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15 febbraio 2018

Grazie in anticipo al Real (alla fine si dice perché)

Fettine di coppa - CL (ottavi, andata: prima settimana)

Il ritorno degli inglesi, anzi delle inglesi. L'armata britannica muove possente - onusta di ricchezze e di ambizioni - alla conquista del continente, pressoché abbandonato alla balìa d'Hispania e Catalunya negli ultimi anni. Saranno sfide - quando verrà il momento, e il primo arriverà già la prossima settimana, a Stamford - ruvide e veloci. Saranno ordalie.

Ma che giocatore è diventato?
Ma diciamo la verità. Le goleade esterne del City e dei Reds si potevano prevedere, anche se magari le loro dimensioni impressionano. Ha più peso specifico la rimonta degli Spurs allo Stadium, arrivata dopo che il solito inizio tremendo della Juventus sembrava avere chiuso la pratica. Giusto il tempo di aprirla. Dicono che qualcuno al decimo minuto stesse già lasciando lo stadio: a furia di vincere facile, lì, ci si annoia. Solo qualcuno, eh, gli altri assaporavano l'idea del contropiede, delle serpentine negli spazi di Douglas Costa. La muraglia, tutti pensavano, non sarebbe mai caduta. Chi riesce a far gol alla Juventus, da tempo immemore? Nessuno. Quasi nessuno. L'ultimo è stato Caceres, un ex, uno lasciato partire a zero, un reprobo. Ci sta. Certo, però, il Tottenham non sembra qualcosa di simile al Sassuolo e nemmeno alla Fiorentina. Con tranquillità, con atteggiamento ben diverso da quello che portò alla rovina il tremebondo Barça di un anno fa proprio su queste zolle, gli inglesi (molti davvero inglesi, di passaporto e di nascita) hanno risalito la china e fatto saltare i nervi di Allegri. Che, saggiamente, a un certo punto ha deciso di difendere il due a due preferendo non rischiare di incassare il terzo.


E' una Juventus davvero brutta. Se poi produce un risultato brutto, sarà bene iniziare a rifletterci su. Il prode Massimiliano, a caldo, ha dichiarato che gli obiettivi prioritari del club sono campionato e Coppa Italia. In Champions si cerca di andare più avanti che si può. Discorsi da allenatore del Celtic e del Brondby, non da uno che in finale ci è arrivato già due volte. Il popolo insorge, la dirigenza tace (acconsentendo? dissentendo? Vai a sapere. Mah, sarà solo questione di fatturato, è possibile).

Il grande match, la grande attrazione degli ottavi era in cartellone ieri sera. Scenario usuale, da quando la Coppa esiste. Anche lì, 'sembrava' che qualcosa di storico potesse accadere. Le apparenze ingannano, specie nel football. Sembrava che il PSG potesse annientare i Blancos nel loro stadio. Niente miedo escénico per i Neymar e i Dani Alves, e pare ovvio. L'enfant prodige insacca e sembra una prodezza, ma è Navas a spiazzarsi da sé. Partita in cui il fattore 'tattica' è assente. Spazi aperti in tutte e due le metà del campo, si potrebbero vedere molte reti. Un rigorino più che generoso rimette in sesto il Real. Che, come spesso succede in queste occasioni, viene fuori alla distanza. Il terzo gol di Marcelo, per quanto fortunoso, arriva alla fine di una fase di possesso alto, sul lato sinistro, che è un vortice di tecnica e di potenza. Tutto acquista un senso. Pensi che a questi, ormai, se devono giocare contro il Getafe o contro il Levante, alle tre di pomeriggio, magari al Bernabéu pieno a metà (o vuoto a metà), viene sonno. Chi c'è stasera? Il PSG? Oh, finalmente. Sembra di sentirli. Zidane in queste circostanze si rilassa, se il calcio per lui ha uno scopo è quello di poter vivere queste serate.

Beh, sono espressioni che dicono molto

E gli altri? I parigini? Sono nati nel 1970, nell'anno in cui iniziava il dominio olandese (culturale e anche nell'albo d'oro della coppa), quando il torneo aveva già una lunga e gloriosa storia, densa di leggende e di favole, di cadute e rinascite. Il Paris è una squadra forte ma 'finta', senz'anima. Costruita a tavolino. Senza tradizione, senza orgoglio. Se avverrà, ringrazieremo il Real per aver cacciato dall'Europa quelli che cercano di conquistarla usando solo la potenza del denaro.

Mans

8 dicembre 2017

Rinascita inglese, crisi tedesca (e l'Italia che va)

Fettine di coppa: CL ed EL 2017-18 (fase a gironi).

Finalmente, a dicembre inoltrato, la fase a gironi delle due competizioni europee va in archivio. Amichevoli di lusso e poste lasciate a bella posta o semplicemente per risparmiare energie hanno caratterizzato l'ultimo turno; in generale, il tono e lo spettacolo non sono stati granché. Purtroppo, un ritorno ad antiche formule è contro gli interessi dei network, e dunque dei club, e dunque dell'Uefa. Pazienza. 


Un bilancio, tuttavia, propone (nel suo complesso) dati abbastanza sorprendenti. Dall'Europa escono, senza la consolazione di continuare la stagione nel torneo minore, club di prestigio antico e/o di fortune più o meno recenti, come Benfica, Feyenoord, Anderlecht, Monaco. Nel torneo minore retrocedono recenti finaliste (o comunque protagoniste assolute) come Atletico Madrid e Borussia Dortmund. In Champions passano tutte le inglesi (invertendo un trend quasi stabile), ed erano cinque, e due di esse lo fanno da imbattute (Liverpool e Tottenham: le affiancano, in questa striscia senza sconfitte, il clamoroso Beşiktaş e il solito Barça). Il Real, come l'anno scorso, non vince il suo campionatino. Lo vince (da nessuno pronosticata) la Roma. Lo vince anche il già evocato Beşiktaş, che pur affrontando rivali non di assoluto livello era da considerare il primo candidato all'ultimo posto. E così via.

Giocatori turchi e non turchi con la terza maglia del Beşiktaş Jimnastik Kulübü.
Hanno espugnato senza grandi difficoltà la Red Bull Arena di Leipzig


Questa la distribuzione per nazioni, rappresentata da quattro numeri (il secondo è riferito al numero di club passato dalla CL all'EL, perché capace di conservare - o conquistare - il terzo posto in questa fase; l'ultimo al numero di club che hanno concluso in questa settimana la loro stagione continentale). Limitiamo l'osservazione ai paesi di ranking alto, sperando di non aver sbagliato i conti.

Spagna:        3 1 3 0
Inghilterra:  5 0 1 1
Italia:            2 1 3 0
Germania:    1 2 0 3
Francia:        1 0 3 1
Portogallo:   1 1 1 2
Russia:         0 2 2 0

Dunque, siamo gli unici, con la Spagna e la Russia, a non aver perso nessuno per strada. Siamo secondi solo agli inglesi per numero di campionatini vinti (4 contro 5, a fronte dei 3 presi dalle spagnole). Epocale è la performance negativa dei tedeschi, rimasti in vita grazie all'inevitabile Bayern, ma che hanno visto tutte le loro squadre schierate in Europa League incapaci di superare la prima scrematura. Potrebbe non essere un buon viatico in vista della Coppa del mondo. Ricordiamo come nel 1974 il disastro italiano in Germania fu preceduto dalla immediata eliminazione di tutte le nostre squadre da tutte le coppe - con la sola eccezione del Milan, che arrivò sino in fondo nella Coppa della coppe, dove chiuse la sua prima, lunga stagione di successi europei schiantato dal Magdeburgo di Sparwasser. Insomma, lo straordinario 'modello' teutonico (oggi indicato come la strada da seguire per noi, allo stesso modo in cui nel 1974 la strada indicata fu quella olandese - allora considerata 'giusta' nonostante la fine del ciclo dei club orange in Europa) mostra qualche segno di debolezza sul piano della competitività a livello agonistico.

