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2 novembre 2017

Le mezzore del Napoli

Fettine di coppa: CL 2017-18 (quarto turno)

La prima fase della cèmpions volge al termine, alcune squadre sono già matematicamente (City, Tottenham, PSG, Bayern) o virtualmente (Barça e Besiktas) agli ottavi, alcune conseguiranno sicuramente il passaggio nel prossimo turno (UTD) o all'ultima occasione utile (Juventus e Roma fra le altre). Il ritorno delle inglesi (con qualche riserva per quel che riguarda il Chelsea) è prepotente, il calo delle spagnole (per ora, considerando anche l'EL) sorprendente, le italiane vanno abbastanza bene. 

Il Real dove non era mai stato, cioè a Wembley:
Dele Alli fa gli onori di casa
Le giornate centrali del girone (la terza e la quarta) offrono una serie di potenziali sedicesimi, talvolta tra le più forti dei campionatini. Ci sarebbero stati risultati interessanti: per esempio, gli Spurs avrebbero cacciato dalla competizione i detentori, la Roma avrebbe eliminato il Chelsea ma il City sarebbe andato avanti buttando fuori il Napoli, la Juve si sarebbe liberata dei rognosi portoghesi dello Sporting, e anche l'altro club di Lisbona sarebbe uscito, per mano di Mourinho. E non dimentichiamo l'impresa (virtuale) dello Spartak Mosca, virtualmente qualificato con un inaspettato e complessivo sei a tre sul Sevilla. Fuori anche il Monaco (semifinalista un anno fa, ma saccheggiato dai grandi club in estate), 'eliminato' dal Besiktas. Non a caso, queste sono state le partite migliori, le più ricche di emozioni. La coppa è questa: giochi prima a casa tua, poi a casa loro, e chi segna di più va avanti. La formula originaria, o quasi.

I professori vanno al convegno
Tutti i riflettori del mondo, per due settimane, puntati su Napoli e City. Anzi: su Sarri e Guardiola, Guardiola e Sarri. Il Pep un po' esagera. Lo ha fatto anche ieri sera, a fine gara. Ingigantisce l'impresa dei suoi, ingigantendo gli avversari. Conosce l'Italia, dispensa carezze. Sa che per i calciofili delle nostre parti il Napoli è un oggetto di culto, Sarri un alieno. Vede la classifica della Serie A, dove i partenopei primeggiano, studia le statistiche. C'è del vero: il Napoli offre uno spettacolo calcistico senza uguali in Italia, ha - da questo punto di vista - pochi concorrenti anche in Europa. Ma è un meccanismo molto delicato. Ieri sera ha offerto mezzora di trame strabilianti: poi è uscito Ghoulam, e l'edificio è crollato. L'inserimento di Maggio a destra, un disastro, lo spostamento di Hysaj a sinistra pure. La trama del film è improvvisamente cambiata. Si è - anzi - capovolta. L'inerzia del match ribaltata. Sostanzialmente in nove contro undici, i partenopei si sono aggrappati all'orgoglio e alla bombola di ossigeno: non è stato sufficiente, com'è ovvio.

Sì, ma quella mezzora. La stessa mezzora di giramento di testa sofferta dal Real, per dire. Ma Real e City, nelle loro 'mezzore', travolgono gli avversari. Li stendono senza rimedio. Le mezzore del Napoli producono poco, consumano energie e tengono gli avversari in partita. E quando i palloni iniziano a spiovere nell'area di Reina, quando il pressing cala e la geografia del gioco si sposta nella metà campo difensiva del Napoli, gli squadroni come City e Real raddrizzano le partite e le portano a casa. Del resto, se quelle mezzore durassero il triplo, il Napoli non conoscerebbe rivali. Non gli servirebbero campioni di più grande spessore rispetto a quelli che ha: a patto che ci siano sempre quegli undici lì, i supertitolari, quelli che hanno ormai introiettato lo spartito, quelli che potrebbero giocare bendati. Fosse possibile (e non lo è) saremmo di fronte a un'esperienza di calcio inedita e soprattutto vincente. Purtroppo il Napoli di Sarri non ha ancora 'vinto'. Lotterà, si spera, per riprendersi un titolo italiano e mettere fine al dominio juventino. Ma bisogna fare gli scongiuri e 'pregare' per la salute degli undici (non uno di più, non uno di meno) che compongono l'orchestra.

Altrimenti, la Juventus spunterà ancora solitaria sul rettilineo finale. E la Juventus andrà avanti anche nella cèmpions. Raddrizza partite stortissime, come a Lisbona. Gioca male perché non ha uno spartito ma solo un canovaccio, gioca un calcio di posizione e di duetti, il massimo che Allegri sappia chiedere ai suoi è il cosiddetto 'equilibrio', del resto Allegri è uno che di calcio non parla mai, non si capisce bene come la pensi. Ma i giocatori sono forti, più forti di quelli che hanno studiato alla scuola di Sarri. E non c'è nella Juventus un Ghoulam del quale l'uscita dal campo costituisca un dramma.

Mans

14 aprile 2016

La legge del Calderón

Fettine di Coppa: quarti di finale (ritorno)

L'hanno fatto ancora, dunque. Per la seconda volta in tre anni, i Colchoneros hanno chiuso le porte della Champions in faccia al Barça già entro la metà del mese di aprile. L'hanno fatto ancora, e dunque non è più una sorpresa. Che sarebbe accaduto, d'altra parte, parevano sicuri i 60.000 del Vicente Calderon, allestito per una serata di festa e ubriaco di birra e di gioia già al calcio d'inizio.

Colchoneros festanti

Cosa frullasse nella testa dei catalani si è capito subito. Hanno affrontato la partita con il piglio intimorito dell'undici che deve trovare il modo di sfangarla. E qual è il modo più congeniale per loro? Ovvio, il possesso palla. Infinite reti di passaggi orizzontali, anche a disegnare archi tra le due fasce, purché la metà campo non venisse superata. Potendo, avrebbero portato la loro esibizione di arido palleggio fuori dallo stadio, allontanandosi dal match lungo la riva del Manzanarre, sparendo nel tunnel delle semifinali per inerzia, perché il pallone era loro e non lo mollavano mai. Di fronte a questo atteggiamento, Simeone ha mostrato tutta la sua ormai raffinata (nonostante le apparenze) ed esperta sapienza. Non ha lanciato i suoi all'immediato arrembaggio; non li ha preparati per pressare sistematicamente i palleggiatori dell'ultima linea; ha scelto i momenti, un occhio al cronometro e uno al serbatoio. Nella prima mezzora, quelli dell'Atlético hanno aggredito due o tre volte, e la terza sortita li ha portati al vantaggio. La difesa barcellonista, di questi tempi, è uno scempio: per uccellarla facilmente, bastava solamente avere pazienza, aspettare, cogliere l'attimo.

Apprezzabile la ferrea marcatura cui è sottoposto Griezmann
in occasione del primo gol

Schiodato il tabellino, iniziava la fase due programmata dal Cholo. Defensa y contragolpe, da taccuino. Pochi rischi veri ha corso Oblak, a dire il vero. Nitide occasioni per i blaugrana, su azione, nessuna. L'unica, oltre il 90°, per una punizione dal limite (doveva essere un rigore, ma Rizzoli ha compensato i padroni di casa, cui l'aveva negato verso la fine del primo tempo). Dalla piastrella prediletta di Neymar ha tirato (per puro egoismo) Messi. Malissimo. Lo stadio era silenzioso, finalmente. Un silenzio di religiosa meditazione. La paura genera fischi; quel silenzio esprimeva una preghiera. Chiedeva giustizia, e l'ha ottenuta.

Morale della favola: in 180 minuti, il Barca ha fatto gol solo quando ha potuto giocare in superiorità numerica. Ha giocato con questo vantaggio per un'ora a Camp Nou. In parità numerica, l'Atléti ha evidenziato una nettissima superiorità tattica e dinamica oltre che mentale. Non ha meritato di passare: ha strameritato.

Il resto dei quarti, nel match di ritorno, ha detto poco. Sì, il City è andato oltre i propri apparenti limiti, superando il PSG. La stampa transalpina ha strapazzato Blanc e le sue scelte di modulo, ma onestamente nelle due partite, appena il ritmo si è alzato (facendosi ritmo da Premier League), i Citizens andavano a velocità doppia.

A Real e Bayern l'urna aveva assegnato avversari di categoria parecchio inferiore, Benfica e Wolfsburgo. I bavaresi se la sono cavata meglio, tutto sommato, ma senza incanti di gioco e rombi di goleade. A Madrid si celebra Cristiano e la sua tripletta, nella quale si è risolta un'attesa (e scontata) remuntada. Certo, non sono stati gol di bellezza particolare. Fortunosi la loro parte il primo e il terzo, mentre il secondo ... Beh, il secondo ha certificato la modestia assoluta, prossima alla dabbenaggine, della difesa tedesca. Cristiano che ha tutto il tempo e lo spazio per un terzo tempo e una zuccata chirurgica, nel pieno dell'area di rigore, libero e incustodito. Su calcio d'angolo. C'è altro da dire?

