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7 gennaio 2015

Alba blaugrana, giganti dell'area e il ritorno del gol-fantasma

Cartoline di stagione: primizie del 2015

Gesti raffinati e inconsulti
Il buon David Moyes si sta prendendo le sue grame soddisfazioni, al Municipal de Anoeta. Grame, sì: per los Txuri-urdin, purtroppo, alla Liga partecipano venti squadre, e non solo le tre grandi. Ma per le tre grandi, l'Anoeta è una stazione di dazio. Dove regolarmente si paga. Domenica è toccato al Barça, in precedenza era toccato ai Colchoneros (il 9 novembre) e prima ancora al Magno Real (il 31 agosto). Nove punti nei tre big-match per Moyes, che ne ha raggranellati fin qui, in totale, solamente diciotto. Senza quelle tre portentose e inaspettate vittorie, la Real Sociedad sarebbe ora sul fondo del fondo della classifica, poiché a quei trionfi si aggiungono una sola altra vittoria (ai danni dell'Elche, lo scorso 28 novembre), sei pareggi e sette sconfitte. Stranezze del futbol. E strano (anzi, quasi soprannaturale) è stato sicuramente il gol che ha malamente inaugurato il 2015 blaugrana. Una meravigliosa inzuccata in volo e in torsione di Jordi Alba, ma nella propria porta (fotogramma). La partita era iniziata da pochissimo, e lì è finita. E' finita anche la striscia di Carletto, che cade al Mestalla e subendo di rimonta. La media-reti dei Blancos decresce sensibilmente: la proiezione è ora fissata a 133. Lara Croft rimane a galla, e tenuto conto che (avendo saltato un turno in fabbrica) alla fine potrà giocare non più di 37 partite, ecco che la media aggiornata lo accredita di 64 pappine. Sempre e comunque mostruoso, va da sé. Nel frattempo l'Atlético accoglie il figliol prodigo, scarica l'inutile Cerci e si riporta all'altezza del Barça. Domenica lo scontro diretto, a Camp Nou.

"The Beast"
In Inghilterra, week-end riservato alla Football Association Cup, la più antica competizione del pianeta. In questo turno (Third Round Proper) esordivano i club della Premier. Abbandona subito il malandato QPR, ad alcune tocca la ripetizione (a campo invertito), ma certo la sfida più commovente è andata in scena a  Kingsmeadow, stadio costruito recentemente ma di fascino vintage nel borgo reale di Kingston upon Thames. Qui gioca normalmente il Wimbledon, che nell'occasione ha ospitato i Reds. Ovviamente, la memoria è andata alla famosissima finale del 1988, alla Crazy Gang di Bobby Gould e di Vinnie Jones (che, proprio lunedì, compiva 50 anni). Il Liverpool l'ha spuntata, ma a prendersi la scena è stato Adebayo Akinfenwa (foto), pachidermico centravanti dei Wombles e acceso tifoso del Liverpool. Beh, ha pure fatto il gol del momentaneo uno a uno [vedi]; poi ha pregato Steven Gerrard, il suo idolo, di non lasciare Anfield [vedi].
 
E arriviamo al bollettino della Serie A. Alcune cose non saranno sfuggite ai più. Per esempio, la sontuosa prestazione di Felipe Anderson, brasiliano, futuro crac (di mercato) per Claudius Lotitus - dovesse confermarsi. Meno veloce ma molto più intelligente (e insisto sul 'molto') di Cuadrado, tecnica sopraffina, movenze (direi) alla Causio (per chi se lo ricorda), ma ambidestro. Va monitorato sistematicamente. Per esempio, la rovinosa (e non inedita) caduta del Milan, che quando finiscono le chiacchiere deve andare in campo e conferma di essere una creatura fragile, priva di certezze, sempre in bilico tra la buona prestazione e la contro-prestazione. Il Milan sembra aver preso più da Menez che da Inzaghi: è lunatico e perciò discontinuo; confusionario e non lineare. Per esempio, l'ennesima brutta performance della Juventus. Brutta perché contradditoria, sì, perché le partite durano novanta minuti e non quarantacinque. Partite a fotocopia, contro la Samp e contro l'Inter. Partite nelle quali i bianconeri maramaldeggiano per una mezzoretta, vanno in vantaggio, sprecano. Poi si disgregano, subiscono e disordinatamente riprendono ad arrembare. Il tramonto atletico di alcuni uomini è palese (purtroppo, tra essi, vi è Sant'Andrea da Brescia), e non è compensato da un'adeguata (ri)organizzazione del gioco. Cinque pareggi nelle ultime sei apparizioni (e tre punti presi solo al derelitto Cagliari). Qualcosa non va: difficile capire se Allegri ne sia consapevole e semplicemente finga di non averlo compreso. 

Attenzione! Potrebbe essere un'immagine ritoccata o taroccata!
Sul gol-quasi-fantasma di Udine è inutile aggiungere chiacchiera a chiacchiera. L'episodio si presta a ingigantire la dietrologia juventina (che ovviamente vi legge un ulteriore segno delle simpatie nutrite dal Palazzo per la Roma); in sé, andrebbe derubricato a onesta e necessaria decisione arbitrale, obbligatoria per uomini abbandonati a calcolare mentalmente e in un istante traiettorie e millimetri. Non è il principale problema per noi, certo. Ma è anche vero che, altrove, questo problema non c'è più. Perché la soluzione è semplice, più che ragionevole e low cost.

Mans

31 dicembre 2014

Bye bye babies ...

Cartoline di stagione: torneo anglo-italiano 2014-15

L'ultima cartolina dell'anno non può non arrivare che dalla Terra Madre. Solo nell'isola che ha reinventato l'antico "calcio" in "football" - così, almeno, dettava storicamente Mastro Gioânn nella sua Storia critica della pedata - si gioca infatti in questi giorni di festa. I numeri sono impressionanti: 735 mila gli spettatori delle 20 partite della Premier svoltesi tra Boxing Day e domenica scorsa, per una media di oltre 36 mila presenze a match. In giornate freddissime e inclementi di neve e pioggia la gente è uscita di casa lo stesso, anche perché gli orari degli incontri sono studiati per consentire di tornarvi per la cena, ed ha speso, per recarsi alle partite (di tutte quattro le League maggiori), circa 73 milioni di sterline (più o meno 92 milioni di euro), secondo le stime che tengono conto della spesa per i biglietti, i trasporti e i pasti. Senza aggiungervi gli introiti dei diritti televisivi, si tratta di un business che non ha eguali al mondo, frutto della tradizione - fino agli anni 1950s gli inglesi si recavano allo stadio anche il giorno di Natale [vedi] - e della capacità di mettere a punto, e di coltivare con competenza, un formato vincente da parte di dirigenti adeguati al ruolo.

30 dicembre 2014, The Sevens Stadium, Dubai
L'ennesimo trofeo internazionale per i Rossoneri
Il confronto con il calcio italiano attuale [ci ripetiamo, purtroppo] è inevitabile, quanto impietoso. Ai nostri giocatori è concessa una settimanella di vacanza (e ai sudamericani della Beneamata, grazie al ras ora vicepresidente, sempre qualche giorno in più degli altri, al netto degli aerei persi), nella quale vanificano il tenore atletico: così sono poi subito costretti a giocare comunque in amichevoli abborracciate o improbabili, in cui il Milan magari fa lo smargiasso contro il Real nei non luoghi persici, o l'Inter si becca, insieme coi quatarioti della Rive droite, bordate sonore di fischi anche dai (pochi) spettatori marocchini per la mediocrità dello spettacolo. Dicono i sedicenti CEO (nella lingua di Dante, gli "amministratori delegati"): così incrementiamo le revenues (sempre vulgariter, il "fatturato"). Ma sono bruscolini al confronto di quanto genera un turno natalizio di Premier. I tifosi italiani, a loro volta, appena incassata la 13a sono costretti a restare a casa a rimpinzarsi di cibo, di TV e di internet, spippolando le immagini delle vacanze dei loro idoli e fumando le prime avide boccate di oppio, vagheggiando l'arrivo (a costo zero, in prestito, con o senza diritto di riscatto, a 6, 12, 18 mesi, con l'acconto, con lo sconto, a rate, ad assegni scoperti, con cambiali, in un kamasutra contrattuale sempre più inane) di salvifici Top Players. Congratulazioni vivissime a Beretta, Galliani, Lotito & C. Veri imprenditori ad imperitura memoria. Che poi hanno anche la faccia di lamentarsi perché la gente non va più allo stadio. Bye bye babies ...

Per fortuna c'è anche il calcio giocato (e catodico) per noi "mendicanti". Chi "era" ad Anfiled lunedì a sera ha potuto rivedere qualche bagliore reds, del genere di quelli dell'inverno scorso, al netto di Suarez a Sturridge obviously. Forse la partita più bella, tra le tante, dei quattro giorni di festa appena trascorsi. E domani si ricomincia, grazie a Eupalla.

