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2 settembre 2013

Il figliuol prodigo

Finalmente Galliani ce l'ha fatta. Kakà torna all'ovile. La pecorella smarrita nei meandri del Bernabéu, l'ex pallone d'oro che - arrivato a Madrid per una cifra folle e e lì rimasto con un contratto principesco - in tre anni ha dato ben pochi segni di sé, perdendo il posto nella Seleçao, mai acquisendo la fiducia di Mourinho, risultando evidentemente superfluo anche per i disegni di Carletto, cioè di colui che l'aveva trasformato in una stella planetaria.

Naturalmente, vista la rosa attuale del Milan, Riccardino potrebbe anche brillare, ma sarà costretto probabilmente a ballare ritmi che non conosce. Il nuovo 'credo' imposto dalla società prevede il trequartista (il brasiliano questo farà) dietro le due punte - di qui, anche l'acquisto di Matri, preteso da Allegri non in sé ma, appunto, in vista della virata tattica cui è costretto. Bene o male, era riuscito a disporre in campo un XI efficiente, un 4-3-3 di rara basicità; ora proverà di nuovo a fare risultati, sacrificando il faraone, tenendo fisso a centrocampo il Grande e Lentissimo Randellatore Olandese, affiancato da Montolivo - a cucire il gioco tra difesa e trequarti - e Muntari/Poli. Un reparto, come tutti vedono - specie se Poli starà più spesso in panca che in campo - di pura staticità, e che ha perso, con Boateng, un pedatore capace di inventare partite e giocate da stropicciarsi gli occhi e comunque sicuramente mobile e imprevedibile. Kakà potrebbe adattarsi a questa impostazione se avesse una decina d'anni in meno; il meglio lo diede come seconda punta, immarcabile negli spazi. Sei o sette anni fa. Poiché non ha tra le sue doti migliori la visione rapida del gioco, né un tocco particolarmente vellutato, difficilmente si rivelerà una scelta azzeccata. A ogni modo, sia festa, e festeggino gli aficionados rossoneri correndo in massa al botteghino, tutti insieme, cantando la loro vecchia canzone: "Siam venuti fin qua, siam venuti fin qua, per vedere segnare Kakà".

Mans

1 luglio 2013

La fine di un'epoca

Concediamo le attenuanti generiche (il Brasile giocava in casa di fronte all'imperativo della vittoria) e specifiche (la Spagna è giunta alla finale non alle medesime condizioni di riposo e climatiche). Paghiamo la gabella allo scetticismo sul valore intrinseco della Conf Cup. E non sopravvalutiamo 90 minuti di bel calcio. Ma è stata una partita epocale, a mio avviso. L'equivalente, tra nazionali, di Bayern - Barcelona del 23 aprile scorso [vedi]. Epocale perché segna la fine dell'imbattibilità, e soprattutto dell'aura della Roja. Provo ad argomentare - in breve - in attesa di leggere commenti più autorevoli.

30 giugno 2013, Estadio do Maracana, Rio de Janeiro
Le menti: Carlos Alberto Parreira abbraccia Luiz Felipe Scolari
L'artefice della grande partita di ieri sera è stato a mio avviso Carlos Alberto Parreira, il tattico, l'intellettuale della coppia che guida la Seleção. Noi vediamo Luiz Felipe Scolari sbracciarsi, alzare la voce e tenere le conferenze stampa, ma le scelte e gli assetti sono decisi in coppia: poi Felipao assume la guida in campo. Parreira è uno dei più grandi uomini di calcio viventi; tra i santoni è a livello del nostro Righetto, per intenderci. Per dirne solo una: nel 2003, in un seminario organizzato dalla FIFA preconizzò l'evoluzione tattica verso il 4-6-0, poi inveratosi nella Spagna 2012 [fonte]. Non è un visionario, ma uno studioso. Due giorni fa si era detto fiducioso di poter battere la Spagna: "Com vontade, determinação e inteligência, a Espanha pode ser batida" [leggi]. E così è stato. Con lo studio, la didattica e l'applicazione dei giocatori.

Il Brasile non ha giocato secondo tradizione ("jogo bonito" e amenità del genere), ma secondo i dettami più avanzati del calcio attuale. Ha giocato all'europea. Meglio: come il Bayern di Heynkes, che è stato evidentemente ben studiato, vivisezionato e illustrato ai giovani verdeoro. La prima mezz'ora è stata tra le più belle della stagione 2013. La fase difensiva cominciava da Fred, Neymar e Hulk, che impedivano alla Spagna di avviare il gioco nella sua metà campo: un pressing spettacolare [che si può rivedere qui]. Appena gli iberici perdevano palla scattava una ripartenza fulminea, travolgente. Fred ha giocato come Mario Mandžukić, una partita impressionate, da area ad area. Anche Neymar ha smesso i panni del fenomeno per assumere quelli del campione. Si è fatto un mazzo in mezzo al campo, e ha segnato un gol per il quale Paolo Condò ha scomodato nientemeno che il paragone con l'"artistica violenza" del regista John Woo e del "suo iper-realismo": che, in effetti, ha fatto secco Casillas.

Il braccio: Neymar "John Woo" ha appena stecchito Iker Casillas
I campioni del mondo si sono battuti senza risparmio, va riconosciuto. A parte il rigore sprecato malamente da Ramos e il "gol" di David Luiz a fine primo tempo (era gol fatto di Pedro), ricordo che Villa ha esaltato due volte nei venti minuti finali i riflessi felini di Julio Cesar. Poteva finire 6:0 come 3:3, anche se il risultato finale - l'impressione complessiva - è stata quella di una superiorità netta del Brasile.

La partita - oltre che molto bella - segna un punto di discontinuità: la Roja è battibile. Ad Euro 2012, dapprima l'Italia dei gironi (con il muro di centrocampisti) e poi il Portogallo della semifinale (con un pressing asfissiante) avevano mostrato la via. Studiando il Bayern (e anche il Borussia di Kloppo) contro le due regine spagnole, Parreira e Scolari hanno trovato l'assetto capace non solo di inibire ma anche di soverchiare il gioco degli spagnoli.

Per i campioni del mondo si apre il problema del ricambio generazionale (Casillas e Xavi costituiranno lo snodo più delicato, a occhio) per provare a rilanciare la supremazia che dura dal 2008. Il grande merito della coppia di CT brasiliani è stato di quello di aver trasformato - in cinque sole partite, sfruttando al massimo le potenzialità che offriva il torneo - una raccolta di belle figurine in una squadra. Certo non ancora invincibile, certo ancora perfettibile, ma capace di superare in un filotto Italia, Uruguay e Spagna. In casa, ok. Ma lo sarà anche tra 12 mesi ...

Azor

30 giugno 2013

Palloni giocabili: Brasile vs Spagna 2013

Segnalo ai colti e agli incliti (quorum ego) alcuni interessanti articoli usciti in questi giorni nell'attesa dell'annunciata finalissima della Conf Cup.

1° giugno 1986, Estadio Jalisco, Guadalajara
L'esultanza di Julio Cesar, Junior e Socrates
dopo il gol di quest'ultimo alla Spagna
(La partita è in Cineteca)
Tim Vickery, grande esperto della cultura calcistica brasiliana, testimonia la grande attesa e l'ammirazione degli spettatori brasiliani dopo aver visto la Spagna dal vivo nei loro stadi (BBC Sport). Florent Torchut, inviato di "So Foot", coglie nell'attesa dei brasiliani la fragilità del momento della Seleçao: "Une défaite face aux champions du monde espagnols ferait vaciller les bonnes bases jetées par Scolari" [leggi].

Barney Ronay discetta invece sulle "two contrasting routes to footballing beauty" che Brasile e Spagna offrono agli appasionati di estetica (Guardian).

Jonathan Wilson, presentando la partita da par suo, ritiene che sia il Brasile sia la Spagna debbano migliorare la qualità del gioco finora mostrato (Sport Illustrated). Gigi Garanzini, sul "Sole 24 Ore", sostanzialmente concorda: non vede un gran Brasile [leggi], e gli spagnoli gli appaiono tutto sommato fiacchi benché infallibili [leggi].

Paolo Condò, sulla "Gazzetta", rammenta giustamente come non vi sia parità di condizioni nell'approccio alla finale tra Brasile e Spagna (1 giorno in meno di riposo, 3 ore di aereo in più, semifinale all'umido, supplementari, rigori, etc.) [leggi].

Il grande Beck ci ricorda infine che "dal 2008 a oggi - Europei, Mondiali, Europei, Confederations Cup - le sartine di Del Bosque devono ancora subire un gol nelle partite a eliminazione diretta, e sono già undici. Possesso palla uguale meno rotture di scatole. Olè" (Eurosport). Thomas Goubin, sempre di "So Foot", rievoca "le jour où l'Espagne a été battue par le Brésil et l'arbitre", ai Mondiali del 1986: gol fantasma, etc. [leggi].