7 aprile 2016

Il ronzino imbizzarrito e la cacciata del figliol prodigo

Fettine di Coppa: quarti di finale (andata)

Hart si butta dalla parte sbagliata
e para il rigore perché ha abboccato alla finta
Mercoledì sera, Parc des Princes. David Luiz ci impiega meno di un minuto a riscuotere un cartellino. Poi sgraffigna un penalty. Poi mostra a qualche miliardo di telespettatori come non si deve muovere un difensore sul contropiede avversario. PSG - City è tutta nelle nefandezze dispensate a piene mani da campioni e ronzini, e nella categoria dei ronzini il brasiliano svetta da autentico, bizzarro fuoriclasse. Ibra alterna errori banali a colpi geniali, Aguero è in serata astratta, Di Maria gira a vuoto, Hart resta il peggior portiere del mondo anche se para alla grande il suddetto rigore calciato da Ibra. Thiago Motta - uno che il pubblico contesta spesso e volentieri perché vecchio e lento, ancorché di fosforo assai guarnito - estrae dal cilindro una verticalizzazione del tutto simile a quella con cui un secolo fa Rui Costa spedì Sheva in porta a San Siro contro il Real. Ibra raccoglie e smaltisce in curva: troppo facile, forse. Alla fine della roulette russa, il tabellone si spegne registrando un sacrosanto pareggio. Può essere che i Citizens non siano entusiasti dell'arrivo di Guardiola, come non lo erano tre anni fa quelli del Bayern: e dunque, per dispetto o per antipatia, magari alzeranno la coppa, come fecero i bavaresi innamorati di Heynckes. 

Mercoledì sera, Volkswagen Arena. Competizione strana. Qui il Madrid - reduce dalla fastosa presa di Camp Nou - ha rimediato una figuraccia impronosticabile. Ora i media drogheranno la squadra, c'è la possibilità di un'altra storica remuntada: per loro, quella tedesca è terra di frequenti disfatte poi rimediate (di regola, ma con qualche eccezione) al Bernabéu. Dove però gli aficionados si recheranno muniti di moltissimi fazzoletti bianchi. Non si sa mai. Povero Zizou.

"Sono le regole di Camp Nou, Fernando.
Gli spogliatoi sono da quella parte"
Martedì sera, Camp Nou. Pareva segnata, l'ha notato anche Righetto Sacchi. Il disegno della partita messo giù dal Cholo aveva preso vita in campo, e subito l'inatteso figliol prodigo (ed ex ragazzo-prodigio) s'era fiondato tra i metri (troppi) che distanziavano Mascherano da Piquet, esplodendo un destro in corsa che bucava le gambe di Ter Stegen. Il meno strombazzato dei protagonisti era il simbolo quasi scomparso di un'epopea ancora recente dei Colchoneros; dopo il gol un eccesso di adrenalina lo portava a compiere un paio di sciocchezze che il regolamento di Camp Nou non consentiva all'arbitro di ignorare: giallo più giallo uguale Atletico in dieci per un'ora, puro ossigeno per un Barça molle e impreciso, statico e prevedibile, in una delle sue peggiori edizioni degli ultimi tempi. I vecchi filibustieri hanno retto per un po', assemblando una collezione di gialli da record; hanno ancora sprecato un paio di buone situazioni, ma poi hanno preso atto d'essere destinati all'eroica fine di un manipolo accerchiato e sfibrato, arretrando sempre più vicino all'area, poi inevitabilmente  dentro il perimetro dell'area di rigore. E nei sedici metri riceveva palloni sui piedi e da fermo Neymar, funambolico e impreciso, mentre Suarez preparava i suoi agguati; sarà lui a colpire. Messi girava al largo, vuoi per trovare spazi e ispirazione, vuoi per tenere al coperto caviglie e garretti. Ha anche dispensato errori di tocco inusuali: serata di luna storta per lui, forse condizionata da preoccupati pensieri, cosa che ormai non di rado gli capita. Finisce dunque con l'inerziale benché misurata rimonta blaugrana, ma tra otto giorni al Calderon tirerà una brutta aria. La sfida è tutt'altro che chiusa.

Martedì sera, Allianz Arena. La serata dei rimpianti. Quelli juventini. Un solo gol, di un ex-juventino. Nient'altro. E nulla che giri bene al Benfica, come da ormai lontana tradizione. Il Pep porterà i suoi in semifinale - è davvero probabile. Mai come quest'anno, tuttavia, c'erano le condizioni perché la coppa tornasse in Italia. Le grandissime d'Europa vivono una stagione - se non propriamente grigia -abbastanza declinante, un varco si era aperto e alla Juve bastava tenere a bada per un paio di minuti ancora il sordido richiamo della sconfitta. E risvegliarsi temuta e potenziale padrona.

1 ottobre 2015

Gli staffettisti giallorossi e l'ingordigia di Lara Croft

Fettine di Coppa: fase a gironi (2° turno)

Come già il primo, anche il secondo turno dei campionatini di CL è stato discretamente godibile. Il divertimento, del resto, è proporzionale all'incertezza delle partite - e sono state quasi tutte incerte, alcune ribaltate, altre quasi -, e di conseguenza a quella delle classifiche nei singoli gironi. Vi sono club che avevano prenotato o quasi un posto negli ottavi già prima di iniziare a giocare, e che ora dovranno sudare per conquistarlo.

I colori delle maglie del City e del Borussia
sono l'unica nota stonata di una bella partita

Le inglesi, per esempio. Tutte. Ieri - dopo il bagno di martedì - si sono salvate, sul filo di lana e rischiando l'osso del collo. E' un tema, è un tema attuale, è un trend, se continuerà occorreranno approfondite analisi da parte degli osservatori d'Oltremanica. Per ora, rileviamo solo come quel che spendono sul mercato le due di Manchester (soprattutto i Citizens: 135 mln di saldo negativo; solo 32 lo United) sia sufficiente per tenerle al vertice in Premier; non in Europa. Club di blasone minore sono in grado di tener loro agevolmente testa. Lo stesso vale anche per l'Arsenal, tendenzialmente meno 'spendaccione' (14 mln di saldo, negativo s'intende). Un XI esperto come quello dell'Olympiakos, dominante da anni nel campionato greco, sempre presente nella fase a gironi di CL, può tranquillamente pensare di fare la voce grossa all'Emirates e portare a casa i tre punti. Quanto al Chelsea (meno 23 mln sul mercato), un conto è giocare contro i cestisti del Maccabi, un altro vedersela con il Porto ...

Delle nostre, convincente e autorevole la Juve. Restituita al modulo-Conte - cioè al suo autentico imprinting epocale -, recupera Khedira e domina il Siviglia. Allegri farebbe bene a lasciare le cose come sono state per anni, non sarà lui a poter dare un'impronta alla squadra. Solo se non tocca nulla, le cose possono andare ancora bene per Nostra Signora. Se invece pretende di innovare, se vuole convincersi (e convincere) d'aver delle idee, di possedere un 'pensiero' calcistico, rischia la panca e quella credibilità che si è guadagnata negli anni senza meriti particolari. L'abbiamo già detto e (del resto) lo dicono tutti: Pirlo e Tevez non sono clonabili, ma Khedira (se sta bene) vale almeno quanto Vidal, e i nuovi (a iniziare da Dybala) sono bravi. Morata può solo migliorare. Pogba è indecifrabile, ma pazienza. La Juventus può vivere un anno di transizione, ma ha basi tecniche solidissime e un futuro ragionevolmente sereno.

Non inquadrato, il quartetto composto da Gervinho, Iturbe,
Salah e forse Florenzi
La Roma, dal canto suo, non passa là dove anche Napoleone Bonaparte non riuscì a sfondare, ma il modo è stato scandaloso. I regali fatti al Bate nessuno li restituirà. I tre velocisti schierati davanti sembrano buoni per allestire (con un altro elemento) una bella staffetta 4x100, non per giocare assieme al gioco del calcio. Sicché la faccenda si complica maledettamente, e già da ora un posto negli ottavi pare un miraggio. Si spera almeno in una qaulificazione, con buona e conseguente raccolta di punti-ranking, in Europa League.


Altri spiccioli. In Svezia, CR7 ha raggiunto e superato Raul. Ormai tenere il conto dei suoi gol è abbastanza difficile. E lui è sempre più ingordo. Sempre più ossessionato, anzi. Alcuni primi piani di ieri, successivi a sue conclusioni abilmente sventate dal portiere degli svedesi, ne hanno rivelato dispetto, rabbia, insoddisfazione. La sua metamorfosi, nel corso del tempo, è stata strabiliante. Era un'ala - un attaccante esterno -, da giovane, ora è una macchina da gol. Eppure ... Eppure, se si confrontano i suoi sei anni all'UTD con i suoi sei al Real (dunque escludendo la stagione in corso) si nota una cosa. Cresce il suo palmarés di premi individuali, ma il bottino di squadra è tutto a favore dei Red Devils. A Manchester Lara Croft vinse (in sei anni) tre campionati, due coppe di lega, una FA Cup, una Champions e un mondiale per club; a Madrid un solo campionato, due coppe e una supercoppa di Spagna, una Champions e un mondiale per club. La forza 'storica' delle due squadre nei due cicli è certamente paragonabile. Cosicché, al servizio più di se stesso che della squadra non ha fatto vincere al Real più di quello che, probabilmente, avrebbe vinto anche senza di lui.

Alla prossima.

