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29 maggio 2016

L'ultimo della lista

Fettine di Coppa: la finale di Champions

Come al solito, la sua esultanza è solitaria
E' stato di gran lunga il peggiore in campo - Torres, perlomeno, ha procurato ai suoi un calcio di rigore -, ma poi era l'ultimo nella lista e ha avuto la fortuna di calciare il penalty decisivo. Un'esecuzione perfetta (peraltro Oblak non era riuscito nemmeno a sfiorare l'ipotesi di una parata su quelli precedenti), e così lui può prendersi il centro della scena, dopo che per centoventi minuti e rotti era stato semplicemente ridicolo. Ridicolo il gol del due a zero che si mangiava cercando una giocata da far venire giù lo stadio. Ridicoli alcuni stop mancati su palloni alti (non altissimi) e lunghi (non lunghissimi), roba da giocatorini di periferia. 

Naturalmente, ogni errore veniva giustificato da chissà quali malanni: non si sa appunto quali, ma il telecronista italiano non ha fatto che sottolineare la precaria condizione di Cristiano. "Zoppica vistosamente", "non sta bene", è al "cinquanta", al "quaranta", al "trenta" per cento. "Cammina". Un corno. Quando Benzema si è lanciato in contropiede verso lo spreco, Cristiano ha prodotto una corsa di sessanta metri a cento all'ora, sperando di andare a raccogliere un assist o una respinta del portiere, una palla sporca, un rimbalzo fortunato. Uno sprint di quel tipo nessun atleta al mondo condizionato da guai muscolari se lo potrebbe permettere. O forse - ed è la vulgata preferita dai media e dagli sponsor - lui è un atleta davvero bionico.

Il penalty storico

Così, oggi, sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo c'è lui. Lui, che era scomparso dalle partite di CL dopo il ritorno dei quarti al Bernabéu, tre gol facili facili al povero Wolfsburg. Questa, alla fine, la distribuzione delle sue abbuffate: cinque reti allo Shakhtar nel girone preliminare; sei al Malmö nel girone preliminare; nessuno al PSG nel girone preliminare. Due alla derelitta Roma negli ottavi, tre al Wolfsburg nei quarti, come già detto; nessuno al City in semifinale. Nessuno in finale. Tre soli gol decisivi in una stagione e tutti nella stessa partita, insieme al penalty di San Siro (che però resterà escluso dalle sue fenomenali statistiche).

Bilancio del Real: quattordici finali disputate nella maggiore competizione d'Europa, e undici vinte. Spesso grazie ai buoni auspici di Eupalla e ad arbitraggi tutt'altro che sfavorevoli, pur se onestamente condotti - come ieri sera: il gol di Ramos era in fuorigioco; ai Blancos è stato risparmiato almeno un rosso (Ramos), forse due (Pepe), e manca un altro enorme rigore all'Atlético. Bilancio dell'Atlético: tre finali di Coppa dei campioni, tutte e tre buttate nella spazzatura. Per demeriti propri, in parte. Come che sia: destino ingrato.

I Colchoneros si caricano per l'ultimo inutile assalto alla coppa

I super-club continuano a dominare la scena, non sembra esserci più spazio in Europa per le outsider. Al massimo raggiungono la finale - l'Atlético due volte, la Juve un anno fa, il Dortmund tre anni fa. Oltre, non vanno. L'albo d'oro sta diventando un catalogo celebrativo della smodata ricchezza: Bayern, Real, Barcellona, Real l'ultima sequenza. Prima o poi torneranno anche le inglesi, e prima o poi arriverà anche il PSG. Si dica quel che si vuole: la Coppa dei campioni aveva un fascino calcisticamente superiore. Questa coppa è soprattutto spettacolo televisivo. Tante partite inutili a introdurre un finale che è sempre più scontato, nonostante tutto. E che porta ulteriore risorse a chi ne ha già in sovrabbondanza.


28 aprile 2016

I progetti del Cholo

Fettine di Coppa: semifinali (andata)

"Mancano dieci secondi!"
Il Cholo decide un cambio, manca davvero pochissimo alla fine, siamo già nei minuti di recupero. Poi il pallone termina in fallo laterale, nella metà campo del Bayern, e il cambio non si fa più. Non c'è più bisogno di spezzare ritmo e perder tempo. Peccato, però: fosse entrato in campo, e pur essendo destinato a rimanerci per pochi secondi e forse a non toccar boccia, Lucas Hernández, vent'anni da poco compiuti, sarebbe stato il settimo 'canterano' schierato da Simeone in una semifinale di Champions League. Sette 'canterani' del secondo club di Madrid contro la poderosa corazzata del Pep.

Il primo tempo dei Colchoneros è stato imbarazzante. Per il Bayern, s'intende. Scaduto a squadra qualsiasi, mediocre, impotente. Come un brillante oratore che, all'improvviso, non riesce a concludere un discorso, una frase. C'è riuscito solo Alaba in un frangente, quando - stufo di quelle inutili chiacchiere - ha calciato da chissà quanti metri una botta spaventosa, senza effetto, schiantando la traversa. Ogni trama, di fatto, si incagliava subito, e quelli dell'Atlético sembravano tredici o quattordici. Sempre in superiorità numerica. E comunque, tutti disposti a morire sul campo piuttosto che rinunciare a rincorrere avversari e palloni: lo ha dimostrato chiaramente Augusto Fernández quando, colpito alle parti basse e col respiro mozzato, invece di accasciarsi si è lanciato all'assalto, piegato in due.

Uno a zero, dunque. E una partita che scorre per 90 minuti esattamente come aveva pensato e progettato Simeone. Comprese le pause, incluse le fasi di difficoltà. Difficilmente, d'altra parte, accade il contrario. Per chi gioca contro l'Atlético, trovare contromisure, scovare lati deboli, tirare in porta è un problema. Possesso palla, sì: Simeone lo concede volentieri, ma lo rallenta e fa in modo che in possesso di palla siano proprio gli avversari meno dotati tecnicamente, quelli meno imprevedibili e fantasiosi. Soprattutto, quelli che non sono specializzati nel condurre le danze. Quando, superato ogni scoglio, la sfera è tra i piedi dei talentuosi (Douglas Costa, per esempio), le maglie a protezione dell'area si infittiscono ancora di più. Ed ecco che Guardiola si trasforma in un Mazzarri qualsiasi: "la circulación del balón es lenta porque el campo no ayuda. El césped estaba seco, ya sabíamos que iba a ser asi" [vedi]. Mah!

Lewandowski, giusto? C'è poco da fare. Non si passa

Il piano del Cholo regge sempre, sino alla fine. Con poche eccezioni, che confermano la regola. E quelle eccezioni hanno stabilito (nel passato recente) un credito con la sorte che prima o poi dovrà essere riscosso. Vedremo all'Allianz se è giunto il tempo di passare alla cassa per un primo acconto.

26 aprile 2016

L'esagerata festa juventina e le surreali esalazioni del Milan


I numeri del potere: insindacabili
Nostra Signora, irritata per i moti di ribellione fomentati in autunno da alcuni scalcagnati capi-popolo (da Sarri a Paulo Sousa, da Mancini a Garcia), ha ripreso il cavallo e cavalcato per le terre del Regno infliggendo frustate a destra e a manca, pur con una certa gentilezza e senza mai mostrare il volto davvero feroce. Nessuna seria goleada, in sostanza, e qualche partita di cartello arraffata negli ultimi istanti. Ordinaria amministrazione, si direbbe: le scene di giubilo per il quinto titolo consecutivo suonano dunque parecchio forzate. Era un obiettivo minimo. Vista da 'fuori', brucia di più la cacciata dall'Europa all'altezza degli ottavi di finale: che questa Juve non sia rimasta nell'elenco delle otto migliori squadre del continente è cosa difficile da digerire. D'accordo, sarà per l'anno prossimo, si dice sempre, sperando.

Ma c'è chi sta peggio, parecchio peggio. Trenta e passa punti più in giù, esala il Milan alla ricerca della dignità perduta. Perde nella solita Verona una partita che conduceva, e la perde prendendo gol sull'ultimo calcio piazzato: trasformandolo con sapienza, Siligardi ha ridato senso a un pallone maltrattato da tutti per novanta minuti, dispiaciuto a quel punto di non poter più essere preso a pedate visto che scoccava il 95° minuto e i cancelli dello stadio erano prossimi alla chiusura. Il Milan, già: di questa squadra, il padrone non sa più che farsene e cosa fare. Non può metterla in soffitta o in cantina; non può venderla alle bancherelle dell'usato di Lambrate ma nemmeno a qualche magnate o a qualche cordata planetaria (cinese o anche no), dunque l'ha affidata a Brocchi, mandando in fumo quel poco di arrosto che Sinisa Mihajlovic aveva messo sul fuoco.