Azor

29 giugno 2013

I nostri cari mesti brocchetti

C'è qualcosa nell'Italia pallonara di questi giorni che non capisco bene (o magari, invece, anche troppo ...). Leggo e ascolto commenti soddisfatti per la sconfitta 2:4 col Brasile e per lo 0:0 più rigori con la Spagna. Mah ... L'Italia è la cultura calcistica che vanta la più lunga continuità ai vertici mondiali (dal Mondiale 1934 a quello 2006 corrono 72 anni, e nessuno è come noi), vari titoli e finali europee (compresi anche gli under si va a bizzeffe), per non dire dei palmarès di Milan, Inter e Juventus nelle coppe. Insomma, siamo una grandissima potenza. E ora ci accontentiamo per due sconfitte? Dice: ci saranno utili per l'anno prossimo. Mah ...

27 giugno 2013, Estadio Castelao, Fortaleza
La solitudine del Maestro
Preciso: sono scettico, non critico. Sono un estimatore di Cesare dalla prima (buia) ora del luglio 2010 e gli sarò eternamente grato per la ricostruzione, in primo luogo morale, dell'ambiente della nazionale e per i risultati di gioco e agonistici che ha conseguito in questi anni, dall'esordio all'Upton Park del 10 agosto di tre anni fa (con un Balotelli ancora nerazzurro ...) alla finale sfiorata nella Conf Cup.

Cesare ha fatto le nozze con i fichi secchi. Questa è - a mio avviso - la realtà. A scorrere gli elenchi dei 23 azzurri di Euro 2012 e Conf Cup 2013 non può non venire in mente la memorabile reazione del Filosofo, al secolo Manlio Scopigno: "Mai avrei immaginato in vita mia di vedere giocare in mondovisione Comunardo Niccolai". Gianni Brera avrebbe detto che siamo pieni di mesti brocchetti. In breve, non credo che questo gruppo di giocatori possa dare di più di quanto abbia dato finora. Arriva in fondo stremato, con la forza di volontà e con tutta la caparbietà della nostra tradizione, ma non passa l'ultima asticella.

L'esperienza di questo strano torneo - giocato tra tardo autunno e primo inverno australe, tra l'umidità degli stadi del nord e i fumogeni e le pallottole di plastica al di fuori degli impianti, tra le passeggiate in spiaggia a Copacabana e i ritiri blindati di Bahia (e memorabile rimarrà la visita di Mario al centro di assistenza che sostiene in quella città dal 2007) - servirà senz'altro per il Mondiale del prossimo anno. Ma non facciamoci illusioni. I pochi campioni che abbiamo avranno un anno in più all'anagrafe: Pirlo, la cui acclamazione del potere negli stadi brasiliani suggella una strepitosa carriera, mostra evidenti pause; Buffon non sarà il pensionato bollato come tale dal Kaiser qualche mese fa ma sembra in fase calante, maestosa, ma calante. Poi chi abbiamo, oltre a Mario? Se andiamo all'assalto della Spagna con Candreva, Giaccherini e Giovinco la risposta è intuitiva. Non a caso in 210 minuti, tra Brasile e Spagna, abbiamo segnato un paio di golletti (non con gli attaccanti) e basta.

27 giugno 2013, Estadio Castelao, Fortaleza
L'usura italica
Potremmo invocare gli under che saliranno in nazionale A. Ma sono gli stessi nettamente sconfitti dai pari età della Spagna a Gerusalemme: De Gea, per dire, è titolare da due anni nel Manchester United, mentre Bardi è ritenuto ancora un bimbo da fare maturare (in realtà marcire) in provincia; e non parlo di Isco e Alcantara ... In sostanza: siamo sotto agli iberici, e probabilmente anche a questi (modesti) brasiliani, di una spanna abbondante e, al momento, invalicabile. Inutile farci illusioni, inutile girarci intorno.

Vista da spettatori terzi, la semifinale con la Spagna può essere riassunta così: primo tempo nettamente a favore dell'Italia, secondo tempo pari, supplementari a favore della Spagna, ai rigori esperienza e minore logoramento degli iberici. Cesare ha fatto un altro dei suoi capolavori, quasi come l'action-painting contro il Brasile dello scorso marzo, quando schierò Poli, Antonelli e Cerci, oltre a Giaccherini, Gilardino e Diamanti [vedi]. Accontentiamoci. Ma non illudiamoci. Questo è il lusso italico, al momento.

Azor

20 giugno 2013

Quattro a tre

19 giugno 2013, Arena Pernambuco, Recife
Shinji Kagawa mette la firma
Ogni tanto nei tornei ci scappa una partita divertente, magari un po' pazza. Ieri notte leggibilissima: Cesare ha sbagliato formazione ed è stato travolto dal ritmo e dal pressing asfissiante dei nipponici. Riconosciuto l'errore e cambiati i due uomini che ne avevano squilibrato l'assetto, piano piano la squadra si è ritrovata, non senza fatica e non senza lasciare comunque una sensazione di fragilità di fondo. Ultima mezz'ora da incubo, con i giapponesi scatenati e una difesa italiana sempre in affanno, perennemente con un uomo in meno nelle situazioni di gioco.

Gli asiatici sciupano lo sciupabile e forse anche qualcosa di più, e, come nemesi vuole, prevale, in fine, il nostro cinismo. Meritava il Giappone: il risultato è bugiardo, ma portiamo a casa la qualificazione alle semifinali, secondo atavica tradizione di sofferenza nei gironi. Apprezzabile è solo il carattere con cui la squadra ha reagito e ha strappato il risultato. Il resto "gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare", come dicono a Ponte a Ema: Mario non ha ricevuto una palla decente in tutta la partita, se non dall'arbitro quando gli ha mostrato il dischetto; il centrocampo non solo non ha costruito ma non ha nemmeno fatto filtro; la difesa è stata spesso inguardabile.

L'incornata del 3:3 di Shinji Okazaki
Emergono i difetti (per i pregi accontentiamoci degli sprazzi offerti col Messico) di fondo dell'impianto dell'XI di Prandelli: la rinuncia al gioco sulle fasce; l'assenza di un trequartista di qualità alle spalle di due punte; il 4-3-3 rimane vagheggiato, anche per gli esiti modesti degli esperimenti; il possesso palla di qualità tende alla sterilità quando si gioca con l'alberello di natale. Se poi aggiungiamo l'assenza di condizione, la squadra scade a compagine modesta, dominabile da qualsiasi ciurma arrembante, come è successo ieri.

I meriti di Zaccheroni San sono evidenti, ma la domanda di fondo rimane: come mai i nipponici correvano come matti al 95' mentre i nostri erano con la lingua di fuori da una buona mezz'ora? L'umidità all'80% di Recife la soffrivamo solo noi? E non tiriamo in ballo le "fatiche" del campionato, per cortesia, perché la Serie A non è un torneo atletico fondato sulla corsa; si gioca a ritmi bassissimi, quasi da fermi: è semmai una tenzone isterica dove il gioco è costantemente spezzettato dai duelli rusticani tra i vari galletti tatuati per la precedenza ai semafori, in un clima di rissa continua.

I rapinatori
Detto questo, sabato notte c'è la vedremo col Brasile, col quale rischiamo pure di vincere, data la modestia attuale della Seleção. Soffriremo dannatamente il loro gioco sulle fasce, questo è sicuro, ma se riusciremo a contrarli lì, loro non potranno che affidarsi al lancio lungo di David Luiz per la testa dei nostri centrali. A quel punto dovremmo cercare di imbeccare con qualche palla decente il nostro Mario. Su Neymar non marcatura a uomo ma gabbia tra De Rossi, Abate e Barzagli. E un bel segno della croce (a proposito, Cesare dovrà confessarsi in settimana perché è stato più volte beccato dalle telecamere in labiali sacrileghi inequivocabili).

Per il resto, ho sbagliato completamente il pronostico sul Messico, inferiore a tutte le attese. La Spagna sembra più tonica del previsto (e non venitemi a dire che la Liga è meno atletica della Serie A ...) ma l'allenamento di stasera contro i turisti che vengono da Tahiti non ci darà altre indicazioni. Gli unici punti interrogativi ancora aperti saranno sciolti dalla partita di stanotte tra uruguagi e nigeriani: i primi sono apparsi troppo brutti per essere veri, i secondi sono ancora tutti da scoprire nella loro attuale consistenza.

Azor
19 giugno 2013, Arena Pernambuco, Recife
Italia - Giappone 4:3
Tabellino | HL | FM

17 giugno 2013

Il Leone ruggisce ancora

Eh sì! Per quanto sempre più spelacchiato, il vecio Leòn marciano ha ruggito anche ieri.

