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5 luglio 2015

La 'chilena' (intesa come nuova bacheca)

E così, senza nemmeno una Copa da lucidare in bacheca, adesso rimangono solo Venezuela ed Ecuador, ed è ragionevolmente difficile pensare che possano inaugurarla in tempi brevi: ha teoricamente una chance migliore l'Ecuador, che organizzerà il torneo nel 2023, mentre tra quattro anni toccherà al Brasile, che chiuderà così un'infinita kermesse politico-agonistica, dopo mondiale e olimpiadi.

L'attesa

Già. Finalmente il Cile, nell'atmosfera rovente e premoderna del Nacional di Santiago - stadio 'antico', quasi completamente privo di copertura, e dunque spalancato sui cieli e orizzonti andini -, ha alzato l'ambìto trofeo, al termine di una lunghissima partita preceduta da una protratta esecuzione degli inni nazionali (un concerto, in sostanza), grazie alla freddezza dal dischetto dei suoi uomini migliori (irridente la battuta 'a scavetto' di Alexis), e grazie soprattutto all'ormai conclamata allergia della Pulga per questo genere di partite e di competizioni. Come Pelé, come Maradona, anche lui rischia di concludere la carriera senza un titolo sudamericano nel palmarés: a differenza di quei due satanassi, però, è tuttora privo di titoli mondiali, ed è impossibile misurare la sua indifferenza al riguardo. 

Palloni scagliati in orbita
Un'astinenza che stride clamorosamente, perché la sua generazione, a differenza di quella del Pibe, è considerata una delle più fenomenali nella storia del futebol argentino. E forse è proprio questo il problema. Messi, certo. Ma anche Aguero, Higuain, Tevez, Di Maria, Lavezzi, Pastore e quant'altri, troppi forse per riuscire a comporre e stabilizzare una linea offensiva di valore potenzialmente storico; anche perché, nonostante si frequentino da una vita, sono e restano fondamentalmente solisti, poco adatti alla convivenza (escluso Leo, che rimane comunque di spessore pedatorio indubbiamente superiore). Ma in mezzo al campo? Giocatori normalissimi (Biglia, Banega), il punto debole della squadra è (da anni) sicuramente quello; senza un reparto di mezzo d'acclarata qualità, un XI anche stellare difficilmente si consacra, e resta aggrappato alle pur sublimi capacità d'improvvisazione dei singoli. In più, tra i top-players c'è sempre qualcuno che inciampa e trascina nella caduta la squadra. E' toccato ieri sera al Pipita, che ha ciccato clamorosamente il suo rigore, esplodendolo in curva: una replica perfetta del penalty sapidissimo che mancò il 31 maggio nell'ultima di Serie A, al San Paolo, con grande gioia di Claudius Lotitus. Sarà meglio che impari, o che smetta di tirarne. Così come Di Maria ha replicato l'infortunio muscolare che gli impedì di proseguire il suo nobilissimo mondiale, l'anno scorso: sarà meglio che impari a controllare la propria corsa e a non superare limiti di velocità  oltre i quali, evidentemente, il suo motore s'ingrippa.

Già ...
Sicché, allo stato, alcuni di questi celebratissimi pedatori si tengono stretto il mondiale giovanile, vinto nel 2005 e nel 2007; altro per strada, con la maglia della Selección, non hanno più raccolto. E, del resto, l'Albiceleste era riuscita nell'impresa di mancare la finale casalinga proprio 4 anni fa, e prima ancora di perdere la finale del 2007 (contro il Brasile, in Venezuela), ma anche quella del 2004 (sempre contro la Seleçao, in Perù), e l'ultimo trionfo risale, com'è noto, al lontano 1993, ottenuto contro gli 'ospiti' messicani in Ecuador. Grazie al tremendismo sottoporta di Gabriel Omar Batistuta.

Già ...
La finale di Santiago è stata di intensità altissima. Giocata - per dire - a un ritmo molto più alto della finale di Rio un anno fa. E il Cile ha meritato di vincerla, nonostante una scontata inferiorità tecnica ma grazie a un'organizzazione superiore e alla tigna di chi non vuole farsi fregare il portafoglio proprio a casa sua. Lì, al Nacional, La Roja aveva perso le gare decisive nelle edizioni del 1945 e del 1955, contro Brasile e Argentina; era uscito poi sconfitto da due finali comunque raggiunte - nel 1979, a opera del Paraguay, in tre partite, e nel 1987, contro il 'solito' Uruguay, a Baires. In una notte, contro un avversario teoricamente più grande, ha chiuso il baule dei brutti ricordi e l'ha portato in soffitta. 

Intanto, le telecamere inquadravano lo sguardo di Leo (meno perso nel vuoto di quello che potemmo ammirare un anno fa). Stavolta più incredulo che assente. Coraggio Leo, due o tre occasioni ti restano ancora: mai dire mai.

Mans

9 giugno 2015

Esoneràti!

In ripa Arni

Ci ho messo parecchio per metabolizzare l'incredibile finale di stagione della Fiorentina. E credo di non essere l'unico all'ombra di Palazzo Vecchio. Il comunicato emesso dalla Fiorentina ieri sera è solo l'ultimo atto, patetico, di una situazione grottesca che non è nuova in casa viola [vedi]. L'esonero di Vincenzo Montella fa male, molto male. Fa male in senso assoluto e fa male per come è maturato. Fa male perché non è il primo episodio di questo tipo (l'esonero di Prandelli gli somiglia parecchio per modalità e tempistica) e fa male perché fa fuori il tecnico italiano a mio parere potenzialmente più forte dei prossimi vent'anni.

Vincenzo Montella con la giacca della Fiorentina.
Non lo vedremo più così.
Il calcio, si sa, è al tempo stesso la conferma e la contraddizione di ogni legge naturale. L'evento sportivo è ontologicamente un assoluto. La propria squadra del cuore è un relativo. Per il tifoso l'ordine è contrario. Il tifoso viola, in particolare, spesso dimentica da dove viene la propria squadra, quale posto occupa nella gerarchia finanziario-pallonara di questi tempi e soprattutto qual è il suo pedigree. Purtroppo il tifoso dimentica che la città non è la stessa cosa della squadra che la rappresenta. La Fiorentina è la squadra di Firenze. Firenze ha un grande passato e un presente che progressivamente la sta sempre più schiacciando su una musealizzazione sterile e respingente per chi deve viverci. La Fiorentina non ha nemmeno un grande passato. I trofei nella bacheca di viale Manfredo Fanti sono pochini e quelli davvero prestigiosi sono solo tre: due scudetti e una coppa delle coppe. L'ultimo dei tre, lo scudetto del 1969, risale ai tempi in cui Breznev era segretario del PCUS, Nixon non si era ancora insediato alla Casa Bianca e il presidente della Repubblica Italiana era Giuseppe Saragat. Mio padre si era appena comprato la sua prima fiammante Cinquecento.

Le valutazioni sulla stagione della Fiorentina devono partire da qui e dopo, solo dopo, dalle considerazioni tecniche. Altrimenti il PSG e il Manchester City vincerebbero scudetti e Champions League ogni anno. Di fatto la seconda non la vincono mai. In ogni caso, se si eccettua l'inopportuna contestazione durante il secondo tempo del ritorno contro il Siviglia, non si può biasimare troppo il pubblico di Firenze, unico a riempire quasi sempre uno stadio vecchio e scomodo. Voto per il pubblico viola: 7.

La stagione della Fiorentina è stata molto buona. Poteva essere migliore? Forse, ma è stata decisamente buona. Con investimenti minori, bacino d'utenza inferiore e città più piccola, la Fiorentina ha superato, per il terzo anno consecutivo, Milano (il piazzamento Champions del Milan al primo anno di Montella in viola non lo voglio nemmeno considerare), per due volte ha superato Roma, entrambe il primo anno e sponda Lazio il secondo e quest'anno ha superato pure Napoli. Un miracolo sportivo. Da attribuire certamente a una società che ha costruito una buona squadra, ma soprattutto a un tecnico preparatissimo, meticoloso e moderno. Certo Montella sembra essere anche presuntuoso, ma chi è senza peccato ecc.

