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15 febbraio 2018

Grazie in anticipo al Real (alla fine si dice perché)

Fettine di coppa - CL (ottavi, andata: prima settimana)

Il ritorno degli inglesi, anzi delle inglesi. L'armata britannica muove possente - onusta di ricchezze e di ambizioni - alla conquista del continente, pressoché abbandonato alla balìa d'Hispania e Catalunya negli ultimi anni. Saranno sfide - quando verrà il momento, e il primo arriverà già la prossima settimana, a Stamford - ruvide e veloci. Saranno ordalie.

Ma che giocatore è diventato?
Ma diciamo la verità. Le goleade esterne del City e dei Reds si potevano prevedere, anche se magari le loro dimensioni impressionano. Ha più peso specifico la rimonta degli Spurs allo Stadium, arrivata dopo che il solito inizio tremendo della Juventus sembrava avere chiuso la pratica. Giusto il tempo di aprirla. Dicono che qualcuno al decimo minuto stesse già lasciando lo stadio: a furia di vincere facile, lì, ci si annoia. Solo qualcuno, eh, gli altri assaporavano l'idea del contropiede, delle serpentine negli spazi di Douglas Costa. La muraglia, tutti pensavano, non sarebbe mai caduta. Chi riesce a far gol alla Juventus, da tempo immemore? Nessuno. Quasi nessuno. L'ultimo è stato Caceres, un ex, uno lasciato partire a zero, un reprobo. Ci sta. Certo, però, il Tottenham non sembra qualcosa di simile al Sassuolo e nemmeno alla Fiorentina. Con tranquillità, con atteggiamento ben diverso da quello che portò alla rovina il tremebondo Barça di un anno fa proprio su queste zolle, gli inglesi (molti davvero inglesi, di passaporto e di nascita) hanno risalito la china e fatto saltare i nervi di Allegri. Che, saggiamente, a un certo punto ha deciso di difendere il due a due preferendo non rischiare di incassare il terzo.


E' una Juventus davvero brutta. Se poi produce un risultato brutto, sarà bene iniziare a rifletterci su. Il prode Massimiliano, a caldo, ha dichiarato che gli obiettivi prioritari del club sono campionato e Coppa Italia. In Champions si cerca di andare più avanti che si può. Discorsi da allenatore del Celtic e del Brondby, non da uno che in finale ci è arrivato già due volte. Il popolo insorge, la dirigenza tace (acconsentendo? dissentendo? Vai a sapere. Mah, sarà solo questione di fatturato, è possibile).

Il grande match, la grande attrazione degli ottavi era in cartellone ieri sera. Scenario usuale, da quando la Coppa esiste. Anche lì, 'sembrava' che qualcosa di storico potesse accadere. Le apparenze ingannano, specie nel football. Sembrava che il PSG potesse annientare i Blancos nel loro stadio. Niente miedo escénico per i Neymar e i Dani Alves, e pare ovvio. L'enfant prodige insacca e sembra una prodezza, ma è Navas a spiazzarsi da sé. Partita in cui il fattore 'tattica' è assente. Spazi aperti in tutte e due le metà del campo, si potrebbero vedere molte reti. Un rigorino più che generoso rimette in sesto il Real. Che, come spesso succede in queste occasioni, viene fuori alla distanza. Il terzo gol di Marcelo, per quanto fortunoso, arriva alla fine di una fase di possesso alto, sul lato sinistro, che è un vortice di tecnica e di potenza. Tutto acquista un senso. Pensi che a questi, ormai, se devono giocare contro il Getafe o contro il Levante, alle tre di pomeriggio, magari al Bernabéu pieno a metà (o vuoto a metà), viene sonno. Chi c'è stasera? Il PSG? Oh, finalmente. Sembra di sentirli. Zidane in queste circostanze si rilassa, se il calcio per lui ha uno scopo è quello di poter vivere queste serate.

Beh, sono espressioni che dicono molto

E gli altri? I parigini? Sono nati nel 1970, nell'anno in cui iniziava il dominio olandese (culturale e anche nell'albo d'oro della coppa), quando il torneo aveva già una lunga e gloriosa storia, densa di leggende e di favole, di cadute e rinascite. Il Paris è una squadra forte ma 'finta', senz'anima. Costruita a tavolino. Senza tradizione, senza orgoglio. Se avverrà, ringrazieremo il Real per aver cacciato dall'Europa quelli che cercano di conquistarla usando solo la potenza del denaro.

Mans

9 agosto 2017

Lo scarpone al centro del villaggio

Fettine di coppa: Supercoppa Uefa 2017

Dovrebbe essere il peggiore, e segna gol decisivi in partite che vedono anche i pinguini al Polo Nord, per dire della loro importanza. Il peggiore, il più scarso, anzi lo scarsone, lo scarpone, il frangiflutti, l'interditore, il corridore, il protettore degli estri, l'assicuratore degli astri miliardari. Sono solo dicerie messe in giro dalla critica calcistica, perché poi lui va in rete proprio in quelle partite, fulminando i portieri da fuori o dentro l'area e di prima intenzione, colpisce traverse, sforna assist. Certo, recupera anche palloni. Non è che li sradichi: li calamita. Sembrano errori di tocco e di misura, sembra la modestia degli avversari; forse ha la capacità di sparire e ricomparire sulle linee di passaggio quando ormai la traiettoria non può essere corretta. Ma sì. Casemiro vale un Ronaldo, è lui la vera anima del Real. Casemiro ha cambiato la storia del Real quanto e forse più di Cristiano: al centro del villaggio c'è lui, pagato a suo tempo da Florentino la stessa cifra investita dal Milan per garantirsi i servizi pedatori di Borini (per dire). E lì in mezzo ce l'ha messo Zidane, uno del quale Mou ha detto qualcosa tipo "non si capiva se volesse fare l'allenatore oppure no", come a sottintendere "non si capiva cosa ci facesse a Madrid, se non l'icona di se stesso", vai a sapere. 

