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14 maggio 2018

La Juventus e la congiuntura italica


La Serie A è quasi finita (anche se mancano dettagli non di poco conto: la terza retrocessa e il quadro preciso delle qualificate alle competizioni europee), naturalmente ha vinto la Juventus, che ha alzato anche, a metà settimana e con assoluta nonchalance, la Coppa Italia. Settimo scudetto consecutivo e quarto double consecutivo. E' una sequenza di accoppiate (scudetto e coppa) che non ha precedenti nella storia del calcio europeo. Un'impresa mai riuscita a un club inglese in 130 anni, ma nemmeno a uno scozzese (nonostante la sua minore competitività); ma nemmeno in Spagna, in Germania, e tanto meno in Francia: (vedere qui l'illuminante cronologia universale del 'double').



Senza dubbio, della lunga e vincente stagione bianconera (che non è per nulla scontato si sia conclusa) i ricordi si propagheranno per generazioni.

Ma? C'è un ma, eccome.

In un passato abbastanza recente, qualsiasi club italiano capace di produrre una sequenza simile di vittorie sarebbe di corsa entrato (e dalla porta principale) nella ristretta élite delle squadre più forti di tutti i tempi, facendo incetta di trofei internazionali. Nell'immaginario della pedata, si sarebbe collocato accanto al Real degli anni Cinquanta, all'Inter di HH e al Milan di Rocco, all'Ajax, al Bayern del Kaiser, al Liverpool, al Milan di Sacchi/Capello/Ancelotti, all'UTD di Sir Alex, al Barça e al Real contemporanei.

La Juventus costruita da Conte e perfezionata da Allegri sembra invece destinata (pur con questa performance strabiliante) a rimanere protagonista di una storia solo locale. Una storia sportiva che illustra la marginalità e il declino del paese, riflessi vistosamente dal football come e più dei dati comparativi ricavati da altri e più significativi contesti.

15 febbraio 2018

Grazie in anticipo al Real (alla fine si dice perché)

Fettine di coppa - CL (ottavi, andata: prima settimana)

Il ritorno degli inglesi, anzi delle inglesi. L'armata britannica muove possente - onusta di ricchezze e di ambizioni - alla conquista del continente, pressoché abbandonato alla balìa d'Hispania e Catalunya negli ultimi anni. Saranno sfide - quando verrà il momento, e il primo arriverà già la prossima settimana, a Stamford - ruvide e veloci. Saranno ordalie.

Ma che giocatore è diventato?
Ma diciamo la verità. Le goleade esterne del City e dei Reds si potevano prevedere, anche se magari le loro dimensioni impressionano. Ha più peso specifico la rimonta degli Spurs allo Stadium, arrivata dopo che il solito inizio tremendo della Juventus sembrava avere chiuso la pratica. Giusto il tempo di aprirla. Dicono che qualcuno al decimo minuto stesse già lasciando lo stadio: a furia di vincere facile, lì, ci si annoia. Solo qualcuno, eh, gli altri assaporavano l'idea del contropiede, delle serpentine negli spazi di Douglas Costa. La muraglia, tutti pensavano, non sarebbe mai caduta. Chi riesce a far gol alla Juventus, da tempo immemore? Nessuno. Quasi nessuno. L'ultimo è stato Caceres, un ex, uno lasciato partire a zero, un reprobo. Ci sta. Certo, però, il Tottenham non sembra qualcosa di simile al Sassuolo e nemmeno alla Fiorentina. Con tranquillità, con atteggiamento ben diverso da quello che portò alla rovina il tremebondo Barça di un anno fa proprio su queste zolle, gli inglesi (molti davvero inglesi, di passaporto e di nascita) hanno risalito la china e fatto saltare i nervi di Allegri. Che, saggiamente, a un certo punto ha deciso di difendere il due a due preferendo non rischiare di incassare il terzo.


E' una Juventus davvero brutta. Se poi produce un risultato brutto, sarà bene iniziare a rifletterci su. Il prode Massimiliano, a caldo, ha dichiarato che gli obiettivi prioritari del club sono campionato e Coppa Italia. In Champions si cerca di andare più avanti che si può. Discorsi da allenatore del Celtic e del Brondby, non da uno che in finale ci è arrivato già due volte. Il popolo insorge, la dirigenza tace (acconsentendo? dissentendo? Vai a sapere. Mah, sarà solo questione di fatturato, è possibile).

Il grande match, la grande attrazione degli ottavi era in cartellone ieri sera. Scenario usuale, da quando la Coppa esiste. Anche lì, 'sembrava' che qualcosa di storico potesse accadere. Le apparenze ingannano, specie nel football. Sembrava che il PSG potesse annientare i Blancos nel loro stadio. Niente miedo escénico per i Neymar e i Dani Alves, e pare ovvio. L'enfant prodige insacca e sembra una prodezza, ma è Navas a spiazzarsi da sé. Partita in cui il fattore 'tattica' è assente. Spazi aperti in tutte e due le metà del campo, si potrebbero vedere molte reti. Un rigorino più che generoso rimette in sesto il Real. Che, come spesso succede in queste occasioni, viene fuori alla distanza. Il terzo gol di Marcelo, per quanto fortunoso, arriva alla fine di una fase di possesso alto, sul lato sinistro, che è un vortice di tecnica e di potenza. Tutto acquista un senso. Pensi che a questi, ormai, se devono giocare contro il Getafe o contro il Levante, alle tre di pomeriggio, magari al Bernabéu pieno a metà (o vuoto a metà), viene sonno. Chi c'è stasera? Il PSG? Oh, finalmente. Sembra di sentirli. Zidane in queste circostanze si rilassa, se il calcio per lui ha uno scopo è quello di poter vivere queste serate.

Beh, sono espressioni che dicono molto

E gli altri? I parigini? Sono nati nel 1970, nell'anno in cui iniziava il dominio olandese (culturale e anche nell'albo d'oro della coppa), quando il torneo aveva già una lunga e gloriosa storia, densa di leggende e di favole, di cadute e rinascite. Il Paris è una squadra forte ma 'finta', senz'anima. Costruita a tavolino. Senza tradizione, senza orgoglio. Se avverrà, ringrazieremo il Real per aver cacciato dall'Europa quelli che cercano di conquistarla usando solo la potenza del denaro.

Mans

4 giugno 2017

Picnic madridista sul prato di Cardiff

Fettine di coppa: la finale di Cardiff

Le finali della Champions League o della Coppa che dir si voglia sin dalle origini sono state normalmente equilibrate. Lo dicono i numeri: in 62 edizioni dell torneo, 17 finali si sono concluse ai supplementari e oltre, mentre 25 hanno scritto sull'albo d'oro il nome di una squadra uscita vittoriosa con un solo gol di scarto. Grosso modo, dunque, solo una volta su tre si registra un dominio numerico che non lascia spazio a qualsiasi tipo di recriminazione. Però, solo nove volte è successo che la squadra campione abbia seppellito la squadra sconfitta con almeno tre gol di differenza: ne sono stati capaci il Real (1960, 2000, 2014 ma ai supplementari, 2017), Manchester United (1968, ma ai supplementari), il Milan (1969, 1989, 1994) e il Bayern (1974, ma era una finale ripetuta).

Immagine ormai consueta

Quattro a uno nei novanta minuti, e un parziale di tre a zero nel secondo tempo. Per la Juventus, la finale di Cardiff è una ferita sportiva profonda; è la settima finale bucata (Benfica e Bayern sono staccate: il parziale è ora di sette a cinque); è stata, soprattutto, una sconfitta senza attenuanti, una resa progressiva e ineluttabile di fronte alla superiorità (tecnica, tattica, atletica) del Real, una superiorità di dimensioni non pronosticabili (e da nessuno pronosticate) alla vigilia. Tant'è vero che, all'inizio, si è vista soprattutto la Juve; baricentro alto, aggressività, l'idea era di replicare il primo tempo dello Stadium col Barça; si è avuta la sensazione di una grande pericolosità, ma occasioni vere non sono arrivate. Un primo tempo dispendioso per la Juve, sornione per il Real - che incassa il meritato pari di Mandzukic senza battere ciglio. La metamorfosi della partita è nitidissima dopo l'intervallo, quando le Merengues stroncano gli uomini di Allegri sul ritmo e col possesso palla, inibendone ogni tentativo di ripartenza e ripartendo veloci a ogni pallone recuperato (il terzo gol, con l'anticipo di Modrić e la sua corsa in profondità a crossare per il solito Cristiano - abile nell'approfittare della paralisi di Chiellini -, fotografa e riassume alla perfezione una lunga fase di partita).

