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11 novembre 2013

Un campione che viene dal passato

Cartoline di stagione: 14° turno 2013/2014

10 novembre 2013, Old Trafford, Manchester
Wayne Rooney in pressing sul portatore di palla avversario
Wayne Mark Rooney è l'oggetto della cartolina che arriva dall'Old Trafford [card] in questo turno di campionati europei. Non tanto la classica tra United e Arsenal, che la corsa, l'agonismo e la praticità dei Red Devils hanno risolto senza patemi di contro alla leggerezza, alla tecnica e all'eleganza dei Gunners. Quanto la magnificenza della partita giocata da Rooney: il corner perfetto per l'inzuccata solitaria di Van Persie, l'occasionissima messa a lato, e soprattutto l'esempio agonistico per tutti i suoi compagni, da vero capitano di fatto. Una prestazione a tutto campo, dal pressing continuo su difensori e attaccanti, ai falli tattici a metà campo, alle coperture difensive nella propria area, alle aperture nelle ripartenze. Il nostro non è nuovo a queste prestazioni "totali", ma certo quella di domenica 10 novembre ne ha costituito una sorta di summa.

E allora non può non sovvenire una sovrapposizione memoriale. Wayne viene da lontano, infatti. Da un passato ancestrale del calcio della prima età moderna. Non è solo un giocatore "eclettico" - nella accezione sacchiana - cioè capace di giocare in ogni ruolo (e, in porta, sarebbe magari capace di parare anche i rigori, con quella reattività muscolare che ne corrobora la complessione compatta, taurina). E' anche un giocatore "totale", capace cioè di giocare più ruoli nella stessa partita, scardinando con la sua mobilità il rigore tattico che affligge il calcio di oggi, vittima di schemi e orfano di fantasia. Immaginiamocelo nell'Ungheria del 1954 o nell'Olanda 1974. Non solo non vi avrebbe sfigurato, ma probabilmente ne sarebbe stato uno dei grandi protagonisti. Più di quanto non lo sia nella modesta Inghilterra di questi anni. Rooney è un giocatore totale per squadre che giocano il calcio totale: e oggi ce ne sono davvero pochissime. Più che il Chelsea dove lo voleva Mourinho è nel Bayern di Guardiola che farebbe sfracelli, là in mezzo tra Robben e Ribery ...

Azor

26 agosto 2013

Cabezones

Cartoline di stagione: 3° week end 2013/2014

24 agosto 2013, Stadio "Marcantonio Bentegodi", Verona
E' stato il week end del grande ritorno dei centravanti di un tempo (grosso modo del terzo quarto del secolo scorso): "tutto spalle, stacchi e incornate", per dirla con il Beck. Non solo Luca Toni, un bucaniere d'area sbocciato tardi al grande calcio ma baciato da un tardivo autunno di carriera. Ma anche, in Inghilterra, di Rickie Lambert, attuale centre-forward del Southampton, che ha debuttato qualche giorno fa in Nazionale segnando subito un gol agli Scoti: anche lui è arrivato tardi al calcio che conta, e forse meriterebbe una squadra di livello maggiore. E' uno spettacolo vederlo giocare: di testa le prende tutte, calibrando il tocco come pochi altri (sponde, assist, incornate ...); è presenza pesante in area, e ha un magnifico score come rigorista. Pur senza segnare, sabato 24 agosto ha giocato una partita sontuosa contro il Sunderland. Come quella offerta da Toni nella fatal Verona. Della foto il punctum è rappresentato dai calzini sotto il polpaccio (come quelli che portano i tedeschi nei loro sandali estivi), senza parastinchi. Impavido, ha ricordato a tutti come si gioca sui lanci lunghi. Alla faccia del gioco palla a terra e del 4-6-0 ...

Azor

19 agosto 2013

Il mito che non invecchia

Mentre i fumi dell'oppio dei popoli si stanno lentamente ma inesorabilmente disperdendo nell'estate che declina - i grossi colpi sono già andati a segno: rimangono forse aggiustamenti last-minute -, mentre la stagione agonistica si è avviata dappertutto (anche in Italia, che buon ultima ha messo in moto la Coppa e assegnato la Supercoppa), c'era tutto il tempo e lo spazio per celebrare i 70 anni di Gianni Rivera. L'anno scorso Mazzola, quest'anno Rivera, il prossimo Gigi Riva: i tre simboli massimi del football italico del dopoguerra hanno raggiunto o raggiungeranno traguardi anagrafici significativi. Per quanto riguarda il Gianni, i media non si sono lasciati sfuggire l'occasione per rispolverare vecchie e risapute storie - almeno per gli over 50 -, offrendo qualche intervista un po' scontata (su tutte, quella - lunghissima - pubblicata dal Guerino, che al Golden Boy ha dedicato nientemeno che dieci pagine, introdotte dalla famosa immagine di Rivera comiziante a San Siro, il giorno della stella, quando la partita rischiava di non essere giocata per motivi di sicurezza - sicurezza del pubblico, quello che occupava zone pericolose dello stadio). Una buona occasione, in sostanza, per ripercorrere tutti i momenti topici nella carriera dello 'Schiaffino di Alessandria', un campione che, in breve, divenne archetipico e pietra di paragone per brillanti e promettenti giovani pedatori che si venivano affacciando sulla scena: da Beniamino Vignola a Vincenzo Scifo, da Baggio a Totti, per ricordarne solo alcuni.