23 dicembre 2014

Natale con emiri e sceicchi

Cartoline di stagione: 17° turno 2014-15

Non ci sono dubbi!
Poltroncine a forma di trono e foderate di soffice bianco; stadio piccolo e semi-acustico con tribune punteggiate da qualche irriducibile italiano venuto da chissà dove, ma soprattutto da emiri e sceicchi, ricchi benzinai e loro cortigiani: in questo scenario surreale, rimpiangendo Pechino, in piena congerie natalizia e in orario italiano coincidente con la punta di traffico su tutte le tangenziali si è disputata la partita valida per la nostra supercoppa. Eravamo l'ultimo paese a non averla ancora assegnata; ha portato qualche milioncino alle esangui casse del movimento, è stata (per fortuna) una sfida divertente e incerta, minacciava di durare fino alla Befana, e alla buonora il Ciuccio l'ha non immeritevolmente spuntata, ridando senso a una stagione che sembrava deragliata. La Juve si è confermata grigia e dipendente soprattutto dalle lune di Tevez; il Napoli è parso migliorato, ma la sua tigna agonistica è proporzionale agli umori del Pipita. Il quale ha mostrato senza pudore gli attributi - della cui esistenza forse qualcuno dubitava - e punito tre volte Gigione, l'altro juventino in serata di vena; vanificando perciò le incredibili topiche dei centrali difensivi partenopei (Albiol e Koulibaly), due autentiche sciagure. Come che sia, archiviamo la stagione 2013-14. Allegri, dopo avere a stento raggiunto il suo primo e dichiarato obiettivo (qualificazione agli ottavi di CL), ha fallito il secondo.

Per assenza di avversari decenti, forse, Allegri vincerà il campionato - a ben guardare, di una situazione analoga si avvantaggiò anche nel 2011, con la Benamata ebbra del triplete e abbandonata da Mou, con la Juve in difficile ricostruzione, con il pacco-dono di Ibra ricevuto alla vigilia del campionato. Assenza di avversari decenti: la Roma ha mostrato pochezze preoccupanti al cospetto del Milan, cioè una delle dieci squadre che avanzano a passo di lumaca nel gorgo che ricomprende la zona nobile della classifica e quella solitamente destinata ai grandi peccatori. Paga il calo fisico di Totti, che resta l'unico capace di accendere il gioco, dando imprevedibilità e tempi perfetti all'azione d'attacco; del resto, non potrà tenere la scena per i giorni dei giorni; paga anche - forse - le insicurezze generate dalle scoppole interne di Champions. Lo 'spettacolo' della Serie A è tutto nella terra di mezzo, nell'equilibrio di partite giocate col coltello tra i denti, e il cui esito non è quasi mai scontato (si vedano, nel week-end, le rimonte di Atalanta, Inter, Toro, Udinese e Samp nella stessa partita, Empoli - a Firenze). 

All'assalto, col sangue alla testa
Dal resto del pianeta pallonaro monitorato dai nostri schermi nulla di memorabile ha illuminato il week-end. In Bundes prosegue l'agonia del Borussia, e per fortuna di Klopp una lunga pausa è alle viste (sempre che non decidano di dargli il benservito, come farebbe qualunque nostro presidente). In Premier si fermano i Red Devils, che ora - per far convivere Falcao e Van Persie - schierano Rooney nella posizione propria di Nigel de Jong: ciò nonostante - o forse proprio a causa di ciò - producono purissima improvvisazione calcistica, jam session che non sempre riescono come si deve, e comunque qualcosa di ancora ben lontano da un'idea e una logica di grande squadra. Il Liverpool, nell'ennesima disperata partita di questa disperata stagione, impatta l'Arsenal ad Anfield sette minuti oltre il novantesimo, in inferiorità numerica e grazie a un'inzuccata su corner del bendato e sanguinante Skrtel: ai cardiologi del Mersey non mancherà lavoro, nei prossimi giorni. In Liga ha riposato il Real, giusto il tempo di andarsi a prendere il titolo FIFA di campione d'ogni mondo (una vera scampagnata a Marrakech), mentre l'Atletico ha mostrato carattere (e chi ne dubitava) in terra basca, travolgendo il Bilbao nel secondo tempo. Facile poker calato anche dal Barça - il che costituisce un'ulteriore conferma della sua discontinuità. Nella Grand Boucle l'andatura è ora fatta dal Marsiglia, ma la sgommata dell'OL a Bordeaux è stata impressionante; sornione e annoiato di Blanc, il PSG resta accodato.
Auguri a tutti.

P.S. Tornando alle cose di casa nostra, è da mettere in archivio l'ennesimo atto di sottomissione della FIGC. Il diktat di Agnelli è solo una prova di forza, e la nazionale (cioè lo stage voluto da Conte) ha costituito il pretesto atteso da Andrea per assestare una bella legnata sui denti al detestato Andonio e al disistimato Tavecchio. Questo accade nel calcio italiano, nei giorni in cui cadono gli anniversari della scomparsa di due grandi italiani: Pozzo e Bearzot. Due grandi italiani, già. E stiamo qui a parlare di nani.

Mans

15 dicembre 2014

Tempi duri per le outsiders

Cartoline di stagione: 16° turno 2014-15

E' stato un week-end di risultati interessanti ma non di bel gioco. Con qualche sorpresa.

Nella Grand Boucle le due fuggiasche si fermano contemporaneamente, consentendo all'Olympique Lyonnais di accodarsi. Una bella corsa, si direbbe, per l'equilibrio; ma i due XI olimpici perdono più facilmente del PSG (quattro sconfitte contro una sola) e subiscono anche più reti, perciò è presumibile che loro obiettivo massimo sia quello di riuscire a tenere il pubblico in sala TV sino alle ultime battute. I titoli di coda sono scontati, e la Ligue 1 cosituirà il principale bottino dei parigini, destinati a lasciare l'Europa negli ottavi, quando vanamente cercheranno di speronare il pullman e di escorcizzare gli illusionismi di JM.

Luciano Vietto abbraccia il connazionale Simeone, ma poi lo infilzerà
Ubriache dei propri record, le Merengues li aggiornano di giorno in giorno e Carletto ingrassa. Le avevamo lasciate in proiezione 138 reti, ed ecco che la quaterna assestata all'Almeria (ultimo della Liga) le porta a 139. Lara Croft sale da 62 a 66. Che dire? Mentre il Madrid è sempre una festa di gol, Barça e Atlético sembrano di fiato corto. Nell'ultimo turno un punto in due e nessun gol. Rumorosa la caduta interna dei Colchoneros, in un match nervoso e ricco di episodi polemici. Il sommergibile giallo ha saputo colpirli in contropiede proprio nel finale - ma poteva riuscirci anche prima. Adesso sono sette i punti che separano il Cholo da Carletto. Troppi, forse; così come eccessiva pare la differenza di qualità tra le due rose, cui si può rimediare nella singola partita ma difficilmente sulla lunga distanza. I catalani, invece, sono sempre in mezzo al guado, salpati da un ancora recente e maestoso passato e speranzosi di approdare in un futuro che vorrebbero fosse all'altezza di quella irripetibile 'stagione'. Steccano troppe partite, questa è la verità. Meno quattro dal Real, vale a dire due pareggi di troppo, imposti da gente non irresistibile (Malaga e Getafe).

La Bundesliga - torneo nel quale Guardiola allena i suoi in vista della campagna europea di primavera - è niente più che una bella zuffa per i posti di rincalzo; si sono avvantaggiati quelli di Wolfsburg, ma dietro di loro c'è una gigantesca ammucchiata, in una situazione simile a quella italiana. Il povero Klopp ha dovuto chinare il capo anche sul campo dell'Hertha: un solo gol, favorito da pagliacceschi inciampi nell'erba di Hummels e Subotic. Nove sconfitte in quindici partite: questo è lo score impressionante dell'XI che per un paio d'anni ha messo a ferro e fuoco le piazze del continente.

Ma perché la porta del Borussia offre così libero il proprio specchio?

In Premier League si profila adesso una possibile ed eventualmente appassionante gara a tre, perché Van Gaal sta lentamente mettendo a regime lo United (nonostante un'infermeria sempre strapiena). Gli è bastato pochissimo (non certo la qualità del gioco) per mettere sotto il Liverpool a Old Trafford, e si è ben visto come la ruota della sfortuna abbia preso di mira i Reds. Il gol che apre la partita (Rooney) arriva tre secondi dopo un clamoroso spreco di Sterling. Questo brevissimo segmento di partita ha riassunto tutta la stagione disputata finora dal Liverpool: errori a gogò sottoporta e difesa di burro. Come per l'Atletico, come per il Borussia, si palesa anche per l'XI di Rodgers la difficoltà di tenere il passo. Il ruolo di outsider è fascinoso, specie nell'epoca signoreggiata da pochissimi top-club, ma la normalità è sempre dietro l'angolo.

