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16 marzo 2018

Is José Mourinho the worst manager in the history of Manchester United?


Ottavi di coppe in archivio. Senza sorprese. Spazzati via già all'andata Basilea, Besiktas e Porto, le altre cinque sfide erano rimaste (quale più, quale meno) sostanzialmente aperte. Alla fine, una sola è stata la sorpresa - che sorpresa è stata, però? -, e cioè la triste uscita dello United di fronte al suo pubblico e per mano del Sevilla. Triste e rumorosa, ha segnato soprattutto il tramonto (forse irreversibile) della stella di Mou, che non brillava più da anni con particolare intensità ma orientava i pronostici e le attenzioni. Il Sevilla, passato da qualche mese nelle mani di un tecnico che era, per le recenti vicissitudini milaniste, tra i meno considerati d'Italia e in Italia - il buon Vincenzo Montella -, ha espugnato Old Trafford senza i patemi che pure aveva sofferto la Juventus a Wembley, ribadendo la lezione di calcio già impartita agli uomini del portoghese nella gara di andata, conclusasi inopinatamente a reti bianche. Fa tristezza vedere i Red Devils ridotti a giocare un calcio d'attesa e difesa, tecnicamente povero, imperniato sulla muscolarità dei mediani (Matic e Fellaini), sulla brutale forza d'urto del centravanti, sulla virtuale spinta di due terzini che - strane sono le traiettorie dei calciatori, a volte - un tempo giocavano (con risultati discreti) all'ala o sulla trequarti offensiva (si parla, è ovvio, di Valencia e di Young). Spiace vederli così a mal partito, costretti a giocare un calcio che è esattamente all'opposto del calcio che hanno sempre praticato o cercato di praticare gli uomini scesi in campo con quella maglia, dai tempi (perlomeno) di Matt Busby. Ci si domanda come abbia fatto la dirigenza dell'UTD a operare - dopo alcuni errori - una scelta così regressiva, affidando la squadra (la sua gestione tecnica, il mercato e quant'altro) a un uomo che ormai reagisce con indifferenza alle sconfitte sul campo e con plateale sarcasmo alle critiche (in sé legittime) dei colleghi.


La domanda è: "is José Mourinho the worst manager in the history of Manchester United?"

mans




9 agosto 2017

Lo scarpone al centro del villaggio

Fettine di coppa: Supercoppa Uefa 2017

Dovrebbe essere il peggiore, e segna gol decisivi in partite che vedono anche i pinguini al Polo Nord, per dire della loro importanza. Il peggiore, il più scarso, anzi lo scarsone, lo scarpone, il frangiflutti, l'interditore, il corridore, il protettore degli estri, l'assicuratore degli astri miliardari. Sono solo dicerie messe in giro dalla critica calcistica, perché poi lui va in rete proprio in quelle partite, fulminando i portieri da fuori o dentro l'area e di prima intenzione, colpisce traverse, sforna assist. Certo, recupera anche palloni. Non è che li sradichi: li calamita. Sembrano errori di tocco e di misura, sembra la modestia degli avversari; forse ha la capacità di sparire e ricomparire sulle linee di passaggio quando ormai la traiettoria non può essere corretta. Ma sì. Casemiro vale un Ronaldo, è lui la vera anima del Real. Casemiro ha cambiato la storia del Real quanto e forse più di Cristiano: al centro del villaggio c'è lui, pagato a suo tempo da Florentino la stessa cifra investita dal Milan per garantirsi i servizi pedatori di Borini (per dire). E lì in mezzo ce l'ha messo Zidane, uno del quale Mou ha detto qualcosa tipo "non si capiva se volesse fare l'allenatore oppure no", come a sottintendere "non si capiva cosa ci facesse a Madrid, se non l'icona di se stesso", vai a sapere. 

Carlos Henrique Casemiro: non sta intercettando il pallone;
lo sta scaraventando alle spalle di De Gea, di prima intenzione.
Forse in fuorigioco, sì, ma è solo un dettaglio

Zizou ha meriti incontestabili nella costruzione della squadra che, oggi, ha una dimensione che supera e di parecchio la semplice attualità del football. Il Madrid di questi anni si è installato decisamente e inopinatamente (chi l'avrebbe detto?) nella storia del calcio, e si tratta di una cosa non discutibile alla luce della nonchalance, della facilità apparentemente irrisoria con cui ormai domina le partite che contano. Il Real di Zidane interpreta e riassume diversi tipi di calcio: calcio di possesso lento e di gestione, di pressing, di contropiede. Di meglio in giro, oggi, non c'è, e quando il ciclo sarà finito anche i detrattori potranno ammettere che questo è stato probabilmente il Real più forte di sempre, più forte dei Galacticos di Zizou (appunto) e Ronaldo, forse apparentabile al protostorico prototipo di don Alfredo e dell'asso ungherese. Forse, Zinedane sta per diventare nel mondo Real qualcosa di analogo a quello che è stato Cruijff nell'universo ajacide e barcellonista. L'uomo di una svolta. Della svolta più inattesa e sorprendente. Forse, dietro la sua sorridente modestia, c'è una determinazione feroce molto simile a quella che nel 2006 accompagnò le sue ultime esibizioni sul campo, da dominatore assoluto, fermato solo da un insulto di Materazzi. Quell'errore gli è costato molto, ma potrebbe averlo cambiato definitivamente. E' un uomo che trasmette calma e sicurezza ai suoi uomini; ansia e isteria - ingredienti tipici del Real negli anni di Mou - sono spariti dal repertorio dei Blancos, anche quando il gioco si fa duro e difficile.

"José, ma sì, quasi quasi ti vendo il gallese.
Casemiro? No, Casemiro no. Non se ne parla nemmeno"


Il buon Mou, invece, ormai offre qualcosa di interessante solo quando si presenta in conferenza stampa. Guida una squadra che, in due anni, ha già messo sul mercato 300 milioni di euro, un terzo dei quali investiti per riprendere Pogba. Ecco, il declino di Mou è evidente (al di là dei risultati che in qualche modo lo tengono a galla) dalla difficoltà di riuscire a mettere in efficienza una macchina strepitosa (per fisicità e abilità tecniche) come quella del francese. In un anno, il suo rendimento è scemato, la sua posizione in campo è diventata variabile, i suoi errori una costante. Pogba, oggi, è più somigliante a Kondogbia che al Pogba juventino. La cosa fa abbastanza tristezza. Fa tristezza anche vedere l'UTD concedere al Real, dopo la rasoiata di Casemiro, cinque minuti di possesso palla ininterrotto, un torello da allenamento. Fa tristezza, paragonare questa dell'UTD a una qualsiasi delle versioni (anche le più raccogliticce) ammaestrate da Ferguson. Forse, a Old Trafford saranno contenti di lui, che l'anno scorso roba (anche se di valore non eccelso) in bacheca ne ha portata; non a caso, i suoi desideri vengono esauditi (Lukaku, Matic, Lindelöf, rispettivamente 85, 45, 35 testoni) con una certa puntualità (ora ha detto di volere Bale, e chissà). Ma produce un calcio prevalentemente difensivo e sostanzialmente approssimativo, ben al di sotto di quel che pretendono la tradizione del club e il suo prestigio (e il suo seguito) planetario. 

"Fotografo, è l'espressione giusta?
Ho l'aria di uno che si sta spremendo le meningi per escogitare
la soluzione del problema?"

Mourinho, ormai, non ha più calcio da insegnare (ammesso l'abbia mai fatto). Perpetua la propria leggenda grazie alle abilità comunicative, al fascino del suo palmarès. Ma è palesemente, come si suol dire, bollito. Le sue reazioni in panchina sono quelle di un allenatore sedato, più che seduto sui propri ricordi. Il calcio cambia in fretta, lui è sulla breccia da lustri. Essendo un uomo di successo, potrebbe cambiare mestiere. Riuscirebbe ugualmente a rimanere sulla ribalta.


Mans

15 settembre 2015

Se tre indizi fanno una prova ...