Certamente, il Real ha goduto di una certa fortuna - ingrediente che difficilmente gli viene a mancare, da quando è partito José Mourinho. Due gol che, sino a qualche anno fa, sarebbero stati chiaramente classificati come autoreti, due tiri 'viziati' da deviazioni decisive. Quello di Casemiro ha fatto saltare per aria la santabarbara. L'assetto difensivo (considerato dai più leggendario) della Juventus è collassato, e il match si è trasformato in un monologo madridista difficile da commentare. 

Luka Modrić
Naturalmente i media esaltano Cristiano Ronaldo e i suoi numeri, i suoi record in una carriera definita quasi implausibile (Daniel Taylor, The Guardian: vedi). Se però si volesse rinunciare ogni tanto al culto delle personalità e all'adorazione dei palloni d'oro, occorrerebbe ammettere che gli uomini decisivi, coloro che si sono impossessati del pallone e della partita, portano il nome di Modrić, Kroos, Isco, assecondati sulle corsie larghe da Marcelo e Carvajal. Il reparto di mezzo del Real ha schiacciato, soffocato, ridotto all'impotenza quello della Juve. Allegri non ha saputo opporre, a questo dominio, mosse efficaci e soprattutto tempestive. Le sostituzioni (una delle quali incomprensibile) sono arrivate a partita già virtualmente chiusa, appena incassato il terzo gol. E nulla hanno sortito, anzi. 

Difficile valutare ora quale sarà il peso della sconfitta sulla Juventus e sulle sue strategie immediate. La rosa ha un'età media altissima, la più alta tra i top-club europei. Fra l'altro, ieri sera in campo (al fischio d'inizio) c'erano otto giocatori assenti due anni fa a Berlino, cinque dei quali trentenni e ultra-trentenni. Non è bastato innestare esperienza e abitudine alla vittoria per sfatare il tabù. Prima o poi, è ovvio, la Juventus ce la farà ad alzare l'ambito trofeo. Accadrà, forse, nella più sorprendente delle stagioni e nella più strana delle partite. Quando nessuno ci scommetterà e i più avranno smesso di crederci.

Mans

4 maggio 2017

Verso la finale del Millennium


Fettine di Coppa: semifinali (andata)

Quando la primavera rigogliosa sboccia (o almeno dovrebbe) e arriva il tempo delle semifinali di Coppa, per chi ama il football è ora di gustare l'attesa e di sognare grandi partite. Otto sfide, quattro per ciascuna competizione, che promettono equilibrio, emozioni, forse sorprese. Distribuite in dieci giorni, dal martedì della prima settimana al giovedì di quella successiva. La speranza è sempre di arrivare alla seconda settimana con esiti in bilico, punteggi in fieri, partite come cantieri ancora aperti, potenziali capolavori la cui bellezza solo alla fine - riscorrendone immagini e istanti e la progressiva assunzione di forma e significato - potrà essere veramente ammirata e considerata degna (ma, se lo sarà, non vi sarà bisogno di ragionare molto)  di essere fissata nella memoria per un tempo più o meno lungo: quello che si saranno meritato.

Questa volta, inutile negarlo, un po' di delusione c'è. Con quanta 'eccitazione' potremo vivere le gare di ritorno delle semifinali di Champions League in programma allo Stadium (martedì prossimo) e al Manzanarre (mercoledì)? Poca, pochissima. La superiorità dei Blancos e della Juventus si è dispiegata senza considerevoli opposizioni nella prima partita; è parsa anzi più netta e limpida di quanto si potesse prevedere. E i severi risultati incisi sul registro ufficiale del torneo dalle due grandi d'Italia e di Spagna non potranno essere cancellati e ribaltati dalle loro contendenti se non a fronte di eventi davvero imprevedibili, illogici, irrazionali (che, è vero, qualche volta fanno pure capolino nel football).

I colchoneros non sfatano il tabù madridista nel derbi con platea continentale. Da quattro anni l'ordalia si rinnova. Simeone ci è andato vicino una volta ma, in Europa, contro i Blancos - chiunque li guidasse - non l'ha ancora spuntata. A differenza di quel che accade nelle competizioni domestiche. Qui, nel medesimo periodo, l'Atletico vanta una supremazia discreta: sei vittorie in quattordici partite (di Liga, di Copa, di Supercopa), quattro pareggi e altrettante sconfitte. Anni in cui il titolo non è mai andato al Real, che ha rastrellato in patria solo una Coppa del Re. Meno dei rivali. Ma il conto l'ha presentato nelle sfide infrasettimanali in diretta planetaria e nelle notti di Milano e di Lisbona. Da quando Mou è partito, le Merengues giocano queste partite con meno angoscia, Carletto gli ha regalato la forza dei nervi distesi, e ora Zizou li guida con il carisma del sorriso, dell'eleganza innata, della propria leggendaria statura nel calcio. La grandezza del club è (da sempre, ma oggi sembrerebbe ancora di più) soggiogante anche nei confronti delle potenze arbitrali. Chiedere lumi ai dirigenti del Bayern. Del Bayern, non del Silkeborg ...

Cristiano inizia la sua micidiale serata

Anche la Juventus è un dream-team, una raffinata collezione di galacticos non percepita come tale nel comune sentire. Ma gli innesti di quest'anno la dicono lunga. Per dare l'assalto alla coppa, Allegri è stato rifornito accuratamente. Con Dani Alves, venuto per giocare 'queste' partite e non certo quelle col Pescara o il Crotone. Con Pjanic e Higuain, gente di altissimo livello ancora affamata, capace di eguagliare per tecnica e peso i reparti delle concorrenti. Il pacchetto arretrato è (ancora oggi) di valore assoluto. Non ce n'è un altro così solido e affiatato, nel panorama mondiale. E c'è sapienza tattica, 'conoscenze' (direbbe Arrigo Sacchi), consapevolezza di essere arrivati al top. Due finali in tre anni parlano chiaro. La formula magica, il 4-2-3-1 varato qualche mese fa, è però un grande esperimento di catenaccio dissimulato, il rimedio escogitato per consentire a tutti i big di andare in campo, con un grande patto di collaborazione e assistenza reciproca. "Volete giocare tutti? D'accordo, ma dovete farvi il mazzo, correre il doppio e pensare soprattutto a difendere. Altrimenti rimetto Sturaro e Rincon". Questo dev'essere il discorso di alta strategia indovinato da Allegri dopo la partita di Firenze. E, da allora, vediamo Higuain (non solo il 'generosissimo' Mandzukic) frequentare zolle di campo su cui nella sua già lunga carriera non aveva mai sgambettato, tanto lontane sono dalla porta avversaria. Ma è gente di qualità. Molto pericolosa nelle ripartenze veloci. Anzi: letale.

Higuain conclude la sua letale serata

Dunque, a Cardiff le grandi di Spagna e d'Italia si ritroveranno per la loro seconda storica finale, che è poi la seconda in tre anni per entrambe (la terza in quattro per i Blancos). Sarà per il Real la quindicesima e la nona per la Juventus; dice la storia (anzi, l'albo d'oro) che le Merengues non steccano quasi mai l'acuto finale, cosa che invece (è risaputo) capita di frequente alla Juventus. 

Questa volta, se nessuna delle due avrà gravi problemi di organico o clamorosi scadimenti di forma, partiranno allineate. Con uguali chance. Due gruppi di campioni che hanno messo tacche in migliaia e migliaia di partite internazionali. Non sono dunque e ovviamente nel fiore della gioventù. Soprattutto quelli in maglia bianconera, la cui formazione scesa a giocherellare nel giardinetto monegasco vantava un'età media di 31 anni precisi precisi, più alta di oltre cinque anni rispetto a quella della truppa francese, e di quasi tre rispetto a quella calcolata nell'undici madridista che ha scientificamente raffreddato la brace cholista tra i canti del Bernabéu. Sarà difficile per entrambe sfruttare le minime debolezze dell'avversario. Potrebbe essere una finale lunga, interminabile. Bloccata. Dovessi individuare un duello decisivo, direi quello tra i due mattoidi terzini brasiliani ...

