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28 aprile 2016

I progetti del Cholo

Fettine di Coppa: semifinali (andata)

"Mancano dieci secondi!"
Il Cholo decide un cambio, manca davvero pochissimo alla fine, siamo già nei minuti di recupero. Poi il pallone termina in fallo laterale, nella metà campo del Bayern, e il cambio non si fa più. Non c'è più bisogno di spezzare ritmo e perder tempo. Peccato, però: fosse entrato in campo, e pur essendo destinato a rimanerci per pochi secondi e forse a non toccar boccia, Lucas Hernández, vent'anni da poco compiuti, sarebbe stato il settimo 'canterano' schierato da Simeone in una semifinale di Champions League. Sette 'canterani' del secondo club di Madrid contro la poderosa corazzata del Pep.

Il primo tempo dei Colchoneros è stato imbarazzante. Per il Bayern, s'intende. Scaduto a squadra qualsiasi, mediocre, impotente. Come un brillante oratore che, all'improvviso, non riesce a concludere un discorso, una frase. C'è riuscito solo Alaba in un frangente, quando - stufo di quelle inutili chiacchiere - ha calciato da chissà quanti metri una botta spaventosa, senza effetto, schiantando la traversa. Ogni trama, di fatto, si incagliava subito, e quelli dell'Atlético sembravano tredici o quattordici. Sempre in superiorità numerica. E comunque, tutti disposti a morire sul campo piuttosto che rinunciare a rincorrere avversari e palloni: lo ha dimostrato chiaramente Augusto Fernández quando, colpito alle parti basse e col respiro mozzato, invece di accasciarsi si è lanciato all'assalto, piegato in due.

Uno a zero, dunque. E una partita che scorre per 90 minuti esattamente come aveva pensato e progettato Simeone. Comprese le pause, incluse le fasi di difficoltà. Difficilmente, d'altra parte, accade il contrario. Per chi gioca contro l'Atlético, trovare contromisure, scovare lati deboli, tirare in porta è un problema. Possesso palla, sì: Simeone lo concede volentieri, ma lo rallenta e fa in modo che in possesso di palla siano proprio gli avversari meno dotati tecnicamente, quelli meno imprevedibili e fantasiosi. Soprattutto, quelli che non sono specializzati nel condurre le danze. Quando, superato ogni scoglio, la sfera è tra i piedi dei talentuosi (Douglas Costa, per esempio), le maglie a protezione dell'area si infittiscono ancora di più. Ed ecco che Guardiola si trasforma in un Mazzarri qualsiasi: "la circulación del balón es lenta porque el campo no ayuda. El césped estaba seco, ya sabíamos que iba a ser asi" [vedi]. Mah!

Lewandowski, giusto? C'è poco da fare. Non si passa

Il piano del Cholo regge sempre, sino alla fine. Con poche eccezioni, che confermano la regola. E quelle eccezioni hanno stabilito (nel passato recente) un credito con la sorte che prima o poi dovrà essere riscosso. Vedremo all'Allianz se è giunto il tempo di passare alla cassa per un primo acconto.

14 aprile 2016

La legge del Calderón

Fettine di Coppa: quarti di finale (ritorno)

L'hanno fatto ancora, dunque. Per la seconda volta in tre anni, i Colchoneros hanno chiuso le porte della Champions in faccia al Barça già entro la metà del mese di aprile. L'hanno fatto ancora, e dunque non è più una sorpresa. Che sarebbe accaduto, d'altra parte, parevano sicuri i 60.000 del Vicente Calderon, allestito per una serata di festa e ubriaco di birra e di gioia già al calcio d'inizio.

Colchoneros festanti

Cosa frullasse nella testa dei catalani si è capito subito. Hanno affrontato la partita con il piglio intimorito dell'undici che deve trovare il modo di sfangarla. E qual è il modo più congeniale per loro? Ovvio, il possesso palla. Infinite reti di passaggi orizzontali, anche a disegnare archi tra le due fasce, purché la metà campo non venisse superata. Potendo, avrebbero portato la loro esibizione di arido palleggio fuori dallo stadio, allontanandosi dal match lungo la riva del Manzanarre, sparendo nel tunnel delle semifinali per inerzia, perché il pallone era loro e non lo mollavano mai. Di fronte a questo atteggiamento, Simeone ha mostrato tutta la sua ormai raffinata (nonostante le apparenze) ed esperta sapienza. Non ha lanciato i suoi all'immediato arrembaggio; non li ha preparati per pressare sistematicamente i palleggiatori dell'ultima linea; ha scelto i momenti, un occhio al cronometro e uno al serbatoio. Nella prima mezzora, quelli dell'Atlético hanno aggredito due o tre volte, e la terza sortita li ha portati al vantaggio. La difesa barcellonista, di questi tempi, è uno scempio: per uccellarla facilmente, bastava solamente avere pazienza, aspettare, cogliere l'attimo.

Apprezzabile la ferrea marcatura cui è sottoposto Griezmann
in occasione del primo gol

Schiodato il tabellino, iniziava la fase due programmata dal Cholo. Defensa y contragolpe, da taccuino. Pochi rischi veri ha corso Oblak, a dire il vero. Nitide occasioni per i blaugrana, su azione, nessuna. L'unica, oltre il 90°, per una punizione dal limite (doveva essere un rigore, ma Rizzoli ha compensato i padroni di casa, cui l'aveva negato verso la fine del primo tempo). Dalla piastrella prediletta di Neymar ha tirato (per puro egoismo) Messi. Malissimo. Lo stadio era silenzioso, finalmente. Un silenzio di religiosa meditazione. La paura genera fischi; quel silenzio esprimeva una preghiera. Chiedeva giustizia, e l'ha ottenuta.