L'unico che non salta, in barriera, è il capitano.
Kuco e il giapponese, invece, saltano e nascondono la traiettoria
della sfera all'eroico Donnarumma

Mistero, ma fino a un certo punto. Svanita l'ipotesi del terzo posto e anche del quarto, remota quella di contestare alla Juventus la coccarda rotonda (che ci sia partita tra le due il 21 maggio all'Olimpico pare onestamente una concessione al surrealismo pedatorio), perché difendere il sesto e condannarsi ai preliminari di Europa League, rinunciando dunque alle consuete, lunghe e lucrose torunée di luglio e d'agosto negli States o in estremo Oriente? Sotto questo aspetto, certamente, non si può disconoscere alla società una notevole lungimiranza. Sotto questo aspetto, Brocchi è stato il classico uomo giusto nel momento giusto sulla panchina giusta. Infatti, la qualità del giuoco è ulteriormente scaduta, i risultati peggiorano e tra i titolari hanno rifatto capolino ex-giocatori e non-giocatori, come il demiurgo pubblicamente desiderava. 

Oggi rinunciamo a commentare le leghe estere. In Spagna non è accaduto nulla di nuovo: gli otto gol di Suarez in due partite dicono però di una progressiva cristianoronaldizzazione dell'uruguagio. Quanto alla Premier, si possono solo incrociare le dita e tapparsi le orecchie quando si sente qualcuno dire che ormai, per le Foxes, è fatta ...

A proposito del Leicester. Il valore della sua rosa è calcolato da Transfermarkt in 127 milioni di euro [vedi]: 60 milioni giusti giusti in meno del valore di mercato (pur calante) attribuito alla rosa del Milan [vedi]. Oddio!

Va beh, alla prossima.

18 aprile 2016

Paella valenciana e altre portate


Partiamo con un quiz facile, al quale però si devono sottoporre solo coloro che s'affacciano alla nuova settimana ignari di quel che è successo nel week-end sui campi di pallone del mondo, vicini o lontani. Sabato il Real ha demolito il Coliseum Alfonso Pérez di Getafe: cinque a uno. Cristiano, un solo gol. Quale dei cinque? E a quale minuto di gioco?

D'accordo, era proprio facile facile, non vale la pena nemmeno di fornire la risposta, in calce, scritta con scrittura capovolta. Ma era facile prevedere che i Taronges banchettassero con paella valenciana sul prato sempre più ospitale di Camp Nou, ieri sera? No, non era facile. Del resto, ormai l'area di rigore del Barça è puro open space. Che la squadra sia stanca, stanchissima, statica e satura si è capito nell'azione del secondo gol, stampato dal Valencia giusto allo scadere del primo tempo, e dunque nel momento peggiore per chi lo incassa: lunghissima melina sulla trequarti destra, vicino alla fascia, metà campo difensiva catalana. Niente pressing, o pressing lento, annebbiato. In realtà, quelli del Barça stanno a guardare, indecisi e confusi. Poi, cambio di gioco improvviso - ma prevedibile. E, a chiudere, un affondo nel burro, perfezionato con un certo aplomb da Santiago Mina Lorenzo, scuola Celta, nativo di Vigo, a noi sempre cara.

Titolisti compiaciuti

Dunque, mancano cinque partite, le tre grandi di Spagna sono tutte insieme o quasi. Il calendario non sembra favorire alcuna delle tre (nessuno scontro diretto in cartellone, purtroppo), ma è un dettaglio che vale quel che vale. Il Barça non ha più l'Europa, ma è parecchio male in arnese. E' vero che - discorso valido anche per il Real, sebbene in minor misura - basta una giornata di luna buona per i tre davanti, e tutto potrebbe tornare a fluire e fiorire con naturalezza (gioco e risultato). Ma giornate così sono diventate rare. E la condizione atletica generale, così come quella mentale, pare al minimo. E si gioca sempre in undici. Quelli di Rakitic e di Piqué, dopo i gol subiti, erano sguardi di gente che ha capito l'antifona. Resta difficile azzardare pronostici. Seppellivamo, insieme a quello francese, la salma del torneo a febbraio. Non è mai stato così vivo. E ferocemente conteso.

Questa è simulazione, sostiene Jonathan Moss, il referee.
Giallo e poi rosso per Jamie Vardy
Il Leicester (squadra che gode di un sostegno ormai universale: è al momento e certamente l'undici più amato nel mondo; induce infinite analisi, che accontentano sia gli appassionati delle favole e della retorica sia quelli cui piace veder ridimensionata ogni impresa) ha mancato il primo dei suoi due match-ball: pari interno con gli Hammers. Strappato dalle Foxes all'ultimo respiro. Un rosso per Vardy, un rosso sul quale tutti discutono (a noi troppo limpido non è sembrato; e meno limpido ancora è parso il rigore assegnato al Leicester nel recupero: chiara compensazione). Lassù s'annunciano partite da infarto, se stasera il Tottenham riesce ad arraffare i tre punti sul difficile campo di Stoke, accorciando le distanze.

"Prova a stopparla decentemente, se sei capace"
(dice il doriano)
A casa nostra, tutto è finito o quasi. La corsa per il titolo, senz'altro. Sarebbe consigliabile, almeno per i prossimi cinque-sei anni, istituzionalizzare un handicap di partenza per la Juventus. Non meno di quindici punti. Cosa si può aggiungere? Solo il rimpianto per come Allegri ha gestito la mezzora finale dell'Allianz Arena. In questa stagione quasi perfetta, quell'eliminazione peserà come un macigno sulla sua coscienza - relativamente, si direbbe; sembra uno sempre più sicuro di sé e delle proprie capacità. Nel frattempo, alle spalle di Nostra Signora, il Napoli sbraca e lo spogliatoio romanista esplode. L'Inter - che un po' sale e un po' scende - stavolta sale. Il Milan spezza le reni alla Samp: terza sfida in pochi mesi, esito sempre uguale. Brocchi in panchina, all'esordio. A fine partita, piange di commozione, ed esalta la virilità della truppa. Forse sperava di perdere e di essere immediatamente accantonato, e invece gli toccherà restare per un po' in quella gabbia di matti. Balotelli ha giocato discretamente il primo tempo (è una notizia, sì), poi è sparito. Non a caso, ma solo a quel punto, ha fatto capolino Bacca, il risolutore. L'ottometrista, anzi: nello scorcio dell'area, se vede la porta, castiga. Fuori dal suo habitat, è un catalogo di mediocrità pedatorie assortite. Di mediocrità pedatoria assoluta è invece campione Bertolacci. Dopo due minuti spedisce fuori dal campo, con un tocco di mestissima quanto raffinata broccaggine, un pallone ordinario, banalmente recapitabile a un qualsiasi compagno posizionato pochissimi metri più in là. In quel preciso istante, parecchi milanisti, già provati dall'orrenda settimana appena trascorsa, hanno reagito d'istinto. Imprecando, spegnendo la tv, e ripromettendosi di non riaccenderla più fino a quando non saranno arrivati i cinesi con valige stracolme di bigliettoni da investire e, nel doppiofondo delle medesime, qualche sospirato top-player. Sapendo anche che potrebbero non arrivare mai, o non così presto: né i cinesi, né i top-player. Si sono svegliati stamani sentendo dire che Mario avrebbe detto che lui vuole restare al Milan. Certo, dev'essersi finalmente divertito nei giorni scorsi all'asilo di Milanello, assistendo alle performance di Coach John Maori e provando poi a centrare con qualche pallonata il drone messo in orbita da Brocchi. Non c'è riuscito, deve ancora aggiustare la mira. I milanisti però non ne vogliono più sapere di lui e se la prendono con Galliani. Tuttavia, è chiaro come l'unico autorizzato a decidere cosa farà e dove andrà Balotelli non sia Galliani e non sia nemmeno Berlusconi. L'unico autorizzato è Raiola. E difficilmente vorrà accasarlo all'Entella o all'Hong Kong Express.


Alla prossima.