Un pronostico? Ci sarebbero analogie con situazioni del passato, per chi vuole fare esercizio tecnomantico o scaramantico sulla finale del Millennium (inteso come catino gallese). Per esempio, proprio nel '98 la Juventus si liberò del Monaco in semifinale, ma trovò poi sulla sua strada Predrag Mijatović (c'è sempre un Magath nel destino). Per esempio, la stessa Juventus potrebbe chiudere la fase degli scontri a eliminazione diretta senza incassare una sola rete, come fece l'Arsenal nel 2006. Performance notevoli, ma che furono anticamera della sconfitta, per la Juve nel '98 e poi per i Gunners (che si arresero alla lunga contro la nascente Philarmonica blaugrana, addestrata allora da Francolino Rijkaard). Non sembrano tuttavia configurarsi come maleficio guttmanniano, come indizio probabile di cicli vichiani. Perché allora, contro il Real, remano la statistica (nessuno ha saputo bissare un trionfo con questa formula) e la tradizionale osticità della Juve (più spesso uscita vittoriosa da una doppia sfida di coppa); anche se, nelle partite secche (la finale del '98, lo spareggio del '62), gli spagnoli hanno sempre prevalso. 

Intanto, nell'Europa più 'piccola', è tornata ieri sera a brillare la stella di una antica squadra: più che una squadra un simbolo, un patrimonio inestimabile del calcio europeo e mondiale. Una squadra di ragazzini terribili, che nello stadio intitolato a Johann Cruijff ha forse conquistato un bel pezzo di finale della coppa di minore prestigio. Il grande nume ha portato bene, non era scontato che i bambini facessero a pezzi l'Olympique Lyonnais. Sarebbe bello vederli in una finale inedita,  opposti a un altro club di antichissimo blasone, il Manchester United, nelle frescure di Solna, il 24 di maggio.

Mans


12 aprile 2017

La notte che (non) cambia la storia del calcio


Fettine di Coppa: quarti di CL (andata)

Dopo la partita, i peana. Il Barça più indecoroso degli ultimi dieci anni viene duramente sconfitto all'inespugnabile Juventus Stadium, ed è già cambiata la storia del calcio. "Una notte che cambia la storia", si legge qua e là (per la precisione, qua), ma forse in realtà a cambiare la storia (se la storia è cambiata) ieri sera è stato l'agguato con ordigni al pullman del Borussia Dortmund, a Dortmund: un gesto senza precedenti, fortunatamente con conseguenze meno gravi di quelle (forse) progettate. Il 'forse' dipende dal fatto che a distanza di 12 ore dell'episodio non si sa ancora nulla, ma è lecito temere il peggio.

"Ney, lo so anch'io: non c'è bisogno di fare quella faccia"

Non saprei dire se Juventus-Barça è da considerare già ora una partita 'storica', una di quelle partite che cambiano il corso del football, destinata a fissarsi nella memoria collettiva: può essere che la disfatta catalana segni la fine di un ciclo (quello blaugrana, delle quattro coppe in dieci anni, ma è un ciclo pieno di protagonisti, e alcuni non sono certamente prossimi alla pensione), ma poi in fondo va ricordato che l'anno scorso nelle semifinali il Barcellona non c'era, e non c'era nemmeno tre anni fa, e che quattro anni fa in semifinale il Bayern lo schiantò con sette reti (a zero) complessive tra andata e ritorno. La Grande Narrazione è dunque abbastanza distorta da considerazioni anacronistiche sulla reale competitività del team guidato (guidato?) da Luis Henrique: chiunque sabato sera abbia preferito buttare l'occhio su quel che accadeva a Malaga dovrebbe - come minimo - registrare l'esito della prima semifinale sotto la voce dei risultati prevedibili, o addirittura probabili. E c'era, poi, il precedente del Parc des Princes, dove la superiorità dei padroni di casa risultò ancora più schiacciante.

Diciamo che la prospettiva è stata un po' falsata dalla remuntada barcellonista negli ottavi. Il club più titolato dell'era recente gode naturalmente di un rispetto (da parte di tutti) che prescinde dal suo 'momento'. La sola idea di avere ancora novanta minuti di pallone da rincorrere a Camp Nou, per chi ha conseguito un vantaggio sul proprio campo nell'ambito di una doppia sfida, non può che produrre preoccupazioni e pensieri. "Guardate che fine ha fatto il PSG", si dice, malcelando scaramanzia, superstizione, manavantismo, timore. Sì, è sempre meglio non fidarsi di quelli là. Del resto, avete visto anche ieri sera, bastava che Iniesta, bastava che Suarez eccetera eccetera.

"Visto che don Andrés va dalla parte sbagliata, perché non dovrei approfittarne?"

"Mi sento come un uomo solo in un'isola deserta, ma è una bella sensazione"


Ieri sera è finita tre a zero, e il risultato pare non solo rotondo, ma anche indiscutibile. Onesto. Il preciso riflesso della forza relativa, delle strategie di gioco, del 'momento' portati sull'erba dalle due squadre. E i primi minuti sono stati eloquenti: quelli del Barça, moderatamente pressati quando facevano partire l'azione dalla propria area, sbagliavano appoggi facili e movimenti in preda al terrore che produce il terrore di essere presi a pallonate, un panico di cadere nel panico, una crisi d'ansia generata dall'aver vissuto crisi d'ansia in situazioni analoghe e ancora vive nella memoria. Hanno incassato i due gol che dovevano incassare giocando a quel modo (caratterizzato da una fase difensiva surreale: ecco), e si sono rilassati. Si sono tolti il peso dallo stomaco, e sono entrati in partita. Quel che temevano avvenisse è regolarmente accaduto, poi è logico che dare fastidio a una Juventus avanti di due gol e che perciò si ritrae (contentissima di potersi ritrarre, non aspettava altro, ha potuto farlo dopo venti minuti, dunque prestissimo) sembra cosa complicata anche per i Messi e i Neymar e i Suarez. Certo, sarebbe piaciuto anche a loro (a uno qualsiasi dei tre) disporre dei cinque metri di libertà goduti da Dybala quando ha potuto stoccare, all'interno dell'area di rigore. A chi non piacerebbe? Senza complimenti, la difesa juventina ha concesso solo giocate impossibili, da cineteca, al migliore del Barcellona che, manco a dirlo, è stato Leo, costretto a vagare da un lato all'altro del campo palla al piede cercando una fessura nel muro bianconero, una fessura minima, un barlume di luce, uno spazio quasi impercettibile dal quale far passare un oggetto che ieri sembrava enorme, ma non era altro che un pallone del diametro standard di 21 o 22 centimetri. Ci è riuscito appunto un paio di volte, ma i suoi non erano illuminati né ispirati, e l'ultimo capolavoro, definitivo e memorabile, è stato di Mascherano, che si è immolato nella marcatura a uomo di Chiellini (il quale lo sovrasta di almeno quindici centimetri) sul corner del terzo gol.

"Mascherano, per prendere il pallone in un duello aereo contro di te non devo saltare,
sono costretto ad abbassarmi"

La Juventus. E' stata così diversa dal solito? Onestamente, non si può dire. Ha sudato di più per portare a casa le partite interne con le sue storiche rivali domestiche, anche quelle male in arnese. Chiaro, la posta in palio era diversa, la concentrazione non è mai calata; ma lo standard bianconero è questo. Squadra di spessore europeo, pragmatica e consapevole, matura tatticamente (in una squadra italiana, guidata da un tecnico italiano che bada al sodo, ciò pare del tutto normale), capace di sfruttare gli errori altrui e di commetterne pochissimi, anzi nessuno. Difficile immaginare che possa essere travolta a Camp Nou. Perderà, forse, ma si qualificherà per le semifinali. Incassando un paio di gol in meno di quelli che il Barça si troverà costretto a segnare per bissare il ribaltamento del PSG. Considero il mio pronostico facile, per questo lo azzardo.