Carlos Henrique Casemiro: non sta intercettando il pallone;
lo sta scaraventando alle spalle di De Gea, di prima intenzione.
Forse in fuorigioco, sì, ma è solo un dettaglio

Zizou ha meriti incontestabili nella costruzione della squadra che, oggi, ha una dimensione che supera e di parecchio la semplice attualità del football. Il Madrid di questi anni si è installato decisamente e inopinatamente (chi l'avrebbe detto?) nella storia del calcio, e si tratta di una cosa non discutibile alla luce della nonchalance, della facilità apparentemente irrisoria con cui ormai domina le partite che contano. Il Real di Zidane interpreta e riassume diversi tipi di calcio: calcio di possesso lento e di gestione, di pressing, di contropiede. Di meglio in giro, oggi, non c'è, e quando il ciclo sarà finito anche i detrattori potranno ammettere che questo è stato probabilmente il Real più forte di sempre, più forte dei Galacticos di Zizou (appunto) e Ronaldo, forse apparentabile al protostorico prototipo di don Alfredo e dell'asso ungherese. Forse, Zinedane sta per diventare nel mondo Real qualcosa di analogo a quello che è stato Cruijff nell'universo ajacide e barcellonista. L'uomo di una svolta. Della svolta più inattesa e sorprendente. Forse, dietro la sua sorridente modestia, c'è una determinazione feroce molto simile a quella che nel 2006 accompagnò le sue ultime esibizioni sul campo, da dominatore assoluto, fermato solo da un insulto di Materazzi. Quell'errore gli è costato molto, ma potrebbe averlo cambiato definitivamente. E' un uomo che trasmette calma e sicurezza ai suoi uomini; ansia e isteria - ingredienti tipici del Real negli anni di Mou - sono spariti dal repertorio dei Blancos, anche quando il gioco si fa duro e difficile.

"José, ma sì, quasi quasi ti vendo il gallese.
Casemiro? No, Casemiro no. Non se ne parla nemmeno"


Il buon Mou, invece, ormai offre qualcosa di interessante solo quando si presenta in conferenza stampa. Guida una squadra che, in due anni, ha già messo sul mercato 300 milioni di euro, un terzo dei quali investiti per riprendere Pogba. Ecco, il declino di Mou è evidente (al di là dei risultati che in qualche modo lo tengono a galla) dalla difficoltà di riuscire a mettere in efficienza una macchina strepitosa (per fisicità e abilità tecniche) come quella del francese. In un anno, il suo rendimento è scemato, la sua posizione in campo è diventata variabile, i suoi errori una costante. Pogba, oggi, è più somigliante a Kondogbia che al Pogba juventino. La cosa fa abbastanza tristezza. Fa tristezza anche vedere l'UTD concedere al Real, dopo la rasoiata di Casemiro, cinque minuti di possesso palla ininterrotto, un torello da allenamento. Fa tristezza, paragonare questa dell'UTD a una qualsiasi delle versioni (anche le più raccogliticce) ammaestrate da Ferguson. Forse, a Old Trafford saranno contenti di lui, che l'anno scorso roba (anche se di valore non eccelso) in bacheca ne ha portata; non a caso, i suoi desideri vengono esauditi (Lukaku, Matic, Lindelöf, rispettivamente 85, 45, 35 testoni) con una certa puntualità (ora ha detto di volere Bale, e chissà). Ma produce un calcio prevalentemente difensivo e sostanzialmente approssimativo, ben al di sotto di quel che pretendono la tradizione del club e il suo prestigio (e il suo seguito) planetario. 

"Fotografo, è l'espressione giusta?
Ho l'aria di uno che si sta spremendo le meningi per escogitare
la soluzione del problema?"

Mourinho, ormai, non ha più calcio da insegnare (ammesso l'abbia mai fatto). Perpetua la propria leggenda grazie alle abilità comunicative, al fascino del suo palmarès. Ma è palesemente, come si suol dire, bollito. Le sue reazioni in panchina sono quelle di un allenatore sedato, più che seduto sui propri ricordi. Il calcio cambia in fretta, lui è sulla breccia da lustri. Essendo un uomo di successo, potrebbe cambiare mestiere. Riuscirebbe ugualmente a rimanere sulla ribalta.


