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7 ottobre 2014

Calcio e giustizia: l'esegesi delle fonti

Il nostro è un sito di "storia" del football. Come è noto, il metodo storico è quello di ricostruire il passato muovendo dai documenti, dall'"esegesi delle fonti", come si usa dire. E così facciamo in relazione all'affaire Tavecchio [riassunto].

Confrontiamo in primo luogo cinque documenti.

Il primo è il comunicato con cui il 25 agosto 2014 la Federazione Italiano Giuoco Calcio rendeva nota la archiviazione disposta dalla Procura Federale: "Il Procuratore Federale, esaminati gli articoli di stampa, gli esposti presentati, i filmati acquisiti e la documentazione trasmessa dalla FIGC alla FIFA e alla UEFA, ha disposto l’archiviazione del procedimento avente ad oggetto: “Frasi pronunciate dal presidente della Lega Nazionale Dilettanti durante l'Assemblea del 25 luglio 2014 ed in altre interviste ad organi di stampa”, perché non sono emersi fatti di rilievo disciplinare a carico del neo presidente della FIGC Carlo Tavecchio sia sotto il profilo oggettivo sia sotto il profilo soggettivo" [fonte].

Il secondo è la dichiarazione alle agenzie di stampa, il medesimo 25 agosto 2014, da parte del presidente della FICG Tavecchio: "Le decisioni della magistratura non si commentano, se ne prende atto. Se sono positive, ovviamente col sorriso" [fonte].

Il terzo documento è il comunicato odierno - 7 ottobre 2014 - della Union of European Football Associations, che annuncia le sanzioni a carico del Presidente della FIGC: "Today, the UEFA Control, Ethics and Disciplinary Body (CEDB) has rendered its final decision concerning Mr Carlo Tavecchio, President of the Italian Football Federation (FIGC). Following a request for information made by UEFA to the FIGC, on 20 August 2014 the UEFA Chief Ethics and Disciplinary Inspector opened a disciplinary investigation regarding alleged racist comments made by Mr. Tavecchio during his FIGC presidential election campaign. At the request of the UEFA Chief Ethics and Disciplinary Inspector disciplinary proceedings were opened against Mr. Tavecchio on 29 September 2014. After having analyzed the case file and the statements submitted by both parties, the CEDB has decided, based on Articles 6, 7, 14(1) and 34(5) DR [in the spirit of UEFA’s Resolution entitled European Football united against racism] and taking into account Mr. Tavecchio’s decision to immediately refrain from participating in any UEFA’s activity pending the resolution of the matter, as follows:
- Mr. Tavecchio will be ineligible for any position as a UEFA Official for a period of six months starting from the communication of this decision;
- Mr. Tavecchio will not participate in the next UEFA Congress scheduled for 24 March 2015;
- Mr. Tavecchio will organize a special event in Italy aimed at increasing awareness and compliance with the principles of UEFA’s Resolution entitled European Football united against racism.
According to Article 63 of the UEFA Disciplinary Regulations, the CEDB decision is immediately enforceable" [fonte].

Il quarto documento è il comunicato - odierno anch'esso, 7 ottobre 2014 - della FIGC che annuncia la "chiusura del procedimento" UEFA nei confronti del presidente della FIGC: "In merito al procedimento avviato dalla UEFA nei confronti del Presidente della FIGC per le espressioni usate il 25 luglio scorso in occasione dell’assemblea della Lega Nazionale Dilettanti, Carlo Tavecchio, dopo aver spiegato la propria posizione, ha preso atto della proposta formulata dall’Ispettore Disciplinare della UEFA e ha deciso di accettarla al fine di evitare il protrarsi di un contenzioso che avrebbe visto contrapposte la UEFA e la FIGC per un lungo periodo e che si sarebbe potuto risolvere solo davanti al TAS per stabilire se la UEFA fosse competente ad intervenire su questa materia, stante l’avvenuta archiviazione di un analogo procedimento da parte della Procura Federale. Il Presidente Tavecchio ha dunque aderito alla proposta dell’Ispettore Disciplinare della UEFA, il quale ha chiesto che Tavecchio si astenga dal partecipare al Congresso della UEFA in programma il 24 marzo 2015 e si astenga altresì dal partecipare o dal farsi nominare in eventuali Commissioni UEFA per un periodo di sei mesi. Tavecchio si è poi impegnato con la UEFA ad attivare in Italia una speciale iniziativa in favore dell’integrazione, come del resto aveva annunciato già in occasione della presentazione del suo programma. La definizione così concordata tra il Presidente Tavecchio e l’Ispettore Disciplinare della UEFA è stata recepita dalla Commissione Disciplinare con una formale decisione che pone fine al procedimento" [fonte].

Il quinto documento è la dichiarazione alle agenzie di stampa, sempre datata 7 ottobre 2014, da parte del presidente della FICG Tavecchio: "Le sentenze non si commentano, si rispettano, ma non cambia nulla riguardo alla mia posizione in Figc" [fonte].

Ora, non occorre essere degli storici di professione per farsi un'idea della vicenda senza farsi sommergere dai commenti giornalistici, politici e moralisti di queste ore. Gli elementi d'analisi sono semplici:
1) Il Procuratore della FIGC, Stefano Palazzi, archivia la vicenda perché non ravvisa "fatti di rilievo disciplinare" nelle "frasi" (senza ulteriore aggettivazione) pronunciate da Tavecchio.
2) La Procura della FIGC "dipende" dalla FIGC, non è autonoma come la magistratura ordinaria.
3) Dunque il dipendente non ha sanzionato il proprio superiore, argomentando che le "frasi" incriminate non avevano alcuna qualificazione razzista.
4) L'UEFA, invece, non ha una procura giudiziaria, ma solo un "Control, Ethics and Disciplinary Body" [CEDB], che commina sanzioni di ordine morale e disciplinare.
5) Il Body dell'UEFA ha invece ravvisato nei medesimi fatti giudicati privi di rilievo disciplinare dal Procuratore della FIGC degli elementi - "racist comments made by Mr. Tavecchio" - tali da inibire il presidente della FIGC per sei mesi dall'assumere cariche "as a UEFA Official" e dal partecipare al prossimo Congresso della UEFA.
6) Il Body dell'UEFA ha inoltre disposto che Tavecchio organizzi uno "special event in Italy" che favorisca la consapevolezza e il rispetto dei principi della UEFA’s Resolution sull' "European Football united against racism".
7) In sostanza, l'UEFA ha ravvisato, senza dubbio alcuno, degli elementi di "razzismo" nelle frasi del Presidente della FIGC, e lo ha sanzionato.
8) Il comunicato della FIGC presenta invece le disposizioni disciplinari dell'UEFA come una "chiusura del procedimento", si riferisce genericamente alle "espressioni usate" da Tavecchio senza riconoscere che l'UEFA le ritiene "razziste", e illustra le decisioni dell'UEFA come se fossero state concordate tra Tavecchio e l’Ispettore Disciplinare della UEFA e poi "recepite dalla Commissione Disciplinare con una formale decisione che pone fine al procedimento".
9) In realtà le cose sono andate diversamente da come prova a raccontarle il comunicato della FIGC: l'UEFA non ha concordato nulla, perché il modello procedurale della UEFA è "triadico": il CEDB ha dapprima "analyzed the case file and the statements submitted by both parties" e poi "has decided" di sospendere per sei mesi Tavecchio da "any UEFA’s activity".
10) Il comunicato FIGC cerca di camuffare la sostanza provando a far credere che Tavecchio avrebbe "aderito alla proposta dell’Ispettore Disciplinare della UEFA" e alla sua "richiesta" che "Tavecchio si astenga dal partecipare al Congresso della UEFA in programma il 24 marzo 2015 e si astenga altresì dal partecipare o dal farsi nominare in eventuali Commissioni UEFA per un periodo di sei mesi".
11) Quello che la FIGC - cioè Tavecchio e i suoi legulei - spaccia per "chiusura del procedimento" è in realtà una sanzione chiara e netta per accertato "razzismo".
12) Ovvio che Tavecchio non possa che "prendere atto" e "decidere di accettare" la decisione dell'UEFA. Ma non certo "al fine di evitare il protrarsi di un contenzioso che avrebbe visto contrapposte la UEFA e la FIGC per un lungo periodo e che si sarebbe potuto risolvere solo davanti al TAS per stabilire se la UEFA fosse competente ad intervenire su questa materia", come cerca di far credere. I motivi sono altri: il TAS avrebbe anche potuto inasprire le pene; l'obiettivo è invece quello di gettare sabbia, sperando nell'oblio del tempo.
13) Le dichiarazioni di Tavecchio in persona insistono infatti su un punto: "non cambia nulla riguardo alla mia posizione in Figc".

