Visualizzazione post con etichetta Matches. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Matches. Mostra tutti i post

12 novembre 2014

First Round Proper

Cartoline di stagione: 12° turno 2014-15

Ha solo 142 anni e non li dimostra. Ogni anno la Football Association Challenge Cup - la più antica, longeva e imperitura delle competizioni calcistiche - rinnova il suo fascino senza eguali. A vincerla, nei primi tempi, furono club come i Wanderers, la Oxford University, i Royal Engineers, gli Old Etonians, i Clapham Rovers, gli Old Carthusians, il Blackburn Olympic ... L'hanno interrotta solo le due guerre mondiali. Ma da quasi un secolo e mezzo, ogni estate la passione, la dedizione e la tradizione - in una parola, l'amore - degli inglesi rinnovano un rito che ha contribuito a rendere identitario il Football Association Game [vedi]. La FA Cup, come si usa ora chiamarla in tempi di acronimi imperanti, "è" il football nella sua dimensione originaria, ancestrale, interiorizzata: la competizione che ne fa una pratica sociale peculiarmente inglese, un elemento del suo paesaggio materiale e mentale. Un segno di distinzione nel mondo globale del "world soccer".

Inkersall Road, Staveley
Quanto è antica, tanto la FA Cup dimostra di essere moderna, di sapersi adeguare al mutamento dei tempi senza tagliare le radici con il proprio patrimonio memoriale. Tra venerdì e lunedì scorsi si è giocato il First Round Proper, il primo turno "vero e proprio", della 134° edizione, che in realtà era cominciata il 16 agosto con l'Extra Preliminary Round, in cui si erano sfidate 368 squadre della 9° e 10° serie del football inglese: risultato più rotondo l'11:0 rifilato dal Molesey all'Haywards Heath Town; maggior numero di spettatori (371) all'Inkersall Road di Staveley per Staveley Miners Welfare - Worksop Town 2:0; 1.500 sterline di premio per ciascuna delle 184 vincitrici ... Da allora si sono susseguiti il Preliminary Round (con altre 136 squadre della 8° serie) e altri quattro Round Qualifying (con altre 140 squadre della 5°, 6° e 7° serie). Il First Round Proper ha visto l'entrata in scena dei 48 club della League One e della League Two (3° e 4° serie). Quando nel Third round proper (32esimi di finale), il 3 gennaio 2015, scenderanno in campo anche i 44 club della Premier League e della Championship, i club coinvolti saranno stati 736. In pratica, giocano tutti: una festa totale del football inglese (e gallese e del Guernsey, l'isola nella Manica appartenente al Regno Unito).

L'Havant & Waterlooville Football Club è la squadra di Havant nell'Hampshire, contea sulla costa meridionale dell'Inghilterra la cui città maggiore è Southampton. La società è l'esito della fusione, nel 1998, tra l'Havant Town F.C. fondato nel 1883 e il Waterlooville F.C. fondato nel 1905. The Hawks (I Falchi), militano attualmente nella Conference South, la sesta divisione del football inglese, l'equivalente della nostra Promozione. Hanno debuttato nel Second Round Qualifying dell'attuale edizione della FA Cup, il 27 settembre 2014, battendo in casa, al West Leigh Park, con un rotondo 3:0, lo Swindon Supermarine (8° serie), di fronte a 386 spettatori. L'11 ottobre, nel Third Round, si sono recati all'"Harry Abrahams" Stadium di Finchley, nei sobborghi occidentali di Londra, dove hanno battuto per 2:0 il Wingate & Finchley F.C. (7° serie), di fronte a 292 spettatori. Il 25 ottobre, nel Fourth Round, al Park Lane di Canvey Island, nell'Essex, sull'estuario del Tamigi, hanno pareggiato 0:0 con il Canvey Island F.C. (7° serie), di fronte a ben 642 spettatori. Il 30 ottobre hanno giocato il ritorno, a casa propria, battendo gli avversari per 3:0, di fronte a 574 spettatori, e quadagnandosi l'accesso al First Round Proper.

West Leigh Park, Havant
Giustamente il lettore si chiederà perché celebriamo le gesta di questo sconosciuto club semi-professionistico. Perché l'Havant & Waterlooville ha avuto la fortuna di essere sorteggiato nel First Round Proper contro il Preston North End nel Lancashire, club attualmente relegato nella League One, ma di venerabile tradizione. Il Preston ha vinto infatti due volte la FA Cup, nel 1889 e nel 1938 (disputando altre cinque finali, l'ultima nel 1964), e le prime due edizioni della First Division, nel 1889 e 1890, arrivando secondo nei successivi tre campionati: il "double" del 1889 valse a qull'XI il soprannome di "The Invincibles". Dagli anni sessanta il club è decaduto tra seconda e quarta serie, ma mantiene intatto il blasone di primo grande club della storia del football inglese - un po' l'equivalente, mutatis mutandis, del nostro caro Vecchio Balordo Genoa Cricket and Athletic Club [vedi].

Il nome dell'avversario sorteggiato contro l'Havant & Waterlooville ha indotto la Football Association a cedere i diritti televisivi del match anche all'estero. Lunedì sera gli amanti del football hanno potuto assistere così alla prima diretta in Italia di una partita del primo turno della FA Cup, grazie a Fox Sports che ha investito in prima serata - mentre nei talk show di tutte le reti del regno (italiota) infuriavano le consuete sguaiate polemiche su Mazzarri, Montella e i rigori non dati - su uno spettacolo calcistico memorabile. Sul piano agonistico la partita potrebbe essere l'equivalente di un Genoa (quando militava mestamente in serie C) vs US Pergolese 1923 (attualmente in Promozione Marche), giocata non al "Luigi Ferraris" di Marassi ma allo Stadio Comunale "M. Stefanelli" di Pergola (provincia di Pesaro Urbino): qualcosa di impossibile da un punto di vista sportivo, perché la Coppa Italia in Italia è organizzata dalla Lega Serie A e non dalla Federazione, ed è spezzettata in ulteriori Coppa Italia Lega Pro, Coppa Italia Serie D e Coppa Italia Dilettanti. Soprattutto, sarebbe qualcosa di inimmaginabile a livello mediatico. Anche in questo l'abisso tra la storia del calcio italiano e di quello britannico appare incolmabile.

La FA ha invece portato la troupe televisiva al West Leigh Park di Havant (da dove giunge questa "cartolina" un po' anomala): un evento che per un giorno ha scombussolato la vita alla ridente cittadina dell'Hampshire e l'ha catapultata alla celebrità dell'universo televisivo. Le immagini ci hanno restituito il fascino intatto della tradizione del football inglese: stadiolo stipato (2.382 gli spettatori) pieno di bambini vestiti normalmente (senza magliette, sciarpe e merchandising di consumo); tribune coperte con 7-8 file di posti seduti (sono 560 complessivamente); altrove tutti in piedi appoggiati alla ringhiera di delimitazione del campo per destinazione; panchine a un metro dalla linea laterale; tabellone luminoso per la sostituzione dei giocatori monofacciale (cioè rivolto solo in campo); manto erboso da fare invidia a quello di Marassi; telecamera a occhieggiare anche negli spogliatoi da cui trasudavano sudori e afrori inconfondibili; baracchino di bibite e hot dog a cinque metri dal campo; cartellonistica pubblicitaria fissa, di imprese e servizi locali; il tutto sotto un'illuminazione artificiale stile anni 1970s (senza l'effetto giorno stile play station). E poi i rumori dal campo, le urla dei giocatori, i moccoli degli allenatori, il vocione dello speaker, gli ooh della folla; i colori e la festa sugli spalti, con i tifosi di entrambe le squadre a fare il "trenino" tutti insieme negli ultimi minuti della partita (altro che "ola" ...). Senza traccia alcuna di hooligans: diciamo l'equivalente degli ultras che infestano anche i campetti della sesta divisione italiana. Per la cronaca, ha vinto il Preston grazie a una tripletta della sua stellina (nazionale under 20) Callum Robinson, in prestito dall'Aston Villa. Gioco piacevole: palla a terra quello degli ospiti (4-1-4-1), palla lunga quello dei padroni di casa (4-4-2), necessariamente più scarponi; due rossi per l'Havant & Waterlooville; un rigore, un paio di legni e traverse, e alcune belle parate. Nessun isterismo in campo e sugli spalti. In una parola, molti di noi avrebbero voluto essere lì di persona. A respirare football.