Giocatori dell'Atalanta Bergamasca Calcio in festa: hanno messo sotto
anche l'Olympique Lyonnaise e ne hanno ben donde

Che altro, rimanendo in casa nostra? Diamo i voti. Dieci all'Atalanta, nove alla Roma, otto alla Lazio, sei alla Juventus, cinque al Milan e al Napoli. Prospettive? Discrete per la Juventus in CL e per Lazio e Atalanta in EL. La Roma ha già fatto moltissimo. Quanto al Napoli, è da vedere a che punto sarà il suo campionato in febbraio; ma un cedimento in Serie A difficilmente sarebbe la premessa giusta per una campagna da protagonista nell'Europa che conta poco.

Sul Milan è preferibile sorvolare.

Mans

2 novembre 2017

Le mezzore del Napoli

Fettine di coppa: CL 2017-18 (quarto turno)

La prima fase della cèmpions volge al termine, alcune squadre sono già matematicamente (City, Tottenham, PSG, Bayern) o virtualmente (Barça e Besiktas) agli ottavi, alcune conseguiranno sicuramente il passaggio nel prossimo turno (UTD) o all'ultima occasione utile (Juventus e Roma fra le altre). Il ritorno delle inglesi (con qualche riserva per quel che riguarda il Chelsea) è prepotente, il calo delle spagnole (per ora, considerando anche l'EL) sorprendente, le italiane vanno abbastanza bene. 

Il Real dove non era mai stato, cioè a Wembley:
Dele Alli fa gli onori di casa
Le giornate centrali del girone (la terza e la quarta) offrono una serie di potenziali sedicesimi, talvolta tra le più forti dei campionatini. Ci sarebbero stati risultati interessanti: per esempio, gli Spurs avrebbero cacciato dalla competizione i detentori, la Roma avrebbe eliminato il Chelsea ma il City sarebbe andato avanti buttando fuori il Napoli, la Juve si sarebbe liberata dei rognosi portoghesi dello Sporting, e anche l'altro club di Lisbona sarebbe uscito, per mano di Mourinho. E non dimentichiamo l'impresa (virtuale) dello Spartak Mosca, virtualmente qualificato con un inaspettato e complessivo sei a tre sul Sevilla. Fuori anche il Monaco (semifinalista un anno fa, ma saccheggiato dai grandi club in estate), 'eliminato' dal Besiktas. Non a caso, queste sono state le partite migliori, le più ricche di emozioni. La coppa è questa: giochi prima a casa tua, poi a casa loro, e chi segna di più va avanti. La formula originaria, o quasi.

I professori vanno al convegno
Tutti i riflettori del mondo, per due settimane, puntati su Napoli e City. Anzi: su Sarri e Guardiola, Guardiola e Sarri. Il Pep un po' esagera. Lo ha fatto anche ieri sera, a fine gara. Ingigantisce l'impresa dei suoi, ingigantendo gli avversari. Conosce l'Italia, dispensa carezze. Sa che per i calciofili delle nostre parti il Napoli è un oggetto di culto, Sarri un alieno. Vede la classifica della Serie A, dove i partenopei primeggiano, studia le statistiche. C'è del vero: il Napoli offre uno spettacolo calcistico senza uguali in Italia, ha - da questo punto di vista - pochi concorrenti anche in Europa. Ma è un meccanismo molto delicato. Ieri sera ha offerto mezzora di trame strabilianti: poi è uscito Ghoulam, e l'edificio è crollato. L'inserimento di Maggio a destra, un disastro, lo spostamento di Hysaj a sinistra pure. La trama del film è improvvisamente cambiata. Si è - anzi - capovolta. L'inerzia del match ribaltata. Sostanzialmente in nove contro undici, i partenopei si sono aggrappati all'orgoglio e alla bombola di ossigeno: non è stato sufficiente, com'è ovvio.

Sì, ma quella mezzora. La stessa mezzora di giramento di testa sofferta dal Real, per dire. Ma Real e City, nelle loro 'mezzore', travolgono gli avversari. Li stendono senza rimedio. Le mezzore del Napoli producono poco, consumano energie e tengono gli avversari in partita. E quando i palloni iniziano a spiovere nell'area di Reina, quando il pressing cala e la geografia del gioco si sposta nella metà campo difensiva del Napoli, gli squadroni come City e Real raddrizzano le partite e le portano a casa. Del resto, se quelle mezzore durassero il triplo, il Napoli non conoscerebbe rivali. Non gli servirebbero campioni di più grande spessore rispetto a quelli che ha: a patto che ci siano sempre quegli undici lì, i supertitolari, quelli che hanno ormai introiettato lo spartito, quelli che potrebbero giocare bendati. Fosse possibile (e non lo è) saremmo di fronte a un'esperienza di calcio inedita e soprattutto vincente. Purtroppo il Napoli di Sarri non ha ancora 'vinto'. Lotterà, si spera, per riprendersi un titolo italiano e mettere fine al dominio juventino. Ma bisogna fare gli scongiuri e 'pregare' per la salute degli undici (non uno di più, non uno di meno) che compongono l'orchestra.

Altrimenti, la Juventus spunterà ancora solitaria sul rettilineo finale. E la Juventus andrà avanti anche nella cèmpions. Raddrizza partite stortissime, come a Lisbona. Gioca male perché non ha uno spartito ma solo un canovaccio, gioca un calcio di posizione e di duetti, il massimo che Allegri sappia chiedere ai suoi è il cosiddetto 'equilibrio', del resto Allegri è uno che di calcio non parla mai, non si capisce bene come la pensi. Ma i giocatori sono forti, più forti di quelli che hanno studiato alla scuola di Sarri. E non c'è nella Juventus un Ghoulam del quale l'uscita dal campo costituisca un dramma.

Mans

9 agosto 2017

Lo scarpone al centro del villaggio

Fettine di coppa: Supercoppa Uefa 2017

Dovrebbe essere il peggiore, e segna gol decisivi in partite che vedono anche i pinguini al Polo Nord, per dire della loro importanza. Il peggiore, il più scarso, anzi lo scarsone, lo scarpone, il frangiflutti, l'interditore, il corridore, il protettore degli estri, l'assicuratore degli astri miliardari. Sono solo dicerie messe in giro dalla critica calcistica, perché poi lui va in rete proprio in quelle partite, fulminando i portieri da fuori o dentro l'area e di prima intenzione, colpisce traverse, sforna assist. Certo, recupera anche palloni. Non è che li sradichi: li calamita. Sembrano errori di tocco e di misura, sembra la modestia degli avversari; forse ha la capacità di sparire e ricomparire sulle linee di passaggio quando ormai la traiettoria non può essere corretta. Ma sì. Casemiro vale un Ronaldo, è lui la vera anima del Real. Casemiro ha cambiato la storia del Real quanto e forse più di Cristiano: al centro del villaggio c'è lui, pagato a suo tempo da Florentino la stessa cifra investita dal Milan per garantirsi i servizi pedatori di Borini (per dire). E lì in mezzo ce l'ha messo Zidane, uno del quale Mou ha detto qualcosa tipo "non si capiva se volesse fare l'allenatore oppure no", come a sottintendere "non si capiva cosa ci facesse a Madrid, se non l'icona di se stesso", vai a sapere. 

