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2 luglio 2016

Robson-Kanu turn

A memoria, non viene in mente un giocatore capace, con una sola finta (qualcosa di simile al Cruyff turn, ma eseguita in coordinazione disperata e precaria), di mandare fuori dal campo tre difensori e ritrovarsi il pallone sul piede preferito, in posizione centrale, solo nell'area di rigore, a pochi metri dal portiere. Un rigore corto in movimento, si può dire. Hal Robson-Kanu, centravanti del Galles ma inglese (è nato a Londra) e poi naturalizzato, normalmente peraltro esterno offensivo, duecento partite e venticinque gol nel Reading, attualmente svincolato, ha azzeccato un gesto che resterà negli almanacchi. 

La sequenza
1. Robson-Kanu ha ricevuto e controllato la sfera.
Ha accanto due difensori, e un terzo pronto a intervenire
2. Portandosi avanti di interno-tacco la palla, il gallese
'sorprende' i tre difensori: sono tutti alla sua sinistra.
Per le scuole-calcio è materiale didattico utile.
I belgi fanno tutto ciò che non si dovrebbe fare: epocali!

Con la sua prodezza, i Dragoni perfezionano la rimonta (che poi rifiniscono al 90°), e infliggono al Belgio la più rovinosa e comica delle sconfitte. E nessuno, tra quanti hanno visto la partita, può reputare che sia accaduto per capriccio o casualità. No. Perché il Belgio è sopravvalutato. Perché? Perché si ritiene abbia giocatori fortissimi. Vero, forse. Ma sono tutti attaccanti, preferibilmente trequartisti. In una squadra ci vogliono anche i difensori; e occorre anche che la cosiddetta 'fase difensiva' sia organizzata. 

Jordan Lukaku
Per difendersi con così tanti giocatori offensivi schierati, occorre intelligenza, affiatamento, tempismo. Doti e abitudini che i poveri cristi messi in campo da Wilmots per sopperire all'assenza dei titolari non sembrano possedere. O forse ne posseggono un po', ma sono distratti. Vanno fuori giri. Ai tempi (soprattutto gli anni '70 e '80), i Rode Duivels erano capaci di mandare dallo psichiatra i reparti d'attacco che li affrontavano, vincendo sistematicamente la guerra di posizione. Qualcuno degli avversari finiva sempre in fuorigioco, arrivare al tiro era affare complicato. Era brutto affrontarli, e noi ne sappiamo qualcosa. Oggi, nella loro metà campo si organizzano festini, tutti i portoni sono spalancati, e persino un Robson-Kanu con loro va a nozze. 

Il cannibale
Morale della favola, da Lille - una breve pedalata per arrivare a Courtrai, passando da Roubaix -, i pedatori belgi tornano a casa, ci hanno messo pochissimo tempo. La prossima volta, forse, sceglieranno una seconda maglia diversa da quella della loro gloriosa rappresentativa ciclistica. Vedere il fratello rasta di Lukaku con la maglia di Merckx faceva abbastanza ridere, si converrà.

Quindi ecco che la prima semifinale è stabilita. Galles-Portogallo. Naturalmente i giornalisti si concentreranno sul duello tra Bale e Cristiano, e i ragionamenti sulla partita saranno limitati a questo argomento, ritenuto parecchio mediatico e piuttosto affascinante. Ci annoia il solo pensiero. Poiché intanto, e però, i lusitani saranno senza William Carvalho, e i gallesi senza Aaron Ramsey, due autentici pezzi da novanta (a occhio, l'assenza di Ramsey peserà di più). Ma il Portugal dovrebbe essere più stanco, dopo ottavo e quarto conclusi prima ai supplementari e poi ai rigori. E sarà già la sesta partita. Logica e storia vogliono che da questa parte del tabellone si giochi per il secondo posto finale; dall'altra ci sono nove coppe del mondo e sei titoli europei a disputarsi il biglietto per lo Stade de France. Noi siamo disposti a perdere questa sera con la Germania, ma a una sola condizione. Che a Saint-Denis, il 10 luglio, ci siano le colorate e allegre comitive del Galles e dell'Islanda ...

Certo, è un sogno, più che un pronostico azzardato. D'accordo, come non detto. Non chiediamo troppo: in fondo ci siamo già divertiti abbastanza.