Naturalmente, qui non serve un'ulteriore rievocazione. Nè è il caso di aggiungere un parere ai molti che - nel tempo e ancora oggi, anzi specialmente oggi - sono stati offerti su un tema virtuale: cos'avrebbe fatto Rivera nell'epoca del calcio fisico, veloce, ad alta intensità agonistica? Nel calcio in cui si giocano ottanta partite all'anno? Lui che non correva o correva poco, lui che non si occupava della 'fase difensiva', lui che anteponeva le giocate di stile e non amava le feroci battaglie. Rivera, oggi, sparirebbe dal campo, dicono taluni. Al contrario, la sua intelligenza, i suoi 'tempi' di gioco lo collocherebbero ancora tra i migliori, dicono altri. E' l'eco di antiche polemiche e discussioni, non c'è dubbio, innescate (con intelligenza) a suo tempo da Brera e raccolte (con partigianeria e malafede) da altri assai meno degni scribacchini.

Qual'è stata la reale dimensione di Gianni Rivera nella storia del football? La risposta è scontata, ma viene la curiosità di andare a frugare tra le molte 'classifiche' dei best players apparse negli ultimi anni. Rivera c'è in quella proposta dalla FIFA (con supervisione di Pelé) nel 2004 [vedi], che comprende solo giocatori 'viventi' (non necessariamente in attività: vai a capire il senso della limitazione), sicché l'elenco include, tra gli italiani, Boniperti e non Meazza, Christian Vieri e non Silvio Piola - ma, per esempio, c'è Del Piero e non c'è Mazzola, c'è Paolo Rossi ma non Gigi Riva. L'International Federation of Football History & Statistics aveva promosso, alla vigilia del nuovo millennio, la costruzione di una classifica 'vera', relativa al XX secolo [vedi]. Non conosciamo bene i criteri di valutazione né i valutatori (giornalisti e pedatori non più in attività, si assicura): Rivera c'è, ed è il primo degli italiani, pur preceduto da campioni che, forse, non dissero più di lui nella storia del gioco: diciannovesimo, comunque, proprio davanti a Meazza e a Sindelar, ma (per restare nell'ambito milanista) dietro a Gullit, Schiaffino e Van Basten. Tra gli italiani, più indietro ma nell'ordine della classifica, Franco Baresi, Facchetti e Mazzola. Nel 2000 anche World Soccer propose la classifica dei 100 Greatests Players del '900 [vedi]. Qui il Gianni non c'è; ci sono invece Baggio (16°) e passi, Paolo Maldini (21°) e passi, Meazza (37°) e passi, Paolo Rossi (42°) e passi, Zoff (47°) e passi, ma è inaccettabile Christian Vieri (71°) soprattutto se davanti a Riva (74°) , così come Del Piero (77°) in particolare davanti a Facchetti (90°): come minimo, qui si percepisce una scarsa conoscenza della storia del nostro calcio. L'anno precedente (1999), l'esercizio era stato affrontato dal Guerin Sportivo [vedi], che proponeva una lista dei migliori 50 all times. Qui ci sono 15 italiani - ovviamente una presenza sovradimensionata -, ma è interessante la collocazione interna al football italico dei singoli campioni: davanti all'abatino, 13° in assoluto, ci sono solo Meazza e Valentino Mazzola. Non c'è Sandro. E si potrebbe continuare ma, come ben si vede e si sa, la materia è del tutto opinabile (con spazio per le 'provocazioni', alle quali si abbandonò So Foot nel 2012 [vedi]).

Torniamo ai nostri giorni. Un compleanno raramente genera riflessioni che rinuncino alla tentazione di 'celebrare', magari con nostalgia, la grandezza del festeggiato. Il quale, dal canto suo, alla nostalgia si sottrae - anzi, si è sempre sottratto. Così, probabilmente oggi Rivera è l'unico a non avere nostalgia di Rivera, a non interrogarsi su ciò che poteva essere e non è stato (forse, l'unica sua reale amarezza è costituita dal non aver potuto giocare quella che persino Brera riteneva sarebbe stata la 'sua' partita: Italia-Brasile del '70), l'unico capace di scherzare sul gol del 4-3 con la Germania, che ancora (al solo pensiero) produce tachicardie in chi la vide in mondovisione.


