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21 agosto 2017

Tra furgoni e milioni, VAR e palloni


Il giorno è arrivato: quello della foca brasiliana, del suo esordio nel Qatar Football Club al Parc des Princes. Proprio un paio di giorni dopo la strage sulla Rambla, organizzata da una cellula di quell'altro 'stato' che emiri e sceicchi (si dice) proteggono e finanziano. Questa relazione è puramente provocatoria, ma di quel sostegno si parlò (e non poco) dopo l'attentato parigino del 2015 anche nelle cronache del football (vedi qui), oggi l'argomento pare fuori moda. 


Se la bottega del Barça è aperta, allora anche lo sceicco (cugino di Al Thani) proprietario del City ha il diritto di andarci a fare la spesa; ed ecco che filtra l'indiscrezione delle indiscrezioni: il cartellino di Messi (che non ha ancora rinnovato il contratto) non è poi così caro, per lorsignori. Basta convincere lui, la Pulce. A differenza di Neymar, tuttavia, Messi non è solo un bravo giocatore sudamericano venuto a sviluppare la sua carriera in Europa. Messi è cresciuto in Catalogna. Messi è il calcio. 

Sceicchi ed emiri seminano il terrore in questa maniera: non lanciano camion e furgoni su folle inermi, ma tonnellate di denaro nelle casse di club e calciatori. Allo scopo di impadronirsi di un gioco che il fondamentalismo sunnita aborre e vieta di praticare. C'è qualcosa che stona o inorridisce, da qualunque punto di vista si guardino le cose. Le complicità sono diffuse, le analisi dense di contraddizioni, e dunque fermiamoci qui.

Parliamo di calcio.


La partita del week-end era senz'altro quella di Wembley, transitorio home degli Spurs. Ospiti i campioni in carica; star designate: Kane, Eriksen, Alli. Dei Blues potevano e dovevano fare un solo boccone, per tanti motivi. Ma il Chelsea ha un DNA ormai italiano, dai tempi di Vialli, Zola, Ranieri, giù giù fino a Di Matteo e passando ovviamente per Mourinho, cioè l'unico allenatore al mondo che da anni non si vergogna più di erigere – quando serve – barricate umane gigantesche davanti alla propria area di rigore; ora anche Conte, perché a Conte (come a Mourinho) non piace perdere e ormai ha anche il diritto d'infischiarsene del bel giuoco, ha un titolo da difendere e nessuna collaborazione (a sentir lui) da parte dei suoi datori di lavoro. A Wembley questa squadra di campioni ha messo in campo otto giocatori di movimento normalmente abituati a curarsi più di difendere che di attaccare. Alcuni (gli esterni) lo sanno fare, più (Alonso) o meno (Moses) bene, ma certo attaccano con giudizio, non scriteriatamente. Alonso ha timbrato una doppietta giovandosi chiaramente di una prestazione non mirabile di Lloris, ma va detto che l'unica rete degli Spurs porta il nome del centravanti di riserva del Chelsea, l'inguardabile (e anzi, per quanto si è visto finora, inutile e dannoso) Batshuhayi. Una bella partita dai sapori antichi, in uno dei teatri più prestigiosi (anche se rifatto, ha ancora un suo perché), e dunque sia ben chiaro che per sfilare il titolo a quelli là i pretendenti dovranno sudare parecchio. D'altra parte, prima o poi anche Hazard tornerà a fare il suo lavoro.

Anche la Liga è iniziata, anche la Serie A. Mesto il 2-0 del Barça, normale il 3-0 (esterno) del Real, bello il 2-2 interno del Girona (club catalano all'esordio nella Primera División) contro l'Atletico, ma sono stati due punti buttati, in superiorità numerica, la banda del Cholo a dieci minuti dalla fine era sotto di due. Poi, alla distanza e specie di questi tempi, la qualità migliore dei singoli ha la meglio e detta la sua legge.

In Serie A goleade e inizio morbido per tutte le 'grandi' o presunte tali, il VAR ha risolto qualche problema e qualcun altro lo ha trascurato. La musica di Juve e Napoli è sempre la stessa (va beh, la Juve quando gioca in casa non ha problemi, le 'piccole' sanno che non c'è trippa per gatti e si esercitano nel pressing alto, così tanto per accompagnare il picnic con un allenamento che potrà tornare utile in altre circostanze), il Milan sembra molto migliorato, l'Inter più affidabile. La Roma sgraffigna tre punti a Bergamo più per fortuna che per merito, ma certo l'Atalanta migliore di un anno fa – per ora – non sembra. La Lazio è inchiodata dalla coraggiosa Spal. Questa sintesi brevissima ma ricca di luoghi comuni non può interessare a nessuno: alzo le mani (dalla tastiera) e saluto cordialmente gli eupallici, ovunque essi si trovino in questo scorcio d'agosto.

Mans

9 marzo 2017

La grande imbarçata

Fettine di Coppa: ottavi di CL (ritorno, prima settimana)

"Non ti scorderò facilmente, mio Ney!"
Quando si alza dalla panchina ad applaudire la punizione di Neymar che sigilla l'inutile 4-1, Luis Enrique ha la compostezza di una ricca proprietaria terriera inglese che su un campo periferico di Wimbledon sottolinea la perfezione di una volée di rovescio; non ci crede più, accetta serenamente la più classica delle vittorie effimere, bella ma incompiuta. Con l'aria da fine impero che avvolge il Barça, e Messi, ieri sera esangue e spuntato, che continua a non ricevere una telefonata milionaria forse già arrivata da altre utenze telefoniche non catalane.