In 'trasferta' al Mecchia di Portogruaro ha dapprima illuso e poi trafitto negli ultimissimi minuti il Monza nella finale dei play off per l'accesso alla C1 [tabellino | HL]. Eroe, non per un giorno, l'indigeno Riccardo Bocalon, bomber sbocciato nelle giovanili delle Beneamata insieme a Destro, al quale dobbiamo un girone di ritorno coi fiocchi [biography | stagione]. Già lo scorso anno - lo rammento ai colti e agli incliti - il Venezia aveva vinto il campionato italiano di serie D, spezzando le reni al Teramo nella finalissima - davvero una bella partita [tabellino | HL] - sotto le colline di Gubbio.

Dunque un'ascesa irresistibile, che merita di essere celebrata. Anche perché il Venezia Calcio ha subìto nell'ultimo quarto di secolo traversie come poche altre squadre italiche: tre volte fallita e tre volte rifondata, ha conosciuto i fasti della A grazie a quello spregiudicato di Maurizio Zamparini (che ha fatto sedere sulla panca del Penzo anche Cesare Prandelli e fatto sognare con Pippo Maniero ed Alvaro Recoba) ma anche il gorgo nero della serie D.

Tutto si gioca ormai intorno al possibile affare del nuovo stadio, una chimera vanamente inseguita da Zamparini e ora nel mirino di un enigmatico (eufemismo) faccendiere russo, Yury Korablin (di cui nelle ciàcole da bàcaro in città si narra che, alla prima conferenza stampa di presentazione in laguna come nuovo presidente, alla domanda su quali fossero le sue attività in patria abbia sussurrato d'un fiato tre lettere: "KGB"). Ovviamente lo stadio si farebbe in Terraferma, in quel non-luogo che è ormai diventata l'area di Mestre e Tessèra, tra passanti autostradali, centri commerciali e direzionali, villette a schiera, riconversioni ecologiche di aree inquinate, aeroporto, nuovo ospedale e magari anche il tracciato della TAV per Trieste e Kiev ... Un boccone enorme, ricordato, en passant (altro eufemismo) dal Presidente al Sindaco nel messaggio ufficiale di ringraziamento [leggi].

A colori originari, nero verdi,
la squadra che vinse la Coppa Italia nel 1941
Speriamo che, come al solito, salti tutto e si continui a vedere un bel calcio provinciale all'antica al Luigi Penzo di S. Elena [vedi], teatro dei fasti degli anni trenta e quaranta, della squadra di Ezio Loik e Valentino Mazzola che vinse una Coppa Italia (sono il secondo e il quarto accucciati nella foto qui accanto), ma anche delle più recenti stagioni di serie A: pare che Ronaldo (quello vero, quello dell'Inter) si divertì come un bambino nel viaggio in motoscafo per raggiungere lo stadio e che gettò in canale un pallone per vedere l'effetto che fa ... Perché privarci di queste emozioni?

Azor

Riferimenti essenziali: La scheda Wiki sul Venezia | Il sito ufficiale | Quello dei tifosi | La squadra di Subbuteo
A letto con Maradona le celebrazioni più appassionate, ovviamente: Il Tornado | Happy endings | 1942
Per chi ancora ama leggere i libri: Un secolo di Calcio Venezia, a cura di S. Giorgi, Venezia, I Antichi Editori, 2007; e le belle pagine di John Foot, Calcio, 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l'Italia, Milano, Rizzoli, 2010, pp. 392-394.

16 giugno 2013

Il boato

16 giugno 2013, Estádio Jornalista Mário Filho, “Maracanã”, Rio de Janeiro
Il Maestro ha lasciato il segno
Lo so, lo so. Sono monotono. Ma con l'età si accentuano i difetti. Però non so trattenermi dal celebrare a caldo la partita di Sant'Andrea da Brescia al Maracanã. Per un semplice motivo: il coro "Pirlo! Pirlo!" con cui il pubblico ha salutato il gol, e il boato maestoso che si alzava dai 70.000 presenti ogni volta in cui toccava palla. La celebrazione di un Maestro.

Credo che l'immagine più bella sia quella dell'inchino che Jose de Jesus Corona ha tributato alla parabola perfetta disegnata del Doctus Pictor, rinunciando alla parata [video]. Rendendo onore così, anche lui, al gesto, alla serata e al momento.

La pennellata forse più bella è stato il taglio di trenta metri di prima per Abate alla fine del primo tempo. All'estero il volto migliore del nostro calcio è quello di Pirlo, conosciuto e apprezzato unanimemente a tutte le latitudini e longitudini. Spesso, nella nostra vocazione al tafazzismo, ce lo dimentichiamo. Ed è un peccato.

Azor

15 giugno 2013

Meccaniche quantistiche

Il concetto di retrocasualità è oggetto di discussione all'interno della comunità scientifica da anni. Fisici e psicologi si cimentano, da angolazioni diverse, per stabilire se e quanto un evento futuro influenzi quello presente. La fisica quantistica è ancora in fase embrionale, ma sta marciando anche in questa direzione. Vedremo. Quel che è certo è che il gioco del calcio potrebbe fornire materiale utile per portare avanti questo interessante dibattito. Troppo spesso il risultato finale influenza gli eventi che vi si dirigono e sorvolo sul vergognoso epilogo dello scorso campionato che, volutamente, non ho commentato su queste autorevoli pagine in quanto tifoso viola e amante di un gioco ormai regolarmente e impunemente stuprato dalla logica della meccanica quantistica del potere.

Arriviamo dunque all'ennesimo calcio d'inizio, stavolta di un torneo che vale quanto l'opinione politica di Vito Crimi. Ma pur sempre di un torneo si tratta e per giunta internazionale, con uno spettro di squadre assai inedito e per certi versi incredibile (che ci fa il Brasile con Tahiti?). Quindi è con il solito immutato piacere che Cibali esprime i suoi cumanici pronostici, cominciando come sempre dalle squadre che arriveranno ultime fino alle regine della manifestazione.

Tahiti. Mah... Chi sono? Chi ci gioca? Ho letto la rosa e francamente, dopo quarant'anni di amore calcistico, non sono riuscito a trovare un solo atleta noto, anzi uno si; si tratta dell'attaccante Marama Vahirua, del Nancy e in prestito al Panathinaikos dall'anno scorso. A parte lui, sono un'allegra brigata di dilettanti che si divertiranno un mondo. Io glielo auguro, ma non credo riusciranno a evitare colossali imbarcate. Vedremo.

Nigeria. E' una buona squadra, fresca campione d'Africa, ma ha una difesa che è quasi peggio dell'attacco italiano. Credo che non farà granché. Pollice verso.

Giappone. Potrebbe fare bene, ma ha una zavorra colossale: Zaccheroni. I Giapponesi stanno imparando a giocare a calcio, ma in un campionato di serie C di qualsiasi paese nord europeo farebbero fatica a salvarsi. Li vedo male.

Messico e Italia. Ahimé, quest'anno vedo male la nazionale patria. Il Messico è forse uno dei peggiori della sua storia, noi no, ma siamo un'accozzaglia di juventini con qualche milanista. Già questo basterebbe a farmeli detestare, ma quando vedo la casacca azzurra non riesco a non emozionarmi. Resta il fatto che siamo un misto fra patronato INPS e asilo nido. Se Cesarissimo saprà trovare l'alchimia giusta fra questi due estremi anagrafici e motivazionali potremmo anche fare bene. Non credo ci riuscirà anche perché, come dicevo all'inizio, si tratta di una competizione che non vale nulla, o forse vale, ma i nostri non lo sanno e nel nostro dna c'è scritto che se una competizione è storicamente importante allora ce la giochiamo seriamente, altrimenti tutti a pensare a Formentera e a Miami. Andrà così, temo. Gambe in Brasile e testa in vacanza. Vinceremo domani sera all'esordio ma dopo arriveranno le delusioni. E poi c'è sempre Montolivo, vero fenomeno del calcio moderno, un CR7 all'amatriciana, il giocatore più inutile che abbia mai vestito quella magnifica maglia. Il giorno in cui lo vedrò passare la palla in verticale senza passarla al portiere avversario giuro che leggerò un libro di Dan Brown.

Uruguay. Bella squadra, molto equilibrata, con talenti straordinari (Cavani e Suarez da soli fanno paura a chiunque); adoro da sempre Lugano e non capisco perché nessuno in Italia lo abbia mai preso. D'altra parte fa la riserva di Thiago Silva al PSG. Credo che l'Uruguay arriverebbe in fondo se non ci fosse la solita Spagna, ancora favorita secondo me e il padrone di casa, che proprio perché è padrone di casa e perché in panchina è tornato uno bravo, Scolari, vincerà la manifestazione. La finale sarà questa: Brasile-Spagna. Vincerà il Brasile perché il Brasile non può non vincere in Brasile. La ConfCup sarà sua. In ogni caso sarà solo l'antipasto del lauto pasto che ci attende l'anno prossimo, quando anche l'Italia atterrerà nel paese grande quanto un continente non solo fisicamente, ma anche con la testa.