11 aprile 2016

Il sortilegio dell'Anoeta e le imprese che non hanno fine

Difficile passare, va ammesso
Ci dev'essere un sortilegio, una maledizione. Qualcosa ci dev'essere. Il Barça di quest'ultimo decennio ha vinto dappertutto: mai, però, a San Sebastián. Lì, nel Municipal de Anoeta, paga regolarmente dazio, e pressoché regolarmente lascia i tre punti - li ha presi, per l'ultima volta, nel 2007. Cioè nella temporada che vide i baschi cadere in Liga Adelante. Sabato, senza Suarez, con Iniesta e Rakitic in panchina, i catalani sono andati immediatamente sotto. Ma poi, nonostante disponessero sostanzialmente di tutta la partita per risalire, il tabellino non ha registrato novità. Tonicissimo, l'Atlético si porta a soli tre punti. Il calendario è favorevole a Messi. Ma la sua luna è storta, sbaglia cose che di solito gli riescono a occhi chiusi. Inoltre: gli errori difensivi sono più frequenti del solito; la pressione 'alta' è meno organizzata ed efficace del solito; il 'gioco' scorre meno veloce del solito; la stanchezza è smaltita meno rapidamente del solito. E ancora: troppe partite concluse senza sconfitta, una serie conclusa poche settimane fa; e dunque: assuefazione. Tocca a Luis Enrique, ora, dare qualcosa in più. Lo dice lui stesso [vedi]. Se l'Atlético è a meno tre, il Real si riporta a meno quattro. Si aggiunge alla mischia, vincendo facilmente una partita facile, come d'abitudine, al Bernabéu. Succede spesso, quando i Blancos sono reduci da rovesci europei. A quel punto, le stelle si riaccendono e minacciano (talora compiendone) sfracelli. Martedì sera al Bernabéu, e mercoledì al Calderon, la stagione eu(ro)pallica emetterà i primi importanti verdetti.

Le imprese delle Foxes non hanno mai fine. Hanno guadagnato la qualificazione alla Champions dell'anno prossimo. E Vardy imperversa su tutti i campi, da autentico top-player. Lineker suggerisce a Hodgson di tenerlo costantemente insieme ad HurryKane nella linea offensiva dell'Inghilterra agli europei: una coppia destabilizzante, imprevedibile, forse devastante. Ora a Ranieri mancano solo cinque partite, con un vantaggio di sette punti sul Tottenham da difendere. Arbitra il Chelsea, detentore della Premier, che dovrà incontrare entrambe, ed entrambe a Stamford Bridge. Per scaramanzia, si preferisce non aggiungere altro.

Mannone, portiere del Sunderland, ha chiesto di poter fumare l'ultima sigaretta

Anche le imprese del Milan non hanno mai fine. Regolarmente perde partite che si trova a condurre. D'accordo, è accaduto con la Juve e ci sta, come ci sta anche il paio di parate ai limiti del miracolo regalate da Buffon al Meazza - pieno, sì, ma soprattutto di juventini. Della Juve tutto si sa. Del Milan anche: mai tuttavia è parsa così evidente la povertà dei suoi ricambi. Quando gambe e riflessi dei 'titolari' sono pesanti, dalla panchina può arrivare solo ulteriore zavorra. Non che i titolari garantiscano alcunché: la 'quadra' trovata a un certo punto da Sinisa pareva comunque precaria, e gli infortuni l'hanno costretto a ricominciare daccapo. 

Dire che il Milan ha bisogno di una 'rifondazione' è banale. Lo capisce anche un neonato. Quali siano i reali progetti, le reali intenzioni della 'famiglia' e del 'capo-famiglia', tuttavia, nessuno può sapere davvero. Il che è una fortuna per pennivendoli e opinionisti televisivi, che ogni dì possono escogitare scenari editi e inediti ed esercitarsi in diuturne chiacchiere da bar. Qui, si preferisce aspettare e vedere. Poi se ne riparlerà. 

La domenica si è spenta con le tristi immagini arrivate da Palermo. Festa organizzata dagli ultras: pestaggi fuori dallo stadio; dentro, bengala ripetutamente gettati sul campo, tra i piedi dei giocatori. Immagini insopportabili. Prima che la partita finisse, quindi, abbiamo spento la tivù.

7 aprile 2016

Il ronzino imbizzarrito e la cacciata del figliol prodigo

Fettine di Coppa: quarti di finale (andata)

Hart si butta dalla parte sbagliata
e para il rigore perché ha abboccato alla finta
Mercoledì sera, Parc des Princes. David Luiz ci impiega meno di un minuto a riscuotere un cartellino. Poi sgraffigna un penalty. Poi mostra a qualche miliardo di telespettatori come non si deve muovere un difensore sul contropiede avversario. PSG - City è tutta nelle nefandezze dispensate a piene mani da campioni e ronzini, e nella categoria dei ronzini il brasiliano svetta da autentico, bizzarro fuoriclasse. Ibra alterna errori banali a colpi geniali, Aguero è in serata astratta, Di Maria gira a vuoto, Hart resta il peggior portiere del mondo anche se para alla grande il suddetto rigore calciato da Ibra. Thiago Motta - uno che il pubblico contesta spesso e volentieri perché vecchio e lento, ancorché di fosforo assai guarnito - estrae dal cilindro una verticalizzazione del tutto simile a quella con cui un secolo fa Rui Costa spedì Sheva in porta a San Siro contro il Real. Ibra raccoglie e smaltisce in curva: troppo facile, forse. Alla fine della roulette russa, il tabellone si spegne registrando un sacrosanto pareggio. Può essere che i Citizens non siano entusiasti dell'arrivo di Guardiola, come non lo erano tre anni fa quelli del Bayern: e dunque, per dispetto o per antipatia, magari alzeranno la coppa, come fecero i bavaresi innamorati di Heynckes. 

Mercoledì sera, Volkswagen Arena. Competizione strana. Qui il Madrid - reduce dalla fastosa presa di Camp Nou - ha rimediato una figuraccia impronosticabile. Ora i media drogheranno la squadra, c'è la possibilità di un'altra storica remuntada: per loro, quella tedesca è terra di frequenti disfatte poi rimediate (di regola, ma con qualche eccezione) al Bernabéu. Dove però gli aficionados si recheranno muniti di moltissimi fazzoletti bianchi. Non si sa mai. Povero Zizou.

"Sono le regole di Camp Nou, Fernando.
Gli spogliatoi sono da quella parte"
Martedì sera, Camp Nou. Pareva segnata, l'ha notato anche Righetto Sacchi. Il disegno della partita messo giù dal Cholo aveva preso vita in campo, e subito l'inatteso figliol prodigo (ed ex ragazzo-prodigio) s'era fiondato tra i metri (troppi) che distanziavano Mascherano da Piquet, esplodendo un destro in corsa che bucava le gambe di Ter Stegen. Il meno strombazzato dei protagonisti era il simbolo quasi scomparso di un'epopea ancora recente dei Colchoneros; dopo il gol un eccesso di adrenalina lo portava a compiere un paio di sciocchezze che il regolamento di Camp Nou non consentiva all'arbitro di ignorare: giallo più giallo uguale Atletico in dieci per un'ora, puro ossigeno per un Barça molle e impreciso, statico e prevedibile, in una delle sue peggiori edizioni degli ultimi tempi. I vecchi filibustieri hanno retto per un po', assemblando una collezione di gialli da record; hanno ancora sprecato un paio di buone situazioni, ma poi hanno preso atto d'essere destinati all'eroica fine di un manipolo accerchiato e sfibrato, arretrando sempre più vicino all'area, poi inevitabilmente  dentro il perimetro dell'area di rigore. E nei sedici metri riceveva palloni sui piedi e da fermo Neymar, funambolico e impreciso, mentre Suarez preparava i suoi agguati; sarà lui a colpire. Messi girava al largo, vuoi per trovare spazi e ispirazione, vuoi per tenere al coperto caviglie e garretti. Ha anche dispensato errori di tocco inusuali: serata di luna storta per lui, forse condizionata da preoccupati pensieri, cosa che ormai non di rado gli capita. Finisce dunque con l'inerziale benché misurata rimonta blaugrana, ma tra otto giorni al Calderon tirerà una brutta aria. La sfida è tutt'altro che chiusa.

Martedì sera, Allianz Arena. La serata dei rimpianti. Quelli juventini. Un solo gol, di un ex-juventino. Nient'altro. E nulla che giri bene al Benfica, come da ormai lontana tradizione. Il Pep porterà i suoi in semifinale - è davvero probabile. Mai come quest'anno, tuttavia, c'erano le condizioni perché la coppa tornasse in Italia. Le grandissime d'Europa vivono una stagione - se non propriamente grigia -abbastanza declinante, un varco si era aperto e alla Juve bastava tenere a bada per un paio di minuti ancora il sordido richiamo della sconfitta. E risvegliarsi temuta e potenziale padrona.

4 aprile 2016

L'ira funesta del Pipita e la morale della favola


Capitano giornate di calcio in cui agli uni va tutto per il verso giusto, e agli altri per quello storto. Tra quelli cui è andato tutto storto, vi sono naturalmente gli 'squadroni' milanesi. Ma procediamo con calma.