Carlos Henrique Casemiro: non sta intercettando il pallone;
lo sta scaraventando alle spalle di De Gea, di prima intenzione.
Forse in fuorigioco, sì, ma è solo un dettaglio

Zizou ha meriti incontestabili nella costruzione della squadra che, oggi, ha una dimensione che supera e di parecchio la semplice attualità del football. Il Madrid di questi anni si è installato decisamente e inopinatamente (chi l'avrebbe detto?) nella storia del calcio, e si tratta di una cosa non discutibile alla luce della nonchalance, della facilità apparentemente irrisoria con cui ormai domina le partite che contano. Il Real di Zidane interpreta e riassume diversi tipi di calcio: calcio di possesso lento e di gestione, di pressing, di contropiede. Di meglio in giro, oggi, non c'è, e quando il ciclo sarà finito anche i detrattori potranno ammettere che questo è stato probabilmente il Real più forte di sempre, più forte dei Galacticos di Zizou (appunto) e Ronaldo, forse apparentabile al protostorico prototipo di don Alfredo e dell'asso ungherese. Forse, Zinedane sta per diventare nel mondo Real qualcosa di analogo a quello che è stato Cruijff nell'universo ajacide e barcellonista. L'uomo di una svolta. Della svolta più inattesa e sorprendente. Forse, dietro la sua sorridente modestia, c'è una determinazione feroce molto simile a quella che nel 2006 accompagnò le sue ultime esibizioni sul campo, da dominatore assoluto, fermato solo da un insulto di Materazzi. Quell'errore gli è costato molto, ma potrebbe averlo cambiato definitivamente. E' un uomo che trasmette calma e sicurezza ai suoi uomini; ansia e isteria - ingredienti tipici del Real negli anni di Mou - sono spariti dal repertorio dei Blancos, anche quando il gioco si fa duro e difficile.

"José, ma sì, quasi quasi ti vendo il gallese.
Casemiro? No, Casemiro no. Non se ne parla nemmeno"


Il buon Mou, invece, ormai offre qualcosa di interessante solo quando si presenta in conferenza stampa. Guida una squadra che, in due anni, ha già messo sul mercato 300 milioni di euro, un terzo dei quali investiti per riprendere Pogba. Ecco, il declino di Mou è evidente (al di là dei risultati che in qualche modo lo tengono a galla) dalla difficoltà di riuscire a mettere in efficienza una macchina strepitosa (per fisicità e abilità tecniche) come quella del francese. In un anno, il suo rendimento è scemato, la sua posizione in campo è diventata variabile, i suoi errori una costante. Pogba, oggi, è più somigliante a Kondogbia che al Pogba juventino. La cosa fa abbastanza tristezza. Fa tristezza anche vedere l'UTD concedere al Real, dopo la rasoiata di Casemiro, cinque minuti di possesso palla ininterrotto, un torello da allenamento. Fa tristezza, paragonare questa dell'UTD a una qualsiasi delle versioni (anche le più raccogliticce) ammaestrate da Ferguson. Forse, a Old Trafford saranno contenti di lui, che l'anno scorso roba (anche se di valore non eccelso) in bacheca ne ha portata; non a caso, i suoi desideri vengono esauditi (Lukaku, Matic, Lindelöf, rispettivamente 85, 45, 35 testoni) con una certa puntualità (ora ha detto di volere Bale, e chissà). Ma produce un calcio prevalentemente difensivo e sostanzialmente approssimativo, ben al di sotto di quel che pretendono la tradizione del club e il suo prestigio (e il suo seguito) planetario. 

"Fotografo, è l'espressione giusta?
Ho l'aria di uno che si sta spremendo le meningi per escogitare
la soluzione del problema?"

Mourinho, ormai, non ha più calcio da insegnare (ammesso l'abbia mai fatto). Perpetua la propria leggenda grazie alle abilità comunicative, al fascino del suo palmarès. Ma è palesemente, come si suol dire, bollito. Le sue reazioni in panchina sono quelle di un allenatore sedato, più che seduto sui propri ricordi. Il calcio cambia in fretta, lui è sulla breccia da lustri. Essendo un uomo di successo, potrebbe cambiare mestiere. Riuscirebbe ugualmente a rimanere sulla ribalta.


Mans

4 giugno 2017

Picnic madridista sul prato di Cardiff

Fettine di coppa: la finale di Cardiff

Le finali della Champions League o della Coppa che dir si voglia sin dalle origini sono state normalmente equilibrate. Lo dicono i numeri: in 62 edizioni dell torneo, 17 finali si sono concluse ai supplementari e oltre, mentre 25 hanno scritto sull'albo d'oro il nome di una squadra uscita vittoriosa con un solo gol di scarto. Grosso modo, dunque, solo una volta su tre si registra un dominio numerico che non lascia spazio a qualsiasi tipo di recriminazione. Però, solo nove volte è successo che la squadra campione abbia seppellito la squadra sconfitta con almeno tre gol di differenza: ne sono stati capaci il Real (1960, 2000, 2014 ma ai supplementari, 2017), Manchester United (1968, ma ai supplementari), il Milan (1969, 1989, 1994) e il Bayern (1974, ma era una finale ripetuta).

Immagine ormai consueta

Quattro a uno nei novanta minuti, e un parziale di tre a zero nel secondo tempo. Per la Juventus, la finale di Cardiff è una ferita sportiva profonda; è la settima finale bucata (Benfica e Bayern sono staccate: il parziale è ora di sette a cinque); è stata, soprattutto, una sconfitta senza attenuanti, una resa progressiva e ineluttabile di fronte alla superiorità (tecnica, tattica, atletica) del Real, una superiorità di dimensioni non pronosticabili (e da nessuno pronosticate) alla vigilia. Tant'è vero che, all'inizio, si è vista soprattutto la Juve; baricentro alto, aggressività, l'idea era di replicare il primo tempo dello Stadium col Barça; si è avuta la sensazione di una grande pericolosità, ma occasioni vere non sono arrivate. Un primo tempo dispendioso per la Juve, sornione per il Real - che incassa il meritato pari di Mandzukic senza battere ciglio. La metamorfosi della partita è nitidissima dopo l'intervallo, quando le Merengues stroncano gli uomini di Allegri sul ritmo e col possesso palla, inibendone ogni tentativo di ripartenza e ripartendo veloci a ogni pallone recuperato (il terzo gol, con l'anticipo di Modrić e la sua corsa in profondità a crossare per il solito Cristiano - abile nell'approfittare della paralisi di Chiellini -, fotografa e riassume alla perfezione una lunga fase di partita).

Certamente, il Real ha goduto di una certa fortuna - ingrediente che difficilmente gli viene a mancare, da quando è partito José Mourinho. Due gol che, sino a qualche anno fa, sarebbero stati chiaramente classificati come autoreti, due tiri 'viziati' da deviazioni decisive. Quello di Casemiro ha fatto saltare per aria la santabarbara. L'assetto difensivo (considerato dai più leggendario) della Juventus è collassato, e il match si è trasformato in un monologo madridista difficile da commentare. 

Luka Modrić
Naturalmente i media esaltano Cristiano Ronaldo e i suoi numeri, i suoi record in una carriera definita quasi implausibile (Daniel Taylor, The Guardian: vedi). Se però si volesse rinunciare ogni tanto al culto delle personalità e all'adorazione dei palloni d'oro, occorrerebbe ammettere che gli uomini decisivi, coloro che si sono impossessati del pallone e della partita, portano il nome di Modrić, Kroos, Isco, assecondati sulle corsie larghe da Marcelo e Carvajal. Il reparto di mezzo del Real ha schiacciato, soffocato, ridotto all'impotenza quello della Juve. Allegri non ha saputo opporre, a questo dominio, mosse efficaci e soprattutto tempestive. Le sostituzioni (una delle quali incomprensibile) sono arrivate a partita già virtualmente chiusa, appena incassato il terzo gol. E nulla hanno sortito, anzi. 

Difficile valutare ora quale sarà il peso della sconfitta sulla Juventus e sulle sue strategie immediate. La rosa ha un'età media altissima, la più alta tra i top-club europei. Fra l'altro, ieri sera in campo (al fischio d'inizio) c'erano otto giocatori assenti due anni fa a Berlino, cinque dei quali trentenni e ultra-trentenni. Non è bastato innestare esperienza e abitudine alla vittoria per sfatare il tabù. Prima o poi, è ovvio, la Juventus ce la farà ad alzare l'ambito trofeo. Accadrà, forse, nella più sorprendente delle stagioni e nella più strana delle partite. Quando nessuno ci scommetterà e i più avranno smesso di crederci.