Questi gli elementi essenziali dell'esegesi delle fonti. Altri se ne potrebbero aggiungere, a cominciare dal linguaggio - normativo e formale quello della FIGC, etico e sostanziale quello dell'UEFA - che rinvia alle diverse tradizioni della cultura giuridica italiana rispetto a quella continentale. E così via. Ma ci fermiamo qui. Il lettore si sarà già formato la propria opinione.

Quella di Eupallog è di severa censura dell'arroganza di questo potere meschino e mediocre e di denuncia di un sistema che utilizza i metodi democratici di elezione (di cui è andato perduto il significato originario del termine eligere: "scegliere") per legittimare comportamenti illegali di una casta autoreferenziale che non persegue il bene comune ma agisce ormai in modo scopertamente tirannico, come ci ricordano ogni giorno le gesta di un Claudius Lotitus. Tristemente analoghe a quelle di molti altri personaggi che si aggirano impunemente nel Palazzo.

12 settembre 2014

Arbiter, arbitrator seu amicabilis compositor

Un paio di settimane senza Serie A sono ideali per una riflessione a freddo su arbitri e arbitraggi. Giocatori, allenatori, dirigenti, moviolisti e tifosi sono travolti da questi ultimi in un flusso continuo che dura nove mesi, nel quale se ne dicono di enormi e di sesquipedali senza ritegno e senza vergogna - un genere che su Eupallog non pratichiamo da sempre, mica per snobberia ma perché noiosissimo. Preferiamo parlare di arbitri, anche se il tema non è, come sul dirsi, le plus amusant. Ma tant'è.

Come tutti, gli arbitri sbagliano, possono comportarsi in mala fede, farsi condizionare dai potenti, ed essere corruttibili (e probabilmente taluni - ma questo è davvero difficile da appurare - sono anche "cornuti", come si gridava un tempo dagli spalti). La storia della pedata è ricca di arbitri che hanno pesantemente condizionato partite e risultati: gli Azzurri di Pozzo, per esempio, furono certamente "aiutati" sulla strada della finale mondiale alla quale presenziò il Ducione nel 1934; arbitri sensibili alle lusinghe "casalinghe" si appalesarono in vari altri mondiali, da quelli cileni a quelli nippo-coreani, per ricordare episodi ben noti a noi italiani. La finale del 1966 fu determinata a favore degli inglesi da un guardalinee (ma arbitro) azero, che poi ottenne un apposito riconoscimento nientepopodimeno che da Her Majesty The Queen [vedi]. E numerosi - in giro per il mondo - sono i casi di arbitri sanzionati per corruzione o allontanati per la clamorosità delle malefatte.

Il consenso
Nessuno ama ricordarlo, ma probabilmente sono stati - e sono - però più numerosi i dirigenti, gli allenatori e i giocatori che hanno venduto o concordato i risultati delle partite. Le ricorrenti e varie "Calciopoli" sembrerebbero confermarlo, perlomeno per l'Italia.

All'estero gli arbitri italiani sono invece considerati tra i migliori al mondo per organizzazione e scuola. Non a caso sono spesso chiamati ad arbitrare le finali delle competizioni internazionali. In tali occasioni scatta quasi sempre un divertente tormentone: l'orgoglio fa gonfiare il petto a molti opinionisti e connazionali. Gli stessi che appena una settimana prima o la seguente non esitano a gonfiare le proprie giugulari contro i medesimi fischietti, accusandoli dei peggiori misfatti se la propria squadra ne è stata "vittima" in campionato. Gli applausi del "Franchi" di Firenze a Howard Webb nel prepartita del ritorno del quarto di Europa Legue 2014 della Fiorentina contro la Juventus non sono altro che la controfaccia del nostro provincialismo.

Il fatto è che all'estero le nostre giacchette psichedeliche arbitrano spesso meglio che in casa. Per un semplice motivo: si adeguano a un contesto che non vede nell'arbitro un protagonista ma solo un ufficiale ("official" è infatti uno dei termini con cui il "referee" è indicato in Inghilterra) che deve servire il gioco. Nel nostro campionato, intossicato dalla cultura ultrà ed erede delle secolari lotte di fazione, gli arbitri invece sono ritenuti gli artefici dei risultati.

Lo sconcerto
Il conio della felice espressione "sudditanza psicologica" - un'ammissione, va ricordato, sfuggita al capo (veneziano) della Can, Giorgio Bertotto, all'indomani di un Venezia-Inter 2:3 del 16 aprile 1967 arbitrato da Antonio Sbardella ("Purtroppo gli arbitri soffrono di una sorta di sudditanza psicologica nei confronti delle grandi società") - è certamente motivato da pratiche confermate dallo scudetto del Verona nell'unica stagione in cui fu adottato il sorteggio integrale per le designazioni. Per reazione gli arbitri italiani hanno ormai adottato un habitus di suscettibilità.

Chi scrive ritiene che la media attuale dei nostri arbitri sia tecnicamente modesta e, soprattutto, caratterialmente inadeguata. Certo, i nostri ufficiali di gioco non sono aiutati dalle altre componenti. L'immagine dei capannelli di giocatori inferociti è tristemente ricorrente ad ogni partita. Moltissimi giocatori li vaffanculeggiano platealmente, dopo avere spesso simulato le più terribili menomazioni. Le panchine tracimano in campo ad ogni fischio contrario. I cori degli ultras e dei loro corifei sono squallidi. Gli ex colleghi che assegnano i voti in pagella in tv regolano palesemente vecchi conti in sospeso e rancori e invidie mal dissumulate. Il piagnisteo degli allenatori è il corollario di ogni fine partita. Le dichiarazioni dei dirigenti sono spesso irresponsabili. E gli urlatori televisivi travestiti da giornalisti completano la gazzarra. Che poi tracima in rete, nei bar e nelle strade per infiniti giorni in un grande blob che pasce per nove mesi gran parte dei tifosi italiani. Al punto che viene da dubitare che costoro amino davvero il gioco del calcio o non si accontentino piuttosto di un simulacro (baudrillardamente, più che sabatinianamente, inteso - ben inteso!).

Torino - Inter di domenica 31 agosto scorso offre qualche spunto interessante, a proposito di crisi del calcio italiano. Parliamo di Walter Mazzarri, Daniele Doveri e Nemanja Vidic. Il primo ha ricominciato subito, alla prima partita di campionato, la litania dei torti arbitrali per cercare di mascherare la pochezza di risultati del suo lavoro all'Inter da più di un anno: la squadra gioca un calcio avvilente, povero di idee e di occasioni, tristemente votato al celibato. Meglio allora scaricare sull'arbitraggio ogni responsabilità. Ma possono credergli ormai solo i "nesci", come diceva il Maestro.

Lo sconforto
31 agosto 2014, Stadio Olimpico, Torino
Nemanja Vidic ha invece un'esperienza internazionale che il signor Doveri, per quanto appartenente alla sezione 1 della Città Eterna, nemmeno si sogna. Lo ha pertanto applaudito, come era uso fare talora in Premier, per manifestare il suo apprezzamento per una sanzione che riteneva fischiata a suo favore, mentre in realtà l'arbitro era orientato in senso contrario. Apriti cielo. Il permaloso Doveri ha ritenuto che l'applauso significasse un'azione di scherno, come sono effettivamente adusi svariati giocatori della nostrale Serie A: reazione pavloviana. Commento del guerriero serbo: "è stato scioccante. Devo capire come gestiscono qui i cartellini, è diverso dall'Inghilterra". La distinzione geografica è lapalissiana, ma il confronto richiama il problema dell'"alterità culturale": occorrono, cioè mediazioni. Difficile però che queste possano venire da una categoria come quella degli arbitri italiani capace di adontarsi per un nonnulla e di reagire spropositatamente per ogni presunta "lesione all'onore": un costume che, ci insegnano gli antropologi, caratterizzerebbe da sempre civiltà e popolazioni del Mediterraneo rispetto a quelle dei Mari del Nord.