14 giugno 2016

Lezione di italiano per Wilmots e (oggi) derby danubiano

Ammettiamolo, un po' era nell'aria. La partenza col botto. La sorpresa che può sorprendere solo chi si è affacciato al pallone in questi anni di misero talento e sicuro declino pedatorio italico. Ma - come diceva ieri sera Arrigo nell'orrenda trasmissione post-match allestita dalla Rai, con le solite facce e i soliti sketch che offendono il buon gusto di molti spettatori - il calcio ha anche una storia e una tradizione, e quelle di Belgio e Italia sono imparagonabili. Vero: loro sono stati una nostra bestia nera, basti ricordare gli europei del '72 e dell'80. Ma, ai tempi, erano una nazionale tatticamente all'avanguardia. Oggi, certamente, no. Oggi hanno visto crescere una generazione di cosiddetti top-player, ce ne sono così tanti da non poterli nemmeno schierare tutti nella formazione di partenza. Peccato siano concentrati solo in alcuni ruoli - attaccanti, attaccanti esterni, trequartisti o come li si vuole chiamare; peccato non ci siano difensori - centrali ed esterni - all'altezza (soprattutto tattica) dei nostri; peccato non possano tenere in mezzo al campo un vero facitore di gioco, un regista, un playmaker, ma due interni di difficile definizione e piuttosto sopravvalutati, i gemelli Witsel e Fellaini. Poiché la raccolta delle figurine e la composizione di un album non presentano le stesse difficoltà che comporta l'allestimento di una squadra di calcio efficiente ed equilibrata (e poiché anche i valori di transfermarkt non scendono in campo), ecco che i nostri ronzini sono andati praticamente a nozze. Teleguidati (come giustamente osserva oggi Mario Sconcerti sul Corriere) da Conte, azzerati nell'ego da questa esperienza mistico-pedatoria. Così, quando Hazard ha cominciato a esercitarsi in solitari funambolismi, si è capito che Wilmots non aveva armi (e intelligenze) tattiche da contrapporre alla nostra strategia. E il match è scivolato, pur tra fasi alterne, verso la sua logica conclusione. Gli sprechi madornali e decisivi di Origi e Lukaku (anche i nostri sprecano, ma ciò è nella normalità), peraltro, dovrebbero far riflettere chi si produce in eccessi di entusiasmo per i centravanti altrui: sono giovani, e hanno ancora tanta strada da fare prima di arrivare al vertice del calcio europeo.

Si segna spesso nei minuti finali, a Euro 2016.
Anche l'Italia ci riesce, al termine di un'azione spettacolare

Certamente, non si è mai vista una nazionale italiana con queste sincronie di gioco e di movimenti. Una squadra perfetta, le cui beghe stanno nella modestia dei piedi di tutti - cosa non da sottovalutare, peraltro. Basterà per andare lontano? Difficile dire, ora per esempio avremo due partite complicate, poiché si va ad incontrare gente del nostro livello e che dovrà adoperare le nostre stesse armi. Per fortuna troviamo prima l'amico Ibra, leader di una squadra povera di talento - come la nostra. Per fortuna arriva prima la Svezia, perché gli irlandesi hanno un signor allenatore e appetiti atavici, e corrono come dannati, secondo tradizione. Saranno giornate difficili, e occorrerà - ora che la vittoria nella prima partita ci dà una ragionevole certezza di passare il turno - risparmiare fiato ed energie, e impiegare anche qualcuno rimasto ieri in panca. Vedremo.

Oggi torna un'antica classica del football europeo. Il derby danubiano: Austria-Ungheria. Si sono incontrate 136 volte; a parte i confronti della Coppa Internazionale, si sono sfidate in una sola occasione al mondiale, nel 1934, all'altezza dei quarti, a Bologna. Mai in una fase finale dell'europeo. Vanta più successi l'Austria, che anche oggi parte favorita. Nei cieli di Eupalla, tanti antichi campioni di due generazioni diverse, quelli che fecero parte del Wunderteam e dell'Aranycsapat, si accomoderanno oggi insieme sul divano per godersi questa partita davvero speciale, che ritorna a contare qualcosa dopo secoli di inerzia e declino. La ruota del football non smette mai di girare.

30 marzo 2016

Quanto costerà un coperto al ristorante dello Stade de France?

Viviamo una stagione calcistica di transizione, nonostante si concluda con l'europeo di Francia. Ammesso che si giochi, considerata l'emergenza oramai quotidiana e l'eventualità di attacchi terroristici - l'attentato di Bruxelles ha avuto luogo, come quello di Parigi, mentre nel vecchio continente tutte le nazionali avevano la loro partita da giocare: una banale coincidenza?

Pensieri fluttuanti del Pep
E' una stagione di transizione per alcune leghe nazionali (specie quella inglese; ma anche in Francia il dominio del PSG ha assunto proporzioni tali da metterne in discussione il contenuto agonistico), meno per le competizioni internazionali. Ma alcuni top-club hanno già scelto di voltare pagina dalla prossima stagione, cambiando la guida tecnica (City, Bayern, Chelsea), altri confidano in uno strabiliante finale di Champions onde evitare il naufragio (Real: il cambio al volante c'è stato già a metà stagione). Non sorprendente il ritorno a una conduzione più duttile e pragmatica deciso dal Bayern: troppo ardito, forse, il trapianto della mente di Guardiola nel corpo di un club di rilucente tradizione teutonica, tanto da non lasciarne particolarmente entusiasti i sacerdoti e lo stesso Pep. Guardiola ora porterà  la sua sartoria all'Etihad, dove viceversa un blasone universale dev'essere ancora forgiato. Ma, con le risorse di cui disporrà, il catalano potrà cucire il calcio che desidera, scegliendosi tutte le stoffe. Una sfida, sì: ma relativamente rischiosa.