10 novembre 2014, West Leigh Park, Havant
I Lilywhites festeggiano l'hat-trick di Callum Robinson
Un football - si noti - capace anche di fare profitti senza snaturarsi: a ciascuno dei club sono andate 67.500 sterline (86 mila euro) per i soli diritti televisivi. Il Preston se ne è portate a casa altre 18.000 (23 mila euro) come premio per il passaggio del turno: in una serata, cioè, ha fatturato circa 110.000 euro (teniamo presente che in media i club della nostra Lega Pro arrivano a mettere insieme un budget di 2 milioni di euro annui, di cui 800.000 come contributo diretto della Lega Serie C). L'Havant & Waterlooville ha invece incassato, oltre ai diritti televisivi, agli sponsor e alla bigliettazione dello stadio, altre 24.500 £ di premi per il passaggio dei tre turni, vale a dire circa 120.000 euro complessivi. Dalla sola FA Cup: una cifra che i dirigenti della Pergolese si sognano col cannocchiale rovesciato di poter ottenere dalla loro Coppa Italia Dilettanti.

Nel prossimo turno, che si giocherà il 6 dicembre, si disputeranno 20 partite tra le 40 squadre rimaste in corsa (in attesa che a gennaio scendano in campo le ultime 44 delle due divisioni superiori). Seguiremo con simpatia il Warrington Town F.C. (di Warrington nel Cheshire, nel Nord Ovest dell'Inghilterra, al confine col Galles del Nord) che milita nella 8° serie e che sta scrivendo la sua epopea: si giocherà il passaggio al Third round al Gateshead International [nientedimeno] Stadium di Gateshead (nella contea del Tyne and Wear nell'estremo Nord del paese, quasi ai confini con la Scozia) contro il Gateshead F.C., che milita in 5° serie. Chissà che la FA non ci faccia il regalo di trasmettere all'estero anche questo match. Sarebbe un giulebbe pre natalizio.

Azor

10 novembre 2014, West Leigh Park, Havant
Havant & Waterlooville - Preston North End 0:3
Tabellino | HL | Reports: 01-02 | FA Cup

24 marzo 2014

La misma historia de siempre

Cartoline di stagione: 33° turno 2013-14

L'orchestra blaugrana
La cartolina che arriva da Chamartín è in realtà un romanzo. Si può aggiungere: un capolavoro. E' mancato qualcosa? No. Come al solito, più del solito. Perché anche il risultato - in un match raramente avaro di emozioni - è inedito. In 258 sfide, non era mai capitato che il Barça vincesse 4:3 - due volte, invece, c'erano riusciti i Blancos, nel 1942 e nel 1959, siempre a Madrid.

Clásico indimenticabile. Settanta minuti - fino alla rottura dell'equilibrio, a causa di un calcio di rigore inesistente assegnato ai catalani - di apnea, all'alto grado di intensità agonistica che di questo confronto è ingrediente scontato. L'esegesi tattica è un azzardo, e può essere esercitata (ma è esercizio facile) solo per il ritaglio di partita disputato dal Barcellona in superiorità numerica. Quando, cioè, ha potuto impadronirsi del campo, costruire e gestire il risultato che cercava.
La sarabanda del primo tempo sfugge invece a qualsiasi tentativo di analisi. Si è giocato a ritmi infernali e (a memoria) senza precedenti; imposti soprattutto dal Real, al sempiterno scopo di impedire sgomitolamenti e narcotiche tessiture, ma questa volta provando a togliere immediatamente lo spartito dal leggìo. Così, dopo sei minuti di inesausto pressing a tutto campo, c'è la prima pausa di riflessione dei bianchi, e il Barça decide di ipnotizzarli. Cristiano si lamenta, è andato giù da solo in area invocando - come siempre - il penalty. Innervosisce i suoi, o semplicemente li distrae. Si riprende, c'è un contrasto sulla tre quarti ma il cuoio rimane tra i piedi di Busquets. E' qui che inizia la sinfonia, sono passati cinque minuti e sedici secondi dal fischio iniziale. Lezione di tiqui-taca (in un crescendo impressionante di fischi), i tocchi sono in totale ventiquattro, Messi è andato su e giù, è andato e tornato, il penultimo tocco è il suo, un taglio perfetto e profondo per Iniesta, che controlla di sinistro e di sinistro scaraventa all'incrocio. Come cicale spaventate, i madridisti sulle tribune tacciono, e da dietro il loro silenzio si alza l'urlo dei barcellonistas concentrati nell'apposito quadrante del Bernabéu. In poco meno di un interminabile minuto, l'universo del football ha potuto ripassare la forma e le ragioni di tutta una recente epopea blaugrana.

Benzema: spreca e poi vanamente rimedia
La furibonda reazione del Real si aggrappa alla propria maggiore possanza fisica e alla simmetrica leggerezza difensiva del Barça e alla sua discontinuità. Dopo venticinque minuti, Benzema ha disposto di sei palloni abbastanza comodi, e due li ha spediti in rete. Nel contempo, Messi ha ciabattato ingloriosamente il possibile raddoppio. Così il match è girato, e vorticosamente, ma rigira ancora quando Leo - intermittente e ispiratissimo - trova fessure nelle quali imbustare prima un assist per Neymar (che naturalmente cade appena ricevuto il pallone) e poi, sui rimpalli conseguenti, un rasoterra che imbocca l'unica traiettoria sgombra nell'area affollata. Segue una fase di scompiglio innescata dal solito Pepe: spintoni e quant'altro, ma l'arbitro ancora non è entrato nel vivo della rappresentazione. Come che sia: due a due, palla al centro, primo tempo in archivio.

La ripresa è meno scintillante, come ci si poteva attendere. La domina il ventitreesimo uomo in campo, Alberto Undiano Mallenco, male assistito dai suoi collaboratori. I suoi errori, catastrofici la loro parte, sono meno spettacolari di un'occasione gettata al vento, forse frutto di uno sfiancante andirivieni, anche lui ha corso e parecchio, sebbene nessuno lo tenga in conto o se ne accorga. Undiano Mallenco sarà considerato, alla fine della corrida, il bieco responsabile della sconfitta madridista. "La misma historia de sempre", sospira con un twit Arbeloa. Tutti sanno che Neymar decolla al minimo spostamento d'aria provocato dal movimento dei corpi, ma Undiano non se l'è ricordato; forse perché sapeva di avere appena donato un penalty a Cristiano, inciampato sui garretti di qualcuno fuori dall'area di rigore; e poco prima, il suo compare aveva tenuto bassa la bandierina quando Benzema è stato liberato da Bale - al termine di una progressione devastante - in posizione non problematica di off-side. Poteva essere il tre a due, ma il gatto era già sazio quanto basta. Quindi, come siempre, il 'fattore arbitrale' incide, ma non spiega. Ieri sera è parso incidere le sue sentenze in una bolgia di accadimenti casuali, senza fortuna. Bolgia che terremota o quasi la Liga, sicché il piano su cui pareva inclinata si è raddrizzato. Tre squadre in lizza, ma giocano su due tavoli. Il Real ha esaurito gli scontri diretti, senza vincerne uno solo. Alla 38ma c'è Barcelona-Atlético, a Camp Nou. Dio voglia che sia la sfida decisiva.

Mans
(Ri)vedi la partita in Cineteca

6 marzo 2014

L'imbarazzante divario

5 marzo 2014, Estadio Vicente Calderón, Madrid
Pedro ha appena segnato l'unico gol della serata.
Tutti gli azzurri lo ignorano:  disinteressati o depressi?
Pur senza posta in palio, e stretta fra gli impegni agonistici dei club nella fase quasi decisiva della stagione, Spagna-Italia si è giocata - nello stadio dell'Atletico, a Madrid -, ed è una sfida che merita sempre di essere commentata. D'altra parte, i risultati dicono che si tratta, al momento, delle due nazioni dominanti nel calcio continentale: Spagna-Italia fu la finale di Euro 2012, e Spagna-Italia è stata la finale dell'europeo under 21 nel 2013. Un complessivo otto a due dà la misura della distanza che c'era tra noi e loro, e che assolutamente non c'è tra noi e chi, a quelle due finali, non è arrivato. Ieri sera la nazionale italiana è stata sconfitta ancora una volta: di misura se si bada al tabellino, nettamente se si bada al gioco. Nettamente: cioè chiaramente, inequivocabilmente, e aggiungerei inevitabilmente.