Mans

17 settembre 2015

Le lacrime di Albione

Fettine di Coppa: fase a gironi (1° turno)

Il povero Luke Shaw (UTD) al suo ennesimo, grave infortunio
Curioso martedì, nei pub di Manchester. Sciarpe rosse e sciarpe blu che scoloriscono in novanta minuti. Due beffarde sconfitte identiche nel punteggio e nell'andamento, due sconfitte subite in rimonta. Assai più grave quella dello United, anche se esterna, subita dalla squadra che ai Red Devils aveva ceduto il proprio miglior giocatore, il quale aveva peraltro aperto le marcature ed esultato, da buon ex privo di riconoscenza e compassione. Un grande gol. I tre punti lasciati a Eindhoven hanno se non altro - per noi guardoni - un pregio: rendere incerto e interessante il gruppo B. Quanto al City, siamo alle solite. Nella telecronaca esagitata (come sempre) veniva ripetutamente evocato il suo status di pretendente alla conquista della CL; del resto, la campagna di rafforzamento estiva è parsa sontuosa e alquanto costosa: De Bruyne (74 mln, in panca con la Juve, subentrato), Sterling (62.5 mln), Otamendi (44.6 mln, in panca con la Juve, subentrato), Delph (11.5 mln, in tribuna con la Juve). Quasi 200 milioni, ma la solfa in Europa è sempre la medesima, e anzi sempre più stonata. L'anno scorso pareggio interno con la Roma. Quest'anno nemmeno un pari, in un girone abbastanza complesso. Semmai - qualora riuscissero nell'impresa di arrivare terzi - potremmo ipotizzare per gli uomini di Pellegrini un lungo cammino primaverile in Europa League. 

Il mercato sponda UTD è stato meno oneroso: Martial (50 mln), Scheiderlin (35 mln), Depay (27.50 mln), Darmian (18 mln), e l'onusto Schweinsteiger (9 mln) - tolto il secondo, tutti in campo al Philips Stadion; spesa complessivamente bene ammortizzata dalle cessioni di Di Maria e del Chicharito (complessivamente 75 mln). Ne ricaviamo una certezza: le inglesi, con le tasche gonfie grazie ai faraonici introiti commerciali e televisivi, drogano il mercato. Pagano i giocatori somme che arrivano a tre volte il loro effettivo valore tecnico. 

Il rosso sventolato in faccia a Giroud
ha certo complicato la serata dei Gunners
Ieri, poi, anche l'Arsenal ha fatto una bella impresa: è la prima inglese capace di perdere a Zagabria, contro uno di quei club la cui principale occupazione è ormai fare cassa vendendo ogni anno i propri giovani talenti (o presunti tali). Una disfatta albionica senza precedenti è dunque scongiurata dal Chelsea, che si riscalda lo stomaco grazie al brodino servito dal Maccabi (pensavo fosse una squadra di basket) e a qualche rigore-regalo di un generosissimo arbitro tedesco.

All'Etihad la Juve ha mostrato d'essere tutt'altro che perduta nelle incertezze del suo allenatore. Al quale basterebbe non far danni, lasciare che i giocatori giostrino secondo estri e attitudini, cedere ai 'vecchi' la leadership e la conduzione tecnica: continuerebbe a far risultati. C'è gente (anche tra i nuovi) di valore sicuro. Una squadra che potrà fare strada in Europa e rimettersi agevolmente in carreggiata nella competizione domestica - a patto, appunto, che Allegri non pretenda di fare l'architetto. A patto che si limiti alle conferenze stampa. Suppongo che, in società e al netto delle dichiarazioni di facciata, lo sappiano benissimo.

Ottima la Roma, che temendo un cappotto in simil-Bayern ha giocato giudiziosamente, contenuto un bel Barça, punto di tanto in tanto in contropiede. Ha consegnato direttamente alle leggende della coppa un gol inventato da un proprio virgulto. Ha dato un'impressione di solidità, tattica e morale. Dzeko è un valore aggiunto formidabile. Potrebbe davvero aver fatto il salto di qualità.

Dagli altri campi, segnaliamo solo la facile scampagnata dei Colchoneros a Istanbul, dove Poldo non è riuscito a incidere (sostituito per totale inefficacia a venti minuti dalla fine); l'importante gollettino segnato dal non-milanista Witsel al Valencia (a perfezionare una doppietta incredibile dell'incredibile Hulk); e infine, e naturalmente, l'assist di tacco del non-milanista Ibra, che certo gli ha dato più soddisfazione di molti facili gol. Ammettiamolo, dunque: a differenza di altri anni, in questo primo turno della fase a gironi non ci siamo particolarmente annoiati.

Mans

1 settembre 2015

Impressioni di settembre

Cartoline di stagione: 5° turno 2015-16


L'aria è tersa, il traffico già piuttosto intenso. I campionati in stand-by, poiché incombono partite decisive per la qualificazioni agli europei di Francia (si comincia giovedì, e si tira dritto fino a lunedì: ma essendo la fase finale a 24 squadre, c'è davvero pochissimo pathos). Il calciomercato è finito - quello della sessione estiva: si può scommettere che da domani o dopodomani, quando i commenti saranno già carta straccia, inizieranno le voci sulla sessione di gennaio 2016 -, e stabilire ora chi si è rafforzato e chi indebolito pare (con poche eccezioni) difficile, un esercizio da indovini o da maghi del fantacalcio.

Swansea, 30 agosto 2015.
Il diabolico Bafetimbi Gomis, che al minuto 66 infila il gol
del 2:1 e mette zavorra nel bagaglio dello United
Vi sono però, in generale, cose che sembrano già chiare e scontate. Per esempio: l'esito della Premier League. Di questo passo e a questa media, il Chelsea concluderà la stagione a 76 punti dal City. D'accordo, è un'esagerazione. Finirà dietro, ma con un distacco meno rilevante. Del resto, lo sfasciacarrozze di Stamford Bridge ha iniziato alla grande il suo lavoro (quello del terzo anno), e ne siamo ragguagliati ogni giorno dalla più autorevole stampa d'Oltremanica. Lui aveva detto che di lì (da Stamford) non si sarebbe mosso mai più, ma altri potrebbero stufarsi di averlo tra i piedi (in fondo non è stato l'unico a portare trofei, nell'epoca moderna dei Blues) e, prima o poi, sfrattarlo. Un altro che potrebbe avere problemi è Van Gaal. In un anno vorticoso, ancora non ha dato equilibrio e continuità allo United. Dalla sua, solo la (facile) qualificazione ai gironi di CL. Sir Alex, forse, farebbe bene a smettere di frequentare Old Trafford. Porta con sé ricordi troppo ingombranti. Intanto, smista agli altri allenatori della Premier i giocatori che l'olandese ha scelto di emarginare [vedi] ...

Vi sono anche situazioni parecchio confuse. La classifica di Serie A sembra scritta al contrario. Ultima la Juve, primi il Chievo e il Sassuolo. Ma sono a referto solo due giornate. Certo, all'Olimpico Nostra Signora è parsa annaspante e regredita, solo i pali e un paio di paratone di Buffon l'hanno tenuta in partita. Come tutti dicono, la rosa (via Pirlo Tevez e Vidal) ha perso qualità e leadership. Ha perso soprattutto qualità. A centrocampo. Tevez si può sostituire (davanti ci sono giocatori importanti), Pirlo no. Uno come lui, nel nostro campionato e se si allena, potrebbe tener botta fino a 50 anni. Gente come lui non ha eredi, è destinata a generare vuoti incolmabili. Allo Stadium se ne faranno una ragione; Allegri punterà su un'organizzazione sempre più muscolare, e il bel gioco dei tempi di Andonio Gonde è già un ricordo lontanissimo. Forse arriverà la nostalgia, quando la corsa al quinto scudetto consecutivo si rivelerà parecchio difficile. Anche lui (Allegri) - come ha già dimostrato a Milano - è uno che a partire dal secondo anno comincia a battere in testa. Le rendite di posizione prima o poi si esauriscono.

In diretta da Malpensa Airport.
Sta atterrando un velivolo su cui viaggiano alcuni
nuovi giocatori dell'Inter!
Interessante questo 2015 dell'Inter. Il Mancio ha fatto e disfatto, come giocasse a Football Manager. Ha cambiato i connotati alla squadra, ha comprato e rivenduto, riscattato e prestato una montagna di giocatori, e al club converrebbe trasferire direttamente gli impianti di allenamento da Appiano Gentile alla Malpensa, in linea d'aria sono solo una trentina di chilometri. Alla ripresa c'è il derby, avevo pronosticato per la Benamata sei punti (tecnomanzia da quattro soldi) e sei nuovi giocatori; ho sbagliato la previsione sui giocatori, sono solo quattro quelli arrivati nell'ultima settimana. Un'altra decina sono stati già e sicuramente prenotati per gennaio, nel caso la stagione non si metta come Mancini desidera (e auspica: che ne sia sicuro non è detto, anzi). 

Il Milan, invece, rimane così: un ristorante senza cucina. Tanti camerieri, qualche cassiere, un buttafuori (De Jong), uno psicologo (Sinisa), un padrone o due, qualche amministratore delegato. Ma lo chef? Lo chef non c'è. I vecchi cuori rossoneri devono solo pregare perché Sinisa si decida a riciclare Montolivo, pensate a cosa ci si può ridurre. Altrimenti, come potrà giocare la squadra s'è già visto a Firenze ma soprattutto con l'Empoli: da salire in cima al terzo anello e buttarsi di sotto. 

Mans

17 agosto 2015

Vite da centravanti

Cartoline di stagione: 3° turno 2015-16


Se sei un centravanti e indossi la maglia dei Citizens, è probabile che il tuo compito principale sia giocare a pallone provando a far gol, sfruttando al massimo il tuo potenziale, le tue doti tecniche e atletiche. Se sei un centravanti e hai addosso la casacca del Chelsea, di una cosa devi essere sicuro: ti hanno scelto soprattutto per ingaggiare risse continue con i difensori avversari, perché sei diponibile al wrestling, alla boxe, ai colpi proibiti, a lamentarti continuamente con l'arbitro. 