Morale della favola: in 180 minuti, il Barca ha fatto gol solo quando ha potuto giocare in superiorità numerica. Ha giocato con questo vantaggio per un'ora a Camp Nou. In parità numerica, l'Atléti ha evidenziato una nettissima superiorità tattica e dinamica oltre che mentale. Non ha meritato di passare: ha strameritato.

Il resto dei quarti, nel match di ritorno, ha detto poco. Sì, il City è andato oltre i propri apparenti limiti, superando il PSG. La stampa transalpina ha strapazzato Blanc e le sue scelte di modulo, ma onestamente nelle due partite, appena il ritmo si è alzato (facendosi ritmo da Premier League), i Citizens andavano a velocità doppia.

A Real e Bayern l'urna aveva assegnato avversari di categoria parecchio inferiore, Benfica e Wolfsburgo. I bavaresi se la sono cavata meglio, tutto sommato, ma senza incanti di gioco e rombi di goleade. A Madrid si celebra Cristiano e la sua tripletta, nella quale si è risolta un'attesa (e scontata) remuntada. Certo, non sono stati gol di bellezza particolare. Fortunosi la loro parte il primo e il terzo, mentre il secondo ... Beh, il secondo ha certificato la modestia assoluta, prossima alla dabbenaggine, della difesa tedesca. Cristiano che ha tutto il tempo e lo spazio per un terzo tempo e una zuccata chirurgica, nel pieno dell'area di rigore, libero e incustodito. Su calcio d'angolo. C'è altro da dire?

19 aprile 2015

Macumba

El rincón del tertuliano

Ai piani alti della Liga (e sulla soglia delle semifinali di Champions, monopolizzate dalle tre grandi spagnole) la dimensione tecnico-tattica pare non contare più. A sei giornate dal termine, il copione non subisce significative variazioni: Barcelona, Real Madrid e Atlético Madrid vincono. Soffrono o dominano, ma quasi sempre portano a casa il risultato. Unica eccezione, il mezzo scivolone del Barça una settimana fa contro un agguerritissimo Sevilla: ammaliata dalla magia del Sánchez Pizjuán, la capolista ha visto dimezzarsi il vantaggio sull'inseguitore merengue. A questo si è ridotto il campionato: a una perenne invocazione della malasorte sul rivale attraverso ogni pratica rituale conosciuta. La macumba, la gufata, le corna, el mal de ojo, tutto vale, purché il Barça inciampi, il Madrid perda il contatto, l'Atleti venga raggiunto dalle dirette concorrenti per la terza piazza.

El Pistolero, 11 gol nella Liga BBVA
 Ieri il terreno del Camp Nou era disseminato di infide tagliole blanquinegres - il Valencia occupa la quarta posizione e ambisce a superare l'Atlético - ma questo Barça è estremamente pratico: apre e chiude il match a mo' di ventaglio, grazie al fulmineo suicidio ché e nel segno del Pistolero Suárez.
Carico a pallettoni dopo la doppietta del Parc des Princes, Luísito dopo 55 secondi dal fischio iniziale accetta l'invito Messianico a marcare il tipico gol de vestuario, in un bruciante contropiede che squarcia la difesa bondage del Valencia. Nei primi minuti la Pulga, a un gol dal traguardo delle 400 realizzazioni con i blaugrana, sembra ispiratato e buca ripetutamente per vie centrali; la difesa avversaria ansima, faticando persino ad abbatterlo. Il canovaccio catalá è ovvio quanto efficace: il compito di centrali e terzini è di traghettare il pallone all'altezza del cerchio di centrocampo, dove chi di dovere (Leo, who else?) raccoglie e inventa. La cooperativa funziona: lui è regista, mezzapunta, ala, centravanti e ala, lo es todo.

Claudio Bravo para il rigore di Dani Parejo
 Il Valencia, pur senza il fosforo di Pablo Piatti, reagisce allo scapaccione a bruciapelo e guadagna un rigore a 24 carati, che il capitano Parejo s'incarica sciaguratamente di recapitare tra le braccia di Claudio Bravo. I culé cominciano a imbarcare acqua: sulle fasce soffrono la spinta di Feghouli, Otamendi, Rodrigo, André Gomes, perdono pericolosamente il marchio di fabbrica - il possesso palla - e subiscono inermi la pressione avversaria. Il centrocampo non filtra, Xavi latita. Il palo di Paco Alcácer è l'ultimo avviso del primo tempo, dopodiché comincia un'altra partita: nella seconda frazione il Barça sterilizza la sfera, assume il controllo del match e lo chiude all'ultimo istante, con una cavalcata trionfale di Messi su un Valencia ormai senza ossigeno (e ulteriormente staccato dal terzo posto, consolidato dall'Atleti grazie al successo sul Depor). L'incontro, però, non poteva terminare prima che Messi si presentasse all'appuntamento inderogabile con il quattrocentesimo sigillo azulgrana.