Cibali

13 giugno 2013

Il terzo incomodo

Ci sono solo due nazioni (e due nazionali) che hanno un buon motivo per vincere questa Coppa: il México e il Brasile. I messicani sono da sempre alla ricerca di occasioni per ampliare non tanto la bacheca quanto il prestigio del loro fútbol; i brasiliani sono naturaliter obbligati a vincere qualsiasi competizione cui possano (o decidano di) partecipare. E, a maggior ragione, quando sono loro a fare gli onori di casa. La torcìda si aspetta solo questo: samba e vittorie. Pelé mette le mani avanti: conosce i suoi polli [vedi] e il suo sguardo non è quello dei giorni migliori.

Spagnoli e italiani vanno a giocare qualche test-match. Un possibile fiasco alla Confederations non minerà di certo le ambizioni dei multi-campeones; i nostri faranno un bel partido contro la Seleçao, ma verranno strapazzati sul ritmo da messicani e giapponesi. Se non altro, prenderanno confidenza col clima e l'ambiente.

C'è un terzo incomodo: l'Uruguay. La Celeste non ha ancora staccato il biglietto per il mondiale. Ben che vada andrà ai play-off, dove se la vedrà con le terze-quarte classificate dei gironi di zona (con esclusione dell'Europa). Qualcosa, dunque, rischia. Me li immagino incarogniti e motivati - hanno appena vinto una sorta di spareggio in Venezuela (per la cronaca: golletto decisivo di Edinson Cavani). L'appetito (e l'orgoglio) crescerà loro di partita in partita.


Dunque, per farla breve. Le semifinali saranno Brasile-Spagna e Messico-Uruguay. Passeranno Brasile (ai rigori) e (ai supplementari) Uruguay. Ed ecco il risultato della finale: due a uno (in rimonta) per l'Uruguay.

Mans

Una coppa senza sale?

La Confederations Cup equivale alla Club World Cup. Pane senza sale quasi sempre. Ma pur sempre pane. Col quale puoi anche cucinare ottimi piatti come la panzanella (vista la stagione, ma anche la pappa al pomodoro se continua a far freddino) e mangiare salumi di qualità (pan biscotto e sopressa, come si fa in Terraferma). Dunque può essere gastronomia. Detto - sia chiaro - da chi è convinto che la vera gourmanderie sia rappresentata dal Championnat d'Europe des Nations più che dalla macedonia (spesso acquosa) della FIFA World Cup, e da chi sogna un torneo a 16 con le 8/9 migliori d'Europa, 4/5 americane e 2/3 wild cards.

18 giugno 2009, Ellis Park Stadium, Johannesburg
La squadra egiziana ringrazia e festeggia dopo il gol di Homos ai campioni del mondo
Da quando è organizzata direttamente dalla FIFA (1997) la ConfCup è stata vinta solo dal Brasile (3 volte), dalla Francia (2) e dal Messico (1). Nei tornei sauditi precedenti vinsero l'Argentina di Batistuta e la Danimarca di Laudrup. L'Italia ha partecipato solo all'ultima edizione (2009), dove Lippi fece la sua prima figura barbina in terra d'Africa (0:1 dall'Egitto e poi 0:3 dal Brasile di tale Luís Fabiano). In breve, non esprime alcun valore assoluto, non conta un tubo per chi non partecipa e non vince, e fa bacheca solo per chi la porta a casa. Ma è pur sempre un torneo di fine stagione (europea) che produce quattrini e intrattiene gli appassionati perché scendono in campo nazionali di blasone e qualche campione. Meglio roba del genere che i tornei e le amichevoli estive, per dircela tutta. Meglio una serie di partite come queste che rassegnarsi ai talk show sull'oppio dei popoli (vulgariter: calcio mercato).

Dunque, proviamo a guardare nella palla di lardo del torneo che comincia sabato notte (orari cui dobbiamo cominciare a prepararci anche noi, e non solo le squadre che fanno le prove del 2014 al di là dell'oceano). E dico subito Messico: arriva a fari spenti per i nostri nesci di giornalisti specializzati, ma è l'XI che ha vinto le Olimpiadi sulle sopravvalutate stelline brasiliane [vedi], ha un tecnico in gamba, José Manuel De La Torre, che non solo ha vinto la Concacaf 2011 ma vanta anche 3 sole sconfitte in 35 gare (e 22 vittorie). Mancherà l'eroe di Wembley, purtroppo, Oribe Peralta Morones, che si è rotto il ginocchio, ma occhio ad Aldo De Nigris, un gol ogni 46 minuti nella Concacaf 2011. Domenica sera, al Maracanã, ci faranno vedere i sorci verdi (come la loro maglia).

L'Italia sembra spenta, ma stiamo a vedere. Più che altro mi pare che Cesare sia a metà del guado tra gli eroi del 2012 e gli innesti dei più giovani (alcuni dei quali si stanno ben portando in Israele): non siamo né carne né pesce, al momento. Il centrocampo ha un anno in più e ottoni opachi (Pirlo, ma soprattutto De Rossi), e ci manca il gioco sulle fasce: Chiellini è un mesto ronzino nella metà campo altrui, Abate è quello che è. Ma non sparo sul pianista, né adesso, né - Eupalla non voglia - dopo. Sarò sempre grato a Cesare per l'enorme lavoro che ha fatto e sta facendo [qui un epinicio più ispirato].

La vera favorita è la Spagna di Del Bosque (che è, lui, el Marqués, la vera garanzia): anche loro sembrano stanchi e a fine ciclo, ma non vedo altre rose di quella qualità, al momento. E l'anno prossimo arriveranno anche alcuni innesti dall'Under 21 che si avvia a vincere l'Europeo in Terrasanta (visti ieri sera polverizzare i virgulti olandesi con una prestazione impressionante). Dunque confido in una finale Spagna - Italia (per spirito patriottico, ma credo Mexico).

25 giugno 2011, Rose Bowl, Pasadena
Quattro pere ai padroni di casa (che si erano illusi sul 2:0 dopo 23 minuti)
e Concacaf al Tricolor
Sul Brasile, infatti, non posso che ripetermi: vive una delle generazioni più modeste della sua storia (e il 22° posto nel ranking FIFA non mente), pari forse solo a quella del 1994, che però aveva Romario. L'unico campione è Thiago Silva. Gli altri sono dei ronzini - di cui è eponimo David Luiz (notate bene, è da lui che parte ogni azione di gioco e alla fine finisce col lancio lungo a vuoto a perdere) - o al massimo delle stelline mediatiche sopravvalutate come tale Neymar da Silva Santos Júnior, di cui sfido chiunque a indicarmi non tanto cosa abbia vinto ma quale partita importante abbia giocato bene finora. La vera forza del Brasile è in panchina, nel duo Scolari - Parreira: solo dal loro pragmatismo potrà venire, e non è detto che accada già in questa ConfCup, un assetto che faccia di una raccolta di figurine una squadra. Incombe il Maracanaço.

Del Tahiti di Eddy "Etabeta" Etaeta, del Giappone di Zac e "Minchia Yuto" (come lo chiama il suo pard barese), dell'Uruguay degli incisivi di Suarez, e della Nigeria senza stelle (tutte infortunate a parte Obi Mikel) possiamo solo sperare che ci sorprendano. Buona visione, si comincia.

Azor

27 maggio 2013

La torre di Massimo

L'ultima coppa internazionale vinta dall'Inter
Dunque il soldato Strama non è stato salvato [vedi], ma sacrificato. L'Inter ha ufficializzato in Walter Mazzarri il nuovo tecnico. Si tratta di un buon allenatore, a livello italiano, ma molto lontano dai vertici internazionali. Non a caso De Laurentiis - che nun è fesso - lo ha prontamente sostituito con Rafa Benitez, che è invece un top manager. La nostra VQA parla chiaro [guarda]: tra il livello di Benitez - fascia A1 (allenatori che hanno vinto sia campionati sia coppe internazionali) - e Mazzarri - fascia E (allenatori che hanno vinto solo coppe nazionali) - ci sono almeno palmarés (a scendere) come quelli di un Diego Simeone, di un Roberto Mancini, di un Claudio Ranieri e anche di un Walter Zenga, per stare ai soli nomi nerazzurri.