Mans

4 giugno 2017

Picnic madridista sul prato di Cardiff

Fettine di coppa: la finale di Cardiff

Le finali della Champions League o della Coppa che dir si voglia sin dalle origini sono state normalmente equilibrate. Lo dicono i numeri: in 62 edizioni dell torneo, 17 finali si sono concluse ai supplementari e oltre, mentre 25 hanno scritto sull'albo d'oro il nome di una squadra uscita vittoriosa con un solo gol di scarto. Grosso modo, dunque, solo una volta su tre si registra un dominio numerico che non lascia spazio a qualsiasi tipo di recriminazione. Però, solo nove volte è successo che la squadra campione abbia seppellito la squadra sconfitta con almeno tre gol di differenza: ne sono stati capaci il Real (1960, 2000, 2014 ma ai supplementari, 2017), Manchester United (1968, ma ai supplementari), il Milan (1969, 1989, 1994) e il Bayern (1974, ma era una finale ripetuta).

Immagine ormai consueta

Quattro a uno nei novanta minuti, e un parziale di tre a zero nel secondo tempo. Per la Juventus, la finale di Cardiff è una ferita sportiva profonda; è la settima finale bucata (Benfica e Bayern sono staccate: il parziale è ora di sette a cinque); è stata, soprattutto, una sconfitta senza attenuanti, una resa progressiva e ineluttabile di fronte alla superiorità (tecnica, tattica, atletica) del Real, una superiorità di dimensioni non pronosticabili (e da nessuno pronosticate) alla vigilia. Tant'è vero che, all'inizio, si è vista soprattutto la Juve; baricentro alto, aggressività, l'idea era di replicare il primo tempo dello Stadium col Barça; si è avuta la sensazione di una grande pericolosità, ma occasioni vere non sono arrivate. Un primo tempo dispendioso per la Juve, sornione per il Real - che incassa il meritato pari di Mandzukic senza battere ciglio. La metamorfosi della partita è nitidissima dopo l'intervallo, quando le Merengues stroncano gli uomini di Allegri sul ritmo e col possesso palla, inibendone ogni tentativo di ripartenza e ripartendo veloci a ogni pallone recuperato (il terzo gol, con l'anticipo di Modrić e la sua corsa in profondità a crossare per il solito Cristiano - abile nell'approfittare della paralisi di Chiellini -, fotografa e riassume alla perfezione una lunga fase di partita).

Certamente, il Real ha goduto di una certa fortuna - ingrediente che difficilmente gli viene a mancare, da quando è partito José Mourinho. Due gol che, sino a qualche anno fa, sarebbero stati chiaramente classificati come autoreti, due tiri 'viziati' da deviazioni decisive. Quello di Casemiro ha fatto saltare per aria la santabarbara. L'assetto difensivo (considerato dai più leggendario) della Juventus è collassato, e il match si è trasformato in un monologo madridista difficile da commentare. 

Luka Modrić
Naturalmente i media esaltano Cristiano Ronaldo e i suoi numeri, i suoi record in una carriera definita quasi implausibile (Daniel Taylor, The Guardian: vedi). Se però si volesse rinunciare ogni tanto al culto delle personalità e all'adorazione dei palloni d'oro, occorrerebbe ammettere che gli uomini decisivi, coloro che si sono impossessati del pallone e della partita, portano il nome di Modrić, Kroos, Isco, assecondati sulle corsie larghe da Marcelo e Carvajal. Il reparto di mezzo del Real ha schiacciato, soffocato, ridotto all'impotenza quello della Juve. Allegri non ha saputo opporre, a questo dominio, mosse efficaci e soprattutto tempestive. Le sostituzioni (una delle quali incomprensibile) sono arrivate a partita già virtualmente chiusa, appena incassato il terzo gol. E nulla hanno sortito, anzi. 

Difficile valutare ora quale sarà il peso della sconfitta sulla Juventus e sulle sue strategie immediate. La rosa ha un'età media altissima, la più alta tra i top-club europei. Fra l'altro, ieri sera in campo (al fischio d'inizio) c'erano otto giocatori assenti due anni fa a Berlino, cinque dei quali trentenni e ultra-trentenni. Non è bastato innestare esperienza e abitudine alla vittoria per sfatare il tabù. Prima o poi, è ovvio, la Juventus ce la farà ad alzare l'ambito trofeo. Accadrà, forse, nella più sorprendente delle stagioni e nella più strana delle partite. Quando nessuno ci scommetterà e i più avranno smesso di crederci.

Mans

4 maggio 2017

Verso la finale del Millennium


Fettine di Coppa: semifinali (andata)

Quando la primavera rigogliosa sboccia (o almeno dovrebbe) e arriva il tempo delle semifinali di Coppa, per chi ama il football è ora di gustare l'attesa e di sognare grandi partite. Otto sfide, quattro per ciascuna competizione, che promettono equilibrio, emozioni, forse sorprese. Distribuite in dieci giorni, dal martedì della prima settimana al giovedì di quella successiva. La speranza è sempre di arrivare alla seconda settimana con esiti in bilico, punteggi in fieri, partite come cantieri ancora aperti, potenziali capolavori la cui bellezza solo alla fine - riscorrendone immagini e istanti e la progressiva assunzione di forma e significato - potrà essere veramente ammirata e considerata degna (ma, se lo sarà, non vi sarà bisogno di ragionare molto)  di essere fissata nella memoria per un tempo più o meno lungo: quello che si saranno meritato.