Scrivevo che il ciclo Montella a Firenze era finito dopo la sconfitta casalinga contro il Verona. Speravo di essere smentito dai fatti, ma avevo ragione e non ho avuto bisogno di aspettare il rovescio (in gran parte immeritato) sivigliano per capire che le cose fra l'allenatore e la proprietà si stavano mettendo male. Montella si merita comunque un 8 per come ha gestito la rosa a disposizione fino a un mese dalla fine della stagione. Merita 6 per come ha gestito l'ultimo mese. Merita 7 per come ha gestito la comunicazione in merito allo scontro con la società. La palla era finita da una settimana nella metà campo dei Della Valle i quali lo hanno esonerato. Ora tocca a loro dimostrare che Montella aveva torto e che non è in atto un processo di ridimensionamento tecnico (ho molti dubbi, ma vedremo che mercato faranno).

Montella ha forse preteso che la clausula rescissoria presente sul suo contratto fosse eliminata, per continuare in viola, almeno questo dice il comunicato col quale la Fiorentina lo ha esonerato. I Della Valle non hanno mandato giù le ripetute dichiarazioni del tecnico su investimenti e progetto. Alla fine la decisione dell'esonero è piovuta sulla Firenze sportiva come un macigno. È la sconfitta di tutti, nessuno escluso. La decisione doveva essere presa prima e in privato. La società dimostra ancora una volta di non essere pronta per entrare nel libro d'oro della nobiltà calcistica europea. Forse non ci vogliono entrare. Forse gli basta stare ai margini delle prime per ottenere il piazzamento europeo, tranquillizzare la piazza e non rimetterci mai. E figuriamoci se questa è una filosofia biasimevole. Ognuno coi suoi soldi può fare ciò che vuole. Ma il calcio sovverte le leggi di natura. Il calcio è amore, sogni, passione. Con queste, con i sogni, l'amore, la passione dei tifosi, non puoi fare ciò che vuoi. È tempo che la proprietà della Fiorentina lo capisca. È tempo che i Della Valle parlino chiaro a Firenze, perché Firenze è stanca, non già di non vincere, ma di essere illusa. Voto alla società: 2. I due punti sono per non aver ancora licenziato Daniele Pradè. L'ingaggio di tal Pedro Pereira da Braga è l'ennesima provocazione. O forse davvero in società avevano bisogno di uno per vendere i circa 15 giocatori in esubero. Anche questo lo sapremo presto.

La squadra merita un voto altissimo. Ce l'hanno messa tutta per arrivare in fondo alle tre competizioni. Hanno sfiorato due finali e sono arrivati quarti in campionato. Niente male. Meritano un bel 9 e io glielo do volentieri.

Ora non ci resta che vedere di quali panni si vestirà la nuova Fiorentina. Chi sarà il prossimo allenatore (i nomi che girano sono da film horror) e quali investimenti faranno i dieci cervelli che gestiscono il settore sportivo della Fiorentina. Una cosa è certa, se la prima squadra sarà affidata a uno fra Paulo Sousa, Ventura e Donadoni, allora sarà la dimostrazione che aveva ragione Montella. Uno che la faccia ce l'ha sempre messa, uno che ci ha fatto divertire per tre anni. Ha fatto più punti di tutti gli allenatori "non vincenti" che si sono avvicendati sulla panchina viola. Ha rivitalizzato dei cadaveri travestiti da giocatori e ha convinto campioni a vestire la maglia viola. Per questo e per molto altro sento di dover ringraziare Vincenzo Montella augurandogli ogni fortuna e grandi successi. Ma li otterrà, magari all'ombra di quel Vesuvio che tanto ama e magari già dalla prossima stagione. In  tal caso, però, avranno avuto ragione i Della Valle.

Cibali

15 maggio 2015

Il Gestore e i santoni scornacchiati

Fettine di coppa: ritorno delle semifinali (CL e EL)

Uno parla parla, e chissà se lo ascoltano davvero.
L'altro perde pixel e ha il sopracciglio abbassato
"Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Niccolai in mondovisione”, disse un giorno Manlio Scopigno quando seppe che il suo leggendario stopper sarebbe volato in Messico con la nazionale italiana per giocarvi la Coppa del mondo. Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Allegri arrivare a una finale di Champions League, pensavo l'altra sera, al triplice fischio di Real-Juventus. Già. Mentre Carletto chiude il suo biennio a Madrid tra i fischi e i fazzoletti del Bernabéu, Maximilano vede proiettata la propria carriera in una dimensione superiore (e di parecchio) a quella che si riteneva possibile per lui. "La Juve di Madrid ha incarnato diverse epoche del pallone italico. Resistente e chiusa come nei bunker trapattoniani degli anni Settanta, rapida e cinica come nei ruggenti Ottanta e insieme moderna nei cambi di modulo (difesa prima a 4, poi a 5, con trequartista e senza) secondo i dettami di Allegri, arrivato davvero oltre Conte e di parecchio. Mentre l'assatanato Antonio era tutto pancia e istinto, talvolta scomposto, il suo successore ha insegnato alla squadra a ragionare, a non avere fretta e a cambiarsi d'abito come Arturo Brachetti, mica per niente un torinese. E la Juve trasformista è davvero una grande maestra di arte varia" (Maurizio Crosetti, La Repubblica: vedi). Sarà. Qui a Milano lo abbiamo visto per anni al lavoro, e continuiamo ad essere scettici. Ora, saggiamente scelto dalla dirigenza juventina dopo l'addio di Conte, ha gestito, amministrato pragmaticamente un undici che non aveva certo bisogno di imparare a stare diversamente in campo; un gruppo bisognoso di relax agonistico, di 'conservazione' e non di 'rivoluzione'. Gente che domina la Serie A giocando la maggior parte delle partite in totale souplesse. Del resto, Allegri ha mostrato difficoltà palesi quando ha dovuto costruire (al Milan, nel secondo e nel terzo anno), meno quando ha potuto gestire (sempre al Milan, il primo anno). Sta applicando alla Juve più o meno lo stesso metodo che adoperò Fabio Capello subentrando a Sacchi sulla panca rossonera. Con intelligenza e furbizia mediatica, non c'è alcun dubbio. Tra gli allenatori, vi è chi ama seminare, chi preferisce specializzarsi nel raccogliere risultati, chi riesce a combinare le due fasi: Allegri sembra ben avviato a essere un campione del secondo tipo.

E comunque sia, va tributato un grande applauso alla Juventus e ai suoi campioni. Grandissimi e grandi e ai loro ultimi giri, come Buffon e Pirlo, Tevez ed Evra; quelli che grandissimi e grandi certamente saranno, come Pogba e Morata, destinati o meno a vivere in bianconero la loro crescita calcistica; e quelli di valore medio-alto (Marchisio, Vidal) e medio (Chiellini, Bonucci, Lichtsteiner). Ci hanno regalato la prospettiva di una serata impreventivabile; una finale, a Berlino, e contro il Barça, er mejo fico der bigonzo. Già sento i giornalisti-opinionisti-ultras antijuventini blaterare sull'esito tennistico della sfida. Mah. Se i catalani ci arriveranno dopo aver coltivato sicumera di vittoria e pensando di dover usare il pallottoliere, faranno la stessa fine del dream team di Cruijff, nel '94, ad Atene. Chi ha buona memoria, sa come andò.

La tenuta da gioco ricorda parecchio quella indossata dall'Italia
nella semifinale mondiale del 2006 [rivedi]

Dunque e in definitiva, le semifinali delle due coppe hanno assai ridimensionato il ruolo taumaturgico di certi allenatori, vincenti per definizione, visionari per vocazione, specialisti di coppa per tradizione. Si è visto il Pep - privo della classe di Robben e Ribery nonché della devastante potenza di Alaba - capace di fare solo un po' di solletico ai suoi ex allievi - sì, ha vinto all'Allianz, ma partendo da un complessivo uno a cinque, quando i catalani hanno iniziato a pensare ad altro attendendo il novantesimo. E Carletto - cui Perez ha sottratto Alonso e Di Maria per far cassa, spendendo i ricavi per James Rodriguez -, senza centrocampisti di ruolo, senza mediani e uno straccio di interditore, e soprattutto senza il signor Modric (un fuoriclasse) a dettare il ritmo, non ha estratto dal cilindro alcun coniglio a sorpresa. Nudo alla meta, Gareth Bale ha mostrato limiti tecnici inaccettabili per uno valutato cento milioni di euro nel folle mercato di questi tempi. E Benitez? Benitez è specializzato nel toppare i primi tempi, rattoppandoli nei secondi (esempio fulgido: la finale di Istanbul); ma nel pantano di Kiev i ronzinoni del Dnipro hanno praticato un calcio di totale ostruzione cui lui (Benitez) non ha trovato rimedi. Si è salvato, dunque, il solo Emery. Ma è stato molto aiutato dalla Viola, che in due partite ha buttato nella spazzatura una quantità impressionante di palloni da gol.