Mans

11 maggio 2017

Elogio della calma

Fettine di Coppa: semifinali (ritorno)

In mezzo a tante differenze c'è una cosa che rende simili i due finalisti di Cardiff, Coppa Campioni 2017. I percorsi sono diametralmente opposti: il toscano, in coerenza con una carriera da trequartista periferico, ha accumulato una lunga gavetta formativa in provincia, comprensiva persino di un esonero a Grosseto, per mano del presidente Camilli, categoria vulcanici dall'esonero facile, modello Zamparini; Zizou, meraviglioso dieci moderno, 'elefante con passi da ballerina' (Jorge Valdano), ha saltato la gavetta a piè pari, catapultato da Florentino Perez direttamente sulla panchina del club di massimo prestigio al mondo, dopo un breve apprendistato. 

Ciò che accomuna questi due ragazzi magri, elegantemente strizzati in completi molto slim, è la calma, la gestione serena dei momenti più caldi delle partite; la maniera in cui il Real è riemerso dall'apnea dei primi selvaggi minuti nel morituro Vicente Calderòn è il frutto diretto dell'approccio del suo allenatore, consapevole di allenare dei fenomeni, a cui spiega semplicemente che la tecnica alla fine prevarrà; l'Atletico si ritrae, il Real ricomincia a far girare palla come niente fosse, Benzema e Isco si limitano a sigillare l'inevitabile. 



Allegri viaggia a pochi passi dalla leggenda di un triplete con un ineffabile sorriso sul volto: sembra non avere troppa fretta di chiudere l'ordinaria amministrazione in patria, forse per non frapporre troppe settimane prive di agonismo tra qui e la notte gallese; al triplice fischio contro il Monaco sorride, di nuovo, ed imbocca velocemente il tunnel degli spogliatoi, quasi a spargere normalità su un risultato che proprio normale non è: due finali in tre anni, in una fase di estrema periferia del calcio italiano, fatturato alle stelle. 

Dopo gli stenti infiniti e i milioni dilapidati per agguantare la decima coppa merengue, Zizou con la nonchalance dei predestinati ha portato a casa l'undicesima, e va a Cardiff per la seconda di fila, un risultato gigantesco mai più raggiunto dai fasti sacchiani del Milan. Sta vincendo la Liga, ed è uscito dalla leggendaria notte in cui Messi morse la giugulare del Bernabéu senza agitarsi più di tanto, senza subirne alcun trauma.



Allegri è passato indenne tra i sassi lanciati da tifosi frettolosi sul Suv che lo accompagnava a Vinovo nell'estate del 2014, quando Conte abbandonò la Juve, o viceversa, perché non accondiscendere alle sue rischieste equivalse a mostrargli l'uscio: nacque la celebre metafora del “ristorante”, che gli si è ritorta contro assurgendo a gag da cabaret radiofonico. Allegri ha sfruttato e corretto il lavoro del predecessore, e lo ha superato in tutto: trofei, percorso europeo, soldi incamerati. Zizou subentrò a Benitez, che pensava di dover rivoluzionare il Real, di imporre l'alchimia tattica dove la tecnica riluce di assoluta autarchia e va solamente incanalata, assecondata. 

Zizou ed Allegri sono allenatori fortunati, raddrizzano spesso qualche risultato negli ultimi minuti, quando tutto conta maledettamente di più: non urlano lungo la linea laterale, difficilmente un quarto uomo si sforzerà di ricondurli nel loro recinto, gli occhi restano ben saldi nelle orbite, nelle loro conferenze stampa non si adombrano nemici da distruggere, non si denunciano complotti da sventare, non si rivendicano risultati epici. Sono calmi, anche nel campo del futile: accettano placidamente il diradarsi delle chiome, ben lontani dagli egotici che si reinfoltiscono artificialmente, o che passano senza sosta da una testa imbrillantinata all'indietro ad un casco di stampo vagamente afro. A Cardiff sorrideranno entrambi, potete esserne certi: uno dei due un po' di più.

Dejan

4 maggio 2017

Verso la finale del Millennium


Fettine di Coppa: semifinali (andata)

Quando la primavera rigogliosa sboccia (o almeno dovrebbe) e arriva il tempo delle semifinali di Coppa, per chi ama il football è ora di gustare l'attesa e di sognare grandi partite. Otto sfide, quattro per ciascuna competizione, che promettono equilibrio, emozioni, forse sorprese. Distribuite in dieci giorni, dal martedì della prima settimana al giovedì di quella successiva. La speranza è sempre di arrivare alla seconda settimana con esiti in bilico, punteggi in fieri, partite come cantieri ancora aperti, potenziali capolavori la cui bellezza solo alla fine - riscorrendone immagini e istanti e la progressiva assunzione di forma e significato - potrà essere veramente ammirata e considerata degna (ma, se lo sarà, non vi sarà bisogno di ragionare molto)  di essere fissata nella memoria per un tempo più o meno lungo: quello che si saranno meritato.

Questa volta, inutile negarlo, un po' di delusione c'è. Con quanta 'eccitazione' potremo vivere le gare di ritorno delle semifinali di Champions League in programma allo Stadium (martedì prossimo) e al Manzanarre (mercoledì)? Poca, pochissima. La superiorità dei Blancos e della Juventus si è dispiegata senza considerevoli opposizioni nella prima partita; è parsa anzi più netta e limpida di quanto si potesse prevedere. E i severi risultati incisi sul registro ufficiale del torneo dalle due grandi d'Italia e di Spagna non potranno essere cancellati e ribaltati dalle loro contendenti se non a fronte di eventi davvero imprevedibili, illogici, irrazionali (che, è vero, qualche volta fanno pure capolino nel football).

I colchoneros non sfatano il tabù madridista nel derbi con platea continentale. Da quattro anni l'ordalia si rinnova. Simeone ci è andato vicino una volta ma, in Europa, contro i Blancos - chiunque li guidasse - non l'ha ancora spuntata. A differenza di quel che accade nelle competizioni domestiche. Qui, nel medesimo periodo, l'Atletico vanta una supremazia discreta: sei vittorie in quattordici partite (di Liga, di Copa, di Supercopa), quattro pareggi e altrettante sconfitte. Anni in cui il titolo non è mai andato al Real, che ha rastrellato in patria solo una Coppa del Re. Meno dei rivali. Ma il conto l'ha presentato nelle sfide infrasettimanali in diretta planetaria e nelle notti di Milano e di Lisbona. Da quando Mou è partito, le Merengues giocano queste partite con meno angoscia, Carletto gli ha regalato la forza dei nervi distesi, e ora Zizou li guida con il carisma del sorriso, dell'eleganza innata, della propria leggendaria statura nel calcio. La grandezza del club è (da sempre, ma oggi sembrerebbe ancora di più) soggiogante anche nei confronti delle potenze arbitrali. Chiedere lumi ai dirigenti del Bayern. Del Bayern, non del Silkeborg ...

Cristiano inizia la sua micidiale serata

Anche la Juventus è un dream-team, una raffinata collezione di galacticos non percepita come tale nel comune sentire. Ma gli innesti di quest'anno la dicono lunga. Per dare l'assalto alla coppa, Allegri è stato rifornito accuratamente. Con Dani Alves, venuto per giocare 'queste' partite e non certo quelle col Pescara o il Crotone. Con Pjanic e Higuain, gente di altissimo livello ancora affamata, capace di eguagliare per tecnica e peso i reparti delle concorrenti. Il pacchetto arretrato è (ancora oggi) di valore assoluto. Non ce n'è un altro così solido e affiatato, nel panorama mondiale. E c'è sapienza tattica, 'conoscenze' (direbbe Arrigo Sacchi), consapevolezza di essere arrivati al top. Due finali in tre anni parlano chiaro. La formula magica, il 4-2-3-1 varato qualche mese fa, è però un grande esperimento di catenaccio dissimulato, il rimedio escogitato per consentire a tutti i big di andare in campo, con un grande patto di collaborazione e assistenza reciproca. "Volete giocare tutti? D'accordo, ma dovete farvi il mazzo, correre il doppio e pensare soprattutto a difendere. Altrimenti rimetto Sturaro e Rincon". Questo dev'essere il discorso di alta strategia indovinato da Allegri dopo la partita di Firenze. E, da allora, vediamo Higuain (non solo il 'generosissimo' Mandzukic) frequentare zolle di campo su cui nella sua già lunga carriera non aveva mai sgambettato, tanto lontane sono dalla porta avversaria. Ma è gente di qualità. Molto pericolosa nelle ripartenze veloci. Anzi: letale.

