Bisogna ammettere che, quando i suoi satanassi sono in vena, il Real è davvero un luna-park. Otto reti al Riazor, mai così tanti in trasferta nella sua storia in Liga, perle meravigliose offerte da Cristiano, da James, da Bale. Carletto ha il problema di abituare Kroos (uno che era nato trequartista) a fare il centromediano, e deve trovare il modo di far rendere James al meglio per la squadra, avendo il colombiano passo ben diverso da quello di Ángel Di Maria. Sicuramente, essendo tosto e testardo, ci riuscirà, in fondo ha dovuto risolvere problemi assai più complicati nei suoi ormai lunghi anni in panca ...

Il sabato si era concluso al Meazza. Strapieno di spettatori paganti e non abbonati, venuti per vedere Milan-Juventus. Si sperava in un match spettacolare ed equilibrato. Si è vista la classica partita di Serie A, un lento muoversi di uomini e di idee sulla scacchiera; partita - come si suol dire - tatticamente bloccata, e piena di falli (appunto) tattici. A bassissimo tasso di godimento per il pubblico - anche quello non abbonato e non pagante, già. Hanno vinto i bianconeri, secondo logica: superiori non tatticamente, ma certamente nella qualità complessiva dei singoli e dominanti sotto l'aspetto fisico. Magnifica la doppia giocata di Tevez in occasione del gol. Impressione volante: quando (e se) Allegri (uomo e allenatore per nulla geniale, anzi) scioglierà le briglie a Pogba, la Juve farà il salto di qualità che deve fare, forse anche in Europa; il suo reparto di mezzo, a ben guardare (con e senza ma soprattutto - in prospettiva - senza Pirlo), è ben assortito e nulla ha da invidiare a quelli dei grandi club stranieri.

La Serie A ha poi esaurito il suo programma tra il primo, il secondo, il terzo pomeriggio e la prima serata di domenica. Si è visto davvero poco. Da ricordare, tuttavia, la sconfitta della Lazio a Marassi, maturata sul finale di partita: gli sprechi dei biancocelesti nel primo tempo sono inauditi - almeno dieci occasioni limpide, ben riasssunte da un inciampo sulla propria corsa di Felipe Anderson, solo in area di rigore. Si sa come vanno le cose. Nemesi puntuale. "Ha prevalso il fattore imponderabile", deve aver pensato Claudius Lotitus.

Mans

15 settembre 2014

I ritorni

Cartoline di stagione: 5° turno 2014-15

Messi e Neymar: potrebbe essere l'anno della grande intesa
E' stato il week-end dei ritorni. Sabato sera, a Camp Nou, è forse ricominciato l'infinito cammino del Barça. In pochi minuti, sullo scorcio di gara, la Pulce e O Ney - diversamente protagonisti in Brasile - hanno annichilito, con giocate inarrivabili, il forte Bilbao (sì, quello che aveva spento o quasi sul nascere stagione e ambizioni napoletane). Messi, in particolare, sembra tornato quello che in Brasile corricchiava lento e depresso sul prato in attesa d'essere riposseduto da Eupalla. Eccolo di nuovo, brillante, rapidissimo sul breve, capace di 'vedere' cose che lo spettatore capisce quando sono state già realizzate; e il brasiliano pare adesso un campione maturo, probabilmente fortificato dall'enorme sofferenza del mondiale e dalle responsabilità che ha dovuto portare sul groppone, alla sua ancora giovane età. Manca ancora il terzo, il dentone uruguagio. Immaginare i tre insieme è da capogiro: ancora qualche settimana, e potremo soddisfare il nostro inguaribile voyeurismo. Il Barça, intanto, ha iniziato bene la stagione: punteggio pieno dopo tre partite, Real già distante sei punti. Real che perde il  Derbi madrileño al Bernabéu; Florentino contestato, Carletto innervosito. Simeone, dalla gabbia, ha ancora una volta magistralmente guidato i suoi, operando i cambi giusti al momento giusto e mostrando di non essere in quest'epoca, e nel suo mestiere, secondo a nessuno. Anzi.