Prodezze di giornata: la chilena di Antoine Griezmann
La pressione a questo punto ricadeva interamente sulle spalle del Real Madrid, alle prese con il molesto Málaga. Con il ritorno del derby europeo dietro l'angolo, Ancelotti sceglie di non rischiare Benzema. Il suo XI suole condurre le danze ma tende a sbilanciarsi; la difesa è friabile, barcolla costantemente sulle palle alte, condizionata dalle persistenti indecisioni di Casillas in uscita e da centrali più adatti a proporsi che a contenere. La macumba stavolta può contare sulla doppia sponda Barça-Atleti, fattore chiave perché gli spilloni vodoo pungano il pupazzo blanco dove realmente duole.

Fuori uno: Bale
Gli esiti del sortilegio non tardano a manifestarsi: dopo due minuti, l'infortunio di Bale. Il Madrid spinge a sinistra con un caotico Marcelo, ma il Málaga è squadra giovane, rapida e pratica; il centravanti marocchino Amrabat a più riprese mette in imbarazzo Pepe e Ramos, la corsa di Boka impone ai Blancos di sbilanciarsi a destra, in sostegno ad Arbeloa. Il gol di Ramos - in sospetto fuorigioco - giunge nel momento più opportuno; qualche minuto ancora e la questione si sarebbe complicata. Dopo il vantaggio il Madrid si scuote, Kameni compie un paio di miracoli, ma la partita è sempre aperta e vibrante: Sergi Darder nel primo tempo fagocita il pareggio, un rigore di movimento consegnato al parcheggio del Bernabeu. I Boquerones si chiudono e ripartono, vogliono portarsi via un pezzo di stadio e cominciano a marchiare le articolazioni avversarie: a turno Angeleri, Sergio Sánchez e Castillejo (spesso fuori giri), più tardi Tissone, fino alla nefasta entrata dell'impenitente Recio, che scalpella il ginocchio di Modric. Nel centrocampo merengue, improvvisamente si spegne la luce.

Fuori due: Luka Modric K.O.
 Il croato è l'ago della bilancia. Si avvera, dunque, il peggior incubo di Carletto: perdere ora Modric con lo spettro del Cholo dietro l'angolo, e con alternative che non lo convincono appieno. Il mister non si fida del pigro Isco, la cui qualità tecnica mal si coniuga con l'infinita quantità di palloni persi, né della recente scarsa affidabilità di un Kroos sempre meno germanico, sempre più latinamente impreciso. Senza Modric il Madrid vacilla; il Málaga annusa il sangue della preda ma perde l'attimo. Nel momento migliore arriva il rigore (fallito da Cristiano Ronaldo), poi un gran gol di James Rodríguez, eccelso ricamatore, e la tardiva stoccata di Juanmi; Chicharito negli ultimi minuti si scrolla di dosso la depressione di un lungo inverno in panchina e assiste il tap-in di CR7. Il trionfo costa la salute al Madrid, incerottato allo scontro decisivo di Champions, senza Marcelo, Bale e Modric. Peligro...

Duca

28 marzo 2015

Post Clásico

El rincón del tertuliano

Come di consueto, la settimana post Clásico reca con sé bilanci, polemiche e accuse. Il Madrid, protagonista di un primo tempo a tratti delizioso, scivola a quattro punti da un Barça pratico e poco jugón, che resiste allʼarrembaggio blanco (impreziosito da un sontuoso Benzema) e colpisce nella seconda frazione. 

Luís Suárez - Neymar Jr. - Leo Messi: 83 gol in stagione
Il 2015 ha regalato a Luis Enrique la chiave di volta blaugrana: possesso di palla rapido e verticalizzazioni frequenti. Rottamata la macchinosa e involuta ragnatela di passaggi che ha contraddistinto l' XI dell'ultimo Guardiola e del compianto Tito Vilanova, Lucho ha messo a punto un centrocampo dinamico nel quale Iniesta arretra in regia (mentre lo stagionato Xavi Hernández recita il ruolo di alternativa). La svolta è nella messa a punto dei meccanismi offensivi: ora il tridente funziona davvero. Luis Suárez è la punta centrale - ma mobilissima - di riferimento e finalmente si sciolgono le redini a Neymar e al ritrovato Messi, capace di recuperare 10 gol all'eterno avversario Cristiano Ronaldo nel primo quadrimestre del 2015.

Egoismi e incomprensioni tra CR7 e Bale
Sull'altra sponda della Liga, i Merengues hanno perso lo smalto del 2014: le celebrazioni del capodanno madrileño, oltre ad aver interrotto il filotto record di 22 vittorie consecutive, paiono aver tolto sicurezza all' XI guidato da Ancelotti. Incidono le lunghe assenze di Modric e James, due pilastri di un Madrid che, persa la vivacità del girone d'andata, attende il ritorno del miglior Cristiano Ronaldo e di un Bale involuto e contestato oltre i suoi demeriti.

Simeone e l'Atlético in riserva?
L'Atlético, attualmente al quarto posto dietro al Valencia, non pare in grado di ripetere l'exploit dell'anno scorso: nulla da recriminare su impegno e abnegazione dei campioni in carica ma il motore dei Rojiblancos, spinto al limite per mesi da quel gran motivatore che è Simeone, non può reggere con la stessa intensità il ritmo frenetico nel doppio impegno di campionato e Champions League.