Inevitabile, la sconfitta era temuta da Prandelli alla vigilia - probabile temesse uno score più evidente -, ma solo a match concluso si è capito quale fosse la sua principale preoccupazione. Nei due giorni in cui è potuto stare insieme ai giocatori, nelle due sedute di allenamento che ha potuto dirigere, Cesare ha registrato un palese deficit di condizione. La differente brillantezza atletica tra i nostri e gli spagnoli è risultata - ha detto davanti alle telecamere - "imbarazzante". I giornalisti della RAI, rinunciando a fare il proprio mestiere, hanno dissimulato il proprio stupore e non gli hanno domandato quali fossero i motivi di questo inatteso handicap. Sì: inatteso, perché le stagioni sono allineate e il numero di partite giocate dai nostri e dai loro è su per giù lo stesso.

Quel che forse Cesare non avrebbe detto, ciò che forse nessuno voleva ascoltare, è probabilmente questo: il campionato italiano si gioca a ritmi tali (cioè così bassi) che i giocatori (sottinteso: i giocatori migliori) non riescono a raggiungere una 'forma' e una capacità di corsa (intesa come velocità e resistenza) tali da metterli in grado di competere atleticamente con i colleghi dei campionati continentali più importanti. Non è colpa delle tabelle e delle modalità di training messe a punto da allenatori e preparatori dei club (anche pensandolo, converrebbe non dirlo: inizierebbe una guerra di cui non si avverte alcun bisogno); è 'colpa' della mediocrità del nostro movimento. La Juventus domina la Serie A da tre anni, ma fatica a dare un uguale senso di superiorità quando ha di fronte XI non certo di élite, come il Copenaghen e - in certa misura - il Galatasaray. Quindi, se è così, Prandelli vorrebbe dirci e farci sapere che, finora, lui ha fatto miracoli, ma non è detto che continuerà a farli.

Gabriel Paletta: per il Brasile, la sua valigia è già pronta
Giocando contro la Spagna, un certo divario tecnico va messo nel conto in partenza, e non sorprende
nessuno. Al Calderon, l'Italia ha contenuto a fatica, ha sprecato energie in un pressing mai davvero aggressivo, ha lavorato malissimo tre palloni su quattro in fase di costruzione. Ha tenuto al centro della difesa grazie alla presenza di un oriundo concentratissimo e voglioso, Gabriel Paletta, che - se ieri sera ha esibito le sue capacità 'normali' - dalla formazione di partenza non dovrebbe uscire mai più. Grazie alle sue chiusure, frutto di tempismo e senso della posizione, il temuto Diego Costa non ha visto palla o quasi, e non ha comunque mai concluso con pericolosità. Prandelli ha trovato l'uomo che gli consentirebbe di tenere Bonucci in panchina o (come sarebbe auspicabile, non fosse per l'assoluta penuria di gente affidabile in quel ruolo) addirittura a casa. E' questa l'unica notizia positiva di una serata altrimenti nerissima, che alimenta ben poche speranze e nessun entusiasmo. Senza la regia di Andrea Pirlo, il nostro gioco si arena immediatamente, vive di sprazzi individuali, di improvvisazione: ma non c'è nei singoli la qualità che un tempo consentiva di subire e contrattacare velenosamente. Cesare, poi, dev'essere ancora in alto mare per quel che riguarda la scelta dei due esterni d'attacco, che lui vorrebbe disposti al sacrificio della difesa oltre che alle scorribande offensive. Cerci è potenzialmente devastante in contropiede, ma non può sfiancarsi su tutta la fascia; Candreva sta tornando ai livelli di mediocrità che ben si conoscevano prima della Confederations Cup. Non è facile individuare alternative migliori. Tra i difensori esterni, l'unico che sembra di possibile levatura internazionale è De Sciglio; il che significa che abbiamo almeno due 'maglie' scoperte o quasi, cui vanno aggiunte l'imprevedibilità (nel bene e nel male) del centravanti (ormai pare chiaro che sarà Balotelli, con Osvaldo primo rimpiazzo), l'incompiutezza (ormai definitiva) di Montolivo e quella (involutiva) di Marchisio, e la lentezza complessiva dei centrocampisti. Un quadro forse non desolante, ma molto - molto - preoccupante.

Turbamenti
Prandelli dovrà avere la fortuna di indovinare la rosa - cioè di non portare in Brasile gente alla canna del gas; dovrà azzeccare la preparazione, tenendo conto dei climi e degli avversari che troveremo (già alla prima partita ...) da quelle parti; dovrà (e dovremo con lui) sperare che (come spesso è accaduto) vi sia la fioritura estemporanea e irresistibile di un Paolo Rossi o di un Salvatore Schillaci; dovrà probabilmente accantonare - in nome del risultato - le linee-guida del suo progetto originario, basato su gioco, palleggio, padronanza della partita. L'impressione è che la 'sua' nazionale abbia dato il meglio due anni fa, raggiungendo una più che insperata finale, e che da allora (nonostante la facile qualificazione al mondiale) non vi siano più stati progressi. Né, d'altra parte, i giovani migliori sembrano già (ammesso siano destinati a diventarlo) della caratura necessaria per incantare gli scettici e sorprendere gli avversari. Insomma, possiamo soprattutto confidare nella tradizione: in fondo, non 'toppiamo' due mondiali di seguito dalla lontanissima Coppa Rimet del 1966. Con una (forse solo apparente) aggravante: oggi, a differenza di allora, i nostri club non dominano la scena europea ...

Mans

17 febbraio 2014

Le rivincite

Cartoline di stagione: 29° turno 2013-14

16 febbraio 2014, Ashburton Grove, London
Un gol finalmente "pesante" di Poldo
The beatufil game è tale proprio perché - come ci ha insegnato Gianni Brera - è sì storicizzabile (in forma "critica") ma non predittivo (nel senso che "non sbaglia pronostici solo chi non li fa"). Dal turno pedatorio europeo ci giungono infatti, contemporaneamente, due cartoline con lo stesso messaggio: dal City of Manchester Stadium e dall'Ashburton Grove, per dirla senza sponsor. Là dove qualche giorno prima si erano svolte le medesime partite, con esiti apparentemente perentori, il risultato è stato clamorosamente (?) ribaltato.

La "fantastica" partita del Chelsea a Manchester (1:0) in Premier è solo un pallido ricordo di fronte al netto 2:0 rifilatogli dai Citizens in FA Cup. La demolizione dell'Arsenale londinese operata dal Liverpool in casa propria (5:1) è stata ribaltata fuori casa dai Gunners con una tenace prestazione di gamba e di testa (2:1). Alla fine il bilancio vede l'eliminazione dalla prestigiosa FA Cup sia del Chelsea sia del Liverpool e una classifica in Premier ancora tutta aperta: le quattro di testa sono raccolte in soli 4 punti a 12 turni dalla fine. E tutto può ancora succedere.

Provando a "storicizzare criticamente" si può intanto osservare che - avendo tutte messo in campo le 'seconde linee' - gli organici migliori sono forse quelli del City e dell'Arsenal. Che è la tesi - ex ante - di Mourinho e di Rodgers. Ma è vero solo in parte: per dire, ieri Łukasz Fabiański ha giocato anche meglio di quanto non faccia mediamente il pur ottimo titolare Wojciech Szczęsny. C'è anche dell'altro, in realtà, e non di tattico. Bensì di psicologico: l'approccio alla gara (presupponente nel City di Premier, molle nel Chelsea di FA Cup, feroce nel Liverpool di Premier, determinato nell'Arsenal di FA Cup, etc.). Che è qualcosa di non predittivo nemmeno per i protagonisti. E che rappresenta la vera inquietudine professionale degli allenatori, perché è un dominio ignoto su cui possono influire poco.

Di tale incognita sono consapevoli tutti gli allenatori, ma gli approcci sono diversi ovviamente. Basti pensare ai metodi di Herrera e di Rocco, ormai entrati nel luogo comune. Dei managers dei quattro club inglesi in questione, la soluzione più nota è quella di José Mourinho: la guerrilla permanente, la ricerca rabdomantica del nemico, l'eversione strategica del linguaggio, come aveva colto finemente Edmondo Berselli [vedi]. Al suo confronto le "vittime" balbettano, e un maldestro imitatore come Antonio Conte finisce col ragliare.

E' possibile che alla fine vinca il titulo Mourinho: la Premier è infatti il suo habitat ideale perché, come il discorso pubblico dello UK, è "politicamente corretta", inibita e sostanzialmente ipocrita. E un personaggio non ipocrita, disinibito e politicamente libero come José non può che dominarla. Ma ci torneremo sopra. Intanto continuiamo a goderci una stagione agonistica memorabile.