Questo per dire che, al di là delle apparenze, la scelta di Massimo Moratti è una scelta al ribasso. In uno di quegli articoli che non sono richiamati in prima pagina (per evitare problemi con le società), Luigi Garlando descriveva sulla "Gazzetta" di domenica 26 maggio 2013 (p. 25) molti retroscena della stagione nerazzurra: voci e fatti che evidentemente i giornalisti conoscono, ma si guardano bene dallo scrivere se non a posteriori (per evitare guai con i diretti protagonisti). In breve: Cambiasso si sarebbe schierato contro Stramaccioni dalla 2a di campionato, quando fu tenuto fuori per i ritmi blandi; lo stesso Cuchu, che ha il medesimo stipendio di Sneijder, non viene "sacrificato", e se ne va l'olandese (in una pantomima stucchevole), togliendo altra qualità al gioco della squadra; i vecchi del gruppo avrebbero più volte richiesto di frenare i carichi in allenamento per tutelare i muscoli ormai logori dei senatori, mentre giocatori potenti come Guarin avrebbero avuto bisogno del contrario: da qui il crollo atletico e la filiera interminabile di guai muscolari; le vacanze di Natale infinite richieste (e ottenute) dai boss argentini; Cassano, che sa che Stramaccioni ha in mente una squadra giovane, aggressiva e dinamica, punta al rinnovo e si schiera, insieme col procuratore di entrambi (Bozzo), parlando ogni giorno di Mazzarri nello spogliatoio; finirà a cazzotti con Strama, come è noto; la solitudine di Stramaccioni nei dopo partita davanti alle TV (mai visti Fassone o Branca). E fin qui siamo, tutto sommato, all'ovvio. Se non lo sapevamo lo avevamo immaginato.

La voce peggiore è però un'altra. Stramaccioni avrebbe chiesto a Moratti più giovani e più qualità in squadra, uno staff fidato e dirigenti più presenti e solidi. Prima di Inter-Udinese erano uscite, infatti, sui giornali indicazioni in tal senso: l'idea di un 4-3-3 europeo, con tre soli acquisti di qualità: un terzino destro (al posto di Zanetti), un centrale di mezzo (al posto di Cambiasso) e un'attaccante veloce (al posto di Cassano). Il 2:5 è stata la risposta sul campo, un siluro inequivocabile, della vecchia guardia.

Asado mio
Come si cucina uno spogliatoio
Massimo Moratti ha fatto il gioco della torre e invece che fare piazza pulita (il decalogo di molti interisti, dalla curva [vedi] a chi scrive [vedi], è molto semplice: via Branca e Ausilio, via Cambiasso e Zanetti, con tanta gratitudine, ovviamente) ha scelto la soluzione più pavida. Giù Stramaccioni: "per preservarlo". Immediato striscione di solidarietà al tecnico dei tifosi alla Pinetina. E' tutto molto chiaro agli occhi dei tifosi. Che non sono dei pirla.

Le premesse per un altro biennio di avvitamento, fino a quando non scadranno i mega contratti a Chivu, Samuel, Zanetti, Cambiasso, Stankovic e Milito, ci sono tutte. Nel maggio 2010 i vecchi campioni batterono il Bayern al Bernabeu: in tre anni gli avversari hanno giocato due finali di Champions, alzato la coppa e vinto campionati; Moratti ha invece dilapidato un patrimonio. Per un motivo di fondo: l'Inter non è una società ma una corte rinascimentale. Ma questa è un'altra storia (e ci torneremo sopra).

Azor

20 maggio 2013

Cala il sipario sulla Serie A: brevi annotazioni finali

Non poteva che finire tra le polemiche, il torneo più isterico e culturalmente arretrato d'Europa. Gli ultrà della Fiorentina che attendono a Campo di Marte il pullmann del Milan per sfogare la loro (sportivamente comprensibile) frustrazione sono l'ultima immagine dell'ormai ordinario e quotidiano squallore. Stasera, naturalmente, ci saranno milioni di persone aggrappate ai talk-show delle antenne locali - dove il 'sereno dibattito' è in realtà un poderoso schiamazzo di giornalisti militanti - a gustarsi le velenose code, il chiacchiericcio ex-post fatto di inesauste analisi alla moviola di azioni di gioco contestate. Naturalmente, con dichiarata parzialità, i commentatori ne trarranno conclusioni opposte.


Lasciamo da parte il contesto, e occupiamoci del testo. La classifica finale, le squadre e il gioco, i giocatori. Non c'è dubbio che la Juventus, grazie a una robustezza d'impianto e a un ritmo di gioco mediamente superiori, abbia dominato senza patemi la corsa al titolo (in media inglese avrebbe concluso a +4). Tuttavia, se si escludono Pirlo e Buffon nelle giornate (e serate) di vena, non ha pentavalide (e le due menzionate cominciano a palesare segni di usura agonistica): è la cifra tecnica complessiva a impedirle per ora il salto di qualità in Europa, dove trova XI capaci di muoversi a un ritmo anche superiore ma soprattutto sostenuto da pedatori di classe mediamente più alta. Conte sa benissimo che, con questa rosa, può conservare il primato in Italia per almeno due o tre anni ancora; ambisce però a competere su di un livello più alto, e ciò spiega le incertezze e le voci sulla sua permanenza a Torino. Resta un dato: la Juventus è - attualmente - l'unico club italiano attrezzato per essere ammesso all'élite continentale. A cominciare dallo stadio: non per caso, proprio allo Juventus Stadium è già programmata la finale di Europa League della prossima stagione.

A  notevole distanza dai bianconeri si è piazzato il Napoli (-2 in media inglese col vecchio sistema). Confermandosi, dunque, squadra di vertice. Entro un'organico non eccelso brillano due grandi campioni, che non di rado hanno fatto la differenza: Hamšík e soprattutto Cavani, certamente oggi da ritenere uno dei migliori centravanti del mondo. Squadra a trazione posteriore, il ciuccio si esalta in contropiede, essendo i due testé menzionati immarcabili negli spazi. Il solco nei confronti della Juve si è scavato in coincidenza di un calo di condizione dell'uruguagio, cui il resto della truppa non ha potuto (per limiti intrinseci) supplire.

Edinson Roberto Cavani Gómez,
capocannoniere e migior giocatore del campionato italiano
Non c'è dubbio che, se si bada alla qualità complessiva del calcio esibito, la Fiorentina avrebbe strameritato il terzo posto. Probabilmente l'infortunio di Jovetic le ha fatto perdere i punti decisivi; la bravura di Montella è giustamente sottolineata da tutti, soprattutto perché ha saputo dare un'impronta precisa e un'organizzazione efficace a un XI completamente rifatto. Può essere che, da Giuseppe Rossi, abbia davanti quel poco che le è mancato quest'anno. E quei dieci punti in più che l'anno prossimo potrebbero significare per la Viola una partecipazione protagonistica alla corsa per il titolo (e sempre che qualche pezzo da novanta non faccia le valige).

Il capitolo sul Milan è difficile da affrontare. Nello scorso autunno - in coincidenza con il disastroso avvio di stagione - intervenni più volte a sottolineare l'inadeguatezza di Allegri. Devo - in parte - ricredermi. Solo in parte: perché il 4-3-3 mediante il quale ha trovato la soluzione di quasi tutti i problemi è quanto di più basico si veda oggi tra i club italiani che vanno per la maggiore. La qualità del centrocampo - tolto Montolivo - è misera; il Faraone naturalmente discontinuo. L'arrivo di Balotelli ha dato soprattutto prospettive, a patto di migliorare il tasso tecnico del reparto centrale e individuare un sistema per farlo dialogare con El Shaarawy. Difficile, allo stato, capire quali saranno le mosse della società, compresa la questione della panchina.

Il fallimento di Zeman (ahimé) e il buon campionato (e una buona Europa League) di Vlado Petković alla sua prima esperienza italiana costituiscono - in attesa della finale di Coppa Italia - i soli elementi per valutare l'annata calcistica della capitale. Normale, per ora. Rispettivamente sesta e settima in campionato, Roma e Lazio si scanneranno domenica per la Coppa Italia, e una delle due arricchirà la bacheca e conserverà di questa stagione dolcissimi ricordi e sensazioni. Purtroppo, sarà molto probabilmente una giornata di macelleria anche sotto l'aspetto non propriamente sportivo. Prima di loro si è piazzata la miracolosa Udinese, grazie a un formidabile girone di ritorno e a una striscia finale di otto vittorie. La società meglio organizzata (considerando ambizioni e contesto ambientale) d'Italia si conferma tra le migliori e rimane in Europa. Difficile chiedere di più. Da notare come Guidolin confermi la propria attitudine - e qualcuno dovrebbe prima o poi illustrarne le ragioni, che probabilmente stanno nella peculiarità della preparazione atletica -: le sue squadre vivono momenti irresistibili (a inizio o a fine stagione: sino a qualche tempo fa lo scadimento occorreva in primavera), e momenti di fiacca totale.Sarebbe interessante, dopo tutti questi anni, vederlo sulla panca di una grande.