Questa volta, inutile negarlo, un po' di delusione c'è. Con quanta 'eccitazione' potremo vivere le gare di ritorno delle semifinali di Champions League in programma allo Stadium (martedì prossimo) e al Manzanarre (mercoledì)? Poca, pochissima. La superiorità dei Blancos e della Juventus si è dispiegata senza considerevoli opposizioni nella prima partita; è parsa anzi più netta e limpida di quanto si potesse prevedere. E i severi risultati incisi sul registro ufficiale del torneo dalle due grandi d'Italia e di Spagna non potranno essere cancellati e ribaltati dalle loro contendenti se non a fronte di eventi davvero imprevedibili, illogici, irrazionali (che, è vero, qualche volta fanno pure capolino nel football).

I colchoneros non sfatano il tabù madridista nel derbi con platea continentale. Da quattro anni l'ordalia si rinnova. Simeone ci è andato vicino una volta ma, in Europa, contro i Blancos - chiunque li guidasse - non l'ha ancora spuntata. A differenza di quel che accade nelle competizioni domestiche. Qui, nel medesimo periodo, l'Atletico vanta una supremazia discreta: sei vittorie in quattordici partite (di Liga, di Copa, di Supercopa), quattro pareggi e altrettante sconfitte. Anni in cui il titolo non è mai andato al Real, che ha rastrellato in patria solo una Coppa del Re. Meno dei rivali. Ma il conto l'ha presentato nelle sfide infrasettimanali in diretta planetaria e nelle notti di Milano e di Lisbona. Da quando Mou è partito, le Merengues giocano queste partite con meno angoscia, Carletto gli ha regalato la forza dei nervi distesi, e ora Zizou li guida con il carisma del sorriso, dell'eleganza innata, della propria leggendaria statura nel calcio. La grandezza del club è (da sempre, ma oggi sembrerebbe ancora di più) soggiogante anche nei confronti delle potenze arbitrali. Chiedere lumi ai dirigenti del Bayern. Del Bayern, non del Silkeborg ...

Cristiano inizia la sua micidiale serata

Anche la Juventus è un dream-team, una raffinata collezione di galacticos non percepita come tale nel comune sentire. Ma gli innesti di quest'anno la dicono lunga. Per dare l'assalto alla coppa, Allegri è stato rifornito accuratamente. Con Dani Alves, venuto per giocare 'queste' partite e non certo quelle col Pescara o il Crotone. Con Pjanic e Higuain, gente di altissimo livello ancora affamata, capace di eguagliare per tecnica e peso i reparti delle concorrenti. Il pacchetto arretrato è (ancora oggi) di valore assoluto. Non ce n'è un altro così solido e affiatato, nel panorama mondiale. E c'è sapienza tattica, 'conoscenze' (direbbe Arrigo Sacchi), consapevolezza di essere arrivati al top. Due finali in tre anni parlano chiaro. La formula magica, il 4-2-3-1 varato qualche mese fa, è però un grande esperimento di catenaccio dissimulato, il rimedio escogitato per consentire a tutti i big di andare in campo, con un grande patto di collaborazione e assistenza reciproca. "Volete giocare tutti? D'accordo, ma dovete farvi il mazzo, correre il doppio e pensare soprattutto a difendere. Altrimenti rimetto Sturaro e Rincon". Questo dev'essere il discorso di alta strategia indovinato da Allegri dopo la partita di Firenze. E, da allora, vediamo Higuain (non solo il 'generosissimo' Mandzukic) frequentare zolle di campo su cui nella sua già lunga carriera non aveva mai sgambettato, tanto lontane sono dalla porta avversaria. Ma è gente di qualità. Molto pericolosa nelle ripartenze veloci. Anzi: letale.

Higuain conclude la sua letale serata

Dunque, a Cardiff le grandi di Spagna e d'Italia si ritroveranno per la loro seconda storica finale, che è poi la seconda in tre anni per entrambe (la terza in quattro per i Blancos). Sarà per il Real la quindicesima e la nona per la Juventus; dice la storia (anzi, l'albo d'oro) che le Merengues non steccano quasi mai l'acuto finale, cosa che invece (è risaputo) capita di frequente alla Juventus. 

Questa volta, se nessuna delle due avrà gravi problemi di organico o clamorosi scadimenti di forma, partiranno allineate. Con uguali chance. Due gruppi di campioni che hanno messo tacche in migliaia e migliaia di partite internazionali. Non sono dunque e ovviamente nel fiore della gioventù. Soprattutto quelli in maglia bianconera, la cui formazione scesa a giocherellare nel giardinetto monegasco vantava un'età media di 31 anni precisi precisi, più alta di oltre cinque anni rispetto a quella della truppa francese, e di quasi tre rispetto a quella calcolata nell'undici madridista che ha scientificamente raffreddato la brace cholista tra i canti del Bernabéu. Sarà difficile per entrambe sfruttare le minime debolezze dell'avversario. Potrebbe essere una finale lunga, interminabile. Bloccata. Dovessi individuare un duello decisivo, direi quello tra i due mattoidi terzini brasiliani ...