Le nazionali sembrano in fase di ricostruzione. Olanda, Germania, Spagna, Inghilterra sono alle prese con un ricambio generazionale, e non è detto che (per una volta) quelli messi peggio siano proprio gli inglesi. L'ultima mezzora a Berlino di sabato scorso forse non è da prendere sul serio, ma credo che persino Hodgson non se la potesse aspettare. Poi, a ridimensionare l'exploit in terra germanica, è arrivata la 'solita' sconfitta a Wembley con l'imprevedibile undici olandese.

The Youngsters
Anche l'Italia è in mezzo al guado: ma Conte ha fatto un lavoro apprezzabile e ora proverà a raggiungere l'agognata sponda (che sembrava lontanissima, due anni fa) scommettendo su talento e gioventù (Insigne, Zaza, Bernardeschi e altri), abbinati alla solida vecchia guardia bianconera. Alti e bassi sono fisiologici, in questa fase; e farsi bastonare dalla Germania in amichevole non dico porti bene, ma certo male non fa - se non altro, perché ci consiglia di tenere in memoria il ranking e la nostra (intendo del sistema calcistico complessivo) storia recente. Le ambizioni italiane dipenderanno, sostanzialmente, dal costo di un coperto al ristorante dello Stade de France: più vicino ai 10 o ai 100 euro?

Sicché in Francia - se ci si andrà, se si giocherà - potremmo pronosticare il ruolo di principali favoriti all'undici ospitante e al Belgio. Sono le due rappresentative più rodate, più stabili. I Bleus hanno trionfato nelle ultime competizioni organizzate da loro (1984 e 1998), ma non hanno più Roi Michel in cabina di regia (sul campo e fuori); i belgi sono ancora alla ricerca di un souvenir non consolatorio da mettere in bacheca: avessero un Cruijff (un fuoriclasse più acclarato che acclamato: non credo troppo in Hazard, che mi sembra un bravo pedatore, ma abbastanza prevedibile nelle mosse - pur rapide - e nelle intenzioni) potrebbero sbancare. 

I giocatori di Belgio e Portogallo ricordano le vittime di Bruxelles


Ecco, è anche la prima volta senza Cruijff. Non ci sarà - in tribuna o davanti alla tv -, e non ci sarà nemmeno l'Olanda. Ma, è vero, forse per la prima volta tutte (nessuna esclusa) le nazionali di rango si presentano al via con l'intenzione di proporre un calcio poco votato alla speculazione e più all'anticipo dei tempi di gioco, al pressing alto, all'offesa. Tutte: nessuna esclusa. Il calcio praticato, predicato e insegnato da Cruijff è ormai patrimonio comune; ne varia l'interpretazione, e la varietà dipende soprattutto, più che dalle differenze di modulo, dalla qualità degli interpreti.  Chiamarlo total-voetball oggi, è vero, non ha più alcun significato, essendo divenuto luogo comune: nessuno ne ha più l'esclusiva, neppure il Barça, che da quella pianta continua a raccogliere e dispensare i frutti migliori. Perché il seme, in Europa, ha attecchito dappertutto. La rivoluzione è durata cinquant'anni, ma si è compiuta proprio nel tempo in cui il suo prodigioso simbolo ha abbandonato davvero e definitivamente la scena. 

Mans

7 luglio 2014

Much ado about nothing?

Alla penultima tappa di un Mondiale spettacolare, pieno di emozioni, belle partite e memorabili giocate, approdano alle semifinali le tre squadre che alla vigilia erano date tra le più favorite insieme con la Spagna. Solo l'Olanda è la vera sorpresa, non accreditata da nessuno, nemmeno degli autori di Eupallog che, a dire il vero, avevano quasi tutti sottovalutato la Germania: Azor (Brasile, Spagna, Argentina: vedi), Cibali (Brasile, Spagna, Italia, Argentina: vedi), Mans (Brasile, Argentina, Uruguay, Spagna: vedi) e Pope (Argentina, Germania, Brasile, Belgio: vedi).

Oranje 2014: una sorpresa? O un eterno ritorno?
Tanto rumore per nulla dunque? Guardiamo al palmarès (cioè alla storia): 5 coppe il Brasile, 3 la Germania, 2 l'Argentina, la metà del totale. Guardiamo al Ranking FIFA (cioè alla cronaca): Germania 2°, Brasile 3°, Argentina 5°. Soprattutto, consideriamo le 60 partite cui abbiamo assistito e domandiamoci: non è arrivato in fondo qualche XI che lo meritava? La risposta è no. Non si è persa per strada nessuna compagine memorabile.

Agli ottavi sono tornate a casa il Cile (sfortunato), l'Uruguay (modesto), il Messico (buono ma limitato), la Grecia (epica ma senza qualità), la Nigeria (atletica), l'Algeria (memorabile e sfortunata), la Svizzera (modesta) e gli USA (più tattica che tecnica). In questo turno meritavano maggior fortuna solo Cile e Algeria, ma erano da semifinale?

Ai quarti sono tornate a casa la Francia (scioltasi al dunque), la Colombia (travolta dall'impeto verdeoro), il Belgio (inesperta a questi livelli) e la Costa Rica (che dopo i fasti ha puntato ai rigori senza più osare). In questo turno hanno pagato dazio le due squadre attese come possibili "sorprese": Cafeteros e Diables rouges. Un loro approdo alle semifinali sarebbe però equivalso, più o meno, a quello dell'Olanda, palmarès a parte: ma non hanno subito torti lungo strada.