Infine, per ultima perché penultima nella parte sinistra della classifica, preceduta pure dal Catania e costretta ad affrontare la fase preliminare di Coppa Italia nelle calure agostane, la Benamata. Sedici vittorie, sei pareggi, sedici sconfitte (difficile immaginare un bilancio più bislacco). Girone di ritorno da incubo: 19 punti in 19 giornate, meglio (ma per poco) solo di Atalanta (18) e Palermo (17), alla pari con il Siena. Significa che, al netto del solo Milito (unico infortunio di lungo corso e davvero pesante), con la rosa attuale l'Inter potrebbe al massimo lottare per la salvezza? Ovviamente no. I ronzini non mancano, sia ben chiaro; ma la qualità di alcuni interpreti (Cassano e Palacio su tutti; Guarin a corrente alternata) può essere solo sognata dalle squadre di coda. Il difetto, ovviamente, è tutto nel manico. Nella (e devo anche qui ricredermi) evidente inadeguatezza della guida tecnica, nelle deficienze della conduzione societaria. Stramaccioni non è (non ancora; difficile dire se lo sarà) allenatore da Inter. Anzi, lo è: da Inter virtuale, gestita sul monitor, giocando a Football Manager. Difficile capire, al momento, quale sia l'opinione di Massimo Moratti.

I giocatori. Mi sbilancio e dico che c'è una generazione di pedatori italiani che ci porterà alla finale mondiale nel 2018, in Russia - d'altra parte, ciò sarebbe nella nostra tradizione: una finale ogni dodici anni a partire dal 1970. Attuali under 21 o under 23 che tra un lustro saranno sicuramente (o, perlomeno, molto probabilmente) al top della loro carriera: Balotelli (ça va sans dire), El Shaarawy, De Sciglio, Montolivo (Milan); Verratti (PSG, per ora); Marchisio (Juventus); Ogbonna (Torino); Cerci (Torino), Giuseppe Rossi (Fiorentina), Florenzi (Roma). Centrocampo e attacco promettono d'essere di livello assoluto; restano da scovare un centrale (se Bonucci non diventa davvero affidabile) e un difensore di fascia. Saltasse fuori un altro campione (un Totti, per dire: Insigne? difficile) in questo tempo che manca ...


A proposito di Totti: lui e Di Natale, i vecchietti della serie A, hanno dato spettacolo. A riprova di come il nostro football viva una (tutt'altro che entusiasmante) fase di transizione. Ne abbiamo già vissute, e siamo sempre riemersi. Speriamo.

Mans

19 maggio 2013

Paradossi londinesi

Della bella - ma non bellissima - finale di Europa League va rilevata l'immutata, possente, valenza, ormai cinquantennale, dell'anatema scagliato da Béla Guttmann  - "Nem daqui a 100 anos uma equipa portuguesa será bicampeã europeia e o Benfica sem mim jamais ganhará uma Taça dos Campeões Europeus" - quando, all'indomani della conquista della seconda Coppa dei Campioni (1962), chiese un premio speciale e i dirigenti del Benfica glielo negarono asserendo che il contratto non prevedeva tale clausola. Come ci hanno ricordato gli statistici, le Águias sono già arrivate alla settima finale internazionale persa (dal Milan nella CdC 1963 al Chelsea nell'EL 2013) [vedi]: chi vivrà vedrà lo stato dell'arte nel 2062.

15 maggio 2013, Amsterdam ArenA, Amsterdam
Rafael Benítez Maudes, detto Rafa, alza la sua quinta coppa internazionale
Qui voglio limitarmi più prosaicamente a evidenziare alcuni dati bizzarri che caratterizzano il Chelsea dell'era Abramovič (iniziata esattamente dieci anni: un'altra delle ricorrenze di questo 2013 pallonaro). I Blues seguono davvero delle vie sghembe alle vittorie internazionali. La squadra è approdata infatti alle finali europee solo quando alla sua guida erano allenatori sottostimati dal petropadrone: Avraham Grant arrivò in finale di Champions League nel 2008, perdendola al Luhzniki di Mosca contro il Manchester United ai calci di rigore (a causa della memorabile zolla di Terry); ad alzare la coppa dalle grandi orecchie è stato invece Roberto Di Matteo nel 2012, battendo ai rigori il Bayern; l'altra sera Rafa Benitez ha inanellato l'ennesima perla della sua carriera vincente (e misconosciuta: è già alla quinta coppa internazionale in dieci stagioni, con quattro club diversi), conducendo sagacemente al trofeo vecchi bucanieri e giovani speranze.

Roman Abramovič ha messo a stipendio già dieci allenatori in dieci anni. Solo quattro hanno avuto l'incarico all'inizio di una stagione, quelli cui il magnate russo ha affidato con convinzione la conduzione tecnica, confidando nella loro capacità di vincere: due lo hanno fatto (José Mourinho e Carlo Ancelotti, che hanno entrambi conquistato la Premier League, la FA Cup e la Community Shield), due lo hanno deluso rapidamente e non hanno terminato la prima annata (Luiz Felipe Scolari e André Villas-Boas). A parte Claudio Ranieri, che Abramovič aveva ereditato dalla proprietà precedente, gli altri cinque allenatori hanno ricevuto la guida della squadra a stagione avanzata: Grant all'esonero di Mourinho, Wilkins a quello di Scolari, ma solo come ponte per Guus Hiddink, Di Matteo all'esonero di Villa-Boas, e Benitez all'esonero di Di Matteo. Di questi forse solo Hiddink ha goduto della piena fiducia del padrone (e ha dovuto lasciare la squadra dopo soli quattro mesi perché già contemporaneamente impegnato come CT della Russia): gli altri, compreso Ranieri, no.

21 maggio 2008, Stadio Lužniki, Mosca
L'ultima palla toccata da John George Terry in una finale internazionale
Il paradosso è che sono stati proprio gli allenatori a tempo a vincere le coppe internazionali o a sfiorarle. Quasi una beffa. Mourinho, in tre stagioni, ha collezionato solo tre semifinali di CL (sconfitto due volte da Benitez alla guida del Liverpool, e una da Frank Rijkaard in panca col Barça); Ancelotti nemmeno una. A Hiddink la finale è stata negata dall'Iniestazo [vedi] (e da un arbitraggio, diciamo, infelice). Ci sono arrivati, appunto, solo Grant, Di Matteo e Benitez, poi esonerati o non rinnovati. Diciamo: è la giusta nemesi per un mangiallenatori come il Figlio di Abramo.

Paradosso per paradosso ad alzare le due coppe è stato John Terry, capitano non giocatore in nessuna delle due finali vincenti (per squalifica e per infortunio). Il Chelsea e i suoi prodi attuali non sembrano sedere al cospetto di Eupalla.

Azor
15 maggio 2013, Amsterdam ArenA, Amsterdam
SL Benfica - Chelsea FC 1:2
Tabellino | HL | FM | Foto | Analisi tattica: 01-02

12 maggio 2013

Un fascino antico

Viviamo certamente i "tempi" (congiunturali? duraturi?) dell'Ultracalcio [vedi], ma il gioco continua a mantenere intatto il suo fascino, antico quanto la sua più vecchia competizione esistente, la Football Association Cup. Quella che da cent'anni esatti celebra la sua finale nel Tempio [vedi: 01-02].

Chi ama il calcio per davvero sa che ogni maggio si compie un pellegrinaggio in un sabato pomeriggio di primavera. E' un elemento - questo sì, davvero, di lunga durata - ricorrente come le stagioni. Chi di noi non è più giovane ricorda come negli anni settanta e ottanta del secolo scorso la finale di FA Cup costituisse un appuntamento televisivo irrinunciabile. In un'epoca di rare partite in diretta - confinate nei mercoledì di coppa -, erano le televisioni straniere di lingua italiana (Capodistria, Montecarlo, Svizzera) a trasmettere da Wembley un calcio che affascinava per il suo esotismo, per il suo inverare l'immaginario del Subbuteo in cuoio, sudore e corsa. Insieme con le tappe del giro nei paeselli d'Italia, la telecronaca della finale di FA Cup annunciava la primavera avanzante e gli ultimi giorni di scuola. Così anche ieri ci siamo recati in molti al Tempio. E abbiamo avuto l'ennesimo dono di Eupalla: una partita bellissima e storica la sua parte.