A proposito di outsider: la Juve pesca proprio il Borussia nell'urna di Nyon. Sorteggio buono? Visto il momento dei tedeschi, si direbbe di sì. Se riprendono a correre e giocare come sanno, sicuramente no. In prospettiva, sembra facilmente migliorabile soprattutto il rendimento del Borussia. Certo, "poteva andare peggio", dicono i più. Vedremo, le partite si giocheranno tra qualche mese, un tempo possibile ad Allegri e a Klopp per trasformare rose ricche di ruggini e tare in sfolgoranti macchine da gol. Personalmente, tuttavia, non comprendo la considerazione di cui godono i bianconeri. Le ultime partite sono state modestissime e aride. Ieri, per esempio, hanno sballottato la povera Samp per una mezzoretta, cavando da questo dominio assoluto lo straccio di un gollettino; l'orgiastica eccitazione dello Juventus Stadium è poi evoluta in rabbiosa incredulità quando Gabbiadini (non Arda Turan, non Cristiano Ronaldo) ha fatto secco Gigione con un sinistro che più calibrato non poteva essere - del resto, è sicuro che Siniša abbia appeso i suoi ai ganci dello spogliatoio, dopo un primo tempo così inane. Intanto, Tevez e Llorente sono sempre a secco, Morata non esplode, Giovinco non è Altafini (figuriamoci), Coman è una bella promessa ma ancora non incide. Questo pareggio viene dopo quello stentato di coppa, dopo lo squallido zero a zero di Firenze, dopo la vittoria immeritata nel derby. Inaciditi dal tradimento di Conte, i tifosi bianconeri si dicono innamorati di Allegri. Forse, semplicemente, fingono di esserlo. Dal canto suo, la Roma vive un momento arbitrale felicissimo e raggranella punti che non raggranellerebbe senza decisioni fortunate. Spero se ne tenga conto quando riesploderà la santabarbara.

Mans

7 novembre 2014

Sbandate inglesi

Fettine di coppa: quarto turno 2014/2015

Anthony Vanden Borre, difensore belga e colonna dell'Anderlecht:
doppietta all'Emirates
La parte migliore della coppa si è tagliata all'Emirates. La partita viaggiava incontro al suo scontato e inesorabile destino (i Gunners conducendo di ben tre gol contro nessuno incassato sull'Anderlecht), e a quel punto la difesa dell'Arsenal ha imbandito la tavola. I belgi hanno spazzato via tutto (pane e companatico), rimontando e pareggiando. Colpa di Wenger. Wenger sa, dovrebbe sapere che, se vince largo, va messo in campo Podolski. Sono quegli spicchi di partita in cui i gol non contano più; una situazione nella quale Poldo va a nozze, perché non ha responsabilità di segnare gol decisivi ma l'abitudine di segnare (con pochissime eccezioni) gol inutili, e scommetto che l'avrebbe fatto anche martedì sera. E invece Wenger lo manda dentro sul 3 a 2, quando ormai ogni certezza traballa. Puntuale, il glorioso Anderlecht lascia i londinesi con l'amaro in bocca, e anche i followers meno accesi saranno andati a dormire malmostosi e accigliati.

Se l'Arsenal non brinda, il City ha mostrato ancora una volta (e ogni volta si pensa che sia un caso, ma non lo è) le sue enormi difficoltà a incontrare e contrare squadre non inglesi. Si comporta come il tizio che, isolato alla festa perché non conosce nessuno, finisce ugualmente per ubriacarsi ed essere ricordato dagli altri per la brutta figura. Quattro partite, due punti: uno all'Etihad con la Roma (e s'era ben scritto qui, a fronte degli entusiasmi indigeni, che i Citizens non erano e non sono un test probante, se un XI emergente vuole misurare il proprio spessore europeo), uno a Mosca (dove ne ha regalati due). Ora il CSKA è tornato pienamente in gioco, e ospiterà la Lupa in un inaspettato (dai nesci) match senza appello. Il ricordo della goleada maturata all'Olimpico non deve suscitare facili pronostici; a Mosca ha visto sorci verdi anche il Bayern.

Tra le sbandate inglesi, più sbandato di tutte (dissolto, estinto, rottamato) pare il Liverpool. Mai nella storia, credo, i Reds hanno considerato se stessi battuti in partenza, qualunque fosse l'avversario; mai credo abbiano giocato con il principale intento di limitare i danni. Sono andati al Bernabéu con questa predisposizione di spirito, ne sono tornati con un solo gol sul groppone. Rodgers ha risparmiato a un po' di gente la figuraccia, e tenuto i suoi 'assi' freschi per il Chelsea, annunciato ad Anfield per sabato a mezzogiorno. Mou, infatti, non ha apprezzato la mossa (ma questo suo sistematico mettere il naso nelle faccende altrui è sempre molto irritante). Facile parlare per lui: può spacciare per turn-over qualsiasi cambio di formazione. In Slovenia si è dovuto accontentare d'un pari, ma è stato un allenamento agonistico. Altissimo, a questo punto, è il 'rischio' di avere due sole inglesi al via degli ottavi.

Infine, la Juve. Fosse stato, quello coi greci, scontro a eliminazione diretta, oggi sarebbe fuori. Soprattutto, la fatica tremenda con cui viene a capo di partite che ci si aspetta vinca facilmente (il che fa da pendant alla facilità con cui perde, di misura e alla fine, quelle molto equilibrate) dovrebbe finalmente indurre a moderare le attese. La qualità del gioco è modestissima, affidata ormai essenzialmente al talento dei singoli; il ritmo è basso (per gli standard europei, s'intende). Conosciamo bene e abbiamo pochissima stima del suo allenatore, uno che sul campo di allenamento ha poco da dire, da dare e da insegnare - figuriamoci alla vecchia guardia bianconera, che coincide o quasi con tutti i titolari. Comunque, gli ottavi sono un obiettivo raggiungibile, a questo punto. Ma anche quest'anno c'è da temere che oltre non si possa andare; e forse sarebbe alla lunga più utile a tutti (anche a Juve e Roma) restare in Europa sì, ma in Europa League.

Mans

2 ottobre 2014

Allergie alla coppa

Fettine di coppa: secondo turno 2014/2015

Qualcosa accomuna due club che, negli ultimi anni, hanno costruito un dominio significativo nei rispettivi paesi. Juventus e Manchester City, campioni d'Italia e d'Inghilterra in cinque delle ultime sei stagioni, regolarmente, in Europa, steccano. Sono allergiche alla musichetta. Smarriscono la propria identità, perdono le partite importanti, o non le vincono. Ora, la cosa è accettabile parlando della Juventus: squadra prepotente e inarrivabile e apparentemente di un altro pianeta nella declassata Serie A, quando passa i confini - è luogo comune, ormai - diventa più timida di una matricola; semplicemente, patisce e riflette la debolezza del sistema. La questione è meno comprensibile se si parla dei Citizens, abituati in Premier a rivaleggiare (superandoli di frequente) con club che, negli ultimi dieci anni, almeno una volta in cima all'Europa ci sono arrivati (Chelsea, United, Liverpool) o quasi (Arsenal), e che occupano posizioni di prestigio nel ranking Uefa; i Citizens vantano una rosa ampia e di grande qualità, possono permettersi di acquistare campioni e di venderne a capriccio, dovrebbero essere stabilmente (come minimo) tra le prime otto/quattro d'Europa (più avanti rammenterò le loro performance recenti), cosa che dalla Juve si desidererebbe ma è difficile 'pretendere'. Tra i due club c'è un notevole dislivello, se si parla di ricchezza e di tradizione: ma la Juve non riesce a compensare la propria (relativa) povertà con la tradizione, e una tradizione è difficile da fondare anche disponendo di risorse illimitate, come sta accadendo agli Sky blues. Una tradizione, un atteggiamento, un'abitudine; peraltro, anche la Juventus vanta una storia internazionale densa di delusioni: ma, in passato, sbandava spesso e solo all'ultimissima curva; ora, cade sempre alla prima salita, svelando immediatamente le magagne che in patria le è permesso di occultare.

Mario Mandžukić e José Martín Cáceres
La sfida portata all'Atletico sul campo contiguo al Manzanarre ha confermato anche la modestia tattica (da noi ben risaputa e più volte rimarcata) di Allegri, al quale si sono aggrappati i fan di Nostra Signora sedotti e abbandonati da Andonio Gonde. Il quale, come allenatore, vale molto (ma davvero molto) di più dell'ex pilota inabissatore del Milan. Questa Juventus - più tranquilla, più sagace, più consapevole, che finalmente ha capito come deve giocare Tevez, che non si spreme più del necessario, che uccide le partite quando è il momento di ucciderle (non un minuto prima, non uno dopo), dicevano i commentatori rinfrancati - è riuscita nell'impresa di farsi infinocchiare dall'Atletico esattamente nel modo che Simeone aveva pianificato. L'unico possibile. Le statistiche dicono molto, per una volta: i bianconeri hanno dominato nel possesso palla - sì, ma la palla ristagnava (nelle fasi di possesso) a non meno di quaranta metri dalla porta dei Colchoneros; i bianconeri non hanno tirato una sola volta nello specchio della porta; i bianconeri hanno persino commesso più falli (28) dei materassai (21), pur essendo stati proprio gli uomini del 'Cholo' a mettere il match sul tema del corpo a corpo insistito, dello spezzettamento inesausto, del nervosismo strategico. Una trappola perfettamente preparata, nella quale la Juventus è precipitata nel momento peggiore: a un quarto d'ora dalla fine. L'azione del gol ha rispecchiato perfettamente l'insipienza dei nostri, caduti ovviamente sul dettaglio: il pallone spiove in area (situazione di pericolo risaputa, contro coloro) e lo mette in rete Arda Turan, ma è un pallone che arriva sul piede del turco perché - in mezzo all'area - si è creato un mismatch, ovvero un duello aereo tra Caceres e Mandžukić, con dieci centimetri e dieci chili di differenza a favore del secondo, che non inzucca ma fa volare via l'uruguagio (al quale, dopo la collisione, esce la spalla). Fine della partita, il tempo restante è stato probabilmente il meno 'giocato' (parlo di tempo di gioco effettivo) nella storia della Champions League.


