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11 maggio 2017

Elogio della calma

Fettine di Coppa: semifinali (ritorno)

In mezzo a tante differenze c'è una cosa che rende simili i due finalisti di Cardiff, Coppa Campioni 2017. I percorsi sono diametralmente opposti: il toscano, in coerenza con una carriera da trequartista periferico, ha accumulato una lunga gavetta formativa in provincia, comprensiva persino di un esonero a Grosseto, per mano del presidente Camilli, categoria vulcanici dall'esonero facile, modello Zamparini; Zizou, meraviglioso dieci moderno, 'elefante con passi da ballerina' (Jorge Valdano), ha saltato la gavetta a piè pari, catapultato da Florentino Perez direttamente sulla panchina del club di massimo prestigio al mondo, dopo un breve apprendistato. 

Ciò che accomuna questi due ragazzi magri, elegantemente strizzati in completi molto slim, è la calma, la gestione serena dei momenti più caldi delle partite; la maniera in cui il Real è riemerso dall'apnea dei primi selvaggi minuti nel morituro Vicente Calderòn è il frutto diretto dell'approccio del suo allenatore, consapevole di allenare dei fenomeni, a cui spiega semplicemente che la tecnica alla fine prevarrà; l'Atletico si ritrae, il Real ricomincia a far girare palla come niente fosse, Benzema e Isco si limitano a sigillare l'inevitabile. 



Allegri viaggia a pochi passi dalla leggenda di un triplete con un ineffabile sorriso sul volto: sembra non avere troppa fretta di chiudere l'ordinaria amministrazione in patria, forse per non frapporre troppe settimane prive di agonismo tra qui e la notte gallese; al triplice fischio contro il Monaco sorride, di nuovo, ed imbocca velocemente il tunnel degli spogliatoi, quasi a spargere normalità su un risultato che proprio normale non è: due finali in tre anni, in una fase di estrema periferia del calcio italiano, fatturato alle stelle. 

Dopo gli stenti infiniti e i milioni dilapidati per agguantare la decima coppa merengue, Zizou con la nonchalance dei predestinati ha portato a casa l'undicesima, e va a Cardiff per la seconda di fila, un risultato gigantesco mai più raggiunto dai fasti sacchiani del Milan. Sta vincendo la Liga, ed è uscito dalla leggendaria notte in cui Messi morse la giugulare del Bernabéu senza agitarsi più di tanto, senza subirne alcun trauma.



Allegri è passato indenne tra i sassi lanciati da tifosi frettolosi sul Suv che lo accompagnava a Vinovo nell'estate del 2014, quando Conte abbandonò la Juve, o viceversa, perché non accondiscendere alle sue rischieste equivalse a mostrargli l'uscio: nacque la celebre metafora del “ristorante”, che gli si è ritorta contro assurgendo a gag da cabaret radiofonico. Allegri ha sfruttato e corretto il lavoro del predecessore, e lo ha superato in tutto: trofei, percorso europeo, soldi incamerati. Zizou subentrò a Benitez, che pensava di dover rivoluzionare il Real, di imporre l'alchimia tattica dove la tecnica riluce di assoluta autarchia e va solamente incanalata, assecondata. 

Zizou ed Allegri sono allenatori fortunati, raddrizzano spesso qualche risultato negli ultimi minuti, quando tutto conta maledettamente di più: non urlano lungo la linea laterale, difficilmente un quarto uomo si sforzerà di ricondurli nel loro recinto, gli occhi restano ben saldi nelle orbite, nelle loro conferenze stampa non si adombrano nemici da distruggere, non si denunciano complotti da sventare, non si rivendicano risultati epici. Sono calmi, anche nel campo del futile: accettano placidamente il diradarsi delle chiome, ben lontani dagli egotici che si reinfoltiscono artificialmente, o che passano senza sosta da una testa imbrillantinata all'indietro ad un casco di stampo vagamente afro. A Cardiff sorrideranno entrambi, potete esserne certi: uno dei due un po' di più.

Dejan

24 agosto 2015

Stecche inattese e assortite broccaggini

Cartoline di stagione: 4° turno 2015-16

Quando i campionati iniziano, di solito accadono cose strane. Servono a illudere che possano esserci cambiamenti, ribaltamenti, inversioni di tendenza. Prendete la Liga. Il circo dei gol, delle partite con risultati tennistici, dei pedatori extraterrestri. Ecco, al netto di Granada-Eibar, che si gioca stasera, otto gol in nove partite. Tirchioni, come da noi negli anni Sessanta e Settanta. Guardate Real e Barça, due macchine infernali che a fine torneo sommano di regola più di duecento timbri: ieri, in due, una sola volta a rete. Messi ha persino ciccato un rigore, il che l'ha depresso anzichenò.