Sabato sera, con ormai abituale nonchalance, la Juventus ha aggiunto i tre punti che voleva alla sua classifica; come ormai d'abitudine, la resistenza opposta a Nostra Signora dagli avversari (l'Empoli, stavolta) non è parsa di quelle strenue. Allo Stadium si paga dazio, e ci s'accontenta di una fattura non troppo salata. Magari senza ricorrere al catenaccio, pregustando i complimenti della critica.

L'ira funesta
Domenica all'ora del pranzo, la tragedia. Forse non è parsa tale per via delle discrete condizioni atmosferiche; ma gli ingredienti sono stati quelli tipici che, nella storia dei nostri campionati, hanno caratterizzato il tracollo di una delle pretendenti. Il Napoli, stavolta. L'allenatore e il capocannoniere espulsi, i due rigori assegnati all'Udinese, una prestazione sottotono, prossima all'impotenza. Tre a uno, e addio a tutti quei bei sogni. L'ansia di dover sempre inseguire, l'ansia di dover sempre giocare dopo la Juve che ha già vinto: queste le spiegazioni date da Sarri alla vigilia della partita. Poi, va detto che l'allenatore dell'Udinese, in panca dalle idi di marzo o giù di lì, aveva evidentemente trascorso i mesi di riposo forzato a studiarsi il gioco del Napoli. E' stato il primo, quest'anno, a rendere impraticabile il laboratorio di idee, interscambi e triangolazioni rapide nel quale tutto sgorgava, là sulla fascia sinistra, all'altezza della trequarti offensiva. Reso inoffensivo da quella parte, il Napule non ha avuto la forza di trovare soluzioni alternative a quella più efficace. E il Pipita, irascibile di suo già nelle partite 'normali', covava l'esplosione. Due botti. Col primo si è limitato a sfogare la rabbia sul pallone, scaraventandolo in porta con una potenza assurda e ristabilendo una situazione di parità. Con il secondo ha praticamente escluso se stesso dalla competizione. Fine della stagione, fine dei sogni e anzi, ora, attenzione alla Roma e al rischio di dover andare in Champions passando dai play-off.

La morale della favola è semplice. Chi si gioca il tricolore in volata (breve o lunga) con la Juve, ha pochissime chance di tagliare il traguardo con la ruota davanti. E' storia.

Non inquadrati, i bagagli
Le milanesi, già. Due sconfitte simultanee, sebbene occorse a distanza di poche ore. Simmetriche per andamento - sconfitte subite in rimonta, dopo un rapido vantaggio guadagnato dal dischetto. E va bene. Simmetriche per pochezza di gioco, per l'evidente sbracamento di schemi e di voglie, per la tendenza allo spreco gratuito e trascurato. Le 'prodezze' dispensate dai Poli e dai Bertolacci, dai Santon e dai Miranda (sì, anche Miranda) fanno parte di un repertorio tutt'altro che inedito. Gli allenatori, forse, se ne andranno. Sicuramente se ne andrà (magari persino a breve) Mihajlović, che sta perdendo qualche scommessa; Mancini ha tutta l'aria di uno cui, in fondo, non dispiacerebbe far le valigie, ora che quello del 'terzo posto' è un obiettivo pressoché certamente fallito. Amen. Tutto sommato, c'è anche e persino di che accontentarsi. Rivedremo comunque giocatori in tenuta nerazzurra e rossonera doc, l'anno prossimo, sui campi europei. Per quanti mesi e per fare cosa, e soprattutto guidati da chi, è difficile indovinare.

mans

2 aprile 2016

L'onta


Dopo un'ora di gioco e di non entusiasmante spettacolo, el Clásico sembrava avviato verso il suo naturale e atteso epilogo. Inzuccando su corner, Piquet inneggiava alla libertà della Catalunya, riavvolgendo il Madrid nel suo spleen stagionale. 

In effetti, s'era giocato un primo tempo parecchio inconcludente, dall'una e dall'altra parte, ma soprattutto dall'una, quella blaugrana. Lenti palleggi e trequarti intasata, nessuno dei tre tenori in serata di grande vena; qualche tentativo del Real di ripartire in contropiede, ma con poca voglia di esporsi a sua volta. In fondo, veniva da pensare, al Barça un pari può anche star bene. Per la classifica, e perché martedì ci sarà una sfida di uguale intensità agonistica ma - al momento - di maggiore importanza. La Liga è in cassaforte o quasi, tanto vale non rischiare il fiato e le gambe.

Un primo tempo da Clásico di transizione, ravvivato dall'ovvio minuto di applausi per Cruijff, acceso dall'arbitro con qualche giallo sventolato sotto il naso dei soliti noti - i Ramos e i Suarez -, e gli unici davvero eccitati erano i 100.000 di Camp Nou. Veniva da pensare che, dopo tempo immemorabile, potesse finire zero a zero. Non capita dal 2002, si sa. E dunque, prima o poi, deve ricapitare.

E' Gareth Bale, ma indubbiamente ricorda la gif di John Travolta che
impazza sui social
Ma esistono solo Clásicos inolvidables, da parecchi anni, per obbligo e definizione. E perciò nel secondo tempo accade di tutto. Anzi, nell'ultima mezz'ora. Prima il pari - di prepotenza, da centravanti old style, alla Boninsegna - firmato da Benzema. Poi la sostituzione di Rakitic (in riserva?) con Arda Turan: mossa che spalanca al Real le porte della città. Zidane ha la faccia di uno che ci crede ancora. E infatti: due a uno, incornata di Bale. Gol. Annullato: inspiegabilmente, scandalosamente. Logico, al Bernabéu qualsiasi arbitro l'avrebbe convalidato; a Camp Nou vigono regole diverse. Le regole di Camp Nou e del Bernabéu sono diverse da quelle che in vigore negli altri stadi del mondo, e a qualsiasi squadra ospite, a Camp Nou o al Bernabéu, un gol così sarebbe stato annullato. Ma non basta. Passa un minuto e puntuale arriva l'espulsione (un classico del Clásico) di Sergio Ramos. Pensi che a quel punto e nonostante manchino dieci minuti e anche meno le cose torneranno nel loro solco, che i Blancos ricadranno nel loro spleen e che il finale sarà un altro glorioso trionfo della Catalunya. Già immagini i canti e le lacrime e le dediche. E invece no. Tutto il contrario. Cristiano, che durante la partita si era soprattutto esercitato nell'arte di dribblare se stesso, finalmente indovina un gesto di alto contenuto tecnico: stop a superare l'avversario e palla bassa, velenosa e difficile da prendere per uno bravo, anche per Bravo. 


Sicché, in dieci contro undici, in rimonta, il Real vince una partita che nessuno (escluso Zizou) riteneva potesse vincere. Un'onta, per il Barça, nella prima notte in cui il fondatore lo guardava giocare dalle nuvole. Un'onta e un campanello d'allarme. Da non sottovalutare. Gioco lento, motore ingolfato. Poca benzina, forse. Così, nel silenzio indispettito e surreale di Camp Nou, dopo il triplice fischio, qualcuno sente già da lontano il rumore dei cavalli del Cholo. Arriveranno fra qualche giorno e sarà una battaglia crudele.

mans

30 marzo 2016

Quanto costerà un coperto al ristorante dello Stade de France?

Viviamo una stagione calcistica di transizione, nonostante si concluda con l'europeo di Francia. Ammesso che si giochi, considerata l'emergenza oramai quotidiana e l'eventualità di attacchi terroristici - l'attentato di Bruxelles ha avuto luogo, come quello di Parigi, mentre nel vecchio continente tutte le nazionali avevano la loro partita da giocare: una banale coincidenza?

Pensieri fluttuanti del Pep
E' una stagione di transizione per alcune leghe nazionali (specie quella inglese; ma anche in Francia il dominio del PSG ha assunto proporzioni tali da metterne in discussione il contenuto agonistico), meno per le competizioni internazionali. Ma alcuni top-club hanno già scelto di voltare pagina dalla prossima stagione, cambiando la guida tecnica (City, Bayern, Chelsea), altri confidano in uno strabiliante finale di Champions onde evitare il naufragio (Real: il cambio al volante c'è stato già a metà stagione). Non sorprendente il ritorno a una conduzione più duttile e pragmatica deciso dal Bayern: troppo ardito, forse, il trapianto della mente di Guardiola nel corpo di un club di rilucente tradizione teutonica, tanto da non lasciarne particolarmente entusiasti i sacerdoti e lo stesso Pep. Guardiola ora porterà  la sua sartoria all'Etihad, dove viceversa un blasone universale dev'essere ancora forgiato. Ma, con le risorse di cui disporrà, il catalano potrà cucire il calcio che desidera, scegliendosi tutte le stoffe. Una sfida, sì: ma relativamente rischiosa.