Higuain conclude la sua letale serata

Dunque, a Cardiff le grandi di Spagna e d'Italia si ritroveranno per la loro seconda storica finale, che è poi la seconda in tre anni per entrambe (la terza in quattro per i Blancos). Sarà per il Real la quindicesima e la nona per la Juventus; dice la storia (anzi, l'albo d'oro) che le Merengues non steccano quasi mai l'acuto finale, cosa che invece (è risaputo) capita di frequente alla Juventus. 

Questa volta, se nessuna delle due avrà gravi problemi di organico o clamorosi scadimenti di forma, partiranno allineate. Con uguali chance. Due gruppi di campioni che hanno messo tacche in migliaia e migliaia di partite internazionali. Non sono dunque e ovviamente nel fiore della gioventù. Soprattutto quelli in maglia bianconera, la cui formazione scesa a giocherellare nel giardinetto monegasco vantava un'età media di 31 anni precisi precisi, più alta di oltre cinque anni rispetto a quella della truppa francese, e di quasi tre rispetto a quella calcolata nell'undici madridista che ha scientificamente raffreddato la brace cholista tra i canti del Bernabéu. Sarà difficile per entrambe sfruttare le minime debolezze dell'avversario. Potrebbe essere una finale lunga, interminabile. Bloccata. Dovessi individuare un duello decisivo, direi quello tra i due mattoidi terzini brasiliani ...

Un pronostico? Ci sarebbero analogie con situazioni del passato, per chi vuole fare esercizio tecnomantico o scaramantico sulla finale del Millennium (inteso come catino gallese). Per esempio, proprio nel '98 la Juventus si liberò del Monaco in semifinale, ma trovò poi sulla sua strada Predrag Mijatović (c'è sempre un Magath nel destino). Per esempio, la stessa Juventus potrebbe chiudere la fase degli scontri a eliminazione diretta senza incassare una sola rete, come fece l'Arsenal nel 2006. Performance notevoli, ma che furono anticamera della sconfitta, per la Juve nel '98 e poi per i Gunners (che si arresero alla lunga contro la nascente Philarmonica blaugrana, addestrata allora da Francolino Rijkaard). Non sembrano tuttavia configurarsi come maleficio guttmanniano, come indizio probabile di cicli vichiani. Perché allora, contro il Real, remano la statistica (nessuno ha saputo bissare un trionfo con questa formula) e la tradizionale osticità della Juve (più spesso uscita vittoriosa da una doppia sfida di coppa); anche se, nelle partite secche (la finale del '98, lo spareggio del '62), gli spagnoli hanno sempre prevalso. 

Intanto, nell'Europa più 'piccola', è tornata ieri sera a brillare la stella di una antica squadra: più che una squadra un simbolo, un patrimonio inestimabile del calcio europeo e mondiale. Una squadra di ragazzini terribili, che nello stadio intitolato a Johann Cruijff ha forse conquistato un bel pezzo di finale della coppa di minore prestigio. Il grande nume ha portato bene, non era scontato che i bambini facessero a pezzi l'Olympique Lyonnais. Sarebbe bello vederli in una finale inedita,  opposti a un altro club di antichissimo blasone, il Manchester United, nelle frescure di Solna, il 24 di maggio.

Mans


12 aprile 2017

La notte che (non) cambia la storia del calcio


Fettine di Coppa: quarti di CL (andata)

Dopo la partita, i peana. Il Barça più indecoroso degli ultimi dieci anni viene duramente sconfitto all'inespugnabile Juventus Stadium, ed è già cambiata la storia del calcio. "Una notte che cambia la storia", si legge qua e là (per la precisione, qua), ma forse in realtà a cambiare la storia (se la storia è cambiata) ieri sera è stato l'agguato con ordigni al pullman del Borussia Dortmund, a Dortmund: un gesto senza precedenti, fortunatamente con conseguenze meno gravi di quelle (forse) progettate. Il 'forse' dipende dal fatto che a distanza di 12 ore dell'episodio non si sa ancora nulla, ma è lecito temere il peggio.

"Ney, lo so anch'io: non c'è bisogno di fare quella faccia"

Non saprei dire se Juventus-Barça è da considerare già ora una partita 'storica', una di quelle partite che cambiano il corso del football, destinata a fissarsi nella memoria collettiva: può essere che la disfatta catalana segni la fine di un ciclo (quello blaugrana, delle quattro coppe in dieci anni, ma è un ciclo pieno di protagonisti, e alcuni non sono certamente prossimi alla pensione), ma poi in fondo va ricordato che l'anno scorso nelle semifinali il Barcellona non c'era, e non c'era nemmeno tre anni fa, e che quattro anni fa in semifinale il Bayern lo schiantò con sette reti (a zero) complessive tra andata e ritorno. La Grande Narrazione è dunque abbastanza distorta da considerazioni anacronistiche sulla reale competitività del team guidato (guidato?) da Luis Henrique: chiunque sabato sera abbia preferito buttare l'occhio su quel che accadeva a Malaga dovrebbe - come minimo - registrare l'esito della prima semifinale sotto la voce dei risultati prevedibili, o addirittura probabili. E c'era, poi, il precedente del Parc des Princes, dove la superiorità dei padroni di casa risultò ancora più schiacciante.

Diciamo che la prospettiva è stata un po' falsata dalla remuntada barcellonista negli ottavi. Il club più titolato dell'era recente gode naturalmente di un rispetto (da parte di tutti) che prescinde dal suo 'momento'. La sola idea di avere ancora novanta minuti di pallone da rincorrere a Camp Nou, per chi ha conseguito un vantaggio sul proprio campo nell'ambito di una doppia sfida, non può che produrre preoccupazioni e pensieri. "Guardate che fine ha fatto il PSG", si dice, malcelando scaramanzia, superstizione, manavantismo, timore. Sì, è sempre meglio non fidarsi di quelli là. Del resto, avete visto anche ieri sera, bastava che Iniesta, bastava che Suarez eccetera eccetera.

"Visto che don Andrés va dalla parte sbagliata, perché non dovrei approfittarne?"

"Mi sento come un uomo solo in un'isola deserta, ma è una bella sensazione"


Ieri sera è finita tre a zero, e il risultato pare non solo rotondo, ma anche indiscutibile. Onesto. Il preciso riflesso della forza relativa, delle strategie di gioco, del 'momento' portati sull'erba dalle due squadre. E i primi minuti sono stati eloquenti: quelli del Barça, moderatamente pressati quando facevano partire l'azione dalla propria area, sbagliavano appoggi facili e movimenti in preda al terrore che produce il terrore di essere presi a pallonate, un panico di cadere nel panico, una crisi d'ansia generata dall'aver vissuto crisi d'ansia in situazioni analoghe e ancora vive nella memoria. Hanno incassato i due gol che dovevano incassare giocando a quel modo (caratterizzato da una fase difensiva surreale: ecco), e si sono rilassati. Si sono tolti il peso dallo stomaco, e sono entrati in partita. Quel che temevano avvenisse è regolarmente accaduto, poi è logico che dare fastidio a una Juventus avanti di due gol e che perciò si ritrae (contentissima di potersi ritrarre, non aspettava altro, ha potuto farlo dopo venti minuti, dunque prestissimo) sembra cosa complicata anche per i Messi e i Neymar e i Suarez. Certo, sarebbe piaciuto anche a loro (a uno qualsiasi dei tre) disporre dei cinque metri di libertà goduti da Dybala quando ha potuto stoccare, all'interno dell'area di rigore. A chi non piacerebbe? Senza complimenti, la difesa juventina ha concesso solo giocate impossibili, da cineteca, al migliore del Barcellona che, manco a dirlo, è stato Leo, costretto a vagare da un lato all'altro del campo palla al piede cercando una fessura nel muro bianconero, una fessura minima, un barlume di luce, uno spazio quasi impercettibile dal quale far passare un oggetto che ieri sembrava enorme, ma non era altro che un pallone del diametro standard di 21 o 22 centimetri. Ci è riuscito appunto un paio di volte, ma i suoi non erano illuminati né ispirati, e l'ultimo capolavoro, definitivo e memorabile, è stato di Mascherano, che si è immolato nella marcatura a uomo di Chiellini (il quale lo sovrasta di almeno quindici centimetri) sul corner del terzo gol.