All'Etihad, invece, martedì si è visto del bel calcio. Ma - attenzione - il City è una squadra che prevale sulla lunga distanza, è una squadra da campionato. In quaranta partite, l'ampiezza della rosa (e la varietà dei sistemi di gioco) è un atout mica da ridere. Il test, per la Roma, era dunque e decisamente più morbido di quello affrontato dalla Juventus. Quel che l'Atletico non concederebbe nemmeno sotto tortura, il City addirittura regala (spazio dietro le linee, spazio davanti all'ultima linea). Difficile immaginare due modi di difendere più lontani: tanto è feroce e concentrato quello dell'Atletico, tanto è distratto e talora disinteressato quello del City. Anche l'intensità della pressione ambientale è agli opposti - e rilevata da gente come Scholes e Ferdinand [vedi], abituata a ben altre situazioni nella stessa città ma nell'altro stadio (quello 'vero'). Non a caso, nelle ultime tre edizioni della coppa, i Citizens hanno superato una sola volta la fase preliminare, fermandosi però alla stazione successiva. Il Milan, nelle stesse annate, ha sempre fatto meglio di loro. Ed è detto tutto.

Infine, un pensiero mesto per la confermata dissoluzione del Liverpool. Un'altra sconfitta, sul campo teoricamente non inespugnabile del Basilea: il glorioso St. Jakob. Da lì, idealmente e malinconicamente, arriva questa cartolina.

Mans

22 settembre 2014

Frank, "el Cuchu" e la nemesi di Marassi

Cartoline di stagione: 6° turno 2014-15

"Frank, sei una vecchia ciabatta, non so cosa farmene di te. Adesso ho Fabregas". Non avrà certo detto questo José Mourinho a Frankie Lampard qualche mese fa, ma c'è qualcuno disposto a scommettere un penny sul fatto che non l'abbia pensato (vedi foto)? E ieri impagabile era l'espressione del portoghese, inquadrato dopo che la vecchia ciabatta, subentrata da poco, aveva scaraventato in rete il pallone di un pareggio che i Citizens strameritavano. Espressione incredula da un lato, scocciata dall'altro. Il vecchio dipendente gli sottraeva la ribalta, impedendogli di vincere more solito una partita di vertice senza giocare a calcio. E il buon Frank è poi andato a raccogliere l'applauso interminabile della South Stand, dov'erano concentrati i supporters ospiti. E' una situazione che capita di rado. Del Chelsea, Lampard è di diritto (e di fatto) una leggenda, e i numeri parlano chiaro: 648 presenze nel club (in tutte le competizioni) e 211 gol. E - si sa - non è un centravanti. Tre titoli nazionali, otto coppe britanniche, una Champions League, un'Europa League. Tutto, o quasi. E' sicuro: la storia di oggi (il gol e gli applausi di tutti) si scolpisce nella infinita storia del calcio inglese; che è forse l'unico a poterne produrre di simili. Su Mou, sul suo atteggiamento nel post-partita [vedi], sul (non) gioco del Chelsea (nonostante l'immensa qualità di cui dispone e che si è vista una sola volta durante il match), stendo un velo pietoso. Vincerà per inerzia molti titoli, quest'anno (cosa che personalmente non mi auguro), ma aumenteranno - nei suoi confronti - le antipatie e il sarcasmo.

E' stato comunque, in Inghilterra, un grande week-end. Bolle di sapone a Boleyn Ground [card] prima della partita - sabato pomeriggio - mentre si alza - appunto - "I’m forever blowing bubbles", inno degli Hammers. Match di cartello, West Ham-Liverpool. Si diceva che i supporters locali fossero stanchi del cattivo gioco offerto dagli uomini di Allardyce negli ultimi due anni; sì, risultati decenti, ma divertimento scarso. Bene, in questa stagione le cose sembra stiano cambiando. I Reds sono annichiliti dai primi dieci minuti di pressing e velocità dei londinesi; sconcertati, incapaci di articolare un discorso di football ancorché minimo. Sterling ignora Balotelli; Gerrard pare un lento tram che sta arrivando finalmente al capolinea; i centrali sono - a dir poco - statuari. Dello spettacolare XI ammirato un anno fa non è rimasto nulla. Rodgers deve ricominciare tutto daccapo: tre sconfitte su cinque partite in Premier sono quasi una sentenza. Peccato.

Jamie Vardie: una giornata particolare
Domenica pomeriggio, a Leicester, eccoli in campo tutti insieme: Falcao e Van Persie, Rooney e Di Maria. La batteria dei galli da combattimento di Luigi Van Gaal. I quattro confezionano due marcature di altissimo pregio, e a meno di mezz'ora dalla fine lo United è avanti di due gol. Riesce a incassarne quattro, e a perdere la partita. Il velo pietoso, stavolta, va steso sul reparto difensivo dei Red Devils: semplicemente osceno. Anche quelli che erano a Filbert Way ricorderanno a lungo questa partita, e la prestazione sopra le righe di due pedatori che più lontani (in tutto) non potrebbero essere: Esteban Cambiasso (ecco dov'era finito!) e soprattutto Jamie Vardie, ormai ventisettenne, nato a Sheffield, e arrivato ai Foxies solo due anni fa, dopo una vita trascorsa sui campi delle divisioni inferiori. El Cuchu ha ciabattato da par suo il gol del tre a tre, l'altro ha corso indemoniato per novanta minuti, segnando, servendo assist e quant'altro; the game of his life, senza dubbio.

Anche altrove si è giocato a pallone. Bisogna ammettere che, quando i suoi satanassi sono in vena, il Real è davvero un luna-park. Otto reti al Riazor, mai così tanti in trasferta nella sua storia in Liga, perle meravigliose offerte da Cristiano, da James, da Bale. Carletto ha il problema di abituare Kroos (uno che era nato trequartista) a fare il centromediano, e deve trovare il modo di far rendere James al meglio per la squadra, avendo il colombiano passo ben diverso da quello di Ángel Di Maria. Sicuramente, essendo tosto e testardo, ci riuscirà, in fondo ha dovuto risolvere problemi assai più complicati nei suoi ormai lunghi anni in panca ...

Il sabato si era concluso al Meazza. Strapieno di spettatori paganti e non abbonati, venuti per vedere Milan-Juventus. Si sperava in un match spettacolare ed equilibrato. Si è vista la classica partita di Serie A, un lento muoversi di uomini e di idee sulla scacchiera; partita - come si suol dire - tatticamente bloccata, e piena di falli (appunto) tattici. A bassissimo tasso di godimento per il pubblico - anche quello non abbonato e non pagante, già. Hanno vinto i bianconeri, secondo logica: superiori non tatticamente, ma certamente nella qualità complessiva dei singoli e dominanti sotto l'aspetto fisico. Magnifica la doppia giocata di Tevez in occasione del gol. Impressione volante: quando (e se) Allegri (uomo e allenatore per nulla geniale, anzi) scioglierà le briglie a Pogba, la Juve farà il salto di qualità che deve fare, forse anche in Europa; il suo reparto di mezzo, a ben guardare (con e senza ma soprattutto - in prospettiva - senza Pirlo), è ben assortito e nulla ha da invidiare a quelli dei grandi club stranieri.

La Serie A ha poi esaurito il suo programma tra il primo, il secondo, il terzo pomeriggio e la prima serata di domenica. Si è visto davvero poco. Da ricordare, tuttavia, la sconfitta della Lazio a Marassi, maturata sul finale di partita: gli sprechi dei biancocelesti nel primo tempo sono inauditi - almeno dieci occasioni limpide, ben riasssunte da un inciampo sulla propria corsa di Felipe Anderson, solo in area di rigore. Si sa come vanno le cose. Nemesi puntuale. "Ha prevalso il fattore imponderabile", deve aver pensato Claudius Lotitus.

Mans

26 agosto 2014

Il destino della nobiltà minore

Cartoline di stagione: 3° turno 2014-15

Nel lungo weekend appena trascorso si sono avviate anche la Bundesliga e la Liga. Anch'esse, più o meno, hanno ricominciato là dove erano terminate. Se emerge un'impressione comune anche agli altri campionati europei già in corso è infatti quella relativa ai "super club" di seconda fascia. Quelli con fatturati alti ma non altissimi, per intenderci: non Real, Barça, Bayern, City, United, Chelsea e PSG, ma Atletico, Borussia Dortmund, Arsenal, Liverpool, Monaco, etc. Club, cioè, capaci di vincere titoli, ma non in grado di competere con il parco giocatori di cui dispone ormai l'élite ristrettissima in cui si è concentrato il grande potere dell'universo calcistico internazionale in quest'ultimo lustro.