Così, alla fine, avremo le due finali meno pronosticate. Del resto, stiamo parlando di football, e  proprio questo è il suo bello.

Mans

11 maggio 2015

Milano s'è desta ...

Cartoline di stagione: terz'ultimo turno 2014-15

"Sono il Profeta, ma pur sempre un uomo, mosso dall'orgoglio 
e dalla passione. Mi sentivo ferito"
Si era mai visto in stagione Anderson Hernanes de Carvalho Viana Lima ('il Profeta') dannarsi l'anima in campo, scattare in profondità a dettare il passaggio, andare a contrasto, provare per un giorno (almeno uno) a dimostrare che i soldi spesi per ingaggiarlo non sono da considerare del tutto buttati via? No, non si era mai visto. E allora perché tutto questo accanirsi contro la sua ex-squadra? Ah beh, certo, c'erano tre punti importantissimi in palio per l'Inter, la rincorsa all'Europa non poteva certamente contemplare una fermata all'Olimpico. E invece no. Hernanes scattava in profondità, dettava passaggi, si dannava l'anima in campo, portava contrasti e - in definitiva - segnava una doppietta solo per fare un dispetto a Claudius Lotitus, che aveva parlato 'male' di lui. Queste sono le motivazioni di un calciatore professionista. Che le rende note nelle interviste del post-partita.

Ciò detto, va rilevata l'incredibile, controtendente, impronosticabile doppia vittoria delle milanesi sulle romane. Basti dire che i bookmakers quotavano l'evento simultaneo (mediamente) intorno al 16/1: chi ha provato la puntata, s'è trovato il portafoglio improvvisamente gonfio e felice.


All'Olimpico la partita è stata strana; le sole cose normali sono arrivate da Poldo, che s'è mangiato tre gol in pochi minuti (com'è noto, lui si divora i gol importanti, ma è spietato quando si tratta di mettere a referto palloni superflui). Una partita che la Lazio ha buttato nella spazzatura, senza nemmeno capire perché. Al Meazza, con una maglia finalmente riconoscibile e i calzoncini neri, privo sediovuole e per squalifica del suo peggior giocatore (Zizou Menez), il Milan ha reso evidenti le magagne strutturali della Roma, messa sotto con una prestazione appena al di sopra di una ideale linea di decenza calcistica. Quella linea che rarissimamente, in questi mesi, i rossoneri erano riusciti a varcare.

Troppo tardi, forse non per l'Inter se ha davvero voglia di iniziare la stagione a luglio con i preliminari di Europa League. Il futuro del Milan è tutto da scrivere, immerso com'è in quotidiani polveroni mediatici - entro i quali ciascun osservatore di professione presume di saper vedere chiaro (ieri mi è capitato persino di orecchiare che Mr. Taechaubol porterebbe Guardiola e Messi: mah!); quello dell'Inter in acrobazie di bilancio, tra debito consolidato e misure UEFA, con Mancini come unica certezza. 

Così, la Serie A imbandisce ormai partite per lo più 'pazze', imprevedibili. Saldi di fine stagione. Ben maggiori emozioni sarebbero state in cartellone nel prossimo week-end, con la sfida incrociata tra i club di Madrid e Barcellona, e il Barça atteso al Manzanarre. Poteva essere teoricamente l'ultimo ostacolo, ma il Real ha mal digerito la paella valenciana servita al Bernabéu, e così ora ai catalani basterà vincere l'ultima a Camp Nou con il derelitto Deportivo, in odore di Liga Adelante. Un odore di 'triplete', invece, si spande sempre più chiaro per le strade di Barcelona. Sarà solo un'allucinazione olfattiva?

Mans

7 maggio 2015

Magnificat

Fettine di coppa: semifinale di CL 2014-15

Partita magnifica. Poche altre volte credo di aver visto giocare due squadre ai ritmi e all'intensità mostrati dal Barcellona e dal Bayern ieri sera. Senza pause, ribattendo colpo su colpo, alla costante ricerca del pallone. Uno spettacolo straordinario. L'attenzione mediatica e dei nesci si concentra sui diamanti gettati loro in pasto dal fuoriclasse di questa epoca. Ma è stata l'intera partita uno spettacolo continuo.

Magnificat anima mea Dominum ...
Un dato statistico ne rivela la natura: 59 dribbling (47 Barça, 12 Bayern) - contro i 27 di Juve-Real (una partita gradevole ma come tante altre) - di cui 14 del solo Messi. Dribbling game non vs passing game, ma dribbling innestati sui passaggi: 556 il Bayern, 448 il Barça. Dati inferiori rispetto alla media stagionale in CL, rispettivamente di 676 e 669 (e ai 457 delle altre squadre comuni mortali), che mostrano l'intensità del pressing reciproco. Certe fasi di gioco sono state vertiginose, al limite delle possibilità tecniche di controllo della palla e dell'applicazione tattica nella intercettazione delle linee di passaggio. Pochissimi i falli che etichettiamo come "tattici", a testimonianza che le squadre erano sempre molto strette nelle linee.

La meraviglia tattica è stata quella mostrata inizialmente da Guardiola: giocare col vecchio "sistema", con tre difensori a uomo sui Tre Tenori. Una raffinatezza vintage, di cui si comprende l'intento, vale a dire provare a giocare sugli anticipi, ma anche il rischio enorme, come ha mostrato la prima occasione di Suarez estintasi sulla gamba in uscita di Neuer. Il prudenziale ritorno a 4 della linea di difesa dopo 15 minuti ha "normalizzato" il gioco, riportandolo all'assetto tattico a zona prevalente in questo secolo: 4-3-3 il Barça, 4-3-1-2, con Thiago Alcántara e Schweinsteiger (per la scarsa ispirazione del primo in questa serata) ad alternarsi dietro le due punte, per il Bayern.

Al Bayern sono certamente mancati Ribery, Robben e Alaba, come ha mostrato la difficoltà di sviluppare azioni veloci e fraseggio nella trequarti avversaria: solo 8 alla fine le occasioni da gol (e nessuna nello specchio di porta), contro una media stagionale di oltre 17. Il Barça ha invece potuto far valere la differenza del suo fuoriclasse epocale, mandando all'aria ogni tavolo tattico in tre minuti: un uno-due che rimarrà nella storia. Senza esagerazioni. Lampi accecanti di rivelazione divina. Ma innestati - ed è questo che rende memorabile il match - su una partita giocata costantemente all'attacco da entrambe le squadre. Con linee altissime, che in certi momenti hanno rievocato alla memoria i movimenti dell'Olanda 1970s o del Belgio di Guy Thys anni 1980s.

Guardiola ha cercato di giocarsela, nonostante le assenze e cercando di fronteggiare uno stato di forma non smagliante. Già lo scorso anno era uscito sconfitto in semifinale al Bernabeu (0:4). Lo 0:3 del Camp Nou è sicuramente eccessivo, ma è evidente che la maestria tattica, le conoscenze e l'esperienza del Pep non riescono a fare aggio sulla rosa e sull'ambiente bavarese a queste latitudini continentali. Luis Enrique esce invece trionfatore da questo ennesimo passaggio di stagione. La sua capacità di dare equilibrio a una squadra con tre bocche da fuoco che non hanno paragoni nella storia è confermata dalla solidità difensiva: è una squadra che subisce pochissimi gol, prima ancora che una squadra senza paragoni in fase offensiva.

La perla nascosta della partita: l'assist al volo di Iniesta che ha liberato Dani Alves davanti a Neuer alla fine del primo tempo. Da rivedere altrettante volte della serpentina di Messi tra Boateng e Neuer. Che serata indimenticabile! Sempre sia lodata Eupalla!

Azor

5 maggio 2015

Montagne russe

Oje vita mia

Edenlandia è stato il parco dei divertimenti di varie generazioni di napoletani, una delle primissime strutture del genere in Italia, adiacente alla Mostra d'Oltremare e a poca distanza dallo Stadio San Paolo. Tra le sue attrazioni, ve n'era una che i miei genitori mi hanno vietato per anni, sino a quando non ebbi un'età secondo loro adeguata per utilizzarla: le montagne russe, che effettivamente erano antiquate, con un circuito brevissimo e che davano un'impressione di scarsa sicurezza a differenza di tante altre che nel frattempo erano state costruite [vedi].