Nondimeno, se l'errore tecnico è comprensibile - e non esiste tecnologia che lo possa evitare in assoluto, anche perché spesso la "verità" svela la sua dimensione "pirandelliana" - e, al netto dei furori di parte, giustificabile, lo sono assai meno la suscettibilità e la presunzione delle nostre giacchette. E' soprattutto su questo punto che, a mio avviso, i nostri arbitri appaiono non all'altezza del proprio ruolo: dovrebbero essere dei mediatori sereni (come ricorda la vecchia formula dei giuristi medievali "Arbiter, arbitrator seu amicabilis compositor"), non dei caratteristi umorali come coloro che li giudicano.

Azor

5 maggio 2013

"Almost too perfect a metaphor for Italy itself"

"When I fell asleep in my hotel room after midnight, a platinum blonde woman and three ageing male pundits
on state TV were still debating the penalty’s validity" (Simon Kuper) [1]

Fateci caso. Nel calcio italiano manca sempre un rigore a qualcuno. A partita in corso giocatori e allenatori accerchiano e inseguono gli arbitri gridando al torto subito, alla fine si scatenano dirigenti, giornalisti e opinionisti. Le truppe cammellate degli ultras sono sempre in servizio permanente effettivo, e i talk show 24h alimentano la rabbia da bar e da social network.

26 Gennaio 2013, Juventus Stadium, Torino
La composta reazione di Antonio Conte al consueto torto arbitrale
È, il nostro, un calcio di rigore: non dei bilanci, ma di ipnosi collettiva. Vive di riflesso pavloviano: la mia squadra non ha vinto, o ha perso, per colpa dell'arbitro. Non esiste altra analisi possibile: tutte le spiegazioni alternative sono comunque subordinate. La frase principale è sempre la stessa: "diamo fastidio a qualcuno". Perfino chi ha costruito una squadra di superiore qualità tecnica e di maturo impianto tattico come la Juventus non si sottrae al rito: l'immagine dell'imbufalito Conte che punta l'indice sull'arbitro per il solito torto subito è l'emblema del (de)grado cui si è attualmente ridotta la nostra cultura calcistica.

Se non fossimo, per lo più, adusi al provincialismo e al tafazzismo, dovremmo fare lo sforzo di alzare lo sguardo, osservare i giardini degli altri, e considerare quello di casa con sguardo non condizionato. Lo so, è un esercizio difficile, perché mette in gioco le nostre pigre abitudini e sollecita a impegni nuovi, faticosi, che le nostre rendite di posizione, per quanto sempre meno remunerative e sempre più venefiche (per il bene comune, cioè per il nostro avvenire comune), ci inducono a rimandare e a tralasciare come se fossero medicine omeopatiche, utili sì ma di effetto non immediato. Così facendo, però, finiamo con l'accettare con una scrollata di spalle autoindulgente i pregiudizi e gli stereotipi con i quali gli stranieri ci descrivono per il loro tornaconto (economico e politico).

Anche gli osservatori che ci amano non sono teneri, e dicono cose fondate, che dovrebbero essere di stimolo a migliorarci. L'esempio più recente della nostra sordità culturale è stata l'intervista ad Andrea Agnelli raccolta da Simon Kuper - uno dei maggiori intellettuali calcistici viventi (autore di analisi magistrali come Football Against the Enemy, Ajax, The Dutch, the War, per non dire di Soccernomics) - e apparsa sul "Financial Times", dunque una sede per nulla neutrale, il 26 aprile 2013: My Juventus. Has Juve – and the whole Italian game – fallen victim to the nation’s problems itself? Andrea Agnelli, the latest scion of his family to run the legendary football club, offers an answer [leggi].

Il giovane Andrea Agnelli ascolta attento Luciano Moggi e Antonio Giraudo
La stampa italiana ne ha immediatamente rilanciato in lingua italiana alcuni passaggi, ma selettivamente: lasciando indietro le parti più scomode e indigeste, amplificando invece le affermazioni adeguate al nostro discorso pubblico. Basti qualche esempio: "La serie A non è più un punto di arrivo". Il presidente della Juventus punta il dito contro un sistema calcio provinciale e poco competitivo all'estero ("Corriere della sera"); "I nostri modelli sono i club inglesi, tedeschi e spagnoli, dobbiamo prendere il meglio da loro. Ma il calcio italiano, come il paese, ha bisogno di riforme strutturali". E torna a parlare di Calciopoli: "Da lì siamo ripartiti per tornare grandi" ("La Repubblica"); “Questa Juve è la mia creatura. Più che una meta per top player siamo diventati un campionato di transito" ("La Stampa"); "Il nostro movimento ha bisogno di interventi strutturali: la Serie A non è il miglior prodotto d'Europa, siamo un campionato di passaggio. Servono stadi, un Ministero dello Sport e rastrellare più risorse all'estero". E sulla squadra di Conte: "Ha un grande potenziale" ("Gazzetta dello sport"); "La mia Juve preferita? Quella del '96": "Quella squadra vinse la Champions perché gli avversari sentivano di aver perso prima di entrare in campo. Il calcio italiano deve cambiare se vuole tornare appetibile" ("Corriere dello sport"); "Juve, la donna che tutti vorrebbero": "Moggi? Anche gli altri chiamavano i designatori" ("Tuttosport"); "Moggi? Anche gli altri chiamavano gli arbitri". Il presidente: "Siamo la squadra più desiderata" ("TGCOM 24").

Nessuno si è chiesto perché Kuper avesse deciso di andare di persona a Torino, a visitare non solo la città ma le strutture dello Juventus FC, fino al nuovo stadio, in occasione della partita contro il Milan del 21 aprile scorso. Non si tratta della consueta intervista telefonica. Nel caso di Kuper è giornalismo d'antan, fatto in prima persona, de visu, sui luoghi, incontrando le persone. È il mitizzato giornalismo di inchiesta che le testate non praticano più, delegandolo ai giovani free-lance o, come da noi, alle Gabanelli.

Perché dunque Kuper si è scomodato di persona? Per verificare se la sua idea di fondo trovasse corrispondenza nella realtà. Quale idea? Che la decadenza italiana stia scavando anche nel calcio alcune nicchie di qualità, di brand, del made in Italy. Qualcosa che rimane comunque competitivo nel mercato del consumo globale, come Gucci o la Ferrari. E questo qualcosa appare adesso la Juventus. Non più - si badi - il calcio italiano, la Serie A, come era invece solo venti o trent'anni fa, ma solo la Juventus.

Ovviamente si tratta del punto di vista di Kuper. Ma è un punto di vista influente, perché espresso sul "Financial Times", e dunque fatto proprio dall'estabishment economico e politico internazionale. L'articolazione del discorso merita di essere analizzata, perché è quella con cui il calcio italiano - e dunque anche il paese - è ormai rappresentato dall'estero. Rischia cioè di fondare una "narrazione" prevalente, un senso comune, con i quali - ci piaccia o meno - dovremo confrontarci fino a quando non saremo capaci di cambiare e, speriamo, di migliorarci.

Calcio, cappuccino (e Gazzetta)
Simon Kuper ricorda come, nei primi anni 1990s, poco più che ventenne, veniva nel nostro paese per godere del calcio allora d'élite: "The beautiful Italian game of old is disappearing. I wrote in my first book, Football Against the Enemy, 20 years ago: 'When the football fan dies, he goes to Italy, where he finds the best players in the world, matches shown in full on public TV, and numerous daily sports newspapers. Nice weather, too'. For me as for many fans then, Italian football was hopelessly mixed up with memories of frothy cappuccinos, copies of the pink Gazzetta dello Sport studied at café tables, and sun-kissed stadiums as safe as family restaurants at a time when hooligans ravaged English football". (Mi sia consentita - in un inciso - una testimonianza personale: nel 1994 passai l'autunno a Londra, e la televisione inglese [ITV se non ricordo male] trasmetteva ogni domenica in diretta una partita di cartello della Serie A, con tanto di inviati e pre e postpartita. Ebbi modo così di gustarmi, tra le altre, anche un'appassinante Parma-Foggia (2:0, con gol di Dino Baggio e Fernando Couto negli ultimi minuti, il 20 novembre 1994, arbitro Graziano Cesari) della quale venne eletto "man of the match" nientedimeno che Pasquale Padalino. Facevamo tendenza così).