Con la Liga in stand-by è tornata la Roja, ieri vittoriosa al Sánchez Pizjuán sulla selezione ucraina (1-0). Iniesta, Isco e David Silva dialogano e a tratti incantano, ma l'esperimento di Vicente Del Bosque non convince: la tendenza delle tre mezze punte a orbitare negli stessi metri di campo intasa gli spazi e complica i movimenti dei compagni. I tre girano al limite dell'area, eccedono negli scambi stretti e chi più ne risente è Álvaro Morata, il volenteroso centravanti (che dovrà limare l'accentuata propensione al piscinazo), chiamato in causa dall'infortunio di Diego Costa. Il gol del bianconero giunge attraverso una delle rare combinazioni ariose: palla da Iniesta a Koke, che di prima intenzione serve una prelibata palla filtrante per la punta, che d'anticipo supera Pyatov in lob. Timidi e deferenti sino allo svantaggio, gli ucraini si scrollano e cominciano a impensierire la svagata retroguardia spagnola; l'interdizione di Busquets e - part time - di Koke non è sufficiente ad arginare gli spunti di Konoplyanka, Rotan e Yarmolenko; i cross da calci piazzati giungono con estrema facilità nell'area di Casillas, vanificati solo dalla scarsa precisione dell'incursore Fedetskiy. Il pacchetto difensivo è avvisato: sia al centro (Piqué e Sergio Ramos) che sulle fasce (Juanfran e Jordi Alba) si ballavano pericolosissime sevillanas.

Duca

9 febbraio 2015

Le molte facce dell'Atlético, l'espressione di Messi e le vergogne di casa nostra

Cartoline di stagione: 23° turno 2014-15

Colori di Madrid




In un gelido pomeriggio madrileno, i colori cupissimi delle immagini trasmesse dai monitor annunciavano già lo schianto. Il Vicente Calderón è uno dei pochi stadi dall'interno dei quali è ancora possibile vedere il cielo; quasi dappertutto, ormai, si gioca sempre e solo in uno scintillìo di luce artificiale. Biblica nelle proporzioni, la catastrofe si è abbattuta sull'armata di Carlomagno, che peraltro giungeva decimata allo scontro. Una lezione di calcio - di pressing, di concentrazione agonistica, di organizzazione di gioco - che il Real non subiva dai tempi delle sfide tra Mou e Guardiola. L'Atlético conferma di poter avere molte facce. Può, a volte, emulare i terribili e feroci Estudiantes di fine anni '60; ma può anche servire momenti di gioco veloce e raffinato. Simeon mago ha così arricchito la sua recente collezione di partite divenute leggendarie già al triplice fischio. A discolpa di Carletto e del meccanismo Real (abbastanza inceppato di suo, dopo il mondiale per club) vi è solo l'aver dovuto presentare un reparto di difesa completamente diverso da quello titolare, del quale era arruolabile il solo Carbajal, ma spostato di fascia. In mezzo al campo, giostravano Khedira (spaesato e con la testa altrove) e Isco (troppo snob per poter reggere i ritmi e il pressing dei Colchoneros). Spazzati via. Un autentico massacro, di cui il punteggio finale non rappresenta la reale entità.

Allegria del calcio - esuberanza
Allegria del calcio - gioia
Allegria del calcio - armonia

Viceversa, il Barça è squadra riaccesa negli umori e nelle prospettive. I tre davanti producono scintille di gioco inarrivabile. Soprattutto, si divertono - l'espressione di Leo è tornata 'normale', ed è già molto. Passano a Bilbao di goleada, e lasciano intravedere margini di miglioramento strepitosi. Immaginate Messi, Neymar e Suarez al top, e vogliosi di giocare 'insieme', non ciascuno per conto suo alla ricerca del santo graal. Un trio che ha tutto per scrivere pagine inedite nella storia del football, e ha davanti tutto il tempo che serve per poterle scrivere. Attendiamo curiosi e fiduciosi. 

Allegria del calcio - intesa

Mentre HarryKane torna ad imperversare nel North London derby, gli spreconi del City si fanno quasi sgambettare dall'Hull, e accumulano altri due punti di ritardo dal Chelsea - che invece passa abbastanza agevolmente a Villa Park. Modestissimo show - anzi, indecoroso - dello United a Boleyn Ground, dove il West Ham avrebbe potuto chiudere e strachiudere la partita prima di farsi raggiungere al novantesimo e oltre. Immeritato il pari, regredito e confuso il progetto di gioco messo in campo da re Aloisio. E prestazioni vieppiù deludenti di quelli su cui a Old Trafford puntavano per tornare rapidamente al vertice. Falcao è un mistero: o la Premier e i suoi ritmi non sono adatti per lui, o lui è ormai (dopo i molti infortuni) un ex grande attaccante, inadatto alla Premier; oppure, ancora e semplicemente, tra lui e Van Persie c'è qualcuno di troppo. Di Maria, invece, è l'ombra del campione ammirato la scorsa stagione, nel Real e ai mondiali. L'impressione è che, come si suol dire, non ne abbia più. Non per quest'anno, almeno. Sicché i due grandi colpi di mercato hanno prodotto, finora, poche emozioni e molta zavorra.