Il PSG, per un'ora schiacciato nella propria metà campo da un Barcellona impreciso nelle verticalizzazioni ma cannibalesco nel possesso palla, ha sprecato con Cavani e Di Maria la palla del 2-3, ma nessuno può immaginare che un tornado sta per sovvertire ogni logica, ogni regola statistica: prima il generoso rigore fischiato su Suarez e gelidamente trasformato da Neymar, e poi la spaccata di esterno di Sergi Roberto, solo in area sul filtrante del gigantesco brasiliano: la rete si gonfia, un occhio al guardalinee per scongiurare il terrore del fuorigioco e Camp Nou impazzisce, nella più folle delle notti. Sei a uno, il risultato previsto da Lucho Enrique, che sorprende all'inizio con un 3-3-1-3 da tesi alla scuola allenatori di Coverciano su Glerean. Le prime tre reti arrivano un po' così, senza la nitidezza stordente di certe trame blaugrana: una mischia risolta da Suarez su uscita sciagurata di Trapp, un'autorete di Kurzawa su tacco inconcepibile di Iniesta, un rigore di Messi prima negato, poi concesso su intercessione del quarto uomo.

L'illusionista (2-0)

La stangata di Cavani, che quest'anno viaggia a medie siderali, sembra mandare tutti a casa. Ma sta per compiersi quello che sembra impossibile, e che forse solo lì poteva accadere, nello stadio dove da anni hanno il privilegio (storico) di veder giocare uno dei più grandi di sempre: oscurato nella bolgia da Neymar, immenso. Ha vinto ancora il tiki-taka, che sembra un calcio superato, fuori tempo massimo. Ma quando il tempo sembra finito, c'è sempre un recupero da giocare, per far saltare il banco e prolungare la grande bellezza.

Dejan

Con la maglia delle Merengues a Camp Nou
Un segno del destino

9 febbraio 2015

Le molte facce dell'Atlético, l'espressione di Messi e le vergogne di casa nostra

Cartoline di stagione: 23° turno 2014-15

Colori di Madrid




In un gelido pomeriggio madrileno, i colori cupissimi delle immagini trasmesse dai monitor annunciavano già lo schianto. Il Vicente Calderón è uno dei pochi stadi dall'interno dei quali è ancora possibile vedere il cielo; quasi dappertutto, ormai, si gioca sempre e solo in uno scintillìo di luce artificiale. Biblica nelle proporzioni, la catastrofe si è abbattuta sull'armata di Carlomagno, che peraltro giungeva decimata allo scontro. Una lezione di calcio - di pressing, di concentrazione agonistica, di organizzazione di gioco - che il Real non subiva dai tempi delle sfide tra Mou e Guardiola. L'Atlético conferma di poter avere molte facce. Può, a volte, emulare i terribili e feroci Estudiantes di fine anni '60; ma può anche servire momenti di gioco veloce e raffinato. Simeon mago ha così arricchito la sua recente collezione di partite divenute leggendarie già al triplice fischio. A discolpa di Carletto e del meccanismo Real (abbastanza inceppato di suo, dopo il mondiale per club) vi è solo l'aver dovuto presentare un reparto di difesa completamente diverso da quello titolare, del quale era arruolabile il solo Carbajal, ma spostato di fascia. In mezzo al campo, giostravano Khedira (spaesato e con la testa altrove) e Isco (troppo snob per poter reggere i ritmi e il pressing dei Colchoneros). Spazzati via. Un autentico massacro, di cui il punteggio finale non rappresenta la reale entità.

Allegria del calcio - esuberanza
Allegria del calcio - gioia
Allegria del calcio - armonia

Viceversa, il Barça è squadra riaccesa negli umori e nelle prospettive. I tre davanti producono scintille di gioco inarrivabile. Soprattutto, si divertono - l'espressione di Leo è tornata 'normale', ed è già molto. Passano a Bilbao di goleada, e lasciano intravedere margini di miglioramento strepitosi. Immaginate Messi, Neymar e Suarez al top, e vogliosi di giocare 'insieme', non ciascuno per conto suo alla ricerca del santo graal. Un trio che ha tutto per scrivere pagine inedite nella storia del football, e ha davanti tutto il tempo che serve per poterle scrivere. Attendiamo curiosi e fiduciosi. 

Allegria del calcio - intesa

Mentre HarryKane torna ad imperversare nel North London derby, gli spreconi del City si fanno quasi sgambettare dall'Hull, e accumulano altri due punti di ritardo dal Chelsea - che invece passa abbastanza agevolmente a Villa Park. Modestissimo show - anzi, indecoroso - dello United a Boleyn Ground, dove il West Ham avrebbe potuto chiudere e strachiudere la partita prima di farsi raggiungere al novantesimo e oltre. Immeritato il pari, regredito e confuso il progetto di gioco messo in campo da re Aloisio. E prestazioni vieppiù deludenti di quelli su cui a Old Trafford puntavano per tornare rapidamente al vertice. Falcao è un mistero: o la Premier e i suoi ritmi non sono adatti per lui, o lui è ormai (dopo i molti infortuni) un ex grande attaccante, inadatto alla Premier; oppure, ancora e semplicemente, tra lui e Van Persie c'è qualcuno di troppo. Di Maria, invece, è l'ombra del campione ammirato la scorsa stagione, nel Real e ai mondiali. L'impressione è che, come si suol dire, non ne abbia più. Non per quest'anno, almeno. Sicché i due grandi colpi di mercato hanno prodotto, finora, poche emozioni e molta zavorra.