25 agosto 2014, Ethiad Stadium, Manchester
Top player? Forse sì. Stevan Jovetić alla sua prima doppietta nella Terra Madre
Le prime partite ufficiali della stagione sembrano confermare che la "nobiltà minore" fatica da subito a tenere il passo su più tornei. L'Arsenal ha vinto bene il Community Shield ma ha subito claudicato in Premier, sia in casa alla prima giornata sia alla prima trasferta al Goodison Park (pareggio ripreso per i capelli negli ultimi dieci minuti). Il Borussia ha vinto in modo perentorio la DFL-Supercup contro un Bayern senza molti titolari ma ha perso subito in casa, alla prima, uno dei big match di stagione, contro il Bayer Leverkusen, tanto che il "Guardian" si spinge a scrivere (il 25 gosto!) "Is the Bundesliga over already?" [vedi]. L'Atletico vince meritatamente con grande ardore ("coppini" del Cholo all'arbitro compresi) la Supercopa de España contro il Real, ma impatta senza reti, alla terza partita in sette giorni, sul campo del Rayo Vallecano alla prima in Liga. Il Liverpool sciorina subito il suo bel gioco veloce e manovrato ma perde nettamente il primo big match della Premier in casa del City. Potremmo continuare con gli esempi: Bielsa, al Marsiglia, che lamenta di avere a disposizione una rosa ristretta a 18 giocatori; l'Ajax che in meno di due settimane ha perso sia la supercoppa olandese che il Klassiker con il PSV (in casa); il Napoli - Eupalla non voglia! - che rischia di non vedere la Champions; etc.

Bene inteso, anche il City, il Bayern e il Real hanno perso le rispettive Supercoppe nazionali, anche il PSG sembra faticare senza il suo "faro votivo" (come direbbe il Cholo), ma danno comunque l'impressione di poter riprendere presto il loro ruolo di leadership, una volta messo a pieno regime il diesel della rispettive rose. Fosse così l'esercizio di tecnomanzia rischierebbe anche quest'anno di essere molto semplice [vedi quello dello scorso]: City o Chelsea, Real o Barça, Bayern e PSG. Quanto alla Serie A? Ne riparliamo tra un mesetto, ma non andiamo lontani se diciamo o Juve o Roma. Speriamo ovviamente di essere smentiti e che come è riuscito a fare lo scorso anno l'Atletico, anche quest'anno un club cadetto rovesci le gerarchie.

Azor

19 agosto 2014

Chelsea Market

Cartoline di stagione: 2° turno 2014-15

Spalmato su quattro giorni, il secondo turno dei principali campionati europei ha visto cominciare anche la Premier. Tale e quale - quasi - a dove l'avevamo lasciata: con il City che vince grazie alla qualità dei suoi singoli; con l'Arsenal che fatica a chiudere le partite perché Wenger si ostina a lasciare in campo per un'ora un simpatico ragazzone, Sanogo, che di professione dovrebbe fare la punta ma che non segna nemmeno se accompagnato dai genitori; con il Liverpool che continua a tenere in altalena emotiva i suoi fans, e a risolvere solo grazie ai suoi giovani attaccanti pur orfani di Suarez; con lo United che comincia rendersi conto che Ferguson ha lasciato in eredità anche molti ronzini.

18 agosto 2014, Turf Moor, Burnley
Francesc Fàbregas Soler è tornato in cattedra in Inghilterra

Solo il Chelsea sembra diverso rispetto alla scorsa stagione: invece che inchiodare sullo 0:0 l'ennesima neopromossa, questa volta ha vinto e convinto. La cartolina arriva infatti dal Turf Moor, dove al Burnley è stato concesso solo il primo gol. Poi non c'è stata più storia per mezzora, e solo accademia nella ripresa. Lo scorso anno José Mourinho dichiarò più volte che la squadra non era all'altezza di vincere: e infatti non vinse nulla. Zeru tituli. Il mercato estivo è stato tra i migliori, se non il migliore, dei super club europei. Entrate per 96 milioni di euro (con la grande "stangata" ai quatarioti della Rive gauche: 49 solo per David Luiz) e uscite per 93. Saldo attivo di 3, al momento, con foglio di via anche per Demba Ba, Cole, Lampard ed Etoo, tra gli altri. Shopping alla boutique del Calderon: Courtois, Filipe Luis e Diego Costa. Rapidissima alzata di cornetta per chiamare Fabregas quando Wenger e Van Gaal titubavano. Telefonatina nostalgica anche al veterano ivoriano. Ora manca solo un centrale difensivo per pungolare i due titolari britannici e supplire ai loro acciacchi: i nomi in fumeria sono quelli di Benatia, Hummels, Miranda o Varane. Panchina al Turf Moor: Cech, Zouma, Filipe Luis, Mikel, Willian, Drogba e Torres. Forse solo Real e Bayern ne hanno di migliori quest'anno.

Al di là dei nomi è però il gioco che ha convinto. Finalmente non affidato solo alle corse palla al piede dei tanti piccoli trequartisti e alla finalizzazione di bolsi attaccanti, ma schemi più variati e affidati a un ispiratissimo Fabregas, arretrato accanto a Matic e dunque con enormi spazi davanti in cui lanciare i compagni, e a un Diego Costa che ha dimostrato subito di saper finalizzare come Torres non è più in grado di fare. Certo, il Burnley, come anche il Leicester sabato prossimo, costituisce un avversario morbido. Ma l'impressione destata è stata molto positiva. Probabile che José non esiti a parcheggiare di nuovo il bus a due piani in area quando tentato: è fatto così e ormai non ha più l'età per cambiare. Ma la direzione imboccata sembra quella giusta. Vedarèm.

Azor

24 maggio 2014

Bellezze di stagione

Cartoline di stagione: bilanci 2013-14

Ancora qualche considerazione sulla stagione agonistica europea in via di conclusione, in attesa di commentare l'ultimo atto che andrà in scena questa sera sull'estremo lembo atlantico del continente. Detto dello iato culturale e di competitività, prima ancora che di risorse economiche, scavato dalla Premier e dalla Liga rispetto agli altri campionati [vedi], il commento può volgersi agli aspetti estetici e tecnici, per fissare nella memoria alcuni tasselli di una bella annata.

1 | Le squadre

Mai così belli
Se avessi a disposizione una sola opzione per indicare la squadra più bella della stagione non avrei esitazione a scegliere il Liverpool, così come lo scorso anno avrei detto Borussia Dortmund e due anni fa Athletic Bilbao. Partenze così vibranti e determinate come quelle dei Reds ne abbiamo viste poche nella storia del football: uno spettacolo impressionante di potenza e determinazione, centrato sul terzetto di attaccanti in stato di grazia e ben sostenuto da una mediana orientata al passaggio rapido in profondità. Certo, il titolo della Premier è sfuggito per alcuni errori nelle retrovie, dove Gerrard ha giocato una delle stagioni più belle della sua carriera nel ruolo di metodista: al suo scivolone fatale molti addebitano la mancata vittoria finale, ma sono state soprattutto le incertezze e le lacune della linea difensiva a pesare alla lunga. Resta il ricordo di partite memorabili.

Al pari di molte di quelle giocate dall'Atletico Madrid, non solo in campionato ma anche, a differenza del Liverpool, in Champions League. I Colchoneros praticano da anni con il Cholo un tipo di gioco più compatto, più attendista, ma di grande pressing (a tre su portatore di palla e su linee di passaggio) e di feroce determinazione. Con altri interpreti (soprattutto qualitativi), il modello più evidente a me sembra il Milan di Sacchi: curioso che quasi nessuno abbia colto le analogie. Con Diego Costa hanno trovato un guerriero a lungo implacabile, ma le ultime settimane hanno dimostrato che, lui assente o a mezzo servizio, la "squadra" è in grado di essere ugualmente letale. Se il Liverpool ha risolto molte partite nei primi venti minuti, l'Atletico ha mostrato la capacità di aggredire compatta e di impossessarsi della metà campo avversaria per tratti di gioco lungo tutto l'arco del match, anche a cavallo tra i due tempi. Una duttilità tattica e agonistica avanzata.

Tutte le altre squadre di vertice hanno giocato bene solo per alcuni periodi della stagione. Penso all'Arsenal fino a Natale, alla Roma fino all'infortunio di Totti, al Bayern fino alla precoce conquista della Bundesliga. Più affidati alle individualità mi sono parsi gli impianti di gioco del Real, del City, del Napoli, della stessa Juventus. Raramente convincente sul piano estetico il PSG. Certamente inferiori alle attese le annate del Borussia (martoriato dagli infortuni), della Fiorentina (priva troppo a lungo delle sue punte), del Manchester United (collassato dopo la lunga "tensione" del regno di sir Alex) e ovviamente del Barcellona (capace però di riaccendere a tratti la sua antica e stupefacente bellezza). Qualche rara bella partita l'ha giocata anche il Chelsea, come anche - a spiccioli di memoria - l'Everton, il Southampton, l'Ajax, l'Olympiacos. Non pervenute, ahinoi, le milanesi.

Ma è stata, complessivamente, una bella stagione di calcio giocato, come peraltro accade da qualche anno a questa parte dopo la rivoluzione barcellonista e l'imporsi del Bielsa pensiero. Ma su questo, magari, ritorneremo con più agio.

2 | Gli allenatori

Da vero hidalgo il Cholo ha sempre indossato
il colore della distinzione nobiliare
Nel luglio scorso la stagione si prospettava come quella della grande smazzata di nuovi tecnici su moltissime panchine [vedi]. Qualcosa che quest'anno non sembra annunciarsi nella stessa misura. Le sfide più interessanti mi sembravano quelle di Guardiola, di Martino, di Benitez e di Pellegrini. Nessuno ha convinto appieno, per motivi diversi: il Tata ha fallito e ha signorilmente lasciato (un comportamento per bene quanto inconsueto); El Ingeniero e Rafa hanno vinto il possibile ma poco: il Pep ha vinto moltissimo ma non il trofeo più prestigioso, dal quale la sua aura è uscita anzi un po' appannata.