"Mascherano, per prendere il pallone in un duello aereo contro di te non devo saltare,
sono costretto ad abbassarmi"

La Juventus. E' stata così diversa dal solito? Onestamente, non si può dire. Ha sudato di più per portare a casa le partite interne con le sue storiche rivali domestiche, anche quelle male in arnese. Chiaro, la posta in palio era diversa, la concentrazione non è mai calata; ma lo standard bianconero è questo. Squadra di spessore europeo, pragmatica e consapevole, matura tatticamente (in una squadra italiana, guidata da un tecnico italiano che bada al sodo, ciò pare del tutto normale), capace di sfruttare gli errori altrui e di commetterne pochissimi, anzi nessuno. Difficile immaginare che possa essere travolta a Camp Nou. Perderà, forse, ma si qualificherà per le semifinali. Incassando un paio di gol in meno di quelli che il Barça si troverà costretto a segnare per bissare il ribaltamento del PSG. Considero il mio pronostico facile, per questo lo azzardo.

Quanto alla 'storia', lasciamola stare. Almeno per ora: siamo solo ai quarti di finale: la strada per arrivare a Cardiff è ancora lunga e non priva di insidie (sembra una frase fatta, e naturalmente lo è).

Mans

9 marzo 2017

La grande imbarçata

Fettine di Coppa: ottavi di CL (ritorno, prima settimana)

"Non ti scorderò facilmente, mio Ney!"
Quando si alza dalla panchina ad applaudire la punizione di Neymar che sigilla l'inutile 4-1, Luis Enrique ha la compostezza di una ricca proprietaria terriera inglese che su un campo periferico di Wimbledon sottolinea la perfezione di una volée di rovescio; non ci crede più, accetta serenamente la più classica delle vittorie effimere, bella ma incompiuta. Con l'aria da fine impero che avvolge il Barça, e Messi, ieri sera esangue e spuntato, che continua a non ricevere una telefonata milionaria forse già arrivata da altre utenze telefoniche non catalane.

Il PSG, per un'ora schiacciato nella propria metà campo da un Barcellona impreciso nelle verticalizzazioni ma cannibalesco nel possesso palla, ha sprecato con Cavani e Di Maria la palla del 2-3, ma nessuno può immaginare che un tornado sta per sovvertire ogni logica, ogni regola statistica: prima il generoso rigore fischiato su Suarez e gelidamente trasformato da Neymar, e poi la spaccata di esterno di Sergi Roberto, solo in area sul filtrante del gigantesco brasiliano: la rete si gonfia, un occhio al guardalinee per scongiurare il terrore del fuorigioco e Camp Nou impazzisce, nella più folle delle notti. Sei a uno, il risultato previsto da Lucho Enrique, che sorprende all'inizio con un 3-3-1-3 da tesi alla scuola allenatori di Coverciano su Glerean. Le prime tre reti arrivano un po' così, senza la nitidezza stordente di certe trame blaugrana: una mischia risolta da Suarez su uscita sciagurata di Trapp, un'autorete di Kurzawa su tacco inconcepibile di Iniesta, un rigore di Messi prima negato, poi concesso su intercessione del quarto uomo.

L'illusionista (2-0)

La stangata di Cavani, che quest'anno viaggia a medie siderali, sembra mandare tutti a casa. Ma sta per compiersi quello che sembra impossibile, e che forse solo lì poteva accadere, nello stadio dove da anni hanno il privilegio (storico) di veder giocare uno dei più grandi di sempre: oscurato nella bolgia da Neymar, immenso. Ha vinto ancora il tiki-taka, che sembra un calcio superato, fuori tempo massimo. Ma quando il tempo sembra finito, c'è sempre un recupero da giocare, per far saltare il banco e prolungare la grande bellezza.

Dejan

Con la maglia delle Merengues a Camp Nou
Un segno del destino

23 febbraio 2017

Gli scozzesi snobbano la Champions e hanno le loro buone ragioni

Fettine di Coppa: ottavi di CL (andata, seconda settimana)

Quelo che ha appena calciato somiglia vagamente ad Harry Kane.
Ma è Andrew Shinnie, nativo di Aberdeen, centrocampista
che presta la sua opera agli Hibs, sebbene sia
di proprietà del Birningham City.
Parecchia gente, a Edimburgo, ha snobbato ieri gli ottavi di Champions e trascorso la serata non davanti alla tivù ma a Easter Road. Che è poi lo stadio dell'Hibernian Football Club, fondato nel 1875 e, qui, di casa dal 1893. Beh, era una serata speciale, una serata di coppa anche per loro; una coppa giunta, come la Champions, agli ottavi di finale: la Scottish Cup, che si disputa dal 1873, dunque una competizione seconda, per longevità, solo alla più prestigiosa Challenge Cup (FA Cup vulgariter) d'Inghilterra. A rendere ancora più speciale la serata, per la gente di Edimburgo, c'era che il passaggio ai quarti se lo contendevano le due squadre cittadine. Gli Hibs, appunto, che ne sono (incredibilmente, va da sé) i detentori, e gli Hearts (Heart of Midlothian Football Club), in un replay, fra l'altro, a campi invertiti. Un derby che si è disputato ormai quasi trecento volte. Ma una sfida tra club appartenenti a categorie diverse, perché gli Hibs militano da un paio d'anni in Championship, mentre gli Hearts galleggiano dignitosamente, alle spalle delle solite grandi di Scozia, nella Premier League. Bene: hanno vinto gli Hibs, senza discussioni, tre a uno, e i loro fans avranno senz'altro pensato che ne valeva la pena, eccome, di ignorare il Leicester e pure la Juve, alle prese con palloni che, probabilmente, non considerano più importanti dei loro.

Il nuovo idolo del Mestalla:
 è già adorato dai compagni di squadra
In Spagna invece la coppa non la snobbano, anzi diciamo che sono soprattutto i network televisivi a non volerselo permettere, e infatti il recupero del Mestalla tra Valencia e Real Merengues si è giocato nel tardo pomeriggio, consentendo a tutti di vedere tutto, anche la partita del Sevilla e quella del Porto. Ai Blancos è andata malissimo, perché - incassando una sconfitta - ora è possibile che il Barça si rianimi, si riaccenda, si ricompatti. Sulla carta, il distacco tra le due può essere di quattro punti (il Real ha ancora un match da recuperare: il suo ritardo è dovuto alle amichevoli giocate in Giappone  a metà dicembre e 'spacciate' per coppa del mondo riservata alle squadre di club), ma in classifica, per ora, è rimasto di un punto. E anche l'Atleti può ripensare alla Liga con qualche minimo appetito, sicché la sfida del week-end tra Colchoneros e Azulgrana, al Manzanarre, si prospetta davvero bollente. A illustrare la tarde valenciana, una prodezza di Zaza, che non sarà mai un attaccante normale. Mai giocate banali le sue: nel bene, e nel male. Decisive (nel bene e nel male) in partite spesso importanti.