Azor

25 novembre 2013

Match of the Year

Esattamente 60 anni fa, il 25 novembre 1953, l'Empire Stadium di Wembley ospitava quello che, per i presuntuosi sudditi della regina, andava così etichettato. In realtà, l'anno divenne presto 'secolo', prima che un altro match (Italia-Germania 4:3) meritasse uguale etichettatura. In campo a Londra, dunque, i campioni olimpici, campioni di un'Olimpiade cui non avevano partecipato nazionali 'vere' dell'occidente europeo e del continente sudamericano, contro i campioni di nulla (tutt'al più, questo sì, della British Home Championship e solo di quella) ma detentori di un primato che non cesseranno mai di rivendicare: l'invenzione del gioco. Ed eternamente imbattuti tra le mura amiche da compagini davvero 'straniere': quelle della Home Championship facevano parte della stessa grande 'famiglia' calcistica, nonché del medesimo Regno; il dominio dei Tre Leoni (seppure non incontrastato) era qui sancito dalle statistiche, ma i tabellini dicono che la Scozia aveva espugnato Wembley nella primavera del '51, bissando l'impresa del '49.
Tant'è.

Inghilterra contro Ungheria, dunque. Fu davvero una sfida memorabile, cui nessuna storia del football mancherebbe di dedicare un capitolo centrale. Un match che, col passare dei decenni, ha mantenuto intatto il suo fascino, arricchito dalla dimensione leggendaria dell'XI ungherese e dall'incessante 'outing' della critica albionica, che (a differenza dell'ultra-conservatrice Football Association) immediatamente comprese il senso e le conseguenze della cocente umiliazione inflitta dall'Aranycsapat agli uomini di Walter Winterbottom. Basterà, al riguardo, leggere le densissime pagine che al match dedica Jonathan Wilson [Inverting the pyramid, pp. 129-139 della traduzione italiana], così chiudendo il discorso:

"Certamente, quella serata di novembre, con le bandiere ammosciate nella nebbia sopra le Twin Towers, destinate queste ultime a riverberare il lavoro di Luytens a Nuova Delhi, non ci volle un grande sforzo d'immaginazione per riconoscervi la sconfitta simbolica dell'Impero".

Vai allo Speciale di Eupallog

Mans

1 novembre 2013

Vedi Napule ...

Cartoline di stagione: 12° turno 2013/2014

30 ottobre 2013, Stadio comunale "Artemio Franchi", Firenze
José María Callejón Bueno schiaccia in rete un assist volante del Pipita
E' quasi un telegramma quello che arriva dall'"Artemio Franchi" di Firenze [card] in questo turno infrasettimanale. Ci segnala semplicemente - mentre la cacofonia mediatica e dei tifosi si sofferma al solito sui rigori dati e negati - la grande partita del Napoli di don Rafael, forse la migliore finora in campionato. E' così che si vincono i titoli alla fine, con partite essenziali, tre tiri, due gol, impermeabilità difensiva: la Fiorentina ha tirato solo tre volte in porta (un palo, un rimpallo per Borja, ipnotizzato da Reina, e un bellissimo sinistro di Pepito su cui il portiere del Napoli ha marcato la differenza). Per il resto, rigore tattico, concentrazione continua, doppia fase (come ormai si suol dire) di tutti, a cominciare da Higuain e dai piccoletti che sfrecciano ai suoi lati.

A Firenze Benitez ha trovato quella compattezza di assetto, quella solidità difensiva, che finora si erano viste solo a tratti. Davanti poi ci pensa Higuain, nell'occasione in versione assistman: meravigliosa la trivellata di prima per Callejon in occasione del gol. La mano di Rafa si comincia a vedere nella disposizione in campo, nell'ordinata occupazione degli spazi, nella rotazione dei giocatori (con nonchalance ha fatto entrare negli ultimi 20 minuti un Hamsik e un Insigne per Higuain e Mertens ...). I pericoli a questo punto possono venire solo dai cali di concentrazione e dagli infortuni. E da avversari più forti.

Azor

28 ottobre 2013

Le ambasce di Carlo

Cartoline di stagione: 11° turno 2013/2014

26 ottobre 2012, Camp Nou, Barcellona
Il Cavaliere pallido ha giocato la sua ennesima partita siderale
Cartolina insolitamente lunga, questo week end, dal Camp Nou [card] per segnalare una delle più belle partite della stagione. Avevamo ammirato un grandissimo Bayern annichilire a inizio mese il City in trasferta [vedi], qualche bella partita dell'Arsenal, soprattutto quella con il Napoli. E poco più. Soprattutto il secondo tempo del clásico, intensissimo, ha tenuto fede alle attese, mostrando il meglio che possano offrire attualmente il Barça e anche il Real: un Iniesta a livelli siderali, un Neymar che si è annunciato con un gol e un assist, alcuni bei giovani del Real (Carvajal, Illarramendi, Jesé), varie occasioni blancas sventate da un eccellente Víctor Valdés. La scelta del Tata Martino sembra rivelarsi azzeccata: la squadra viaggia in testa sia alla Liga sia al girone di Champions senza particolari patemi (2 soli pareggi in 13 partite); la qualità del gioco è migliore, più brillante, rispetto all'opacità della seconda stagione; certo, non è più quello guardiolano del biennio hapax 2009-2011; ma la memoria di quegli automatismi vertiginosi (triangolazioni in area, continuum tra pressing e possesso) riemerge a sprazzi, come nel secondo tempo del clásico. La ricerca di Martino è quella di nuove soluzioni (in primo luogo i lanci lunghi); soprattutto appare voler coniugare le qualità ormai assodate con un maggiore pragmatismo, che si risolve in un atteggiamento più attendista della squadra, con baricentro più basso, e nell'innesco di ripartenze veloci negli spazi, lanciate da Iniesta in modo superbo e finalizzate non solo da Messi (sabato sera apparso un po' in tono minore) ma anche da un umilissimo Neymar. Non si vede al momento, in Europa, a parte il Bayern, un'altra squadra così equilibrata e così bella.

Più complesso, ovviamente, il discorso che riguarda il Real. Le macerie lasciate da Mourinho sono ancora fumanti e la storia dice che le squadre che il portoghese abbandona dopo averle prosciugate di ogni risorsa nervosa (Porto, Inter, Chelsea e ora Real) faticano a lungo prima di rimettersi in piedi. Carletto nostro sembra avere le qualità (saggezza, esperienza, bonomia, oltre che sapienza tattica e gestionale) per poterci riuscire. Il problema è che, oltre alle macerie lusitane, la rosa è stata indebolita da un mercato di immagine più che di sostanza: la vendita, senza sostituzioni adeguate, di uno dei tre migliori assistman di questi anni (Ozil, al pari di Iniesta e Totti), di un grande centravanti capace come pochi di fare reparto da solo e di creare spazi per chi arriva da dietro (Higuain), oltre che di alcune riserve di qualità come Callejon, Albiol e lo stesso Kakà, non ha trovato compenso tattico alcuno. Né Bale, né Isco né Illarramendi hanno le caratteristiche per colmare le partenze di Ozil e Higuain. E le difficoltà di creare gioco e pericolosità lo confermano.

Altro che sopracciglio ...
Come da copione, la stampa spagnola ha scatenato un uragano su Ancelotti dopo la sconfitta (di misura): l'epiteto più garbato che ha ricevuto è stato quello di "miedoso" (fifone, pavido) per aver schierato Sergio Ramos centromediano e Gareth Bale centravanti. Ora, tutto possiamo dire di Carletto, tranne che sia un fesso e che non sappia il fatto suo. A differenza di chi si limita a guardarla, gli allenatori sanno che una partita dura 95 minuti e che si schierano 14 giocatori lungo quell'arco di tempo. Il nostro ha ritenuto che il Barça si sarebbe lanciato all'attacco nel primo tempo (come poi è stato) e ha schierato tre attaccanti capaci di involarsi negli spazi (Cristiano, Bale e Di Maria): indisponibile Xavi Alonso, ha messo al suo posto Ramos, col risultato che il Tata ha subito dovuto esiliare Messi sulla destra. Passata un'ora e placatasi la furia blaugrana, ha operato i cambi: prima il più giovane e fresco Illarramendi, per cominciare a tessere il gioco nella metà campo altrui, poi Benzema quando gli spazi si sono ristretti e il gattone poteva provare a dare il suo meglio (e infatti: terrificante traversa che meritava il tripudio dell'incrocio), e infine il promettentissimo Jesé, che ha pure segnato. Con questo assetto il Real ha fatto tremare più volte Valdés e avrebbe meritato il pari. Questo dice l'analisi tattica: il resto è mancia mediatica.