Il Kun, baricentro basso, prende tutti sul tempo.
Lenti i riflessi di Terry, Matic e Ivanovic
Agüero, ieri sera, è certamente tornato a casa contento, si è divertito parecchio pur divorandosi una mezza dozzina di colossali occasioni da gol; ma ne ha segnato uno, il primo, bellissimo, illusionistico, con la collaborazione attiva di Yaya Touré. Diego Costa, invece, sarà rientrato a Londra furibondo, con qualche livido sul corpo e qualche dubbio in testa. Alla seconda di Premier, il City ha duramente bastonato i detentori del titolo, tre a zero ma potevano essere il doppio e anche più. Gli uomini di Mou sono stati schiantati sul piano del ritmo, dell'intensità di gioco, dell'organizzazione, della 'presenza' in partita. D'altronde, se non viene psico-drogato dal trainer, il Chelsea non ha gioco, e le uniche idee sgorgano dal talento smisurato di Hazard, che è grande ma non è Messi o Maradona e da solo queste partite non le raddrizza. Ora, a Stamford Bridge, la temperatura salirà. Il portoghese scatenerà certamente guerre contro i suoi giocatori (quando perdono è sempre colpa loro), contro gli arbitri, contro i colleghi, contro l'universo mondo pedatorio. Ci sarà da divertirsi.

Nella sua camera d'albergo a Oporto,
ADL si gode con entusiasmo Juventus-Lazio.
A proposito di belle partite. Qualche giorno fa Aurelio De Laurentiis, imprenditore di successo e uomo che non le manda mai a dire, ha polemizzato con il 'povero' Beretta, presidente di Lega. Certo, il bersaglio era soprattutto Lotito (che tiene il Beretta al guinzaglio), ma oggetto dell'aggressione la mancata vendita dei diritti televisivi della Supercoppa italiana "addirittura" in Portogallo [vedi]. Lui era a Oporto, e ha dovuto smanettare per guardarla in streaming. Scherziamo? Chissà che stizza i portoghesi, non potersi godere un simile partitone. Oddio. Semmai, ADL avrebbe dovuto congratularsi con Beretta (anzi, con Lotito) perché la Lega è riuscita a piazzarlo qua e là. Perché è riuscita a fare quattrini vendendo un prodotto tossico, roba da far passar la voglia di calcio anche al più instancabile dei voyeur. La partita di ieri all'Etihad, e naturalmente Barça-Siviglia di supercoppa d'Europa, servono soprattutto a tenere viva la passione del gioco. Il nostro calcio infatti - per la qualità dello spettacolo, per la filosofia del gioco più che per i risultati - si allontana sempre più dall'Europa. Per il legame storico e sentimentale con quel continente, proporrei di affiliare la nostra federazione alla Conmebol, e di qualificare le nostre squadre migliori alla Copa Libertadores de América. Si troverebbero finalmente a loro agio.

Il calciomercato (Deo gratias) è agli sgoccioli. L'ultimo grande colpo - allo stato - è quello messo a segno dall'Inter, che ha ceduto Kovacic al Real per una cifra spropositata (35 milioni o giù di lì). Da quelle parti sono abituati a queste follie, se le possono permettere. Se giocava poco (e male) all'Inter, si può immaginare quanto (non saprei 'come') giocherà questo pseudo-talentuoso croato al Bernabéu. Gli è andata bene. Di solito, il percorso di quelli come lui porta in Turchia, o in un club di seconda/terza fascia della Premier. Ora, aspettiamo di vedere quali altre squadre la Benamata riuscirà a indebolire con colpi di mercato in uscita - sono ancora da piazzare i Ranocchia e i Guarin e i Nagatomo ...

Mans

2 febbraio 2015

Gli squadroni della necropoli

Cartoline di stagione: 22° turno 2014-15

La partitissima di questo turno, come si sa, era in cartellone sabato a Stamford Bridge. Con le unghie e con i denti, il Chelsea ha respinto l'assedio dei Citizens. Una resistenza stremata e sfibrante, agevolata però dalle cilecche del Kun. Mou ha ripresentato il pullman, ma sta portando lentamente i suoi in prossimità dell'asfissia agonistica. Rischia qualcosa, se non cessa di praticare un incomprensibile mobbing nei confronti delle presunte seconde linee; specie perché in Champions lo attende il PSG e dunque l'ottavo teoricamente più difficile tra quelli sorteggiati per le quattro grandi d'Europa. Vista la sua abitudine al foto-finish primaverile, punto qualche centesimo sul City. 

Zouma è più alto di Milner e sui palloni che spiovono si comporta così

Ma veniamo subito alle frattaglie di casa nostra. Ecco che finalmente, alla ventunesima giornata, la scrematura in alto sembra compiuta, i primi tre posti destinati secondo logica, nel logico ordine che è poi il medesimo dell'anno scorso. Dunque un solo motivo tiene accesa la fiamma dell'interesse (per così dire) nella malinconica Serie A italiana, stagione 2014-2015: chi riuscirà a fare peggio tra Milan e Inter? 

La necropoli è disorientata, il popolo dei bar-sport disincantato, ma i giornalisti-tifosi dei talk-show in onda sulle antenne locali osservano il duello con partecipazione ostinata e crescente. Con sarcasmo ma senza ironia.

Dal canto nostro, abbiamo solo poche notazioni da proporre.

I due club, curiosamente, quest'anno non hanno provato a indebolirsi nella cosiddetta 'finestra di mercato' di gennaio con reciproche e mirate cessioni di giocatori: l'Inter ha scelto, a questo scopo, di puntare su Podolski (accolto trionfalmente a Linate dalla torcìda come fosse un Rummenigge), mentre il Milan ha identificato in Bocchetti il prospetto ideale per aggravare uno dei suoi problemi sempiterni (il quarto di sinistra della linea difensiva).

Inoltre, le due rose sono fitte di misteriosi pedatori. Da Hernanes a El Shaarawy, il cui valore è ormai imponderabile; Juan Jesus e Zapata, viceversa, costituiscono ronziname garantito e sicuro. A ragione qualcuno si domanda perché debbano guadagnare quattrini per maltrattare palloni. 

Le due truppe sono dense di giocatori presi a prestito, e non è mai chiaro se vi sia o meno l'obbligo del riscatto (è possibile che i dirigenti non la dicano tutta giusta, quando mettono a segno i loro 'colpi'). Il Messi delle Alpi. Destro. Van Gingel (boh!). Il già menzionato e famosissimo Podolski. 

In entrambe le rose vi sono giocatori di qualità accertata, quasi alta se non proprio assoluta. Kovacic e Shaqiri e Icardi, Menez e Cerci e Bonaventura. Così almeno si dice. Questa è gente - si dice - che i tifosi di almeno quindici/sedici squadre di serie A possono solo sognare di vedere con la maglia preferita. Si dice, tanto per dire qualcosa.


I due allenatori hanno idee chiarissime (e molte alternative all'idea principale) che non riescono a mettere in pratica, e stanno peggiorando il rendimento degli allenatori cui sono subentrati - in ciò si riconoscono benissimo le strategie societarie. Ma nessuno si sogna di rimpiangere Seedorf o Allegri, Mazzarri o Stramaccioni. Anzi, i due ora al timone godono di un credito pressoché illimitato presso i fideles dell'una e dell'altra parrocchia, per ciò che hanno dato temporibus illis (uno in panca, l'altro in campo).


Milan e Inter sono, in Serie A, le squadre che giocano il calcio più inguardabile. Un calcio osceno, pornografico, offensivo del comune senso del pudore - se ancora esiste qualcosa che in Italia possa essere definito 'comune' e considerato 'pudore'. Le cose cambieranno, prima o poi, si dice; i cicli - anche quelli negativi - prima o poi finiscono. E se invece, questa volta, il ciclo si fosse definitivamente assestato?

Chiazze di colori vivaci al Meazza
Ieri, in questa corsa al peggio, ha fatto meglio l'Inter. Finalmente ha interrotto la tradizione delle goleade contro il Sassuolo. Tre a uno (per il Sassuolo). Tre a uno anche per il Milan: persino il Parma è più male in arnese dei rossoneri. Al Meazza, prima della partita, non si trovava più un biglietto - nel senso che devono aver rinunciato persino a metterli in vendita. In un clima già spettrale, il silenzio calato quando Nocerino (si noti: uno dei reprobi centrocampisti scaricati e rimpiazzati da rottami - giovani e stagionati - del Chelsea), con gesto da attaccante di razza, segnava il gol del momentaneo uno a uno parmense, era lo stesso che si potrebbe ascoltare facendo due passi tra i viali del Cimitero Maggiore nel cuore della notte. 

Mans

19 gennaio 2015

Sfiancante week-end pedatorio per il voyeur

Cartoline di stagione: 20° turno 2014-15

Il tranquillo week-end del voyeur inizia nel pieno pomeriggio di sabato. Al Liberty Stadium di Swansea - pensa, lui - sarà certo una bella partita. La faccia del portoghese è buia; si prende le sue abituali bordate di fischi e si siede in panca, dopo aver salutato il coach gallese, del quale probabilmente non conosce il nome. Beh, in capo a cinque minuti la sua espressione si è già rilassata. Appena iniziata, la partita è già finita. Grazie a errori di palleggio pacchiani dei castroni di casa, che poi concedono anche spazi immensi al contropiede scherzoso del Chelsea. Cosa c'è da guardare? Nulla.