Gli tocca portare la croce e cantare

Spiccioli di casa nostra, a chiusura di un turno ordinario. Ravvivato però dalla solita inutile, sterile polemica. Non si parla d'altro che del mancato, ritardato, pseudo-taroccato replay televisivo dell'azione che ha portato la Juve in vantaggio nell'impari confronto con il Milan. Comunicati insinuanti da parte rossonera, risposte arroganti da parte bianconera. Uno spettacolino mediatico (con tutte le possibili ed evidenti dietrologie) che non si può nemmeno definire indegno. Un teatrino ripugnante ed offensivo per chi vorrebbe che di calcio si discutesse non solo serenamente, ma anche scegliendo temi appropriati e interessanti. In Italia invece, da molto tempo ormai, di calcio non si parla più.

Post scriptum: accolto a Linate come un Rummenigge, Poldi sembra aver già concluso la sua gloriosa parabola di titolare nell'Inter. Stabile, d'ora, in poi - fatte salve le necessità di turn-over - la sua collocazione: in panca. E' un pedatore fuori corso, e al termine del suo semestre Erasmus tornerà all'Arsenal. E poi, ci scommetto, ancora una volta a Colonia. Dove finirà la carriera: da capitano non giocatore. Dove nessuno potrà negargli una bella cerimonia di laurea: honoris causa, naturalmente.

Mans

15 settembre 2014

I ritorni

Cartoline di stagione: 5° turno 2014-15

Messi e Neymar: potrebbe essere l'anno della grande intesa
E' stato il week-end dei ritorni. Sabato sera, a Camp Nou, è forse ricominciato l'infinito cammino del Barça. In pochi minuti, sullo scorcio di gara, la Pulce e O Ney - diversamente protagonisti in Brasile - hanno annichilito, con giocate inarrivabili, il forte Bilbao (sì, quello che aveva spento o quasi sul nascere stagione e ambizioni napoletane). Messi, in particolare, sembra tornato quello che in Brasile corricchiava lento e depresso sul prato in attesa d'essere riposseduto da Eupalla. Eccolo di nuovo, brillante, rapidissimo sul breve, capace di 'vedere' cose che lo spettatore capisce quando sono state già realizzate; e il brasiliano pare adesso un campione maturo, probabilmente fortificato dall'enorme sofferenza del mondiale e dalle responsabilità che ha dovuto portare sul groppone, alla sua ancora giovane età. Manca ancora il terzo, il dentone uruguagio. Immaginare i tre insieme è da capogiro: ancora qualche settimana, e potremo soddisfare il nostro inguaribile voyeurismo. Il Barça, intanto, ha iniziato bene la stagione: punteggio pieno dopo tre partite, Real già distante sei punti. Real che perde il  Derbi madrileño al Bernabéu; Florentino contestato, Carletto innervosito. Simeone, dalla gabbia, ha ancora una volta magistralmente guidato i suoi, operando i cambi giusti al momento giusto e mostrando di non essere in quest'epoca, e nel suo mestiere, secondo a nessuno. Anzi.

Meno 'grande', certamente, la prova dello United a Old Trafford, anche per la modestia dell'avversario. E' tuttavia la prima vittoria di Van Gaal, mentre il suo roster lentamente si viene completando. La Premier League è lunga ed estenuante, e vive fasi di intensità (e vicinanza di partite) da rendere potenzialmente irrisori i sette punti di vantaggio di cui gode il Chelsea - indubbiamente favorito dal calendario, almeno per ora. A Manchester possono tuttavia iniziare a progettare un rapido ritorno al vertice, dopo la stagione dell'improvvisa mediocrità.

Nel nostro 'malinconico' campionato maggiore, c'è da registrare una giornata forse statisticamente senza precedenti - qualcuno potrebbe indagare. Le due ex grandi milanesi hanno messo a segno, complessivamente, dodici gol. Vittime le simpatiche squadre emiliane, Sassuolo e Parma. A Parma, dopo un bel primo tempo del Milan, si è visto un secondo tempo osceno. Una fiera degli errori e degli orrori indimenticabile: protagonista della comica finale è Diego López, ex portiere dei Blancos nell'epoca del tramonto di Casillas, spacciato per uno dei migliori portieri del continente. Il buon Diego non ha parato uno solo dei tiri indirizzati dai parmensi nello specchio della sua porta: tre tiri, tre gol. Il quarto è di De Sciglio, un retropassaggio ordinario anzichenò. Nel 'tentativo' di controllarlo, Diego si stira e cade (foto), e il Parma segna così il quarto gol. Questo, signori, non è calcio; è Serie A.
Ciò nonostante, il Milan è primo in classifica.
Durerà poco, ma è a suo modo anche questo un ritorno.

Mans

6 luglio 2014

Ti conosco, Mascherano

Siamo dunque al redde rationem. Conclusisi i quarti di finale ci accingiamo al rush decisivo. Sono rimaste in quattro a contendersi il sogno che porta dritti a Rio de Janeiro e al bellissimo Maracanà 2.0. A tale proposito vorrei sottolineare la bellezza degli stadi realizzati per il Mondiale dei Mondiali. Complimenti all'organizzazione e a chi, fisicamente, ha progettato e costruito tanti begli impianti, tutti all'altezza del gioco espresso e dello spettacolo offerto.