Semmai ci sarebbe da alzare il velo su uno dei molti luoghi comuni: checché si strombazzi, il Real ha pochi campioni in rosa, ed è semmai zeppo di giocatori sopravvalutati. Campione era Casillas, ma si è appannato, e lo sono solo Ramos, Xavi Alonso, Ronaldo e, in potenza, il giovane Isco. Ma ci fermiamo qui. Sopravvalutati a vario titolo sono Diego López, Modric, Bale, Khedira, Di Maria e Benzema: ottimi giocatori, ma non dei campioni che sappiano fare la differenza. La linea di difesa, poi, è composta da ronzini, da Pepe e Arbeloa a Coentrao e Marcelo. Ci sono invece dei promettentissimi giovani oltre a Isco: Varane e Carvajal, Illarramendi, Morata e Jesé. Carletto nostro si sta misurando con questi limiti, oltre che con le macerie e il contesto ambientale. A naso ne saprà uscire vincitore alla lunga. Ha vinto ovunque e vincerà anche a Madrid: magari a cominciare proprio dalla Décima.

Azor

1 settembre 2013

La prima fetta di Coppa (2013/14)

30 agosto 2013, Eden Aréna, Praga
L'empatia tra Franck Ribéry e Josep Guardiola i Sala
L'hors-d'œuvre della nuova stagione europea si è rivelato appetitoso. Una bella partita tra due squadre di livello, messe in campo secondo le diverse idee di calcio dei rispettivi allenatori. Gianni Brera le avrebbe battezzate semplicemente: calcio orizzontale vs calcio verticale. E ha vinto, alla fine, chi ha costruito di più, con intensità e continuità. Anche con squadre diverse, Mourinho non riesce a battere Guardiola (il bilancio è sempre di 3 a 7 in 16 partite [vedi]) e il suo copione si ripete immutato: linee strette, ripartenze veloci, grandi legnate dei centrocampisti centrali con inevitabili espulsioni (Motta, Pepe e ora Ramires) e pretestuose lamentele contro gli arbitri, difesa strenua del gol di vantaggio, sofferenza e rinuncia a giocare nelle seconde parti del match.

A ben vedere Mourinho si è limitato a mettersi alla guida dell'autobus parcheggiato in area da Di Matteo: nulla è cambiato nell'impianto tattico, e lui può aggiungere le sue doti di motivatore e la sua strategia mediatica (a Praga ha cominciato ad andare alla guerra contro l'UEFA, il potere del Bayern, etc.). Un copione scontato, però, che a Madrid ha smesso di dare i suoi frutti, e che non è detto che torni a darli nel remake londinese, soprattutto in Europa.

Guardiola ha invece un lavoro più complesso da affrontare: fare assimilare ai giocatori bavaresi un'idea di gioco fondata sul possesso e sul pressing ma non più solo sul tiki-taka. I critici ancora non ci si raccapezzano perché rapportano questa costruzione in essere ai due modelli precedenti: il suo Barcellona e il Bayern di Heynkes. Guardiola sta cercando di andare oltre, valorizzando le caratteristiche dei giocatori che ha disposizione: la qualità degli attaccanti esterni e la mobilità e il peso di un centravanti come Mandžukić. Non gioca come il Barça perché non rinuncia a un attaccante centrale e affida agli esterni non solo i tagli ma anche i cross, e non gioca come il Bayern dello scorso anno perché persegue il possesso palla e un baricentro più alto. La cifra nuova del suo calcio sono adesso anche i lanci lunghi a cercare le teste in area. La sfida è giocare con un mediano arretrato che non franga solo come Busquets ma lanci in avanti come Alcantara. Vedremo come evolverà la ricerca. Intanto il Pep ha messo in bacheca il primo trofeo, e ora lo attende il mondiale, probabilmente contro il Mineiro del Dentone: potrebbe uscirne un'altra appetitosa fetta di coppa.

Azor
30 agosto 2013, Eden Aréna, Praga
FC Bayern München - Chelsea FC 2:2 (7:6 ai rigori)
Tabellino | HL | FM 
Guardian | FAZ | So Foot - Commenti: Paolo Condò

1 luglio 2013

La fine di un'epoca

Concediamo le attenuanti generiche (il Brasile giocava in casa di fronte all'imperativo della vittoria) e specifiche (la Spagna è giunta alla finale non alle medesime condizioni di riposo e climatiche). Paghiamo la gabella allo scetticismo sul valore intrinseco della Conf Cup. E non sopravvalutiamo 90 minuti di bel calcio. Ma è stata una partita epocale, a mio avviso. L'equivalente, tra nazionali, di Bayern - Barcelona del 23 aprile scorso [vedi]. Epocale perché segna la fine dell'imbattibilità, e soprattutto dell'aura della Roja. Provo ad argomentare - in breve - in attesa di leggere commenti più autorevoli.

30 giugno 2013, Estadio do Maracana, Rio de Janeiro
Le menti: Carlos Alberto Parreira abbraccia Luiz Felipe Scolari
L'artefice della grande partita di ieri sera è stato a mio avviso Carlos Alberto Parreira, il tattico, l'intellettuale della coppia che guida la Seleção. Noi vediamo Luiz Felipe Scolari sbracciarsi, alzare la voce e tenere le conferenze stampa, ma le scelte e gli assetti sono decisi in coppia: poi Felipao assume la guida in campo. Parreira è uno dei più grandi uomini di calcio viventi; tra i santoni è a livello del nostro Righetto, per intenderci. Per dirne solo una: nel 2003, in un seminario organizzato dalla FIFA preconizzò l'evoluzione tattica verso il 4-6-0, poi inveratosi nella Spagna 2012 [fonte]. Non è un visionario, ma uno studioso. Due giorni fa si era detto fiducioso di poter battere la Spagna: "Com vontade, determinação e inteligência, a Espanha pode ser batida" [leggi]. E così è stato. Con lo studio, la didattica e l'applicazione dei giocatori.

Il Brasile non ha giocato secondo tradizione ("jogo bonito" e amenità del genere), ma secondo i dettami più avanzati del calcio attuale. Ha giocato all'europea. Meglio: come il Bayern di Heynkes, che è stato evidentemente ben studiato, vivisezionato e illustrato ai giovani verdeoro. La prima mezz'ora è stata tra le più belle della stagione 2013. La fase difensiva cominciava da Fred, Neymar e Hulk, che impedivano alla Spagna di avviare il gioco nella sua metà campo: un pressing spettacolare [che si può rivedere qui]. Appena gli iberici perdevano palla scattava una ripartenza fulminea, travolgente. Fred ha giocato come Mario Mandžukić, una partita impressionate, da area ad area. Anche Neymar ha smesso i panni del fenomeno per assumere quelli del campione. Si è fatto un mazzo in mezzo al campo, e ha segnato un gol per il quale Paolo Condò ha scomodato nientemeno che il paragone con l'"artistica violenza" del regista John Woo e del "suo iper-realismo": che, in effetti, ha fatto secco Casillas.

Il braccio: Neymar "John Woo" ha appena stecchito Iker Casillas
I campioni del mondo si sono battuti senza risparmio, va riconosciuto. A parte il rigore sprecato malamente da Ramos e il "gol" di David Luiz a fine primo tempo (era gol fatto di Pedro), ricordo che Villa ha esaltato due volte nei venti minuti finali i riflessi felini di Julio Cesar. Poteva finire 6:0 come 3:3, anche se il risultato finale - l'impressione complessiva - è stata quella di una superiorità netta del Brasile.

La partita - oltre che molto bella - segna un punto di discontinuità: la Roja è battibile. Ad Euro 2012, dapprima l'Italia dei gironi (con il muro di centrocampisti) e poi il Portogallo della semifinale (con un pressing asfissiante) avevano mostrato la via. Studiando il Bayern (e anche il Borussia di Kloppo) contro le due regine spagnole, Parreira e Scolari hanno trovato l'assetto capace non solo di inibire ma anche di soverchiare il gioco degli spagnoli.

Per i campioni del mondo si apre il problema del ricambio generazionale (Casillas e Xavi costituiranno lo snodo più delicato, a occhio) per provare a rilanciare la supremazia che dura dal 2008. Il grande merito della coppia di CT brasiliani è stato di quello di aver trasformato - in cinque sole partite, sfruttando al massimo le potenzialità che offriva il torneo - una raccolta di belle figurine in una squadra. Certo non ancora invincibile, certo ancora perfettibile, ma capace di superare in un filotto Italia, Uruguay e Spagna. In casa, ok. Ma lo sarà anche tra 12 mesi ...