Cartoline di stagione: 6° turno 2015-16

Se tre indizi fanno una prova, il disastroso inizio di stagione del Chelsea guidato da José Mourinho sembra preludere a un clamoroso fallimento del ritorno a Londra del tecnico portoghese dopo il fracaso madrileno. Terza sconfitta nei primi cinque turni di Premier: 1:3 dall'Everton dopo la sconfitta in casa con il Crystal Palace (1:2) e la botta presa dal City (0:3). Sorprende come la vittoria con il WBA sia stata appesantita da 2 reti subite (3:2) e come anche il debutto a Stamford Bridge sia stato macchiato da altre due reti dello Swansea (2:2). In cinque partite l'assetto tattico di Mourinho ha imbarcato 12 gol. Inusuale per un allenatore che fa della difesa, degli autobus parcheggiati e del non possesso palla una filosofia sbattuta in faccia agli avversari. Stampa e commentatori stanno cercando di analizzare le cause di ciò che sta accadendo: mercato sbagliato, mancati investimenti in giocatori di qualità, repentino invecchiamento di John Terry, infortuni a ripetizione, etc. Tutti elementi che entrano in gioco certamente. Ma è al manico che occorre guardare. L'egotismo di Mourinho logora gli ambienti in cui lavora (l'episodio rivelatore di quest'inizio di stagione è l'epurazione del medico Eva Carneiro) e per lui il terzo anno in un club è davvero problematico: al Chelsea nel 2006-2007 riuscì a vincere solo la FA Cup prima di essere esonerato da Abramovich dopo la prima partita di CL (pareggio con il Rosenborg) del settembre successivo; al Real, durante la terza stagione, vinse ad agosto solo la Supercopa de España 2012; quest'anno, al Chelsea, le premesse per un ennesimo fallimento ci sono tutte. Aleggia nuovamnte sullo Special One il monito del connazionale Béla Guttmann: "Il terzo anno è fatale".


Se tre indizi fanno una prova, la terza brutta partita consecutiva della Juventus in campionato sembra preludere a una stagione fallimentare di Madama. Contro il Chievo l'ha salvata dall'ennesima sconfitta solo un'opinabile valutazione arbitrale sul possibile secondo gol dei Mussi. Per il resto, la confusione è tanta sotto il cielo bianconero. Anche in questo caso stampa e commentatori stanno cercando di analizzare le cause di ciò che sta accadendo: mercato incompiuto, insostituibilità di giocatori di qualità e temperamento come Pirlo, Tevez e Vidal, infortuni a ripetizione, etc. Ma anche in questo caso è forse al manico che occorre guardare. Massimiliano Allegri è un buon allenatore, ma non eccelso: è un istintivo senza paura nelle partite secche, tanto è vero che ha percorsi europei di buon livello e ha vinto da ultimo anche a Pechino una coppetta che la tifoseria sembra aver già dimenticato; ma nei percorsi lunghi del campionato Max si logora progressivamente nei dubbi, tanto che il primo anno di gestione gli risulta brillante ma il secondo più problematico, per non dire del terzo. Contro di lui e contro la Juventus giocano tutte le statistiche: con un avvio del genere, in passato non si è mai vinto lo scudetto. L'obiettivo realistico dovrà essere il secondo posto. Sul terzo sarebbe invece opportuno che il calcio italiano cominciasse a guardare in faccia la realtà: i playoff di CL contro squadre spagnole, inglesi e tedesche sono ormai difficilissimi; il terzo posto in Serie A significa accesso diretto ai gironi di Europa League, e qualcosa di più solo con un colpo di fortuna nel sorteggio.

Se tre indizi fanno una prova, la terza vittoria su tre dell'Inter di Roberto Mancini sembra invece preludere a una stagione positiva per la Beneamata. La squadra non è ancora tale per sincronismi e abitudine a giocare insieme, e non potrebbe essere altrimenti. La memoria corta di tifosi e media non ricorda che quando il Mancio approdò nell'estate del 2004 ad Appiano Gentile fece fuori, in un colpo, Cannavaro, Pandev, Kallon, Farinós, Bréchet, Pinilla, Ümit Davala, Dellafiore, Guly, Zicu, Helveg, Buruk, Almeyda, Lamouchi, Sorondo, Adani, Dalmat, Choutos e Fadiga, tra gli altri; arrivarono in otto: Burdisso, Zé Maria, Mihajlovic (toh! ...), Cambiasso, Verón, Favalli, Davids e Carini. Il Mancio, all'Inter, fa davvero il turn over (o lo spoils system se vogliamo) [vedi]. 12 stagioni fa imperava il regime di Moggi e di Calciopoli e l'Inter fu frenata per un paio di campionati da episodi non limpidissimi (eufemismo): poi prese il volo. Chi parla di scudetto adesso parla a sproposito. Certo, se diamo credito alle statistiche, dal 1974 non lo vince chi perde la prima partita, e dunque sarebbero fuori causa Juventus, Napoli e Milan. Tra le rimanenti è la Roma la naturale favorita ed è su di lei che il Mancio farà la corsa. Per il momento lo confortano, in assenza di gioco, la determinazione dello spirito di squadra, che lotta fino all'ultimo secondo dei tempi di recupero, e i nove punti da solitaria capolista. E' dai tempi di Rafa Benitez - e sono passati già 5 anni ... - che la Beneamata non si trova da sola in testa alla classifica. Quanto durerà? Chi vivrà vedrà.

Azor

1 settembre 2015

Impressioni di settembre

Cartoline di stagione: 5° turno 2015-16


L'aria è tersa, il traffico già piuttosto intenso. I campionati in stand-by, poiché incombono partite decisive per la qualificazioni agli europei di Francia (si comincia giovedì, e si tira dritto fino a lunedì: ma essendo la fase finale a 24 squadre, c'è davvero pochissimo pathos). Il calciomercato è finito - quello della sessione estiva: si può scommettere che da domani o dopodomani, quando i commenti saranno già carta straccia, inizieranno le voci sulla sessione di gennaio 2016 -, e stabilire ora chi si è rafforzato e chi indebolito pare (con poche eccezioni) difficile, un esercizio da indovini o da maghi del fantacalcio.

Swansea, 30 agosto 2015.
Il diabolico Bafetimbi Gomis, che al minuto 66 infila il gol
del 2:1 e mette zavorra nel bagaglio dello United
Vi sono però, in generale, cose che sembrano già chiare e scontate. Per esempio: l'esito della Premier League. Di questo passo e a questa media, il Chelsea concluderà la stagione a 76 punti dal City. D'accordo, è un'esagerazione. Finirà dietro, ma con un distacco meno rilevante. Del resto, lo sfasciacarrozze di Stamford Bridge ha iniziato alla grande il suo lavoro (quello del terzo anno), e ne siamo ragguagliati ogni giorno dalla più autorevole stampa d'Oltremanica. Lui aveva detto che di lì (da Stamford) non si sarebbe mosso mai più, ma altri potrebbero stufarsi di averlo tra i piedi (in fondo non è stato l'unico a portare trofei, nell'epoca moderna dei Blues) e, prima o poi, sfrattarlo. Un altro che potrebbe avere problemi è Van Gaal. In un anno vorticoso, ancora non ha dato equilibrio e continuità allo United. Dalla sua, solo la (facile) qualificazione ai gironi di CL. Sir Alex, forse, farebbe bene a smettere di frequentare Old Trafford. Porta con sé ricordi troppo ingombranti. Intanto, smista agli altri allenatori della Premier i giocatori che l'olandese ha scelto di emarginare [vedi] ...

Vi sono anche situazioni parecchio confuse. La classifica di Serie A sembra scritta al contrario. Ultima la Juve, primi il Chievo e il Sassuolo. Ma sono a referto solo due giornate. Certo, all'Olimpico Nostra Signora è parsa annaspante e regredita, solo i pali e un paio di paratone di Buffon l'hanno tenuta in partita. Come tutti dicono, la rosa (via Pirlo Tevez e Vidal) ha perso qualità e leadership. Ha perso soprattutto qualità. A centrocampo. Tevez si può sostituire (davanti ci sono giocatori importanti), Pirlo no. Uno come lui, nel nostro campionato e se si allena, potrebbe tener botta fino a 50 anni. Gente come lui non ha eredi, è destinata a generare vuoti incolmabili. Allo Stadium se ne faranno una ragione; Allegri punterà su un'organizzazione sempre più muscolare, e il bel gioco dei tempi di Andonio Gonde è già un ricordo lontanissimo. Forse arriverà la nostalgia, quando la corsa al quinto scudetto consecutivo si rivelerà parecchio difficile. Anche lui (Allegri) - come ha già dimostrato a Milano - è uno che a partire dal secondo anno comincia a battere in testa. Le rendite di posizione prima o poi si esauriscono.

In diretta da Malpensa Airport.
Sta atterrando un velivolo su cui viaggiano alcuni
nuovi giocatori dell'Inter!
Interessante questo 2015 dell'Inter. Il Mancio ha fatto e disfatto, come giocasse a Football Manager. Ha cambiato i connotati alla squadra, ha comprato e rivenduto, riscattato e prestato una montagna di giocatori, e al club converrebbe trasferire direttamente gli impianti di allenamento da Appiano Gentile alla Malpensa, in linea d'aria sono solo una trentina di chilometri. Alla ripresa c'è il derby, avevo pronosticato per la Benamata sei punti (tecnomanzia da quattro soldi) e sei nuovi giocatori; ho sbagliato la previsione sui giocatori, sono solo quattro quelli arrivati nell'ultima settimana. Un'altra decina sono stati già e sicuramente prenotati per gennaio, nel caso la stagione non si metta come Mancini desidera (e auspica: che ne sia sicuro non è detto, anzi). 