Alla fine, dunque, si confrontano come sempre il calcio europeo e quello sudamericano. Impressiona un ricorso: nell'ultimo torneo svoltosi a quelle latitudini, Argentina 1978, tre nazionali arrivarono come oggi in fondo: Brasile, Olanda e Argentina; al posto dell'Italia, ahinoi, ora c'è la Germania. Storia immobile? Forse. Storia contemporanea? Olanda e Germania erano tra le quattro anche in Sudafrica 2010, il Brasile in Asia nel 2002, l'Argentina vi manca invece dal 1990.

Rispetto ai tornei più recenti sono mancati all'appello Spagna e Uruguay (2010), Italia, Francia e Portogallo (2006), Turchia e Corea (onde anomale del 2002). Sempre presente la Germania che, vista la qualità del gioco espresso finora (ricalcato su quello del Bayern guardiolano), appare a questo punto la favorita. Vincesse, non demeriterebbe certamente il titolo. Soprattutto sarebbe un grande scorno per chi, in questi ultimi due anni, ha ripetutamente dato per morto il tiki-taka ...

Azor

6 luglio 2014

Ti conosco, Mascherano

Siamo dunque al redde rationem. Conclusisi i quarti di finale ci accingiamo al rush decisivo. Sono rimaste in quattro a contendersi il sogno che porta dritti a Rio de Janeiro e al bellissimo Maracanà 2.0. A tale proposito vorrei sottolineare la bellezza degli stadi realizzati per il Mondiale dei Mondiali. Complimenti all'organizzazione e a chi, fisicamente, ha progettato e costruito tanti begli impianti, tutti all'altezza del gioco espresso e dello spettacolo offerto.

Dicevamo delle quattro semifinaliste. Siamo onesti: nessuno si aspettava che l'Olanda arrivasse così avanti nella competizione. Io per primo ero certo che i dissapori dello spogliatoio limitassero l'elevato tasso tecnico della rosa, anche se si stratta di un tasso tecnico decisamente sbilanciato dalla metà campo in su. Il tecnico Louis Van Gaal da ieri rischia seriamente di relegare il Josè Mario Do Santos Felix più famoso del mondo pallonaro al ranking di Special Two. Al minuto 120 di una gara passata a bombardare la difesa della Costa Rica ti fa entrare uno spilungone che risponde al nome di Timothy Krul, portiere con poca fama e meno gloria, in forza al Newcastle United, 36 presenze nel suo club e appena 26 anni.

5 luglio 2014, Arena Fonte Nova, Salvador
Tim Krul para il rigore decisivo e porta l'Olanda in semifinale
Il buon Krul inizia a innervosire gli avversari, ormai dilaniati dai crampi e para ben due rigori su quattro. Il quinto è inutile. Van Gaal appare come un santone infallibile e geniale. La Costa Rica è eliminata e l'Olanda va a San Paulo dove incontrerà l'Argentina di Messi (e da ieri anche di Huguain).

La partita dell'Olanda è stata quello che ci si poteva attendere, un rimbalzare sistematico contro l'organizzazione centro-americana. La Costa Rica ha organizzato una difesa a cinque al confronto della quale il Bol'soj Ballet sembrava il gruppo dei disoccupati di Full Monty. Sincronismo perfetto, movimenti provati e riprovati, Van Persie finisce in fuorigioco 11 volte; alla fine del match gli offsides arancioni saranno ben 13. Anche questo è un piccolo record. Jorge Louis Pinto ha rinunciato al confronto. Forse non aveva molte alternative contro un avversario evidentemente più forte. Il fortino eretto da Keylor Navas (che portiere!) e compagni ha retto per 120 minuti ed è crollato solo grazie alla perfezione dei rigori calciati dai cecchini olandesi. L'Olanda ha dimostrato di essere una station-wagon a trazione anteriore laddove il talento superiore di Robben può e deve risolvere i problemi mostrati da una difesa imbarazzante. Il motore davanti è fenomenale, il cassettone dietro intrainabile. Martins Indi e Vlaar sono lenti e tecnicamente modesti, De Vrij e Blind scorrazzano sulla fascia senza mai sapere quando e quanto devono salire. E d'altra parte se Van Gaal reclama a gran voce l'importanza tattica di De Jong un motivo ci sarà. Kuyt viene impiegato talvolta come terzino e talvolta come esterno alto. Contro una difesa così organizzata nessuno si spiega perché non abbia giocato Huntelaar. Un pasticcio tattico evidente. Ma l'Olanda è passata e al Mourinho in salsa Vermeer va reso il merito del risultato. Si tende sempre a simpatizzare per i più deboli, ma quando a vincere sono i più forti c'è poco da recriminare.