Dicevamo delle quattro semifinaliste. Siamo onesti: nessuno si aspettava che l'Olanda arrivasse così avanti nella competizione. Io per primo ero certo che i dissapori dello spogliatoio limitassero l'elevato tasso tecnico della rosa, anche se si stratta di un tasso tecnico decisamente sbilanciato dalla metà campo in su. Il tecnico Louis Van Gaal da ieri rischia seriamente di relegare il Josè Mario Do Santos Felix più famoso del mondo pallonaro al ranking di Special Two. Al minuto 120 di una gara passata a bombardare la difesa della Costa Rica ti fa entrare uno spilungone che risponde al nome di Timothy Krul, portiere con poca fama e meno gloria, in forza al Newcastle United, 36 presenze nel suo club e appena 26 anni.

5 luglio 2014, Arena Fonte Nova, Salvador
Tim Krul para il rigore decisivo e porta l'Olanda in semifinale
Il buon Krul inizia a innervosire gli avversari, ormai dilaniati dai crampi e para ben due rigori su quattro. Il quinto è inutile. Van Gaal appare come un santone infallibile e geniale. La Costa Rica è eliminata e l'Olanda va a San Paulo dove incontrerà l'Argentina di Messi (e da ieri anche di Huguain).

La partita dell'Olanda è stata quello che ci si poteva attendere, un rimbalzare sistematico contro l'organizzazione centro-americana. La Costa Rica ha organizzato una difesa a cinque al confronto della quale il Bol'soj Ballet sembrava il gruppo dei disoccupati di Full Monty. Sincronismo perfetto, movimenti provati e riprovati, Van Persie finisce in fuorigioco 11 volte; alla fine del match gli offsides arancioni saranno ben 13. Anche questo è un piccolo record. Jorge Louis Pinto ha rinunciato al confronto. Forse non aveva molte alternative contro un avversario evidentemente più forte. Il fortino eretto da Keylor Navas (che portiere!) e compagni ha retto per 120 minuti ed è crollato solo grazie alla perfezione dei rigori calciati dai cecchini olandesi. L'Olanda ha dimostrato di essere una station-wagon a trazione anteriore laddove il talento superiore di Robben può e deve risolvere i problemi mostrati da una difesa imbarazzante. Il motore davanti è fenomenale, il cassettone dietro intrainabile. Martins Indi e Vlaar sono lenti e tecnicamente modesti, De Vrij e Blind scorrazzano sulla fascia senza mai sapere quando e quanto devono salire. E d'altra parte se Van Gaal reclama a gran voce l'importanza tattica di De Jong un motivo ci sarà. Kuyt viene impiegato talvolta come terzino e talvolta come esterno alto. Contro una difesa così organizzata nessuno si spiega perché non abbia giocato Huntelaar. Un pasticcio tattico evidente. Ma l'Olanda è passata e al Mourinho in salsa Vermeer va reso il merito del risultato. Si tende sempre a simpatizzare per i più deboli, ma quando a vincere sono i più forti c'è poco da recriminare.

5 luglio, Estadio Nacional, Brasilia
Higuain calcia verso la porta di Courtois. È l'1:0 per l'Albiceleste
Ben diverso è stato l'altro quarto di finale, Argentina-Belgio. Gli uomini del dottor Sabella hanno regolato la pratica in meno di dieci minuti. Higuain si è sbloccato e questa è un'ottima notizia per l'Albiceleste.
Il Belgio si è sciolto come neve al sole. La squadra più giovane ha sofferto l'esperienza e l'abitudine a giocare partite decisive di quella più vecchia dell'intera competizione. L'Argentina resta la mia favorita per la vittoria finale. Peccato per l'infortunio capitato a Di Maria, pare che per lui il Mondiale sia finito. Il Belgio non è teoricamente più debole dell'Argentina e credo che fra due anni in Francia sarà la Nazionale da battere.

Fra Germania e Francia ha vinto semplicemente la squadra più forte, più completa e più talentuosa. Non hanno punti deboli tranne l'assenza cronica di un centravanti di ruolo. Loew ha dovuto fare di necessità virtù, ma ha a disposizione il blocco Bayern, ovvero una legione guardiolana che sa arrivare in porta sfruttando l'ormai tanto vituperato tiki-taka. I risultati sono evidenti. Avrebbero potuto vincere con un margine maggiore. La Francia è andata oltre quanto mi aspettassi. Deschamps ha ricostruito la squadra e ha dato fiducia all'ambiente. In casa, fra due anni, saranno più preparati e partiranno fra le favorite.

4 luglio, Estadio do Maracana, Rio De Janeiro
Hummels porta in vantaggio la Germania
Brasile-Colombia è stata bella, ma non bellissima e ha detto molte cose: il Brasile gioca male, ma ha tre-quattro giocatori che possono decidere la partita in qualsiasi momento. Fred è indispensabile per questa squadra perché corre come un ragazzino e crea gli spazi per i centrocampisti. Hulk è inutile e dannoso, va sostituito. Io farei giocare il profeta laziale. L'apporto del pubblico è determinante per il Brasile e la paura anche. La Colombia è un'ottima squadra, ma non così forte come sembrava dopo il girone di qualificazione. Difesa buona, centrocampo buono e attacco buono. Nessun reparto è ottimo. Hanno tanta qualità, ma è spesso limitata dall'inesperienza (leggi James Rodriguez) o dall'ignoranza tattica (leggi Cuadrado); hanno corsa, ma non sempre essa è accompagnata dalla consapevolezza della destinazione (leggi Armero). Pekerman, se sarà lui a guidare ancora la Nazionale colombiana, dovrà far crescere con pazienza questi ragazzi e dare loro più disciplina tattica, altrimenti ci sarà sempre un Brasile a buttarli fuori dal Mondiale.