Top.player
A questo punto, mancano quasi due ore alle 18. Si va al Castellani di Empoli. Certo, l'Inter rimessa a nuovo dal Mancio attrae. Poldi è un'attrazione a prescindere, in sé e per sé. Trascorrono novanta minuti, non si vede uno straccio di azione da gol. Bei salvataggi in extremis di Campagnaro, Vidic, Andreolli, soprattutto Handanovic. La metà campo dei toscani è abbandonata come una spiaggia romagnola a fine settembre. Ci rifaremo con Palermo-Roma, pensa il voyeur. Ah, Totti non gioca. C'è, invece, Iturbe: due palloni e ci si chiede per l'ennesima volta come sia possibile spendere tutti quei quattrini per lui. Invece, Dybala e Vazquez sono una gioia per gli occhi. Corrono e toccano. Palloni di fino, scambi stretti. Spettacolo. Poi si stancano. Destro pareggia, e il voyeur si addormenta.

Domenica. A mezzogiorno, il Real. Una specie di derby, col Getafe. Ci sono statistiche da aggiornare. Doppietta di Lara, dunque la sua proiezione finale rimane superiore ai sessanta gol in una sola Liga. Una passeggiata, per i Blancos. Anche per quelli del Barça, al Riazor. Un tempo era difficile uscire vivi da lì. Oggi persino Messi banchetta. Prima, tuttavia, bisognava monitorare l'aggravamento della situazione del Milan. Arriva l'Atalanta al Meazza. E' malmessa di suo, ma il Milan è un ricostituente per ospiti di questo tipo. E' la farmacia (non in senso zemaniano) delle provinciali. I bergamaschi trovano almeno una decina di ripartenze potenzialmente letali, in superiorità numerica. Ne sfruttano solo una, bontà loro. Fischi assordanti. Menez? Il vanitoso francese ha giocato da solo. Inzaghi dovrebbe metterlo in guardia. Dovrebbe dirgli qualcosa di questo tipo: hai un quarto d'ora di tempo, se fai il veneziano ti tolgo. Non ha il coraggio (di dirlo e di farlo), si vede. Partita da piangere, per pochezza tecnica. "La prossima volta", pensa il voyeur, "guardo Acqui-Novese, ci sarà pure uno streaming".

"Non è vero! Ho colpito di fronte, anzi di sopracciglio!"
Happy hour all'Etihad. Anzi, al 'City of Manchester'. C'è qualcuno disposto a scommettere un penny sull'Arsenal? Quasi quasi. I Gunners sono imprevedibili, un po' come l'Inter, non a caso si sono messi d'accordo facilmente su Podolski. Infatti. Il City preferisce stare un po' a distanza dal Chelsea. Gli piace rinvenire in primavera. Va detto che il rigore non c'era, Kompany è fuori condizione, lento e appesantito, ma Monreal si è chiaramente buttato. Uno a zero per l'Arsenal. Ma perché Silva e Aguero devono per forza entrare in porta col pallone? Poi il solito Hart finge di non vedere una modesta inzuccata di Giroud (ma no, l'ha presa col naso). Due a zero per l'Arsenal. La Premier è in ghiaccio, o così almeno pare. Se ne riparla, appunto, in primavera.

Preview
Bene. Ci si può forse aspettare qualcosa, da Juventus-Verona? Non scherziamo. Lo Stadium mette la tremarella a quasi tutti i giocatori della serie A. Quasi tutte le squadre della serie A guardano le statistiche, e decidono di aver perso la partita prima ancora di partire per Torino. Ci pensano per una settimana, si fanno domande  sul numero dei gol che incasseranno. Il Verona, poi, c'è appena stato (tre giorni fa: scherzi del calendario!) per gli ottavi di Coppa Italia (che, naturalmente, vengono di default giocati in casa della squadra teoricamente più forte. Questo succede solo in Italia, inutile chiedersi perché), e ha perso sei a uno. Giustamente, dopo tre minuti sono già sotto di due. Finisce quattro a zero, e finisce (era ora!) la tournée in Piemonte dei veronesi. Ah, anche lo Stadium non credeva ci fosse una partita vera, e dunque si è riempito solo a metà.

Larghi vuoti anche al Vélodrome, del resto alcuni forti pedatori dell'OM sono in Africa. Il voyeur si spegne e si riaccende, si addormenta si sveglia e si riaddormenta, purtroppo per lui tutti i gol sono concentrati negli ultimi cinque minuti, e sono addirittura tre; ma a quel punto, anche la notte incalzava, nemmeno troppo timidamente, e le voci dai campi d'Europa si spegnevano, producendo echi e lontananze.

Domani è un altro giorno. Domani, Monday Night!

Mans

2 gennaio 2015

Giri di boa

Cartoline di stagione: turni inglesi natalizi 2014-15

Partenza col botto a capo del nuovo anno pedatorio. Bellissimo derby al White Hart Lane tra Tottenham e Chelsea, ad inaugurare il girone di ritorno della Premier: 8 reti, risultato in bilico fino a 10 minuti dal termine, gran prestazione collettiva degli Spurs - palla bassa, corsa, pressing e varietà di soluzioni negli ultimi 20 metri - e Blues mai così in difficoltà in questa stagione - con i due centrali poco protetti e dunque a imbarcare acqua e il solo Hazard a dare vivacità in avanti. La squadra di Mourinho attraversa una fase di palese flessione (e puntualmente José ha scatenato la sua guerrilla mediatica contro tutti): dopo il 22 novembre, quando aveva accumulato 8 punti di vantaggio sul City e sembrava avviata a dominare la stagione grazie anche alle difficoltà palesate delle avversarie, ha perso due volte (contro il Newcastle e il Tottenham, entrambe fuori casa), pareggiato altrettante e vinto solo quattro match.

1° gennaio 2015, White Hart Lane, London
Doppietta e già 17 gol in stagione per Harry "Citizen" Kane
Al contrario, la squadra guidata da Pellegrini ha perso l'ultima volta il 25 ottobre (contro il West Ham), e da allora ha vinto nove partite e ne ha pareggiate solo due (una in casa contro il Burnley domenica scorsa), azzerando il distacco dal Chelsea. Campionato riaperto, per la gioia degli appassionati. Ora mancano 18 turni: il Chlesea ne giocherà 11 in casa, dove finora ha sempre vinto, affrontandovi quasi tutte le migliori, a parte l'Arsenal e il West Ham; la rosa è al completo, senza infortunati e squalificati. Il City ne giocherà invece ancora 10 in trasferta, tra le quali lo scontro diretto con il Chelsea, il derby con lo United, e i match contro il Tottenham e il Liverpool: fuori casa ha già perso con il West Ham e pareggiato con l'Arsenal e il QPR; alla lunga potrebbero pesare le assenze per infortunio di Aguero, Kompany e Dzeko, e oltretutto la squadra viene da una lunga fase positiva che non potrà durare in eterno. A palla quadrata i favori sembrerebbero inclinare verso i londinesi di Abramovich, ma per fortuna la palla è rotonda e tutto potrà succedere, complici anche i super ottavi di Champions che le due contendenti giocheranno a distanza di una settimana l'una dall'altra, prima il Chelsea contro il PSG, poi il City con i Barça. Ci attende un inverno coi fiocchi, non solo di neve.

Prima di Natale avevano concluso il girone d'andata anche la Bundesliga e la Ligue 1. I tedeschi sono andati in letargo (riprenderanno il 31 gennaio, con ampia giustificazione: oltre il limes il clima è davvero inclemente) con il Bayern campione non solo d'inverno: l'unico brivido lo darà il Dortmund. In Francia (dove si riprende domani con la Coppa) il Marseille ha virato in testa con due punti di vantaggio sul Lyon e tre sul PSG, dando spettacolo grazie alla rivoluzione bielsista. La capolista ha perso con entrambe le rivali (e anche col Monaco e il Montpellier), ma dovrà ora incontrarle in casa, recandosi comunque in trasferta 10 volte. Il PSG dovrà giocare a Lyon e a Marseille, invece, e battersi tra febbraio e marzo contro il Chelsea. A sua volta, anche il Lyon avrà da affrontare 10 trasferte. Tutto sembra apertissimo e ancora avvincente.

Domani riprende anche la Liga, dove mancano ancora tre giornate per completare il girone d'andata. Il Real - che deve recuperare a febbraio anche la partita, al Bernabeu, col Siviglia - ha potenzialmente 4 lunghezze di vantaggio sul Barça e 7 sull'Atletico; viene però da una serie record di partite e dovrà necessariamente lasciare qualche punto per strada. Il sorteggio di CL è stato comunque favorevole, assegnando ai Blancos lo Schalke, mentre il Barça se la vedrà con il City e i Colchoneros con il Leverkusen. La capolista dovrà però recarsi al Camp Nou e al Calderon ma, al momento, nulla - nemmeno il petardo della sconfitta persica contro il Milan - lascia pensare che a Carletto Nostro potrà sfuggire il titolo. Buona ultima, riprenderà anche la Serie A, dove mancano ancora tre turni per assegnare la corona d'inverno. La Juventus ospiterà la sera della Befana l'Inter, ma gli esiti incerti - anche per l'ordine pubblico - saranno soprattutto domenica 11 gennaio, con il derby della capitale e la capolista a Napoli. Peraltro, fino a fine gennaio l'attenzione di tutto il calcio sarà concentrata sui fumi oppiacei del mercato: alla fine arriveranno i soliti ronzini sopravvaluti, sia di primo che, soprattutto, di secondo pelo.