11 maggio 2013, Wembley Stadium, London
Gardenie bianche: Roberto Martinez indica la stella a uno stralunato Dave Whelan
Il fascino dell'ambiente innanzitutto, in cui gli inglesi continuano a essere maestri ineguagliabili: la gardenia sul petto del vecchio presidente del Wigan Athletic, Dave Whelan, che nel maggio del 1960 si ruppe una gamba proprio sul pitch del vecchio Wembley giocando la finale di FA Cup con i Blackburn Rovers (0:3 contro i Wolverhampton Wanderers); i 23.000 tifosi al seguito calati dal sobborgo (81.000 abitanti) di Manchester (è un po' come se altrettanti monzesi scendessero a Roma per sostenere l'AC Monza Brianza 1912 alla prima finale di Coppa Italia); il wheater, tipicamente british (nuvole nell'avvicinamento allo stadio, squarci di sole nel primo tempo, diluvio alla fine della partita e - si noti - nemmeno un ombrello aperto).

La partita è stata bella per l'intensità agonistica e per l'esito inatteso. La corazzata degli sceicchi del Manchester City sembrava avviata a una comoda apoteosi. Mancini, in realtà, aveva avvertito alla vigilia che il Wigan aveva fatto sempre soffrire la sua squadra. E così è stato. Il City ha avuto alcune occasioni nitide, ma i Latics (anagramma storpio per Athletic) hanno tenuto il possesso del gioco per tutta la partita, credendoci fino all'ultimo.

Una finale di FA Cup non è mai pronosticabile, possono davvero vincere gli "underdogs". A conferma del fascino unico di una competizione che ha compiuto ieri 132 anni e ne dimostra sempre venti (senza minacce montaliane: "Esterina, i vent'anni ti minacciano, / grigiorosea nube / che a poco a poco in sé ti chiude"). Vi partecipano davvero tutte le squadre inglesi: l'edizione appena conclusa era cominciata venerdì 10 agosto 2012 con Thrapston Town - Cogenhoe United (2:0, davanti a 125 spettatori), Ascot United - Sandhurst Town (6:1, con "attendance" di 231), Wootton Basset - Calne Town (4:2, 248) e Lye Town - Bartley Green (2:2, 145) [vedi]. Con premi per tutti: il Thrapston Town ha incassato 1.000 sterline, il Wigan 1.800.000, of course [vedi].

Era dal 1988 - da quando sir Alex non aveva ancora vinto nulla con l'altro Manchester - che una squadra approdata per la prima volta alla finale della FA Cup non vinceva: allora fu la "Crazy Gang" del Wimbledon a battere 1:0 il Liverpool [Cineteca]. Ieri il Wigan, che è in procinto di retrocedere dalla Premier alla Championship, ha scritto la sua piccola pagina di storia (evenemenziale).

11 maggio 2013, Wembley Stadium, London
Il gol al 91° porterà per sempre nei tabellini il nome di Ben Watson
(quello di pelo rosso, che incorna su tutti, uccellando Hart)
Il merito è dei ragazzi in campo - mediamente dei ronzini, con qualche onesto pedatore e un puledro talentuoso, Callum McManaman (che alcuni dicono lontano parente di Steve McManaman, che vinse tutto col Real Madrid tra 2000 e 2003) - ma anche di chi ce li ha messi, con ordine e un'idea di gioco: tenere palla, anche con piedi ruvidi, scambiarsela a terra senza lanci lunghi, avviare la manovra dal portiere, rendendola sempre più veloce in fase di avvicinamento alla porta avversaria, più copertura degli spazi che pressing. Roberto Martinez è uno dei giovani allenatori che, insieme a Brendan Rodgers, porta avanti anche nelle isole dei Padri un'idea di "calcio giocato", come direbbe Cesare Prandelli (e per non abusare di un termine consunto come "tiki-taka").

Forse anche per questo Eupalla l'ha baciato sulla fronte, preferendolo al calcio elegante ma farraginoso di Roberto Mancini. Non a caso si parla di lui come erede di Moyes sulla panca dell'Everton. Se coprisse un bel ciclo congiunturale magari sarebbe poi pronto anche per quella dal Manchester United ... Ma ne riparliamo tra 12 anni.

Azor
11 maggio 2013, Wembley Stadium, London
Manchester City FC - Wigan Athletic FC 0:1
Tabellino | HL | FM: 0102 | Foto

8 maggio 2013

Un grandissimo maestro di calcio

Il fulmine non è giunto a ciel sereno né inaspettato, perché il ritiro di Alex Ferguson era in prospettiva da tempo. Nondimeno è una notizia che turba chi ama il calcio e la sua storia come gli autori e i lettori di Eupallog.

"It is the right time" ha dichiarato sir Alex. Forse è vero, ma è comunque uno shock - non ci giriamo intorno. Il calcio britannico e mondiale perde - per fortuna solo sulla panchina - una delle sue guide più alte, e non sarà più lo stesso.

Il 19 maggio 2013, contro il West Bromwich Albion, a The Hawthorns, Ferguson festeggerà - e noi con lui - 1.500 partite esatte esatte con il ManU. Nell'ultimo quarto di secolo ha dimostrato che si può vincere tutto e in continuazione con squadre e giocatori diversi, anche se indossano tutti la stessa maglia.

Un grandissimo maestro di calcio. Che salutiamo con gratitudine immensa per le emozioni che ci ha regalato.

Sir Alexander Chapman Ferguson

L'annuncio sul sito del Manchester United

5 maggio 2013

"Almost too perfect a metaphor for Italy itself"

"When I fell asleep in my hotel room after midnight, a platinum blonde woman and three ageing male pundits
on state TV were still debating the penalty’s validity" (Simon Kuper) [1]

Fateci caso. Nel calcio italiano manca sempre un rigore a qualcuno. A partita in corso giocatori e allenatori accerchiano e inseguono gli arbitri gridando al torto subito, alla fine si scatenano dirigenti, giornalisti e opinionisti. Le truppe cammellate degli ultras sono sempre in servizio permanente effettivo, e i talk show 24h alimentano la rabbia da bar e da social network.

26 Gennaio 2013, Juventus Stadium, Torino
La composta reazione di Antonio Conte al consueto torto arbitrale
È, il nostro, un calcio di rigore: non dei bilanci, ma di ipnosi collettiva. Vive di riflesso pavloviano: la mia squadra non ha vinto, o ha perso, per colpa dell'arbitro. Non esiste altra analisi possibile: tutte le spiegazioni alternative sono comunque subordinate. La frase principale è sempre la stessa: "diamo fastidio a qualcuno". Perfino chi ha costruito una squadra di superiore qualità tecnica e di maturo impianto tattico come la Juventus non si sottrae al rito: l'immagine dell'imbufalito Conte che punta l'indice sull'arbitro per il solito torto subito è l'emblema del (de)grado cui si è attualmente ridotta la nostra cultura calcistica.

Se non fossimo, per lo più, adusi al provincialismo e al tafazzismo, dovremmo fare lo sforzo di alzare lo sguardo, osservare i giardini degli altri, e considerare quello di casa con sguardo non condizionato. Lo so, è un esercizio difficile, perché mette in gioco le nostre pigre abitudini e sollecita a impegni nuovi, faticosi, che le nostre rendite di posizione, per quanto sempre meno remunerative e sempre più venefiche (per il bene comune, cioè per il nostro avvenire comune), ci inducono a rimandare e a tralasciare come se fossero medicine omeopatiche, utili sì ma di effetto non immediato. Così facendo, però, finiamo con l'accettare con una scrollata di spalle autoindulgente i pregiudizi e gli stereotipi con i quali gli stranieri ci descrivono per il loro tornaconto (economico e politico).

Anche gli osservatori che ci amano non sono teneri, e dicono cose fondate, che dovrebbero essere di stimolo a migliorarci. L'esempio più recente della nostra sordità culturale è stata l'intervista ad Andrea Agnelli raccolta da Simon Kuper - uno dei maggiori intellettuali calcistici viventi (autore di analisi magistrali come Football Against the Enemy, Ajax, The Dutch, the War, per non dire di Soccernomics) - e apparsa sul "Financial Times", dunque una sede per nulla neutrale, il 26 aprile 2013: My Juventus. Has Juve – and the whole Italian game – fallen victim to the nation’s problems itself? Andrea Agnelli, the latest scion of his family to run the legendary football club, offers an answer [leggi].