Lo specchio di porta sarà interamente coperto
quando Thibaud Courtois avrà completato la sua distensione
Ma sì, siamo solo alle prime battute. Presto, tutto si rimetterà a posto, anche il Real col nuovo modulo tipico di Benitez (ma dove giocherà James? Intanto, alla prima era in panca; e dove giocherà Kovacic? Ha fatto gli ultimi venti minuti di partita, a Gijon, e ha ricominciato da dove aveva finito all'Inter: misterioso e inconsistente). Siamo alle prime battute dappertutto, e così per esempio anche Chelsea e Bayern hanno faticato a vincere le loro gare esterne, sulla carta facilissime. Ma entrambe si sono trovate all'improvviso in dieci, in situazioni di parità, con un avversario sul dischetto del rigore. Le lunghe leve di Courtois e la mole intimidatoria di Neuer sortiscono però quel che devono sortire, e poi ci pensano i top-player. Sfortuna e ovvia broccaggine impediscono a WBA e Hoffenheim di raccogliere punti. 

Sguardi esterefatti
"Tocca a me distribuire il gioco?
Oh santa Madonna di Campagna!"
Siamo alle prime battute, ma che la Juve potesse steccare il vernissage nella cornice come sempre entusiasta dello Stadium è evento su cui nessuno avrebbe scommesso. Il pre-campionato, del resto, era parso anonimo, e anche la scampagnata in Cina aveva soddisfatto solo quelli che dormono con l'albo d'oro sotto il cuscino. Ieri pomeriggio, all'anzidetto Stadium, l'allenatore ha iniziato a mostrare quelle capacità che gente dominante (in campo e - si presume - nello spogliatoio) come Pirlo, Tevez e persino Vidal avevano abilmente occultato nella scorsa stagione. Come una grande star, ha provato il colpo a effetto, la trovata geniale: Padoin in cabina di regia. Da Pirlo a Padoin il passo è così lungo da non potersi nemmeno misurare; è vero che Marchisio (il 'successore' designato, con caratteristiche dinamiche che ad Allegri piacciono di più) è fuori, che è fuori anche Khedira (come sempre, da un paio d'anni), ma davvero la scelta tattica è di quelle che lasciano prima a bocca aperta, poi a bocca storta. Così, dopo un primo tempo d'attesa friulana e di vano ruminìo bianconero, nel secondo Colantuono libera i suoi: pressing alto e contropiede veloce. Che sia finita solo uno a zero per loro - in quelle condizioni tattiche e tecniche - è persino strano.

Come un aereo che in volo ...
Rodrigo Ely travolge Kalinić 
e si becca il secondo giallo in  mezz'ora
Siamo alle prime battute, ma su certi campi sembrava di essere ancora nella stagione finita da un po'. Al Meazza, per esempio, ma anche al Franchi. Che dire di Inter e Milan? Senza la superiorità numerica negli ultimi venti minuti i bauscia non avrebbero mai trovato la via del gol (c'è voluta una giocata estemporanea e di alta classe del montenegrino), e non hanno palesato miglioramenti di gioco, Kondo è un oggetto abbastanza misterioso, Icardi viene rischiato e perso a inizio partita. I cacciaviti sono parsi indeboliti nel loro punto già debole, e cioè nell'assetto difensivo. Ripetutamente bucati dalle verticalizzazioni dei viola. Inadeguati, insomma. Qualcuno potrebbe spiegare perché Rodrigo Ely - alti e bassi, cartellini gialli e rossi a gogò nell'Avellino, in Serie B - deve giocare titolare quest'anno nel Milan? Per non dire della cosiddetta 'zona nevralgica', il centrocampo, là dove si dovrebbe badare a distruggere preventivamente il gioco altrui (De Jong è in questo uno specialista) ma soprattutto a crearlo: buio assoluto, e nessuna soluzione all'orizzonte. Come Allegri, anche Sinisa ha toppato la prima. Tra due turni, dopo la sosta, ci sarà già il derby. L'Inter ci arriverà (atteso alla seconda dal Carpi, che purtroppo ha già prenotato la parte della squadra-materasso o della banda del buco - luoghi comuni tra cui scegliere) con un'altra mezza dozzina di giocatori in rosa ma presumibilmente a punteggio pieno, e il Milan sarà costretto a vincerlo. Non dovesse farcela, dovrà subito trovare il modo di emergere dalle sabbie mobili, aggrappandosi a qualcuno degli eterni ritorni (e ricordi) cui Galliani non smette mai di pensare.