Gli tocca portare la croce e cantare

Spiccioli di casa nostra, a chiusura di un turno ordinario. Ravvivato però dalla solita inutile, sterile polemica. Non si parla d'altro che del mancato, ritardato, pseudo-taroccato replay televisivo dell'azione che ha portato la Juve in vantaggio nell'impari confronto con il Milan. Comunicati insinuanti da parte rossonera, risposte arroganti da parte bianconera. Uno spettacolino mediatico (con tutte le possibili ed evidenti dietrologie) che non si può nemmeno definire indegno. Un teatrino ripugnante ed offensivo per chi vorrebbe che di calcio si discutesse non solo serenamente, ma anche scegliendo temi appropriati e interessanti. In Italia invece, da molto tempo ormai, di calcio non si parla più.

Post scriptum: accolto a Linate come un Rummenigge, Poldi sembra aver già concluso la sua gloriosa parabola di titolare nell'Inter. Stabile, d'ora, in poi - fatte salve le necessità di turn-over - la sua collocazione: in panca. E' un pedatore fuori corso, e al termine del suo semestre Erasmus tornerà all'Arsenal. E poi, ci scommetto, ancora una volta a Colonia. Dove finirà la carriera: da capitano non giocatore. Dove nessuno potrà negargli una bella cerimonia di laurea: honoris causa, naturalmente.

Mans

30 settembre 2014

I santoni e le loro idee

Cartoline di stagione: 7° turno 2014-15

Chi ama il beautiful game vive in questi anni un'epoca fortunata: può infatti assistere a un football bellissimo, come raramente si è dato, per intensità e numero di interpreti, nella sua storia. Non parlo ovviamente del calcio italiano, ormai arretrato e periferico, né del calcio dei "top players", che un tempo erano chiamati più semplicemente "campioni" (e ce n'erano anche più di oggi). Mi riferisco a pratiche di gioco che alcune squadre stanno mostrando e hanno mostrato in anni recenti: un'idea di gioco offensivo inverata in più di un XI. Andando à rebours, per esempio, nella stagione scorsa hanno giocato in modo splendido, spettacolare, squadre come il Liverpool di Rodgers e l'Atletico di Simeone; nel 2013 il Borussia di Klopp e il Bayern di Heynckes; nel 2012 l'Athletic di Bielsa e la Juventus di Conte; nel 2011 il Barcellona di Guardiola, per citare solo quelle di vertice. Il recente Mondiale in Brasile si è rivelato probabilmente il più bello di sempre, soprattutto nella prima fase, confermando che i selezionatori delle nazionali avevano recepito le tendenze dettate dalle maggiori squadre di club europee.

La cattedra prediletta da Bielsa nella sua aula marsigliese
Jonathan Wilson ha ascritto questa nuova, grande, stagione del football mondiale soprattutto all'esempio proposto, sin dagli anni 1990s (quelli bui dominati dal difensivismo muscolare e dall'abiura dei giocatori atipici), da due allenatori visionari - Marcelo Bielsa [vedi] e Louis van Gaal [vedi] - le cui idee hanno seminato un nuovo modo di proporre il gioco, più offensivo, più prolifico, raccolto da vari altri loro colleghi. Entrambi non sono stati degli innovatori assoluti, ma degli appassionati e colti interpreti degli assiomi del calcio totale che era stato ideologizzato da Rinus Michels negli anni 1970s, e che aveva avuto un poco conosciuto antecessore in Viktor Maslov [vedi] e poi due grandi interpreti come Valerij Lobanovs'kyj e Arrigo Sacchi. Non la faccio lunga, ma sottolineo solo che non si tratta di una questione di modulo (di 4-3-3 o di altre formule), ma di atteggiamento: giocare un calcio propositivo, dare la caccia alla palla, pressare alto, proporre un movimento continuo dei giocatori e una varietà di opzioni per chi gioca il pallone, giocare di prima, creare lo spazio con il movimento degli attaccanti centrali, etc.

La stagione che è cominciata da un paio di mesi propone Bielsa e Van Gaal alla guida di due squadre di vertice nei rispettivi campionati. Le ambizioni, la storia recente e gli acquisti spropositati del Manchester rendono la messa a punto del nuovo progetto di Re Aloysius [vedi] necessariamente più lenta e accidentata. El Loco, invece, lavora su una scala inferiore, che forse è quella che più gli si confà, alla fin fine: a Marsiglia si è posto alla guida di un gruppo di ragazzi che lo seguono con convinzione. E i risultati cominciano a vedersi, nonostante le frizioni dell'argentino di Rosario con la dirigenza dell'Olympique che gli aveva promesso qualche acquisto di qualità che non è mai arrivato (un po' la stessa storia andata in scena a Napoli tra De Laurentiis e Benitez). Dopo una partenza scoppiettante (3:3 a Bastia e 0:2 dal Montpellier) sono venute sei vittorie consecutive: tre fuori casa (Giungamp 1:0, Evian 3:1, Stade de Reims 5:0) e tre in casa (Nice 4:0, Stade Rennais 3:0 e Saint-Etienne 2:1). Certo, il Marseille deve ancora affrontare le maggiori inseguitrici (Bordeaux, Lille e Paris Saint-Germain) ma l'allure è impetuosa.