Le sensazioni che il Napoli ci sta regalando in quest'anno calcistico sono simili a quella giostra, tra partenza lenta, impennate vertiginose e discese spaventose, continuamente in bilico e a rischio; ritmo che si è confermato tale anche nell'ultimo, intenso periodo, quando si era giunti a pochi punti dal secondo posto occupato dalla Roma e si è inanellata una serie preoccupante di risultati insoddisfacenti che hanno addirittura, per un turno, catapultato la squadra al sesto posto mettendo a rischio persino la qualificazione all'Europa League del prossimo anno.

Insigne, contro la Sampdoria, torna titolare al San Paolo
dopo 4 mesi di infortunio indossando la fascia di capitano
e trova il gol col tiro a giro dopo svariati mesi: lacrime giustificate.

La sconfitta inflitta dalla Roma in campionato e la successiva eliminazione in Coppa Italia ad opera della Lazio sembravano il punto più basso di quest'ultimo periodo, pur avendo giocato contro i due sodalizi romani ottime partite. Successivamente si è passeggiato sulla Fiorentina, col povero Cagliari aggredito dai propri tifosi e con la Sampdoria in campionato, inframezzando uno spettacolare 4 a 1 alla Volkswagen-Arena e un successivo 2 a 2 al San Paolo contro il VfL Wolsburg in Europa League, squadra che sembrava predestinata a giocarsi la vittoria finale insieme con il Sevilla FC. Questa straordinaria serie di partite, giocate bene, ricche di goal, hanno anche mostrato uno stato di forma eccezionale di alcuni giocatori, a partire dal capitano Hamšík (nel frattempo arrivato a 13 reti stagionali, record personale eguagliato da quando è in Italia) e dal ritornato Lorenzo Insigne (dopo 4 mesi di sosta a causa di un infortunio); così i centrocampisti hanno iniziato nuovamente a distribuire palloni dalla mediana con maggiore attenzione e Maggio ha ripreso a correre come un tempo lungo la fascia destra, mentre Callejón ha ritrovato la via del goal e persino Britos sembra tornato ad essere un calciatore e non più lo chef rôtisseur della squadra [vedi].

A sinistra Walter Mazzarri; a destra Walter Mazzarren,
suo cugino emigrato in Germania (in realtà Dieter Hecking,
commissario tecnico del VfL Wolfsburg)

Nel frattempo Benitez non ha rinnovato ancora il contratto, con De Laurentiis che sta adottando un atteggiamento ambiguo: da una parte autoritario, come in occasione del ritiro forzato dopo l'eliminazione in Coppa Italia [vedi] (e bollato come anacronistico dal tecnico spagnolo [vedi]); d'altra parte ha poi offerto un assist al tecnico parlando apertamente di innesti (legati alla qualificazione in Champions League, però) e di un centro giovanile. Alla fine l'incontro c'è stato [vedi] tra due partite nuovamente agli opposti per emozioni: il 4 a 2 rifilato da un Empoli in versione smagliante e il 3 a 0 con cui si è chiusa, con troppe complicazioni, la pratica Milan al San Paolo.

Odi et amo.
Una carezza in un pugno.
Nemiciamici.

A questo punto della stagione, usciti dalla Coppa Italia in semifinale, resta una corsa affannosa in Campionato per raggiungere il terzo posto della Lazio distante 4 punti (e la Roma al secondo a 5) e si gioca la semifinale di Europa League; se nella competizione nazionale le poche possibilità sono offerte da un calendario leggermente favorevole rispetto alle due squadre romane e dall'ultima giornata che prevede lo scontro diretto al San Paolo con la Lazio, nella coppa europea il sorteggio ha messo di nuovo il Napoli di fronte al FK Dnipro. La squadra ucraina è già stata affrontata ai tempi di Mazzarri e, soprattutto, di Cavani [vedi]; avversario tutto sommato più abbordabile rispetto a Fiorentina e Siviglia, si tratta di un sorteggio che insieme alla maestria di Benitez nelle coppe parrebbe rendere il cammino europeo più agevole di quello nazionale. Pronti per un altro giro, ché la giostra è ancora in funzione.

Pope

4 maggio 2015

Expo Milan-Inter 2015


In una domenica di pioggia, il milanese aveva due alternative: dare prova di grande senso civico e unirsi alle migliaia di concives che si erano dati appuntamento per ripulire la metropoli dai segni della devastazione occorsa venerdì primo maggio, oppure starsene a casa e mettersi comodo comodo davanti al monitor per 'godersi' l'Inter (nel pomeriggio, al Meazza) e il Milan (la sera, al San Paolo). In fondo, è anche per merito di questi due club se Milano è famosa nel mondo.

Com'è noto, sono due squadre malate. Il medico dell'Inter, Roberto Mancini, ha inflitto cure pesanti al suo paziente, lo ha rivoltato come un calzino, ha cercato in tutti i modi di convincerlo che c'era qualcosa di molièriano nel suo disagio; qualcosa ha ottenuto, ma le ricadute sono frequenti. Il medico del Milan, Pippo Inzaghi, è in realtà un praticante, fa la scuola di specializzazione, è molto diligente e volonteroso; alla fine, tuttavia, anche lui è stato contagiato, è dimagrito, forse sta imbiancando, insomma sta male: è per questo che riscuote la comprensione di tutti.

Il praticante e il primario

Così, nel week-end in cui si inaugurava l'Esposizione Universale, insieme a tutte le cose accadute ci sono quelle che accadute non sono. Per esempio, nerazzurri e rossoneri, in 180 minuti di partita, non hanno segnato lo straccio di un gol. Una ha pareggiato in casa, l'altra ha perso in trasferta, come di regola fanno le squadre che lottano per non retrocedere in Serie B. Hanno offerto uno 'spettacolo' calcistico desolante, quello che di regola offrono. L'Inter ha ruminato calcio lento, senza inventiva, agonico e irritante a tratti, nevrotico in certe fasi e svogliato in altre; senza costrutto per lo più. Il Milan è rimasto in dieci uomini dopo pochi secondi dal fischio d'inizio, battendo così uno dei pochi record negativi che ancora gli mancavano quest'anno; se non altro, l'inferiorità numerica l'ha costretto a difendersi non potendo fare altro, limitando così la goleada cui sarebbe andato incontro offrendo più spazi al Napoli. In sostanza: l'Inter ha giocato malissimo, il Milan non ha giocato affatto.

Come possano migliorare le cose, è semplice indovinarlo. Ci vogliono quattrini, investimenti, giocatori forti. Nessun imprenditore milanese è ormai in grado di somministrare questa 'cura', e infatti i due club saranno presto e insieme giocattoli sportivo-finanziari in mani asiatiche (l'Inter, in parte, lo è già, come tutti sanno). Quando accadrà, sarà la fine di una storia durata un secolo e oltre, l'esaurirsi di una tradizione. Nonostante tutto quel che potrebbe arrivare: nuovi stadi, marketing, quotazioni in borsa, commercializzazione del brand sui mercati orientali eccetera eccetera. Ci sia consentito d'esprimere, di fronte a questa prospettiva, un po' di tristezza.

Mans

1 maggio 2015

Continuità

In ripa Arni

È una Fiorentina strana quella delle ultime settimane. La squadra di Montella, dopo 18 risultati utili consecutivi fra campionato e coppe, è naufragata contro la corazzata a strisce bianconere nella semifinale di Coppa Italia perdendo per 3-0 al Franchi. Da allora la Fiorentina pare aver perso ogni sicurezza. Unica eccezione l'Europa League dove i Viola non hanno sbagliato un colpo e sono arrivati, con pieno merito, a giocarsi la semifinale contro il Siviglia detentore del trofeo. Sarà una partita bellissima, difficile e decisiva. Strano davvero il calcio. Se la Fiorentina vincerà la doppia sfida guadagnandosi l'accesso alla finale di Varsavia, la stagione sarà trionfale e tutto il lavoro svolto da Montella e dal gruppo fin qui sarà fieno in cascina per la prossima stagione. Questo indipendentemente dalla vittoria del trofeo. Se invece la Viola dovesse uscire contro gli spagnoli, la stagione sarà stata assai negativa, quasi disastrosa. D'altra parte nel calcio i risultati sono tutto.

Contro la Juventus la Fiorentina non meritava di perdere, almeno per la qualità e l'intensità del gioco espresso nei novanta minuti. Ma le distrazioni difensive manifestate davanti a Tevez e compagni lasciano di stucco e sembrano un marchio di fabbrica di questa squadra quando non ha il pallino del gioco. L'impotenza offensiva dell'undici viola produce solo graffi senza mai penetrare le difese avversarie, senza mai essere pericolosa davvero.