5 luglio, Estadio Nacional, Brasilia
Higuain calcia verso la porta di Courtois. È l'1:0 per l'Albiceleste
Ben diverso è stato l'altro quarto di finale, Argentina-Belgio. Gli uomini del dottor Sabella hanno regolato la pratica in meno di dieci minuti. Higuain si è sbloccato e questa è un'ottima notizia per l'Albiceleste.
Il Belgio si è sciolto come neve al sole. La squadra più giovane ha sofferto l'esperienza e l'abitudine a giocare partite decisive di quella più vecchia dell'intera competizione. L'Argentina resta la mia favorita per la vittoria finale. Peccato per l'infortunio capitato a Di Maria, pare che per lui il Mondiale sia finito. Il Belgio non è teoricamente più debole dell'Argentina e credo che fra due anni in Francia sarà la Nazionale da battere.

Fra Germania e Francia ha vinto semplicemente la squadra più forte, più completa e più talentuosa. Non hanno punti deboli tranne l'assenza cronica di un centravanti di ruolo. Loew ha dovuto fare di necessità virtù, ma ha a disposizione il blocco Bayern, ovvero una legione guardiolana che sa arrivare in porta sfruttando l'ormai tanto vituperato tiki-taka. I risultati sono evidenti. Avrebbero potuto vincere con un margine maggiore. La Francia è andata oltre quanto mi aspettassi. Deschamps ha ricostruito la squadra e ha dato fiducia all'ambiente. In casa, fra due anni, saranno più preparati e partiranno fra le favorite.

4 luglio, Estadio do Maracana, Rio De Janeiro
Hummels porta in vantaggio la Germania
Brasile-Colombia è stata bella, ma non bellissima e ha detto molte cose: il Brasile gioca male, ma ha tre-quattro giocatori che possono decidere la partita in qualsiasi momento. Fred è indispensabile per questa squadra perché corre come un ragazzino e crea gli spazi per i centrocampisti. Hulk è inutile e dannoso, va sostituito. Io farei giocare il profeta laziale. L'apporto del pubblico è determinante per il Brasile e la paura anche. La Colombia è un'ottima squadra, ma non così forte come sembrava dopo il girone di qualificazione. Difesa buona, centrocampo buono e attacco buono. Nessun reparto è ottimo. Hanno tanta qualità, ma è spesso limitata dall'inesperienza (leggi James Rodriguez) o dall'ignoranza tattica (leggi Cuadrado); hanno corsa, ma non sempre essa è accompagnata dalla consapevolezza della destinazione (leggi Armero). Pekerman, se sarà lui a guidare ancora la Nazionale colombiana, dovrà far crescere con pazienza questi ragazzi e dare loro più disciplina tattica, altrimenti ci sarà sempre un Brasile a buttarli fuori dal Mondiale.

4 luglio, Estadio Castelao, Fortaleza
Zuniga colpisce Neymar da dietro. Mondiale finito per il talento brasiliano
Abbiamo ancora negli occhi il pianto disperato di Neymar; una vera disdetta. Il giocatore simbolo di questi Mondiali costretto a lasciare il campo in barella e privo di sensibilità negli arti inferiori. In molti, compreso chi scrive, hanno pensato che fosse la sua solita, insopportabile, tendenza alla simulazione. Ahimè, niente di tutto questo; una vertebra fratturata, Mondiale finito e molte settimane di riabilitazione prima di tornare a calciare un pallone. A questo si aggiunge la squalifica di Thiago Silva. Zuniga è entrato male, credo volesse far sentire il ginocchio all'irritante avversario, ma certo non voleva rompergli la schiena. Peccato. Pessime notizie per Felipao, ma credo che proprio per questo il Brasile batterà la Germania e andrà dritto in finale. La rosa si compatterà e giocheranno, paradossalmente, con meno pressione. La Germania parte favorita e questo favorirà il Brasile. Ho sostenuto sin dall'inizio della competizione che i verde-oro mancano di un centrocampo di qualità; mi pare sia stato evidente in ogni partita, ma più di questo è stata la pressione a schiacciare la capacità di svolgere al meglio il loro mestiere di pedatori. Adesso potranno affrontare l'avversario più forte senza i loro migliori giocatori, ma con la possibilità di schierare un centrocampista in più per arginare il possesso palla tedesco e ripartire. Sono certo che potrà essere un vantaggio.

Il Mondiale dei Mondiali si sta rivelando davvero uno dei più belli e il dessert non può che essere all'altezza. Certo una finale Brasile-Argentina sarebbe il coronamento ideale di un percorso così intenso e spettacolare, ma anche Germania-Olanda non sarebbe male. Potrà essere il trionfo del calcio europeo nel continente americano per la prima volta o l'esclusione totale dell'Europa dal tavolo della coppa più ambita. Comunque vada, sarà stato un Mondiale bellissimo. Il Mondiale dei Mondiali.