Quanto alla 'storia', lasciamola stare. Almeno per ora: siamo solo ai quarti di finale: la strada per arrivare a Cardiff è ancora lunga e non priva di insidie (sembra una frase fatta, e naturalmente lo è).

Mans

23 febbraio 2017

Gli scozzesi snobbano la Champions e hanno le loro buone ragioni

Fettine di Coppa: ottavi di CL (andata, seconda settimana)

Quelo che ha appena calciato somiglia vagamente ad Harry Kane.
Ma è Andrew Shinnie, nativo di Aberdeen, centrocampista
che presta la sua opera agli Hibs, sebbene sia
di proprietà del Birningham City.
Parecchia gente, a Edimburgo, ha snobbato ieri gli ottavi di Champions e trascorso la serata non davanti alla tivù ma a Easter Road. Che è poi lo stadio dell'Hibernian Football Club, fondato nel 1875 e, qui, di casa dal 1893. Beh, era una serata speciale, una serata di coppa anche per loro; una coppa giunta, come la Champions, agli ottavi di finale: la Scottish Cup, che si disputa dal 1873, dunque una competizione seconda, per longevità, solo alla più prestigiosa Challenge Cup (FA Cup vulgariter) d'Inghilterra. A rendere ancora più speciale la serata, per la gente di Edimburgo, c'era che il passaggio ai quarti se lo contendevano le due squadre cittadine. Gli Hibs, appunto, che ne sono (incredibilmente, va da sé) i detentori, e gli Hearts (Heart of Midlothian Football Club), in un replay, fra l'altro, a campi invertiti. Un derby che si è disputato ormai quasi trecento volte. Ma una sfida tra club appartenenti a categorie diverse, perché gli Hibs militano da un paio d'anni in Championship, mentre gli Hearts galleggiano dignitosamente, alle spalle delle solite grandi di Scozia, nella Premier League. Bene: hanno vinto gli Hibs, senza discussioni, tre a uno, e i loro fans avranno senz'altro pensato che ne valeva la pena, eccome, di ignorare il Leicester e pure la Juve, alle prese con palloni che, probabilmente, non considerano più importanti dei loro.

Il nuovo idolo del Mestalla:
 è già adorato dai compagni di squadra
In Spagna invece la coppa non la snobbano, anzi diciamo che sono soprattutto i network televisivi a non volerselo permettere, e infatti il recupero del Mestalla tra Valencia e Real Merengues si è giocato nel tardo pomeriggio, consentendo a tutti di vedere tutto, anche la partita del Sevilla e quella del Porto. Ai Blancos è andata malissimo, perché - incassando una sconfitta - ora è possibile che il Barça si rianimi, si riaccenda, si ricompatti. Sulla carta, il distacco tra le due può essere di quattro punti (il Real ha ancora un match da recuperare: il suo ritardo è dovuto alle amichevoli giocate in Giappone  a metà dicembre e 'spacciate' per coppa del mondo riservata alle squadre di club), ma in classifica, per ora, è rimasto di un punto. E anche l'Atleti può ripensare alla Liga con qualche minimo appetito, sicché la sfida del week-end tra Colchoneros e Azulgrana, al Manzanarre, si prospetta davvero bollente. A illustrare la tarde valenciana, una prodezza di Zaza, che non sarà mai un attaccante normale. Mai giocate banali le sue: nel bene, e nel male. Decisive (nel bene e nel male) in partite spesso importanti.

Torniamo alla Champions. Non c'era grande speranza di vedere bel calcio, nelle sfide di andata in cartellone a Siviglia e Oporto. E infatti ci si è divertiti pochissimo. Le Foxes hanno tenuto botta in maniera onorevole, senza neppure organizzare quel gran catenaccio, uscendo più che vive dal Sánchez Pizjuán, ma gli uomini di Sampaoli hanno giocato un match davvero confuso e deludente. Il leggendario Vardy ha fatto in tempo a scrivere il suo nome nella storia della competizione, l'ex sampdoriano Correa ha preteso di calciare un penalty che si era procurato e come spesso capita in questi casi l'ha telefonato a Schmeichel. Jovetic l'ha poi messo in condizioni di redimersi, ed era il due a zero. Ma poi, appunto, Vardy ha permesso alla gente di Leicester di sciamare cantando per le strade di Sevilla, e quella che si giocherà in Inghilterra è una delle poche partite di possibile significato agonistico tra quelle in tabellone per il ritorno degli ottavi.

"Bel numero, Jojo, ma non siamo al circo", fa notare Wes Morgan

Nostra Signora, dal canto suo, ha espugnato il Dragão con facilità irrisoria. Prestazione tuttavia non giudicabile, poiché la superiorità numerica goduta per due terzi di partita non esalta più di tanto il risultato e una qualificazione che pareva già sulla carta agevole e che, ora, è palesemente scontata. Ai lusitani era lecito credere di poter impantanare gli avversari, usando astuzie tattiche, accortezza difensiva, palleggio lento. Ma occorrono appunto giocatori astuti, e il povero Alex Telles certamente appartiene a un'altra categoria. Cos'altro dire? Nulla. Anzi, sì. La regìa ha più volte inquadrato bella gente in tribuna, gente che non paga mai il biglietto. Cercando di immortalare così la serata di Leonardo Bonucci, escluso per aver commesso nefandezze che nessuno realmente ha capito o conosce, con eccezione di lui medesimo e del suo (ancora per poco) allenatore. Una sfinge. Lo si è visto arrivare con una bandiera del Porto, forse acquistata al mercatino fuori dello stadio (se c'è); poi lo si è visto cambiare di posto, e piazzarsi su uno sgabellone modello bar da stazione ferroviaria o aeroportuale; poi lo si è visto in piedi (sempre lì, ma qualcuno gli ha sottratto lo sgabello), poi parlottante con Nedved. Senza mai cambiare espressione. Un'espressione da animo incupito e irritato più che in preda a malinconia e pentimento. 

Momenti tristi

Il bello, tutto il bello del gioco (errori compresi) si è visto nella partita di martedì all'Etihad (mentre a Leverkusen l'Atletico ha facilmente domato un dimesso Bayer, ma senza incantare). Una giostra infernale, una partita tirata a ritmi che raramente si vedono. Il Pep l'ha sfangata, i suoi hanno confezionato una bella rimonta sul Monaco (dove tirano calci al pallone giovani pedatori di formidabile talento). Sta provando a giocarsi d'azzardo quel che resta della stagione con Yaya davanti alla perforabilissima difesa, e davanti a lui Silva e De Bruyne (centrocampisti offensivi, se mai ce ne sono due autenticamente definibili come tali), e sulla loro linea, larghissimi, Sterling e Sané. Colpisce l'inversione di posizione tra questi ultimi due, normalmente abituati a giocare sulla fascia opposta (Sterling a sinistra e Sané a destra). S'inizia forse la tendenza a invertire il trend degli esterni invertiti: sicché i medesimi vanno più in verticale, puntando il fondo piuttosto che accentrarsi rientrando sul piede preferito. Tre gol dei Citizens sono arrivati da lunghe fughe esterne (una di Sterling e una di Sané) e rapidissimi scambi centrali; due volte gli Sky blues sono andati in porta col pallone. 

Mai una squadra di Guardiola ha giocato alla velocità del City di quest'anno. I ritmi alti del gioco sono nota e riconosciuta (e apprezzata) prerogativa della Premier League; a modo suo, Pep vi si sta adattando, e c'è da credere che, se l'esperienza proseguirà, lascerà segni di grande bellezza.