Meno 'grande', certamente, la prova dello United a Old Trafford, anche per la modestia dell'avversario. E' tuttavia la prima vittoria di Van Gaal, mentre il suo roster lentamente si viene completando. La Premier League è lunga ed estenuante, e vive fasi di intensità (e vicinanza di partite) da rendere potenzialmente irrisori i sette punti di vantaggio di cui gode il Chelsea - indubbiamente favorito dal calendario, almeno per ora. A Manchester possono tuttavia iniziare a progettare un rapido ritorno al vertice, dopo la stagione dell'improvvisa mediocrità.

Nel nostro 'malinconico' campionato maggiore, c'è da registrare una giornata forse statisticamente senza precedenti - qualcuno potrebbe indagare. Le due ex grandi milanesi hanno messo a segno, complessivamente, dodici gol. Vittime le simpatiche squadre emiliane, Sassuolo e Parma. A Parma, dopo un bel primo tempo del Milan, si è visto un secondo tempo osceno. Una fiera degli errori e degli orrori indimenticabile: protagonista della comica finale è Diego López, ex portiere dei Blancos nell'epoca del tramonto di Casillas, spacciato per uno dei migliori portieri del continente. Il buon Diego non ha parato uno solo dei tiri indirizzati dai parmensi nello specchio della sua porta: tre tiri, tre gol. Il quarto è di De Sciglio, un retropassaggio ordinario anzichenò. Nel 'tentativo' di controllarlo, Diego si stira e cade (foto), e il Parma segna così il quarto gol. Questo, signori, non è calcio; è Serie A.
Ciò nonostante, il Milan è primo in classifica.
Durerà poco, ma è a suo modo anche questo un ritorno.

Mans

8 agosto 2014

Una stagione a tre?

L'estate scorsa la riconfigurazione degli assetti tecnici dei maggiori club europei era ruotata intorno a un esteso ricambio degli allenatori [vedi]. Per alcuni l'approdo su una nuova panchina si è poi rivelato positivo: Ancelotti al Real ha vinto la decima e la Copa del Rey; Guardiola al Bayern ha vinto la Bundesliga e 4 coppe; Pellegrini al City ha vinto la Premier; Blanc al PSG il campionato e le due coppe nazionali. Anche Benitez al Napoli ha vinto la Coppa Italia, e Martino al Barcellona, alla fin fine, almeno la Supercoppa di Spagna. Anche Moyes allo United ha vinto la Charity Shield ma poi è finito arrostito sulla panchina più rovente del mondo. Solo Mourinho al Chelsea non ha vinto nulla. Tra gli allenatori confermati Simeone all'Atletico ha vinto la Liga e fiammeggiato in Champions; Conte alla Juventus ha vinto scudetto e Supercoppa; Wenger all'Arsenal la FA Cup; e Klopp al Borussia la Supercoppa tedesca. Il comune denominatore di questi allenatori è l'appartenenza alla ristretta élite dei "super club" europei, destinati comunque a primeggiare.

Quest'anno la rotazione è più limitata. Le attese sono concentrate su Van Gaal allo United, su Enrique al Barcellona e su Bielsa al Marsiglia. Si tratta di tre allenatori di grande sagacia tattica. Checché ne dicano i gazzettieri italici - nessun dei quali s'accorse del modulo vintage (WW) che Luis adottò alla Roma, finendo poi ripudiato come capita a quasi tutti, anche ai marziani, nella città eterna - anche lo spagnolo è talentuoso e ricco di idee, fautore di un gioco qualitativo. Le novità tattiche non potranno che venire da loro quest'anno.