Torniamo alla Champions. Non c'era grande speranza di vedere bel calcio, nelle sfide di andata in cartellone a Siviglia e Oporto. E infatti ci si è divertiti pochissimo. Le Foxes hanno tenuto botta in maniera onorevole, senza neppure organizzare quel gran catenaccio, uscendo più che vive dal Sánchez Pizjuán, ma gli uomini di Sampaoli hanno giocato un match davvero confuso e deludente. Il leggendario Vardy ha fatto in tempo a scrivere il suo nome nella storia della competizione, l'ex sampdoriano Correa ha preteso di calciare un penalty che si era procurato e come spesso capita in questi casi l'ha telefonato a Schmeichel. Jovetic l'ha poi messo in condizioni di redimersi, ed era il due a zero. Ma poi, appunto, Vardy ha permesso alla gente di Leicester di sciamare cantando per le strade di Sevilla, e quella che si giocherà in Inghilterra è una delle poche partite di possibile significato agonistico tra quelle in tabellone per il ritorno degli ottavi.

"Bel numero, Jojo, ma non siamo al circo", fa notare Wes Morgan

Nostra Signora, dal canto suo, ha espugnato il Dragão con facilità irrisoria. Prestazione tuttavia non giudicabile, poiché la superiorità numerica goduta per due terzi di partita non esalta più di tanto il risultato e una qualificazione che pareva già sulla carta agevole e che, ora, è palesemente scontata. Ai lusitani era lecito credere di poter impantanare gli avversari, usando astuzie tattiche, accortezza difensiva, palleggio lento. Ma occorrono appunto giocatori astuti, e il povero Alex Telles certamente appartiene a un'altra categoria. Cos'altro dire? Nulla. Anzi, sì. La regìa ha più volte inquadrato bella gente in tribuna, gente che non paga mai il biglietto. Cercando di immortalare così la serata di Leonardo Bonucci, escluso per aver commesso nefandezze che nessuno realmente ha capito o conosce, con eccezione di lui medesimo e del suo (ancora per poco) allenatore. Una sfinge. Lo si è visto arrivare con una bandiera del Porto, forse acquistata al mercatino fuori dello stadio (se c'è); poi lo si è visto cambiare di posto, e piazzarsi su uno sgabellone modello bar da stazione ferroviaria o aeroportuale; poi lo si è visto in piedi (sempre lì, ma qualcuno gli ha sottratto lo sgabello), poi parlottante con Nedved. Senza mai cambiare espressione. Un'espressione da animo incupito e irritato più che in preda a malinconia e pentimento. 

Momenti tristi

Il bello, tutto il bello del gioco (errori compresi) si è visto nella partita di martedì all'Etihad (mentre a Leverkusen l'Atletico ha facilmente domato un dimesso Bayer, ma senza incantare). Una giostra infernale, una partita tirata a ritmi che raramente si vedono. Il Pep l'ha sfangata, i suoi hanno confezionato una bella rimonta sul Monaco (dove tirano calci al pallone giovani pedatori di formidabile talento). Sta provando a giocarsi d'azzardo quel che resta della stagione con Yaya davanti alla perforabilissima difesa, e davanti a lui Silva e De Bruyne (centrocampisti offensivi, se mai ce ne sono due autenticamente definibili come tali), e sulla loro linea, larghissimi, Sterling e Sané. Colpisce l'inversione di posizione tra questi ultimi due, normalmente abituati a giocare sulla fascia opposta (Sterling a sinistra e Sané a destra). S'inizia forse la tendenza a invertire il trend degli esterni invertiti: sicché i medesimi vanno più in verticale, puntando il fondo piuttosto che accentrarsi rientrando sul piede preferito. Tre gol dei Citizens sono arrivati da lunghe fughe esterne (una di Sterling e una di Sané) e rapidissimi scambi centrali; due volte gli Sky blues sono andati in porta col pallone. 

Mai una squadra di Guardiola ha giocato alla velocità del City di quest'anno. I ritmi alti del gioco sono nota e riconosciuta (e apprezzata) prerogativa della Premier League; a modo suo, Pep vi si sta adattando, e c'è da credere che, se l'esperienza proseguirà, lascerà segni di grande bellezza.


Mans

16 febbraio 2017

Cadono le teste di ... serie

Fettine di Coppa: ottavi di CL (andata, prima settimana)


La caduta stupefacente e la stupefatta espressione di Leo
E così, dicono i più, il 14 febbraio 2017 (un martedì) potrebbe restare negli annali eupallici come il giorno nel quale cadde il mito del Barça. Separato da se stesso e dai suoi assi, anziani e logori (come Don Andrés), incerti sul proprio futuro (Messi), male supportati dai nuovi innesti, che non sembrano all'altezza del recente passato del club. Se l'analisi, oltre che roboante, sarà anche vera, lo sapremo a suo tempo. Lo stesso de profundis fu intonato nel 2013, quando i catalani vennero umiliati dal Bayern - ma erano le semifinali -: poi la squadra ritrovò stimoli e gioco, e in capo a due anni tornò a rivincere la coppa più prestigiosa.
Certo, i parigini hanno destato grande impressione. Travolgenti nelle loro folate, possenti in Rabiot e Matuidi, rabbiosi in Cavani. La dipartita del totem e indiscusso sovrano ha probabilmente - insieme all'arrivo dell'homo novus in panchina - messo in moto un lento cambiamento nel modo di stare in campo e di giocare che ora sembra dare i suoi frutti. La manovra ha più sbocchi, non uno solo e obbligato; e Cavani - pur come sempre predisposto a sacrificio e dispendiose (ancorché non necessariamente utili) corse e rincorse - è ora sottratto a una funzione meramente gregaria. Certo, il Barça dell'altra sera ha collaborato (altrimenti si dovrebbe parlare di una squadra-monstre), ma è impossibile non considerare adesso la truppa di Emery (di altissima qualità) alla pari delle altre grandi candidate al banchetto del Millennium fissato per i primi di giugno.

Che l'Arsenal sia una delle squadre più inaffidabili del Regno Unito è cosa risaputa, dunque il poker di reti incassate all'Allianz non desta il minimo stupore. Sono sempre lì, ma oltre non vanno mai, così in Premier come in Champions. Come se, arrivati ai nastri di partenza, il più fosse fatto. Un club ricchissimo, con un grande seguito, con un grande stadio, una grande storia, e risultati sportivi non all'altezza del fatturato e del blasone, spesso uscente con le ossa rotte dalle sfide con le pari grado (e pari - o quasi - fatturato) d'Europa. Che sia ora di cambiare rotta, è evidente. Dal canto suo, Carletto si gode queste serate. Sono le 'sue' serate, e con lui tutti dovranno fare i conti.

Kroos: ha appena ribaltato la partita
E il Napule? Ha fatto quello che ci si immaginava potesse fare. Provare a giocare, metterla sul piano del calcio, del palleggio, della tecnica, della velocità. E' stato un match abbastanza equilibrato, entrambe hanno costruito nitide occasioni, il Real le ha sfruttate meglio. Era annunciato un Real quasi dimesso, è parso invece piuttosto tonico. Una squadra che sembra migliorare, invecchiando. E anche Cristiano - forse ormai pago dei suoi infiniti record, forse stanco di pensare a un gol che non arriva da tempo per lui immemorabile - gioca molto più per la squadra che per se stesso. A rappresentare il nuovo Ronaldo, basterebbe il pallone di un possibile quattro a uno che ha dato a Marcelo, e che in passato avrebbe certamente tenuto per sé. Tra le due compagini c'è una lieve differenza sul piano tattico (entrambe sono ben riconoscibili come sistema di gioco, entrambe lo adoperano con efficacia), ce n'è molta su quello tecnico. Del resto, a Madrid malsopportano uno come Benzema, figuriamoci ... Purtroppo, infine, va registrata la pessima condizione di Koulibaly, in debito di fiato e di energia (colpa della coppa d'Africa, dicono), improvvisamente somigliante allo spaesato e sconcertante difensore centrale della prima stagione italiana; e va sottolineato che Reina saprà certamente esercitare una qualche leadership, sarà pure l'anima della squadra, ma tra i pali raramente compie miracoli. E su almeno due dei tre palloni insaccati dai Blancos forse non erano nemmeno necessari miracoli.