Mans

18 febbraio 2017

Essere Conte: storia di una metamorfosi


Conte e il Bari: storia breve ma intensa
Il titolo non attiene alla rocambolesca trasformazione tricologica del sanguigno allenatore pugliese, ma al cambiamento che il suo gioco ha evidenziato nel corso delle stagioni. Ricordo di aver assistito con interesse crescente all'annata in cui Conte si è imposto all'attenzione generale, dopo un passaggio anonimo e polemico ad Arezzo: Bari, stagione di molta grazia 2008-2009. Un campionato cannibalizzato dai galletti, schierati con un 4-4-2 di stampo marcatamente offensivo, con le fasce laterali percorse forsennatamente, a connotare un gioco arrembante e spregiudicato; protagonista assoluto il fortissimo Guberti, esterno capace di giocate dirompenti con entrambi i piedi, una carriera parzialmente sprecata per errori e leggerezze duramente sanzionate dalla giustizia sportiva. Momenti di spettacolare leggerezza li regala Kamata, sgusciante laterale che viene utilizzato come arma a partita in corso. La fase offensiva è curatissima ma Conte impronta sempre le scelte iniziali ad un gioco d'attacco, con esterni dotati tecnicamente e terzini che si sovrappongono di continuo: il più noto è Parisi, con un passato a Messina. Barreto gioca una stagione mostruosa, segna con grande continuità, affiancato alcune volte dal dribblomane Kutuzov, anni prima comprato dal Milan nell'intervallo di una dimenticabile partita pomeridiana tra rossoneri e Bate Borisov, altre volte da Caputo, enfant du pays

Gaetano D'Agostino: un sinistro poetico
Nell'estate successiva emerge il carattere fumantino di Conte, allenatore a volte frettoloso nelle valutazioni: litiga con la proprietà, chiede a Matarrese investimenti, e di fronte al non del tutto imprevedibile rifiuto fa fagotto e lascia il Bari; gli subentra Ventura, che finisce a metà classifica. Teniamola da parte questa storia, si riproporrà qualche anno dopo nella famosa metafora del ristorante. Dopo la sfortunata e poco rilevante esperienza di Bergamo in A, culminata con l'esonero, ritroviamo Conte a Siena, dove centra una nuova promozione. Il budget messo a disposizione dall'emanazione calcistica del Monte dei Paschi è sostanzioso, e il tecnico lo sfrutta alla perfezione: il suo calcio ricalca quello di Bari, 4-4-2, o 4-2-4 che dir si voglia, di impronta molto offensiva: spesso si permette addirittura un fantasista sulla fascia, lo sfarfallante Brienza, in ciò ricordando una versione del Milan capelliano nella quale riuscivano a convivere Savicevic, Baggio e Boban. In mezzo al campo, affiancato dal fido Gazzi, giganteggia il sinistro di Gaetano D'Agostino, epigono dei registi classici del calcio di un tempo, mancino educato alla Liverani, alla Di Gennaro (quello del Cagliari, non quello di Bagnoli a Verona). Davanti i bomber sono Destro e Calaiò. È il trampolino per il lancio definitivo, ed anche la stagione successiva per Conte è a tinte bianconere, le più amate (da lui): la Juventus.

È qui che il calcio di Conte comincia a cambiare, e prende una direzione che tutt'ora segue, e che costituisce un limite che il pugliese dovrà superare se vorrà diventare un allenatore epocale, uno a cui intitolare qualche capitolo del libro sulla storia del calcio, e non solamente dei paragrafi. A Torino imposta una campagna acquisti improntata al suo modulo, il 4-4-2 offensivo, prendendo l'olandese Elia e spendendo parole di stima sul cavallone Krasic, zazzera alla Nedved e corsa velocissima, autore di qualche giocata mirabolante nella stagione precedente, culminata con il deludente settimo posto delneriano. L'arrivo di Pirlo a parametro zero sembra più digerito che auspicato. Gli stenti iniziali portano però Conte ad una correzione tattica che si rivelerà fondamentale per i successi della Juve, al netto di episodi discutibili che quell'anno svantaggiano il Milan e di un clima vagamente risarcitorio che si respira nel calcio italiano che cerca di lasciarsi alle spalle le macerie delle inchieste. Conte vara un 3-5-2 compattissimo, con i tre centrali difensivi che segneranno un importante segmento nella storia della serie A; ma è a centrocampo che si nota in maniera marcatissima la deviazione di Conte verso un calcio di maggiore pragmatismo, di attenzione "cholista" alla chiusura degli spazi, al soffocamento delle fonti di gioco avversarie, ad un italianissimo "primo non prenderle": Pirlo è il punto centrale di una gabbia protettiva di formidabili atleti, corridori instancabili che suppliscono la scarsa propensione alla fase difensiva del fuoriclasse di Brescia. Sulle fasce giocano quasi sempre due terzini, De Ceglie e Lichtsteiner, il reparto a 5 si completa con Marchisio e soprattutto con Vidal, il formidabile cileno, impressionante sradicatore di palloni ed efficace incursore.

Vidal brutalizza Ribery

Le alternative principali sulle fasce sono Pepe e Giaccherini, polmoni capienti e grande inclinazione al sacrificio. Pirlo passa da un sistema di gioco in cui era affiancato (esempio: 2002-2003) da poeti del calcio come Seedorf, Rui Costa e Rivaldo ad uno in cui vede sfrecciare intorno a sé atleti muscolari ed instancabili. Le varianti delle stagioni successive sono pochissime, in quella che segue arrivano altri due giocatori più apprezzabili tatticamente ed atleticamente che sul piano squisitamente tecnico: i due ex Udinese Asamoah ed Isla. La dirompente classe di Pogba viene centellinata in un ruolo da dodicesimo uomo, per poi beneficiare della titolarità negli undici solo a seguito dell'infortunio di Marchisio.

È nella terza stagione che questo nuovo corso contiano si dimostra a mio avviso un limite: il campionato è trionfale, la Juve macina 102 punti, vincendo in casa tutte le 19 partite. Davanti l'apache Tevez è immarcabile. Ma la Juve non riesce ad esportare questa strapotenza in Europa, e fallisce un girone di Champions non irresistibile, in cui sembra destinata quanto meno ad un agevole secondo posto dietro il Real e davanti a Galatasaray e Copenaghen; invece i bianconeri si presentano alla sfida pomeridiana sulla neve turca in una posizione scomoda, con soli 5 punti in cascina, costretti quanto meno a pareggiare. Non succede nulla in quella partita, solo una cosa, ma decisiva: Drogba "spizza" di nuca, Sneijder batte Buffon sul secondo palo. Una squadra capace di varcare i bastioni dei 100 punti in patria si ferma a 5, in 6 partite, in Champions. Non solo, ma spreca l'epocale occasione di giocare la finale di EL, il limbo delle terze, prevista allo Juventus Stadium: la sua corsa si ferma con il Benfica, che inchioda i torinesi ad un deludente 0-0 nonostante la superiorità numerica. Ed è infatti qua che la corsa di Conte alla panchina di un top club europeo rallenta.

La delusione dell'europeo francese
Il gioco di Conte, basato su un pressing a tutto campo finalizzato ad un rapidissimo recupero della palla poi giocata in velocità raggiungendo gli esterni e gli attaccanti con pochi tocchi, non supera i confini italiani, e subisce la bocciatura del palcoscenico europeo, dove prevalgono quasi sempre squadre che schierano molti giocatori offensivi e che tendono a controllare il gioco attraverso il possesso palla. Sono poche le eccezioni recenti, una sola quelle vincente: l'inguardabile Chelsea di Di Matteo che batte il Bayern ai rigori dopo un estenuante catenaccio. Anche la sua nazionale, ed il Chelsea che sta fagocitando la Premier, ricalcano le caratteristiche di questo Conte 2.0, oramai un italianista puro: grande compattezza, forza fisica, inesauribile corsa, scelte improntate ad una prevalenza della fase difensiva. Agli europei il 3-5-2 vede ancora una volta due terzini sulle fasce, i non entusiasmanti Darmian e De Sciglio, quest'ultimo ancora a zero reti in serie A nonostante una militanza già consistente, dato utile a capire la cifra tecnica del giocatore. In mezzo trovano spazio Parolo e Giaccherini, mentre il delizioso Bernardeschi fa da turista in panchina. Davanti spazio agli sgobboni Eder e Pellè, mentre l'emergente Belotti, reduce da un girone da 11 reti, è in vacanza così come il naturalizzato Vazquez, autore fino adesso di una stagione da leccarsi i baffi nel Siviglia di Sampaoli. I risultati non premiano più di tanto Conte, che batte bene Belgio e Spagna ma si ferma ai rigori contro una Germania non irresistibile, che viene poi spazzata via dalla Francia successivamente incapace di segnare un golletto al Portogallo, nonostante fosse paese ospitante. Contro la Germania Conte dà la palese sensazione di aspettare null'altro che i rigori, confidando nel talismano di tante battaglie (Buffon).