Il minimo sindacale hanno ottenuto Blanc e Conte, roboanti vincitori di campionati "non allenanti". Nota bene: in Serie A i punti di distacco tra la prima e l'ultima sono stati 77, in Francia 66, in Spagna e Germania 65, in Inghilterra 56. E poi c'è ancora qualche bella gioia che continua a dire (cioè a credere) che quello italiano sia il campionato tatticamente più difficile. Una barzelletta. Credo che la Juventus avrebbe qualche problema in più che al Mapei o al Dall'Ara se dovesse recarsi a giocare al Selhurst Park o al "Manuel Martínez Valero" ...

La finale di Champions potrebbe consacrare la stagione di Ancelotti ma anche costargli il posto, data l'inconcludente fanfaronaggine di Florentino Perez, uno capace di cacciare un santone come Vicente del Bosque - che aveva vinto in quattro stagioni due campionati (2001 e 2003), una supercoppa di Spagna (2001), due Champions League (2000 e 2002), una supercoppa UEFA (2002) e una coppa Intercontinentale (2002) - con la motivazione che il suo stile di gioco era "más bien clásico, muy tradicional: buscamos algo más moderno" [vedi]. Una sorta di anatema boomerang, iettatorio ...

La palma di migliore allenatore della stagione va certamente a Simeone, vinca o non vinca la coppa dalle grandi orecchie. Non ha invece ottenuto quello che meritava Rodgers, mentre la prestigiosa FA Cup ha salvato la faccia a Wenger. Klopp ha vinto una coppa battendo il Bayern a inizio stagione e quando aveva a disposizione l'intero organico. Un cenno di lode va dato a Garcia, anche se la seconda parte dell'annata è stata inferiore alle novità proposte nella prima e il finale deludente. Fallimentari certamente le stagioni di Martino, di Moyes e di Mourinho, viste le rose a disposizione.

Angolino tattico: poche le innovazioni di gioco. La sperimentazione più interessante è quella proposta da Brendan Rodgers: un mix di possesso palla che si sviluppa in orizzontale nella propria metà campo (trenta metri più indietro di dove lo portava il Barcellona di Guardiola, per intenderci) muovendo dal portiere, e di verticalizzazioni profonde, fondate sulla proposizione degli attaccanti, ad alternare il passaggio rasoterra al lancio lungo a incrociare il fronte di gioco e a “spettinare” (come ama dire Condò) la difesa avversaria. Se vogliamo, un impianto che si avvicina a quello del Bayern di Jupp Heynckes, che sfruttava però le caratteristiche diverse degli attaccanti esterni, portatori di palla e non cursori nello spazio, e che fraseggiava meno in orizzontale.

3 | I giocatori

Caratteraccio, ma grande condottiero: capace spesso di immolarsi da solo
Qui siamo all'angolino ludico, il più personale e pertanto il più opinabile. Molti i giocatori lucenti in periodi più o meno lunghi della stagione. Tra i portieri, su tutti, Courtois, impressionante se si pensa all'età. Tra i difensori non finisce di stupirmi Alaba, che purtroppo non vedremo ai mondiali; ottimo il sempiterno Dani Alves, così come anche la coppia dei due centrali dell'Atletico, Godin e Miranda (che si sono giovati della grande copertura della mediana) e Kompany; bene anche Benatia, che ha seguito però la flessione della Roma; immarcescibile Maxwell; su standard alti Sergio Ramos (con qualche cappellata) e Thiago Silva.

Tra i centrocampisti, su tutti, Yaya Touré: immenso. Modric mai così continuo in una posizione in campo finalmente più appropriata, e Di Maria, arretrato sagacemente da Carletto; Griezmann (che magari il grande pubblico “scoprirà” ai mondiali) e Barkley tra i cursori di fascia sinistra; Ramsey e Wilshere tra gli incursori sull’altra sponda; Pogba, Thiago Motta, Verratti e Kroos tra i mastini centrali di qualità; Pjanić e Reus a ridosso della prima linea. Tra gli attaccanti il trio del Liverpool, innanzitutto: Sterling, Sturridge e Suarez (quest’ultimo una buona spanna sopra agli altri ovviamente); Hazard e Immobile tra i più giovani; Ibra e Cristiano tra i vecchi santoni (annata la più bella e convincente, finalmente, per entrambi); Silva per gli arabeschi e Dzeko per la sicurezza del tratto, pesante; Diego Costa per l’impressione destata. Under: a sprazzi hanno lasciato intravvedere grandi potenzialità Januzaj, Kovacic, Deulofeu e … Scuffet.

Sempre sia lodata Eupalla!

Azor

28 aprile 2014

Calcio di barricata

Cartoline di stagione: 38° turno 2013-14

Due trasferte - Manzanares e Anfield (card) -, due partite decisive, e il Chelsea non incassa nemmeno una rete. Perde il totem della difesa (John Terry) a Madrid, lancia un debuttante a Liverpool (Kalas), perde Cech e schiera tra i pali un australiano vecchio come il calcio o giù di lì (Schwarzer). Settimana indimenticabile per i Blues. Se l'obiettivo di Mou era di mantenere aperto ogni orizzonte, ebbene lo ha centrato in pieno. Ha ben studiato e realizzato i suoi piani. Rischia tuttavia di essere la classica pentola senza coperchio, perché in coppa un pari bianco in trasferta è sempre il peggiore dei buoni risultati; in Premier, invece, il Liverpool rimane avanti di due punti e anche il City (se vince il match che deve recuperare) andrebbe più in su, a medesima distanza. Dunque, perlomeno i numeri non sono dalla parte del Migliore, che rischia di pagare carissima la sconfitta interna con i Black Cats di sette giorni fa. In Europa, invece, ha più chances. Dovrà comunque restituire qualche metro di campo agli uomini del Cholo; mai una partita è stata più impronosticabile: tuttavia, i fattori base (esperienza e - soprattutto - fortuna) favoriscono Mourinho.

La partita deve ancora iniziare, ma Brendan Rodgers ha già capito l'antifona
Negli occhi e nei ricordi di spettatori (neutrali) e appassionati rimane e rimarrà a lungo il disgusto per l'anticalcio totale e regressivo impostato da Mou per i due match-clou, del tutto immeritevole di approfondita analisi tattica. Come disponesse d'un XI di ronzini e non di una rosa tra le più qualitative del mondo, ha eretto barriere immobili di dieci uomini davanti all'area, lasciando il centravanti a 60 metri (Torres al Manzanares, Demba Ba a Liverpool). "Defensive display? I'm a bit confused with what the media thinks about defensive displays. When a team defends well you call it a defensive display. When a team defends badly and concedes two or three goals you don't consider it a defensive display", polemizza Mou. Infatti il suo non è più nemmeno calcio di 'difesa', ma di pura e semplice barricata, con rinuncia persino al contropiede - il gol (decisivo) di Demba Ba ad Anfield è solo frutto di un errore tecnico impensabile di Steve Gerrard, che perde la boccia e non certo perché messo sotto pressione (in sostanza, un colpo di fortuna assoluta). Qualcosa che non si era davvero mai visto a questi livelli; nemmeno la derelitta Grecia di euro 2004 (che usava ancora il libero) giocava così. "José is happy to work that way and play that way and he will probably shove his CV and say it works but it's not my way of working", dice a fine partita Brendan Rodgers di colui che lo scelse a Stamford Bridge per insegnare calcio ai ragazzini. Ci si domanda chi, oggi, sceglierebbe Mou per un lavoro simile. Certamente qualcuno a cui, in fondo, il calcio non piace. Qualcuno esattamente come lui.

Mans

21 aprile 2014

Unbelievable performance

Cartoline di stagione: 37° turno 2013-14

57.090: è il numero di coloro che non hanno disertato Camp Nou (card) la sera in cui tutto poteva o sembrava poter essere irrimediabilmente perduto. Già: un Barça aggrappato alla Liga solo in virtù dell'aritmetica (ma non si sa mai) è abbandonato dal suo pubblico, abituato a fasti eccessivi (di gioco e di vittorie), indisponibile a una pur lussuosa normalità. Intendiamoci: con 57.090 spettatori paganti si riempiono ormai quasi tutti gli stadi del mondo; ma qui il colpo d'occhio sembra immiserire il match al rango di un'amichevole senza significato. Significato che poi, invece, ha avuto eccome. I blaugrana sono sfilacciati, a tratti senz'anima, a tratti si direbbe persino che - colpiti da inspiegabile analfabetismo pedatorio - non sappiano più cosa fare quando hanno il pallone, vanno nel panico quando l'avversario (l'ottimo Atletico di Bilbao) alza la pressione. Sprecano occasioni enormi (e ogni volta il Tata silenziosamente impreca, si gira e si allontana, sembra se ne voglia andare definitivamente - ma poi torna), vanno sott'acqua, riemergono all'improvviso. Regalano emozioni, sempre e comunque.