Il dato 'nuovo' fin qui offerto dagli ottavi è più che altro da annoverare tra le curiosità statistiche, dicendo poco e dipendendo dall'assurdità della formula e dall'andamento delle amichevoli che si giocano tra settembre e dicembre nella cosiddetta 'fase a gironi'. Le teste di serie, fin qui, cioè quelle che di diritto giocano la seconda partita del turno in casa perché vincitrici dei rispettivi gironcini, hanno tutte perso. Di stretta misura e con ampio margine di recupero, come il Dortmund; di goleada, come Arsenal e Barça; di quasi-goleada. come il Napoli. Non era mai successo. Anzi, era quasi sempre accaduto il contrario.

Mans

29 maggio 2016

L'ultimo della lista

Fettine di Coppa: la finale di Champions

Come al solito, la sua esultanza è solitaria
E' stato di gran lunga il peggiore in campo - Torres, perlomeno, ha procurato ai suoi un calcio di rigore -, ma poi era l'ultimo nella lista e ha avuto la fortuna di calciare il penalty decisivo. Un'esecuzione perfetta (peraltro Oblak non era riuscito nemmeno a sfiorare l'ipotesi di una parata su quelli precedenti), e così lui può prendersi il centro della scena, dopo che per centoventi minuti e rotti era stato semplicemente ridicolo. Ridicolo il gol del due a zero che si mangiava cercando una giocata da far venire giù lo stadio. Ridicoli alcuni stop mancati su palloni alti (non altissimi) e lunghi (non lunghissimi), roba da giocatorini di periferia. 

Naturalmente, ogni errore veniva giustificato da chissà quali malanni: non si sa appunto quali, ma il telecronista italiano non ha fatto che sottolineare la precaria condizione di Cristiano. "Zoppica vistosamente", "non sta bene", è al "cinquanta", al "quaranta", al "trenta" per cento. "Cammina". Un corno. Quando Benzema si è lanciato in contropiede verso lo spreco, Cristiano ha prodotto una corsa di sessanta metri a cento all'ora, sperando di andare a raccogliere un assist o una respinta del portiere, una palla sporca, un rimbalzo fortunato. Uno sprint di quel tipo nessun atleta al mondo condizionato da guai muscolari se lo potrebbe permettere. O forse - ed è la vulgata preferita dai media e dagli sponsor - lui è un atleta davvero bionico.

Il penalty storico

Così, oggi, sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo c'è lui. Lui, che era scomparso dalle partite di CL dopo il ritorno dei quarti al Bernabéu, tre gol facili facili al povero Wolfsburg. Questa, alla fine, la distribuzione delle sue abbuffate: cinque reti allo Shakhtar nel girone preliminare; sei al Malmö nel girone preliminare; nessuno al PSG nel girone preliminare. Due alla derelitta Roma negli ottavi, tre al Wolfsburg nei quarti, come già detto; nessuno al City in semifinale. Nessuno in finale. Tre soli gol decisivi in una stagione e tutti nella stessa partita, insieme al penalty di San Siro (che però resterà escluso dalle sue fenomenali statistiche).

Bilancio del Real: quattordici finali disputate nella maggiore competizione d'Europa, e undici vinte. Spesso grazie ai buoni auspici di Eupalla e ad arbitraggi tutt'altro che sfavorevoli, pur se onestamente condotti - come ieri sera: il gol di Ramos era in fuorigioco; ai Blancos è stato risparmiato almeno un rosso (Ramos), forse due (Pepe), e manca un altro enorme rigore all'Atlético. Bilancio dell'Atlético: tre finali di Coppa dei campioni, tutte e tre buttate nella spazzatura. Per demeriti propri, in parte. Come che sia: destino ingrato.

I Colchoneros si caricano per l'ultimo inutile assalto alla coppa

I super-club continuano a dominare la scena, non sembra esserci più spazio in Europa per le outsider. Al massimo raggiungono la finale - l'Atlético due volte, la Juve un anno fa, il Dortmund tre anni fa. Oltre, non vanno. L'albo d'oro sta diventando un catalogo celebrativo della smodata ricchezza: Bayern, Real, Barcellona, Real l'ultima sequenza. Prima o poi torneranno anche le inglesi, e prima o poi arriverà anche il PSG. Si dica quel che si vuole: la Coppa dei campioni aveva un fascino calcisticamente superiore. Questa coppa è soprattutto spettacolo televisivo. Tante partite inutili a introdurre un finale che è sempre più scontato, nonostante tutto. E che porta ulteriore risorse a chi ne ha già in sovrabbondanza.


28 aprile 2016

I progetti del Cholo

Fettine di Coppa: semifinali (andata)

"Mancano dieci secondi!"
Il Cholo decide un cambio, manca davvero pochissimo alla fine, siamo già nei minuti di recupero. Poi il pallone termina in fallo laterale, nella metà campo del Bayern, e il cambio non si fa più. Non c'è più bisogno di spezzare ritmo e perder tempo. Peccato, però: fosse entrato in campo, e pur essendo destinato a rimanerci per pochi secondi e forse a non toccar boccia, Lucas Hernández, vent'anni da poco compiuti, sarebbe stato il settimo 'canterano' schierato da Simeone in una semifinale di Champions League. Sette 'canterani' del secondo club di Madrid contro la poderosa corazzata del Pep.

Il primo tempo dei Colchoneros è stato imbarazzante. Per il Bayern, s'intende. Scaduto a squadra qualsiasi, mediocre, impotente. Come un brillante oratore che, all'improvviso, non riesce a concludere un discorso, una frase. C'è riuscito solo Alaba in un frangente, quando - stufo di quelle inutili chiacchiere - ha calciato da chissà quanti metri una botta spaventosa, senza effetto, schiantando la traversa. Ogni trama, di fatto, si incagliava subito, e quelli dell'Atlético sembravano tredici o quattordici. Sempre in superiorità numerica. E comunque, tutti disposti a morire sul campo piuttosto che rinunciare a rincorrere avversari e palloni: lo ha dimostrato chiaramente Augusto Fernández quando, colpito alle parti basse e col respiro mozzato, invece di accasciarsi si è lanciato all'assalto, piegato in due.

Uno a zero, dunque. E una partita che scorre per 90 minuti esattamente come aveva pensato e progettato Simeone. Comprese le pause, incluse le fasi di difficoltà. Difficilmente, d'altra parte, accade il contrario. Per chi gioca contro l'Atlético, trovare contromisure, scovare lati deboli, tirare in porta è un problema. Possesso palla, sì: Simeone lo concede volentieri, ma lo rallenta e fa in modo che in possesso di palla siano proprio gli avversari meno dotati tecnicamente, quelli meno imprevedibili e fantasiosi. Soprattutto, quelli che non sono specializzati nel condurre le danze. Quando, superato ogni scoglio, la sfera è tra i piedi dei talentuosi (Douglas Costa, per esempio), le maglie a protezione dell'area si infittiscono ancora di più. Ed ecco che Guardiola si trasforma in un Mazzarri qualsiasi: "la circulación del balón es lenta porque el campo no ayuda. El césped estaba seco, ya sabíamos que iba a ser asi" [vedi]. Mah!

Lewandowski, giusto? C'è poco da fare. Non si passa

Il piano del Cholo regge sempre, sino alla fine. Con poche eccezioni, che confermano la regola. E quelle eccezioni hanno stabilito (nel passato recente) un credito con la sorte che prima o poi dovrà essere riscosso. Vedremo all'Allianz se è giunto il tempo di passare alla cassa per un primo acconto.