Azor

30 giugno 2013

Palloni giocabili: Brasile vs Spagna 2013

Segnalo ai colti e agli incliti (quorum ego) alcuni interessanti articoli usciti in questi giorni nell'attesa dell'annunciata finalissima della Conf Cup.

1° giugno 1986, Estadio Jalisco, Guadalajara
L'esultanza di Julio Cesar, Junior e Socrates
dopo il gol di quest'ultimo alla Spagna
(La partita è in Cineteca)
Tim Vickery, grande esperto della cultura calcistica brasiliana, testimonia la grande attesa e l'ammirazione degli spettatori brasiliani dopo aver visto la Spagna dal vivo nei loro stadi (BBC Sport). Florent Torchut, inviato di "So Foot", coglie nell'attesa dei brasiliani la fragilità del momento della Seleçao: "Une défaite face aux champions du monde espagnols ferait vaciller les bonnes bases jetées par Scolari" [leggi].

Barney Ronay discetta invece sulle "two contrasting routes to footballing beauty" che Brasile e Spagna offrono agli appasionati di estetica (Guardian).

Jonathan Wilson, presentando la partita da par suo, ritiene che sia il Brasile sia la Spagna debbano migliorare la qualità del gioco finora mostrato (Sport Illustrated). Gigi Garanzini, sul "Sole 24 Ore", sostanzialmente concorda: non vede un gran Brasile [leggi], e gli spagnoli gli appaiono tutto sommato fiacchi benché infallibili [leggi].

Paolo Condò, sulla "Gazzetta", rammenta giustamente come non vi sia parità di condizioni nell'approccio alla finale tra Brasile e Spagna (1 giorno in meno di riposo, 3 ore di aereo in più, semifinale all'umido, supplementari, rigori, etc.) [leggi].

Il grande Beck ci ricorda infine che "dal 2008 a oggi - Europei, Mondiali, Europei, Confederations Cup - le sartine di Del Bosque devono ancora subire un gol nelle partite a eliminazione diretta, e sono già undici. Possesso palla uguale meno rotture di scatole. Olè" (Eurosport). Thomas Goubin, sempre di "So Foot", rievoca "le jour où l'Espagne a été battue par le Brésil et l'arbitre", ai Mondiali del 1986: gol fantasma, etc. [leggi].

Azor

20 giugno 2013

Quattro a tre

19 giugno 2013, Arena Pernambuco, Recife
Shinji Kagawa mette la firma
Ogni tanto nei tornei ci scappa una partita divertente, magari un po' pazza. Ieri notte leggibilissima: Cesare ha sbagliato formazione ed è stato travolto dal ritmo e dal pressing asfissiante dei nipponici. Riconosciuto l'errore e cambiati i due uomini che ne avevano squilibrato l'assetto, piano piano la squadra si è ritrovata, non senza fatica e non senza lasciare comunque una sensazione di fragilità di fondo. Ultima mezz'ora da incubo, con i giapponesi scatenati e una difesa italiana sempre in affanno, perennemente con un uomo in meno nelle situazioni di gioco.

Gli asiatici sciupano lo sciupabile e forse anche qualcosa di più, e, come nemesi vuole, prevale, in fine, il nostro cinismo. Meritava il Giappone: il risultato è bugiardo, ma portiamo a casa la qualificazione alle semifinali, secondo atavica tradizione di sofferenza nei gironi. Apprezzabile è solo il carattere con cui la squadra ha reagito e ha strappato il risultato. Il resto "gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare", come dicono a Ponte a Ema: Mario non ha ricevuto una palla decente in tutta la partita, se non dall'arbitro quando gli ha mostrato il dischetto; il centrocampo non solo non ha costruito ma non ha nemmeno fatto filtro; la difesa è stata spesso inguardabile.

L'incornata del 3:3 di Shinji Okazaki
Emergono i difetti (per i pregi accontentiamoci degli sprazzi offerti col Messico) di fondo dell'impianto dell'XI di Prandelli: la rinuncia al gioco sulle fasce; l'assenza di un trequartista di qualità alle spalle di due punte; il 4-3-3 rimane vagheggiato, anche per gli esiti modesti degli esperimenti; il possesso palla di qualità tende alla sterilità quando si gioca con l'alberello di natale. Se poi aggiungiamo l'assenza di condizione, la squadra scade a compagine modesta, dominabile da qualsiasi ciurma arrembante, come è successo ieri.

I meriti di Zaccheroni San sono evidenti, ma la domanda di fondo rimane: come mai i nipponici correvano come matti al 95' mentre i nostri erano con la lingua di fuori da una buona mezz'ora? L'umidità all'80% di Recife la soffrivamo solo noi? E non tiriamo in ballo le "fatiche" del campionato, per cortesia, perché la Serie A non è un torneo atletico fondato sulla corsa; si gioca a ritmi bassissimi, quasi da fermi: è semmai una tenzone isterica dove il gioco è costantemente spezzettato dai duelli rusticani tra i vari galletti tatuati per la precedenza ai semafori, in un clima di rissa continua.

I rapinatori
Detto questo, sabato notte c'è la vedremo col Brasile, col quale rischiamo pure di vincere, data la modestia attuale della Seleção. Soffriremo dannatamente il loro gioco sulle fasce, questo è sicuro, ma se riusciremo a contrarli lì, loro non potranno che affidarsi al lancio lungo di David Luiz per la testa dei nostri centrali. A quel punto dovremmo cercare di imbeccare con qualche palla decente il nostro Mario. Su Neymar non marcatura a uomo ma gabbia tra De Rossi, Abate e Barzagli. E un bel segno della croce (a proposito, Cesare dovrà confessarsi in settimana perché è stato più volte beccato dalle telecamere in labiali sacrileghi inequivocabili).

Per il resto, ho sbagliato completamente il pronostico sul Messico, inferiore a tutte le attese. La Spagna sembra più tonica del previsto (e non venitemi a dire che la Liga è meno atletica della Serie A ...) ma l'allenamento di stasera contro i turisti che vengono da Tahiti non ci darà altre indicazioni. Gli unici punti interrogativi ancora aperti saranno sciolti dalla partita di stanotte tra uruguagi e nigeriani: i primi sono apparsi troppo brutti per essere veri, i secondi sono ancora tutti da scoprire nella loro attuale consistenza.

Azor
19 giugno 2013, Arena Pernambuco, Recife
Italia - Giappone 4:3
Tabellino | HL | FM

19 maggio 2013

Paradossi londinesi

Della bella - ma non bellissima - finale di Europa League va rilevata l'immutata, possente, valenza, ormai cinquantennale, dell'anatema scagliato da Béla Guttmann  - "Nem daqui a 100 anos uma equipa portuguesa será bicampeã europeia e o Benfica sem mim jamais ganhará uma Taça dos Campeões Europeus" - quando, all'indomani della conquista della seconda Coppa dei Campioni (1962), chiese un premio speciale e i dirigenti del Benfica glielo negarono asserendo che il contratto non prevedeva tale clausola. Come ci hanno ricordato gli statistici, le Águias sono già arrivate alla settima finale internazionale persa (dal Milan nella CdC 1963 al Chelsea nell'EL 2013) [vedi]: chi vivrà vedrà lo stato dell'arte nel 2062.

15 maggio 2013, Amsterdam ArenA, Amsterdam
Rafael Benítez Maudes, detto Rafa, alza la sua quinta coppa internazionale
Qui voglio limitarmi più prosaicamente a evidenziare alcuni dati bizzarri che caratterizzano il Chelsea dell'era Abramovič (iniziata esattamente dieci anni: un'altra delle ricorrenze di questo 2013 pallonaro). I Blues seguono davvero delle vie sghembe alle vittorie internazionali. La squadra è approdata infatti alle finali europee solo quando alla sua guida erano allenatori sottostimati dal petropadrone: Avraham Grant arrivò in finale di Champions League nel 2008, perdendola al Luhzniki di Mosca contro il Manchester United ai calci di rigore (a causa della memorabile zolla di Terry); ad alzare la coppa dalle grandi orecchie è stato invece Roberto Di Matteo nel 2012, battendo ai rigori il Bayern; l'altra sera Rafa Benitez ha inanellato l'ennesima perla della sua carriera vincente (e misconosciuta: è già alla quinta coppa internazionale in dieci stagioni, con quattro club diversi), conducendo sagacemente al trofeo vecchi bucanieri e giovani speranze.