Hanno 'festeggiato' il Golden Boy alcune delle migliori penne nostrane, tutte abbastanza in là con gli anni, ma con ancora ben saldi nella mente immagini e ricordi del calcio nei 1960s e 1970s. Nessuno ha ceduto alla tentazione di pennellarne (con minore o maggiore dispendio di inchiostro) un ritratto, una 'voce' capace di rievocare ciò che Rivera fu, come calciatore e non solo. Ripropongo, qui, gli schizzi che mi pare siano meglio riusciti.

Gianni Rivera è stato il più grande calciatore del football italiano, per la naturalezza, per l'eleganza, per il tocco essenziale, raffinato, magistrale. Gianni Rivera è stato il più grande talento sprecato del nostro stesso calcio, tenuto ai margini e sopportato appena per quel carattere istintivo ma non crudele, per il suo dire e non mandare a dire, per le scelte sbagliate nei momenti giusti e per le scelte giuste nei momenti sbagliati. In altri Paesi sarebbe stato un monumento non per farci defecare i piccioni ma per far intendere alla gente che cosa sia stato e che cosa sia ancora il gioco del pallone, nella sua arte genuina, non certo nei muscoli e nelle ripartenze. Gianni era seta tra cenci o stoffe di cotone, aveva l'intuito dell'artista, l'occhio di falco, di cui oggi si canta, era per lui dote di natura, il tocco di palla era appena accennato ma deciso, il passaggio partiva dal suo piede prima che lo spettatore ne potesse avvertire la necessità e intuire la traiettoria (Tony Damascelli, Il Giornale)

Rivera riassume molti tratti della stirpe italica. Il talento precoce: debuttò in serie A, con l’Alessandria, a sedici anni non ancora compiuti. Poi solo Milan. Il compromesso fisico: aveva spalle banali, torace modesto, diventò l’«abatino» di Gianni Brera. «Più artista che atleta». Il compromesso storico: le celeberrime staffette «messicane», con Sandro Mazzola e per sei minuti, in finale, con Roberto Boninsegna. Un po’ al governo, un po’ all’opposizione. L’attimo fuggente: il gol d’interno destro nei supplementari di Italia-Germania Ovest 4-3, ai Mondiali messicani. La partita che ci fece nazione e non più gregge. Una svolta, non una semplice volta. Il politico. Da capitano e dirigente del Milan, contro gli arbitri. Da pattista e deputato dell’Ulivo, contro Berlusconi. Mondo X, padre Eligio: calcio come confine, non come prigione. L’anticonformista. Madrid 1969, finale di Coppa dei Campioni: Milan-Ajax 4-1. Allenatore, Nereo Rocco. Linea d’attacco: Hamrin, Lodetti, Sormani, Rivera, Prati. E lo chiamavano catenaccio (Roberto Beccantini, Beck is Beck).

Nel calcio italiano tutti sanno che il calcio italiano non sarebbe stato lo stesso se non ci fosse stato Gianni Rivera e il suo fisico minuto, mero e accessorio contenitore di un genio del resto incontenibile. Nel calcio il tempo trascorre più lento, ha una memoria che resiste, è un hard disk sterminato e sempre al lavoro tra miliardi di file che tengono il passato e il presente in un tutt'uno, mischiandoli e ordinandoli continuamente. Il tempo passa per tutti, anche per i giovani ... Era un bambino anche Gianni Rivera, quando esordì con l’Alessandria il 2 giugno 1959 contro l’Inter: 15 anni e 10 mesi. Nel calcio si resta giovani e bambini più a lungo, quasi in eterno. Non a caso chiamavano e chiamano Gianni Rivera il Golden Boy. Il ricordo ferma il trascorrere del tempo (Fabrizio Bocca, Blooog).

È stato un grande numero 10, senza una favela o un barrio miserabile a spiegarne la vocazione e il talento. Si è sempre esposto in prima persona pagando di persona e non ha mai dato una mano alla costruzione di un suo monumento celebrativo. Se proprio era il caso, sapeva correre, ma al Milan i compagni capirono presto (lo ammise Lodetti) che correre per lui era meglio  ... Era tutto più chiaro, nel calcio e fuori. I numeri parlavano, ma adesso che il 10 lo possono portare anche i portieri conviene chiudere qui. Auguri (Gianni Mura, La Repubblica).