Il giovane Andrea Agnelli ascolta attento Luciano Moggi e Antonio Giraudo
La stampa italiana ne ha immediatamente rilanciato in lingua italiana alcuni passaggi, ma selettivamente: lasciando indietro le parti più scomode e indigeste, amplificando invece le affermazioni adeguate al nostro discorso pubblico. Basti qualche esempio: "La serie A non è più un punto di arrivo". Il presidente della Juventus punta il dito contro un sistema calcio provinciale e poco competitivo all'estero ("Corriere della sera"); "I nostri modelli sono i club inglesi, tedeschi e spagnoli, dobbiamo prendere il meglio da loro. Ma il calcio italiano, come il paese, ha bisogno di riforme strutturali". E torna a parlare di Calciopoli: "Da lì siamo ripartiti per tornare grandi" ("La Repubblica"); “Questa Juve è la mia creatura. Più che una meta per top player siamo diventati un campionato di transito" ("La Stampa"); "Il nostro movimento ha bisogno di interventi strutturali: la Serie A non è il miglior prodotto d'Europa, siamo un campionato di passaggio. Servono stadi, un Ministero dello Sport e rastrellare più risorse all'estero". E sulla squadra di Conte: "Ha un grande potenziale" ("Gazzetta dello sport"); "La mia Juve preferita? Quella del '96": "Quella squadra vinse la Champions perché gli avversari sentivano di aver perso prima di entrare in campo. Il calcio italiano deve cambiare se vuole tornare appetibile" ("Corriere dello sport"); "Juve, la donna che tutti vorrebbero": "Moggi? Anche gli altri chiamavano i designatori" ("Tuttosport"); "Moggi? Anche gli altri chiamavano gli arbitri". Il presidente: "Siamo la squadra più desiderata" ("TGCOM 24").

Nessuno si è chiesto perché Kuper avesse deciso di andare di persona a Torino, a visitare non solo la città ma le strutture dello Juventus FC, fino al nuovo stadio, in occasione della partita contro il Milan del 21 aprile scorso. Non si tratta della consueta intervista telefonica. Nel caso di Kuper è giornalismo d'antan, fatto in prima persona, de visu, sui luoghi, incontrando le persone. È il mitizzato giornalismo di inchiesta che le testate non praticano più, delegandolo ai giovani free-lance o, come da noi, alle Gabanelli.

Perché dunque Kuper si è scomodato di persona? Per verificare se la sua idea di fondo trovasse corrispondenza nella realtà. Quale idea? Che la decadenza italiana stia scavando anche nel calcio alcune nicchie di qualità, di brand, del made in Italy. Qualcosa che rimane comunque competitivo nel mercato del consumo globale, come Gucci o la Ferrari. E questo qualcosa appare adesso la Juventus. Non più - si badi - il calcio italiano, la Serie A, come era invece solo venti o trent'anni fa, ma solo la Juventus.

Ovviamente si tratta del punto di vista di Kuper. Ma è un punto di vista influente, perché espresso sul "Financial Times", e dunque fatto proprio dall'estabishment economico e politico internazionale. L'articolazione del discorso merita di essere analizzata, perché è quella con cui il calcio italiano - e dunque anche il paese - è ormai rappresentato dall'estero. Rischia cioè di fondare una "narrazione" prevalente, un senso comune, con i quali - ci piaccia o meno - dovremo confrontarci fino a quando non saremo capaci di cambiare e, speriamo, di migliorarci.

Calcio, cappuccino (e Gazzetta)
Simon Kuper ricorda come, nei primi anni 1990s, poco più che ventenne, veniva nel nostro paese per godere del calcio allora d'élite: "The beautiful Italian game of old is disappearing. I wrote in my first book, Football Against the Enemy, 20 years ago: 'When the football fan dies, he goes to Italy, where he finds the best players in the world, matches shown in full on public TV, and numerous daily sports newspapers. Nice weather, too'. For me as for many fans then, Italian football was hopelessly mixed up with memories of frothy cappuccinos, copies of the pink Gazzetta dello Sport studied at café tables, and sun-kissed stadiums as safe as family restaurants at a time when hooligans ravaged English football". (Mi sia consentita - in un inciso - una testimonianza personale: nel 1994 passai l'autunno a Londra, e la televisione inglese [ITV se non ricordo male] trasmetteva ogni domenica in diretta una partita di cartello della Serie A, con tanto di inviati e pre e postpartita. Ebbi modo così di gustarmi, tra le altre, anche un'appassinante Parma-Foggia (2:0, con gol di Dino Baggio e Fernando Couto negli ultimi minuti, il 20 novembre 1994, arbitro Graziano Cesari) della quale venne eletto "man of the match" nientedimeno che Pasquale Padalino. Facevamo tendenza così).

Alla nostalgia del ricordo Kuper oppone la dura realtà del presente: "Italian football isn’t beautiful any more. Italian football – corrupt, beset by violent thugs, economic decline, parochialism and lack of government – offers almost too perfect a metaphor for Italy itself. Like Ferrari (also in the Agnelli stable), or Gucci, or a brilliant corner café, Juventus is aiming for something very difficult: to be a pocket of excellence in a decaying country". Ad Agnelli che si chiede: “Is Italian football interesting to watch today?”, e si risponde: “Half the stadiums are empty, there is violence. I mean, it’s not the best product", Kuper replica "I point out that most of the problems he complains about are problems of Italy – of the country whose economy grew more slowly than that of any country except Haiti and Zimbabwe in the decade to 2010", e osserva come "Agnelli’s father Umberto once said, 'The team has followed the evolution of the nation'. Today, is the nation dragging down the team? “Correct,” Agnelli replies".

Inevitabilmente il discorso di Kuper cade sulla storia recente: "As with many things in Italy, Silvio Berlusconi must take some blame. When he was prime minister, Italy became a country where Berlusconi voters and Berlusconi haters watched Berlusconi’s team Milan thump teams subsidised by Berlusconi’s government on Berlusconi’s pay channels, in a league run by Berlusconi’s right-hand man Adriano Galliani, and then watched the highlights on Berlusconi’s free channel. The only thing Berlusconi didn’t do was carry out his government’s laws for making stadiums safer".

In sostanza, "Juventus has fallen victim to the problems of Italy itself". Kuper ricorda come Calciopoli "was the nadir of Juventus’s history. One image sums up the despair: that summer of 2006, the club executive Gianluca Pessotto sat in an upstairs window clasping a rosary, and let himself fall backwards on to the asphalt below. Thankfully he survived", e come "Juve’s current coach, Antonio Conte, was banned from the dugout for four months last year for having failed to report matchfixing he witnessed while coach of little Siena. Last summer Juve wooed Arsenal’s striker Robin van Persie, but after someone pointed out the sheer extent of Calcioscommesse to his agent, Van Persie joined Manchester United instead". La chiosa è cruda: "This is the context in which Agnelli leads Juve. This is the Italian morass, in which Juventus is trying to thrive".

Juventus ultras proudly display their language skills
Kuper ha apprezzato molto il nuovo stadio della Juventus: "It’s a very 21st-century stadium: there are even two crèches (“baby parks”, in Italian) for spectators’ kids. The 41,000 spectators sit close to the pitch, English-style. Two hours before kick-off I stood by the corner flag and saw how a player here could look straight into individual fans’ faces just yards away, separated from him only by Plexiglas, watching them scrutinise him. In Juve’s changing room I found the hairdryers (essentials of life for Italian footballers) plugged in and ready to go. There were hot and cold baths, four treatment tables, and a dinner table set with a fruit basket where the players would eat straight after the game. This was modernity – a rare commodity in Italian football. In some Italian stadiums you worry about firecrackers falling on your head, but the stands at Juventus felt safe. As Agnelli says, this is the sort of clean environment that encourages people to behave".

Peccato però che "some Juve fans racially abused Milan’s black midfielder Kevin-Prince Boateng. And the game itself plunged you firmly back into today’s impoverished Italy. A decade ago, Juve v Milan was possibly the best game in global football; no longer. Andrea Pirlo, Juve’s last great outfield player, turns 34 on May 19, and their great keeper Gianluigi Buffon is 35. Juve’s passing was awkward and slow. Watching poor Mirko Vucinic labour up front for Juve, you longed for the days when Platini and Zbigniew Boniek graced that space. No wonder almost all the journalists in the press stand were Italians: Juve-Milan has become a provincial affair. Watching this, you understood why Juve recently got thumped in the Champions League by Bayern Munich".

La conclusione di Kuper è preveggente: "If big football clubs really were the globalised behemoths without local souls that their critics see, life would be easy for Juventus. Then the club could forget Italy and play the international market. But even giant football clubs are irredeemably local. Most of their spectators, sponsors, rivals, and a great chunk of their paying TV viewers live inside their own borders. Juventus won’t sink with Italy. But with the country in its current state, not even the Agnelli family club can thrive".

Nessun cenno alle altre squadre italiane. Semplicemente scomparse dai radar. A vagheggiare un top player salvifico. Tra un torto arbitrale e l'altro.

Azor
[1] Peronaggi e interpreti: RAI (la "State TV"), Domenica sportiva (la trasmissione "after midnight"), Paola Ferrari (la "platinum blonde woman"), Marco Civoli, Fulvio Collovati, Gene Gnocchi, Emiliano Mondonico o Ivan Zazzaroni (a scelta, i "three ageing male pundits"). Il rigore in questione è quello concesso dal signor Luca Banti in Juventus-Milan del 21 aprile 2013.