La Premier, nuovo terreno di conquista
Mentre in Europa quasi tutte le grandi giocano il 4-2-3-1 con un sacco di giocatori offensivi, il Chelsea di Conte si presenta come un imponente monolite dove la classe pura inizia a sgorgare solamente a partire dalla linea offensiva, una robetta da un paio di centinaia di milioni composta da Pedro, Diego Costa ed Hazard; il trequartista del Brasile, Willian, è ridotto al rango di riserva; il bestione belga Batshuayi, 40 milioni tondi, sta sul pino da inizio stagione. Il centrocampo, che Conte non tocca praticamente mai, vede da sinistra un terzino spostato a centrocampo come Alonso, lo scolastico Matic, ed a destra un attaccante dallo score realizzativo imbarazzante riciclato come esterno sgobbone alla Lichtsteiner; il reparto è completato dalla pietra miliare del Chelsea contiano, il francese Kanté, giocatore di capacità atletiche immisurabili, ubiquo, instancabile, inesauribile: non si ferma da due anni, e vince sempre, con il Leicester e con il Chelsea.

Conte aveva una slot da 40 milioni da spendere per un centrocampista: ha scelto lui, e questo a mio avviso fotografa perfettamente quello che è adesso l'approccio di questo allenatore al calcio. Pragmatismo, furente chiusura degli spazi e delle linee di passaggio avversarie, frenetico recupero della palla, e poi spazio al tridente di fuoriclasse. Fabregas è ridotto a rari spezzoni. Tutte le avversarie, brutalizzate in classifica, hanno schieramenti più votati al controllo della partita ed al calcio offensivo; ovviamente Guardiola, peraltro penalizzato dall'infortunio del giocatore chiave Gundogan, che ha fatto partite nel City con un avveniristico 4-1-4-1 piazzando sostanzialmente 4 attaccanti dietro Aguero o Gabriel Jesus: Sane, De Bruyne, David Silva, Nolito. Ma anche Mourinho, frettolosamente bollato come tecnico guardingo, spesso vara un 4-2-3-1 in cui Pogba gioca davanti alla difesa a supporto di quattro uomini offensivi, scelti tra Martial, Mkhitaryan, Mata, Rooney e Rashford, qualche metro dietro ad Ibra. Wenger, Klopp e Pochettino completano un parterre di allenatori che nei quartieri alti della Premier giocano un calcio votato all'attacco, con scelte nella linea mediana sempre direzionate a ridurre mediani muscolari ed a moltiplicare i piedi buoni. Ma vince Conte, come l'anno scorso vinse Ranieri.

Avere Kanté e giocare in dodici: la stessa cosa

Chi vince ha sempre ragione, ma a mio avviso l'allenatore pugliese, che a quasi 50 anni vanta un curriculum internazionale sostanzialmente nullo con due sole partecipazioni alla CL, per imporsi nelle coppe dovrà cambiare il suo calcio. Il suo cordialmente detestato rivale Allegri è già a 7 partecipazioni, ed ha raggiunto una finale con la squadra che Conte aveva frettolosamente lasciato lasciato nell'estate del 2014, scontento di una campagna acquisti non in grado a suo dire di permettere un salto di qualità europeo dopo la delusione turca: "non ci si può sedere ad un grande ristorante con 20 euro in tasca". Allegri smentisce clamorosamente questa dotta metafora e non solo si siede al ristorante, ma mangia quattro portate: accompagna la Juve alla finale dopo 13 anni. La sconfitta di Berlino con il Barcellona è netta nel gioco ma non così chiara nell'andamento della partita, in bilico fino al letale contropiede di Neymar nel finale. Allegri corregge la squadra di Conte: il furore agonistico si stempera, il pressing si attenua, il possesso palla aumenta, Vidal gioca come trequartista di un armonioso 4-3-1-2, il modulo del cuore di Allegri, recentemente però passato ad un 4-2-3-1 che vede Pjanic in regia accanto a Khedira ed un imponente batteria di attacco con Mandzukic, Dybala e Cuadrado a supportare Higuain: il guanto di sfida all'Europa.

Conte in questo momento è con Tuchel, Pochettino, Sarri e Sampaoli l'allenatore emergente più interessante d'Europa. Ma per alzare la coppa dalle grandi orecchie serve un cambiamento, altrimenti tra qualche anno potrebbe ancora ricordare la notte di Manchester del 2003 come il momento in cui l'ha sfiorata più vicino, colpendo la traversa e poi perdendo ai rigori nella notte di Sheva e Dida: ma faceva ancora il giocatore.

Dejan

6 febbraio 2017

Dazi e misteri (e un po' di Napoli)


C'è qualcosa di più triste e ritrito, edito e riedito, noioso e inutile di una polemica arbitrale dopo un match tra Inter e Juventus? Probabilmente no, si va avanti così da dieci, venti, trent'anni, forse da sempre, anche quando la partita conta un emerito piffero o quasi, come ieri. Naturalmente a scatenarsi in recriminazioni (pre- e post-) sono i nerazzurri che, paventando i torti, regolarmente li attirano e li subiscono. Vanno allo Stadium già sapendo che ci saranno rigori non fischiati, espulsioni non decretate, falli di confusione e quant'altro, tutto sistematicamente a loro sfavore. Un dazio obbligatorio quando si visitano le terre di Nostra Signora. Ma, se vogliamo parlare di calcio, va detto che l'Inter è ancora l'Inter e non già l'Ambrosiana-Suning, cioè la corazzata epocale promessa dai proprietari disposti a investire nel club risorse pressoché illimitate. Va aggiunto che, nonostante una Juve sempre frenata dalle scarse e manifeste capacità di organizzare il gioco da parte del suo allenatore, l'Inter dalla Juve è ancora molto lontana, fosse solo per le qualità e l'esperienza dei giocatori. Con questi giocatori, la Juventus potrebbe tranquillamente vincere la Champions League, in un'annata che vede le solite quattro (le tre spagnole più il Bayern) non particolarmente scintillanti, in fase forse di riflusso, in attesa forse di aprire nuovi cicli, di nuovi giocatori, di nuovi assetti. Potrebbe tranquillamente farcela, ma Allegri è una variabile da non trascurare. Negativa, s'intende. Vedremo.

La deprimente domenica milanese era stata sontuosamente aperta dal Milan, arrivato all'ennesima sconfitta consecutiva, causata più che dalla forza dell'avversario (una Samp tutto sommato mesta e modesta) dalla propria impotenza, ben simboleggiata dalla costante presenza al centro dell'attacco di un colombiano svogliato, monopede, declinante in tutti i fondamentali, compresi quello atletico e quello meno misurabile che in una punta costituisce la sintesi di intelligenza e intuito e che è alto e tipico delle punte di valore. Se si pensa che il sostituto del colombiano è uno che ha perforato solo le già retrocesse, si capirà quanto arduo sia per questa squadra, orfana di Bonaventura e con un Suso vicino all'asfissia agonistica, produrre occasioni e formalizzarle sul tabellino. Con l'ulteriore zavorra di una non-società e di un non-mercato, nell'attesa di una svolta dai contorni per ora insondabili e inconoscibili. Una situazione pazzesca, che si commenta da sé e giustifica ogni tipo di dicerìa.

Brilla, a domeniche alterne, il solito Napoli di Sarri, unica compagnia di calcio gradevole (e spesso efficace) di scena oggi sui campi italiani. Cosa impedisce ai partenopei di competere con la Juve? Difficile da capire. L'impianto di gioco è superiore, la qualità dei singoli non di parecchio inferiore. Forse c'è una minore 'cattiveria', minore esperienza, minore capacità di concentrazione nei momenti topici, minore capacità di resistere alla pressione; minore abitudine a vincere. Non poco, si dirà. Certamente, al Napoli non manca Higuain, sostituito come meglio non si potrebbe dal sorprendente Mertens, giocatore forse sottovalutato o forse semplicemente maturato in età più tarda rispetto ai fenomeni come tali universalmente riconosciuti. Un centravanti vero, non il solito 'falso nueve', che scatta e riscatta dettando traiettorie e passaggi, spesso imprevedibile nei movimenti e nelle soluzioni che offre. Personalmente, non vedo l'ora di assistere alla sfida degli ottavi di coppa tra Napoli e Real. Promette spettacolo e (speriamo) sorprese.