4 luglio, Estadio Castelao, Fortaleza
Zuniga colpisce Neymar da dietro. Mondiale finito per il talento brasiliano
Abbiamo ancora negli occhi il pianto disperato di Neymar; una vera disdetta. Il giocatore simbolo di questi Mondiali costretto a lasciare il campo in barella e privo di sensibilità negli arti inferiori. In molti, compreso chi scrive, hanno pensato che fosse la sua solita, insopportabile, tendenza alla simulazione. Ahimè, niente di tutto questo; una vertebra fratturata, Mondiale finito e molte settimane di riabilitazione prima di tornare a calciare un pallone. A questo si aggiunge la squalifica di Thiago Silva. Zuniga è entrato male, credo volesse far sentire il ginocchio all'irritante avversario, ma certo non voleva rompergli la schiena. Peccato. Pessime notizie per Felipao, ma credo che proprio per questo il Brasile batterà la Germania e andrà dritto in finale. La rosa si compatterà e giocheranno, paradossalmente, con meno pressione. La Germania parte favorita e questo favorirà il Brasile. Ho sostenuto sin dall'inizio della competizione che i verde-oro mancano di un centrocampo di qualità; mi pare sia stato evidente in ogni partita, ma più di questo è stata la pressione a schiacciare la capacità di svolgere al meglio il loro mestiere di pedatori. Adesso potranno affrontare l'avversario più forte senza i loro migliori giocatori, ma con la possibilità di schierare un centrocampista in più per arginare il possesso palla tedesco e ripartire. Sono certo che potrà essere un vantaggio.

Il Mondiale dei Mondiali si sta rivelando davvero uno dei più belli e il dessert non può che essere all'altezza. Certo una finale Brasile-Argentina sarebbe il coronamento ideale di un percorso così intenso e spettacolare, ma anche Germania-Olanda non sarebbe male. Potrà essere il trionfo del calcio europeo nel continente americano per la prima volta o l'esclusione totale dell'Europa dal tavolo della coppa più ambita. Comunque vada, sarà stato un Mondiale bellissimo. Il Mondiale dei Mondiali.

Cibali

29 giugno 2014

Copa América

Cartões Postais do Brasil

I primi due match degli ottavi hanno offerto due clásicos tra compagini sudamericane. Perfettamente a loro agio nel clima continentale (sarà un caso ma non si sono visti giocatori sfiniti dai crampi), hanno dato vita a due belle partite, che hanno inaugurato il Mondiale della crudeltà: quello che talora ti rimanda a casa nonostante le prodezze e l'impegno.

28 giugno, Estadio Mineirao, Belo Horizonte
I legni di Julio
E' stato il caso, ieri, del Cile, che ha tenuto in scacco il Brasile fino all'ultimo secondo, anzi: fino agli ultimi legni. E qui si propone subito una quaestio: la traversa di Pinilla all'ultimo minuto di gioco e il palo di Jara all'ultimo rigore vanno interpretati come "segni" della volontà di Eupalla o come suoi "moniti"? Traduzione: la nostra Dea ha inteso punire i cileni e premiare i padroni casa per imperscrutabili motivi? Oppure ha voluto ammonire i brasiliani che se continueranno a non onorarla calpestando la loro tradizione di jogo bonito potrà castigarli alla prossima occasione?

Che ci si trovi di fronte a una generazione di giocatori brasiliani assai modesti lo scriviamo su Eupallog da tempi non sospetti [vedi: 01-02-03]. I campioni sono un paio (Thiago e Julio), Neymar lo diventerà, forse, quando smetterà di tuffarsi, gli altri sono, al più, dei sopravvalutati giocatori di talento come Oscar, il resto è fuffa (a meno di non voler credere a Walter Mazzarri che ritiene che Luiz Gustavo, ceduto all'istante dal Pep, sia un campione). I nomi dei panchinari dicono tutto: Paulinho, Dante, Maxwell, Henrique, Ramires, Hernanes, Willian, Bernard, Jo e Maicon. Lasciati a casa? Adriano e Kakà, Robinho e Ronaldinho ... Questo passa il convento. I veri fuoriclasse la Seleçao li ha in tolda: Luiz Felipe Scolari e Carlos Alberto Parreira, due garanzie di pragmatismo, che stanno disperatamente cercando di dare un ordine e un equilibrio a una ciurma di anarchici e di solisti. Impresa titanica.

Si annuncia un quarto di finale imperdibile all'Estadio Castelao di Fortaleza il 4 luglio. Vi arriva la vera rivelazione del Mondiale, la Colombia di José Pekerman, bielsista dai modi pacati (di contro all'elettrico Sampaoli, che del maestro ha preso anche la trance podistica nell'area tecnica), che ha assemblato al meglio una compagine orfana di Radamel Falcao ma ricca di talenti, primo tra tutti il "craque" James Rodríguez, che ieri ha fatto saltare la serratura uruguagia con una delle più cristalline prodezze che abbiamo ammirato in questo, già florido, torneo. Il cambio di modulo in corso d'opera (dal 4-2-3-1 al 4-3-1-2) per sottrarre Cuadrado al martellamento dei due Pereira sulle fasce è stata forse la mossa decisiva, che ha poi lasciato ai rioplatensi solo qualche tiro da lontano tanto per mettere in mostra anche la sicurezza di Ospina e, tutto sommato, la tenuta delle difesa "italiana" dei Cafeteros.