Un pronostico? Ci sarebbero analogie con situazioni del passato, per chi vuole fare esercizio tecnomantico o scaramantico sulla finale del Millennium (inteso come catino gallese). Per esempio, proprio nel '98 la Juventus si liberò del Monaco in semifinale, ma trovò poi sulla sua strada Predrag Mijatović (c'è sempre un Magath nel destino). Per esempio, la stessa Juventus potrebbe chiudere la fase degli scontri a eliminazione diretta senza incassare una sola rete, come fece l'Arsenal nel 2006. Performance notevoli, ma che furono anticamera della sconfitta, per la Juve nel '98 e poi per i Gunners (che si arresero alla lunga contro la nascente Philarmonica blaugrana, addestrata allora da Francolino Rijkaard). Non sembrano tuttavia configurarsi come maleficio guttmanniano, come indizio probabile di cicli vichiani. Perché allora, contro il Real, remano la statistica (nessuno ha saputo bissare un trionfo con questa formula) e la tradizionale osticità della Juve (più spesso uscita vittoriosa da una doppia sfida di coppa); anche se, nelle partite secche (la finale del '98, lo spareggio del '62), gli spagnoli hanno sempre prevalso. 

Intanto, nell'Europa più 'piccola', è tornata ieri sera a brillare la stella di una antica squadra: più che una squadra un simbolo, un patrimonio inestimabile del calcio europeo e mondiale. Una squadra di ragazzini terribili, che nello stadio intitolato a Johann Cruijff ha forse conquistato un bel pezzo di finale della coppa di minore prestigio. Il grande nume ha portato bene, non era scontato che i bambini facessero a pezzi l'Olympique Lyonnais. Sarebbe bello vederli in una finale inedita,  opposti a un altro club di antichissimo blasone, il Manchester United, nelle frescure di Solna, il 24 di maggio.

Mans


24 aprile 2017

El Clásico di Messi


È paradossale stupirsi se il giocatore più forte del pianeta risolve da marziano una partita, ma dopo aver visto Messi trotterellare malinconico in mezzo ai giganti della Juve, con l'aria spenta che ne caratterizza le serate peggiori, osservarlo sbranare il Real Madrid è stato uno spettacolo sbalorditivo. Tutta la partita lo è stata, ha contenuto tante cose da poter ispirare un romanzo: rapidi rovesciamenti di fronte, controlli sovrumani di Marcelo, parate rocambolesche di Navas e Ter Stegen, topiche arbitrali, sangue a fiotti, fallacci animaleschi, un inguardabile completo traslucido di Luis Enrique, ma soprattutto l'alieno barbuto di Rosario, che gioca mezzora tenendo in mano una garza bianca, poggiata sul labbro ferito da una gomitata merengue.


Real e Barça sono squadre imperfette, a volte scriteriate nell'attaccare e sfilacciate nello schieramento, entrambe lontane da quel monolite a prova di scalfittura che è la Juventus attuale, che viaggia a vele spiegate verso l'ossessione dalle grandi orecchie; ma sono squadre bellissime, emozionanti, capaci di sorprendere a ogni azione. Per gli Oscar della serata c'è lotta solamente per il ruolo di non protagonista, dietro ad un infinito, strepitoso Lionel Messi. Tante stelle annunciate marcano visita: Neymar resta fuori per squalifica, Suarez non è in serata, Bale si fa male un'ennesima volta a inizio partita, Cristiano inanella egoismi che frustrano lui ed i compagni. Messi sale sul palcoscenico, e da lì caccia tutti: gioca con una determinazione selvaggia, negli occhi un odio cieco verso il madridismo, in una stagione di troppi favori arbitrali ai blancos, in Spagna ed in Europa. Dopo la gomitata di Marcelo che accende la miccia l'alieno argentino fa una cosa sola, e la ripete: punta la porta a velocità siderale a ogni possesso palla, regalando un paio di dozzine di accelerazioni abbaglianti; in una di queste si infila a cento all'ora tra Modric e Carvajal freddando Navas con un sinistro spietato, pareggiando il vantaggio di Casemiro. Dopo il raddoppio di Rakitic semina Ramos costringendolo ad un fallo da rosso, l'ennesimo del Real, l'unico sanzionato a dovere. 


Dopo il pareggio di James, rapidissimo a chiudere al volo l'ennesimo cross dell'incredibile Marcelo, Messi decide che non può finire così: solo due minuti di recupero, ma se li fa bastare. 

L'azione che abbaglia il mondo va così: accelerazione velocissima di Sergi Roberto che semina due avversari cogliendo il Real presuntuosamente sbilanciato nella smania di vincere, tocco ad Andre Gomes che lancia sulla sovrapposizione Jordi Alba; il terzino a testa alta aspetta il classico movimento a ricciolo di Messi, che sbuca in area e colpisce di prima, e non può che essere rete.


Ultime scene di un film stupendo: Cristiano, che si è fatto notare più per delle graziose mèches ramate che per altro, ha una crisi di nervi; Zizou assapora un finale amaro dopo tante vittorie nei minuti finali; Messi si toglie la maglia e festeggia la rete numero 500 mostrandola alla gente catalana in curva e agli altri 95.000 del Bernabéu, con un gesto di sfida forse senza precedenti. La Liga si riapre solo un pochino, il Real deve giocarne una in più; ma dopo una notte del genere parlare della classifica sembra quasi volgare.