La cartolina del week end arriva infatti, dritta filata, da un rinnovato Vélodrome vibrante di passione sugli spalti - con echi "argentini" innestati nel ribollire mediterraneo della tifoseria - e illuminato dal gioco dell'XI guidato da Bielsa. Un gioco semplice, lineare, verticale, veloce, senza fronzoli, senza passaggi orizzontali, senza lanci lunghi, tutto di prima, in un movimento continuo di uomini e linee, che tradisce il frutto di un'intensa didattica bene assimilata da una rosa senza campioni ma non priva di giocatori di qualità, dai più noti Mandanda, Payet, Gignac e Ayew ai più giovani N'Koulou, Dja Djédjé, Imbula e Thauvin ... Tatticamente la squadra gioca con linee a 3, che mutano a 4 a seconda delle fasi di gioco, come detta il modulo prediletto da Bielsa. Difesa a 4 in fase di non possesso, da cui esce sempre in prima battuta sul portatore di palla il centrale N'Koulou. Centrocampo a 4 quando riparte l'azione con due esterni, Romao e Thauvin, che si allargano sulle linee laterali mentre il gioco è proposto in verticale da Imbula e dallo stesso N'Koulou. Attacco a 4 con Gignac centrale, Payet alle spalle e Ayew e Thauvin sulle fasce: ma punte mobili, con Gignac che arretra a dettare il triangolo con i mediani che salgono: domenica scorsa, due gol in fotocopia, di Imbula e Payet, infilatisi al centro nel risucchio prodotto da Gignac. Chi non ha ancora visto questo XI si sintonizzi al più presto: uno spettacolo. La squadra più bella del momento.

Primi piani nitidi e terze linee sfuocate
Un gioco simile lo predica da anni anche Zdeněk Zeman, il santone nostrano: 4-3-3 di base, movimento continuo, transizione veloce della palla in verticale, senza troppi lanci lunghi o tiki taka orizzontali, gioco di prima, triangolazioni in attacco, diagonali estreme in difesa. Un'idea di gioco - per nulla misteriosa: si chiama, pensa un po', "calcio totale" - che in Italia pochi comprendono e tutti sbeffeggiano. In settimana i sedicenti "esperti" e i cosiddetti "opinionisti" avevano inscenato un surreale dibattito sui media: se cioè il calcio di Zeman fosse ancora attuale. Il problema (per loro, non per lui e nemmeno per noi) è che "non sono attuali" gli addetti ai lavori italiani, la cui ignoranza del football che si gioca all'estero è ormai pari al livello modestissimo cui è ridotto l'unico calcio che essi guardano senza cognizione. Domenica pomeriggio, a San Siro, Zeman ha inflitto coi suoi giovani del Cagliari una lezione di gioco al calcio italiano, mostrando cosa significhi avere idee, allenare una squadra, fare didattica. L'avversario era blasonato ma ormai naufragato da un'epoca tramontata che però perdura nelle ataviche convinzioni di molti suoi protagonisti: non solo il modestissimo Walter Mazzarri, ma anche la società che investe su di lui e su giocatori male assemblati, l'ambiente che sopravvaluta come campioni dei mesti ronzini, etc. Da un lato un gioco di squadra - quello che si gioca stabilmente nelle coppe europee (dal cui proscenio i nostri club sono ormai scomparsi) -, dall'altro una trama affidata alle individualità, agli estri estemporanei, drammaticamente priva di idee e di conoscenze. Uno iato culturale di cui i protagonisti non sono nemmeno consapevoli, intenti come appaiono a invocare attenuanti: gli arbitraggi, il turn-over, la sfortuna. Magari fosse così: non saremmo qui a terra, con le nostre vergogne.

Azor

26 agosto 2014

Il destino della nobiltà minore

Cartoline di stagione: 3° turno 2014-15

Nel lungo weekend appena trascorso si sono avviate anche la Bundesliga e la Liga. Anch'esse, più o meno, hanno ricominciato là dove erano terminate. Se emerge un'impressione comune anche agli altri campionati europei già in corso è infatti quella relativa ai "super club" di seconda fascia. Quelli con fatturati alti ma non altissimi, per intenderci: non Real, Barça, Bayern, City, United, Chelsea e PSG, ma Atletico, Borussia Dortmund, Arsenal, Liverpool, Monaco, etc. Club, cioè, capaci di vincere titoli, ma non in grado di competere con il parco giocatori di cui dispone ormai l'élite ristrettissima in cui si è concentrato il grande potere dell'universo calcistico internazionale in quest'ultimo lustro.

25 agosto 2014, Ethiad Stadium, Manchester
Top player? Forse sì. Stevan Jovetić alla sua prima doppietta nella Terra Madre
Le prime partite ufficiali della stagione sembrano confermare che la "nobiltà minore" fatica da subito a tenere il passo su più tornei. L'Arsenal ha vinto bene il Community Shield ma ha subito claudicato in Premier, sia in casa alla prima giornata sia alla prima trasferta al Goodison Park (pareggio ripreso per i capelli negli ultimi dieci minuti). Il Borussia ha vinto in modo perentorio la DFL-Supercup contro un Bayern senza molti titolari ma ha perso subito in casa, alla prima, uno dei big match di stagione, contro il Bayer Leverkusen, tanto che il "Guardian" si spinge a scrivere (il 25 gosto!) "Is the Bundesliga over already?" [vedi]. L'Atletico vince meritatamente con grande ardore ("coppini" del Cholo all'arbitro compresi) la Supercopa de España contro il Real, ma impatta senza reti, alla terza partita in sette giorni, sul campo del Rayo Vallecano alla prima in Liga. Il Liverpool sciorina subito il suo bel gioco veloce e manovrato ma perde nettamente il primo big match della Premier in casa del City. Potremmo continuare con gli esempi: Bielsa, al Marsiglia, che lamenta di avere a disposizione una rosa ristretta a 18 giocatori; l'Ajax che in meno di due settimane ha perso sia la supercoppa olandese che il Klassiker con il PSV (in casa); il Napoli - Eupalla non voglia! - che rischia di non vedere la Champions; etc.