Mans

15 maggio 2015

Il Gestore e i santoni scornacchiati

Fettine di coppa: ritorno delle semifinali (CL e EL)

Uno parla parla, e chissà se lo ascoltano davvero.
L'altro perde pixel e ha il sopracciglio abbassato
"Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Niccolai in mondovisione”, disse un giorno Manlio Scopigno quando seppe che il suo leggendario stopper sarebbe volato in Messico con la nazionale italiana per giocarvi la Coppa del mondo. Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Allegri arrivare a una finale di Champions League, pensavo l'altra sera, al triplice fischio di Real-Juventus. Già. Mentre Carletto chiude il suo biennio a Madrid tra i fischi e i fazzoletti del Bernabéu, Maximilano vede proiettata la propria carriera in una dimensione superiore (e di parecchio) a quella che si riteneva possibile per lui. "La Juve di Madrid ha incarnato diverse epoche del pallone italico. Resistente e chiusa come nei bunker trapattoniani degli anni Settanta, rapida e cinica come nei ruggenti Ottanta e insieme moderna nei cambi di modulo (difesa prima a 4, poi a 5, con trequartista e senza) secondo i dettami di Allegri, arrivato davvero oltre Conte e di parecchio. Mentre l'assatanato Antonio era tutto pancia e istinto, talvolta scomposto, il suo successore ha insegnato alla squadra a ragionare, a non avere fretta e a cambiarsi d'abito come Arturo Brachetti, mica per niente un torinese. E la Juve trasformista è davvero una grande maestra di arte varia" (Maurizio Crosetti, La Repubblica: vedi). Sarà. Qui a Milano lo abbiamo visto per anni al lavoro, e continuiamo ad essere scettici. Ora, saggiamente scelto dalla dirigenza juventina dopo l'addio di Conte, ha gestito, amministrato pragmaticamente un undici che non aveva certo bisogno di imparare a stare diversamente in campo; un gruppo bisognoso di relax agonistico, di 'conservazione' e non di 'rivoluzione'. Gente che domina la Serie A giocando la maggior parte delle partite in totale souplesse. Del resto, Allegri ha mostrato difficoltà palesi quando ha dovuto costruire (al Milan, nel secondo e nel terzo anno), meno quando ha potuto gestire (sempre al Milan, il primo anno). Sta applicando alla Juve più o meno lo stesso metodo che adoperò Fabio Capello subentrando a Sacchi sulla panca rossonera. Con intelligenza e furbizia mediatica, non c'è alcun dubbio. Tra gli allenatori, vi è chi ama seminare, chi preferisce specializzarsi nel raccogliere risultati, chi riesce a combinare le due fasi: Allegri sembra ben avviato a essere un campione del secondo tipo.

E comunque sia, va tributato un grande applauso alla Juventus e ai suoi campioni. Grandissimi e grandi e ai loro ultimi giri, come Buffon e Pirlo, Tevez ed Evra; quelli che grandissimi e grandi certamente saranno, come Pogba e Morata, destinati o meno a vivere in bianconero la loro crescita calcistica; e quelli di valore medio-alto (Marchisio, Vidal) e medio (Chiellini, Bonucci, Lichtsteiner). Ci hanno regalato la prospettiva di una serata impreventivabile; una finale, a Berlino, e contro il Barça, er mejo fico der bigonzo. Già sento i giornalisti-opinionisti-ultras antijuventini blaterare sull'esito tennistico della sfida. Mah. Se i catalani ci arriveranno dopo aver coltivato sicumera di vittoria e pensando di dover usare il pallottoliere, faranno la stessa fine del dream team di Cruijff, nel '94, ad Atene. Chi ha buona memoria, sa come andò.

La tenuta da gioco ricorda parecchio quella indossata dall'Italia
nella semifinale mondiale del 2006 [rivedi]

Dunque e in definitiva, le semifinali delle due coppe hanno assai ridimensionato il ruolo taumaturgico di certi allenatori, vincenti per definizione, visionari per vocazione, specialisti di coppa per tradizione. Si è visto il Pep - privo della classe di Robben e Ribery nonché della devastante potenza di Alaba - capace di fare solo un po' di solletico ai suoi ex allievi - sì, ha vinto all'Allianz, ma partendo da un complessivo uno a cinque, quando i catalani hanno iniziato a pensare ad altro attendendo il novantesimo. E Carletto - cui Perez ha sottratto Alonso e Di Maria per far cassa, spendendo i ricavi per James Rodriguez -, senza centrocampisti di ruolo, senza mediani e uno straccio di interditore, e soprattutto senza il signor Modric (un fuoriclasse) a dettare il ritmo, non ha estratto dal cilindro alcun coniglio a sorpresa. Nudo alla meta, Gareth Bale ha mostrato limiti tecnici inaccettabili per uno valutato cento milioni di euro nel folle mercato di questi tempi. E Benitez? Benitez è specializzato nel toppare i primi tempi, rattoppandoli nei secondi (esempio fulgido: la finale di Istanbul); ma nel pantano di Kiev i ronzinoni del Dnipro hanno praticato un calcio di totale ostruzione cui lui (Benitez) non ha trovato rimedi. Si è salvato, dunque, il solo Emery. Ma è stato molto aiutato dalla Viola, che in due partite ha buttato nella spazzatura una quantità impressionante di palloni da gol.

Così, alla fine, avremo le due finali meno pronosticate. Del resto, stiamo parlando di football, e  proprio questo è il suo bello.

Mans