Roman Abramovič ha messo a stipendio già dieci allenatori in dieci anni. Solo quattro hanno avuto l'incarico all'inizio di una stagione, quelli cui il magnate russo ha affidato con convinzione la conduzione tecnica, confidando nella loro capacità di vincere: due lo hanno fatto (José Mourinho e Carlo Ancelotti, che hanno entrambi conquistato la Premier League, la FA Cup e la Community Shield), due lo hanno deluso rapidamente e non hanno terminato la prima annata (Luiz Felipe Scolari e André Villas-Boas). A parte Claudio Ranieri, che Abramovič aveva ereditato dalla proprietà precedente, gli altri cinque allenatori hanno ricevuto la guida della squadra a stagione avanzata: Grant all'esonero di Mourinho, Wilkins a quello di Scolari, ma solo come ponte per Guus Hiddink, Di Matteo all'esonero di Villa-Boas, e Benitez all'esonero di Di Matteo. Di questi forse solo Hiddink ha goduto della piena fiducia del padrone (e ha dovuto lasciare la squadra dopo soli quattro mesi perché già contemporaneamente impegnato come CT della Russia): gli altri, compreso Ranieri, no.

21 maggio 2008, Stadio Lužniki, Mosca
L'ultima palla toccata da John George Terry in una finale internazionale
Il paradosso è che sono stati proprio gli allenatori a tempo a vincere le coppe internazionali o a sfiorarle. Quasi una beffa. Mourinho, in tre stagioni, ha collezionato solo tre semifinali di CL (sconfitto due volte da Benitez alla guida del Liverpool, e una da Frank Rijkaard in panca col Barça); Ancelotti nemmeno una. A Hiddink la finale è stata negata dall'Iniestazo [vedi] (e da un arbitraggio, diciamo, infelice). Ci sono arrivati, appunto, solo Grant, Di Matteo e Benitez, poi esonerati o non rinnovati. Diciamo: è la giusta nemesi per un mangiallenatori come il Figlio di Abramo.

Paradosso per paradosso ad alzare le due coppe è stato John Terry, capitano non giocatore in nessuna delle due finali vincenti (per squalifica e per infortunio). Il Chelsea e i suoi prodi attuali non sembrano sedere al cospetto di Eupalla.

Azor
15 maggio 2013, Amsterdam ArenA, Amsterdam
SL Benfica - Chelsea FC 1:2
Tabellino | HL | FM | Foto | Analisi tattica: 01-02

12 maggio 2013

Un fascino antico

Viviamo certamente i "tempi" (congiunturali? duraturi?) dell'Ultracalcio [vedi], ma il gioco continua a mantenere intatto il suo fascino, antico quanto la sua più vecchia competizione esistente, la Football Association Cup. Quella che da cent'anni esatti celebra la sua finale nel Tempio [vedi: 01-02].

Chi ama il calcio per davvero sa che ogni maggio si compie un pellegrinaggio in un sabato pomeriggio di primavera. E' un elemento - questo sì, davvero, di lunga durata - ricorrente come le stagioni. Chi di noi non è più giovane ricorda come negli anni settanta e ottanta del secolo scorso la finale di FA Cup costituisse un appuntamento televisivo irrinunciabile. In un'epoca di rare partite in diretta - confinate nei mercoledì di coppa -, erano le televisioni straniere di lingua italiana (Capodistria, Montecarlo, Svizzera) a trasmettere da Wembley un calcio che affascinava per il suo esotismo, per il suo inverare l'immaginario del Subbuteo in cuoio, sudore e corsa. Insieme con le tappe del giro nei paeselli d'Italia, la telecronaca della finale di FA Cup annunciava la primavera avanzante e gli ultimi giorni di scuola. Così anche ieri ci siamo recati in molti al Tempio. E abbiamo avuto l'ennesimo dono di Eupalla: una partita bellissima e storica la sua parte.

11 maggio 2013, Wembley Stadium, London
Gardenie bianche: Roberto Martinez indica la stella a uno stralunato Dave Whelan
Il fascino dell'ambiente innanzitutto, in cui gli inglesi continuano a essere maestri ineguagliabili: la gardenia sul petto del vecchio presidente del Wigan Athletic, Dave Whelan, che nel maggio del 1960 si ruppe una gamba proprio sul pitch del vecchio Wembley giocando la finale di FA Cup con i Blackburn Rovers (0:3 contro i Wolverhampton Wanderers); i 23.000 tifosi al seguito calati dal sobborgo (81.000 abitanti) di Manchester (è un po' come se altrettanti monzesi scendessero a Roma per sostenere l'AC Monza Brianza 1912 alla prima finale di Coppa Italia); il wheater, tipicamente british (nuvole nell'avvicinamento allo stadio, squarci di sole nel primo tempo, diluvio alla fine della partita e - si noti - nemmeno un ombrello aperto).

La partita è stata bella per l'intensità agonistica e per l'esito inatteso. La corazzata degli sceicchi del Manchester City sembrava avviata a una comoda apoteosi. Mancini, in realtà, aveva avvertito alla vigilia che il Wigan aveva fatto sempre soffrire la sua squadra. E così è stato. Il City ha avuto alcune occasioni nitide, ma i Latics (anagramma storpio per Athletic) hanno tenuto il possesso del gioco per tutta la partita, credendoci fino all'ultimo.

Una finale di FA Cup non è mai pronosticabile, possono davvero vincere gli "underdogs". A conferma del fascino unico di una competizione che ha compiuto ieri 132 anni e ne dimostra sempre venti (senza minacce montaliane: "Esterina, i vent'anni ti minacciano, / grigiorosea nube / che a poco a poco in sé ti chiude"). Vi partecipano davvero tutte le squadre inglesi: l'edizione appena conclusa era cominciata venerdì 10 agosto 2012 con Thrapston Town - Cogenhoe United (2:0, davanti a 125 spettatori), Ascot United - Sandhurst Town (6:1, con "attendance" di 231), Wootton Basset - Calne Town (4:2, 248) e Lye Town - Bartley Green (2:2, 145) [vedi]. Con premi per tutti: il Thrapston Town ha incassato 1.000 sterline, il Wigan 1.800.000, of course [vedi].

Era dal 1988 - da quando sir Alex non aveva ancora vinto nulla con l'altro Manchester - che una squadra approdata per la prima volta alla finale della FA Cup non vinceva: allora fu la "Crazy Gang" del Wimbledon a battere 1:0 il Liverpool [Cineteca]. Ieri il Wigan, che è in procinto di retrocedere dalla Premier alla Championship, ha scritto la sua piccola pagina di storia (evenemenziale).

11 maggio 2013, Wembley Stadium, London
Il gol al 91° porterà per sempre nei tabellini il nome di Ben Watson
(quello di pelo rosso, che incorna su tutti, uccellando Hart)
Il merito è dei ragazzi in campo - mediamente dei ronzini, con qualche onesto pedatore e un puledro talentuoso, Callum McManaman (che alcuni dicono lontano parente di Steve McManaman, che vinse tutto col Real Madrid tra 2000 e 2003) - ma anche di chi ce li ha messi, con ordine e un'idea di gioco: tenere palla, anche con piedi ruvidi, scambiarsela a terra senza lanci lunghi, avviare la manovra dal portiere, rendendola sempre più veloce in fase di avvicinamento alla porta avversaria, più copertura degli spazi che pressing. Roberto Martinez è uno dei giovani allenatori che, insieme a Brendan Rodgers, porta avanti anche nelle isole dei Padri un'idea di "calcio giocato", come direbbe Cesare Prandelli (e per non abusare di un termine consunto come "tiki-taka").

Forse anche per questo Eupalla l'ha baciato sulla fronte, preferendolo al calcio elegante ma farraginoso di Roberto Mancini. Non a caso si parla di lui come erede di Moyes sulla panca dell'Everton. Se coprisse un bel ciclo congiunturale magari sarebbe poi pronto anche per quella dal Manchester United ... Ma ne riparliamo tra 12 anni.

Azor
11 maggio 2013, Wembley Stadium, London
Manchester City FC - Wigan Athletic FC 0:1
Tabellino | HL | FM: 0102 | Foto

4 maggio 2013

Il Fußball che ci attende

In otto giorni l'universo pedatorio continentale ha dunque virato di 180°. Molte cose sono state dette e scritte. Qui - per non tediare oltre - vorrei soffermarmi solo su tre aspetti forse meno battuti.