Il resto apparso sui giornali in questi giorni è ordinaria amministrazione; schede da piccola enciclopedia, palmarès, statistiche; nelle edizioni on line qualche foto-gallery facilmente assemblabile, qualche video incorporato da Youtube. Interviste, come già si accennava. La festa, indubitabilmente, c'è stata. I tributi offerti. Ora si torna al 'calcio moderno': piaccia o no, il gioco è sempre quello, e altri campioni unici vi faranno capolino. Unici, come Rivera.

Mans

27 giugno 2012

Vigilia

Dunque ci siamo. Le prime quattro d'Europa scaldano i garretti e riempiono d'ossigeno i polmoni. Come Mans penso che la Roja avrà la meglio sui Lusitani. Ma con un risultato più largo, e offrendo molto di più di quanto fatto vedere sin qui.

Il problema dell'Italia (contro la Benny Hill's Club Band apparso in tutta la sua drammatica e non episodica rilevanza) è la scarsa capacità di concretizzare le pur numerose (e talvolta cristalline) occasioni create. Se Marione s'intestardisce e pecca di lucidità sotto porta son dolori, temo. Mi piacerebbe vedere Diamanti titolare e Nocerino (l'unico acquisto indovinato dal Milan nella scorsa stagione) gettato per tempo nella mischia da San Cesare, con piena licenza di offendere: chissà che i suoi tipici inserimenti fra le linee (bellissimi quelli che domenica scorsa hanno uccellato Terry & co. in almeno un paio di occasioni) non si rivelino una carta vincente contro la compassata, perforabile retroguardia crucca. Sarà partita vera, come sempre tra azzurri e bianchi di Germania. E lì, fra le prime quattro d'Europa, comunque manebimus optime, grazie a Cesarone.

24 giugno 2012, Olimpiyskyi, Kyiv
Milner, Gerrard, Rooney osservano Andrea Pirlo
in uno dei suoi innumerevoli "atti performativi"
Chiosa su Pirlo, visto che siamo in tema di santificazioni. Uno così avrebbe messo d'accordo pure Amidei e Buondelmonti, Lennon e Mc Cartney, Marx e Bakunin. Fa tornare alla mente il divino Baggio, per classe allo stato puro e, appunto, per quella capacità di far convergere sul suo nome voyeurs calcistici di opposte fedi e di differenti opinioni. Per intelligenza, senso della posizione, limpidità di visione e facilità di calcio ricorda un altro immenso. Il paragone con Gianni Rivera suonava forse un po' irriguardoso per il primo pallone d'oro italiano nel maggio 2003, quando lo azzardò Livio Forma (riascoltalo qui), a pochi giorni dall'ingresso di Andrea nell'Olimpo del calcio europeo. Ha molte più ragioni d'essere oggi, dopo che quel leggero centrocampista dal "piede felpato" ha messo in bacheca (e sempre da protagonista) un'altra Coppa dei Campioni, un Campionato del Mondo, svariati altri trofei. E conquistato una stima a qualsiasi latitudine che ne farà senz'altro, Eupalla permettendo, il prossimo pallone d'oro.

Alviero

26 giugno 2012

In lode di un grande italiano

Certo, dobbiamo ai ragazzi in campo la bella impresa di questo europeo, Andrea Pirlo su tutti, per il quale non riesco a trovare le parole adatte a descrivere il sentimento, misto di impressione e commozione, che mi avvince e turba ogni volta che lo osservo ricevere il pallone, girarsi sulla sinistra accompagnando la palla con uno o due tocchi brevi proteggendola col corpo dal mastino di turno avvinto alle calcagna, alzare lo sguardo, vedere lo spazio e lanciare maestosamente verso destra: non è solo una performance, è un atto performativo se vogliamo riconoscere, come avrebbe fatto Cesare Segre se non disdegnasse la pedata, la natura linguistica del suo stile. È certamente lui che, insieme agli altri nostri Azzurri, corre, scambia, lancia, difende e segna e fa segnare.

Ma è Cesare Prandelli a sceglierli e a decidere di mandare in campo quelli che ritiene che siano i giocatori più adatti alla sua idea di gioco. "Il calcio 'giocato' è il futuro" ha detto nella conferenza stampa dopo l'impressionante dimostrazione che ha saputo dapprima immaginare, e poi predisporre e creare, nei 120 minuti contro l'Inghilterra. Ciò che mi ha colpito di più di questa ennesima bella partita della sua gestione è stato il ritmo, il forcing (come si diceva anni fa), la determinazione che la squadra ha messo nel secondo tempo supplementare. Quanti inutili tempi supplementari, attanagliati dalla paura e rassegnati ai rigori, abbiamo visto nei nostri decenni di voyeurs? E quante poche volte, spesso azzurre (da Italia - Germania all'Azteca), li abbiamo visti così intensi e spettacolari? Con Balzaretti, Nocerino e Diamanti come protagonisti, oltretutto ...