Le distrazioni difensive sono preoccupanti perché sembrano il segno di un gruppo che non si muove più coeso e compatto in verticale. Basta un lancio per mandare in tilt i pur bravi centrali di Montella. Una fragilità disarmante che arriva dritta al tifoso trasmettendo un senso di panico ogni volta che l'avversario porta la palla nella metà campo viola.

L'attacco soffre del mal di Mario. Gomez è stato acquistato per finalizzare l'enorme mole di gioco espressa dalla Fiorentina di Montella. Non è mai stato un fenomeno, non fa reparto da sé. La sua stazza inganna. Gomez è sempre stato un rapace, ora sembra un un piccione. Ma il problema credo sia alla radice dell'oneroso acquisto. I tifosi si aspettavano un uomo capace di inventarsi i gol da solo, un po' come faceva Batistuta. Ma Gomez non è e non sarà mai quel tipo di attaccante. E lui soffre di questa impotenza. Certo vederlo vagare nell'area avversaria ingessato, goffo, è incomprensibile. Avrebbe bisogno della miglior Fiorentina e degli esterni più continui del campionato capaci di portare palla in area, ma la Fiorentina di adesso non è quella Fiorentina. Purtroppo, nel momento in cui il tedesco poteva incastonarsi nel sistema di gioco viola, si infortunò (15 settembre 2013, Fiorentina-Cagliari) e il talento di Giuseppe Rossi aveva mascherato la gravità della perdita fino allo sciagurato intervento di Rinaudo in Fiorentina-Livorno. Pazienza. La prossima stagione sarebbe forse il caso di puntare tutto su Babacar e affiancare al talento senegalese un vecchio mestierante (Pellissier? Dennis?).

La scelta di acquistare Diamanti e Gilardino ha poi confermato quello che scriviamo da sempre: esiste in Fiorentina un evidente scollamento fra il reparto tecnico e quello amministrativo. Non posso credere che Montella abbia chiesto alla società due calciatori che, indipendentemente dalle qualità, non potevano avere una condizione adeguata alla massima serie del campionato italiano.

I risultati negativi producono processi svelti. In particolare a Firenze, dove si vive il calcio così come si vive tutto, dividendoci e cercando un pretesto per dissentire anche laddove non ce n'è motivo. Ora si attacca Montella indicandolo come massimo responsabile dei risultati negativi di queste ultime settimane. Montella ha commesso degli errori e ci mancherebbe altro. Le sconfitte casalinghe contro Verona e Cagliari gridano ancora vendetta. Ma è e resta uno degli allenatori tecnicamente più preparati della serie A, forse d'Europa. È giovane e deve poter sbagliare. In due partite si è bruciato molta della stima che la piazza gli aveva riconosciuto. Ma, come abbiamo già scritto, può ripartire da Firenze e secondo chi scrive, deve ripartire da Firenze. La Fiorentina non è una squadra vincente, o meglio non è una società vincente, ma è solida. La Fiorentina dei Della Valle non fallirà mai e garantirà alla città dignità sportiva sempre. Ma trofei ne arriveranno pochi e a condizione che si faccia lo stadio (ma su questo punto siamo assai pessimisti e ci riserviamo di dedicare un'analisi dettagliata all'argomento in un futuro prossimo). D'altra parte se l'ultimo scudetto in riva all'Arno è datato 1969 un motivo ci sarà e indicare in questa proprietà il colpevole non ha alcun senso.

Questa è la dimensione della Fiorentina e Montella è il più bravo per ottenere il massimo da un gruppo il cui valore è buono, ma non eccelso. Se la società punterà ancora su Montella dimostrando di credere nel valore della continuità, allora sarà possibile fare un ulteriore passo in avanti. In caso contrario si dovrà ripartire da zero. I cicli sportivi sono una delle sciocchezze che si dicono intorno al calcio. Non esistono nella realtà. Non si può ripartire da zero ogni tre anni. Non si può osannare un allenatore per due anni e mezzo e accorgersi che è un incapace dopo trenta mesi. O si hanno molti soldi da investire o si punta su un gruppo, ci si crede e lo si difende sempre. Questo credo debba fare la società con Montella. Altrimenti sarà di nuovo una rincorsa per poi accorgersi fra tre anni, o forse prima, che si è di nuovo chiuso un ciclo. Intanto la polvere si accumula su una bacheca vuota da ormai tanti anni. Troppi.

Cibali

26 aprile 2015

La liberazione

Russ cume 'l sang

D'ora in poi i tifosi granata avranno una seconda Festa della Liberazione. Il 25 aprile celebreremo la Liberazione dal nazifascismo, il 26 quella dall'oppressione - altrettanto odiosa e ingiusta – dei gobbi. Io festeggio, ma un po' amaramente, perché mai avrei pensato che ci sarebbero voluti 20 anni per rivincere un derby: dal 1995 al 2015. Calcisticamente parlando, sono ere geologiche.

27 marzo 1983
Il Toro, nella sua storia, aveva sempre vissuto il derby come la “sua” partita. La nostra partita. E non c'era bisogno di una squadra fenomenale come quella del '76 per vincerlo. Versioni molto meno irresistibili avevano prevalso. Quello di Dossena-Bonesso-Torrisi, per dirne uno. Ma anche l'ultimo, quello di Rizzitelli, era bello - non scintillante. C'è voluto un lungo cammino, attraversando tutti i gironi dell'inferno (tranne quelli della LegaPro) per tornare ad avere la personalità necessaria per battere il mostro. Perché il segreto di quei tanti derby vinti era questo: loro avevano paura e perdevano spesso. Da oggi ritorneranno probabilmente ad averla. Anche dovessero diventare la squadra più forte del pianeta un “vero Toro” li spaventerà sempre. 

Controllo approssimativo, assist per se stesso, stoccata.
Giocate casuali e rare
Questione di valori, di interpretazione del ruolo. Loro saranno sempre gli spavaldi e ricchi dominatori e noi gli outsider, i dinosauri del calcio, quelli che la storia prima di tutto. Quelli che non puoi mai sapere, nemmeno se vinci 3-0 dopo mezz'ora. Quelli che come Davide non hanno paura, aspettano che Golia si avvicini per colpirlo meglio. Quelli che quel giorno lì tirano fuori qualcosa in più, fosse anche uno stop a voragine come quello di Matteo Darmian. Proprio in quel momento lì ho capito che forse qualcosa poteva succedere, quando il nostro giovane parrocchiano ha azzeccato la giocata impossibile, coprendo di ridicolo la difesa degli impenetrabili. Un fantastico bluff. Stoppo? Tiro? No, la butto avanti come un rugbista e vado in meta. E poi c'è lui, l'outsider per definizione: Fabio Quagliarella, il delantero triste perchè segna sempre alle sue ex squadre. Bello che questo derby l'abbia deciso lui, perchè la storia del Toro stava per finire dieci anni fa, quando lui era già più di una giovane promessa granata. Il fallimento Cimminelli-Romero lo condannò a un perpetuo nomadismo pallonaro.


Ma oggi il cerchio si è chiuso e la storia ha ripreso a camminare nel verso giusto. Dobbiamo autodedicarci questo derby, per l'amore con il quale lo abbiamo aspettato e a nostra volta dedicarlo a una intera generazione che una vittoria l'aveva vista solo nei filmati su Youtube. La loro felicità incredula è la vera Liberazione. E poi questo derby è un regalo prezioso a un signore che li vinceva ancora prima di giocarli: buon compleanno Puliciclone.

Pulici

25 aprile 2015

Viva l'Italia

Fettine di coppa: quarti di CL ed EL 2014-15
Viva l'Italia, l'Italia liberata [70 anni fa ...].
Viva l'Italia, l'Italia che non muore. 
L'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura, 
viva l'Italia, l'Italia che non ha paura. 
Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare, 
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare, 
l'Italia metà giardino e metà galera, 
viva l'Italia, l'Italia tutta intera. 
Viva l'Italia, l'Italia che lavora, 
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora, 
l'Italia metà dovere e metà fortuna, 
viva l'Italia, l'Italia sulla luna. 
viva l'Italia, l'Italia che resiste. 

Sì, sono i brani che mi sono venuti per primi alla mente dopo le serate europee di coppa di questa settimana felice per il nostro calcio così malinconico, metà giardino e metà galera, metà dovere e metà fortuna. Ma ancora una volta che non muore, che non ha paura, che resiste. E' l'Italia sulla luna. L'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura.