Il Milan, invece, rimane così: un ristorante senza cucina. Tanti camerieri, qualche cassiere, un buttafuori (De Jong), uno psicologo (Sinisa), un padrone o due, qualche amministratore delegato. Ma lo chef? Lo chef non c'è. I vecchi cuori rossoneri devono solo pregare perché Sinisa si decida a riciclare Montolivo, pensate a cosa ci si può ridurre. Altrimenti, come potrà giocare la squadra s'è già visto a Firenze ma soprattutto con l'Empoli: da salire in cima al terzo anello e buttarsi di sotto. 

Mans

17 agosto 2015

Vite da centravanti

Cartoline di stagione: 3° turno 2015-16


Se sei un centravanti e indossi la maglia dei Citizens, è probabile che il tuo compito principale sia giocare a pallone provando a far gol, sfruttando al massimo il tuo potenziale, le tue doti tecniche e atletiche. Se sei un centravanti e hai addosso la casacca del Chelsea, di una cosa devi essere sicuro: ti hanno scelto soprattutto per ingaggiare risse continue con i difensori avversari, perché sei diponibile al wrestling, alla boxe, ai colpi proibiti, a lamentarti continuamente con l'arbitro. 

Il Kun, baricentro basso, prende tutti sul tempo.
Lenti i riflessi di Terry, Matic e Ivanovic
Agüero, ieri sera, è certamente tornato a casa contento, si è divertito parecchio pur divorandosi una mezza dozzina di colossali occasioni da gol; ma ne ha segnato uno, il primo, bellissimo, illusionistico, con la collaborazione attiva di Yaya Touré. Diego Costa, invece, sarà rientrato a Londra furibondo, con qualche livido sul corpo e qualche dubbio in testa. Alla seconda di Premier, il City ha duramente bastonato i detentori del titolo, tre a zero ma potevano essere il doppio e anche più. Gli uomini di Mou sono stati schiantati sul piano del ritmo, dell'intensità di gioco, dell'organizzazione, della 'presenza' in partita. D'altronde, se non viene psico-drogato dal trainer, il Chelsea non ha gioco, e le uniche idee sgorgano dal talento smisurato di Hazard, che è grande ma non è Messi o Maradona e da solo queste partite non le raddrizza. Ora, a Stamford Bridge, la temperatura salirà. Il portoghese scatenerà certamente guerre contro i suoi giocatori (quando perdono è sempre colpa loro), contro gli arbitri, contro i colleghi, contro l'universo mondo pedatorio. Ci sarà da divertirsi.

Nella sua camera d'albergo a Oporto,
ADL si gode con entusiasmo Juventus-Lazio.
A proposito di belle partite. Qualche giorno fa Aurelio De Laurentiis, imprenditore di successo e uomo che non le manda mai a dire, ha polemizzato con il 'povero' Beretta, presidente di Lega. Certo, il bersaglio era soprattutto Lotito (che tiene il Beretta al guinzaglio), ma oggetto dell'aggressione la mancata vendita dei diritti televisivi della Supercoppa italiana "addirittura" in Portogallo [vedi]. Lui era a Oporto, e ha dovuto smanettare per guardarla in streaming. Scherziamo? Chissà che stizza i portoghesi, non potersi godere un simile partitone. Oddio. Semmai, ADL avrebbe dovuto congratularsi con Beretta (anzi, con Lotito) perché la Lega è riuscita a piazzarlo qua e là. Perché è riuscita a fare quattrini vendendo un prodotto tossico, roba da far passar la voglia di calcio anche al più instancabile dei voyeur. La partita di ieri all'Etihad, e naturalmente Barça-Siviglia di supercoppa d'Europa, servono soprattutto a tenere viva la passione del gioco. Il nostro calcio infatti - per la qualità dello spettacolo, per la filosofia del gioco più che per i risultati - si allontana sempre più dall'Europa. Per il legame storico e sentimentale con quel continente, proporrei di affiliare la nostra federazione alla Conmebol, e di qualificare le nostre squadre migliori alla Copa Libertadores de América. Si troverebbero finalmente a loro agio.

Il calciomercato (Deo gratias) è agli sgoccioli. L'ultimo grande colpo - allo stato - è quello messo a segno dall'Inter, che ha ceduto Kovacic al Real per una cifra spropositata (35 milioni o giù di lì). Da quelle parti sono abituati a queste follie, se le possono permettere. Se giocava poco (e male) all'Inter, si può immaginare quanto (non saprei 'come') giocherà questo pseudo-talentuoso croato al Bernabéu. Gli è andata bene. Di solito, il percorso di quelli come lui porta in Turchia, o in un club di seconda/terza fascia della Premier. Ora, aspettiamo di vedere quali altre squadre la Benamata riuscirà a indebolire con colpi di mercato in uscita - sono ancora da piazzare i Ranocchia e i Guarin e i Nagatomo ...

Mans

3 agosto 2015

Frammenti iniziali

Cartoline di stagione: 1° turno 2015-16

Nel week end scorso è dunque cominciata, a livello maggiore, la stagione che ci porterà agli Europei di Franza. Non a caso (forse) l'ha inaugurata la supercoppa esagonale, nel feudo québécois, con la solita facile vittoria dei quatarioti della Rive droite. Che poi sia stata l'ultima apparizione di Zlatan Ibrahimović con maglia parigina è questione, a parer mio, senza fascino. Poche ore dopo il Pep ha confermato che Monaco non è Barcellona, come avrebbe detto (forse) il maresciallo Jacques de La Palice: il suo Bayern gioca bene, benché non quanto il suo Barça, ma non vince in proporzione. C'è sabbia nell'ingranaggio. La solita "Bild" inzuppa il würstel ponendo l'interrogativo retorico se Guardiola abbia intenzione o meno di restare a girare blockbusters al FC Hollywood anche l’anno prossimo: questione, a parer mio, di qualche fascino, ma di cui parleremo a tempo debito. Per ora tanto di cappello a Dieter Hecking, cinquantino che sa il fatto suo: con molti ronzini e un paio di bisvalide (forse) il suo Verein für Leibesübungen Wolfsburg si è preso le due coppe teutoniche dell'anno solare.

2 agosto 2015, Wembley Stadium, London
Il volo di Snoopy
L'immagine più bella viene però da Wembley, ed è quella di Petr Čech che al 68° del Community Shield vola a togliere le ragnatele all'angolo destro della propria porta sulla punizione di Oscar. Pare che il portierone con il caschetto alla Snoopy - al 1° trofeo con l'Arsenal, al primo match, dopo 15 tituli con i Blues - abbia fatto imbufalire Mourinho trattando direttamente con Roman Arkad'evič Abramovičh (e contro il parere del manager) la sua cessione all'Arsenal dell'odiato (da José) Arsenico: questione, a parer mio, di indubbio fascino. Wenger conferma che negli ultimi due anni è più vincente nell'ex Empire Stadium che nell'Emirates Stadium, ma intanto si è tolto la scimmia dalla spalle.

José ha provato a irriderlo contraddicendosi: il 7 giugno scorso sul "Sunday Times" aveva dato degli "stupidi" ai choaces che non giocano il "contropiede" [vedi]; domenica sera ha sostenuto che "l'Arsenal ha difeso con dieci uomini. Complimenti per la loro organizzazione e per le occasioni che hanno creato in un paio di contropiedi. Ma noi siamo stati pericolosi grazie a un calcio organizzato, mentre loro si sono trovati in vantaggio senza un reale motivo" [vedi]. La scena se l'è poi presa lanciando la medaglietta del perdente in tribuna. Ad Arsène lo scud(ett)o. A lui il dominio mediatico già alla prima di stagione. Insuperabile.

Azor
93° FA Community Shield 
Arsenal-Chelsea 1:0 | "Daily Mail"
2 agosto 2015, Wembley Stadium, London

12 marzo 2015

L'Europa perduta di José

Fettine di coppa: ottavi di CL 2014-15 (ritorno - primo mercoledì)

Mai, nell'infinita storia del football, un club parigino era stato capace di una così memorabile impresa. In terra albionica, oltretutto. Ai supplementari, per di più. E in inferiorità numerica: rien ne va plus. Titoloni trionfali sui quotidiani francesi, e soddisfatte occhiate al sarcasmo con cui la stampa britannica saluta la disfatta del Chelsea (vedi sotto).