15 novembre 2011, Palazzo del Quirinale, Roma
Tre generazioni di Italiani
Domenica gli ho dato affettuosamente dell'invertito per spezzare la tensione dell'attesa di quelle ore interminabili. In serietà, Cesare sta avviando una rivoluzione culturale della nostra tradizione. C'è in lui un senso limpido e morale dell'impresa, che attinge la sua semplicità al buon senso delle radici contadine. Non c'è alcuna retorica nella sua missione, nessuna cultura del sudore (deterso) e della sofferenza (lauta), nessun operaismo (milionario). C'è invece - a mio avviso - uno dei portati più nobili e antichi del nostro grande paese: la cultura, la ricerca, il piacere per il lavoro, artigianale o intellettuale (o, come il calcio, la sintesi di entrambe le cose), fatto bene. Come lo sono le ville palladiane, la scrittura della storia, i vestiti di sartoria, la fisica nucleare, l'industria meccanica di precisione o il cinema dell'epoca di Antonioni e Fellini.

Anche per questo Cesare è un grande italiano, che mostra il volto più bello e migliore del nostro paese. Il palcoscenico europeo lo ha fatto scoprire alla critica beota degli altri (più "seri"?, ah ah ah ...) paesi, per la quale la nazionale italiana è, appunto, una sorpresa, avvinta, come è (la Beozia, intendo), allo stereotipo del "catenaccio" (cioè della mafia, spaghetti e mandolino). Cesare ha restituito dignità e moralità a una nazionale avvilita dall'annunciato disastro sudafricano. E lo ha fatto perseguendo l'idea del gioco, della ricerca, dell'applicazione, del lavoro serio e alla fine, inevitabilmente, appagante. Soprattutto, ha saputo infondere nell'ambiente la sua visione e avviare, così, la sua rivoluzione culturale.

Di questo è stato capace perché è persona esemplare, di grande tempra morale e serietà, come dimostra il suo percorso di vita, mai urlato, mai sopra le righe, radicato in solidissime basi (la famiglia, l'educazione, il lavoro, la caritas). Il suo è un profilo pubblico ormai conosciuto e ammirato in tutto il paese, dagli appassionati di calcio, ma anche dalla gente comune, dalle donne, dagli anziani e dai bambini, che riconoscono nel suo sorriso dolce e nei suoi tratti gentili un modello possibile di cittadinanza e di italianità. Ero con Cibali allo stadio la domenica successiva alla morte di sua moglie, affrontata da Cesare con dignità, compostezza e fede sincera e non ostentata. Eravamo più di 40.000 perché si giocava un Fiorentina-Inter. Fu tributato un minuto di silenzio. Che fu silenzio assoluto, senza applausi vacui. Un silenzio commosso, protratto, interminabile, insopportabile. Che serrò la gola a molti e ne solcò il viso di lacrime. Non erano solo l'affetto e la riconoscenza di una tifoseria. Era anche l'ammirazione per la persona.

Senza alcuna retorica, dobbiamo essere fieri di Cesare Prandelli, uno dei più grandi italiani di questo inizio secolo. Ce ne sono milioni come lui, per fortuna, che vivono quotidianamente senza i fari addosso e che fanno del nostro paese un grande paese. Ma sfido chiunque a indicarne dieci di migliori nella sfera pubblica della politica, della classe dirigente, della cultura, e dello sport stesso.

Azor

22 giugno 2012

Il mitologico gol di Σωκράτης

Oggi dunque l'€ scontro tra Grecia e Germania. Ho compulsato gli almanacchi, che indicano una storia schiacciante a favore dei tedeschi e lasciano solo una labile fiammella alle speranze elleniche. Solo 8 precedenti tra le due nazionali (nello spazio recente tra 1960 e 2001), 5 vittorie tedesche e 3 pareggi: nei tornei mondiali vento unidirezionale che spira da Nord; in quelli europei, invece, i toeschi non sono mai riusciti a prevalere sugli egei. Nelle qualificazioni all'edizione 1976 fu 2:2 al Pireo e 1:1 a Dusseldorf; nella fase finale del 1980 fu 0:0 a Torino [dettagli]. E' a questi precedenti che si devono appigliare i nipoti in campo oggi. Possono provarci, stando stretti e colpendo di rimessa, magari puntando ai rigori. Avranno certamente con loro tutta l'Europa di lingua non barbara, ma dubito assai che possa bastare.