Bene inteso, anche il City, il Bayern e il Real hanno perso le rispettive Supercoppe nazionali, anche il PSG sembra faticare senza il suo "faro votivo" (come direbbe il Cholo), ma danno comunque l'impressione di poter riprendere presto il loro ruolo di leadership, una volta messo a pieno regime il diesel della rispettive rose. Fosse così l'esercizio di tecnomanzia rischierebbe anche quest'anno di essere molto semplice [vedi quello dello scorso]: City o Chelsea, Real o Barça, Bayern e PSG. Quanto alla Serie A? Ne riparliamo tra un mesetto, ma non andiamo lontani se diciamo o Juve o Roma. Speriamo ovviamente di essere smentiti e che come è riuscito a fare lo scorso anno l'Atletico, anche quest'anno un club cadetto rovesci le gerarchie.

Azor

8 agosto 2014

Una stagione a tre?

L'estate scorsa la riconfigurazione degli assetti tecnici dei maggiori club europei era ruotata intorno a un esteso ricambio degli allenatori [vedi]. Per alcuni l'approdo su una nuova panchina si è poi rivelato positivo: Ancelotti al Real ha vinto la decima e la Copa del Rey; Guardiola al Bayern ha vinto la Bundesliga e 4 coppe; Pellegrini al City ha vinto la Premier; Blanc al PSG il campionato e le due coppe nazionali. Anche Benitez al Napoli ha vinto la Coppa Italia, e Martino al Barcellona, alla fin fine, almeno la Supercoppa di Spagna. Anche Moyes allo United ha vinto la Charity Shield ma poi è finito arrostito sulla panchina più rovente del mondo. Solo Mourinho al Chelsea non ha vinto nulla. Tra gli allenatori confermati Simeone all'Atletico ha vinto la Liga e fiammeggiato in Champions; Conte alla Juventus ha vinto scudetto e Supercoppa; Wenger all'Arsenal la FA Cup; e Klopp al Borussia la Supercoppa tedesca. Il comune denominatore di questi allenatori è l'appartenenza alla ristretta élite dei "super club" europei, destinati comunque a primeggiare.

Quest'anno la rotazione è più limitata. Le attese sono concentrate su Van Gaal allo United, su Enrique al Barcellona e su Bielsa al Marsiglia. Si tratta di tre allenatori di grande sagacia tattica. Checché ne dicano i gazzettieri italici - nessun dei quali s'accorse del modulo vintage (WW) che Luis adottò alla Roma, finendo poi ripudiato come capita a quasi tutti, anche ai marziani, nella città eterna - anche lo spagnolo è talentuoso e ricco di idee, fautore di un gioco qualitativo. Le novità tattiche non potranno che venire da loro quest'anno.

Archetipi del 3-5-2
Insieme con il Pep, che sembra voler adottare come modulo base il 3-4-3 sperimentato senza continuità nell'ultima annata catalana, potrebbe essere il ritorno della difesa a 3 la cifra tattica della stagione. Bielsa propugna da sempre il 3-3-1-3 (o 3-3-3-1). Van Gaal ha fatto vedere ai Mondiali come si giochi con Kuyt e Blind esterni di 4. Attenzione, però: non esiste una sola via alla difesa a 3.

La primogenitura, come ha ricostruito Jonathan Wilson, va ascritta a Carlos Bilardo e alla sua Argentina campione del mondo nel 1986: 3-5-1-1, con un libero e Maradona dietro a Valdano. Anche Beckenbauer schierò una difesa a 3 in quel Mondiale ma con 4 mediani e Matthaeus dietro a 2 attaccanti: già nel 1990, però, lo schieramento si era consolidato in un 3-5-2. In Italia lo importò Nevio Scala al Parma, impostando la declinazione difensiva della difesa a 3, cioè quella dove gli esterni sono due terzini e tutti, in fase di non possesso, corrono all'indietro, posizionandosi a 5. Ciò significa giocare con un uomo in meno a centrocampo al punto da poter costringere uno dei due attaccanti a fare da raccordo (oltre a Maradona, l'esempio più recente è Hamsik dietro a Cavani, in assenza di Lavezzi, nel Napoli di Mazzarri, con Maggio e Zuniga esterni), o limitarsi a due punte davanti di cui una, per necessità, molto mobile (come Tevez nella Juventus o come Rossi nella Fiorentina ipotizzata da Montella con Gomez perno), perché il modulo non prevede attaccanti esterni ma solo la discesa dei terzini.

Altra cosa è invece giocare con una linea di soli 4 (o addirittura 3, con Bielsa e Sampaoli) centrocampisti, perché ciò costringere i tre difensori a salire in fase di non possesso, mancando le diagonali dei terzini esterni. A squadra posizionata sulla linea della propria area scala un esterno a 4 e l'assetto diventa un 4-4-2, scendendo dall'altra parte un attaccante esterno sulla mediana. Primo sperimentatore in Italia fu Alberto Zaccheroni con l'Udinese nel 1996-1997, con uno spettacolare tridente Poggi, Bierhoff e Amoroso.