Chi ha visto la partita - anzi le due partite, prima al Parc e poi a Stamford - difficilmente dimenticherà l'esibizione di non-calcio, di anticalcio totale proposta dai Blues. Duecentodieci minuti di spettacolo orrendo, nonostante qualche sprazzo solipsistico di Hazard. Ci si domanda: com'è possibile che uno degli allenatori più celebrati dell'era contemporanea reiteri di anno in anno il proprio cliché, ingaggiando stelle su stelle per mettere in scena un football sempre più indecente, speculativo, aggressivo, antispettacolare, e in fin dei conti regressivo? Non si capisce. Davvero non si capisce come uno dei top-club europei, al vertice nel continente da un decennio e oltre, possa tollerare questa strategia. In questo senso, il match di ieri sera segna probabilmente una discontinuità: il non-calcio di José Mourinho è, ormai e a questi livelli, perdente. Anche la fortuna - il rosso spropositato per Ibra, la svirgolata da ronzino di Costa che si tramuta in assist per Cahill - non sempre ha voglia di fare proprie le cause perse.

La 'rassegna stampa' di L'Équipe.fr

Nel post-partita, Arrigo Sacchi ridacchiava, mentre scorrevano le immagini di nove giocatori del Chelsea con espressioni stravolte  addosso all'arbitro per chiedere l'espulsione di Ibra. "Non è certo casuale", diceva Arrigo, facendo capire che i comportamenti degli uomini, in simili circostanze, non sono casuali, ma frutto di didattica specifica. Sono comportamenti che, negli anni di Mou all'Inter e al Real Madrid, abbiamo visto decine di volte. Ci siamo abituati. La didattica di Mourinho è questa. E per questo salutiamo con soddisfazione la sua uscita agli ottavi di finale: un'eliminazione sulla quale nemmeno lui ha potuto recriminare. Senza il Chelsea, questo è sicuro, vedremo partite migliori. In fondo, quella di Stamford ci ha tenuti incollati al monitor per solo ed esclusivo merito del PSG.

Mans

23 febbraio 2015

Il perseguitato

Cartoline di stagione: 25° turno 2014-15

C'è sicuramente del marcio in Inghilterra. Tutti complottano a uno scopo preciso: impedire al Chelsea di vincere la Premier League. I risultati si vedono: a dodici partite dalla fine del torneo, i Blues hanno 'solo' cinque punti di vantaggio sugli inseguitori, i soliti Citizens. Chiaramente c'è un complotto, e c'è un perseguitato. 

Sono solo otto (su ventisei) i matches di PL che finora Mou non ha portato a casa. Diciotto vittorie, sei pareggi e due sconfitte. Quando le cose vanno storte per lui, non è mai per merito degli altri o per demerito dei suoi. Regola che fin qui ha sopportato una sola eccezione.

Rivediamo le otto (in realtà sette) scandalose partite attraverso le sue dichiarazioni.

"Vai a quel paese, Frankie!"
21 settembre 2014
Manchester City-Chelsea 1:1
Molti la ricorderanno soprattutto perché il City ottiene il pareggio grazie al più classico fra i classici gol dell'ex. Firmato da Frank Lampard, leggenda di Stamford Bridge. Vibrante la polemica tra Mou e Pellegrini. "Abbiamo giocato 90 minuti contro una piccola squadra che cercava solo di difendersi", dice il cileno. “Io non sarei contento di giocare in questo modo. Dieci giocatori che difendono nella propria metà campo, segnano un gol in contropiede e poi continuano a difendere fino alla fine”, specifica (come fosse una novità). La risposta di Mou? "Mr Pellegrino [sic] dice spesso che non parla mai di me e della mia squadra – ha affermato il tecnico di Setubal – eppure continua a farlo. Io invece faccio quello che lui dice. Non commento le sue parole e non chiedetemi di farlo. Non mi interessano" [vedi]. Infine, alle domande su Lampard, il portoghese esibisce tutto il suo egocentrismo: "I don't speak about players from other teams, I am sorry. I don't speak about Frank. To speak about Frank is to speak about my past with Frank, the player he was for what he means in my career" [vedi].

26 ottobre 2014
Manchester United-Chelsea 1:1
Segna Drogba. Al minuto 92' 47" c'è l'espulsione di Ivanovic (secondo giallo). Al minuto 93' 34" Robin Van Persie insacca il pari. "Abbiamo giocato un buon primo tempo, ma anche un secondo tempo fantastico. L'arbitraggio? Non posso parlare, altrimenti sapete poi quello che mi succede" [vedi]. "We have a little space for our mistakes, or the referee’s mistakes ... I have no comments on the referee. I prefer just to say my feeling is we had a good first half and a fantastic second half. You know I cannot speak [about the referee]. Some can and some don’t and one of the ones who cannot speak is me, because you know what happens to me when I do. So I prefer not to speak about the second yellow card because, if I do, I have to start in the first half and go through many, many things that happened in the game"[vedi].

"No commento on the referee"

29 novembre 2014
Sunderland-Chelsea 0:0
Nessuna polemica, nonostante l'espulsione di Diego Costa. Anzi, Mou esprime la propria solidarietà nei confronti degli avversari: "They defended a lot and they defended well. It is not a crime, it is a strategy and they did well in their approach. My players tried everything. We got a little bit tired but I have nothing negative to say about my people. I think Sunderland defended very, very well" [vedi].

6 dicembre 2014
Newcastle-United-Chelsea 2:1
Prima sconfitta stagionale. Ne avevamo già parlato a suo tempo. E' la partita dominata dai ball boys di St James ... [vedi]. "Potevano esserci 20 minuti di recupero ma le cose non sarebbero cambiate perchè le cose che succedono fuori dal campo non possono essere controllate dall'arbitro. L'arbitro non può punire il raccattapalle che fa sparire il pallone o lo spettatore che se lo tiene" [vedi]. Solo sfortuna.

Fabregas diving
28 dicembre 2014
Southampton-Chelsea 1:1
E' dopo questo pareggio che Mou grida al complotto. Perché? Perché l'arbitro non ha fischiato un sacrosanto rigore per i suoi. "Tutti hanno visto che c'era un rigore per il fallo in area contro Fabregas. L'arbitro ha fatto un errore, un grosso errore, ma capita che la gente sbagli. E' un buon arbitro, un giovane arbitro, sono cose che succedono. Ma guarda caso succede dopo che Sam Allardyce [l'allenatore del West Ham] ha accusato uno dei miei giocatori di essersi buttato a terra per guadagnare un rigore. E poi un altro allenatore dice la stessa cosa. E poi un altro ancora. Partita dopo partita, c'è un coro di accuse non meritate contro di noi. E adesso un arbitro ci dà un'ammonizione invece di un penalty. Andrò dal direttore di gara, gli farò gli auguri di buon anno e aggiungerò che dovrebbe vergognarsi per l'errore che ha fatto" [vedi]. "There is a campaign against Chelsea. I don't know why there is this campaign and I do not care" [vedi]. Ecco un riassunto dei tuffi precedenti.

1° gennaio 2015
Tottenham-Chelsea 5:3
A distanza di pochi giorni, la disfatta di White Hart Lane. I Blues vincevano uno a zero, poi l'arbitro gli nega un rigore, ed è goleada degli Spurs. “I'm more shocked at other things than to concede five goals. I am shocked that, in three days, we’ve had two incredible decisions that punished us in a very hard way". Accusa l'arbitro anche quando prende la decisione giusta: “Eden Hazard told me there was not a foul or a red card when he was fouled in the second half but Mr Dowd is too slow to go with that ball – he was 40 yards away. He made the right decision, so that’s good, but he couldn't make the decision that was 10 metres away in the first half  – a crucial moment of the game" [vedi].

31 gennaio 2015
Chelsea-Manchester City 1:1
Mou ha ricevuto un bel bollettino da 25.000 pounds per le sue dichiarazioni, e così non si presenta in sala-stampa. E' subito tornato a casa, sullo stesso pullman che durante il match ha posteggiato come d'abitudine nella propria area di rigore.

Adesso è veramente troppo!
22 febbraio 2015
Chelsea-Burnley 1:1
E' l'esplosione definitiva. Matic impazzisce e si fa espellere per essersi avventato sull'avversario che, dopo aver colpito il pallone, trattiene (forse) la gamba per tacchettarlo sulla tibia (ma è cosa che si può affermare solo dopo aver rivisto l'azione al rallentatore: a velocità normale non si ha alcuna sensazione di fallo violento). Poi il Burnley pareggia. Mou lamenta due rigori non concessi, un rosso non sventolato. Definisce 'criminale' l'intervento che ha scatenato la folle reazione di Matic ("It could be the end of Matic's career. A criminal tackle. Matic is a very lucky guy": vedi). Ma stava comunque vincendo la partita e ha beccato il pari a cinque minuti dalla fine. "Probabilmente ora rischierò di non potermi sedere in panchina in occasione della finale di Coppa di Lega perché domani potrei anche ricevere una squalifica per aver parlato con voi in questo salotto. Il punto è che gli episodi a noi contrari di cui ho parlato si verificano settimana dopo settimana. Lo so, il calcio è il calcio e nel calcio qualche volta prendi, qualche volta no. Ma credo che ora sia troppo. I miei giocatori non godono del rispetto che meritano. Questo signore - il riferimento all'arbitro dell'incontro, Martin Atkinson - è uno dei migliori fischietti in Europa ma anche lui sbaglia e ieri ha commesso 4 errori chiari. Tutti vogliamo la continuità ma nel modo giusto. Un avvocato può essere continuo ma se perde 15 cause su 15, nessuno lo vuole. Se fossimo in una situazione normale, quando a volte hai decisioni a favore, a volte contro, avremmo 12 punti sul Manchester City" [vedi].