Stancamente come il nostro, si trascinano anche gli altri campionati, soprattutto quello considerato più importante, e cioè e ovviamente la Premier League. Già vinta dal Chelsea, si direbbe. Una squadra morta e risorta dalle proprie ceneri più di una volta. Se c'è una sfida terribile per un allenatore, è arrivare sulla panchina precedentemente scaldata dallo sfasciacarrozze di Setubal, e sappiamo bene perché. Conte ha già messo a debita distanza i più celebrati santoni del calcio recente (manca solo Carletto) tutti convenuti nell'isola, e non essendo impegnato in Europa dovrebbe arrivare in porto ormai per semplice inerzia. Tristemente, invece, il magico Leicester di qualche mese fa è tornato a frequentare le zone che era solito frequentare fino alla stagione scorsa, cioè i bassifondi della classifica, là dove si lotta punto su punto per evitare la relegazione. E ci si domanda cosa sia più misterioso: questo potenzialmente tragico ridimensionamento o l'imprevedibile gloriosa cavalcata di un anno fa?

Mans

30 agosto 2016

O mia bela Maduninaaaaa ...

La stagione dei campionati e delle coppe è iniziata. Senza sorprese. Avremo due sole squadre in Champions League perché – more solito, ma attraverso errori e comportamenti indegni – la terza qualificabile si è arenata ai play-off. Crollando rovinosamente all'Olimpico dopo un buon pareggio a Oporto, frutto di sprechi e scarsa lucidità. Allineeremo perlomeno il grandioso Sassuolo in Europa League, sperando che tra emiliani, Viola, Roma e Inter qualcuna faccia più strada di quella che siamo abituati a vedere percorrere.

In Inghilterra le grandi hanno ripreso il pallino del gioco, almeno apparentemente. Gli investimenti epocali dell'UTD (e il deretano di Mou), il lavoro di Conte a Stamford Bridge, i primi esperimenti di Guardiola hanno già prodotto risultati, e le tre viaggiano appaiate, a punteggio pieno prima della sosta. Il Leicester muove ora alla sua velocità naturale, e il Watford affidato dai Pozzo a Mazzarri già boccheggia in coda. Ma anche l'anno scorso i Citizens partirono sparati: forse non sarà indecifrabile come di norma, ma non è detto che anche quest'anno la Premier non regali qualche emozione.

Il faccione è tutto un programma
Carletto ha già conquistato la Baviera (cosa di cui era difficile dubitare), e seppellito alla prima un rivale storico come il Werder (certo, decaduto assai). In Spagna fa notizia il Las Palmas di Kevin Prince Boateng, che sopravanza in classifica dopo due giornate e per le più consistenti goleade Real e Barça. Campionato di melassa agonistica dove prima o poi c'è gloria per tutti: solo l'Atletico gioca un 'altro' calcio, di sofferenza e inquietudine, e ha iniziato con due pareggi e molta fatica.


In Italia, senza dare l'impressione di impegnarsi più di quel che fanno all'oratorio i quindicenni opposti a improvvisate squadrette di pulcini, la Juve ha già sistemato Fiorentina e Lazio. L'autoproclamata sfidante di stagione, l'Inter del colosso cinese, è schiantata prima dal Chievo e poi messa in serie difficoltà dal Palermo, candidatissimo alla retrocessione; la Roma anche in campionato offre rappresentazioni drammatiche; il Napoli, lentamente, sta modellando l'annata del dopo-Pipita, ma ci vuol poco a capire che è l'unica squadra in grado di dare qualche fastidio (eventualmente) alla Juve.

E poi c'è il Milan. Il Milan e l'Inter. Chi governi le sorti del Milan non si sa; l'assetto societario attuale è sull'orlo del fallimento, quello futuro (fra trattative, preliminari, annunci di closing con soggetti indeterminati e indeterminabili) insondabile. Rimane il campo, l'allenatore nuovo, i soliti difetti e qualche bella promessa (Suso, Niang). E' rimasto Bacca, che appare e scompare come una madonna, ma in genere appare solo nell'area di rigore quando il pallone transita da lì. Non sempre il pallone transita dalle sue parti, e allora torna a sembrare qualcosa a metà tra un lusso e un modesto attaccante. Incomprensibile, del tutto incomprensibile quanto accaduto in casa nerazzurra: un mercato strano, un allenatore liquidato durante la pre-season, un altro arrivato mezz'ora prima che iniziasse il campionato, del tutto ignaro del calcio italiano e abituato a sistemi di gestione completamente opposti a quelli nostrani. Frank De Boer, già. Qualcuno si è illuso che fosse arrivato Rinus Michels, ma in due partite ha mostrato di essere ancora allo spelling del football italico. Ha gente di qualità in rosa, ma non adatta al modulo Ajax, al suo sempiterno 4-3-3, e costringe Banega a giostrare in mediana, in una posizione cioè dove può alternare cose buone da ragioniere e cose disastrose. E disastrose (cioè inutili) risultano le frequenti incursioni di Medel in area di rigore (e i conseguenti, logici sprechi). Vedere Medel fiondarsi cinquanta metri più in là della sua naturale linea di movimento dà il senso del paradosso.

Siamo dunque ancora nel pieno della nottata milanese, senza che nessuno sappia dire quando e se finirà. Perciò molti iniziavano ad interessarsi al Football Club Brera, terza squadra di Milano allenata dalla star televisiva Enzo Gambaro (ex terzino transitato anche dal Milan), militante in Eccellenza e che giocherà le sue partite nella gloriosa Arena Civica intitolata a Gianni Brera (il nome della squadra deriva tuttavia dal quartiere, non dal Gioann). Bene, le cose non vanno benissimo nemmeno qui. Il match d'esordio – una sfida di Coppa Italia Dilettanti in programma domenica scorsa all'Arena – è stato cancellato per impraticabilità del campo. Grandine? Temporali? Alluvioni? No. Campo di terra e sassi, erbe selvatiche e quant'altro. Manutenzione di competenza del Comune, non del club. Tra i due soggetti, comunicazione carente.

"O mia bela Maduninaaaa …."

26 aprile 2016

L'esagerata festa juventina e le surreali esalazioni del Milan


I numeri del potere: insindacabili
Nostra Signora, irritata per i moti di ribellione fomentati in autunno da alcuni scalcagnati capi-popolo (da Sarri a Paulo Sousa, da Mancini a Garcia), ha ripreso il cavallo e cavalcato per le terre del Regno infliggendo frustate a destra e a manca, pur con una certa gentilezza e senza mai mostrare il volto davvero feroce. Nessuna seria goleada, in sostanza, e qualche partita di cartello arraffata negli ultimi istanti. Ordinaria amministrazione, si direbbe: le scene di giubilo per il quinto titolo consecutivo suonano dunque parecchio forzate. Era un obiettivo minimo. Vista da 'fuori', brucia di più la cacciata dall'Europa all'altezza degli ottavi di finale: che questa Juve non sia rimasta nell'elenco delle otto migliori squadre del continente è cosa difficile da digerire. D'accordo, sarà per l'anno prossimo, si dice sempre, sperando.

Ma c'è chi sta peggio, parecchio peggio. Trenta e passa punti più in giù, esala il Milan alla ricerca della dignità perduta. Perde nella solita Verona una partita che conduceva, e la perde prendendo gol sull'ultimo calcio piazzato: trasformandolo con sapienza, Siligardi ha ridato senso a un pallone maltrattato da tutti per novanta minuti, dispiaciuto a quel punto di non poter più essere preso a pedate visto che scoccava il 95° minuto e i cancelli dello stadio erano prossimi alla chiusura. Il Milan, già: di questa squadra, il padrone non sa più che farsene e cosa fare. Non può metterla in soffitta o in cantina; non può venderla alle bancherelle dell'usato di Lambrate ma nemmeno a qualche magnate o a qualche cordata planetaria (cinese o anche no), dunque l'ha affidata a Brocchi, mandando in fumo quel poco di arrosto che Sinisa Mihajlovic aveva messo sul fuoco.