Cibali

La ballata del centravanti stitico e del portiere 'last minute'

Cartões Postais do Brasil

Occhi assonnati di uomini in maglia rossa osservano la girata del Pipita
"Pipita sveglia, sveglia sveglia Pipita! Presto, quelli dormono ancora. Arrivano sempre in ritardo, bisogna approfittarne, Pipita!": così Alejandro Sabella a Gonzalo Higuaìn verso le 13 (ora di Brasilia) del 5 luglio 2014. Kompany è notoriamente un nottambulo. E infatti improvvisamente si alza (ore 13:07 circa) e, occhi chiusi palla al piede, si avventa fuori dalla camera da letto. Chissà cosa stava sognando. "Eccolo!", occhiata d'intesa tra l'Uomo Mascherano, la Pulce e  Di Maria. Non aspettavano altro; il primo gli scippa il pallone e lo passa al secondo che lo passa al terzo che lo passa (male) al Pipita, che però è fortunato perché nel frattempo, destato da quel fastidioso frastuono, Vertonghen cerca di riappropriarsi della sfera ma riesce solo a deviarla, guarda caso proprio sui piedi del Pipita che è rapidissimo a individuare la combinazione giusta per spalancare la cassaforte dei belgi. Curtois, il portinaio, deve ancora fare colazione. Wilmots è inferocito coi suoi. Nessuno si è ancora neppure lavato i denti. "Come al solito, arriveremo con un'ora e un quarto, un'ora e mezza di ritardo, come al solito. Maledizione!" In effetti, arrivano. Tutti, anche Lukaku. Tutti, anche Hazard, che era meglio rimanesse in albergo. "Torna pure a dormire, pelandra!", gli grida Wilmots a un quarto d'ora dalla partenza del treno per le semifinali. Sul tabellone c'è scritto "argentina uno belgio zero" ed ecco, il treno è partito, pieno di gauchos e di preoccupazioni per i muscoli di Angel Di Maria.

Lo sguardo incredulo di Robben 
e quello impaurito di Míchael Umaña: rosso in arrivo?
Luigi van Gaal e Giorgio Luigi Pinto hanno organizzato bene la loro scacchiera, e si può solo dire che era prevedibile ogni schema - di attacco e di difesa. Campbell abbandonato nel deserto della metà campo olandese come fosse il centravanti del Chelsea; le rabbiose percussioni di Robben, ripetutamente falciato; le parate spettacolari e fortunate di Keylor Navas; pali e traverse e 'porta stragata' come si suol dire. E' l'atteso assedio, ma c'è sempre una mossa disponibile a Pinto per evitare lo scacco matto. Si devono battere i calci di rigore ed entra l'eroe del giorno, Tim Krul. Lungo come la fame e largo quasi come la porta, è uno specialista. C'è chi si porta il cuoco di fiducia, chi nasconde in valigia il fisioterapista e chi la fidanzata, van Gaal ha ben nascosto, nella rosa dei ventitré,  il pararigori. Krul Ha dato spettacolo. I costaricani provavano a traccheggiare e perdere tempo anche in questa situazione, ma obiettivamente non meritavano di andare più lontano di così. A San José riceveranno l'accoglienza che meritano.

"Bravo Pipita, finalmente ti sei sbloccato". In effetti: centravanti stitici, nervosi, criticati, soli sotto il solleone. Fortunatamente infortunati, come Aguero; terribilmente improbabili, come Fred. Non è la loro Coppa. Povero Campbell - come si diceva -, povero Van Persie, ieri sperduto nella folla dell'area di rigore costaricana e sempre caduto nelle trappole del fuorigioco seminate dappertutto da Pinto. Origi e Lukako, un gol a testa in cinque partite. Peralta. Diego Costa. Mitroglu. Drogba. Dzeko. Immobile. Cavani. Rooney - se è da considerare ancora un 'centravanti'. Tutte comparse di cui nessuno s'è accorto. Piccoli camei per Klose (part-time efficace, full-time inservibile). Mandzukic. Gyan. Balotelli. Suarez. Jackson Martinez. Meglio di tutti Benzema, che però i tedeschi hanno poi deciso di escludere dalla sceneggiatura. In effetti: tra un po', nessuno vorrà più giocare da numero nove. Il ragazzino che si presenterà al centro sportivo, al campo dove s'allenano i suoi amichetti, quando si sentirà chiedere dall'allenatore "in che ruolo giochi?", risponderà "giostro da falso nueve, ma anche da trequartista indifferentemente di destra o di sinistra o centrale dietro un'unica purché statica, stitica e in fin dei conti inutile punta". E prima ancora, quando nei campetti senz'erba o sulle strade a fondo chiuso si organizzeranno le partitelle nei pomeriggi d'estate, il più scarso non verrà lasciato a fingere di difendere due pali messi insieme con gli stracci, ma a fare il centravanti. E il suo destino sarà il medesimo di chi una volta se ne stava fermo davanti a quella rete immaginaria. Lunghi pomeriggi da trascorrere senza mai toccare un pallone.

Mans

18 giugno 2014

Ed è solo l'inizio...

Il primo giro è andato. Abbiamo visto tutte le squadre impegnate al Mondiale e affiorano altre sensazioni, stavolta col conforto delle prestazioni. Abbiamo già detto molto e non ci ripeteremo. Ma ora si è vista la Germania, si è visto il tanto atteso Belgio dei ragazzini terribili e si è ammirata (ahimè) la Nacional'naja sbornaja Rossii po futbolu guidata dal Fabione nazionale.