Azor

29 novembre 2014

Disfatte teutoniche

Fettine di coppa: quinto turno 2014/2015

25 novembre 2014, City of Manchester Stadium
Il n° 16 è quello del Kun. Il minuto è il numero 91
Turno europeo senza particolari clamori se non il risultato sfuggito di mano per deconcentrazione al Bayern in quel di Manchester. Il Pep in sala stampa non ha usato eufemismi, denunciando la qualità fecale del gioco sciorinato dai suoi negli ultimi dieci minuti. Certo, l'Aspide - al secolo, Sergio Leonel Agüero del Castillo - ci ha messo del suo per rendere sanguinosa la sconfitta dei bavaresi; ma si è trattato di un mero calo di concentrazione, perché anche in dieci per settanta minuti i Roten hanno dominato, dando l'impressione di poterlo fare anche in nove, tante sono ormai l'applicazione tattica e le conoscenze acquisite dalla squadra (che oltretutto vanta, non andrebbe dimenticato, numerose assenze).

Se si scorrono i tabellini, però, emerge un dato inusuale. Le sei squadre tedesche ancora in lizza nei due tornei hanno perso tutte, a parte il Mönchengladbach, che ha strappato un pari in rimonta al Madrigal (2:2). Per il resto, tre sconfitte in casa e due fuori. Lo Schalke di Di Matteo è stato rullato senza pietà dal Chelsea (0:5) nella propria Arena (AufSchalke). Il Wolfsburg è stato infilzato dall'Everton (0:2) nell'altrettanto propria Volkswagen-Arena. Il Bayer Leverkusen ha fatto una sgambata con il Monaco nella BayArena (curioso che siano i teudisci a farsi custodi dell'etimologia classica ...), perché già qualificato (0:1). Del Bayern abbiamo detto (2:3). All'Emitares ha perso in modo rotondo ed inequivocabile anche il Borussia di Kloppo (0:2). Certo, si potrebbe argomentare che alcune squadre erano già sicure o quasi della qualificazione. Ma non tutte: lo Schalke è mezzo fuori dagli ottavi di CL, il Wolfsburg rischia moltissimo e nemmeno il Mönchengladbach è ancora sicuro del passaggio ai sedicesimi di EL.

Non siamo degli statistici, ma una disfatta teutonica come quella di questo turno ha pochi riscontri nel passato. E se anche avessero preso sotto gamba l'impegno, la brutta figura rimane e mostra come la "serietà", la "professionalità", l'"impegno" siano relativi ad ogni latitudine, anche a quelle di paesi che vengono ritenuti più seri di altri - spesso, come in questo caso, più per luogo comune che per fondatezza. Le inglesi avevano sbandato nel turno precedente: in questo hanno ammaccato (Arsenal, Chelsea, City ed Everton) l'orgoglio teutonico. Le competizioni europee sono affascinanti anche per tali incostanze: nessun risultato è scontato in partenza. Tutti gli XI (o quasi) si battono per vincere. Pochissimi regalano qualcosa. Anche se spesso modeste, le partite europee mostrano comunque quasi sempre grande impegno agonistico. E' il caso anche dei moscoviti del CSKA, ovviamente, o degli spartani praghesi, per dire delle avversarie più ostiche delle italiane in questo turno.

27 novembre 2014, Stadio Olimpico, Torino
Mathew David Ryan domina lo spazio aereo nell'area fiamminga
Il Toro è stato fermato da una saracinesca a nome Mathew David Ryan, che è venuto dalla sperduta Plumpton, nella terra dei canguri, per mostrare anche all'Olimpico, sub Alpibus Pedemontis, che il Club Brugge Koninklijke Voetbalvereniging non si libra per caso nelle alte sfere della Jupiler League 2014-2015. Roma e Torino dovranno attendere l'ultima giornata per guadagnarsi o meno il passaggio ai turni invernali. Il Napoli vi è già approdato, i Granata quasi. La Roma rischia invece assaissimo: ai Citizen basterebbe anche fare un solo golletto (magari di Aguero) e non prenderne due per festeggiare. La Juventus invece è finalmente riuscita a vincere una partita europea fuori casa dopo lungo digiuno: ma lo ha fatto, e non senza estenuazioni, contro la compagine più debole del girone (che ha messo insieme solo 3 punti finora): adesso stampa e tifosi beoti di Madama vagheggiano addirittura il primato nel girone; fossi in loro mi accontenterei di passare il turno e di accendere un cero di buona libbra per evitare di beccarsi il Bayern, il Chelsea o il Real nel sorteggio prenatalizio.

I due club nostrani che sembrano aver preso sul serio l'Europa sono invece la Fiorentina e l'Inter. Per carità, gli avversari di girone sono poca cosa anche per il calcio italiano. Ma è evidente che Montella e Mancini (e in precedenza Mazzarri) hanno ricevuto imput precisi dalle rispettive dirigenze. Per i Viola - va dato merito - l'impegno nelle coppe è una tradizione antica, sin dalla sfortunata finale di Coppa dei Campioni del 1957 al Bernabeu o dal trionfo in Coppa delle Coppe nel 1961: raramente si è vista la squadra non battersi in campo europeo. Oltretutto, quest'anno sembra giocare meglio in EL che in campionato. L'Inter ha impattato due volte solo con il Saint-Etienne, ma per il resto ha spezzato le reni a islandesi, azeri e ucraini. Giovedì sera a San Siro si è vista la solita squadra bislacca nel primo tempo, ma finalmente anche una reazione morale nel secondo, con qualche bello sprazzo di gioco, anche da parte di un pedatore anarchico come Fredy Alejandro Guarín Vásquez. Mancini ha ancora tanto da lavorare, ma l'EL potrebbe essere il set adatto per fare crescere la squadra. Vedremo.

Azor

7 novembre 2014

Sbandate inglesi

Fettine di coppa: quarto turno 2014/2015

Anthony Vanden Borre, difensore belga e colonna dell'Anderlecht:
doppietta all'Emirates
La parte migliore della coppa si è tagliata all'Emirates. La partita viaggiava incontro al suo scontato e inesorabile destino (i Gunners conducendo di ben tre gol contro nessuno incassato sull'Anderlecht), e a quel punto la difesa dell'Arsenal ha imbandito la tavola. I belgi hanno spazzato via tutto (pane e companatico), rimontando e pareggiando. Colpa di Wenger. Wenger sa, dovrebbe sapere che, se vince largo, va messo in campo Podolski. Sono quegli spicchi di partita in cui i gol non contano più; una situazione nella quale Poldo va a nozze, perché non ha responsabilità di segnare gol decisivi ma l'abitudine di segnare (con pochissime eccezioni) gol inutili, e scommetto che l'avrebbe fatto anche martedì sera. E invece Wenger lo manda dentro sul 3 a 2, quando ormai ogni certezza traballa. Puntuale, il glorioso Anderlecht lascia i londinesi con l'amaro in bocca, e anche i followers meno accesi saranno andati a dormire malmostosi e accigliati.

Se l'Arsenal non brinda, il City ha mostrato ancora una volta (e ogni volta si pensa che sia un caso, ma non lo è) le sue enormi difficoltà a incontrare e contrare squadre non inglesi. Si comporta come il tizio che, isolato alla festa perché non conosce nessuno, finisce ugualmente per ubriacarsi ed essere ricordato dagli altri per la brutta figura. Quattro partite, due punti: uno all'Etihad con la Roma (e s'era ben scritto qui, a fronte degli entusiasmi indigeni, che i Citizens non erano e non sono un test probante, se un XI emergente vuole misurare il proprio spessore europeo), uno a Mosca (dove ne ha regalati due). Ora il CSKA è tornato pienamente in gioco, e ospiterà la Lupa in un inaspettato (dai nesci) match senza appello. Il ricordo della goleada maturata all'Olimpico non deve suscitare facili pronostici; a Mosca ha visto sorci verdi anche il Bayern.

Tra le sbandate inglesi, più sbandato di tutte (dissolto, estinto, rottamato) pare il Liverpool. Mai nella storia, credo, i Reds hanno considerato se stessi battuti in partenza, qualunque fosse l'avversario; mai credo abbiano giocato con il principale intento di limitare i danni. Sono andati al Bernabéu con questa predisposizione di spirito, ne sono tornati con un solo gol sul groppone. Rodgers ha risparmiato a un po' di gente la figuraccia, e tenuto i suoi 'assi' freschi per il Chelsea, annunciato ad Anfield per sabato a mezzogiorno. Mou, infatti, non ha apprezzato la mossa (ma questo suo sistematico mettere il naso nelle faccende altrui è sempre molto irritante). Facile parlare per lui: può spacciare per turn-over qualsiasi cambio di formazione. In Slovenia si è dovuto accontentare d'un pari, ma è stato un allenamento agonistico. Altissimo, a questo punto, è il 'rischio' di avere due sole inglesi al via degli ottavi.

Infine, la Juve. Fosse stato, quello coi greci, scontro a eliminazione diretta, oggi sarebbe fuori. Soprattutto, la fatica tremenda con cui viene a capo di partite che ci si aspetta vinca facilmente (il che fa da pendant alla facilità con cui perde, di misura e alla fine, quelle molto equilibrate) dovrebbe finalmente indurre a moderare le attese. La qualità del gioco è modestissima, affidata ormai essenzialmente al talento dei singoli; il ritmo è basso (per gli standard europei, s'intende). Conosciamo bene e abbiamo pochissima stima del suo allenatore, uno che sul campo di allenamento ha poco da dire, da dare e da insegnare - figuriamoci alla vecchia guardia bianconera, che coincide o quasi con tutti i titolari. Comunque, gli ottavi sono un obiettivo raggiungibile, a questo punto. Ma anche quest'anno c'è da temere che oltre non si possa andare; e forse sarebbe alla lunga più utile a tutti (anche a Juve e Roma) restare in Europa sì, ma in Europa League.