16 aprile 2015, Volkswagen-Arena, Wolfsburg
L'urlo dell'espugnatore
A fine agosto, dopo l'eliminazione, meritata, del Napoli dalla Champions League, avevo auspicato che "Benitez, che l'ha già vinta, Mazzarri, che l'ha sempre snobbata, e Montella, che l'ha bene interpretata lo scorso anno, farebbero bene a considerare la possibilità di battersi non tanto per il periglioso terzo posto in Serie A quanto per la vittoria, più prestigiosa e più pesante, della Europa League". E avevo aggiunto: "Il calcio italiano si gioca nell'Europa League di questa stagione una buona fetta del suo futuro. La sensazione è che i suoi protagonisti, tifosi inclusi, non ne siano affatto consapevoli. Ma speriamo di sbagliarci". Mi fa piacere essermi sbagliato. Come mi ero sbagliato a scrivere che "la EL è ormai l'unica coppa alla portata delle squadre italiane. Di questo sarebbe opportuno che se ne facessero per primi una ragione i protagonisti, a cominciare dagli allenatori e dall'ambiente. Uno scenario per nulla remoto è infatti che vi possano retrocedere anche la Juventus e la Roma da febbraio" [vedi]. Ero stato pessimista.

Grazie all'esca dell'ammissione diretta ai playoff di Champions, finalmente i nostri club si sono resi conto che avevano varcato la linea rossa, per ignavia e per ignoranza di come va il mondo (del football). Ancora una volta constatiamo che il nostro è un paese capace di impegnarsi e di ottenere risultati, come avviene, silenziosamente e quotidianamente, in tanti altri campi delle attività umane. E' l'Italia che lavora. Siamo infatti un grande paese, senza consapevolezza. Smemorato di sé, come diceva Carmelo. Un grande paese cui manca la costanza di volerlo essere sempre, ogni giorno. Per cialtroneria, per dirla spiccia. Il rapporto violento di Roma con il calcio ne è lo specchio: la città messa a ferro e fuoco dagli ultras nella notte successiva all'omicidio di Gabriele Sandri, l'11 novembre 2007 [vedi]; le continue "puncicate"; il bivacco batavo in piazza di Spagna per graziosa concessione del cosiddetto questore; l'8 settembre del calcio italiano nella finale di Coppa dello scorso maggio, etc. Dove le autorità, inadeguate e imbelli, appaiono le degne deuteragoniste degli ultras. E' l'Italia da dimenticare.

23 aprile 2015, Stadio "Artemio Franchi", Firenze
Il matador tranquillo
Tra i tanti commenti di queste ore, pochi mi sembrano abbiano rilevato un dato significativo e incoraggiante. Le tre squadre italiane approdate con merito (e un pizzico di fortuna) alle semifinali continentali appartengono a tre club tra i pochi con i conti a posto. La Juventus ha ridotto il deficit da 95,4 a 6,7 milioni di euro nei quattro anni in cui ha vinto tutto in Italia, e si appresta a varcare i 300 milioni di fatturato in questa annata di progressione europea. Un capolavoro gestionale. Il Napoli è in utile da 8 anni, non vanta debiti con le banche, ha aumentato gli stipendi da 66 a 89 milioni, ma anche gli ammortamenti da 39 a 63; per non farsi mancare nulla il suo pittoresco presidente si è pure staccato un assegno da 5,5 milioni ... La Fiorentina è in utile negli ultimi due esercizi, nonostante gli stipendi in crescita da 52 a 60 milioni. E' dunque un caso che tre club con i conti in ordine siano arrivati in fondo in Europa? Può essere. Ma se guardiamo ai bilanci dei club usciti di scena da tempo constatiamo che la Roma presenta un disavanzo di 38 milioni e un debito di 120, e che l'Inter è di fatto fallita: 102 milioni di disavanzo, oltre 200 di debiti, 265 di spese. Dati riportati dalla "Gazzetta" del 5 marzo 2015. A conferma che - alla lunga - la buona gestione è alla base dei buoni risultati sportivi.

Pronostici delle semifinali. Non guarderei alle rose, al blasone, etc. ma agli allenatori, cioè all'esperienza. Che a quelle vette rarefatte fa la differenza. In CL hanno già vinto la coppa Ancelotti e Guardiola e la finale di Berlino potrebbe essere davvero cosa loro. In EL hanno già vinto la coppa  sia Benitez sia Emery. E ho detto tutto.

Azor

23 aprile 2015

Ristoranti e trattorie della pedata europea

Fettine di coppa: quarti di CL 2014-15 (ritorno)

E così, per la terza volta nelle ultime quattro edizioni, Real, Barça e Bayern attraccano insieme alle semifinali di CL. Nel 2012 e nel 2013, poi, in finale approdò la quarta squadra: Chelsea (vincente) nel 2012, Dortmund (perdente) nel 2013. Dunque, se la storia si ripete, quest'anno toccherebbe alla Juve – a patto che incontri una delle due spagnole, come accadde a Blues e a Schwarzgelben in quegli anni. Ci può stare? 

E chi lo sa. Juve e Bayern hanno già ri-vinto i loro campionati; una tra Barça e Real sarà campione di Spagna. La storia recente dice che tra Nostra Signora e uno qualsiasi dei tre pescioni finiti insieme a lei nell'urna dell'ultima pesca dovrebbe esserci un gap al momento incolmabile. Tecnico e tattico, certamente. Sul piano delle individualità le iberiche sono inarrivabili; su quello dell'organizzazione il Bayern è senz'altro da preferire. In più, l'ansia è un avversario che Allegri non sembra ancora riuscito a sconfiggere (durante la prima mezz'ora di ieri sera nel cortiletto del Principato era il dodicesimo uomo del Monaco), e dunque per prevedere come sarà la prossima serata dei bianconeri di coppa occorre un'immaginazione da indovino. Al ristorante da cento euro dovranno accontentarsi delle briciole o fregheranno l'aragosta a uno dei commensali?

Intanto, vediamo cosa succede domani a Nyon. Ma anche stasera. Se anche Fiorentina e Napoli confermano le loro prenotazioni, avremo tre posti su otto ai tavoloni delle semifinali, nei ristoranti di lusso e nelle trattorie della pedata d'Europa. Lusso sfrenato di sicuro: estemporanea ripresina o inversione del trend? L'impressione è che i conti non siano poi così in ordine. Certamente, mettiamo a frutto la stagionaccia delle inglesi; la coppa 'minore' rappresenta comunque e tuttora una dimensione abbordabile per le nostre, una coppa che – ogni tanto – si potrebbe pensare di vincere. Dal canto suo, la Juventus ha sicuramente i mezzi per guadagnarsi un posizionamento stabile nell'élite continentale. Forse difetta nella mentalità e ha ancora un allenatore inadeguato, di carisma imperscrutabile e bravura non indiscutibile. Ha campioni stagionati e altri con la testa già parzialmente altrove, ma possiede certamente la forza economica per rimpiazzarli e forse (addirittura) migliorare la qualità complessiva della rosa. Ha goduto, quest'anno, di parecchia fortuna. Ora, dovrà meritarsela e – quanto meno – non subire umiliazioni nelle prossime partite; quando, in sostanza, non guarderemo solo il tabellino. 


In definitiva, il ritorno dei quarti ha portato sui nostri schermi due gradevoli partite di esibizione (scontata quella di Camp Nou, divenuta rapidamente tale quella del Bayern – impressionante), una di orrida impotenza calcistica (quella monegasca), una feroce battaglia risolta solo verso la fine a Madrid. Questa era l'unica che valesse il prezzo di un biglietto, nonostante abbia offerto pochi gesti raffinati (quasi tutti sortiti dal repertorio di James Rodríguez). Complessivamente, si può dire che il Real meritasse la qualificazione; ma l'assist decisivo gliel'ha servito il referee teutonico, con un rosso non scandaloso ma certo generoso che regalava la superiorità numerica alle Merengues proprio nel momento topico della sfida. Si è creato uno spazio, un pertugio nell'area (attaccata a palla bassa) e il muro di Simeone ha finalmente ceduto. Come nella finale dell'anno scorso, sembrava potesse stare su, ma gli astri hanno un debole per Carletto da quella sera di Istanbul ...