Dodici, invece di cinque. Dunque Mou ritiene di avere sette punti in meno di quelli che meriterebbe. Poiché ne ha lasciati in totale diciotto, sarebbe interessante sapere quali sono gli undici che non rimpiange.

Mans

18 febbraio 2015

I tre tenori del Chelsea

Fettine di coppa: ottavi di CL 2014-15 (primo martedì)

Difficile imbrigliare l'olandese, ma ci si prova
Non verrà certo ricordata come una serata memorabile di calcio, la prima degli ottavi di CL 2014-2015. Al Parc e a Leopoli, ma soprattutto a Leopoli, c'è stato poco di godibile. La mista ucraino-brasiliana dello Shakhtar, guidata da quel vecchio volpone di Lucescu, ha battagliato ferocemente e impantanato il Bayern, picchiando e facendosi picchiare, soffrendo solo alcune potenti percussioni di Robben (foto), ma non riuscendo mai a pungere in contropiede. 

Migliore il match di Parigi, forse e peraltro il più atteso del turno. Migliore, ma certamente senza alcun contributo del Chelsea, more solito. D'accordo, i Blues sono in testa alla Premier, anzi la dominano (almeno apparentemente) senza problemi, soprattutto - va detto - grazie alle magagne altrui; ma alla qualità della rosa (che Mou sta però eccessivamente spremendo) si dovrebbe chiedere un calcio adeguato, avanzato, gradevole. Giocasse di più, non è detto che produrrebbe risultati peggiori. Sono chiacchiere, certo. Questo è il football di Mourinho, sempre più cinico col passare degli anni, sempre più votato al calcolo, sempre calibrato sull'avversario, mai - se non contro le squadre ritenute sicuramente inferiori - davvero offensivo e corale. Difesa attenta, concentrazione, e poi uno tra Hazard o Fabregas, Diego Costa o Willian oppure Oscar, o magari (d'ora in poi) Cuadrado (e in panca c'è pur sempre Drogba, e c'è anche il sottovalutato Schürrle), qualche giocata decisiva la estrarrà da un repertorio piuttosto vario. E poi ci sono i calci piazzati, i corner, situazioni nelle quali i difensori in maglia blu hanno pochi rivali. Terry e Cahill; più, naturalmente, il cingolato serbo che signoreggia la fascia destra del campo.

Un XI pieno di jazzisti. Improvvisano, là davanti. Non hanno bisogno di uno spartito. Gli basterebbe il pallone. L'anno scorso, per dire, Hazard si divertiva pochissimo. Oscar, lo stesso - e non si sono tenuti la cosa per sé. Ci furono giornate in cui lo spettacolo offerto dal posizionamento del pullman nella propria area risultò davvero sgradevole (non solo sul piano estetico) anche per loro. Ieri sera il portoghese non l'ha rispolverato, mirava semplicemente a controllare la partita, a ingrigirla, ad assopirla e possibilmente spegnerla, risparmiando energie. Le fiammate del PSG parevano velleitarie. 

Dopo l'acuto
Poi, senza alcun preavviso, si è levato il canto dei tre tenori di Stamford. Tre steccate in sequenza - un cross basso e sbagliato di Terry (alla Neymar), alzato casualmente (istintivamente) di tacco da Cahill (alla Messi), e inzuccato da Ivanovic (alla Suarez) nell'angolo opposto a quello cui aveva mirato, come evidenzia la torsione - che hanno ridotto il Parco al silenzio. Un gol assolutamente estemporaneo, imprevisto, ingiustificato, uno sgorbio calcistico. Uno schiaffo alla musica del football

E ancora dopo, tuttavia, il match è stato raddrizzato dai parigini, piuttosto incacchiati. Meritavano di vincere, le occasioni - pulite - non sono mancate, i numeri del resto parlano chiaro anche se non contano nulla. Rimpiangeranno questa serata, perché fra tre settimane voleranno a Londra speranzosi di fare bottino, ma torneranno ancora una volta a mani vuote.

Mans

2 febbraio 2015

Gli squadroni della necropoli

Cartoline di stagione: 22° turno 2014-15

La partitissima di questo turno, come si sa, era in cartellone sabato a Stamford Bridge. Con le unghie e con i denti, il Chelsea ha respinto l'assedio dei Citizens. Una resistenza stremata e sfibrante, agevolata però dalle cilecche del Kun. Mou ha ripresentato il pullman, ma sta portando lentamente i suoi in prossimità dell'asfissia agonistica. Rischia qualcosa, se non cessa di praticare un incomprensibile mobbing nei confronti delle presunte seconde linee; specie perché in Champions lo attende il PSG e dunque l'ottavo teoricamente più difficile tra quelli sorteggiati per le quattro grandi d'Europa. Vista la sua abitudine al foto-finish primaverile, punto qualche centesimo sul City. 

Zouma è più alto di Milner e sui palloni che spiovono si comporta così

Ma veniamo subito alle frattaglie di casa nostra. Ecco che finalmente, alla ventunesima giornata, la scrematura in alto sembra compiuta, i primi tre posti destinati secondo logica, nel logico ordine che è poi il medesimo dell'anno scorso. Dunque un solo motivo tiene accesa la fiamma dell'interesse (per così dire) nella malinconica Serie A italiana, stagione 2014-2015: chi riuscirà a fare peggio tra Milan e Inter? 

La necropoli è disorientata, il popolo dei bar-sport disincantato, ma i giornalisti-tifosi dei talk-show in onda sulle antenne locali osservano il duello con partecipazione ostinata e crescente. Con sarcasmo ma senza ironia.

Dal canto nostro, abbiamo solo poche notazioni da proporre.

I due club, curiosamente, quest'anno non hanno provato a indebolirsi nella cosiddetta 'finestra di mercato' di gennaio con reciproche e mirate cessioni di giocatori: l'Inter ha scelto, a questo scopo, di puntare su Podolski (accolto trionfalmente a Linate dalla torcìda come fosse un Rummenigge), mentre il Milan ha identificato in Bocchetti il prospetto ideale per aggravare uno dei suoi problemi sempiterni (il quarto di sinistra della linea difensiva).

Inoltre, le due rose sono fitte di misteriosi pedatori. Da Hernanes a El Shaarawy, il cui valore è ormai imponderabile; Juan Jesus e Zapata, viceversa, costituiscono ronziname garantito e sicuro. A ragione qualcuno si domanda perché debbano guadagnare quattrini per maltrattare palloni. 

Le due truppe sono dense di giocatori presi a prestito, e non è mai chiaro se vi sia o meno l'obbligo del riscatto (è possibile che i dirigenti non la dicano tutta giusta, quando mettono a segno i loro 'colpi'). Il Messi delle Alpi. Destro. Van Gingel (boh!). Il già menzionato e famosissimo Podolski. 

In entrambe le rose vi sono giocatori di qualità accertata, quasi alta se non proprio assoluta. Kovacic e Shaqiri e Icardi, Menez e Cerci e Bonaventura. Così almeno si dice. Questa è gente - si dice - che i tifosi di almeno quindici/sedici squadre di serie A possono solo sognare di vedere con la maglia preferita. Si dice, tanto per dire qualcosa.


I due allenatori hanno idee chiarissime (e molte alternative all'idea principale) che non riescono a mettere in pratica, e stanno peggiorando il rendimento degli allenatori cui sono subentrati - in ciò si riconoscono benissimo le strategie societarie. Ma nessuno si sogna di rimpiangere Seedorf o Allegri, Mazzarri o Stramaccioni. Anzi, i due ora al timone godono di un credito pressoché illimitato presso i fideles dell'una e dell'altra parrocchia, per ciò che hanno dato temporibus illis (uno in panca, l'altro in campo).


Milan e Inter sono, in Serie A, le squadre che giocano il calcio più inguardabile. Un calcio osceno, pornografico, offensivo del comune senso del pudore - se ancora esiste qualcosa che in Italia possa essere definito 'comune' e considerato 'pudore'. Le cose cambieranno, prima o poi, si dice; i cicli - anche quelli negativi - prima o poi finiscono. E se invece, questa volta, il ciclo si fosse definitivamente assestato?