28 giugno, Estadio do Maracana, Rio De Janeiro
A proposito di "italiani"
A proposito di "italiani", l'eliminazione del Cile e dell'Uruguay ci riporta a qualche considerzione sullo standard del nostro calcio. La Juventus, che fa sfracelli in patria e balbetta in Europa, era la squadra italiana presente con più giocatori ai Mondiali (12): nessuno dei suoi conclamati attaccanti (i famosi "top players", nella lingua di Dante) vi era stato convocato, però; le incertezze dei difensori (Buffon e Chiellini per primi) sono costati agli Azzurri i gol dell'eliminazione (vs Costa Rica e Uruguay); ieri, dopo Pirlo, Marchisio e Asamoah, sono tornati a casa anche Vidal, Isla e Caceres; rimangono in Brasile i soli Lichtsteiner (probabilmente di ritorno a ore) e Pogba, che oltretutto non è nemmeno titolare nei Bleus.Si tratta solo di un caso? Forse sì, ma forse no: il Napoli, che aveva anch'esso ai Mondiali 12 giocatori, ne ha ancora in lizza 9, magari meno celebrati dai media ma molto più funzionali al calcio internazionale di vertice. E questo ci rimanda alle conoscenze (provinciali) e alle capacità (modeste) dei dirigenti dei nostri club: basta leggere le notizie sul calcio mercato, dove inequivocabili ronzini proposti da abili procacciatori sono trattati come fuoriclasse, per mettersi le mani nei capelli. Ma ci torneremo sopra. Intanto godiamoci le mirabilia che arrivano dal Brasile.

Azor

18 giugno 2014

Ed è solo l'inizio...

Il primo giro è andato. Abbiamo visto tutte le squadre impegnate al Mondiale e affiorano altre sensazioni, stavolta col conforto delle prestazioni. Abbiamo già detto molto e non ci ripeteremo. Ma ora si è vista la Germania, si è visto il tanto atteso Belgio dei ragazzini terribili e si è ammirata (ahimè) la Nacional'naja sbornaja Rossii po futbolu guidata dal Fabione nazionale.

Cuiaba, Arena Panantal
I Russi festeggiano il pareggio di Kerzhakov
Rispetto alle prime impressioni molte altre sono le considerazioni d'obbligo. Mi pare si stia assistendo a un livellamento intercontinentale sia tattico sia atletico. Ormai fra squadre europee e squadre sudamericane non c'è più l'abisso strategico che persisteva fino a USA 1994. Restano enormi le distanze con le africane laddove la Costa d'Avorio rappresenta una felice eccezione, anche se non credo vada lontano. Le ragioni sono molteplici quanto ovvie. È una sovrapposizione destinata a durare e a rafforzarsi. Inoltre, più dell'80% dei calciatori impegnati nella competizione mondiale gioca in Europa pertanto il Vecchio Continente calcisticamente gode di ottima salute, l'Italia meriterebbe una lunga analisi a sé.

Fortaleza, Estadio Castelao
Guardado e Dani Alves si affrontano
Il tema del giorno è senza dubbio il deludente Brasile di Felipao. Come già scritto altrove [vedi] il Brasile ha un centrocampo inadeguato alla competizione e al reparto che gli sta dietro. Non sono giocatori scarsi, ma nessuno è in grado di costruire gioco, nessuno detta il ritmo. È un otto senza il "con". Va alla deriva e sbatte puntualmente sulle difese avversarie. Paulinho non può prendere la squadra per mano e non può farlo Oscar né Luis Gustavo. Se non risolvono questo problema (come?) rischiano di fermarsi presto anche perché giocano con due terzini che terzini non sono. Mi vengono in mente tre cose a riguardo: 1. da sempre il Brasile è più di una squadra di calcio ma può essere anche molto meno. Se hanno tre-quattro fenomeni in rosa possono vincere sempre, altrimenti sono destinati a perdere. USA 1994 fu un'incredibile coincidenza di fattori fortuiti e comunque avevano Romario, Bebeto e Dunga. 2. Il Brasile visto ieri è troppo brutto per essere vero, ma il Messico non è una squadretta e il buon Herrera l'ha costruita molto bene (altra conferma della rapida evoluzione tattica dei sudamericani). 3. Capitolo Neymar. Il talentuoso attaccante del Barcelona è forte, sarebbe ingiusto e scorretto non notarlo, ma è tatticamente analfabeta e in una squadra che non ha un vero regista questo può rappresentare un problema serio. In più è un attaccante puro, non può partire dalla sua trequarti perché come sente uno spostamento d'aria va giù con conseguente interruzione della manovra d'attacco e non ha la visione panoramica del regista. Vedremo più avanti cosa s'inventerà Felipao. Io credo che per ora non possano fare a meno del profeta nerazzurro.

L'Argentina è una squadra completa e sono ancor più convinto del mio pronostico iniziale. Vinceranno loro. Messi è alla sua last call, ora o mai più. Hanno una difesa di alto livello (forse non avrei portato Fernandez, ma è la tendenza del momento: centrali grossi e alti anche se tecnicamente poco evoluti) e personalmente stravedo per Ezequiel Garay (ma davvero dobbiamo continuare a vederlo con la maglia del Benfica? Con tutto il rispetto per i portoghesi naturalmente). Il centrocampo è buono anche se non stellare e l'attacco è quanto di meglio offra la competizione. Messi non è Maradona semplicemente perché Maradona non era un calciatore. Messi lo è e ha bisogno della squadra per vincere. Messi, come chiunque altro, non vincerebbe nemmeno il trofeo parrocchiale con Pumpido, Burruchaga, Braun, Cuciuffo, Ruggeri e mi fermo qua. Ma se la squadra gira e lo sostiene allora diventa inarrestabile.