Cuiaba, Arena Panantal
I Russi festeggiano il pareggio di Kerzhakov
Rispetto alle prime impressioni molte altre sono le considerazioni d'obbligo. Mi pare si stia assistendo a un livellamento intercontinentale sia tattico sia atletico. Ormai fra squadre europee e squadre sudamericane non c'è più l'abisso strategico che persisteva fino a USA 1994. Restano enormi le distanze con le africane laddove la Costa d'Avorio rappresenta una felice eccezione, anche se non credo vada lontano. Le ragioni sono molteplici quanto ovvie. È una sovrapposizione destinata a durare e a rafforzarsi. Inoltre, più dell'80% dei calciatori impegnati nella competizione mondiale gioca in Europa pertanto il Vecchio Continente calcisticamente gode di ottima salute, l'Italia meriterebbe una lunga analisi a sé.

Fortaleza, Estadio Castelao
Guardado e Dani Alves si affrontano
Il tema del giorno è senza dubbio il deludente Brasile di Felipao. Come già scritto altrove [vedi] il Brasile ha un centrocampo inadeguato alla competizione e al reparto che gli sta dietro. Non sono giocatori scarsi, ma nessuno è in grado di costruire gioco, nessuno detta il ritmo. È un otto senza il "con". Va alla deriva e sbatte puntualmente sulle difese avversarie. Paulinho non può prendere la squadra per mano e non può farlo Oscar né Luis Gustavo. Se non risolvono questo problema (come?) rischiano di fermarsi presto anche perché giocano con due terzini che terzini non sono. Mi vengono in mente tre cose a riguardo: 1. da sempre il Brasile è più di una squadra di calcio ma può essere anche molto meno. Se hanno tre-quattro fenomeni in rosa possono vincere sempre, altrimenti sono destinati a perdere. USA 1994 fu un'incredibile coincidenza di fattori fortuiti e comunque avevano Romario, Bebeto e Dunga. 2. Il Brasile visto ieri è troppo brutto per essere vero, ma il Messico non è una squadretta e il buon Herrera l'ha costruita molto bene (altra conferma della rapida evoluzione tattica dei sudamericani). 3. Capitolo Neymar. Il talentuoso attaccante del Barcelona è forte, sarebbe ingiusto e scorretto non notarlo, ma è tatticamente analfabeta e in una squadra che non ha un vero regista questo può rappresentare un problema serio. In più è un attaccante puro, non può partire dalla sua trequarti perché come sente uno spostamento d'aria va giù con conseguente interruzione della manovra d'attacco e non ha la visione panoramica del regista. Vedremo più avanti cosa s'inventerà Felipao. Io credo che per ora non possano fare a meno del profeta nerazzurro.

L'Argentina è una squadra completa e sono ancor più convinto del mio pronostico iniziale. Vinceranno loro. Messi è alla sua last call, ora o mai più. Hanno una difesa di alto livello (forse non avrei portato Fernandez, ma è la tendenza del momento: centrali grossi e alti anche se tecnicamente poco evoluti) e personalmente stravedo per Ezequiel Garay (ma davvero dobbiamo continuare a vederlo con la maglia del Benfica? Con tutto il rispetto per i portoghesi naturalmente). Il centrocampo è buono anche se non stellare e l'attacco è quanto di meglio offra la competizione. Messi non è Maradona semplicemente perché Maradona non era un calciatore. Messi lo è e ha bisogno della squadra per vincere. Messi, come chiunque altro, non vincerebbe nemmeno il trofeo parrocchiale con Pumpido, Burruchaga, Braun, Cuciuffo, Ruggeri e mi fermo qua. Ma se la squadra gira e lo sostiene allora diventa inarrestabile.

Salvador, Arena Fonte Nova
Il solito Pepe si fa espellere lasciando così i compagni in dieci
Male il Portogallo, ma c'era da aspettarselo. Sono un gruppo con del talento, ma mancano di giocatori forti nei ruoli chiave. Il centrocampo è scarso e la difesa si regge sull'umoralità di Pepe che ieri, puntualmente si è fatto espellere spianando la strada ai Panzer di frau Angela.

E arriviamo dunque alla Germania. Ogni quattro anni inizia il Mondiale e ci torna in mente la frase di Gary Lineker : "il calcio è quello sport in cui si gioca undici contro undici e vince sempre la Germania". E ogni volta, puntualmente, pare una profezia prossima ad avverarsi. In effetti hanno vinto per tre volte il titolo e, dopo Brasile e Italia, sono la nazionale più vincente. Ma negli ultimi tempi, dopo partenze a razzo, sono stati sempre eliminati dall'Italia di turno. Anche quest'anno sono partiti benone e a tratti hanno impressionato per la fluidità della manovra e la facilità con cui ripartivano e arrivavano nell'area portoghese. Mario Gotze è un grande calciatore, ci farà divertire. La Germania è all'apice di un ciclo, è l'esatto opposto del Belgio e, in parte, dell'Inghilterra. Hanno la loro grande occasione. Devono vincere quest'anno o dovranno aspettare parecchio prima di tornare a coltivare grandi ambizioni.

Il Belgio appunto; squadra giovane e talentuosa. Malino ieri contro l'Algeria. Faticavano a trovarsi, ma sono bravi, ben messi in campo e faranno bene. Sono all'inizio di un ciclo. Non arriveranno lontano quest'anno, ma avranno tutto il tempo per preparare al meglio Russia 2018.