1972, Olympiastadion München
Il bellissimo gol di testa di Σωκράτης su un impietrito Leibniz 
Il precedente confortante viene invece dalla tradizione filosofica. Come è noto, i due paesi vantano i migliori pensatori dell'antichità e dell'età moderna. Nell'unico confronto diretto fino a oggi hanno prevalso i greci con un bellissimo gol di testa (ovviamente) di Socrate. La partita è andata in scena all'Olympiastadion (ovviamente) di München nel 1972. La Germania schierò anche Franz Beckenbauer (ovviamente).

Queste le formazioni scese in campo agli ordini del signor Confucio, coadiuvato dai guardalinee San Tommaso d'Aquino e Sant'Agostino. Germania (4-2-4): Gottfried Leibniz; Immanuel Kant, Georg Wilhelm Friedrich Hegel (capitano), Arthur Schopenhauer, Friedrich Wilhelm Joseph Schelling; Karl Jaspers, Franz Beckenbauer; Karl Wilhelm Friedrich von Schlegel, Ludwig Wittgenstein, ma con punte più avanzate Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger. Allenatore il sanguigno Martin Lutero. Grecia (in un po' più moderno 4-4-2): Platone; Epitteto, Aristotele (libero pensatore), Sofocle, Empedocle; Plotino, Epicuro, Eraclito, Democrito; Socrate (capitano) e Archimede, attaccanti di fosforo. Come repubblica vuole, autogestione, senza allenatore.

Reliquie vintage di quella memorabile partita
Per fortuna si sono conservati alcuni "riflessi filmati" (andati in onda il 18 dicembre 1972 nel Monty Python's Fliegender Zirkus sulla Rete televisiva ARD), che ci consentono di appurare la lunga latitanza del gioco, soffocata dal tatticismo specultativo (si osservi lo smarrimento del Kaiser Franz in mezzo al campo), la clamorosa espulsione di Friedrich Nietzsche, reo - a quanto pare - di aver dubitato del libero arbitrio dell'arbitro, l'atletismo di Karl Marx subentrato nella ripresa a uno spento Ludwig Wittgenstein. Soprattutto, grazie a un'illuminazione di Archimede (ovviamente) si vede finalmente il gioco con la palla, una splendida triangolazione euclidea (ovviamente) e la mirabile inzuccata del capitano greco all'89°. Marx reclamò invano il fuorigioco ellenico, ma l'arbitro fu irremovibile di fronte alle prolungate proteste tedesche. Un pensoso resoconto della partita lo si può leggere anche sul "Guardian" (ovviamente) [qui].

Chissà se Eupalla stasera sarà ovviamente super partes.

Azor

Germania - Grecia 0:1 (0:0)
Tabellino | HL - HL (inglese con sottotitoli)

18 giugno 2012

Reliquie

Museo dello Estadio Santiago Bernabeu
(per cortesia di Nello, cui dobbiamo la foto)

20 maggio 2012

Il ritorno di Zdeněk

Negli spiccioli di emozioni conclusive della stagione italica, questa domenica regala anche il ritorno alla A di uno dei nostri preferiti, Zdeněk Zeman, visionario allenatore di provincia, profeta del bel gioco, capace di dare il meglio di sé con rose di giovani da plasmare, come in questa bellissima annata pescarese ("Più che un secondo papà, sono ormai un secondo nonno", dixit). E dal palmarès noncurantemente vuoto. Legato a un credo antico: "Da piccolo a Praga mi dissero 'prendi qella posizione' e mai 'prendi quell'uomo': da quel giorno non ho più cambiato idea, sarebbe stata la zona il mio modulo di gioco ideale". Uomo di culto e oggetto di odi (e non solo di odii) [vedi qui]. Bentornato Zdeněk: e speriamo che il presidente del Delfino Pescara 1936 non ci faccia uno scherzo. L'ennesimo di questo calcio in cui, come dici tu, "non esistono più le bandiere, perché ormai comandano la politica e l'economia".

20 maggio 2012, Stadio Luigi Ferraris, Genova
Espugnato anche il campo della Sampdoria e con la matematica certezza della promozione in Serie A,
anche un mutanghero apparentemente glaciale come Zdeněk Zeman scioglie in lacrime le sue emozioni:
 "Credo che sia stata la più grande soddisfazione della mia carriera" 

6 maggio 2012

Omaggio a un campione

5 maggio 2012, Stadio Olimpico, Roma
Francesco Totti scocca di sinistro dal limite il pallone dell'1:0 al Catania
E così ieri sera, con la doppietta cucinata al Catania e preceduta da un pacchiano errore dal dischetto, il Pupone ha fatto 500 presenze in Serie A. Ha raggiunto Ciro Ferrara. Ne ha davanti solo dieci, ma l'unico in attività è il capitano della benamata, Javier Zanetti. Supererà probabilmente zio Bergomi (fermatosi a 519), Gianni Rivera (527) ed Enrico Albertosi (532), a tiro di una sola stagione. Se tiene, anche Piola (537) e Roberto Mancini (541) sono alla sua gittata. Per ora 500 partite, per ora 215 gol: uno in meno di Josè Altafini e Peppino Meazza. Se non si sfascia, li scavalcherà.