Dejan

23 febbraio 2017

Gli scozzesi snobbano la Champions e hanno le loro buone ragioni

Fettine di Coppa: ottavi di CL (andata, seconda settimana)

Quelo che ha appena calciato somiglia vagamente ad Harry Kane.
Ma è Andrew Shinnie, nativo di Aberdeen, centrocampista
che presta la sua opera agli Hibs, sebbene sia
di proprietà del Birningham City.
Parecchia gente, a Edimburgo, ha snobbato ieri gli ottavi di Champions e trascorso la serata non davanti alla tivù ma a Easter Road. Che è poi lo stadio dell'Hibernian Football Club, fondato nel 1875 e, qui, di casa dal 1893. Beh, era una serata speciale, una serata di coppa anche per loro; una coppa giunta, come la Champions, agli ottavi di finale: la Scottish Cup, che si disputa dal 1873, dunque una competizione seconda, per longevità, solo alla più prestigiosa Challenge Cup (FA Cup vulgariter) d'Inghilterra. A rendere ancora più speciale la serata, per la gente di Edimburgo, c'era che il passaggio ai quarti se lo contendevano le due squadre cittadine. Gli Hibs, appunto, che ne sono (incredibilmente, va da sé) i detentori, e gli Hearts (Heart of Midlothian Football Club), in un replay, fra l'altro, a campi invertiti. Un derby che si è disputato ormai quasi trecento volte. Ma una sfida tra club appartenenti a categorie diverse, perché gli Hibs militano da un paio d'anni in Championship, mentre gli Hearts galleggiano dignitosamente, alle spalle delle solite grandi di Scozia, nella Premier League. Bene: hanno vinto gli Hibs, senza discussioni, tre a uno, e i loro fans avranno senz'altro pensato che ne valeva la pena, eccome, di ignorare il Leicester e pure la Juve, alle prese con palloni che, probabilmente, non considerano più importanti dei loro.

Il nuovo idolo del Mestalla:
 è già adorato dai compagni di squadra
In Spagna invece la coppa non la snobbano, anzi diciamo che sono soprattutto i network televisivi a non volerselo permettere, e infatti il recupero del Mestalla tra Valencia e Real Merengues si è giocato nel tardo pomeriggio, consentendo a tutti di vedere tutto, anche la partita del Sevilla e quella del Porto. Ai Blancos è andata malissimo, perché - incassando una sconfitta - ora è possibile che il Barça si rianimi, si riaccenda, si ricompatti. Sulla carta, il distacco tra le due può essere di quattro punti (il Real ha ancora un match da recuperare: il suo ritardo è dovuto alle amichevoli giocate in Giappone  a metà dicembre e 'spacciate' per coppa del mondo riservata alle squadre di club), ma in classifica, per ora, è rimasto di un punto. E anche l'Atleti può ripensare alla Liga con qualche minimo appetito, sicché la sfida del week-end tra Colchoneros e Azulgrana, al Manzanarre, si prospetta davvero bollente. A illustrare la tarde valenciana, una prodezza di Zaza, che non sarà mai un attaccante normale. Mai giocate banali le sue: nel bene, e nel male. Decisive (nel bene e nel male) in partite spesso importanti.

Torniamo alla Champions. Non c'era grande speranza di vedere bel calcio, nelle sfide di andata in cartellone a Siviglia e Oporto. E infatti ci si è divertiti pochissimo. Le Foxes hanno tenuto botta in maniera onorevole, senza neppure organizzare quel gran catenaccio, uscendo più che vive dal Sánchez Pizjuán, ma gli uomini di Sampaoli hanno giocato un match davvero confuso e deludente. Il leggendario Vardy ha fatto in tempo a scrivere il suo nome nella storia della competizione, l'ex sampdoriano Correa ha preteso di calciare un penalty che si era procurato e come spesso capita in questi casi l'ha telefonato a Schmeichel. Jovetic l'ha poi messo in condizioni di redimersi, ed era il due a zero. Ma poi, appunto, Vardy ha permesso alla gente di Leicester di sciamare cantando per le strade di Sevilla, e quella che si giocherà in Inghilterra è una delle poche partite di possibile significato agonistico tra quelle in tabellone per il ritorno degli ottavi.

"Bel numero, Jojo, ma non siamo al circo", fa notare Wes Morgan

Nostra Signora, dal canto suo, ha espugnato il Dragão con facilità irrisoria. Prestazione tuttavia non giudicabile, poiché la superiorità numerica goduta per due terzi di partita non esalta più di tanto il risultato e una qualificazione che pareva già sulla carta agevole e che, ora, è palesemente scontata. Ai lusitani era lecito credere di poter impantanare gli avversari, usando astuzie tattiche, accortezza difensiva, palleggio lento. Ma occorrono appunto giocatori astuti, e il povero Alex Telles certamente appartiene a un'altra categoria. Cos'altro dire? Nulla. Anzi, sì. La regìa ha più volte inquadrato bella gente in tribuna, gente che non paga mai il biglietto. Cercando di immortalare così la serata di Leonardo Bonucci, escluso per aver commesso nefandezze che nessuno realmente ha capito o conosce, con eccezione di lui medesimo e del suo (ancora per poco) allenatore. Una sfinge. Lo si è visto arrivare con una bandiera del Porto, forse acquistata al mercatino fuori dello stadio (se c'è); poi lo si è visto cambiare di posto, e piazzarsi su uno sgabellone modello bar da stazione ferroviaria o aeroportuale; poi lo si è visto in piedi (sempre lì, ma qualcuno gli ha sottratto lo sgabello), poi parlottante con Nedved. Senza mai cambiare espressione. Un'espressione da animo incupito e irritato più che in preda a malinconia e pentimento. 