Chiazze di colori vivaci al Meazza
Ieri, in questa corsa al peggio, ha fatto meglio l'Inter. Finalmente ha interrotto la tradizione delle goleade contro il Sassuolo. Tre a uno (per il Sassuolo). Tre a uno anche per il Milan: persino il Parma è più male in arnese dei rossoneri. Al Meazza, prima della partita, non si trovava più un biglietto - nel senso che devono aver rinunciato persino a metterli in vendita. In un clima già spettrale, il silenzio calato quando Nocerino (si noti: uno dei reprobi centrocampisti scaricati e rimpiazzati da rottami - giovani e stagionati - del Chelsea), con gesto da attaccante di razza, segnava il gol del momentaneo uno a uno parmense, era lo stesso che si potrebbe ascoltare facendo due passi tra i viali del Cimitero Maggiore nel cuore della notte. 

Mans

27 gennaio 2015

Il dubbio fascino della tradizione, il nervosismo di Lara e le due squadre (già cugine) ora gemelle


Cartoline di stagione: 21° turno 2014-15

Mou in  conferenza stampa: prima o dopo la partita?
Chissà se davvero, come da tradizione, la Football Association Cup è ancora e davvero così importante. Chissà se invece, per i super-club, non è una seccatura. Specie quando ci sono all'orizzonte settimane intense, e competizioni di prestigio planetario. Come, per esempio (ma è solo un esempio), la Champions League. Ora, tutti sanno che Mourinho è uomo di impareggiabile furbizia (e cinismo). Quel che dice, ha sempre un significato apparente e uno preciso. Ma difficilmente allude. Quest'anno, la formazione-base del Chelsea è delineata, per lui. Giocano sempre gli stessi. I due intoccabili centrali inglesi. Il solidissimo serbo sulla destra. A sinistra, Luis Filipe solo se il basco è acciaccato. Davanti alla difesa, non si discute: Matić è la primissima scelta. I quattro trequartisti sono Fabregas, Hazard, Willian e Oscar. Davanti, Diego. Nel Fourth Round Proper della FA Cup, a Stamford, di fronte al Bradford City, Mou ha deciso per la seconda volta in stagione di fare turn-over. Si sa com'è finita: quattro a due (in rimonta da zero a due) per il Bradford. Bene. Mou aveva preventivamente affermato di considerare una disgrazia l'eventuale eliminazione. Mettendo le mani avanti, ha preso due piccioni con una fava: qualche partita in meno nella fase calda, e soprattutto la possibilità di umiliare le seconde linee, gente che (dice lui) se è ingaggiata dal Chelsea dovrebbe essere sempre pronta per giocare e per vincere [leggi]. Come a dire: visto che non siete in grado di venire a capo del Bradford, club di serie veramente inferiore e dunque di caratura proporzionata alla serie, non pretendete ora di andare in campo nelle partite che contano. Sconfitta inattesa dai più, ma sconfitta che naturalmente non lo riguarda. 

Del resto, anche ai rivali del City è toccata la medesima sorte. Omessi dal tabellone del quinto turno per mano del Boro (militante nella Championship). Pellegrini, però, non ha riempito l'XI di partenza con le sue presunte seconde linee. I big c'erano praticamente tutti. Due indizi, insomma, fanno una mezza prova. E' solo il fascino e la formula della coppa a generare questi sorprendenti risultati? Ai supporters dei due club, ovviamente, la cosa non sarà stata facile da digerire. Ai riccastri che li guidano, proiettati in una dimensione che non è certo quella ancora ottocentesca della FA Cup, probabilmente non importa nulla. 

"Come hai osato impedirmi di arrivare sulla palla e insaccarla?"
Lara Croft ha interrotto la sua sequenza, e la sua media-reti da inimitabile Pichichi del millennio si abbassa. Così, ecco i Blancos inchiodati sul pari a Cordoba quando la partita sta già tramontando. Lara si innervosisce. Obnubilato dall'astinenza, prende a pedate e schiaffi l'incolpevole Edimar Curitiba Fraga, difensore del Cordoba. Com'è accaduto, e perché? Semplicemente, a dieci minuti dalla fine, il brasiliano gli ha impedito di avventarsi su un pallone crossato nell'area piccola e dunque (e ipso facto) di scaraventarlo in rete. Per questo andava punito. Amen. Il perdono di Edimar l'ha ricevuto, le scuse via twitter le ha formalizzate. Ora si attende la sentenza sportiva. Tutti (o quasi) si augurano che il giudice sia clemente. Perché privare lo show della sua prima stella?

Spiccioli dalla Serie A. Anzi, da Milano. Curiosa situazione. Dopo venti partite (tutto il girone di andata e la prima di ritorno) Milan e Inter sono appaiate. Con gli stessi miseri 26 punti occupano esattamente il centro della classifica. Entrambe hanno vinto e perso sei partite, entrambe ne hanno pareggiate otto. L'Inter ha fatto un gol in più (29 a 28), ma ne ha ovviamente anche subito uno di più (26 a 25). Più che di squadre cugine, sembra si possa parlare di squadre gemelle. Entrambe, peraltro, hanno questo di particolare: stipendiano due allenatori - ma il Milan spende meno dell'Inter per quello che sta in panca. In entrambe non è chiaro chi comandi. Chi nell'Inter? Thohir, Moratti o Mancini? Chi nel Milan? Berlusconi? Galliani (spalleggiato da Marina e Piersilvio)? Barbara (spalleggiata dagli ultras)? Entrambe giocano un football immondo. Inter-Torino è stata lenta agonia; Lazio-Milan un festival di palle-gol sprecate (dalla Lazio). L'inizio della stagione sembrava promettere meglio per il Milan. L'arrivo del Mancio ha invertito le attese, e l'attività sul mercato sembrava giustificare i nuovi entusiasmi. La realtà invece, almeno per ora, è cupissima.

Mans

2 gennaio 2015

Giri di boa

Cartoline di stagione: turni inglesi natalizi 2014-15

Partenza col botto a capo del nuovo anno pedatorio. Bellissimo derby al White Hart Lane tra Tottenham e Chelsea, ad inaugurare il girone di ritorno della Premier: 8 reti, risultato in bilico fino a 10 minuti dal termine, gran prestazione collettiva degli Spurs - palla bassa, corsa, pressing e varietà di soluzioni negli ultimi 20 metri - e Blues mai così in difficoltà in questa stagione - con i due centrali poco protetti e dunque a imbarcare acqua e il solo Hazard a dare vivacità in avanti. La squadra di Mourinho attraversa una fase di palese flessione (e puntualmente José ha scatenato la sua guerrilla mediatica contro tutti): dopo il 22 novembre, quando aveva accumulato 8 punti di vantaggio sul City e sembrava avviata a dominare la stagione grazie anche alle difficoltà palesate delle avversarie, ha perso due volte (contro il Newcastle e il Tottenham, entrambe fuori casa), pareggiato altrettante e vinto solo quattro match.

1° gennaio 2015, White Hart Lane, London
Doppietta e già 17 gol in stagione per Harry "Citizen" Kane
Al contrario, la squadra guidata da Pellegrini ha perso l'ultima volta il 25 ottobre (contro il West Ham), e da allora ha vinto nove partite e ne ha pareggiate solo due (una in casa contro il Burnley domenica scorsa), azzerando il distacco dal Chelsea. Campionato riaperto, per la gioia degli appassionati. Ora mancano 18 turni: il Chlesea ne giocherà 11 in casa, dove finora ha sempre vinto, affrontandovi quasi tutte le migliori, a parte l'Arsenal e il West Ham; la rosa è al completo, senza infortunati e squalificati. Il City ne giocherà invece ancora 10 in trasferta, tra le quali lo scontro diretto con il Chelsea, il derby con lo United, e i match contro il Tottenham e il Liverpool: fuori casa ha già perso con il West Ham e pareggiato con l'Arsenal e il QPR; alla lunga potrebbero pesare le assenze per infortunio di Aguero, Kompany e Dzeko, e oltretutto la squadra viene da una lunga fase positiva che non potrà durare in eterno. A palla quadrata i favori sembrerebbero inclinare verso i londinesi di Abramovich, ma per fortuna la palla è rotonda e tutto potrà succedere, complici anche i super ottavi di Champions che le due contendenti giocheranno a distanza di una settimana l'una dall'altra, prima il Chelsea contro il PSG, poi il City con i Barça. Ci attende un inverno coi fiocchi, non solo di neve.