Salvador, Arena Fonte Nova
Il solito Pepe si fa espellere lasciando così i compagni in dieci
Male il Portogallo, ma c'era da aspettarselo. Sono un gruppo con del talento, ma mancano di giocatori forti nei ruoli chiave. Il centrocampo è scarso e la difesa si regge sull'umoralità di Pepe che ieri, puntualmente si è fatto espellere spianando la strada ai Panzer di frau Angela.

E arriviamo dunque alla Germania. Ogni quattro anni inizia il Mondiale e ci torna in mente la frase di Gary Lineker : "il calcio è quello sport in cui si gioca undici contro undici e vince sempre la Germania". E ogni volta, puntualmente, pare una profezia prossima ad avverarsi. In effetti hanno vinto per tre volte il titolo e, dopo Brasile e Italia, sono la nazionale più vincente. Ma negli ultimi tempi, dopo partenze a razzo, sono stati sempre eliminati dall'Italia di turno. Anche quest'anno sono partiti benone e a tratti hanno impressionato per la fluidità della manovra e la facilità con cui ripartivano e arrivavano nell'area portoghese. Mario Gotze è un grande calciatore, ci farà divertire. La Germania è all'apice di un ciclo, è l'esatto opposto del Belgio e, in parte, dell'Inghilterra. Hanno la loro grande occasione. Devono vincere quest'anno o dovranno aspettare parecchio prima di tornare a coltivare grandi ambizioni.

Il Belgio appunto; squadra giovane e talentuosa. Malino ieri contro l'Algeria. Faticavano a trovarsi, ma sono bravi, ben messi in campo e faranno bene. Sono all'inizio di un ciclo. Non arriveranno lontano quest'anno, ma avranno tutto il tempo per preparare al meglio Russia 2018.

Fortaleza, Estadio Castelao
Guillermo Ochoa para davanti a un incredulo Thiago Silva
Un'ultima annotazione su Francisco Guillermo Ochoa, svincolato classe 1985 e da ieri eroe nazionale messicano. Giova riflettere sulla sua prestazione e al contempo su quella, meno fortunata, di Igor Akinfeev, portiere e capitano dello Spartak Mosca. Il primo non lo conosceva nemmeno il signor Panini, il secondo è un onestissimo calciatore con una carriera di tutto rispetto. Da ieri Ochoa tornerà a essere quello che deve parare e se non lo fa avrà fatto male il suo lavoro. Akinfeev sarà per sempre quello della papera al mondiale (ricordate Robert Green? Dalla Nazionale alla serie B inglese senza nemmeno passare dal via e tutto questo per la paperona gigantesca che costò il pareggio contro gli USA all'unidici di Capello). Ho già scritto altre volte sul tema, ma voglio tornarci brevemente; il portiere non è semplicemente un ruolo. Ho scritto, forse esagerando, che è un concetto metafisico della realtà. A ben pensarci però è proprio così. Quando fai bene il tuo lavoro hai sempre fatto il tuo dovere, ma se sbagli tutti sono pronti a darti addosso. Quando parli con qualcuno puoi fargli dieci complimenti, ma si ricorderà sempre e solo dell'unica critica che gli hai mosso. Per il portiere, e solo per il portiere, è così.

Oggi Vittorio Zucconi ha scritto un bel post sulla figura dei due estremi di Messico e Russia. Ne condivido appieno il senso e quindi rimando a quell'articolo [vedi].

Cibali

15 giugno 2014

Arjen Van Campbell

Alla vigilia del "Mondiale dei Mondiali" avevo il sentore che avremmo visto partite bellissime. La Dea del calcio ci sta facendo vedere meraviglie e mostruosità in quantità industriale, il gol di Van Persie e l'arbitraggio del signor Nishimura da Tokyo; l'organizzazione europea del Costa Rica e il commento di mamma Rai; Teofilo Gutierrez e la classe degli eterni ripetenti del maestro Tabarez. Insomma, un canestro eterogeneo di bellezza e frustrazione tipico di questo straordinario appuntamento quadriennale che tiene incollati davanti al video milioni e milioni di esseri umani a tutte le latitudini e di tutte le estrazioni sociali. Anche per questo ribadiamo convinti la nostra fede a Eupalla.

Dopo otto gare urge dunque un primo bilancio. Il Brasile conferma quanto era nell'aria: squadra legnosa, lenta, con un attacco sterile, una difesa ottima, due esterni che amano poco difendere e un centrocampo che desta più di una perplessità. Neymar è bravo, ma rappresenta il tipo di giocatore che non mi fa innamorare anzi, mi irrita e ho la sensazione che sia più dannoso che utile alla sua nazionale. Comunque senza l'aiutone dell'arbitro il Brasile non avrebbe mai vinto contro i Croati.

La furbata di Fred
Ma avanzerà crescendo e la vittoria nella prima partita è un trampolino di lancio di non poco conto. Bene appunto la Croazia del diabolico Kovac, una carriera fra Germania e Austria e tanto talento in panchina. Peccato per l'errore arbitrale, avrebbe meritato un esordio meno "pilotato".

Benino il Messico, squadra tosta e ben organizzata, ma troppo autarchica. Avendo un campionato che non lesina ingaggi importanti, i Messicani hanno poca esperienza internazionale per essere pronti ad appuntamenti come il mondiale. Personalmente apprezzo molto Guardado, difensore ventisettenne del Bayer Leverkusen, giocatore che farebbe comodo anche a qualche club nostrano. Che dire del Camerun? Squadra tatticamente involuta e carica dei difetti delle squadre africane che, di fatto, li hanno in gran parte eliminati. Il Camerun ha talento (meno di quattro anni fa), ma è una somma di individualità e sono troppo irruenti, oltreché Eto'o dipendenti.