Alla nostalgia del ricordo Kuper oppone la dura realtà del presente: "Italian football isn’t beautiful any more. Italian football – corrupt, beset by violent thugs, economic decline, parochialism and lack of government – offers almost too perfect a metaphor for Italy itself. Like Ferrari (also in the Agnelli stable), or Gucci, or a brilliant corner café, Juventus is aiming for something very difficult: to be a pocket of excellence in a decaying country". Ad Agnelli che si chiede: “Is Italian football interesting to watch today?”, e si risponde: “Half the stadiums are empty, there is violence. I mean, it’s not the best product", Kuper replica "I point out that most of the problems he complains about are problems of Italy – of the country whose economy grew more slowly than that of any country except Haiti and Zimbabwe in the decade to 2010", e osserva come "Agnelli’s father Umberto once said, 'The team has followed the evolution of the nation'. Today, is the nation dragging down the team? “Correct,” Agnelli replies".

Inevitabilmente il discorso di Kuper cade sulla storia recente: "As with many things in Italy, Silvio Berlusconi must take some blame. When he was prime minister, Italy became a country where Berlusconi voters and Berlusconi haters watched Berlusconi’s team Milan thump teams subsidised by Berlusconi’s government on Berlusconi’s pay channels, in a league run by Berlusconi’s right-hand man Adriano Galliani, and then watched the highlights on Berlusconi’s free channel. The only thing Berlusconi didn’t do was carry out his government’s laws for making stadiums safer".

In sostanza, "Juventus has fallen victim to the problems of Italy itself". Kuper ricorda come Calciopoli "was the nadir of Juventus’s history. One image sums up the despair: that summer of 2006, the club executive Gianluca Pessotto sat in an upstairs window clasping a rosary, and let himself fall backwards on to the asphalt below. Thankfully he survived", e come "Juve’s current coach, Antonio Conte, was banned from the dugout for four months last year for having failed to report matchfixing he witnessed while coach of little Siena. Last summer Juve wooed Arsenal’s striker Robin van Persie, but after someone pointed out the sheer extent of Calcioscommesse to his agent, Van Persie joined Manchester United instead". La chiosa è cruda: "This is the context in which Agnelli leads Juve. This is the Italian morass, in which Juventus is trying to thrive".

Juventus ultras proudly display their language skills
Kuper ha apprezzato molto il nuovo stadio della Juventus: "It’s a very 21st-century stadium: there are even two crèches (“baby parks”, in Italian) for spectators’ kids. The 41,000 spectators sit close to the pitch, English-style. Two hours before kick-off I stood by the corner flag and saw how a player here could look straight into individual fans’ faces just yards away, separated from him only by Plexiglas, watching them scrutinise him. In Juve’s changing room I found the hairdryers (essentials of life for Italian footballers) plugged in and ready to go. There were hot and cold baths, four treatment tables, and a dinner table set with a fruit basket where the players would eat straight after the game. This was modernity – a rare commodity in Italian football. In some Italian stadiums you worry about firecrackers falling on your head, but the stands at Juventus felt safe. As Agnelli says, this is the sort of clean environment that encourages people to behave".

Peccato però che "some Juve fans racially abused Milan’s black midfielder Kevin-Prince Boateng. And the game itself plunged you firmly back into today’s impoverished Italy. A decade ago, Juve v Milan was possibly the best game in global football; no longer. Andrea Pirlo, Juve’s last great outfield player, turns 34 on May 19, and their great keeper Gianluigi Buffon is 35. Juve’s passing was awkward and slow. Watching poor Mirko Vucinic labour up front for Juve, you longed for the days when Platini and Zbigniew Boniek graced that space. No wonder almost all the journalists in the press stand were Italians: Juve-Milan has become a provincial affair. Watching this, you understood why Juve recently got thumped in the Champions League by Bayern Munich".

La conclusione di Kuper è preveggente: "If big football clubs really were the globalised behemoths without local souls that their critics see, life would be easy for Juventus. Then the club could forget Italy and play the international market. But even giant football clubs are irredeemably local. Most of their spectators, sponsors, rivals, and a great chunk of their paying TV viewers live inside their own borders. Juventus won’t sink with Italy. But with the country in its current state, not even the Agnelli family club can thrive".

Nessun cenno alle altre squadre italiane. Semplicemente scomparse dai radar. A vagheggiare un top player salvifico. Tra un torto arbitrale e l'altro.

Azor
[1] Peronaggi e interpreti: RAI (la "State TV"), Domenica sportiva (la trasmissione "after midnight"), Paola Ferrari (la "platinum blonde woman"), Marco Civoli, Fulvio Collovati, Gene Gnocchi, Emiliano Mondonico o Ivan Zazzaroni (a scelta, i "three ageing male pundits"). Il rigore in questione è quello concesso dal signor Luca Banti in Juventus-Milan del 21 aprile 2013.

22 aprile 2013

Quando qualcuno ti sbatte in faccia uno stereotipo

Come ha scritto John Foot in una delle sue pagine più ispirate [libro], "guardando Lilian Thuram, per la millesima volta nella sua carriera, stoppare la palla, alzare lo sguardo e passarla elegantemente a un centrocampista" non si può smettere di seguire e di amare il calcio, perché quei momenti "hanno fatto del calcio il gioco più bello" [vedi].

Con la stessa maestosa eleganza, con la stessa semplicità, Lilian gioca adesso un'altra partita a tutto campo. In una bella, breve, ma intensa intervista concessa a Emanuela Audisio [leggi], Thuram dice ancora una volta, senza retorica, alcune cose importanti sul razzismo e sulla centralità della cultura che meritano, a mio avviso, di non essere lasciate indietro, nel flusso mediatico.

La maestosa eleganza di Lilian Thuram
"Neri non si nasce, lo si diventa. Quando qualcuno ti sbatte in faccia uno stereotipo". 

I pregiudizi germogliano ovunque: "Giocavo in un club di portoghesi, volevo progredire e passare al Fointanebleau, società più forte. Venni sconsigliato dai miei compagni: quelli sono borghesi, non ti accetteranno. Invece trovai un'atmosfera amichevole".

"Bisogna riflettere sul passato per capire l'oggi. Perché c'è un sistema politico che divide in gruppi e ci campa: noi e loro, e loro non sono come noi, ma subalterni. E la stessa discriminazione la soffre la donna. Bisogna educare le nuove generazioni, cambiare il modo di vedere, non esistono per nascita esseri superiori. Ma devi avere voglia di studiare e di conoscere".

"Lo stadio è una fetta della società, la riflette, non la crea. Io ho più paura di chi lavora dentro il sistema. Come François Blaquart, dt della nazionale francese, che voleva imporre delle quote etniche, per limitare la presenza di giocatori neri. Bene ha fatto il Milan ha lasciare il campo dopo gli insulti a Boateng. A togliersi la maglia per primo però non dovrebbe essere il giocatore nero, ma i suoi compagni. Loro dovrebbero reagire e dire: signori miei, questi cori ci offendono, non rispecchiano i nostri valori, noi così non giochiamo. Bisogna lottare, non fare finta di niente. A Parma, in una partita contro il Milan, sento cantare 'Ibrahim Ba mangia banane sotto casa di Weah'. Dico ai miei compagni: devo andarci a parlare. Lascia perdere, è la risposta. Ma la sera non riesco a dormire, mi manca l'aria, quella frase mi picchia in testa, così vado a discutere con la curva. La domenica successiva i tifosi rispondono con lo striscione 'Thuram rispettaci'. Invece di riflettere su quello che avevo detto, si erano sentiti offesi loro".

"In più combatto il luogo comune che i neri siano favoriti nello sport, nella danza, nella musica. Quali neri? E in quali sport? Si dice: i neri sono veloci. All'inizio non erano degni di fare sport perché non abbastanza umani. Poi sono diventati vincenti perché a loro veniva facile essere aggressivi e bestiali. Assurdo. I neri sono stati scienziati, dottori, esploratori, poeti, ricercatori. Ma non ce lo raccontano mai. Hanno inventato tra l'altro il semaforo, l'asciugatrice, la trasfusione di sangue, il floppy disk".