Momenti tristi

Il bello, tutto il bello del gioco (errori compresi) si è visto nella partita di martedì all'Etihad (mentre a Leverkusen l'Atletico ha facilmente domato un dimesso Bayer, ma senza incantare). Una giostra infernale, una partita tirata a ritmi che raramente si vedono. Il Pep l'ha sfangata, i suoi hanno confezionato una bella rimonta sul Monaco (dove tirano calci al pallone giovani pedatori di formidabile talento). Sta provando a giocarsi d'azzardo quel che resta della stagione con Yaya davanti alla perforabilissima difesa, e davanti a lui Silva e De Bruyne (centrocampisti offensivi, se mai ce ne sono due autenticamente definibili come tali), e sulla loro linea, larghissimi, Sterling e Sané. Colpisce l'inversione di posizione tra questi ultimi due, normalmente abituati a giocare sulla fascia opposta (Sterling a sinistra e Sané a destra). S'inizia forse la tendenza a invertire il trend degli esterni invertiti: sicché i medesimi vanno più in verticale, puntando il fondo piuttosto che accentrarsi rientrando sul piede preferito. Tre gol dei Citizens sono arrivati da lunghe fughe esterne (una di Sterling e una di Sané) e rapidissimi scambi centrali; due volte gli Sky blues sono andati in porta col pallone. 

Mai una squadra di Guardiola ha giocato alla velocità del City di quest'anno. I ritmi alti del gioco sono nota e riconosciuta (e apprezzata) prerogativa della Premier League; a modo suo, Pep vi si sta adattando, e c'è da credere che, se l'esperienza proseguirà, lascerà segni di grande bellezza.


Mans

16 febbraio 2017

Cadono le teste di ... serie

Fettine di Coppa: ottavi di CL (andata, prima settimana)


La caduta stupefacente e la stupefatta espressione di Leo
E così, dicono i più, il 14 febbraio 2017 (un martedì) potrebbe restare negli annali eupallici come il giorno nel quale cadde il mito del Barça. Separato da se stesso e dai suoi assi, anziani e logori (come Don Andrés), incerti sul proprio futuro (Messi), male supportati dai nuovi innesti, che non sembrano all'altezza del recente passato del club. Se l'analisi, oltre che roboante, sarà anche vera, lo sapremo a suo tempo. Lo stesso de profundis fu intonato nel 2013, quando i catalani vennero umiliati dal Bayern - ma erano le semifinali -: poi la squadra ritrovò stimoli e gioco, e in capo a due anni tornò a rivincere la coppa più prestigiosa.
Certo, i parigini hanno destato grande impressione. Travolgenti nelle loro folate, possenti in Rabiot e Matuidi, rabbiosi in Cavani. La dipartita del totem e indiscusso sovrano ha probabilmente - insieme all'arrivo dell'homo novus in panchina - messo in moto un lento cambiamento nel modo di stare in campo e di giocare che ora sembra dare i suoi frutti. La manovra ha più sbocchi, non uno solo e obbligato; e Cavani - pur come sempre predisposto a sacrificio e dispendiose (ancorché non necessariamente utili) corse e rincorse - è ora sottratto a una funzione meramente gregaria. Certo, il Barça dell'altra sera ha collaborato (altrimenti si dovrebbe parlare di una squadra-monstre), ma è impossibile non considerare adesso la truppa di Emery (di altissima qualità) alla pari delle altre grandi candidate al banchetto del Millennium fissato per i primi di giugno.

Che l'Arsenal sia una delle squadre più inaffidabili del Regno Unito è cosa risaputa, dunque il poker di reti incassate all'Allianz non desta il minimo stupore. Sono sempre lì, ma oltre non vanno mai, così in Premier come in Champions. Come se, arrivati ai nastri di partenza, il più fosse fatto. Un club ricchissimo, con un grande seguito, con un grande stadio, una grande storia, e risultati sportivi non all'altezza del fatturato e del blasone, spesso uscente con le ossa rotte dalle sfide con le pari grado (e pari - o quasi - fatturato) d'Europa. Che sia ora di cambiare rotta, è evidente. Dal canto suo, Carletto si gode queste serate. Sono le 'sue' serate, e con lui tutti dovranno fare i conti.