Fortaleza, Estadio Castelao
Guillermo Ochoa para davanti a un incredulo Thiago Silva
Un'ultima annotazione su Francisco Guillermo Ochoa, svincolato classe 1985 e da ieri eroe nazionale messicano. Giova riflettere sulla sua prestazione e al contempo su quella, meno fortunata, di Igor Akinfeev, portiere e capitano dello Spartak Mosca. Il primo non lo conosceva nemmeno il signor Panini, il secondo è un onestissimo calciatore con una carriera di tutto rispetto. Da ieri Ochoa tornerà a essere quello che deve parare e se non lo fa avrà fatto male il suo lavoro. Akinfeev sarà per sempre quello della papera al mondiale (ricordate Robert Green? Dalla Nazionale alla serie B inglese senza nemmeno passare dal via e tutto questo per la paperona gigantesca che costò il pareggio contro gli USA all'unidici di Capello). Ho già scritto altre volte sul tema, ma voglio tornarci brevemente; il portiere non è semplicemente un ruolo. Ho scritto, forse esagerando, che è un concetto metafisico della realtà. A ben pensarci però è proprio così. Quando fai bene il tuo lavoro hai sempre fatto il tuo dovere, ma se sbagli tutti sono pronti a darti addosso. Quando parli con qualcuno puoi fargli dieci complimenti, ma si ricorderà sempre e solo dell'unica critica che gli hai mosso. Per il portiere, e solo per il portiere, è così.

Oggi Vittorio Zucconi ha scritto un bel post sulla figura dei due estremi di Messico e Russia. Ne condivido appieno il senso e quindi rimando a quell'articolo [vedi].

Cibali

Il futebol de arte ha cambiato indirizzo

Cartões Postais do Brasil 2014

Ci sono interrogativi destinati a rimanere senza risposta. Eccone qualcuno. Perché Paulinho gioca titolare nella Seleçao? E perché anche Fred? E perché anche Luiz Gustavo? Non so se qualcuno, ogni tanto, lo chiede a Scolari; e, nel caso, come lui risponda. Sarà gente, quella appena citata, divorata dalla tensione e dalla paura, e che perciò entra in campo con gambe molli, salivazione scarsa e tachicardia, condizioni non ideali per esprimere futebol de arte. Messo così, è già molto che il Brasile non si schianti contro l'XI messicano, una mescolanza di indios e di mangiatortillas ben motivati da Miguel Herrera - faccia da fazendero che sembra inventata dalla matita di Aurelio Galeppini.

Dove l'avevo già visto? Forse nei primi albi di Tex.
Il prossimo CT messicano potrebbe essere 'El Morisco'
El Tricolor aveva sottratto ai brasiliani l'oro olimpico giusto un paio d'anni fa - c'erano Oscar e Neymar, Thiago, Marcelo e Hulk. La Coppa del mondo è un'altra storia, e infatti non andranno certo più lontano dei padroni di casa, per quanto essi balbettino e sembrino sempre più aggrappati a possibili, estemporanee soluzioni escogitabili da O Ney. Colpisce l'assenza di alternative. Di uomini, oltre che di modulo. Bernard, sì: un giocatorino. Jô, certo: un ronzino. Hernanes? Mah. Ramires? Si è visto. Senza accorgermene, ho risposto alle domande poste lassù in cima. Ciò nonostante rimango fiducioso. In qualche modo il Brasile andrà avanti e andrà lontano. Non so in quale e fino a dove.

A proposito di alternative. Qualcuno avrà pur visto ieri il Belgio, e l'orrendo primo tempo che hanno apparecchiato i ragazzini contro la modesta Algeria. Wilmots ha però una panchina lunga e traboccante di talenti, dunque ampie possibilità di rimediare alla giornata storta di qualche titolare. Lukaku non gira? Dentro tale Divock Origi, attaccante del Lille, nato a Ostenda nella primavera del '95: in curriculum una trentina di partite di Ligue 1 nella stagione appena conclusa e nulla più. Impressionante. Chadli fa schifo? Dembélé è lento? Dentro Mertens e Fellaini - certo, questi sono più famosi di Origi. Un gol a testa - e che gol - e match ribaltato.

La sacrosanta legnata di Mertens
E' un mondiale 'nuovo'. Ci sono grandi scuole che hanno rinunciato alla propria tradizione e stanno cercando di costruirne un'altra. L'Italia - che cerca di arrivare in porta con fittissime ragnatele di passaggi, allargando il campo, guadagnando metri (dunque addio 'difesa e contropiede'). La Germania - finita l'epoca delle Panzerdivisionen, sono tutti eleganti ballerini, escluso (dico quanto a eleganza) il bomber che del centravanti classico tedesco ha solo il cognome. Il Belgio - basta con la tattica del fuorigioco e i quintali di sonnifero sparsi sul campo, ora si va tutti all'attacco e peccato si giochi per regolamento solo in undici. Il Brasile è ancora a metà del guado. Vorrebbe essere più solido a costo di accantonare il talento. Forse, il talento ha smesso di sbocciare debordante nei vicoli delle favelas o sulla spiaggia di Rio. Rimane la solidità. Quella che vantavano l'Italia la Germania il Belgio. Basterà? Chi lo sa.

Mans