"Come Einstein penso che il mondo è pericoloso non per quelli che fanno del male, ma per quelli che lo lasciano fare".

A me non pare che Lilian Thuram sia "un sociologo pasoliniano" come scrive l'intervistatrice. A me pare che Lilian sia semplicemente un grande campione. Non solo del mondo, ma di cultura e buon senso.

Azor

1 settembre 2012

Il pallottoliere 2012-2013: agosto

Il calcio come specchio della società

Le vicende del mese d'agosto 2012 sono raccontate nelle nostre Storie.

Totalizzatore (luglio-agosto 2012)

Morti in scontri tra ultras: 2
Ultras feriti: 25 (di cui 4 in Italia)
Agenti delle forze dell'ordine feriti da ultras: 5 (4)
Steward feriti da atti di hoologanismo: 1 (1)
Feriti (terzi) da atti di hooliganismo: 1
Giocatori o allenatori aggrediti e feriti da terzi: 1
Aggressioni di giocatori e dirigenti da parte di ultras: 3 (1)
Violenze di hooligans verso terzi: 2 (1)
Giocatori condannati per omicidio colposo: 1
Giocatori denunciati per violenze o abusi sessuali: 2
Giocatori condannati per violenze o abusi sessuali: 1
Giocatori condannati per traffico internazionale di droga: 1
Giocatori coinvolti in inchieste giudiziarie relative a parenti: 1
Resistenza a pubblico ufficiale da parte di giocatori: 1 (1)
Giocatori ubriachi alla guida di automobili: 2 (1)
Multe a giocatori (sobri) per guida pericolosa: 2
Scontri tra ultras fuori dagli stadi: 5 (2)
Scontri tra ultras all'interno degli stadi: 7 (1)
Scontri tra ultras e forze dell'ordine: 1 (1)
Offese verbali di ultras a ufficiali pubblici: 1 (1)
Ultras fermati o arrestati: 85 (35)
Ultras giudicati da tribunali penali e prosciolti: 28 (28)
Ultras condannati da tribunali penali e pene sospese: 3 (3)
Ultras condannati da tribunali penali con pena eseguita: 0
Aggressioni agli arbitri da parte di giocatori durante le partite: 4
Aggressioni agli arbitri da parte di allenatori durante le partite: 1
Partite sospese per aggressione agli arbitri da parte di giocatori: 1
Mega squalifiche a giocatori per "grave condotta antisportiva": 3
Aggressioni e risse tra giocatori durante gli allenamenti: 3 (2)
Partite sospese per violenze tra ultras: 1
Squalifiche a club per violenze ultras ("responsabilità oggettiva"): 5 (1)
Squalifiche di giocatori per doping: 2
Squalifiche di medici per doping a giocatori: 2
Amnistie (disdicevoli) da parte dell'UEFA: 1
Amnistie (disdicevoli) da parte di altre federazioni: 1
Corruzione di dirigenti calcistici: 1
Squalifiche di giocatori o dirigenti per partite truccate: 1
Biscotti: 1
Evasione fiscale da parte di club: 1
Episodi di razzismo tra calciatori: 3
Episodi di razzismo contro calciatori da parte di ultras: 1
Giocatori sull'orlo del fallimento (economico): 1
Dichiarazioni esilaranti: 3 (1)
Terremoti provocati da tifosi: 1
Giocatori ubriachi (paparazzati): 1
Caso Berbatov: 1
Bestiario italico:
- presidenti mitomani: 1
- dichiarazioni pittoresche da parte di presidenti e dirigenti di club: 3
- dichiarazioni evitabili da parte di allenatori incacchiati: 1


NOTA BENE: I dati relativi all'Italia sono sovrastimati rispetto a quelli relativi agli altri paesi per la minore risonanza mediatica di questi sulla stampa italiana.

11 luglio 2012

Stelle cadenti

Espressioni tipiche 1:
José Mourinho
Finiti gli europei - calcisticamente parlando una vera festa - si torna alla normalità. Alla droga del cosiddetto "calciomercato" quotidianamente spacciata dai fogli sportivi e non solo, si sommano gli squallidi comportamenti di alcuni fra i principali attori del circo.
Espressioni tipiche 2:
Andrea Agnelli
Mourinho che minaccia di malmenare una donna colpevole di aver detto "forza Barça" in sua presenza; il presidente della Juventus che ordina la scucitura delle stelle dalle maglie bianconere: "rifiutiamo il calcolo degli scudetti della FIGC". Gesta, gesti e parole ormai peggio che nauseanti, che meriterebbero provvedimenti più che commenti: per noi, documentano soprattutto una paurosa deriva antropologica e culturale cui, fortunatamente, il football sopravviverà.

Mans

24 giugno 2012

Benvenute a 'ste invertite

Oggi - col vostro permesso - parlo di froci anch'io. Come abbiamo visto, il Dizionario attesta l'entrata in uso del termine nel 1955. Ricordo con nostalgia come nella ribollente sinistra degli anni '70 alcuni omosessuali senza fisime fondarono i mitici "collettivi frocialisti" (o "falce e finocchio", alcune tra le più creative invenzioni politiche e linguistiche dell'area dell'allora, vera e autentica, autonomia: leader simpaticissimo ne era Samuel Pinto, meglio nota come Lola Puñales). E rammento anche come lo scrittore Alessandro Piperno abbia rievocato come nei più frivoli anni intorno al 2000 avesse dato vita con alcuni amici a un gruppo di tifosi laziali che si era dato il nome di "Froci del Mancio". Nei nostri plumbei anni del perbenismo politicamente corretto, invece, siamo ormai diventati tutti gay, un genere di consumo (come il pane a forma di fallo in vendita nelle panetterie del Marais), una moda, ahimè. Che tristezza. Chi scrive coltiva una venerazione profonda per Pier Paolo Pasolini - personaggio sessualmente inequivocabile - e ritiene che l'omaggio più sincero e affettuoso (commovente in certi tratti) che gli sia stato tributato sia il fulminante cortometraggio di Daniele Ciprì e Franco Maresco dal titolo altrettanto inequivocabile Arruso [vedine qui un estratto di lancinante bellezza]. Questo per dire che la pensiamo ormai da tempo come Robert Hughes (omosessuale anche lui): "Basta con la cultura del piagnisteo, basta con la saga del politicamente corretto, basta con il bigottismo progressista" [vedi il manifesto].

Cosa c'entra tutto ciò con l'Europedata? Ci arrivo. Quando ero piccolo, negli anni '60 della grande Inter e dei Comizi d'amore, i termini più in voga erano altri ancora: "checca", con una venatura più frocialista, e "invertito", con un'ambiguità più borghese. E arrivo al dunque. Le due squadre che si affrontano questa sera per l'ultimo quarto sono inequivocabilmente delle "invertite", come si sarebbe detto, con un sorriso ammiccante, nei salotti riuniti intorno a un enorme televisore in bianco e nero nei minuti d'attesa prima della partita. Perché "invertite"? Perché vanno entrambe contro natura. Contro la loro tradizione calcistica, cioè.

Due telamoni della Deutsche Nationalmannschaft degli anni '70:
uno ha già fatto outing, l'altro è invecchiato arrossendo
È vero, viviamo tempi di trozkismo sportivo, come ha scritto Alessandro De Calò, e cioè di predisposizione alla rivoluzione permanente nei canoni tattici. La Spagna di Del Bosque, come quella di Guardiola, esplora la frontiera di un gioco fatto solo di centrocampisti (manca Villa, ok, ma è anche vero che questi non è un centravanti classico a boa ma un bomber atipico che dà il meglio di sé convergendo e triangolando da fuori area). La Germania di Gioacchino si ispira, nel proporsi con fluidità in avanti, anche alla Nationalmannschaft di Helmut Schön, quella che propose un calcio totale alla teutonica di contro a quello olandese, fatto di rapidità, qualità e intensità (anche se fatico a riconoscere nei ragazzi attuali dei nuovi Netzer, Hoeness o Breitner). Ma in entrambi i casi la sperimentazione si svolge nell'ambito della propria tradizione calcistica (il fraseggio spagnolo, il dinamismo tedesco). Innova, ma non intacca l'identità culturale.