In primo luogo, sul cambio della guardia. L'annunciato predominio teutonico porta con sé un problema politico. La leadership economica e politica (fondata su organizzazione e disciplinamento) che la Germania esercita ormai da sola in Europa, a fronte di partner illanguiditi (per motivi e traiettorie diversi) come la Francia, l'Inghilterra e l'Italia, si è finalmente estesa anche all'organizzazione calcistica. Così come stanno crescendo nel resto d'Europa le invidie, i risentimenti e le aperte ostilità nei confronti dei tedeschi (non solo da parte dei greci ma ormai, nelle ultime settimane, anche dei francesi), così temo che si manifesteranno inevitabilmente nei prossimi tempi analoghi sentimenti anche nel mondo del pallone: un capolavoro come Football against the enemy di Simon Kuper [vedi] è un'opera aperta (con pagine memorabili sulla Germania del Novecento), che insegna come la storia faccia il suo corso intrecciando inevitabilmente calcio e potere. La supremazia del Fußball incontrerà probabilmente meno simpatie di quelle di cui hanno goduto, nel tempo, il Football inglese (con i suoi riti e le sue araldiche), il Calcio italiano (con i suoi stereotipi) o il Fútbol iberico (grazie soprattutto alla magnificente "diversità" catalana). Per il momento prevale l'ammirazione: anzi, la cronaca di questi giorni appare una vera e propria acclamazione del potere [rassegna]. Vedremo se saprà tramutarsi anche in simpatia. L'innesto di Guardiola è un segnale positivo. Ma il calcio tedesco non potrà fare valere solo il rigore dei bilanci. Dovrà piacere. Di più: dovrà farsi amare. Un esercizio in cui i tedeschi sono riusciti poche volte da 1.600 anni a questa parte.

1° maggio 2013, Camp Nou, Barcelona
Inolvidables: le fiammate luciferine di Franck Ribéry
Secondo punto: il 7-0 con cui il Bayern ha annichilito il Barcellona. Non potremo non riflettere anche in futuro sulla storicità di queste due memorabili partite. Se l'andata monacense era stata l'Annunciazione, il ritorno del Camp Nou - la Cattedrale di questi anni - è stato la vera e propria Rivelazione. Mai visto il Barcellona così inibito a giocare, così frustrato dall'impotenza a praticare la sua di idea di calcio. E, speculare, la partita perfetta del München, con i quattro attaccanti capaci di colpire magistralmente ma anche di sobbarcarsi un compito individuale, ma al contempo collettivo, di difesa altissima, che cominciava sul limes dell'area avversaria (e guardando l'opus di Mandžukić ben si comprende cosa Guardiola avrebbe voluto da Ibrahimović, che ha più fisico e più tecnica del croato). Al punto che a impostare l'azione erano spesso i loro difensori, come nell'apertura maestosa (alla Pirlo, si parva licet) di Alaba in occasione del primo gol. Per non dire del pressing coordinato con cui i bavaresi hanno strappato innumerevoli volte sul nascere la tessitura catalana (e in due o tre flash ho rivisto la marea Orangie annata 1974). La sostituzione in corso d'opera di Xavi e Iniesta è stato il simbolo della resa di un'era. Certo, mancavano Messi, Puyol, Mascherano e Busquets. Certo, la squadra è in evidente stallo atletico. Ma il Bayern avrebbe probabilmente vinto comunque, tanto è attualmente perfetto, apicale, il suo meccanismo di gioco. Che è totale nella dedizione michelsiana e sacchiana al collettivo da parte anche dei giocatori più talentuosi e discontinui come Arien Robben. Guardare Franck Ribéry puntare dritto alla linea di fondo trascinandosi dietro gli arrancanti blaugrana, alzare lo sguardo, e pennellare cross così essenziali e mirati continua davvero a fare del calcio il gioco più bello del mondo. Qualcosa di indimenticabile, nell'ultimo hurrah di Jupp Heynckes.

30 aprile 2013, Estadio Santiago Bernabéu, Madrid
Quando i dettagli scrivono la storia:
Roman Weidenfeller respinge di petto la sassata di CR7
Infine: il personaggio. Anche qui si è probabilmente prodotto un cambio della guardia. Il fallimento in terra di Spagna di José Mourinho sta tutto nell'immagine colta con la consueta finezza da Luigi Garlando: l'altra sera, al Bernabeu, contro il Borussia, "Mou è rimasto quasi sempre ad osservare con le mani nelle tasche del giaccone di stoffa, come un pensionato che guarda i treni da un cavalcavia" [leggi]. Se sarà ritorno al Chelsea, sarà per lui come imboccare il vialetto di casa: il ritorno dell'eroe, quello che invocava il rumore dei nemici e che ora si lamenta dell'odio altrui, al tepore domestico. Che l'ambiente inglese abbia fatto filtrare subito la voce che a Manchester si pensi non più a lui ma a Jürgen Klopp come successore di sir Alex Ferguson alla guida dello United [rumours] induce a riflessioni sulla caducità del potere e sulla grande ruota che innalza ma anche discende le fortune degli umani, anche dei sedicenti "speciali". Che sia fondata o meno, la voce evidenzia i giorni della grazia che avvolgono il giovane Jürgen, i cui meriti architettonici sono sotto gli occhi e le analisi di tutti. Tanto José è grandissimo nella detestabilità tanto "Kloppo" è prorompente nella simpatia che emana e suscita. Sempre col sorriso pronto ad aprirsi sul volto anche quando ruggisce a bordo campo. Soprattutto sono la passione che trasuda per il calcio, il rispetto per la sua storia e per gli avversari, che ce lo fanno amare come uno dei figli prediletti di Eupalla. Un dono divino, l'ennesimo, di questa epopea senza fine.

Azor
30 aprile 2013, Estadio Santiago Bernabéu, Madrid
Real Madrid CF - Borussia Dortmund 2:0
Commenti: Beccantini

1° maggio 2013, Camp Nou, Barcellona
FC Barcelona - FC Bayern München 0:3
Commenti: Wilson | Rassegna stampa: spagnola - tedesca

25 aprile 2013

Borussia Dortmund - Real Madrid CF 4:1

La Südtribüne dell'Iduna Park (più noto come Westfalenstadion):
impressionante muro giallonero

Epocale, certo, la rotta del Barça in Baviera. Peggiore, per la palese e totale dimostrazione di inferiorità, il disastro madridista a Dortmund. Per l'ennesima volta, Mourinho ha mostrato la propria inconsistenza. In tre anni non è stato capace di fare dei Blancos una squadra capace di variare temi e atteggiamenti tattici, di esibire una riconoscibile identità. Del resto lui, The Only One, progetta di essere la sola riconoscibile identità degli XI che guida. L'eroe delle fortezze assediate. Il calcio, invece, è sempre altrove. Le memorabili scoppole subite dal Barça del Pep sono persino poca cosa rispetto alla lezione subita al Westfalenstadion. Di fronte non c'era la squadra più celebrata del pianeta, il Gigante da abbattere, il rivale storico e presuntuoso. C'era una compagine costituita da uomini che difficilmente (esclusi un paio) troverebbero posto nella panchina del Real. E che al Real hanno impartito una lezione di gioco, di organizzazione, di modernità, rendendo giustizia al lavoro di Klopp (quest'anno dedito solo al torneo continentale, e giustamente: i piatti della Bundesliga, per questo ciclo, potevano bastare) e esibisce nudo al futuro il calcio del Real e del suo magnifico entrenador, che forse anche quest'anno riusciranno nell'impresa di alzare la Copa del Rey (ma non è detto) e nulla più. Per buona sorte del club, il portoghese se ne andrà. 

Il Borussia, invece, gioca il football più entusiasmante d'Europa - non necessariamente il più efficace. Si è detto dell'organizzazione, frutto di didattica, affiatamento e armonia, fame di vittorie. Mi ha colpito, ieri sera, la prima fase del secondo tempo, quando il ritmo della partita si è alzato a quote vertiginose, e le ripartenze e il pressing martellante dei Schwarzgelben hanno ubriacato il Real, incapace di reggere a quelle velocità. Un branco di lupi affamati che si avventava sulla preda. Spettacolari e paurose fasi di gioco. E spettacolare la varietà di colpi del polacco, che Guardiola ha voluto per il suo nuovo Bayern: ieri sera si è capito perché. Chissà, invece, cosa sarà del favoloso Klopp, personaggio che più distante da Mou non potrebbe essere - per simpatia, per energia vitale, e soprattutto per la passione (passione per il gioco, autentica e divertita) che investe. Di gente così ha bisogno il football: che Eupalla sappia equamente distribuire i suoi premi.

24 aprile 2013, Signal Iduna Park, Dortmund
Borussia Dortmund - Real Madrid CF 4:1 (1:1)
Mans