Prima di Natale avevano concluso il girone d'andata anche la Bundesliga e la Ligue 1. I tedeschi sono andati in letargo (riprenderanno il 31 gennaio, con ampia giustificazione: oltre il limes il clima è davvero inclemente) con il Bayern campione non solo d'inverno: l'unico brivido lo darà il Dortmund. In Francia (dove si riprende domani con la Coppa) il Marseille ha virato in testa con due punti di vantaggio sul Lyon e tre sul PSG, dando spettacolo grazie alla rivoluzione bielsista. La capolista ha perso con entrambe le rivali (e anche col Monaco e il Montpellier), ma dovrà ora incontrarle in casa, recandosi comunque in trasferta 10 volte. Il PSG dovrà giocare a Lyon e a Marseille, invece, e battersi tra febbraio e marzo contro il Chelsea. A sua volta, anche il Lyon avrà da affrontare 10 trasferte. Tutto sembra apertissimo e ancora avvincente.

Domani riprende anche la Liga, dove mancano ancora tre giornate per completare il girone d'andata. Il Real - che deve recuperare a febbraio anche la partita, al Bernabeu, col Siviglia - ha potenzialmente 4 lunghezze di vantaggio sul Barça e 7 sull'Atletico; viene però da una serie record di partite e dovrà necessariamente lasciare qualche punto per strada. Il sorteggio di CL è stato comunque favorevole, assegnando ai Blancos lo Schalke, mentre il Barça se la vedrà con il City e i Colchoneros con il Leverkusen. La capolista dovrà però recarsi al Camp Nou e al Calderon ma, al momento, nulla - nemmeno il petardo della sconfitta persica contro il Milan - lascia pensare che a Carletto Nostro potrà sfuggire il titolo. Buona ultima, riprenderà anche la Serie A, dove mancano ancora tre turni per assegnare la corona d'inverno. La Juventus ospiterà la sera della Befana l'Inter, ma gli esiti incerti - anche per l'ordine pubblico - saranno soprattutto domenica 11 gennaio, con il derby della capitale e la capolista a Napoli. Peraltro, fino a fine gennaio l'attenzione di tutto il calcio sarà concentrata sui fumi oppiacei del mercato: alla fine arriveranno i soliti ronzini sopravvaluti, sia di primo che, soprattutto, di secondo pelo.

Azor

8 dicembre 2014

The ball boys

Cartoline di stagione: 15° turno 2014-15

“The ball disappeared, the ball doesn’t come,
another ball comes, the ball boys run away" (JM)
Beh, avevamo appena finito di dire che in Inghilterra una lotta per il titolo semplicemente non c'è; nessuno - se non gli amanti della cabala - avrebbe scommesso un penny sulla sconfitta del Chelsea a St. James Park, nonostante i Blues, con Mou in panca, là non fossero mai riusciti a vincere. Là hanno perso anche sabato, sicché il City ha dimezzato la distanza (ora è a meno di un tiro di schioppo) e José - uno che non ha mai saputo perdere le partite senza polemizzare - ha dato la colpa di ciò ai ball boys. Ai raccattapalle di Newcastle. Sono loro che hanno impedito al Chelsea di giocare al gioco del calcio: “the ball disappeared, the ball doesn’t come, another ball comes, the ball boys run away". Spettacolino per i media. Nel calcio accade anche questo, nessun rimpianto - ha aggiunto. Ma gli deve bruciare, eccome. I suoi trucchi tattici - mille centravanti contemporaneamente in campo, e probabilmente si sarà pentito di aver lasciato andar via Eto'o e Torres - questa volta non hanno sortito effetto; forse, perché ormai sono scontati.

A proposito di discorsi azzardati: avevamo anche appena finito di credere che Messi tristemente vivacchi a Camp Nou in attesa di salpare per nuovi lidi, ed eccolo dominare il derby catalano. Il Real, nel frattempo, aggiorna i suoi record: diciotto vittorie consecutive. Scende leggermente la media-reti rispetto alla nostra ultima rilevazione: mantenesse il ritmo, saranno centotrentotto su trentotto partite. Non è scesa quella di Lara Croft: mantenesse il ritmo, sarebbe pichichi con 62 gol. Numeri spaventosi.

In Serie A, le imminenti e decisive sfide di CL hanno pesantemente condizionato Juventus e Roma. Il turn-over non ha però francamente cambiato in peggio la Juve, apparsa sui livelli (modesti) del derby; qualche fiammata, ma né i bianconeri né i viola avrebbero meritato di vincere una partita di tasso spettacolare meno che mediocre. Molto peggio, tuttavia, è andata la Roma. Messa sotto dal Sassuolo dal primo al novantesimo tecnicamente, tatticamente, agonisticamente. Priva di Totti, ha mostrato pochezze inimmaginabili nella costruzione del gioco, nei movimenti offensivi, nello 'spirito' di squadra. Ha strappato un punto alla fine, grazie a errori arbitrali che se non altro ci consentiranno di reputare offensiva per il buon senso ogni futura eventuale polemica accesa dall'ambiente romanista.

Su Milan e Inter siano intonati, idealmente, solo appropriati canti funebri. Esse furono.

Mans

15 novembre 2014

Ritorno al futuro

L'ingaggio di Roberto Mancini da parte del F.C. Internazionale come allenatore per i prossimi due anni e mezzo si configura come un perfetto "ritorno al futuro". Che sigilla, e si spera chiuda definitivamente, una catena di errori dirigenziali avviata dalla gestione Moratti, che ha dilapidato - tra malintese riconoscenze ed eccessive vedovanze [vedi] - il capitale del Triplete, e perpetuata dalla gestione Thohir, che non ha colto il momento, nella tarda primavera di quest'anno, per avviare un ciclo nuovo con una propria cifra tecnica.

Con i trofei
Perché Roberto Mancini rappresenta un ritorno al futuro? Perché, nella storia dell'Inter, è l'allenatore che ha vinto più titoli e trofei - sette - insieme a Helenio Herrera: con l'ovvia differenza di peso tra le quattro coppe internazionali del Mago e le quattro solo nazionali del Mancio. Soprattutto, è l'allenatore che è stato capace di segnare l'inversione di senso nella gestione di Massimo Moratti, dimostrando che si poteva tornare a vincere anche sulla Juventus, fin dalla troppo spesso dimenticata finale torinese della Supercoppa 2005, in cui il famigerato Massimo De Santis si beccò le reprimende di Luciano Moggi per l'annullamento di un gol di David Trezeguet per sospetto fuorigioco. Mancini cominciò a vincere, cioè, prima che il ciclone Calciopoli si abbattesse sul calcio italiano, grazie alle sue qualità principali: saper scegliere i giocatori giusti per la propria idea di calcio, voler privilegiare le qualità individuali rispetto agli schemi tattici.

Quanto al primo punto, basti ricordare il mercato che Mancini concordò con Giacinto Facchetti e Gabriele Oriali nell'estate del 2004, al suo arrivo in nerazzurro. Furono ceduti: Cannavaro, Pandev, Kallon, Farinós, Bréchet, Pinilla, Ümit Davala, Dellafiore, Guly, Zicu, Helveg, Buruk, Almeyda, Lamouchi, Sorondo, Adani, Dalmat, Choutos e Fadiga, tra gli altri. E acquistati - si noti, per soli 3,5 milioni di euro: Burdisso, Zé Maria, Mihajlovic, Cambiasso, Verón, Favalli, Davids e Carini. Questo per dire che, nemmeno allora, difettavano nella rosa le vecchie glorie, i mesti ronzini e la mediocrità di molte figurine, e che Mancini seppe suggerire, anche negli anni successivi, acquisti azzeccati: nel 2005, quelli di Samuel, Pizarro, Maxwell, Julio Cesar, Figo; nel 2006, di Ibrahimovic, Vieira, Maicon, Grosso e Crespo; nel 2007, di Chivu.

Si potrebbe pensare che tutto ciò fu reso possibile da disponibilità finanziarie ora inimmaginabili. Ma ciò è vero solo in parte. Il bilancio dei trasferimenti dell'intero quadriennio di Mancini segnò infatti un disavanzo contenuto a soli 28,8 milioni di euro. Dispendioso è stato semmai il biennio di José Mourinho, che fece subito i capricci per avere in rosa un fenomeno come Ricardo Quaresma, costato da solo 24,6 milioni. José ha vinto la Champions per meriti propri ma anche grazie al mercato faraonico seguito all'ennesima eliminazione in coppa nel marzo 2009 (Milito, Eto'o, Sneijder, Thiago Motta, Lúcio e Pandev): il bilancio del suo biennio vede infatti un rosso di 36,1 milioni, grazie anche alla miracolosa cessione di Ibrahimovic per 69,5. Nei mercati dei tre anni successivi al Triplete - in cui Moratti ha speso male e venduto peggio [vedi] - la società ha comunque operato acquisti per 161 milioni (con un bilancio positivo, contro cessioni, di 15). Nella scorsa stagione a mezzadria con Thohir, la campagna è stata dispendiosa: 59,1 milioni di acquisti contro solo 9,85 di cessioni (con un "buco" di oltre 49 miloni). Quest'anno la spesa è stata finora di 12,1 milioni (ma con l'ipoteca di altri 7,8 per il saldo a venire di Dodò), a fronte di entrate per soli 9,65 [qui le fonti].