La manita dell'Olanda ai danni della Spagna lascia sbalorditi e lascia sbalorditi soprattutto la forma ritrovata di Van Persie, giocatore fenomenale che, dopo una stagione di alti e bassi come tutto il Manchester d'altra parte, sembra esploso al mondiale. Speriamo, per lui e per noi, che sia così. Robben è semplicemente di un altro pianeta se lasciato libero da vincoli tattici. Sembra il Donadoni di sacchiana memoria, anche se a piedi invertiti: fa sempre la stessa cosa, tutti lo sanno, ma nessuno riesce a fermarlo. La Spagna ha avuto anche sfortuna; Silva si è mangiato l'occasione per ribaltare l'inerzia della partita e Casillas conferma quanto anche i sassi sanno: il portiere non è un ruolo, è un concetto metafisico della realtà. Se per due stagioni consecutive ne metti in discussione l'affidabilità, alla fine lo stronchi. E così è stato. Uno dei migliori portieri del mondo costretto a fare la riserva di Diego Lopez, pazzesco. Anche questo è un merito ascrivibile al genio calcistico di Mourinho. Complimenti.

Iker Casillas sconsolato dopo il brutto errore contro l'Olanda
Bene il Cile dello straordinario Jorge Sampaoli, il cui show in panchina vale il prezzo del biglietto. Bravo e fortunato, ha una rosa all'altezza e non ha sbagliato la prima, anche se l'Australia non è stata lo sparring partner che mi aspettavo.

Non mi convince la Colombia. Giocano troppo di tacco e sono poco cattivi, ma il talento non gli manca. Voglio vederli giocare contro una squadra vera. La Grecia, purtroppo, non lo è. Male il Giappone, ma solo per il risultato. Sono ancora convinto che possano sorprendere.

Il Costa Rica invece sarà una brutta gatta da pelare per tutti e i primi a dovercene convincere siamo noi. Ieri la partita contro l'Uruguay è stata fantastica. Una squadra vera, compatta, con le due linee difesa-centrocampo vicine e perfettamente in armonia sia quando avevano la palla sia quando dovevano difendere. Corrono come matti dall'inizio alla fine. Campbell è un fenomeno, ma ne avevamo avuto il sospetto vedendolo giocare nell'Olympikos e comunque se l'Asernal ti mette sotto contratto prima ancora che tu compia i vent'anni un motivo deve esserci. Sinistro portentoso e straordinaria intelligenza calcistica. Il ragazzo di San Jose è un predestinato. Più del gol mi ha impressionato l'assist a Urena; davvero bellissimo. Da tener d'occhio Oscar Duarte, difensore del Brugge. Un '89 molto interessante.

14 giugno 2014, Estadio Castelao
Urena batte in uscita un incerto Muslera
Malissimo l'Uruguay. Hanno giocato sotto ritmo dall'inizio lasciando al solo Cavani l'onere delle ripartenze. Se hai Lugano e, soprattutto, Godin come centrali dovresti spiegare al mondo perché metti due medianacci come Arevalo Rios e l'inguadrabile Gargano davanti alla difesa. Chi imposta l'azione? Pereyra? Vedremo se e quando potranno schierare Suarez. Senza mi pare siano allo sbando.

Cibali

13 giugno 2014

Non è stato un brutto Brasile ...

Il centravanti del Brasile perde l'equilibrio
tra l'indignazione dei croati
Cartões Postais do Brasil 2014

Non è stato un brutto Brasile, il match d'esordio è sempre un'incognita, non si sa come le gambe possano girare, se si perde è un guaio e se si pareggia anche, la critica è lì pronta a saltarti addosso, la gente ad assordarti con bordate di fischi eccetera eccetera. Non è stato un brutto Brasile, quello che ha battuto la Croazia nella partita (di un giorno senza altre partite, e non è un vantaggio da poco avere comunque almeno un giorno in più di riposo rispetto a tutti gli altri) che ha battezzato la Coppa del mondo: è stato un Brasile bruttissimo. Direi orrendo. Inguardabile. E perciò decisamente improbabile. Inutile sprecarsi in "beh, se questo è il Brasile ...", soprattutto da parte di chi palpita e soffre per altri XI teoricamente maldestinati. Non ci si deve illudere o deprimere, il Brasile migliorerà tantissimo, e più si entrerà nel vivo del torneo meglio giocherà, perché vedremo magari entrare in squadra gente tecnicamente migliore (e più agile e veloce) di Hulk e di Fred o più in forma di Paulinho, la palla circolerà più svelta, alla paralisi agonistica subentrerà l'entusiasmo, Thiago Silva lascerà l'emozione negli spogliatoi e terrà gli occhi aperti, e soprattutto gli arbitri non dovranno sempre dirigere 'politicamente', orientando partita e risultato come ha fatto Nishimura. Scolari e Parreira non sono due stupidi, hanno certamente capito l'antifona e cucineranno qualcosa di più commestibile per i voyeurs. Ripartiranno da Neymar. Il quale, fosse stato un giocatore della Croazia, probabilmente avrebbe già bruciato mezzo mondiale. Gomitata senza rosso per lui, ma poi dimostrazione di grande personalità. La leadership tecnica nella Seleçao è sua; deve poter dialogare, tuttavia, con gente di pensiero più svelto e piedi meno insensibili. Una soluzione si troverà.

Mans