Archetipi del 3-5-2
Insieme con il Pep, che sembra voler adottare come modulo base il 3-4-3 sperimentato senza continuità nell'ultima annata catalana, potrebbe essere il ritorno della difesa a 3 la cifra tattica della stagione. Bielsa propugna da sempre il 3-3-1-3 (o 3-3-3-1). Van Gaal ha fatto vedere ai Mondiali come si giochi con Kuyt e Blind esterni di 4. Attenzione, però: non esiste una sola via alla difesa a 3.

La primogenitura, come ha ricostruito Jonathan Wilson, va ascritta a Carlos Bilardo e alla sua Argentina campione del mondo nel 1986: 3-5-1-1, con un libero e Maradona dietro a Valdano. Anche Beckenbauer schierò una difesa a 3 in quel Mondiale ma con 4 mediani e Matthaeus dietro a 2 attaccanti: già nel 1990, però, lo schieramento si era consolidato in un 3-5-2. In Italia lo importò Nevio Scala al Parma, impostando la declinazione difensiva della difesa a 3, cioè quella dove gli esterni sono due terzini e tutti, in fase di non possesso, corrono all'indietro, posizionandosi a 5. Ciò significa giocare con un uomo in meno a centrocampo al punto da poter costringere uno dei due attaccanti a fare da raccordo (oltre a Maradona, l'esempio più recente è Hamsik dietro a Cavani, in assenza di Lavezzi, nel Napoli di Mazzarri, con Maggio e Zuniga esterni), o limitarsi a due punte davanti di cui una, per necessità, molto mobile (come Tevez nella Juventus o come Rossi nella Fiorentina ipotizzata da Montella con Gomez perno), perché il modulo non prevede attaccanti esterni ma solo la discesa dei terzini.

Altra cosa è invece giocare con una linea di soli 4 (o addirittura 3, con Bielsa e Sampaoli) centrocampisti, perché ciò costringere i tre difensori a salire in fase di non possesso, mancando le diagonali dei terzini esterni. A squadra posizionata sulla linea della propria area scala un esterno a 4 e l'assetto diventa un 4-4-2, scendendo dall'altra parte un attaccante esterno sulla mediana. Primo sperimentatore in Italia fu Alberto Zaccheroni con l'Udinese nel 1996-1997, con uno spettacolare tridente Poggi, Bierhoff e Amoroso.

Eroi del 3-4-3
Se il 5-3-2 ha il vantaggio di rendere denso il centrocampo in fase di possesso e lo svantaggio di dover aggredire gli spazi sulle fasce con due difensori, il 3-4-3 ha il vantaggio di rendere molto largo il fronte d'attacco favorendo l'inserimento dei mediani, e lo svantaggio di dover rischiare costantemente il fuorigioco difensivo perché le fasce non sono presidiate da difensori.

Questo per dire che la difesa a 3 esprime una serie di varianti, compresa quella, magnifica, della Roma di Luis Enrique, con De Rossi che in fase di non possesso scendeva da vero metodista sulla linea di Kjaer e Heinze in fase di non possesso, mentre Taddei e Josè Angel erano costantemente alti sulla linea di Gago e Pjanic. Nelle prossime settimane vedremo se Enrique la riproporrà con Busquets a scendere tra Mascherano e Piquè. Secondo questa declinazione, estrema quanto bellissima da vedere, i due laterali dei tre difensori sono in pratica due centrali cui si aggiunge a pendolo il mediano, e si gioca a zona pura. Nella declinazione a 5 il centrale è uno solo e gioca da "libero", come, per esempio, sta cominciando a fare Vidic nell'Inter di Mazzarri.

Altra evoluzione tattica in corso sembra essere il ritorno della marcatura ad uomo a centrocampo, con uno due mediani centrali a seguire l'avversario più pericoloso: nella semifinale mondiale dell'Olanda con l'Argentina Messi fu seguito ovunque da Schneijder. Insomma, si annuncia una stagione potenzialmente interessantissima dal punto di vista tattico, quanto non lo è stata quella appena finita, Mondiale a parte.

Azor