Mans

3 novembre 2014

Addio, Granada romantica

Cartoline di stagione: 11° turno 2014-15

Concentrazione è anche fingere di fingere di non guardare da nessuna parte
La proiezioni statistiche nel football, come si sa, hanno pochissimo senso, ma almeno sono un divertente passatempo. Per esempio. Nella cosiddetta liga scozzese di Spagna (dove però giostrano alcune delle squadre migliori d'Europa), dopo dieci partite tonde tonde il Real ha all'attivo già 37 reti. Di questo passo, concluderebbe il torneo a 140. Più volte nella loro trionfale storia i Blancos hanno sfondato la soglia dei 100 gol; mai, tuttavia, a questa media, nemmeno ai tempi di Don Alfredo e del mancino Cañoncito magiaro. E Cristiano, che per sua sfortuna ne ha giocate finora solo 9, è già a quota 17, tenesse il ritmo ne potrebbe fare 64 o anche 65. Non credo ci riuscirà. Certo, gioca in un XI di assatanati, drogati dalla tranquilla e sapiente gestione di Carletto. Sabato pomeriggio, le telecamere non avevano ancora cessato di inquadrare lo spettacolo del "Los Cármenes", tutto speranzosamente biancorosso per l'occasione, che il barbuto Carvajal (canterano Real ma fisiognomica colchonera), lanciato sulla fascia e giunto vicino alla linea di fondo, veniva anticipato ma non mollava, sradicando subito il pallone (forse fallosamente, ma in maniera non vistosa) dai piedi dell'avversario e servendo Benzema, il quale sfornava un bell'assist per Cristiano che, in controtempo (foto), metteva a sedere l'anziano goleiro Roberto Fernández Alvarellos. E dunque Addio, Granada romantica, paese di luce, di sangue e d'amor!: a Carletto sarà certamente venuto di canticchiare questo hit della sua infanzia, reso popolare dal vocione di Claudio Villa. Sul prato, una sessione di allenamento che nemmeno vale la pena di dirigere.

Qualche ora dopo il Barça riesce nell'impresa di farsi mettere sotto dal Celta di Vigo per la prima volta nella storia a Camp Nou, e dunque c'è il sorpasso. La rinuncia alla difesa e ai difensori di ruolo alla lunga produce costi pesanti; specie quando gli attaccanti sono in giornata storta, e collezionano pali e traverse. E' stato un ex reprobo, scartato dalla Serie A, a far saltare la santabarbara catalana: è il sosia di Batistuta e giocava nel Cagliari (certo, la somiglianza fosse stata più vaga ma 'tecnica' ...), dove segnò pochissimi gol e concentrati in pochissime partite. Si chiama Larrivey, Joaquín Oscar Larrivey.

El Kun molto spreca e dunque impreca
Grandi partite in Premier e in Bundesliga. Nel Manchester derby ospitato dal freddo stadio dei Citizens i rossi hanno concesso praterie immense ai padroni di casa, De Gea compie miracoli su miracoli, Aguero spreca occasioni su occasioni; così gli sky-blues passano solo dopo l'espulsione (ingenua è dir poco) di Chris Smalling, al termine di un'azione che - come molte altre durante questa partita - ha mostrato la folle vulnerabilità sulle fasce dell'XI di Van Gaal. E' Di Maria (!!!) a bucare l'intervento cruciale sul vertice dell'area e a farsi tagliar fuori da Clichy: lo scalo delle posizioni in situazioni di inferiorità talvolta è fatale, e Di Maria sulla linea dei cinque ha mostrato nella circostanza una percezione davvero approssimativa dello spazio e del tempo. Partita comunque di intensità memorabile, giocata a ritmi elevatissimi (anche per gli standard inglesi) - fantastica una progressione verticale old style di Rooney dalla quale nasce la limpida opportunità per il pari sventata da Hart. Per lo United e per il suo santone olandese la salita adesso è ripidissima; la classifica annuncia incertezze e agonismo solo per le posizioni di immediato rincalzo al Chelsea (già virtualmente campione), con City e Arsenal ovviamente favorite per l'accesso diretto alla CL. Il Liverpool, dopo la dissoluzione, procede rapidamente verso l'estinzione. Liberando alla contesa un appetitoso quarto posto.

Nel tempio del Bayern ha fatto capolino la squadra più insondabile e imprevedibile del momento. Già. Incomprensibile il motivo per cui gli Schwarzgelben, travolgenti sui campi della Champions, in Bundesliga siano oggi ultimi (ultimi!!!) in classifica, insieme al povero e glorioso Werder Brema. Sette punti (meno che una miseria) e  sette sconfitte in dieci partite. Eppure erano riusciti a passare per primi, gelando l'Allianz Arena. Un'illusione ottica, o quasi. Gli uomini del Pep li hanno rullati per 90 minuti, raccogliendo i frutti solo sullo scorcio della gara. Non è mancato il gol dell'ex (il centravanti della Polonia), ma poteva essere una goleada epocale. Pazienza. Domani a Dortmund si rifaranno col Galatasaray ...

Napoli, Stadio San Paolo.
Le squadre entrano in campo, tra gli applausi di una sparuta folla
Anche dalle nostre parti si gioca a pallone, in scenari sempre più surreali e inquietanti. Il campo di patate di Marassi sarebbe interdetto alla pratica del football anche nei paesi più aridi del mondo; colpiscono tuttavia, e non è una novità, gli spalti disertati dal pubblico, specie nei big-match. Un tempo, il derby del Sud era da tutto esaurito; sabato il San Paolo era semi-deserto, forse anche per le ben risapute ragioni di ordine pubblico. Hanno avuto torto gli assenti, perché il Ciuccio ha sbranato la Lupa, dando spettacolo nella prima mezz'ora. O' Napule ha in rosa alcuni tra i pedatori più forti del campionato (Hamsik e Higuain, poi, sono un lusso sfrenato, quando in condizione); giocasse mediamente un po' meno bene di così, potrebbe competere per il titolo, e non è da escludere che possa, nonostante il ritardo già accumulato. Vedremo. Certo alla competizione sono iscritte per sola tradizione calcistica le milanesi, alle quali rimane ancora il blasone (ma destinato pur esso a sbiadire in tempi rapidi, di questo passo). Si disputeranno al massimo (forse e alla lunga) un posto per l'Europa League; chi ha visto Milan-Palermo, ieri sera, difficilmente la dimenticherà: giocare più sgangheratamente (e con meno intelligenza) di come hanno fatto i rossoneri è oggettivamente impossibile o quasi. Fischi a San Siro; di rassegnazione e stanchezza, più che di delusione.

Post scriptum: se a qualcuno interessa scommettere con tre o quattro anni di anticipo su quali saranno le partite nel mirino delle procure nelle future inchieste su "calcio e scommesse", si consiglia di studiare con attenzione gli highlights della Serie B.

Mans

2 ottobre 2014

Allergie alla coppa

Fettine di coppa: secondo turno 2014/2015

Qualcosa accomuna due club che, negli ultimi anni, hanno costruito un dominio significativo nei rispettivi paesi. Juventus e Manchester City, campioni d'Italia e d'Inghilterra in cinque delle ultime sei stagioni, regolarmente, in Europa, steccano. Sono allergiche alla musichetta. Smarriscono la propria identità, perdono le partite importanti, o non le vincono. Ora, la cosa è accettabile parlando della Juventus: squadra prepotente e inarrivabile e apparentemente di un altro pianeta nella declassata Serie A, quando passa i confini - è luogo comune, ormai - diventa più timida di una matricola; semplicemente, patisce e riflette la debolezza del sistema. La questione è meno comprensibile se si parla dei Citizens, abituati in Premier a rivaleggiare (superandoli di frequente) con club che, negli ultimi dieci anni, almeno una volta in cima all'Europa ci sono arrivati (Chelsea, United, Liverpool) o quasi (Arsenal), e che occupano posizioni di prestigio nel ranking Uefa; i Citizens vantano una rosa ampia e di grande qualità, possono permettersi di acquistare campioni e di venderne a capriccio, dovrebbero essere stabilmente (come minimo) tra le prime otto/quattro d'Europa (più avanti rammenterò le loro performance recenti), cosa che dalla Juve si desidererebbe ma è difficile 'pretendere'. Tra i due club c'è un notevole dislivello, se si parla di ricchezza e di tradizione: ma la Juve non riesce a compensare la propria (relativa) povertà con la tradizione, e una tradizione è difficile da fondare anche disponendo di risorse illimitate, come sta accadendo agli Sky blues. Una tradizione, un atteggiamento, un'abitudine; peraltro, anche la Juventus vanta una storia internazionale densa di delusioni: ma, in passato, sbandava spesso e solo all'ultimissima curva; ora, cade sempre alla prima salita, svelando immediatamente le magagne che in patria le è permesso di occultare.