Sono numeri da leggenda vivente; osta, perché sia considerato unanimemente uno dei nostri grandi di sempre, il suo coefficiente eupallometrico, che risulterà penalizzato dall'aver militato in una sola squadra e per di più non appartenente alla ristretta élite italica. Brilla, nel suo palmarès, un titolo mondiale (2006, ça va sans dire) vinto sostanzialmente da comprimario, al termine di una delle sue stagioni migliori: Luciano Spalletti l'aveva impostato, da tipico trequartista, in centravanti atipico, una versione aggiornata di Hidegkuti; in gennaio Pelé lo defini senz'altro "il miglior giocatore del mondo" e menò gramo, perché una frattura del terzo medio del perone sinistro lo mise fuori da febbraio e per il resto del campionato, e soprattutto ne compromise palesemente le prestazioni al mundial tedesco, dove giostrò sotto ritmo e con deficienza dinamica. Gli restano tra le mani dunque, allo stato, uno scudetto, due coppette, due supercoppette. Poco. Troppo poco, per un campione sicuramente epocale (quale pedatore italiano può essere considerato finora, almeno nel XXI secolo, più bravo di lui?), tecnicamente e atleticamente perfetto (centimetri e tonnellaggio, corsa - certo, ora non più - e rapidità di visione, capacità di finalizzazione molto al di sopra della media).

Resteranno nella memoria giocate mirabili, qualche gol inimmaginabile o quasi, e nella mente un dubbio: non si fosse trasformato in icona e reliquia ante mortem (calcisticamente parlando) della sua unica squadra (squadra di città capitale, ma con anima decisamente provinciale), fosse emigrato a Milano o a Torino una decina d'anni or sono, quanti palloni d'oro dovrebbe spolverare ogni sera, invece di perdere tempo a chiedersi (e a sentirsi chiedere) se Luis Enrique è l'uomo giusto per un progetto che (se mai decollerà) certo non lo potrà avere per principale protagonista?

Mans

26 marzo 2012

Un sapore antico

Confesso l'emozione con cui butto giù queste righe. Ieri ho rivisto l'Inter di Helenio Herrera: non quella serale sfaldatasi dopo i cambi azzeccati da Conte, ma quella pomeridiana dei neo campioni d'Europa under 19. Già l'araldica del manifesto della finale smuoveva qualcosa, con lo stemma della Beneamata accostato a quello di Ajace: sapori lontani. Ma poi è stata la prova sul campo a stupire: grande personalità e vittoria meritata, nonostante sia giunta ai rigori. Difesa impenetrabile (concessi un paio di tiretti agli olandesi, che han pareggiato su punizione), un vero muro: tutti raccolti dietro e grande creazione di spazi in avanti, nei quali abbiamo colpito, infatti, anche quando rimasti in dieci. L'Inter assomigliava a quella degli anni sessanta, l'Ajax invece non a quella dei primi anni settanta ma alle più recenti: nessuna traccia del totalvoetbal, niente pressing a centrocampo, solo un elegante possesso palla assai sterile, fatto di circumnavigazioni da un fronte all'altro.

25 marzo 2012, Matchroom Stadium, Leyton Orient
Daniel Bessa affrontato da Mithail Dijks

Anche il percorso di avvicinamento è stato "in stile". Scoppola iniziale terribile con gli Spurs (1-7) ad agosto; combattuta vittoria sul PSV (3-2) e di misura sul Basel (1-0) a settembre; poi un pareggio di ritorno (1-1) col Tottenham a Milano, una vittoria determinante in trasferta a Eindhoven per il passaggio ai quarti (2-1) e un bel 0-0 a Basilea tra dicembre e inizio gennaio. La qualificazione come secondi ci ha costretto alla partita in gara secca [vedila qui] a Lisbona il 25 gennaio (davanti a oltre 6.000 spettatori: che per un torneo di ragazzi è qualcosa di eccezionale), dove ci siamo qualificati alla fase finale a Londra con il risultato classico (1-0).

Le 16 squadre partecipanti al torneo (brutto il nome, Next Generation Series, perché non ancora organizzato dalla UEFA) mostravano araldiche illustri (Barcelona, Celtic, Liverpool, Ajax) o fanées (Aston Villa, Tottenham, Sporting, Manchester City) o ancora un po' da Champions League (Marseille, Rosenborg, Fenerbahce, Wolfsburg, Basel, PSV Eindhoven, Molde). Dunque un bel mix di antico e di moderno.