Le nazionali sembrano in fase di ricostruzione. Olanda, Germania, Spagna, Inghilterra sono alle prese con un ricambio generazionale, e non è detto che (per una volta) quelli messi peggio siano proprio gli inglesi. L'ultima mezzora a Berlino di sabato scorso forse non è da prendere sul serio, ma credo che persino Hodgson non se la potesse aspettare. Poi, a ridimensionare l'exploit in terra germanica, è arrivata la 'solita' sconfitta a Wembley con l'imprevedibile undici olandese.

The Youngsters
Anche l'Italia è in mezzo al guado: ma Conte ha fatto un lavoro apprezzabile e ora proverà a raggiungere l'agognata sponda (che sembrava lontanissima, due anni fa) scommettendo su talento e gioventù (Insigne, Zaza, Bernardeschi e altri), abbinati alla solida vecchia guardia bianconera. Alti e bassi sono fisiologici, in questa fase; e farsi bastonare dalla Germania in amichevole non dico porti bene, ma certo male non fa - se non altro, perché ci consiglia di tenere in memoria il ranking e la nostra (intendo del sistema calcistico complessivo) storia recente. Le ambizioni italiane dipenderanno, sostanzialmente, dal costo di un coperto al ristorante dello Stade de France: più vicino ai 10 o ai 100 euro?

Sicché in Francia - se ci si andrà, se si giocherà - potremmo pronosticare il ruolo di principali favoriti all'undici ospitante e al Belgio. Sono le due rappresentative più rodate, più stabili. I Bleus hanno trionfato nelle ultime competizioni organizzate da loro (1984 e 1998), ma non hanno più Roi Michel in cabina di regia (sul campo e fuori); i belgi sono ancora alla ricerca di un souvenir non consolatorio da mettere in bacheca: avessero un Cruijff (un fuoriclasse più acclarato che acclamato: non credo troppo in Hazard, che mi sembra un bravo pedatore, ma abbastanza prevedibile nelle mosse - pur rapide - e nelle intenzioni) potrebbero sbancare. 

I giocatori di Belgio e Portogallo ricordano le vittime di Bruxelles


Ecco, è anche la prima volta senza Cruijff. Non ci sarà - in tribuna o davanti alla tv -, e non ci sarà nemmeno l'Olanda. Ma, è vero, forse per la prima volta tutte (nessuna esclusa) le nazionali di rango si presentano al via con l'intenzione di proporre un calcio poco votato alla speculazione e più all'anticipo dei tempi di gioco, al pressing alto, all'offesa. Tutte: nessuna esclusa. Il calcio praticato, predicato e insegnato da Cruijff è ormai patrimonio comune; ne varia l'interpretazione, e la varietà dipende soprattutto, più che dalle differenze di modulo, dalla qualità degli interpreti.  Chiamarlo total-voetball oggi, è vero, non ha più alcun significato, essendo divenuto luogo comune: nessuno ne ha più l'esclusiva, neppure il Barça, che da quella pianta continua a raccogliere e dispensare i frutti migliori. Perché il seme, in Europa, ha attecchito dappertutto. La rivoluzione è durata cinquant'anni, ma si è compiuta proprio nel tempo in cui il suo prodigioso simbolo ha abbandonato davvero e definitivamente la scena. 

Mans

21 dicembre 2015

Follie agonistiche e (quale più quale meno) appassionanti tornei

Cartoline di stagione: 17° turno 2015-16

Felipe Melo show: 1. Il rigore
Lo sketch è frequente, e ribadisce la follia agonistica (e dunque e in definitiva l'ignoranza calcistica) di Felipe Melo, anima di (quasi) tutte le squadre in cui ha giocato. Temperamento rivoluzionario, scarpe grosse e cervello in pappa, forse male ossigenato, regala un rigore alla Lazio (che i suoi avevano fortunosamente ripreso) quando l'aereo per le vacanze ha già acceso i reattori. A fine campionato sarà interessante contare i punti che Felipe avrà impedito all'Inter di aggiungere alla classifica. Ammesso di vederlo ancora in campo. 

Felipe Melo show: 2. La mossa del cartellino rosso
Perde e malamente, in casa, l'Internazionale contro la Lazio, derelitta di punti e di morale ma non di potenziali qualità calcistiche. Malamente, giocando da cani, come altre volte (quasi sempre a dire il vero) ha giocato. Perde, e il gruppo di testa si ricompatta. Ma, nel gruppo, ora c'è anche la Juve. Visto che le sue idee non portavano a nulla (anzi), Allegri è tornato al modulo che i reduci conoscono e interpretano a memoria, quello di Conte. Difesa a tre; ambientamento di Mandzukic; esplosione di Dybala; rosa profonda anzi profondissima. Ingredienti bastanti e avanzanti per la Serie A, e soprattutto per assorbire gli effetti di una partenza lenta. Con qualche fatica (ma nemmeno troppa) Nostra Signora ha messo insieme 21 punti in 7 partite, e poiché la logica (la logica, già, che non è garanzia di nulla) dice che a marzo sarà fuori dalla CL, ecco che (logicamente, ça va sans dire) il campionato ha un padrone, al di là dei numeri, ed è sempre lo stesso padrone degli ultimi anni. Non ha spadroneggiato finora - tutt'altro - ma la logica dice che da gennaio inizierà a farlo.

Può rammaricarsi di non essere rientrato nel gruppo in fuga persino il Milan: avesse battuto tutte e tre le ultime in classifica starebbe insieme alla Roma, in piena (ancorché teorica) lotta per il primato e per le posizioni Champions. Può rammaricarsi, ma sempre la logica fa ritenere ovvio il suo ritardo. Il Milan ha i punti che merita, punto e a capo. 

Altrove si va in letargo. In Francia, dove il distacco tra la prima e la seconda (19 punti!) è superiore a quello tra la seconda e la terz'ultima (13 punti!). Campionato appassionante per tutti, esclusi coloro che l'hanno già vinto. Le cose vanno più o meno così anche in Bundesliga, ma la concorrenza è per il Bayern più consistente di quella surclassata dal PSG. Belle partite, però, negli stadi tedeschi. In Spagna ha riposato il Barça, volato in Giappone per l'esibizione universale del calcio inutile dove ha ovviamente spopolato e pure risparmiandosi abbastanza. I Blancos infieriscono sui poveri cugini del Rayo, andati avanti ma poi ridotti in nove uomini e seppelliti da dieci gol. Nessun entusiasmo per gli abbonati del Bernabéu. Anzi. "Goles no son amores", titolava ieri Marca

La Premier non si ferma, ma Mou è sceso dalla giostra. Dove andrà ad allenare? Tornerà a Madrid? Prenderà il posto di Van Gaal? Vedremo. Per ora godiamoci l'epopea del Leicester City, passato anche a Goodison Park. Non vincerà il torneo, ma ha già contribuito a renderlo appassionante, sottraendolo al destino di una guerriglia calcistica tra ricchi, cui il soldo non basta per allestire XI belli e irresistibili. E' la lezione sempiterna del calcio.

Mans

1 dicembre 2015

Espulsione c'è quando arbitro sventola cartellino rosso

Cartoline di stagione: 14° turno 2015-16

In dieci uomini si gioca meglio, disse un giorno Nils Liedholm, e quello che pareva essere un paradosso di circostanza divenne una delle sue frasi più celebri. Del resto, gli starà spiegando Boskov in qualche giardino del paradiso di Eupalla - dove i due (insieme ad altri) spesso si incontrano nel corso della passeggiata mattutina a far chiacchiere di pallone -, espulsione c'è quando arbitro sventola cartellino di colore rosso (variante di un'altra sua celebre massima).

Già uscito dalla linea laterale del campo,
tra un attimo Nagatomo tornerà
negli spogliatoi del San Paolo.
Già. Il big-match del San Paolo, il rendez-vous tra due XI che, finora, interpretavano le loro partite in modi così diversi da far dubitare che appartenessero allo stesso campionato, l'atteso partitone è finito, come spesso capita, con polemiche tipicamente 'latine', con la rabbia del Mancio per l'espulsione (a suo dire ingiusta: mezzo fallo e un rosso? assurdo) di uno dei giocatori peggiori tra quelli che ha in rosa: il giapponese Nagatomo. Il fattaccio accade agli sgoccioli del primo tempo, col Napule avanti di un gol, un Napule debordante a tratti, a tratti impreciso, visibilmente nervoso, ma attrezzato di un centravanti devastante - se mai l'aggettivo-participio presente può essere meritato da un protagonista della pedata contemporanea. Un Napule indiscutibilmente superiore, che gioca sempre di prima e in velocità (l'ormai solito, noto spartito di Sarri); la tensione, tuttavia va a discapito della precisione e dunque, costretta a difendere la sconfitta dall'alba della partita, l'Inter rientra negli spogliatoi con un solo gol sul groppone e un uomo in meno da ripresentare sul campo. 