Dove c'è lui ci sono sempre teste calde. Persino Ivanovic è perplesso
In Inghilterra è stato un week-end forse decisivo. Il Chelsea perde in casa. Non era mai accaduto, con Mou in panca. Perde sabato contro l'ultima in classifica, il Sunderland di Gustavo Poyet, un nome che a Stamford evoca buoni e non antichi ricordi. I Blues riescono addirittura a farsi rimontare. "Unbelievable performance", ironizza José nel post-partita. Stavolta non si riferisce ai suoi (o agli avversari) ma al referee. Alla fantastica prestazione (parole sue) di Mike Dean, 'incredibilmente' designato da Mike Riley per dirigere il Chelsea in una circostanza così delicata. Dean ha il torto di assegnare un penalty inesistente ai Black Cats (di questi tempi, un nick quanto mai appropriato, come sanno anche al City); ma che fosse un regalo lo si capisce solo (e come al solito) rivedendo l'azione da un punto di vista diverso da quello dell'arbitro. Come al solito, spropositati gli isterismi del roster e il sarcasmo dello sfasciacarrozze. D'altra parte, se presti Lukaku e ti ritrovi con Torres e Demba Ba (inenarrabile cosa quest'ultimo abbia scialacquato sottoporta: c'era da aspettarselo, dopo la surreale traiettoria accompagnata da Eupalla a silurare il PSG) perché hai dato in prestito Lukaku; se ti trovi a dover schierare tra i pali l'arrugginito ultraquarantenne Mark Schwarzer perché hai dato in prestito Courtois, significa che pretendi troppo anche dal tuo inimitabile deretano.

Satanassi di oggi e (probabilmente) di domani
L'occasione per allungare è dunque ghiottissima per il Liverpool, atteso di domenica a Norwich da gente altrettanto bisognosa di punti. L'avvio dei Reds è come al solito irresistibile. Ispiratissimo Sterling, il ragazzino che rade al suolo il lato sinistro del campo: in dieci minuti, ha fiondato un pallone imparabile e servito un assist sontuoso al bestiale uruguagio. Si ripeterà nel secondo tempo con una fenomenale e fortunata incursione solitaria. Ma sarà sofferenza sino alla fine; ciò non toglie che, se vi è un XI che merita senza discussione di vincere la Premier League quest'anno, per la freschezza e la qualità del gioco d'offesa esibite, è senza alcun dubbio il glorioso Liverpool, in astinenza da quasi mezzo secolo: non accadesse, sarebbe una di quelle clamorose ingiustizie che spesso il football regala per incrementare il proprio fascino.  Il 'realismo magico' di Rodgers è riconosciuto con entusiasmo dal vecchio capitano Steve. Non che vi siano in rosa solo ronzini (tali erano molti di quelli con cui Brendan fece miracoli a Swansea); in un anno tuttavia, sono migliorati tantissimo. Nessuno li considerava, ma sarà bello vederli l'anno prossimo ancora e finalmente sulla maggiore scena europea.

Mans

14 aprile 2014

Tributi britannici

Cartoline di stagione: 36° turno 2013-14

13 aprile 2014, Anfiled, Liverpool
Il pallone, le telecamere, l'emozione intraducibile
Epicentro del football mondiale, Anfield [card], la domenica delle Palme 2014. Un silenzio assordante, gonfio di emozioni, vero (senza i tristi applausi che ormai non si negano a nessuno, nemmeno ai morti), a ricordare le vittime della tragedia di 25 anni fa a Hillsborough: 79 ragazzi avevano meno di 30 anni, un bimbo di 10 era cugino di Steven Gerrard. La Kop ricolma di sciarpe e bandiere e un "YNWA" mai così intenso e vibrante. Il fascino ineguagliabile della cultura calcistica della Terra Madre. Un rito [vedi].

Degna cornice di una partita bellissima, vinta dal Liverpool sul City, grazie anche alla spinta ambientale e allo spirito del momento. Match, peraltro, non decisivo: importante per installare i Reds in testa alla classifica, ma non ancora risolutivo per il titolo di una Premier mai così appassionante come in questa stagione del dopo Ferguson.

Al secondo anno della guida di Brendan Rodgers, il Liverpool sta fiorendo al pieno delle sue possibilità (e dei suoi limiti). Sul giovane allenatore nord irlandese torneremo nei modi dovuti a un profilo che si annuncia grande: il mainstream giornalistico lo etichetta come "allievo di Mourinho" solo perché era allenatore delle giovanili del Chelsea quando il portoghese guidava la prima squadra; in realtà, Rodgers ha un'idea di gioco (palesata negli anni di Swansea) molto diversa da quella di José, da cui ha appreso semmai insegnamenti importanti per la gestione del gruppo e la valorizzazione dei singoli (per dirne una, quella di Coutinho, che ha rischiato di vedersi rovinata sul nascere la carriera dall'incompetenza nerazzurra).

Restiamo qui, brevemente, ai 90 e passa minuti di ieri. Scandibili in tre atti. La prima mezzora nel segno della consueta furia rossa, incontenibile per velocità, imprevedibilità e concretezza: 2:0 al 26°. La seconda mezzora in cui i Citizens hanno ripreso in mano il gioco e sono rientrati pazientemente in partita, grazie non solo alla qualità dei singoli (su tutti Silva) ma alla determinazione d'insieme, che ha sfruttato le (persistenti) incertezze difensive dei Reds (42 gol subiti in 34 partite): 2:2 al 62°. Nell'ultima mezzora sono saltati gli schemi e ha trionfato l'epos: a pesare non potevano non essere gli errori e le imprese dei singoli. Silva ha sfiorato la terza rete, Kompany ha ciccato un pallone e il giovane Philippe Coutinho ha segnato il gol più importante e forse più bello della sua precoce carriera di 21enne.

Un pomeriggio memorabile, per chi ha avuto la fortuna di esserci e per chi l'ha vissuto in diretta televisiva. E' raro che un match di vertice in Premier deluda le attese di spettacolo e di agonismo, ancora meno che si risolva nel tatticismo speculativo. Perché è vissuto come un tributo: al football e a chi lo ama come beautiful game.

Azor
Gallerie: 01-02 | Video: 01-02-03

1 aprile 2014

Dettagli

Cartoline di stagione: 34° turno 2013-14

29 marzo 2104, San Mamés Barria, Bilbao
Alluce destro a far perno a terra, indice destro in aria:
la prodezza "pesantissima" di Thibaut Courtois
I campionati hanno dunque imboccato l'ultimo chilometro. Se il Bayern ha già alzato le mani e fa passerella come all'arrivo di una cronometro a squadre all'ultima tappa, in Premier e in Liga sarà una volata di gruppo da colpo di reni. Erano entrati in testa i "treni", rispettivamente, del Chelsea e del Real Madrid, ma sono stati risucchiati e spuntano ora le maglie celesti del City e blaugrana del Barça. In ottima posizione per provare a lanciare la stoccata nelle ultime centinaia di metri sembrano ancora Liverpool e Atletico. Fuor di metafora velocipedistica, era da anni che non si vedeva una situazione simile di incertezza al vertice dei due principali tornei europei.

Scremiamo però la panna mediatica. Si tratta pur sempre di super club, di medio e massimo calibro. Non c'è un Montpellier, per intenderci, nelle posizioni di testa. La classifica dei fatturati della stagione 2012-2013 dice: Real 518 milioni di euro, Barcellona 482 e Atletico 120; City 316, Chelsea 303, Arsenal 284 e Liverpool 240. Le vincitrici degli altri campionati, per valutazione comparativa: Bayern 431, PSG 398 e Juventus 272. Grandi flessioni dell'annata: Manchester United 423, Milan 263 e Borussia 256, per restare a chi sta sopra ai 200 milioni. Ma fatturano più dell'Atletico Madrid anche l'Inter (sic!) con 168, il Galatasaray con 157 e la stessa Roma con 124. Dunque, solo se alla fine prevalessero i Reds e i Colchoneros potremmo parlare di una piccolo ribaltamento gerarchico. Tra super club, bene inteso.

Mancano 6-7 partite e a questo punto cominciano a contare anche i dettagli: un gol mangiato, un regalo difensivo, un palo, un errore arbitrale. Tutto può pesare a questo punto. Sabato 29 marzo abbiamo assistito, in sequenza, a tre "dettagli" pesanti. Tre parate, che potrebbero spostare i piatti della bilancia alla metà di maggio.

La cartolina arriva dal Selhurst Park [card] per segnalarci che lo stagionato portiere del Crystal Palace, l'argentino Julián Speroni, ha effettuato una bellissima parata reattiva al 73° su tiro ravvicinato di Eden Hazard, salvando il risultato a favore della sua squadra: se il belga avesse segnato, il Chelsea avrebbe ora probabilmente un punto in più in classifica, e magari anche tre: cioè sarebbe in piena corsa. Ha ragione Mourinho a dire che adesso l'esito finale non dipende più da loro ma dalle altre squadre.

Poco più tardi, all'Emirates, al 76° il portiere polacco dell'Arsenal, Wojciech Szczesny, ha smanacciato con un gran balzo un tiro di Yaya Toure destinato all'angolino basso di sinistra. Due punti "persi" dal City, probabilmente, per l'allungo decisivo. In serata, al nuovo San Mamés (Barria), all'80° il giovane nazionale belga Thibaut Courtois - in prospettiva il migliore in assoluto dopo Neuer - ha tolto le ragnatele dall'angolino alla sua destra deviando una bella incornata di Aritz Aduriz dell'Athletic Bilbao, e salvando due punti al suo Atletico. Mere ipotesi? Può darsi. Ma i punti in più e in meno sono questi, a questo punto. Ed è il bello e il fascino agonistico di questo sport che amiamo.