Mario Mandžukić e José Martín Cáceres
La sfida portata all'Atletico sul campo contiguo al Manzanarre ha confermato anche la modestia tattica (da noi ben risaputa e più volte rimarcata) di Allegri, al quale si sono aggrappati i fan di Nostra Signora sedotti e abbandonati da Andonio Gonde. Il quale, come allenatore, vale molto (ma davvero molto) di più dell'ex pilota inabissatore del Milan. Questa Juventus - più tranquilla, più sagace, più consapevole, che finalmente ha capito come deve giocare Tevez, che non si spreme più del necessario, che uccide le partite quando è il momento di ucciderle (non un minuto prima, non uno dopo), dicevano i commentatori rinfrancati - è riuscita nell'impresa di farsi infinocchiare dall'Atletico esattamente nel modo che Simeone aveva pianificato. L'unico possibile. Le statistiche dicono molto, per una volta: i bianconeri hanno dominato nel possesso palla - sì, ma la palla ristagnava (nelle fasi di possesso) a non meno di quaranta metri dalla porta dei Colchoneros; i bianconeri non hanno tirato una sola volta nello specchio della porta; i bianconeri hanno persino commesso più falli (28) dei materassai (21), pur essendo stati proprio gli uomini del 'Cholo' a mettere il match sul tema del corpo a corpo insistito, dello spezzettamento inesausto, del nervosismo strategico. Una trappola perfettamente preparata, nella quale la Juventus è precipitata nel momento peggiore: a un quarto d'ora dalla fine. L'azione del gol ha rispecchiato perfettamente l'insipienza dei nostri, caduti ovviamente sul dettaglio: il pallone spiove in area (situazione di pericolo risaputa, contro coloro) e lo mette in rete Arda Turan, ma è un pallone che arriva sul piede del turco perché - in mezzo all'area - si è creato un mismatch, ovvero un duello aereo tra Caceres e Mandžukić, con dieci centimetri e dieci chili di differenza a favore del secondo, che non inzucca ma fa volare via l'uruguagio (al quale, dopo la collisione, esce la spalla). Fine della partita, il tempo restante è stato probabilmente il meno 'giocato' (parlo di tempo di gioco effettivo) nella storia della Champions League.


All'Etihad, invece, martedì si è visto del bel calcio. Ma - attenzione - il City è una squadra che prevale sulla lunga distanza, è una squadra da campionato. In quaranta partite, l'ampiezza della rosa (e la varietà dei sistemi di gioco) è un atout mica da ridere. Il test, per la Roma, era dunque e decisamente più morbido di quello affrontato dalla Juventus. Quel che l'Atletico non concederebbe nemmeno sotto tortura, il City addirittura regala (spazio dietro le linee, spazio davanti all'ultima linea). Difficile immaginare due modi di difendere più lontani: tanto è feroce e concentrato quello dell'Atletico, tanto è distratto e talora disinteressato quello del City. Anche l'intensità della pressione ambientale è agli opposti - e rilevata da gente come Scholes e Ferdinand [vedi], abituata a ben altre situazioni nella stessa città ma nell'altro stadio (quello 'vero'). Non a caso, nelle ultime tre edizioni della coppa, i Citizens hanno superato una sola volta la fase preliminare, fermandosi però alla stazione successiva. Il Milan, nelle stesse annate, ha sempre fatto meglio di loro. Ed è detto tutto.

Infine, un pensiero mesto per la confermata dissoluzione del Liverpool. Un'altra sconfitta, sul campo teoricamente non inespugnabile del Basilea: il glorioso St. Jakob. Da lì, idealmente e malinconicamente, arriva questa cartolina.

Mans

22 settembre 2014

Frank, "el Cuchu" e la nemesi di Marassi

Cartoline di stagione: 6° turno 2014-15

"Frank, sei una vecchia ciabatta, non so cosa farmene di te. Adesso ho Fabregas". Non avrà certo detto questo José Mourinho a Frankie Lampard qualche mese fa, ma c'è qualcuno disposto a scommettere un penny sul fatto che non l'abbia pensato (vedi foto)? E ieri impagabile era l'espressione del portoghese, inquadrato dopo che la vecchia ciabatta, subentrata da poco, aveva scaraventato in rete il pallone di un pareggio che i Citizens strameritavano. Espressione incredula da un lato, scocciata dall'altro. Il vecchio dipendente gli sottraeva la ribalta, impedendogli di vincere more solito una partita di vertice senza giocare a calcio. E il buon Frank è poi andato a raccogliere l'applauso interminabile della South Stand, dov'erano concentrati i supporters ospiti. E' una situazione che capita di rado. Del Chelsea, Lampard è di diritto (e di fatto) una leggenda, e i numeri parlano chiaro: 648 presenze nel club (in tutte le competizioni) e 211 gol. E - si sa - non è un centravanti. Tre titoli nazionali, otto coppe britanniche, una Champions League, un'Europa League. Tutto, o quasi. E' sicuro: la storia di oggi (il gol e gli applausi di tutti) si scolpisce nella infinita storia del calcio inglese; che è forse l'unico a poterne produrre di simili. Su Mou, sul suo atteggiamento nel post-partita [vedi], sul (non) gioco del Chelsea (nonostante l'immensa qualità di cui dispone e che si è vista una sola volta durante il match), stendo un velo pietoso. Vincerà per inerzia molti titoli, quest'anno (cosa che personalmente non mi auguro), ma aumenteranno - nei suoi confronti - le antipatie e il sarcasmo.

E' stato comunque, in Inghilterra, un grande week-end. Bolle di sapone a Boleyn Ground [card] prima della partita - sabato pomeriggio - mentre si alza - appunto - "I’m forever blowing bubbles", inno degli Hammers. Match di cartello, West Ham-Liverpool. Si diceva che i supporters locali fossero stanchi del cattivo gioco offerto dagli uomini di Allardyce negli ultimi due anni; sì, risultati decenti, ma divertimento scarso. Bene, in questa stagione le cose sembra stiano cambiando. I Reds sono annichiliti dai primi dieci minuti di pressing e velocità dei londinesi; sconcertati, incapaci di articolare un discorso di football ancorché minimo. Sterling ignora Balotelli; Gerrard pare un lento tram che sta arrivando finalmente al capolinea; i centrali sono - a dir poco - statuari. Dello spettacolare XI ammirato un anno fa non è rimasto nulla. Rodgers deve ricominciare tutto daccapo: tre sconfitte su cinque partite in Premier sono quasi una sentenza. Peccato.

Jamie Vardie: una giornata particolare
Domenica pomeriggio, a Leicester, eccoli in campo tutti insieme: Falcao e Van Persie, Rooney e Di Maria. La batteria dei galli da combattimento di Luigi Van Gaal. I quattro confezionano due marcature di altissimo pregio, e a meno di mezz'ora dalla fine lo United è avanti di due gol. Riesce a incassarne quattro, e a perdere la partita. Il velo pietoso, stavolta, va steso sul reparto difensivo dei Red Devils: semplicemente osceno. Anche quelli che erano a Filbert Way ricorderanno a lungo questa partita, e la prestazione sopra le righe di due pedatori che più lontani (in tutto) non potrebbero essere: Esteban Cambiasso (ecco dov'era finito!) e soprattutto Jamie Vardie, ormai ventisettenne, nato a Sheffield, e arrivato ai Foxies solo due anni fa, dopo una vita trascorsa sui campi delle divisioni inferiori. El Cuchu ha ciabattato da par suo il gol del tre a tre, l'altro ha corso indemoniato per novanta minuti, segnando, servendo assist e quant'altro; the game of his life, senza dubbio.

Anche altrove si è giocato a pallone. Bisogna ammettere che, quando i suoi satanassi sono in vena, il Real è davvero un luna-park. Otto reti al Riazor, mai così tanti in trasferta nella sua storia in Liga, perle meravigliose offerte da Cristiano, da James, da Bale. Carletto ha il problema di abituare Kroos (uno che era nato trequartista) a fare il centromediano, e deve trovare il modo di far rendere James al meglio per la squadra, avendo il colombiano passo ben diverso da quello di Ángel Di Maria. Sicuramente, essendo tosto e testardo, ci riuscirà, in fondo ha dovuto risolvere problemi assai più complicati nei suoi ormai lunghi anni in panca ...

Il sabato si era concluso al Meazza. Strapieno di spettatori paganti e non abbonati, venuti per vedere Milan-Juventus. Si sperava in un match spettacolare ed equilibrato. Si è vista la classica partita di Serie A, un lento muoversi di uomini e di idee sulla scacchiera; partita - come si suol dire - tatticamente bloccata, e piena di falli (appunto) tattici. A bassissimo tasso di godimento per il pubblico - anche quello non abbonato e non pagante, già. Hanno vinto i bianconeri, secondo logica: superiori non tatticamente, ma certamente nella qualità complessiva dei singoli e dominanti sotto l'aspetto fisico. Magnifica la doppia giocata di Tevez in occasione del gol. Impressione volante: quando (e se) Allegri (uomo e allenatore per nulla geniale, anzi) scioglierà le briglie a Pogba, la Juve farà il salto di qualità che deve fare, forse anche in Europa; il suo reparto di mezzo, a ben guardare (con e senza ma soprattutto - in prospettiva - senza Pirlo), è ben assortito e nulla ha da invidiare a quelli dei grandi club stranieri.

La Serie A ha poi esaurito il suo programma tra il primo, il secondo, il terzo pomeriggio e la prima serata di domenica. Si è visto davvero poco. Da ricordare, tuttavia, la sconfitta della Lazio a Marassi, maturata sul finale di partita: gli sprechi dei biancocelesti nel primo tempo sono inauditi - almeno dieci occasioni limpide, ben riasssunte da un inciampo sulla propria corsa di Felipe Anderson, solo in area di rigore. Si sa come vanno le cose. Nemesi puntuale. "Ha prevalso il fattore imponderabile", deve aver pensato Claudius Lotitus.

Mans