Diverso è il discorso di Inghilterra e Italia. Keir Radnedge su "World Soccer" scrive che Roy Hodgson "is a football intellectual - and something of a personal one - who talks straight and will not complicate matters" (perché consapevole che "whatever his personal predilections for Milan Kundera and Martin Amis, quoting them on the training pitch is not an option"). Ed è vero, ma il 4-4-2 lineare adottato dal nostro Benny non ha nulla di "sacchiano" come ho letto e ascoltato in questi giorni: mastro Arrigo puntava al possesso palla e muoveva in continuazione il baricentro della squadra tenendola stretta per sfruttare sia le ripartenze sia il gioco avvolgente. Hodgson invece lascia all'altra squadra iniziativa e pallone, si arrocca dietro e punta agli spazi alle spalle della linea difensiva avversaria; non mira al possesso ma a sfruttare al massimo le occasioni e i calci da fermo. In questo va contro a tutta la tradizione del calcio di kick and run, di WM, di impeto fisico e agonistico d'attacco del soccer britannico. È davvero un rivoluzionario, ma non perché viva un'utopia: più semplicemente è un uomo colto, pragmatico, che ha girato il mondo ed è conscio di avere venti ronzini e un paio di campioni e dunque sperimenta una via semplice per farli giocare al meglio dei loro limiti, anche se questo passa attraverso l'inversione della tradizione culturale.

Un altro invertito è il nostro caro San Cesare da Orzinuovi, cresciuto osservando dalla panca la Juve di Trapattoni, ma allenatore inquieto, incapace di adattarsi al tatticismo esasperato della nostra tradizione, fautore di un calcio "diverso" sin dai tempi del Venezia che riportò in serie A in una stagione memorabile. Prandelli è uno dei pochi grandi maestri di calcio contemporanei, capace di plasmare le squadre che allena, e la cui mano appare evidente osservandole in campo. Non è un rivoluzionario, non ha utopie tattiche, ma è uomo colto anch'egli, attento alle innovazioni. Così la sua scelta di ricostruire la nazionale dopo le macerie del Sud Africa attraverso la ricerca del gioco è in primo luogo una pedagogia morale rispetto alla tradizione del cinismo e dell'individualismo italico. Così facendo, però, va inevitabilmente contro la nostra tradizione culturale. È un padano anche lui, e forse Gioanbrerafucarlo lo avrebbe guardato con affetto, ma credo anche che lo avrebbe biasimato e sollecitato al rispetto della tradizione "femminile" del nostro calcio (aprire le gambe, invitare, illudere, e poi colpire di rimessa). È vero anche però che ormai è passato un mezzo secolo dai tempi eroici della nostra inferiorità etnico-culturale, che i femori non sono più così corti, e che i ragazzi neri parlano ormai in bresciano e calcano la scena inglese. Cesare questo lo sa bene e ci lavora sopra. Nondimeno, va contro la nostra identità profonda.

Per questo stasera a Kiev la partita sarà completamente inedita, "diversa", vada come vada. Ma va bene così, ci piace il nuovo se non è improvvisazione ma esito di una ricerca. Dunque, "benvenuti a 'sti frocioni", per concederci per una volta una citazione colta.

Azor

21 giugno 2012

La politica nel pallone

I giornali di oggi riportano due o tre chicche per il morso dello scorpione di Higuita che non possiamo lasciare cadere.

6 giugno 2012, Danzica
Angela Merkel cena con la Nazionale tedesca
Ai tempi del Caimano gli ossessionati ci hanno rintronato quotidianamente sul fatto che non siamo un paese serio e che la Germania e suoi politici invece sì ... Ora la guida Angela Merkel, a lungo - e temo tuttora - reputata politica migliore dei nostri: io mi limito a riportare il giudizio lapidario che ne ha dato uno dei più grandi politici (lui sì) europei del secolo scorso, Helmut Kohl il 18 luglio 2011: "Sta rovinando la mia Europa" [vedi l'articolo di Guido "nerazzurro" Rossi su "Il Sole 24 Ore"]. Bene, l'Angelona ha chiesto al nostro prof. Mario Monti - autore del pensiero non occulto "Fermare il calcio per due o tre anni: è un desiderio che a volte sento dentro di me" - e ai premier francese, Francois Hollande, e spagnolo, Mariano Rajoy, di poter anticipare di alcune ore il vertice sulle prospettive finanziarie e politiche dell'euro previsto a Roma domani per poter essere a Danzica alle 20:45 in tempo per Germania-Grecia. Vi immaginate se l'avesse chiesto il Cavaliere in che vespaio mediatico saremmo? Invece tutti zitti [la notizia è qui]. Ma fin qui passi. La cosa buffa è che Monti ha abbozzato e accolto la richiesta. Dunque ci vengono alcuni dubbi: il nostro professore non ha ancora capito quali sono i valori assoluti? La Merkel è davvero una statista seria? Il calcio è più importante del momento economico? E se poi opliti ed efialti le sconfiggessero sotto gli occhi l'esercito teutonico?

Walter Veltroni e Massimo D'Alema
ai tempi delle convocazioni di Enzo Bearzot
E veniamo all'enfant du pays, Matteo Renzi. Leggo che ieri in una trasmissione televisiva ha dichiarato: "D'Alema e Veltroni stanno in parlamento, calcisticamente parlando, da quando c'era Bearzot; oggi c'è Prandelli. C'era Paolo Rossi, ora c'è Balotelli". Vero, anzi verissimo. Dunque il calcio è davvero la misura della politica, anche per quelli che hanno vissuto per anni (anche quando erano al governo) nell'ossessione per la "discesa in campo" e per l'appropriazione del grido di sostegno "Forza Italia!"?


Politici romani e padani uniti dalla forchetta
Oggi sono trascorsi invano 76 giorni dall'impegno dei presidenti delle Camere per la riforma del finanziamento ai partiti italiani, come ci ricorda il timer sul sito del "Corriere". E oggi leggo che i nostri Azzurri hanno deciso di non discutere l'entità del premio per il raggiungimento della semifinale e di devolverne una parte in aiuto alle popolazioni dell'Emilia colpite dal terremoto [la notizia è qui]. Mettiamo in connessione le due notizie non per vetero qualunquismo ma perché ricordiamo come l'allora ministro della Repubblica Roberto Calderoli dichiarò nel 2010 che "gli azzurri sono bimbi viziati". Viene da chiedersi, purtroppo, se ormai non siano migliori i nostri nazionali rispetto ai politici nazionali. Il link lo ha fatto il dentista prestato alla politica. Forse perché conosce l'effetto che fa sull'apparato ortodonziaco l'abboffata dei forchettoni. A spese del contribuente. Sono loro ad alimentare l'antipolitica e ad aprire la strada alla dittatura prossima ventura. Un dramma imminente.

20 giugno 2012

L'antiromantico

19 giugno 2012, Donbass Arena, Donetsk
Il posizionamento di István Vad
István Vad è un arbitro internazionale di modesta caratura [scheda]. Probabilmente non passerà alla storia come l'altrettanto modesto pedatore Jean-Marc Bosman, ma rischia di essere lui uno dei responsabili maggiori dell'archiviazione della sperimentazione dei giudici di porta, fortemente voluta da Le Roi. Ieri sera Vad non ha visto dentro il pallone del possibile pareggio dell'Ucraina e ha invece giudicato sulla linea la respinta disperata di John Terry sul tiro di Marko Dević. L'impressione è che Vad fosse mal posizionato, troppo distante dalla porta, il che è quasi un paradosso. Si ricorderà come inizialmente i giudici fossero stati previsti e disposti oltre il secondo palo rispetto ai guardalinee, diciamo a vertice della diagonale dell'arbitro; poi è stata evidentemente valutata la convenienza di spostarli anch'essi dalla parte del guardalinee lasciando all'arbitro tutta la responsabilità della visione sul lato opposto dell'area. Ma è la distanza dal palo ciò che conta: ci sono giudici che stanno tra questo e l'intersezione dell'area di porta (così, per esempio, mi ricordo di aver visto più volte Tagliavento che assiste Rizzoli in questo Europeo), altri che stanno tra questa e quella dell'area di rigore. Vad ieri ha sempre stazionato in questa zona, come si evince dalla foto qui sopra, a una distanza superiore perlomeno ai 5,5 metri di traccia della linea: diciamo che stava almeno a 8 metri, quindi, a spanna, almeno a 10 metri dal piede di Terry. Probabilmente è anche per questo che non ha saputo ben valutare l'unica azione critica in cui era richiesta la sua expertise. Ha fallito miseramente.