Azor

18 marzo 2014

Quando il faro si spegne

Cartoline di stagione: 32° turno 2013-14

16 marzo 2014, Villa Park, Birmingham
Il tacco di Fabian Delph che uccella Petr Čech
La più parte dei campionati ha già emesso il verdetto sull'esito finale: la Bundesliga addirittura dall'autunno, la Serie A dalla Befana, la Ligue 1 poco dopo. Per restare ai maggiori: la Liga sta protraendo ancora per poco l'incertezza, che sarà probabilmente risolta domenica prossima col clásico al Bernabeu; solo la Premier appare apertissima a molte soluzioni. Why?

Se guardiamo il palmarès da quando è sorta (1993: l'attuale è la 22esima edizione), emerge un dato impressionante: il Manchester United, guidato da sir Alex, è sempre - ripeto: sempre - arrivato tra i primi tre: 13 volte primo, 5 volte secondo, 3 volte terzo, mai peggio. Quest'anno invece il faro del campionato si è spento. Improvvisamente liberato dalla sua forza dominante, impazza l'equilibrio tra squadre tutte gravate da limiti evidenti. Di personalità: sia l'Arsenal sia il City, zeppe entrambe di stelline e castroni, con qualche ottimo giocatore e rari campioni. Di esperienza: il Liverpool, trascinato dal furore dei suoi giovani e da un campione come Suarez. Di qualità: il Chelsea, privo ormai di attaccanti di valore (al di là dei nomi), ricco di trequartisti sopravvalutati (a parte Hazard) e solido solo dietro.

La cartolina del turno giunge infatti dal Villa Park, dove l'Aston Villa si è preso una rivincita sugli errori arbitrali che lo avevano affondato a Stamford Bridge a inizio stagione [vedi], e ha castigato con merito un Chelsea incapace di rendersi realmente pericoloso. E' la quarta sconfitta per i Blues: le altre tre contendenti hanno già perso 5 volte. Il Bayern non ha mai perso, la Juventus una volta sola, il Real e il PSG solo due volte.

Ora comincia l'ultimo chilometro: al Chelsea mancano solo 8 partite. Alla media attuale significano 17/18 punti. Il City caracolla allo stesso passo, le altre un po' sotto. Mi sbilancio: vincerà il Chelsea, perché alla fine potrebbe contare l'allenatore. E JM è un generale che sguazza nella bolgia e sa usare i gomiti larghi. Vedarèm.

Azor

17 febbraio 2014

Le rivincite

Cartoline di stagione: 29° turno 2013-14

16 febbraio 2014, Ashburton Grove, London
Un gol finalmente "pesante" di Poldo
The beatufil game è tale proprio perché - come ci ha insegnato Gianni Brera - è sì storicizzabile (in forma "critica") ma non predittivo (nel senso che "non sbaglia pronostici solo chi non li fa"). Dal turno pedatorio europeo ci giungono infatti, contemporaneamente, due cartoline con lo stesso messaggio: dal City of Manchester Stadium e dall'Ashburton Grove, per dirla senza sponsor. Là dove qualche giorno prima si erano svolte le medesime partite, con esiti apparentemente perentori, il risultato è stato clamorosamente (?) ribaltato.

La "fantastica" partita del Chelsea a Manchester (1:0) in Premier è solo un pallido ricordo di fronte al netto 2:0 rifilatogli dai Citizens in FA Cup. La demolizione dell'Arsenale londinese operata dal Liverpool in casa propria (5:1) è stata ribaltata fuori casa dai Gunners con una tenace prestazione di gamba e di testa (2:1). Alla fine il bilancio vede l'eliminazione dalla prestigiosa FA Cup sia del Chelsea sia del Liverpool e una classifica in Premier ancora tutta aperta: le quattro di testa sono raccolte in soli 4 punti a 12 turni dalla fine. E tutto può ancora succedere.

Provando a "storicizzare criticamente" si può intanto osservare che - avendo tutte messo in campo le 'seconde linee' - gli organici migliori sono forse quelli del City e dell'Arsenal. Che è la tesi - ex ante - di Mourinho e di Rodgers. Ma è vero solo in parte: per dire, ieri Łukasz Fabiański ha giocato anche meglio di quanto non faccia mediamente il pur ottimo titolare Wojciech Szczęsny. C'è anche dell'altro, in realtà, e non di tattico. Bensì di psicologico: l'approccio alla gara (presupponente nel City di Premier, molle nel Chelsea di FA Cup, feroce nel Liverpool di Premier, determinato nell'Arsenal di FA Cup, etc.). Che è qualcosa di non predittivo nemmeno per i protagonisti. E che rappresenta la vera inquietudine professionale degli allenatori, perché è un dominio ignoto su cui possono influire poco.

Di tale incognita sono consapevoli tutti gli allenatori, ma gli approcci sono diversi ovviamente. Basti pensare ai metodi di Herrera e di Rocco, ormai entrati nel luogo comune. Dei managers dei quattro club inglesi in questione, la soluzione più nota è quella di José Mourinho: la guerrilla permanente, la ricerca rabdomantica del nemico, l'eversione strategica del linguaggio, come aveva colto finemente Edmondo Berselli [vedi]. Al suo confronto le "vittime" balbettano, e un maldestro imitatore come Antonio Conte finisce col ragliare.

E' possibile che alla fine vinca il titulo Mourinho: la Premier è infatti il suo habitat ideale perché, come il discorso pubblico dello UK, è "politicamente corretta", inibita e sostanzialmente ipocrita. E un personaggio non ipocrita, disinibito e politicamente libero come José non può che dominarla. Ma ci torneremo sopra. Intanto continuiamo a goderci una stagione agonistica memorabile.

Azor

10 febbraio 2014

Quei terrificanti venti, rossi, minuti

Cartoline di stagione: 28° turno 2013-14

8 febbraio 2014, Anfield, Liverpool
L'orda rossa ha appena finito di squassare gli imbelli Gunners
Le foto di un match memorabile
Week end intensissimo e probabilmente decisivo per le sorti finali di più di un campionato. La cartolina non può arrivare che dall'Anfield [card], dove l'Arsenal ha perso la testa, travolto nei primi minuti da 4 reti e un palo: un annichilimento con pochi eguali nella storia del calcio di alto livello. Venti terrificanti minuti che hanno schiantato senza scampo, anzi senza reazione alcuna, la squadra guidata da Arsène Wenger, evidenziandone le non risolte fragilità di fondo, che nemmeno le belle prestazioni che l'avevano proiettata in cima alla Premier dopo molti anni avevano dissipato [vedi]. Difficile immaginare che una squadra che ha perso anche con l'attuale United (0:1), con il City (3:6) e pareggiato (in casa: 0:0) con il Chelsea, possa davvero ambire a vincere la Premier.

Il Liverpool era uscito ammaccato e ridimensionato dai turni natalizi (dove aveva buscato 2:1 sia dal City, con qualche svista arbitrale, sia dal Chelsea [vedi]). Ora rialza la testa. Ne va dato merito a Brendan Rodgers, giovane allenatore nordirlandese in continua crescita. Per scelta ideologica appartiene al Bielsa side, ed è cresciuto a pane e tiki-taka in salsa gallese con lo Swansea. A Liverpool ha mostrato un positivo senso pragmatico, migliorando partita dopo partita l'assetto tattico, fondandolo sulle caratteristiche dei giocatori. Il gioco parte sempre da dietro, dal portiere, palla a terra, ma sfrutta le verticalizzazioni che offrono frecce come Suarez, Sturridge, Sterling e il perlaceo Coutinho (ennesimo giovane immolato sull'altare della vecchia guardia argentina nerazzurra). Il progetto attuale è l'adattamento a centro mediano di Gerrard per conferirgli un sontuoso finale di carriera in una via di mezzo tra Xavi Alonso e Pirlo. Insomma, un affascinante laboratorio di idee e di uomini. Tutto da seguire.

Per il resto, i postumi del Monday Night si sono appalesati tutti: il City di nuovo in bianco, ma stavolta a Norwich; il Chelsea rinvigorito da Matic e dalla fioritura definitiva di un campione che si annuncia epocale come Hazard. Scendendo di latitudine, anche l'Atletico, come l'Arsenal, conferma quella sensazione di non compiutezza che avevamo rilevato da qualche turno [vedi]. A goderne è il Real, tornato in testa alla Liga senza isterismi. Tutto riaperto dunque, in apparenza, nei due campionati più appassionanti. La sensazione, a questa ora, è che alla fine possano prevalere le squadre guidate dai due allenatori migliori del mazzo, Carletto nostro e José, abituati più degli altri a navigare in acque mosse. Tutto finito invece anche in Ligue 1 (dove il Monaco vorrebbe ma non può), come già da tempo in Bundeliga e in Serie A. Con la differenza che mentre Bayern e PSG potranno dedicarsi alla Champions, la Juventus subirà la coazione a vincere la coppa di consolazione nel proprio Stadium. Una prospettiva non preventivata a inizio stagione.

Azor