In queste ore Erick Thohir ha promesso che, per migliorare la rosa attuale, "nei limiti del possibile del bilancio interverremo già a gennaio seguendo le indicazioni dell'allenatore". Lo ha certo affermato per rianimare un ambiente depresso che, con la sciagurata gestione di Walter Mazzarri, aveva toccato uno dei punti più bassi della storia nerazzurra. Soprattutto è consapevole che quella di gennaio potrebbe essere anche l'ultima finestra di mercato possibile prima delle sanzioni che andranno negoziate con la UEFA in tema di fair play finanziario. Dunque il tempo stringe, e la consulenza di Mancini costituisce una garanzia.

Con la sciarpa
Tutto bene allora sotto il sole? No, ovviamente. La situazione finanziaria della società è disastrosa: il deficit dell'ultimo bilancio segna un preoccupante -85 milioni (la "Gazzetta" ha stimato che per il triennio valido per il FFP della FIFA il deficit sia stato di 180 milioni contro i 45 tollerati), i debiti raggiungono i 230 milioni (a fronte dei quali Thohir ha ipotecato tutto il patrimonio e i futuri ricavi della società) e costano rate da un milione al mese più interessi e un maxi-saldo da 184 milioni alla scadenza del 30 giugno 2019 (in pratica 58 milioni all'anno per 5 anni, cioè 290 milioni), il fatturato è sceso dai 250 milioni della stagione post Triplete ai 170 dell'ultima senza coppe (anche se Thohir spera di risalire a 190 in questa, grazie ai premi dell'Europa League e alle magliette vendute in Asia). Detto in soldoni: non ci sono.

E torniamo al futuro con Mancini. Si tratta di un buon tecnico, che ha dimostrato di saper vincere anche in Inghilterra e in Turchia. Non appartiene però alla fascia dei grandi - quella, per intendersi, degli Ancelotti, dei Guardiola o dei Mourinho, per stare solo a quelli in attività. Si colloca semmai nella fascia di quelli capaci di vincere campionati ma non (ancora?) coppe significative a livello internazionale - quella dei Wanger, dei Pellegrini, dei Conte, dei Blanc, per rammentarne alcuni. Non ha la visionarietà di un Bielsa (e dei suoi "allievi") e di un Klopp, e nemmeno la "garra" di un Simeone. Ma appare perfetto per un campionato malinconico come la Serie A e per la fase triste che vive l'Inter. Moratti già preconizza il terzo posto per quest'anno (cioè il sempre più arduo spareggio agostano per disputare la CL), ma ragiona come sempre da tifoso. Mancini eredita infatti una situazione tecnica disastrosa quanto quella finanziaria: giocatori che hanno smarrito il gioco, depressi nell'autostima, atleticamente provati; e una rosa migliore di quanto non si creda, ma comunque non paragonabile con quella che trovò nel 2004 (con Toldo, Materazzi, Cordoba, Zanetti, Stankovic, Recoba, Vieri, Adriano e Cruz, tra gli altri).

Nondimeno, il Mancio potrebbe assicurare nuovamente un'inversione di senso nelle vicende nerazzurre. Scontato è il ritorno alla difesa a 4, al trequartista e al gioco a due tocchi. Soprattutto occorrerà una preparazione adeguata nel ritiro invernale, che ridia tono ai singoli e restituisca ritmo alla squadra: presupposto per tornare a vedere un'idea di gioco propositiva, come è nelle corde di Mancini. Con un paio di innesti azzeccati a gennaio, il traguardo europeo potrebbe essere alla portata, così come un percorso decoroso in Europa League (finire tra le prime 8?) e magari anche in Coppa Italia. Come Benamante mi accontenterei: a terra come siamo con le nostre vergogne ...

Azor

6 ottobre 2014

Ossessioni e pregiudizi

Cartoline di stagione: 8° turno 2014-15

Sanchez ha il piede sul pallone, Cahill no
Tutto sommato, se i supporters dell'Arsenal vanno a Stamford Bridge lanciando fumogeni (ispirati dagli 'amici' del Galatasaray), se Wenger a un certo punto incorna o quasi Mou (per la mancata espulsione di Cahill, zompato gentilmente sui garretti di Sanchez); se il derby londinese è definito 'selvaggio' dai disincantati commentatori del "Guardian" [vedi], perché scandalizzarsi di quello che abbiamo visto allo Juventus Stadium nel tardo pomeriggio?

Protagonisti e osservatori hanno naturalmente potuto sfogare le loro diuturne ossessioni arbitrali. I romanisti e filo-romanisti (o semplicemente gli anti-juventini) sostengono che Rocchi abbia praticamente servito le paste a Nostra Signora, inventando due rigori e convalidando il gol - l'ultimo e decisivo - di Bonucci, viziato da posizione di fuorigioco attivo di Vidal. Sono opinioni basate più sui pregiudizi che sulla moviola. I meno fanatici puntano il dito contro i calciatori, colpevoli di interpretazione agonistica eccessiva. Perché - s'intende - innervositi dal 'metro' di Rocchi. Il campionario dei commenti a questa partita è archetipico di tutta una tradizione recente: le partite sono decise dagli episodi, ma gli episodi sono formalizzati dall'arbitro. E' il giudice che scrive le sentenze, anzi le partite.

Episodi discutibili e discussi. Ma episodi
Storie. A mio parere, questa corrida va letta così.

1) Giocare a calcio in quello stadio è difficile, per chi non ha voglia di farsi mettere sotto dai padroni del medesimo. Arbitrare lo è ancora di più. Per rendersene conto è sufficiente sedersi davanti alla tv e infilarsi un paio di cuffie, onde meglio apprezzare l'original soundtrack. Sin dal primo istante, boati d'inferno per i fischi arbitrali contro i bianconeri; boati di volume ancora più alto per gli interventi fallosi degli avversari; boati inimmaginabili per ogni presunto fallo laterale non concesso ai padroni di casa; aggressioni verbali (e non solo) ai giocatori della Roma in tribuna. Una pressione ambientale abnorme, violenta e incessante, un clima francamente eccessivo. Non si tratta della 'curva', si tratta dello stadio intero. In questo senso, non ricordo situazioni analoghe, e va detto: a Torino si è giocato ieri (e non so se capiti normalmente) in un'atmosfera intimidatoria, incivile. A voler essere meno categorici, decisamente sgradevole. A riprova (non necessaria) di come nel nostro sistema risse e nervosismo sul campo siano soprattutto gli effetti di questa atmosfera: non del Rocchi di turno con i suoi fischi o con i suoi 'silenzi'.

2) Abbiamo visto un match equilibrato, corso sempre sul filo. Con fasi alterne di supremazia territoriale, poche occasioni, qualche bella giocata dei soliti noti. L'impressione è che i due XI, nei diversi sistemi di gioco, si equivalgano o quasi. Forse, la Juventus ha ancora qualcosa in più. Può variare i modi con cui essere velenosa. La Roma è pericolosissima nelle combinazioni veloci, palla a terra. Se trova spazi, è irresistibile; la Juventus ne concede pochi. In termini di gioco, senz'altro un pareggio sarebbe stato più onesto, ma nessuno può altrettanto onestamente sostenere che la Juventus abbia rubato i tre punti. Non Garcia e Totti e Sabatini; così come Marotta non dovrebbe rispondere alle polemiche dicendo che alla Juve mancano due scudetti. Che c'entra? Il peggio - questa è la realtà - lo offrono sempre quelli che in campo non vanno. Ovunque, sui campi italiani. E di questo 'peggio', l'arbitro è sempre il meno responsabile.

Insomma, non è stato un week-end memorabile. Nemmeno altrove. In Germania e in Inghilterra i campionati hanno già il loro preciso solco: sarà l'ennesimo anno del Bayern e la fine dell'astinenza del Chelsea, con conseguenti teatrini egotistici dell'uomo di Setubal. Del resto, i Gunners mostrano la loro sempiterna fragilità, mentre il Liverpool cerca disperatamente se stesso (sabato ha trovato un brodino, accantonando Mario ...) e lo United è in fase di progettazione. L'Atletico - bastonato a Valencia - pare consunto, e difficilmente riuscirà a competere in Liga, dove se la sbrigheranno more solito Barça e Real. Restano Francia e Italia. Indecifrabile quest'anno il torneo dei cugini, vista la fatica del PSG e la freschezza dell'Olympique. In Italia sarà duello per il titolo e ammucchiata per il terzo posto, sino allo sfinimento. E sfinimento (nostro) di bruttezze e gratuite polemiche. Che vadano tutti a quel paese.

Mans