La sua però potrebbe essere la piuma che fa franare un edificio. Il 5 luglio si riunirà infatti uno dei club più anacronistici e incredibili del mondo del calcio, l'International Football Association Board, un'accolita di 8 persone, di cui quattro designati dalle federazioni calcistiche di Scozia, Galles, Inghilterra e Irlanda del Nord. Uno spasso come la Benny Hill' Club Band, più o meno, non fosse che, sotto l'apparenza austera e british (più whisky che birra in sostanza), sia ormai al soldo del capostazione svizzero. Il quale, non avendo mai giocato al calcio, non ne percepisce il fascino antico che ha invece vissuto Roi Michel, che, non a caso, sostiene che bisogna mettere nel gioco gli errori arbitrali così come quelli dei giocatori e degli allenatori, senza cedere alle tecnologie. È una visione romantica del calcio - la stessa evocata da Dino Zoff nell'intervista al momento del suo ritiro da giocatore ("Cosa le mancherà di più?". Risposta: "L'odore dell'erba") - che dobbiamo riconoscere a Le Roi. Ha ragione lui: la tecnologia snaturerà il gioco più bello del mondo, che è fatto anche delle sue sviste e delle sue polemiche (memorabile l'incazzatura di Oleh Volodymyrovyč Blokhin [si pronuncia Blokìn, con l'accento sulla i: la fonte è sempre Vassilij] di ieri sera). Ci attende un calcio anestetizzato, brutto come questi anni di devices e protesi digitali. Ci attende non perché Herr Blatter non sia romantico a sua volta, ma perché prevale in lui l'affarismo (quello che ha portato alla non limpidissima - eufemismo - designazione del Quatar, per intenderci): installare le tecnologie è un boccone enorme, con percentuali e fette di torta per tutti. Altro che pasticceria da campo. È per questo che ce l'avremo per sempre con Vad, l'antiromantico.

Azor

17 giugno 2012

Anime morte ed opliti imperituri

Che serata! Altro che pasticceria. Qui ci vorrebbero Ivan Aleksàndrovič Gončaròv e Nikolaj Vasil'evič Gogol' per cercare di perscrutare nell'anima dei giocatori russi, in quel senso di apatia, di torpore e di mollezza che li ha inaspettatamente avvinti nel secondo tempo contro i greci, assatanati opliti alle Termopili. Anime morte, afflitte da oblomovismo, incapaci di reagire al gol regalato a quella volpe astuta di Giorgos Karagounis da un erroraccio di Sergei Ignashevich negli ultimi secondi del primo tempo. Solo Dick Advocaat ha intuito il dramma che stava per compiersi, ancor prima che da Wroclaw giungesse la notizia del gol di Petr Jiráček alla metà della ripresa che condannava la Russia all'eliminazione: ma l'allenatore olandese ha dovuto assistere, tra l'incredulo e l'incazzato assai, al black out ancestrale di una cultura a lui, in definitiva, estranea. Non credo ci sia altra spiegazione possibile alla non pronosticata débâcle di una squadra che ha perso sicurezza di sé partita dopo partita, dopo un inizio tatticamente e tecnicamente impeccabile proprio contro quei cechi che poi sarebbero arrivati primi nel girone. Anime morte.

Gli opliti greci paiono ormai pronti a opporsi all'esercito dei barbari teutonici
Di contro è l'impresa greca, che rievoca i fasti del 2004. Una squadra che sembrava spacciata come il proprio paese, e che invece in ogni partita ha combattuto su ogni pallone ed è salita all'Olimpo giusto all'ultimo stadio, dopo aver pagato il solito dazio ambientale ai padroni di casa nell'incontro inaugurale ed essersi arresa ai cechi di strettissima misura. A meno di altri impronosticati rovesciamenti nelle partite di domani sera, ci attende il 22 giugno 2012, all'Arena di Gdansk, il quarto di finale che auspicavo per motivi storici e politici.

A esacerbarlo potrebbe essere anche l'esito delle elezioni di domani in Grecia e le prospettiva di uscita del paese dal sistema monetario europeo. Comunque la si giri, la Grecia - che ha le sue colpe, le sue scaltrezze e le sue ignavie mediterranee - è stata vittima di un'oscena politica guidata dalla Germania e dai "paesi seri" del nord Europa, che ha costretto il suo popolo a un repentino e dolorosissimo ritorno a un passato povero e petroso. Sulla pelle, sulle emozioni e sull'immaginario dei greci si è consumata una delle pagine più vergognose dell'Unione europea e probabilmente il suo fallimento. Anche per questo, la partita di venerdì prossimo non sarà solo una partita di calcio, ma come spesso accade - ed è giusto che accada per il valore universale e culturale del gioco più bello del mondo - avrà significati che trascenderanno le gesta sul campo. La grande Germania sarà sola contro l'Europa, i greci avranno con loro tutti i popoli che stanno soffrendo gli errori di una classe dirigente eurocratica inadeguata e corrotta, da combattere e sconfiggere non solo nei nostri amati santuari ma anche nelle piazze, nelle cabine elettorali e nell'elaborazione di un pensiero che opponga alla drammatica ignoranza dei tecnici e degli economisti che ci hanno condotto a questa morta gora il senso profondo dei valori storici e umanistici dell'Occidente. Di cui le città greche sono state la culla 2.500 anni fa e grazie alle quali siamo ancora qui a poterne parlare in libertà e in democrazia.

Azor

16 giugno 2012

Nono Colussi

Le Roi detta la linea 
"Il sospetto è legittimo, anche se è normale che sia finita così, perché quando a due squadre serve lo stesso risultato per passare il turno l'antagonismo viene messo da parte. Infatti io ero sicuro che finisse così, tant'è vero che ho anche scommesso con degli amici su quel risultato".

No, non è Gigione nostro l'autore di questa frase, ma il serafico Roi Souriant, dopo il biscottone di Svezia-Danimarca nell'Euro 2004.

In cucina, intanto, alcuni mastri mettono le mani infarinate avanti. Vedan Corluka: "Sono pure stupidaggini, noi guardiamo soltanto a noi stessi e tenteremo di vincere contro la Spagna, così qualsiasi allusione o combinazione sarà inutile. Mi sembra che siano altri ad avere problemi con partite truccate; che Buffon guardi nel suo orto". Darijo Srna, il capitano: "Se a Buffon piace scommettere sulle partite, non significa che piaccia anche a noi. Ma non credo che abbia veramente pensato a una partita combinata, probabilmente scherzava".

L'occasione è ghiotta (in tutti i sensi) per mettere in archivio le torte meglio confezionate a livello di Nazionali:
- 1978, Mondiali in Argentina: Argentina-Perù 6-0, eroe il portiere Ramón Quiroga;
- 1982, Mondiali in Spagna: Germania-Austria 1-0, e l'oscena melina di 80 minuti dei connazionali dell'ex Reichskanzler davanti a centinaia di immigrati dal Maghreb che cercarono invano di invadere il campo di Gijon;
- 2004, Europei in Portogallo: Svezia-Danimarca 2-2, e il pianto dirotto del giovane Sant'Antonio.

En passant: quattro delle sei nazionali pasticciere appartengono al novero dei cosiddetti "paesi seri", che i nostri moralisti in servizio permanente effettivo ci additano un giorno sì e uno no quando sputano sul piatto di spaghetti. Ma quando la finiremo di credere alle favole?

Azor

14 giugno 2012

Sant'Antonio

Con un giorno di ritardo dalla ricorrenza della festa del mio santo protettore vorrei celebrare la mia devozione a Sant'Antonio da Bari. Ci lamentiamo sempre che gli attori del circo pallonaro non dicono mai quello che pensano davvero e poi facciamo i moralisti su quel che dice Cassano? Ma - dico - scherziamo? Ce ne fossero di personaggi del genere ...