Cioè in una situazione psicologicamente più che favorevole.

Già, non è un paradosso e si è visto. In quelle situazioni, le squadre forti - anzi, i giocatori veri, e dunque forti - non sono a disagio. Gli altri temono di avere già vinto ma purtroppo c'è ancora da correre giocare faticare, e non sanno più se attaccare, difendersi, tener palla. Si smarriscono nelle proprie inattese incertezze, perché non sanno bene come si comporterà l'avversario. Lo scacchiere è andato in pezzi. La partita a scacchi è finita, anzi è stata interrotta e ora ne inizia un'altra. L'Inter (che non ha un 'gioco' organizzato per attaccare coralmente) può affidarsi ai suoi incursori, uomini di talento, solisti, egoisti ma pericolosissimi. Specie quando e se non c'è nulla (più nulla) da perdere.
Higuain sfonda una seconda volta, sventrando letteralmente il cuore della granitica difesa nerazzurra. Gigantesco. Poi Ljajic, con un tiretto che riesce a passare senza deviazioni tra diverse paia di gambe, accorcia, ed ecco che la partita, per l'Inter, è in discesa ripidissima. Il Napoli ha le vertigini e l'ansia, mostra di non saper gestire la tensione, sbaglia tutto (passaggi, posizioni, tempi di gioco), non attacca e non difende, non pressa e non arretra. Si offre inerme all'Inter e a uno stadio terrorizzato. 

Per puro caso non finisce due a due. Due pali nelle ultime due azioni, ecco il bottino ospite. I sapientoni, finalmente, si azzardano ad affermare che l'Inter "è da scudetto". Ma è stata una partita 'sui generis', probabilmente irripetibile. 

Restano i dati. Contro la prima e la terza in classifica, il Mancio (ora secondo) ha fatto zero punti. 

Intanto, da dietro, il rombo del diesel bianconero è sempre più vicino e preoccupante. La Roma si va sfaldando more solito, se non cambia guida adesso rischia di uscire da tutte le giostre. Il Milan è in officina, Sinisa sta cercando di assemblare il suo prototipo con quel che ha, e a San Siro sabato sera la gente è tornata a divertirsi. Non accadeva da anni.
Non accadeva da anni, già. Il nostro campionato, quest'anno, è forse il più divertente d'Europa.

Mans

22 novembre 2015

Ah, don Andrés ...

Cartoline di stagione: 13° turno 2015-16

Un sabato di grande partite riaccoglie il football nell'Europa intimidita e quasi militarizzata. Ovunque si esegue la Marseillaise; al Bernabéu una versione più soft, per solo pianoforte, ne fa apprezzare la melodia ma acuisce la tristezza. 

Don Andrés: alla fine il Bernabéu sarà costretto agli applausi per lui
Non so se anche all'Etihad è andata allo stesso modo: vero è che Citizens e Blancos sono stati letteralmente spazzati via dai loro avversari di giornata. I Reds sembrano destinati a rivivere, è iniziata l'era Klopp. I Blancos sono orfani di tutto, sono un branco di pedatori che ha scordato totalmente cosa sia un gioco di squadra, una tattica, una strategia, una copertura del campo, il pressing, tutto. La facilità con cui don Andrés ha guidato la razzìa del Bernabéu ha pochi precedenti, ma dai tempi di Cruijff in poi si ricordano solo molte lezioni di football impartite dal Barça, quasi nessuna dal Real. Quella di ieri, se vogliamo, vale anche di più, un quattro a zero senza attenuanti (senza pali, sfortune, rigori negati), nonostante le legnate (Ramos si becca un cartellino solo al quinto intervento spaccacaviglie), nonostante l'assenza del leader tecnico, nonostante gli anni che passano ma non ancora per don Andrés Iniesta, uno dei tanti che il pallone d'oro l'avrebbero strameritato e ai quali è stato negato da coloro che del calcio vorrebbero essere la rovina (i Blatter, la Fifa, gli sponsor arabi), ma cui il calcio, per sua forza intrinseca, inevitabilmente sopravviverà. Quattro a zero, dunque, e per Benitez inizieranno mesi (o settimane) di passione. Dopo il licenziamento di Carletto (l'unico capace negli ultimi dieci anni caratterizzati dall'egemonia catalana di farsi apprezzare da uno spogliatoio - per così dire - difficile, di costruire - faticosamente - un'identità alla squadra, e infine di vincere qualcosa di importante) non era difficile prevedere che sarebbe andata così. 

E' finito da poco El Clásico, e nello Stadium inizia il partitone italiano. Juve-Milan, chi perde si perde, e si rassegni a una stagione da comprimario - dicono (a una stagione da protagonista del Milan nessuno credo abbia seriamente creduto). Il primo tempo è sconfortante. La quantità di errori tecnici è impressionante, passaggi di pochi metri sbagliati di metri, stop approssimativi. La tipica partita da oratorio. Da Madrid a Torino, ma è stato come passare dagli Uffizi al Museo parrocchiale di San Martino Siccomario (con tutto il rispetto). La Juve cerca di fare qualcosa, sa cosa deve fare ma non ci riesce, o ci riesce a tratti. Il Milan fa quel che può, non ha altre risorse e non ha giocatori intorno a cui costruire una nuova fisionomia di squadra. Poi, nel secondo tempo, uno sprazzo di qualità risolve la partita a favore (giustamente) dei bianconeri. E il campionato 'di vertice' del Milan, se mai era davvero iniziato, finisce lì.

Alla prossima.

Mans

26 ottobre 2015

Il finalizzatore

Cartoline di stagione: 10° turno 2015-16

Mentre la Bundesliga è signoreggiata senza pietà dal Pep, in Inghilterra nessuna nave ha voglia di prendere il largo. Brutto derby a Manchester, ed ennesima orrida prestazione (tecnica e nervosa) del Chelsea (l'unico a dare spettacolo è Mou, bisogna ammetterlo: ma lo fa solo quando perde, e ultimamente capita spesso), a Upton Park. E se fosse l'anno dei Gunners? Prima o poi ... Ancora interlocutoria ed equilibrata la stagione spagnola, che quando non gioca Leo si intristisce. 

E' lui, Kalidou Koulibaly, l'homo novus di Sarri
Possiamo quindi dedicarci alle cose di casa nostra, anche perché sembra che ci sia un campionato vivace, e visto che le pretendenti stanno venendo allo scoperto, così come le false candidature. Abbiamo osservato, tuttavia, solo l'Inter (a Palermo) e il Napoli (a Verona). Le impressioni ricavate dalle partite precedenti non ne sono risultate stravolte. Il Napoli è un XI di corsa e di qualità vigorose, che ha corretto magnificamente le lacune delle ultime due stagioni e rimesso a lucido alcuni uomini (il centrale senegalese anzitutto, che ha lasciato per strada una quindicina di chili di troppo, quelli che evidentemente lo facevano apparire troppo lento e macchinoso per una squadra di vertice); gioca a due tocchi, nessuno (a parte gli attaccanti dotati) porta palla. Il Napoli ci piace, e ci piace più della Roma.

L'Inter, invece, sta tornando sulla terra, dopo l'orbita fuori controllo delle prime cinque partite (e i quindici punti, di cui dieci ampiamente immeritati). Il gioco mostrato finora è pessimo; ha recuperato muscolarità e solidità difensiva, ma non produce nulla (solo qualche estemporanea azione di contropiede) davanti. E infatti l'uomo messo sulla graticola dalla critica è Icardi, centravanti e bomber 'tipico'. Ma non gli arrivano palloni decenti, ed è il solito facile bersaglio di coloro che credono il football sia esercizio lineare. Non gli arrivano palloni perché gioca in un team pieno di 'atipici'; uno è abbastanza per qualunque squadra, figuriamoci tre o quattro. Mancini ha l'aria di uno che se ne infischia, ha i suoi esperimenti da fare e si diverte così. 

"Prendo la palla e parto. Dritto dritto, mi faccio settanta metri di corsa.
Poi tiro. Tiro in porta. Mica la passo, e no!"

Chiudo citando Ginone Bacci, vecchia pennaccia e linguaccia toscana, già operoso sulle pagine di Tuttosport ma di fede criptonerazzurra (nemmeno troppo cripto). Analizza lucidamente e ironicamente il calcio del nord dagli studi delle antenne locali, e Fredy Guarin è uno dei suoi 'soggetti' preferiti. Lo considera un grande finalizzatore. Già. Nel senso che, quando la palla arriva tra i suoi piedi, regolarmente, l'azione finisce ...