Mans

20 aprile 2015

Arrivederci (e grazie)

In ripa Arni

Con la sconfitta subita a opera del Verona è finito il tempo di Montella in viola. L'allenatore campano è bravo. Abbiamo sempre scritto di quanto lo stimiamo e crediamo che in futuro possa vincere tanto, ma a Firenze ha chiuso il suo ciclo e stasera si è celebrato l'amaro rito del declino. La formazione schierata contro il Verona era ben oltre il limite della provocazione. Ha messo in campo gente che ha giocato si e no venti minuti in stagione lasciando in panchina quelli che hanno tirato la carretta fino a ora. Ha cambiato per la quarta volta in quattro partite la difesa togliendo anche al centrocampo quelle poche certezze che Lazzari, Aquilani e Badelj avevano già per conto loro. Ha lasciato in panchina Salah (ma ve lo vedete Allegri che lascia in panchina Tevez o Benitez che lascia in panchina Higuain se stanno bene?) mettendo in campo Diamanti e Gilardino, due ex giocatori estratti dal cilindro magico del fair play finanziario dell'illuminata dirigenza viola.

Il turn over è un'eresia nel calcio professionistico. Una brutta parola e un concetto senza senso. I professionisti hanno bisogno di giocare. Più giocano, meglio giocano. Magari si rompono, ma se si fermano, in questo calcio frenetico, è peggio. E poi diciamocelo francamente, cambiare uno o due giocatori affaticati è comprensibile. Cambiarne sempre sette rasenta la follia. Montella non ha mai usato una rotazione tanto intensa da quando è a Firenze. Non conosciamo le ragioni di questo atteggiamento, ma ne vediamo i risultati. La Fiorentina rischia di rimanere con un pugno di mosche in mano al termine di una stagione tutto sommato positiva. Ora resta l'Europa League. Forse l'unico vero obiettivo della Fiorentina sin da inizio stagione. Ma è un rischio puntare tutto su quella competizione. Ci sono squadre molto forti ancora in corsa e la possibilità di uscire anche giovedì sera è a questo punto assai alta. Vedremo. Intanto la Fiorentina ha perso Eduardo Macia (che la società aveva giurato fosse sotto contratto a tempo indeterminato e punto di riferimento imprescindibile per il futuro viola). Pradè verrà forse riconfermato. Montella ha un contratto fino al 2017. Forse resterà a Firenze anche più a lungo, ma un ciclo si è chiuso. Non sempre i cicli si riaprono con persone diverse. Firenze può ripartire con Montella e Montella può ripartire da Firenze. Con la stessa competenza tecnica, ma con tanta, tanta presunzione in meno

Cibali

19 aprile 2015

Macumba

El rincón del tertuliano

Ai piani alti della Liga (e sulla soglia delle semifinali di Champions, monopolizzate dalle tre grandi spagnole) la dimensione tecnico-tattica pare non contare più. A sei giornate dal termine, il copione non subisce significative variazioni: Barcelona, Real Madrid e Atlético Madrid vincono. Soffrono o dominano, ma quasi sempre portano a casa il risultato. Unica eccezione, il mezzo scivolone del Barça una settimana fa contro un agguerritissimo Sevilla: ammaliata dalla magia del Sánchez Pizjuán, la capolista ha visto dimezzarsi il vantaggio sull'inseguitore merengue. A questo si è ridotto il campionato: a una perenne invocazione della malasorte sul rivale attraverso ogni pratica rituale conosciuta. La macumba, la gufata, le corna, el mal de ojo, tutto vale, purché il Barça inciampi, il Madrid perda il contatto, l'Atleti venga raggiunto dalle dirette concorrenti per la terza piazza.

El Pistolero, 11 gol nella Liga BBVA
 Ieri il terreno del Camp Nou era disseminato di infide tagliole blanquinegres - il Valencia occupa la quarta posizione e ambisce a superare l'Atlético - ma questo Barça è estremamente pratico: apre e chiude il match a mo' di ventaglio, grazie al fulmineo suicidio ché e nel segno del Pistolero Suárez.
Carico a pallettoni dopo la doppietta del Parc des Princes, Luísito dopo 55 secondi dal fischio iniziale accetta l'invito Messianico a marcare il tipico gol de vestuario, in un bruciante contropiede che squarcia la difesa bondage del Valencia. Nei primi minuti la Pulga, a un gol dal traguardo delle 400 realizzazioni con i blaugrana, sembra ispiratato e buca ripetutamente per vie centrali; la difesa avversaria ansima, faticando persino ad abbatterlo. Il canovaccio catalá è ovvio quanto efficace: il compito di centrali e terzini è di traghettare il pallone all'altezza del cerchio di centrocampo, dove chi di dovere (Leo, who else?) raccoglie e inventa. La cooperativa funziona: lui è regista, mezzapunta, ala, centravanti e ala, lo es todo.

Claudio Bravo para il rigore di Dani Parejo
 Il Valencia, pur senza il fosforo di Pablo Piatti, reagisce allo scapaccione a bruciapelo e guadagna un rigore a 24 carati, che il capitano Parejo s'incarica sciaguratamente di recapitare tra le braccia di Claudio Bravo. I culé cominciano a imbarcare acqua: sulle fasce soffrono la spinta di Feghouli, Otamendi, Rodrigo, André Gomes, perdono pericolosamente il marchio di fabbrica - il possesso palla - e subiscono inermi la pressione avversaria. Il centrocampo non filtra, Xavi latita. Il palo di Paco Alcácer è l'ultimo avviso del primo tempo, dopodiché comincia un'altra partita: nella seconda frazione il Barça sterilizza la sfera, assume il controllo del match e lo chiude all'ultimo istante, con una cavalcata trionfale di Messi su un Valencia ormai senza ossigeno (e ulteriormente staccato dal terzo posto, consolidato dall'Atleti grazie al successo sul Depor). L'incontro, però, non poteva terminare prima che Messi si presentasse all'appuntamento inderogabile con il quattrocentesimo sigillo azulgrana.

Prodezze di giornata: la chilena di Antoine Griezmann
La pressione a questo punto ricadeva interamente sulle spalle del Real Madrid, alle prese con il molesto Málaga. Con il ritorno del derby europeo dietro l'angolo, Ancelotti sceglie di non rischiare Benzema. Il suo XI suole condurre le danze ma tende a sbilanciarsi; la difesa è friabile, barcolla costantemente sulle palle alte, condizionata dalle persistenti indecisioni di Casillas in uscita e da centrali più adatti a proporsi che a contenere. La macumba stavolta può contare sulla doppia sponda Barça-Atleti, fattore chiave perché gli spilloni vodoo pungano il pupazzo blanco dove realmente duole.

Fuori uno: Bale
Gli esiti del sortilegio non tardano a manifestarsi: dopo due minuti, l'infortunio di Bale. Il Madrid spinge a sinistra con un caotico Marcelo, ma il Málaga è squadra giovane, rapida e pratica; il centravanti marocchino Amrabat a più riprese mette in imbarazzo Pepe e Ramos, la corsa di Boka impone ai Blancos di sbilanciarsi a destra, in sostegno ad Arbeloa. Il gol di Ramos - in sospetto fuorigioco - giunge nel momento più opportuno; qualche minuto ancora e la questione si sarebbe complicata. Dopo il vantaggio il Madrid si scuote, Kameni compie un paio di miracoli, ma la partita è sempre aperta e vibrante: Sergi Darder nel primo tempo fagocita il pareggio, un rigore di movimento consegnato al parcheggio del Bernabeu. I Boquerones si chiudono e ripartono, vogliono portarsi via un pezzo di stadio e cominciano a marchiare le articolazioni avversarie: a turno Angeleri, Sergio Sánchez e Castillejo (spesso fuori giri), più tardi Tissone, fino alla nefasta entrata dell'impenitente Recio, che scalpella il ginocchio di Modric. Nel centrocampo merengue, improvvisamente si spegne la luce.

Fuori due: Luka Modric K.O.
 Il croato è l'ago della bilancia. Si avvera, dunque, il peggior incubo di Carletto: perdere ora Modric con lo spettro del Cholo dietro l'angolo, e con alternative che non lo convincono appieno. Il mister non si fida del pigro Isco, la cui qualità tecnica mal si coniuga con l'infinita quantità di palloni persi, né della recente scarsa affidabilità di un Kroos sempre meno germanico, sempre più latinamente impreciso. Senza Modric il Madrid vacilla; il Málaga annusa il sangue della preda ma perde l'attimo. Nel momento migliore arriva il rigore (fallito da Cristiano Ronaldo), poi un gran gol di James Rodríguez, eccelso ricamatore, e la tardiva stoccata di Juanmi; Chicharito negli ultimi minuti si scrolla di dosso la depressione di un lungo inverno in panchina e assiste il tap-in di CR7. Il trionfo costa la salute al Madrid, incerottato allo scontro decisivo di Champions, senza Marcelo, Bale e Modric. Peligro...