Dove lo troviamo un altro che dice schietto schietto: "Balotelli al Milan? E allora chi gioca? Facciamo come Oronzo Canà e pratichiamo il 5-5-5"? "Non pensavo di giocare l'Europeo. Ho avuto la grazia e voglio essere protagonista". "Mario o Di Natale? L'importante è che giochi io". "Mi hanno detto: 'Fai da tutor a Balotelli'. Pensate un po' come siamo messi ...". "Mario mi ha detto che voleva passarmela. Gli ho risposto: 'Sì, vallo a raccontare ai giornalisti. Con la stecca che hai dovevi sfondare la porta'". Sulla malattia: "Me la sono fatta sotto di brutto". "Domenica dopo la partita l'allenatore spagnolo in seconda si è lamentato con me perché non gli abbiamo permesso di far bagnare il campo. 'E bravo - gli ho detto -, così facevate il 100 per cento di possesso e noi la palla non la vedevamo proprio'. Sono dei figli di buona donna". "A Casillas ho dato una stecca perché sono nato stanco e non volevo rincorre la palla. Casillas mi ha deto qualcosa e io gli ho parlato in barese". "Quando il Real ha vinto il campionato non ero contento. A me piace molto di più il Barcellona, perché gioca meglio. Messi? A volte sono lì che lo guardo in TV alla quattro del mattino. Mi diverte tanto". Alla domanda su Roma, Totti e Zeman: "Ma tu per caso sei laziale? [...] Come fai a dire a Totti di correre? Boh, è dura".

Devozioni eccellenti e sospette
Ah, sì, poi c'è la questione della pubblicità che si è fatto Cecchi Pavone (avrà sicuramente un libro in uscita o una trasmissione in arrivo). Ho consultato il Dizionario della Lingua Italiana di Sabatini Coletti: "frocio [frò-cio] s.m. (pl. -ci) • volg. Omosessuale maschile • Anche in funzione di agg. • dim. frocetto | accr. frocione • a. 1955". Noi dobbiamo essere filologici, il Pavone magari facesse i nomi. Così la finiamo una volta per tutte. E ben vengano anche i gay. Siamo ecumenici: c'è posto per tutti. Anche per Lapo Elkann.

Azor

29 maggio 2012

Terremoti

Sono giorni di terremoti, purtroppo. Accanto a quello tragico che sta drammaticamente piegando l'Emilia e che spezza la vita delle persone, la scossa è arrivata anche al vertice del calcio italico. Un evento che non giunge inaspettato come invece i subbugli di Gea. Ma la botta è dura lo stesso.

Cerchiamo però di dare un ordine eupallico alla cosa, per non farci travolgere dal qualunquismo e dal letame che alcuni media specializzati - quelli orfani del Caimano per intendersi - usano come linguaggio per tutte le stagioni e amano scagliare vorticosamente. Scrive giustamente Giovanni Bianconi sul "Corriere della sera" di oggi [leggi] che questa ennesima indagine - che uno dei suoi inquirenti di punta, uno dei tanti magistrati che ama parlare in pubblico, Guido Salvini, ha definito "non meno grave di fenomeni di corruzione che avvengono nel campo politico-amministrativo" - rischia di acuire la disaffezione degli italiani non solo dalla politica ma anche dal calcio.

E qui sta il punto. Quale calcio? Quello intossicato dal tifo e dalle contiguità criminali? Quello del "devi morire" e del "meglio ladri che gobbi"? C'è solo da auguarsi che gli appassionati prendano le distanze da un ambiente in cui i giocatori sono ultras e gli ultras presidenti e i presidenti dei faccendieri e i giornalisti delle prostitute per tifosi utilizzatori finali, in un cerchio magico e grottesco.

Tra tante vestali del moralismo in servizio permanente effettivo, assumiamo un punto di vista morale molto semplice, guidato dal buon senso: gli inquirenti vadano fino in fondo, i giudici siano giusti, le pene siano severe e soprattutto senza sconti. Ma non si creda poi che il problema possa rimuoversi così. Il calcio non è solo un'industria ma una pratica sociale, planetaria. Vive in simbiosi con l'evoluzione della società e non su Marte o in una linda bolla di anime belle.

Una delle pagine più brutte
della Germania del Novecento
I giocatori e gli allenatori sotto inchiesta in Italia hanno probabilmente intascato soldi che vengono da Singapore, passando attraverso le reti criminali slave e ungare e non solo campane. Il qualunquismo mediatico internazionale vuole che sia l'ennesima conferma dell'immagine infetta del nostro paese. Giovanni Trapattoni è sincero quando dice "che lasciamo una brutta immagine del nostro calcio. Da italiano la prima sensazione è che veniamo derisi all'estero, rimane il fatto che venivamo sempre additati come intrallazzoni, mafiosi e questo fa male perchè io posso dire di aver pagato lo scotto di un atteggiamento che ci coinvolge tutti". Ma - si noti - siamo ai soliti cortocircuiti sugli stereotipi nazionali, come ha confermato subito certa stampa tedesca.

In realtà, il giornalismo serio di inchiesta - come quella condotta dalla "Gazzetta dello sport" tra il dicembre 2010 e il febbraio 2011 - ha messo bene in evidenza come siano coinvolti moltissimi campionati in Europa e nel mondo: non solo quelli italiani, ma anche quelli tedeschi, svizzeri e turchi per stare al certo delle inchieste in atto in vari paesi (in Turchia, per chi non lo ricordasse, è finito in prigione addirittura il presidente del Fenerbahce, e la Federazione calcistica locale ha congelato le retrocessioni per non evirarsi delle squadre di vertice e per non causare rivolte di popolo). Anche molte partire della Champions League sono sotto osservazione, come sa bene Michel Platini. E d'altra parte le non limpide assegnazioni degli Europei all'Ucraina e alla Polonia o dei Mondiali alla Russia e al Quatar mostrano come il pesce puzzi dalla testa.

Attenzione, però: non invochiamo qui il "tutto il mondo è paese" per lavarcene cinicamente le mani. Tutt'altro. Invochiamo al contrario una presa di coscienza generale che non può che passare attraverso la conoscenza e la cultura. Come in molti altri settori della nostra vita attuale occorre un forte investimento, individuale e collettivo, in educazione, e in cultura umanistica in particolare (latino e greco, arte e storia, letteratura e linguistica, etc., per intenderci: sì, proprio quella che non fa mangiare). Solo con questi strumenti si possono superare la povertà intellettuale degli stereotipi e della pornografia mediatica che ammorbano l'analisi della crisi greca quanto quella del calcio corrotto.

1963: Pier Paolo Paolini intervista i giocatori del Bologna
per il suo film inchiesta Comizi d'amore
Lo aveva capito benissimo Pier Paolo Pasolini, uno dei figli prediletti di Eupalla e uno dei pochi veri intellettuali italiani del Novecento, quando andava a intervistare sui temi del costume e dell'eros i giocatori del Bologna della generazione dei Pascutti e dei Bulgarelli (che notò, in realtà, come PPP avesse "un gran desiderio di parlare di calcio: io provavo a ribellarmi, a me interessava altro, ma lui monopolizzava tutti i discorsi, voleva sapere tutto dell’ambiente in cui vivevamo"), o quando ci ricordava che il catenaccio "è un calcio di prosa basato sulla sintassi, ossia sul gioco collettivo e organizzato, e che il suo solo momento poetico è il contropiede". Non era un ingenuo sognatore, non inseguiva le lucciole, ma il mistero della vita in una delle sue epifanie più espressive e conturbanti.

Nello sguardo tenero e riconoscente di Pep Guardiola ai suoi prodi, nelle pensose passeggiate mani dietro alla schiena di Marcelo Bielsa, nello studio attento e prodromico dei rigoristi del Bayern da parte di Petr Čech, in una partita monumentale come quella di Didier Drogba alla Fußball Arena di Monaco stanno ancora - e proprio nei giorni a noi più prossimi nel ricordo - la vera essenza, l'intensità e il mistero del gioco più bello del mondo. E' da qui che occorre ripartire, senza bende sugli occhi ma anche senza infingimenti.