Next.

Mans

5 ottobre 2015

Bicchieri mezzi pieni e bicchieri completamente vuoti

Cartoline di stagione: 8° turno 2015-16

Poche cose davvero notevoli in questo week-end e poche annotazioni ad memoriam. Fa rumore la seconda presa di San Siro (con goleada) in sette giorni. Trasferte con pic-nic per le comitive di Sousa e Sarri. Ma i punti in classifica determinano l'umore dei tifosi (ovvio) e fanno buona stampa (meno ovvio). Dunque, l'Inter fa un punto in due partite (travolto dalla Viola al Meazza -  partita "che non ha fatto testo" -, concede alla Samp una quantità impressionante di situazioni da gol in azioni di contropiede prima di strappare un pareggio), ma resta seconda in classifica e dunque il bicchiere è mezzo pieno. Il bicchiere del Milan è invece totalmente vuoto, e non c'è bisogno di spiegare perché. 

Immagine datata, ma sempre attuale

L'Inter ha un reparto di mezzo cingolato ma lento. Davanti, parecchi solisti (i vari slavi) e un grande finalizzatore (l'argentino). Otto gol segnati e sei subiti in sette partite sono uno score da media classifica (sesto-nono posto), e questa pare la dimensione (reale e attuale) dell'Inter; ha almeno sei-sette punti in più di quelli che meriterebbe, conseguendo vittorie mai limpide solo con le cenerentole della Serie A (cugini compresi). Dopo la sosta - momento sempre delicato - ospiterà la Juve, e lì capiremo molto di come sarà la stagione delle due. 

Il Milan ha già rimesso nel baule ogni ambizione, e può starsene chiuso in camera a meditare sui propri errori - innumerevoli. I milanisti devono invece sperare che la dirigenza non faccia colpi di mano, decidendo di sollevare l'allenatore: la squadra rischierebbe un precipizio senza rimedio. Potrà restare a galla solo tirando fuori gli attributi (se ci sono), lottando da provinciale. Come altre volte, in passato, è già successo.

Quelle che giocano in Europa sembrano le più forti, e sono cinque. Le cinque che potrebbero trovarsi nelle prime cinque posizioni a fine stagione. Sorprendenti performance di gioco da parte di Fiorentina e Napoli; ancora parzialmente inespresse Roma e Juventus; in ripresa la Lazio. Speriamo l'equilibrio perduri.

Equilibri precari anche altrove. Il Siviglia bastonato dalla Juve bastona il Barça che aveva bastonato la Juve qualche mese fa. L'Arsenal infinocchiato dai greci ci mette pochi minuti a stendere lo United - l'Arsenal è capace di queste imprese. Il City passa dalla depressione all'esaltazione in pochi giorni, ma c'è voluto il Newcastle per divertire quelli che frequentano l'Etihad. Invece, quelli che credevano in un new deal a Dortmund si sono visti improvvisamente di fronte la sagoma gigantesca del Bayern. In Germania anche quest'anno sarà una bella lotta: per il secondo posto. 
E forse anche in Europa.

Di pura prepotenza: cinque a uno
Alla prossima.

Mans

1 ottobre 2015

Gli staffettisti giallorossi e l'ingordigia di Lara Croft

Fettine di Coppa: fase a gironi (2° turno)

Come già il primo, anche il secondo turno dei campionatini di CL è stato discretamente godibile. Il divertimento, del resto, è proporzionale all'incertezza delle partite - e sono state quasi tutte incerte, alcune ribaltate, altre quasi -, e di conseguenza a quella delle classifiche nei singoli gironi. Vi sono club che avevano prenotato o quasi un posto negli ottavi già prima di iniziare a giocare, e che ora dovranno sudare per conquistarlo.

I colori delle maglie del City e del Borussia
sono l'unica nota stonata di una bella partita

Le inglesi, per esempio. Tutte. Ieri - dopo il bagno di martedì - si sono salvate, sul filo di lana e rischiando l'osso del collo. E' un tema, è un tema attuale, è un trend, se continuerà occorreranno approfondite analisi da parte degli osservatori d'Oltremanica. Per ora, rileviamo solo come quel che spendono sul mercato le due di Manchester (soprattutto i Citizens: 135 mln di saldo negativo; solo 32 lo United) sia sufficiente per tenerle al vertice in Premier; non in Europa. Club di blasone minore sono in grado di tener loro agevolmente testa. Lo stesso vale anche per l'Arsenal, tendenzialmente meno 'spendaccione' (14 mln di saldo, negativo s'intende). Un XI esperto come quello dell'Olympiakos, dominante da anni nel campionato greco, sempre presente nella fase a gironi di CL, può tranquillamente pensare di fare la voce grossa all'Emirates e portare a casa i tre punti. Quanto al Chelsea (meno 23 mln sul mercato), un conto è giocare contro i cestisti del Maccabi, un altro vedersela con il Porto ...

Delle nostre, convincente e autorevole la Juve. Restituita al modulo-Conte - cioè al suo autentico imprinting epocale -, recupera Khedira e domina il Siviglia. Allegri farebbe bene a lasciare le cose come sono state per anni, non sarà lui a poter dare un'impronta alla squadra. Solo se non tocca nulla, le cose possono andare ancora bene per Nostra Signora. Se invece pretende di innovare, se vuole convincersi (e convincere) d'aver delle idee, di possedere un 'pensiero' calcistico, rischia la panca e quella credibilità che si è guadagnata negli anni senza meriti particolari. L'abbiamo già detto e (del resto) lo dicono tutti: Pirlo e Tevez non sono clonabili, ma Khedira (se sta bene) vale almeno quanto Vidal, e i nuovi (a iniziare da Dybala) sono bravi. Morata può solo migliorare. Pogba è indecifrabile, ma pazienza. La Juventus può vivere un anno di transizione, ma ha basi tecniche solidissime e un futuro ragionevolmente sereno.

Non inquadrato, il quartetto composto da Gervinho, Iturbe,
Salah e forse Florenzi
La Roma, dal canto suo, non passa là dove anche Napoleone Bonaparte non riuscì a sfondare, ma il modo è stato scandaloso. I regali fatti al Bate nessuno li restituirà. I tre velocisti schierati davanti sembrano buoni per allestire (con un altro elemento) una bella staffetta 4x100, non per giocare assieme al gioco del calcio. Sicché la faccenda si complica maledettamente, e già da ora un posto negli ottavi pare un miraggio. Si spera almeno in una qaulificazione, con buona e conseguente raccolta di punti-ranking, in Europa League.


Altri spiccioli. In Svezia, CR7 ha raggiunto e superato Raul. Ormai tenere il conto dei suoi gol è abbastanza difficile. E lui è sempre più ingordo. Sempre più ossessionato, anzi. Alcuni primi piani di ieri, successivi a sue conclusioni abilmente sventate dal portiere degli svedesi, ne hanno rivelato dispetto, rabbia, insoddisfazione. La sua metamorfosi, nel corso del tempo, è stata strabiliante. Era un'ala - un attaccante esterno -, da giovane, ora è una macchina da gol. Eppure ... Eppure, se si confrontano i suoi sei anni all'UTD con i suoi sei al Real (dunque escludendo la stagione in corso) si nota una cosa. Cresce il suo palmarés di premi individuali, ma il bottino di squadra è tutto a favore dei Red Devils. A Manchester Lara Croft vinse (in sei anni) tre campionati, due coppe di lega, una FA Cup, una Champions e un mondiale per club; a Madrid un solo campionato, due coppe e una supercoppa di Spagna, una Champions e un mondiale per club. La forza 'storica' delle due squadre nei due cicli è certamente paragonabile. Cosicché, al servizio più di se stesso che della squadra non ha fatto vincere al Real più di quello che, probabilmente, avrebbe vinto anche senza di lui.

Alla prossima.

Mans

28 settembre 2015

Una strana e promettente stagione

Cartoline di stagione: 7° turno 2015-16

Quella in corso è davvero una strana, promettente stagione. Almeno in Italia e in Inghilterra, forse anche in Spagna. In Germania e in Francia, invece, tutto sembra destinato a ripetere la falsariga degli anni scorsi, con i due club dominanti (PSG e Bayern, ça va sans dire) già in buona traiettoria. Forse anche perché non hanno vissuto un'estate di grandi cambiamenti (Douglas Costa però, a Monaco, sta entusiasmando). Da seguire, in Ligue 1, soprattutto la crescita del Reims, cui siamo affezionati per i trascorsi legati alle prime coppe dei campioni; risalito nella maggiore divisione solo un paio d'anni fa, è ora in corsa per le prime piazze, dopo sofferte salvezze; dieci giorni or sono, al glorioso Delaune, lo squadrone di Blanc ha davvero rischiato grosso, acciuffando un pari per i capelli. Sarebbe bello, insomma, rivedere quelle maglie nelle serate europee. Chissà.