Duca

15 aprile 2015

I larghi spazi del Manzanarre e l'ombra di Vidal

Fettine di coppa: quarti di CL 2014-15 (andata - primo martedì)

Non è buona cosa, guardare contemporaneamente due partite, seguendone fasi stabilite quasi a capocchia dai telecronisti ("angolo per la Juve, linea a Torino", "punizione per il Real, linea a Madrid", "attenzione, Torino, Torino!", e a Torino la Juve sta per battere un calcio di rigore ma vai a sapere perché, ti toccherà aspettare le cento ripetizioni dell'azione e intanto a Madrid chissà cosa succede). Del resto non era semplice la scelta. Di derbi madrileni abbiamo quasi la nausea, ultimamente, anche se è difficile che ci si annoi. La Juve, dal canto suo, si giocava (stavolta alla pari, non come due anni fa) una possibile semifinale di Champions, come si poteva ignorare l'evento? Sicché, tocca ammettere che delle due partite abbiamo capito abbastanza poco. E ne restituiamo solo qualche impressione. 

"Mario, è inutile che ti produci da solo ferite con armi da taglio.
Non ci casco!"
La prima. Sarà così strano che un arbitro serbo (Milorad Mažić) abbia trascorso i primi dieci minuti della semifinale spagnola fischiando falli su falli a un centravanti croato (Mario Mandžukić)? Ma sì, sarà una coincidenza. Con le regole del basket, Mario sarebbe rientrato negli spogliatoi in un amen, invece è rimasto in campo e il suo volto coperto di sangue (foto) è l'immagine della partita destinata a fare il giro del mondo e a restare negli archivi degli archivi. 

La seconda. C'è da dire che mai come ieri sera, nel primo tempo, gli spazi verdi del Manzanarre sono parsi così ampi e praticabili. I Blancos si sono avventati, rabbiosamente. In velocità. Incontenibili. Un cannoneggiamento insistito. Ma il muro dell'Atlético è difficilmente abbattibile, e le risorse agonistiche di questa squadra sono pressoché infinite. Alla fine, i palloni iniziano a spiovere nell'area del Real, che poteva uscire ancora una volta con le ossa semifracassate dalla sfida. Non osiamo immaginare l'atmosfera del Bernabéu, tra otto giorni.

Il muro
La terza. Lì, al Manzanarre, non segna mai nessuno. Non ci sono riusciti, quest'anno, la Juve (e passi), l'Olympiakos (e passi), il Malmoe (e passi), il Bayer (e passi); l'anno scorso, non ce la fecero il Chelsea (in semifinale), e neppure il Barça (nei quarti). L'ultima squadra a riuscire nell'impresa è stata dunque il Milan: era l'11 marzo 2014, e Kakà, alla mezz'ora di gioco, fissava il momentaneo uno a uno. Poi finì in goleada, come da pronostico.

La quarta. Piccola Juve, non all'altezza delle aspettative. Aspettative forse ingiustificate. Purtroppo, non sembra ci sia stato il salto di qualità. Quello che dovrebbe portare i bianconeri all'altezza dei top-club continentali. Sarà stato per la scarsa vena di Tevez o per la lentezza di Pirlo, ma il loro gioco non è mai fluito veloce, e i francesi hanno potuto tirare in porta più del preventivabile, sprecando anche situazioni non impossibili. Il rigore non c'era, ma non è scandaloso che sia stato assegnato. 

L'istantanea sembra quella di recenti spot promozionali di Sky
La quinta. Vidal, il cileno tatuato, non è nemmeno l'ombra dell'ombra di quel che era l'anno scorso o due anni fa. Alterna cose buone a cose indecenti, ma soprattutto quelle buone non sono mai decisive. Ho appena fatto in tempo a pensare che la sua parabola ricorda da vicino quella di Kevin-Prince Boateng, ed ecco che Arturo va sul dischetto e stipula una polizza assicurativa per tutta la squadra in vista del viaggio nel Principato. Ma - suvvia - non è stata quella gran prodezza. Come che sia, il risultato mette la Juve in una botte (quasi) di ferro. I monegaschi, a casa loro, faticano a vincere partite. Sono impostati per giocare in contropiede, non per il possesso e per l'assedio. Vedremo.

La sesta, e ultima. Piccola, davvero piccola Juve, ma proprio perciò (e perché la fortuna non è mai un aspetto secondario in queste competizioni, in qualunque forma si manifesti) potrebbe sorprendere i giganti del continente. Non sarebbe la prima volta. Contro, gioca soprattutto il blasone, il prestigio che altre out-sider in passato non potevano vantare. Difficile venga presa sottogamba. Ma chissà.

Mans

8 aprile 2015

La signoria di nostra signora

Cartoline di stagione: semifinali di Coppa Italia 2014-15

Raramente la terra della pedata italica è stata soggetta a una signoria così incontrastata e priva di alternative. La Juventus esercita il dominio con 'gentilezza' (cioè senza infliggere umiliazioni agli avversari) in campionato, vincendo spesso le partite di scarto minimo. Ma quando subisce uno sgarbo dai sudditi usa la frusta; e quella che abbiamo visto ieri sera, a Firenze, è parsa più una spedizione punitiva che non una semplice gara di ritorno di Coppa Italia. Tre a zero, e "Artemio Franchi" costretto a piegarsi, ammutolito, di fronte alla legge dei dominatori.


Naturalmente è andata subito in onda (da parte di opinionisti-giornalisti-tifosi) la celebrazione di Massimiliano Allegri. Si aggiornano confronti (documentati da tabelle, percorsi, punti, gol)  tra lui e Conte. Vogliamo mettere l'acume tattico, la saggezza, l'esperienza (?), la furbizia (certamente) del toscano? Mettiamole pure. Ma sono tutte doti fiorite all'improvviso, poiché a Milano nessuno sospettava le possedesse in cotale misura. Anzi, lo si riteneva connotato da una certa inadeguatezza. Soprattutto tattica - si ricorderà l'impiego da laterale sinistro di Pirlo nella prima stagione, prodromico alla partenza del bresciano; si ricorderà anche il 'basico' 4-3-3 con cui (ma solo grazie alla brillantezza di Balotelli) portò i rossoneri al terzo posto due anni fa (salvo essere poi esonerato in corso d'opera l'anno successivo, quando Mario perse la voglia di giocare a pallone). Quindi non ci allineiamo. La Juventus è fortissima ed esercita una stabile signoria sul calcio nostrano perché ha un impianto molto solido, un gruppo collaudato ed esperto. Un gruppo che ha, ormai, la cosiddetta 'mentalità vincente'. Non mancano i campioni, ed è gente che potrebbe ormai giocare senza allenatore, gestirsi e allenarsi in autonomia. Grosso modo, rivediamo quel che accadde al Milan quando a Sacchi subentrò Capello - benché la forza complessiva (e l'impatto storico) delle due squadre sia probabilmente incomparabile. Come che sia, la Juve si avvia a un double domestico e a una possibile semifinale europea; dunque, a concludere la stagione con risultati ampiamente migliori di quelli preventivati. Il giudizio storico su questo ciclo potremo ovviamente formularlo solo quando si sarà concluso - quando, cioè, la 'vecchia guardia' avrà appeso le scarpette al chiodo o fatto le valigie per un fine carriera in qualche Eldorado asiatico o americano.

Fondare signorie calcistiche non è semplice, ma ancora più difficile è minaccarle o abbatterle. In questo senso, le strategie di Napoli e Roma (quanto a Roma, e alla curva romanista, omettiamo di commentare gli indegni striscioni esposti sabato durante il derby del sud) si sono rivelate inefficaci. Dal canto suo, Milano è praticamente scomparsa dalla mappa. E quali siano le strategie dei due club ambrosiani è difficile dire: sicuramente confuse quelle nerazzurre, totalmente insondabili quelle rossonere (lo stadio? la cessione della proprietà?); ma sarebbero discorsi lunghi. Intanto, registriamo un dato forse senza precedenti: i due squadroni metropolitani sono, in classifica, contemporaneamente alle spalle sia delle due torinesi sia delle due romane, e sono complessivamente messe peggio delle due genovesi. 

Sì, stiamo parlando dei due club di Milano, cioè della città che dieci volte su sessanta - cioè in media una volta ogni sei anni - ha visto una propria squadra sul tetto d'Europa. Minuscolo punto sulla mappa del calcio italico, l'anno prossimo Milano (probabilmente, se non ancora sicuramente) non sarà una delle cento e passa città partecipanti alla gran fiera del calcio europeo. Nell'anno dell'Expo, un 'buco' (d'immagine e non solo) surreale.

Mans