L'unico che non salta, in barriera, è il capitano.
Kuco e il giapponese, invece, saltano e nascondono la traiettoria
della sfera all'eroico Donnarumma

Mistero, ma fino a un certo punto. Svanita l'ipotesi del terzo posto e anche del quarto, remota quella di contestare alla Juventus la coccarda rotonda (che ci sia partita tra le due il 21 maggio all'Olimpico pare onestamente una concessione al surrealismo pedatorio), perché difendere il sesto e condannarsi ai preliminari di Europa League, rinunciando dunque alle consuete, lunghe e lucrose torunée di luglio e d'agosto negli States o in estremo Oriente? Sotto questo aspetto, certamente, non si può disconoscere alla società una notevole lungimiranza. Sotto questo aspetto, Brocchi è stato il classico uomo giusto nel momento giusto sulla panchina giusta. Infatti, la qualità del giuoco è ulteriormente scaduta, i risultati peggiorano e tra i titolari hanno rifatto capolino ex-giocatori e non-giocatori, come il demiurgo pubblicamente desiderava. 

Oggi rinunciamo a commentare le leghe estere. In Spagna non è accaduto nulla di nuovo: gli otto gol di Suarez in due partite dicono però di una progressiva cristianoronaldizzazione dell'uruguagio. Quanto alla Premier, si possono solo incrociare le dita e tapparsi le orecchie quando si sente qualcuno dire che ormai, per le Foxes, è fatta ...

A proposito del Leicester. Il valore della sua rosa è calcolato da Transfermarkt in 127 milioni di euro [vedi]: 60 milioni giusti giusti in meno del valore di mercato (pur calante) attribuito alla rosa del Milan [vedi]. Oddio!

Va beh, alla prossima.

18 aprile 2016

Paella valenciana e altre portate


Partiamo con un quiz facile, al quale però si devono sottoporre solo coloro che s'affacciano alla nuova settimana ignari di quel che è successo nel week-end sui campi di pallone del mondo, vicini o lontani. Sabato il Real ha demolito il Coliseum Alfonso Pérez di Getafe: cinque a uno. Cristiano, un solo gol. Quale dei cinque? E a quale minuto di gioco?

D'accordo, era proprio facile facile, non vale la pena nemmeno di fornire la risposta, in calce, scritta con scrittura capovolta. Ma era facile prevedere che i Taronges banchettassero con paella valenciana sul prato sempre più ospitale di Camp Nou, ieri sera? No, non era facile. Del resto, ormai l'area di rigore del Barça è puro open space. Che la squadra sia stanca, stanchissima, statica e satura si è capito nell'azione del secondo gol, stampato dal Valencia giusto allo scadere del primo tempo, e dunque nel momento peggiore per chi lo incassa: lunghissima melina sulla trequarti destra, vicino alla fascia, metà campo difensiva catalana. Niente pressing, o pressing lento, annebbiato. In realtà, quelli del Barça stanno a guardare, indecisi e confusi. Poi, cambio di gioco improvviso - ma prevedibile. E, a chiudere, un affondo nel burro, perfezionato con un certo aplomb da Santiago Mina Lorenzo, scuola Celta, nativo di Vigo, a noi sempre cara.

Titolisti compiaciuti

Dunque, mancano cinque partite, le tre grandi di Spagna sono tutte insieme o quasi. Il calendario non sembra favorire alcuna delle tre (nessuno scontro diretto in cartellone, purtroppo), ma è un dettaglio che vale quel che vale. Il Barça non ha più l'Europa, ma è parecchio male in arnese. E' vero che - discorso valido anche per il Real, sebbene in minor misura - basta una giornata di luna buona per i tre davanti, e tutto potrebbe tornare a fluire e fiorire con naturalezza (gioco e risultato). Ma giornate così sono diventate rare. E la condizione atletica generale, così come quella mentale, pare al minimo. E si gioca sempre in undici. Quelli di Rakitic e di Piqué, dopo i gol subiti, erano sguardi di gente che ha capito l'antifona. Resta difficile azzardare pronostici. Seppellivamo, insieme a quello francese, la salma del torneo a febbraio. Non è mai stato così vivo. E ferocemente conteso.

Questa è simulazione, sostiene Jonathan Moss, il referee.
Giallo e poi rosso per Jamie Vardy
Il Leicester (squadra che gode di un sostegno ormai universale: è al momento e certamente l'undici più amato nel mondo; induce infinite analisi, che accontentano sia gli appassionati delle favole e della retorica sia quelli cui piace veder ridimensionata ogni impresa) ha mancato il primo dei suoi due match-ball: pari interno con gli Hammers. Strappato dalle Foxes all'ultimo respiro. Un rosso per Vardy, un rosso sul quale tutti discutono (a noi troppo limpido non è sembrato; e meno limpido ancora è parso il rigore assegnato al Leicester nel recupero: chiara compensazione). Lassù s'annunciano partite da infarto, se stasera il Tottenham riesce ad arraffare i tre punti sul difficile campo di Stoke, accorciando le distanze.

"Prova a stopparla decentemente, se sei capace"
(dice il doriano)
A casa nostra, tutto è finito o quasi. La corsa per il titolo, senz'altro. Sarebbe consigliabile, almeno per i prossimi cinque-sei anni, istituzionalizzare un handicap di partenza per la Juventus. Non meno di quindici punti. Cosa si può aggiungere? Solo il rimpianto per come Allegri ha gestito la mezzora finale dell'Allianz Arena. In questa stagione quasi perfetta, quell'eliminazione peserà come un macigno sulla sua coscienza - relativamente, si direbbe; sembra uno sempre più sicuro di sé e delle proprie capacità. Nel frattempo, alle spalle di Nostra Signora, il Napoli sbraca e lo spogliatoio romanista esplode. L'Inter - che un po' sale e un po' scende - stavolta sale. Il Milan spezza le reni alla Samp: terza sfida in pochi mesi, esito sempre uguale. Brocchi in panchina, all'esordio. A fine partita, piange di commozione, ed esalta la virilità della truppa. Forse sperava di perdere e di essere immediatamente accantonato, e invece gli toccherà restare per un po' in quella gabbia di matti. Balotelli ha giocato discretamente il primo tempo (è una notizia, sì), poi è sparito. Non a caso, ma solo a quel punto, ha fatto capolino Bacca, il risolutore. L'ottometrista, anzi: nello scorcio dell'area, se vede la porta, castiga. Fuori dal suo habitat, è un catalogo di mediocrità pedatorie assortite. Di mediocrità pedatoria assoluta è invece campione Bertolacci. Dopo due minuti spedisce fuori dal campo, con un tocco di mestissima quanto raffinata broccaggine, un pallone ordinario, banalmente recapitabile a un qualsiasi compagno posizionato pochissimi metri più in là. In quel preciso istante, parecchi milanisti, già provati dall'orrenda settimana appena trascorsa, hanno reagito d'istinto. Imprecando, spegnendo la tv, e ripromettendosi di non riaccenderla più fino a quando non saranno arrivati i cinesi con valige stracolme di bigliettoni da investire e, nel doppiofondo delle medesime, qualche sospirato top-player. Sapendo anche che potrebbero non arrivare mai, o non così presto: né i cinesi, né i top-player. Si sono svegliati stamani sentendo dire che Mario avrebbe detto che lui vuole restare al Milan. Certo, dev'essersi finalmente divertito nei giorni scorsi all'asilo di Milanello, assistendo alle performance di Coach John Maori e provando poi a centrare con qualche pallonata il drone messo in orbita da Brocchi. Non c'è riuscito, deve ancora aggiustare la mira. I milanisti però non ne vogliono più sapere di lui e se la prendono con Galliani. Tuttavia, è chiaro come l'unico autorizzato a decidere cosa farà e dove andrà Balotelli non sia Galliani e non sia nemmeno Berlusconi. L'unico autorizzato è Raiola. E difficilmente vorrà accasarlo all'Entella o all'Hong Kong Express.


Alla prossima.