CR affranto: è rimasto all'asciutto.
Miguel Torres, scarto del Real, non partecipa alla festa dei suoi
In Spagna due o tre cose notevoli. Il Sevilla ha abbandonato l'ultimo posto battendo il Vallecano, ma all'ultimo respiro e dopo aver sprecato un doppio vantaggio; sicché là in fondo, ma in buona compagnia, c'è ora il Malaga, che però ha fermato il Madrid al Bernabeu. Reti intonse. Beh, si penserà, dev'essere forte questo Malaga. Quante squadre al mondo sarebbero in grado di resistere per novanta e passa minuti in casa del Real? Vero. Perché, allora, con quella difesa di ferro, pressoché imperforabile (tre gol incassati in sei partite), gli andalusi navigano così al largo dalle prime? La risposta è statistica. Sei partite giocate, tre soli rete concesse, ma nessuna messa a tabellino. Nella Liga - torneo funambolico, dove le goleade sono (erano) la normalità - l'astinenza del Malaga è una specie di sciopero della fame. Una protesta contro il calcio dei Cristiano Ronaldo, dei risultati tennistici, dei supercannonieri. Contro il calcio-spettacolo (luogo comune, il calcio è comunque uno spettacolo, non è classificabile in fattispecie). Contro la logica eterna del gioco. Contro il suo scopo. Seguiremo con curiosità le sue prossime esibizioni. Intanto, là in cima, dopo qualche anno e l'umiliazione della caduta in Liga Adelante, si rivede - in perfetta ma temporanea solitudine - il sottomarino giallo ...

In Premier lo 'spettacolo' è offerto dalle controprestazioni del Chelsea. Dopo il primo tempo a St. James' Park, Mou (dice egli medesimo) avrebbe sostituito sei uomini. Urka! Speriamo cambino presto il regolamento, tre soli rimpiazzi a partita sono davvero troppo pochi, bisognerebbe prendere esempio dal basket, dall'hockey, dal volley eccetera eccetera. Dal canto suo, il Newcastle ha forse già prenotato un posto in Championship per la prossima stagione, e non ha intenzione di disdirlo: perciò incassa la rimonta (che matura negli ultimi dieci minuti) e consente ai Blues di salire da sette a otto punti, la metà esatta dello United. Il quale si trova meravigliosamente in testa, approfittando della totale confusione dei Citizens, evidentemente andati in tilt dopo l'esordio e la sconfitta inusitata e riprovevole in CL. Tre sconfitte consecutive. L'ultima, con goleada, a White Hart Lane. Così ora anche l'Arsenal - lunatico e indecifrabile come al solito - può ritenersi pienamente in corsa. E financo il Liverpool. Mah!

L'ispirazione poetica degli ultras
non è migliore di quella calcistica della Benamata
Da noi, chi ha visto le prime cinque partite dell'Inter non può stupirsi di com'è andata la sesta. Fragorosa caduta al Meazza con la Viola, che non ha infierito. Il Napoli pare travolgente, e il lavoro di Sarri si vede bene, ora. Specie da metà campo in su. Ritmo frenetico, pressing asfissiante, e Juve ridotta al silenzio - in un San Paolo semideserto ma che forse, presto, tornerà a riempirsi. E' indubbiamente la squadra del momento. In un campionato così strano, con tante squadre 'rifatte', pare logica la posizione del Toro, squadra che di anno in anno Ventura sembra saper migliorare. Sempre male il Milan, che però e almeno in dieci contro undici a Marassi qualche segnale di vitalità l'ha lanciato, a differenza degli inermi cugini. Una barzelletta la Juve, che Allegri modella e rimodella a ogni partita. Ma non è un artista, e di capolavori 'in proprio' non ne ha mai sfornati; difficilmente gli riuscirà quest'anno.

Mans

17 settembre 2015

Le lacrime di Albione

Fettine di Coppa: fase a gironi (1° turno)

Il povero Luke Shaw (UTD) al suo ennesimo, grave infortunio
Curioso martedì, nei pub di Manchester. Sciarpe rosse e sciarpe blu che scoloriscono in novanta minuti. Due beffarde sconfitte identiche nel punteggio e nell'andamento, due sconfitte subite in rimonta. Assai più grave quella dello United, anche se esterna, subita dalla squadra che ai Red Devils aveva ceduto il proprio miglior giocatore, il quale aveva peraltro aperto le marcature ed esultato, da buon ex privo di riconoscenza e compassione. Un grande gol. I tre punti lasciati a Eindhoven hanno se non altro - per noi guardoni - un pregio: rendere incerto e interessante il gruppo B. Quanto al City, siamo alle solite. Nella telecronaca esagitata (come sempre) veniva ripetutamente evocato il suo status di pretendente alla conquista della CL; del resto, la campagna di rafforzamento estiva è parsa sontuosa e alquanto costosa: De Bruyne (74 mln, in panca con la Juve, subentrato), Sterling (62.5 mln), Otamendi (44.6 mln, in panca con la Juve, subentrato), Delph (11.5 mln, in tribuna con la Juve). Quasi 200 milioni, ma la solfa in Europa è sempre la medesima, e anzi sempre più stonata. L'anno scorso pareggio interno con la Roma. Quest'anno nemmeno un pari, in un girone abbastanza complesso. Semmai - qualora riuscissero nell'impresa di arrivare terzi - potremmo ipotizzare per gli uomini di Pellegrini un lungo cammino primaverile in Europa League. 

Il mercato sponda UTD è stato meno oneroso: Martial (50 mln), Scheiderlin (35 mln), Depay (27.50 mln), Darmian (18 mln), e l'onusto Schweinsteiger (9 mln) - tolto il secondo, tutti in campo al Philips Stadion; spesa complessivamente bene ammortizzata dalle cessioni di Di Maria e del Chicharito (complessivamente 75 mln). Ne ricaviamo una certezza: le inglesi, con le tasche gonfie grazie ai faraonici introiti commerciali e televisivi, drogano il mercato. Pagano i giocatori somme che arrivano a tre volte il loro effettivo valore tecnico. 

Il rosso sventolato in faccia a Giroud
ha certo complicato la serata dei Gunners
Ieri, poi, anche l'Arsenal ha fatto una bella impresa: è la prima inglese capace di perdere a Zagabria, contro uno di quei club la cui principale occupazione è ormai fare cassa vendendo ogni anno i propri giovani talenti (o presunti tali). Una disfatta albionica senza precedenti è dunque scongiurata dal Chelsea, che si riscalda lo stomaco grazie al brodino servito dal Maccabi (pensavo fosse una squadra di basket) e a qualche rigore-regalo di un generosissimo arbitro tedesco.

All'Etihad la Juve ha mostrato d'essere tutt'altro che perduta nelle incertezze del suo allenatore. Al quale basterebbe non far danni, lasciare che i giocatori giostrino secondo estri e attitudini, cedere ai 'vecchi' la leadership e la conduzione tecnica: continuerebbe a far risultati. C'è gente (anche tra i nuovi) di valore sicuro. Una squadra che potrà fare strada in Europa e rimettersi agevolmente in carreggiata nella competizione domestica - a patto, appunto, che Allegri non pretenda di fare l'architetto. A patto che si limiti alle conferenze stampa. Suppongo che, in società e al netto delle dichiarazioni di facciata, lo sappiano benissimo.

Ottima la Roma, che temendo un cappotto in simil-Bayern ha giocato giudiziosamente, contenuto un bel Barça, punto di tanto in tanto in contropiede. Ha consegnato direttamente alle leggende della coppa un gol inventato da un proprio virgulto. Ha dato un'impressione di solidità, tattica e morale. Dzeko è un valore aggiunto formidabile. Potrebbe davvero aver fatto il salto di qualità.

Dagli altri campi, segnaliamo solo la facile scampagnata dei Colchoneros a Istanbul, dove Poldo non è riuscito a incidere (sostituito per totale inefficacia a venti minuti dalla fine); l'importante gollettino segnato dal non-milanista Witsel al Valencia (a perfezionare una doppietta incredibile dell'incredibile Hulk); e infine, e naturalmente, l'assist di tacco del non-milanista Ibra, che certo gli ha dato più soddisfazione di molti facili gol. Ammettiamolo, dunque: a differenza di altri anni, in questo primo turno della fase a gironi non ci siamo particolarmente annoiati.

Mans