Fase finale (14-25 marzo 2012) nei fascinosi stadi minori della periferia di Londra: il Langtree Park stadium di St Helens (piccolo tempio del rugby), il Griffin Park di Brentford, il Cobham Ground dove si allena il Chelsea e il Matchroom Stadium di Leyton Orient. L'Ajax polverizza il Liverpool (6-0) e va in finale da grande favorito, avendo tra l'altro rifilato un rotondo 3-0 al Barça ai quarti in Catalogna. Noi battiamo in modo convincente il Marseille per 2-0 [vedi la partita qui]. Forse non è un caso che siano arrivate in finale due squadre che hanno vivai tra i primi al mondo: in questo, va ammesso, la gestione Moratti è lungimirante.

Tra i 28 ragazzi scesi in campo (più un'altra dozzina in rosa) in un tiepido e soleggiato pomeriggio primaverile inglese quanti ne rivedremo nei tornei maggiori, sia nazionali sia internazionali? Forse due o tre. Mi arrischio a fare un nome: Daniel Bessa, un brasiliano di origini italiane, naturalizzato. Lo dico con tutto il rispetto dovuto e senza l'intenzione di bestemmiare: mi ricorda, mutatis mutandis, Gianni Rivera. Stessa morfologia (l'Abatino 175x68, il giovane 173x65), stesso piede, stessa ampia visione di gioco, lanci lunghi precisi, assist di taglio e in verticale, e senso del gol [vedi schede 1, 2, 3]. I nesci attuali lo paragonano chi a Pepito chi a Wesley: a vederlo giocare ieri pomeriggio mi ha invece ricordato il Gianni del 14 novembre 1973, in una delle sue più belle partite di sempre, a Wembley contro l'Inghilterra, una partita di lotta e di governo a ritmi altissimi, senza Lodetti alle spalle (vedila qui). Come è costretto a fare oggi Bessa, che come il Mandrogno giovane gioca da falso centravanti, grazie all'intuizione di Andrea Stramaccioni, l'attuale allenatore della Primavera della Beneamata. Staremo a vedere: pare che il punto debole sia il carattere; ma ieri sembrava un veterano; ne ha prese e ne ha date per due ore, senza risparmiarsi nulla.

Azor

The NextGen Series | Final
Sito ufficiale | Il racconto
Internazionale - Ajax 1:1 (6-4 ai rigori)
25 marzo 2012, Matchroom stadium, Leyton Orient
Tabellino e formazioni | La Rosea | Partita

23 marzo 2012

Bandiere ammainate

Il golletto e la linguaccia tirati fuori da Del Piero l'altra sera allo Juventus Stadium (leggasi: "stédium", oh yes ...) nella semifinale tutta corsa e agone contro il Milan, e anche il giro di campo con la maglietta di Seedorf e le successive abbottonate dichiarazioni ai microfoni sul suo futuro da luglio prossimo in poi, mi hanno fatto ripensare alle cosiddette bandiere.

10 giugno 1961, Stadio comunale, Torino
L'addio al calcio di Giampiero Boniperti, a soli 33 anni,
al termine della ripetizione di Juventus-Inter, in cui debuttò il giovane Sandro Mazzola

Mi sembra infatti che tali siano solo in campo, ma che poi, smessi i bulloni, solo pochissime riescano a rimanere tali anche per i colori sociali. A parte Del Piero, cui Agnelli ha applicato con largo anticipo il nuovo art. 18, penso a casi recenti come quello di Paolo Maldini, vergognosamente contestato dai tifosi prezzolati al giro di campo d'addio, e poi sempre blandito ma mai più riammesso a corte.

Il passato, poi, è pieno di bandiere ammainate dalle società: Rivera, Antognoni, Bergomi ... Talune anche traumaticamente come Mazzola. Tutto ciò è legittimo, perché non necessariamente un grande calciatore si rivela un buon dirigente. Ma è un dato che le bandiere restano tali solo nel cuore e nella memoria degli appassionati.

Azor

18 marzo 2012

Pirlo tu che Pirlo anch'io

18 febbraio 2012, Juventus Stadium, Torino
Andrea Pirlo scocca il tiro del primo goal contro il Catania
Ha rovinato la carriera di uno dei migliori attaccanti in circolazione. Ha ceduto alla diretta rivale il più talentuoso e intelligente regista italiano di centrocampo (ieri, in più occasioni, pure eccellente ricamatore alto - e splendido finalizzatore - sulla porzione sinistra). Fatalmente ci si ripete, trattando dell'Allegri Massimiliano da Livorno. Lo ricorderemo (scordandocene un minuto dopo) con una targa: eupallometricamente è senz'altro quella di Bergamo.

Mans