Eroi del 3-4-3
Se il 5-3-2 ha il vantaggio di rendere denso il centrocampo in fase di possesso e lo svantaggio di dover aggredire gli spazi sulle fasce con due difensori, il 3-4-3 ha il vantaggio di rendere molto largo il fronte d'attacco favorendo l'inserimento dei mediani, e lo svantaggio di dover rischiare costantemente il fuorigioco difensivo perché le fasce non sono presidiate da difensori.

Questo per dire che la difesa a 3 esprime una serie di varianti, compresa quella, magnifica, della Roma di Luis Enrique, con De Rossi che in fase di non possesso scendeva da vero metodista sulla linea di Kjaer e Heinze in fase di non possesso, mentre Taddei e Josè Angel erano costantemente alti sulla linea di Gago e Pjanic. Nelle prossime settimane vedremo se Enrique la riproporrà con Busquets a scendere tra Mascherano e Piquè. Secondo questa declinazione, estrema quanto bellissima da vedere, i due laterali dei tre difensori sono in pratica due centrali cui si aggiunge a pendolo il mediano, e si gioca a zona pura. Nella declinazione a 5 il centrale è uno solo e gioca da "libero", come, per esempio, sta cominciando a fare Vidic nell'Inter di Mazzarri.

Altra evoluzione tattica in corso sembra essere il ritorno della marcatura ad uomo a centrocampo, con uno due mediani centrali a seguire l'avversario più pericoloso: nella semifinale mondiale dell'Olanda con l'Argentina Messi fu seguito ovunque da Schneijder. Insomma, si annuncia una stagione potenzialmente interessantissima dal punto di vista tattico, quanto non lo è stata quella appena finita, Mondiale a parte.

Azor

26 maggio 2014

L'impresario

Ultima fettina di coppa: la finale di CL 2013-14

Sugli spalti dell'Estadio da Luz, prima della partita
Anche questa volta, la sveglia è suonata in extremis e ha spento i sogni dell'Atlético. Alzare la Coppa dei campioni, dopo aver già messo in fila tutti i concorrenti nell'infinita Liga di quest'anno: sarebbe stata una doppietta non solo storica, ma clamorosa. Davide può tuttavia fregare una sola volta Golia, non sempre, altrimenti l'exemplum biblico smarrirebbe la sua efficacia.

La compattezza granitica dei Colchoneros si sfalda solo nell'ultimo quarto d'ora della loro lunghissima stagione. Per i crampi, la stanchezza, la vecchiaia di alcuni giocatori, l'assenza di quelli che avrebbero potuto esorcizzare per tempo l'assedio finale. La compattezza, la cattiveria agonistica, l'intelligenza tattica trasferite da Simeone alla 'sua' creatura: hanno mandato fuori giri Bale, neutralizzato Ronaldo, escluso totalmente dalla partita Benzema. Ma sull'ultimo pallone piovuto nell'area degli atléticos ha finalmente avuto la meglio il vero gigante blanco di questa primavera. Sergio Ramos García, andaluso. Campione del mondo, bi-campione d'Europa con la Roja, difensore (indifferentemente) di fascia e centrale. Lo portò al Madrid proprio Righetto Sacchi, che in lui vide le qualità d'un Maldini. Eccolo, dunque. A ventotto anni, Ramos finalmente si toglie di dosso l'etichetta di uomo più espulso nella storia del Real, e in quella storia ci rimarrà per assai più nobili prodezze. Alla doppietta decisiva di Monaco, aggiunge il pareggio (decisivo) nella finale.

Il pari a un sospiro dalla fine ha reso inerziale e inevitabile la goleada madridista nei supplementari. E' salito in cattedra Di Maria - nome, faccia, classe da oriundo del secolo scorso -, e Bale (fin lì caricato a salve) ha potuto ergersi a match-winner sfruttando uno slalom impressionante dell'argentino. Prima, tuttavia, la (virtuale) partita a scacchi l'aveva vinta il Cholo. Carletto verrà giustamente celebrato - come nel suo primo vero anno al Milan, coppa nazionale e Champions -, prima di Natale si prenderà anche l'onorifico mondiale per club; ma il suo capolavoro l'ha sfornato nelle due semifinali con il Bayern, mettendo i galattici - finalmente! - nelle giuste posizioni per rendere al meglio. Senza Alonso, tuttavia, ecco che l'equilibrio tra tutte le fasi è divenuto più precario; la squadra della finale, nonostante il risultato, non funzionava e non poteva funzionare.

Del resto, non si può chiedere a Carletto di inventare calcio. Non ha più l'età - né quel sacro fuoco interiore - per immaginare l'inimmaginato; ha rapidamente mutato il suo 'sacchismo' di partenza con il pragmatismo che gli ha consentito di eccellere, rinascendo dopo i due terribili anni juventini. E' ormai un grande impresario, onusto di gloria e di esperienza, non ha problemi di relazione con le grandi star, e le grandi star si fidano di lui, non litigano, si impegnano, gli credono. Il Real, in fondo, aveva bisogno solo di uno così; uno tranquillo di suo, poco bizzoso, almeno apparentemente non egocentrico, uno capace di tenere il guinzaglio 'lungo', capace di non complicare le cose. O di semplificare quelle complicate, anche con la fortuna: come, appunto, riuscire a vincere la partita che aveva già perso, avendo a suo tempo (Istanbul, 2005) perso quella che aveva già vinto.

Mans