Kroos: ha appena ribaltato la partita
E il Napule? Ha fatto quello che ci si immaginava potesse fare. Provare a giocare, metterla sul piano del calcio, del palleggio, della tecnica, della velocità. E' stato un match abbastanza equilibrato, entrambe hanno costruito nitide occasioni, il Real le ha sfruttate meglio. Era annunciato un Real quasi dimesso, è parso invece piuttosto tonico. Una squadra che sembra migliorare, invecchiando. E anche Cristiano - forse ormai pago dei suoi infiniti record, forse stanco di pensare a un gol che non arriva da tempo per lui immemorabile - gioca molto più per la squadra che per se stesso. A rappresentare il nuovo Ronaldo, basterebbe il pallone di un possibile quattro a uno che ha dato a Marcelo, e che in passato avrebbe certamente tenuto per sé. Tra le due compagini c'è una lieve differenza sul piano tattico (entrambe sono ben riconoscibili come sistema di gioco, entrambe lo adoperano con efficacia), ce n'è molta su quello tecnico. Del resto, a Madrid malsopportano uno come Benzema, figuriamoci ... Purtroppo, infine, va registrata la pessima condizione di Koulibaly, in debito di fiato e di energia (colpa della coppa d'Africa, dicono), improvvisamente somigliante allo spaesato e sconcertante difensore centrale della prima stagione italiana; e va sottolineato che Reina saprà certamente esercitare una qualche leadership, sarà pure l'anima della squadra, ma tra i pali raramente compie miracoli. E su almeno due dei tre palloni insaccati dai Blancos forse non erano nemmeno necessari miracoli.

Il dato 'nuovo' fin qui offerto dagli ottavi è più che altro da annoverare tra le curiosità statistiche, dicendo poco e dipendendo dall'assurdità della formula e dall'andamento delle amichevoli che si giocano tra settembre e dicembre nella cosiddetta 'fase a gironi'. Le teste di serie, fin qui, cioè quelle che di diritto giocano la seconda partita del turno in casa perché vincitrici dei rispettivi gironcini, hanno tutte perso. Di stretta misura e con ampio margine di recupero, come il Dortmund; di goleada, come Arsenal e Barça; di quasi-goleada. come il Napoli. Non era mai successo. Anzi, era quasi sempre accaduto il contrario.

Mans

29 maggio 2016

L'ultimo della lista

Fettine di Coppa: la finale di Champions

Come al solito, la sua esultanza è solitaria
E' stato di gran lunga il peggiore in campo - Torres, perlomeno, ha procurato ai suoi un calcio di rigore -, ma poi era l'ultimo nella lista e ha avuto la fortuna di calciare il penalty decisivo. Un'esecuzione perfetta (peraltro Oblak non era riuscito nemmeno a sfiorare l'ipotesi di una parata su quelli precedenti), e così lui può prendersi il centro della scena, dopo che per centoventi minuti e rotti era stato semplicemente ridicolo. Ridicolo il gol del due a zero che si mangiava cercando una giocata da far venire giù lo stadio. Ridicoli alcuni stop mancati su palloni alti (non altissimi) e lunghi (non lunghissimi), roba da giocatorini di periferia. 

Naturalmente, ogni errore veniva giustificato da chissà quali malanni: non si sa appunto quali, ma il telecronista italiano non ha fatto che sottolineare la precaria condizione di Cristiano. "Zoppica vistosamente", "non sta bene", è al "cinquanta", al "quaranta", al "trenta" per cento. "Cammina". Un corno. Quando Benzema si è lanciato in contropiede verso lo spreco, Cristiano ha prodotto una corsa di sessanta metri a cento all'ora, sperando di andare a raccogliere un assist o una respinta del portiere, una palla sporca, un rimbalzo fortunato. Uno sprint di quel tipo nessun atleta al mondo condizionato da guai muscolari se lo potrebbe permettere. O forse - ed è la vulgata preferita dai media e dagli sponsor - lui è un atleta davvero bionico.

Il penalty storico

Così, oggi, sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo c'è lui. Lui, che era scomparso dalle partite di CL dopo il ritorno dei quarti al Bernabéu, tre gol facili facili al povero Wolfsburg. Questa, alla fine, la distribuzione delle sue abbuffate: cinque reti allo Shakhtar nel girone preliminare; sei al Malmö nel girone preliminare; nessuno al PSG nel girone preliminare. Due alla derelitta Roma negli ottavi, tre al Wolfsburg nei quarti, come già detto; nessuno al City in semifinale. Nessuno in finale. Tre soli gol decisivi in una stagione e tutti nella stessa partita, insieme al penalty di San Siro (che però resterà escluso dalle sue fenomenali statistiche).

Bilancio del Real: quattordici finali disputate nella maggiore competizione d'Europa, e undici vinte. Spesso grazie ai buoni auspici di Eupalla e ad arbitraggi tutt'altro che sfavorevoli, pur se onestamente condotti - come ieri sera: il gol di Ramos era in fuorigioco; ai Blancos è stato risparmiato almeno un rosso (Ramos), forse due (Pepe), e manca un altro enorme rigore all'Atlético. Bilancio dell'Atlético: tre finali di Coppa dei campioni, tutte e tre buttate nella spazzatura. Per demeriti propri, in parte. Come che sia: destino ingrato.

I Colchoneros si caricano per l'ultimo inutile assalto alla coppa

I super-club continuano a dominare la scena, non sembra esserci più spazio in Europa per le outsider. Al massimo raggiungono la finale - l'Atlético due volte, la Juve un anno fa, il Dortmund tre anni fa. Oltre, non vanno. L'albo d'oro sta diventando un catalogo celebrativo della smodata ricchezza: Bayern, Real, Barcellona, Real l'ultima sequenza. Prima o poi torneranno anche le inglesi, e prima o poi arriverà anche il PSG. Si dica quel che si vuole: la Coppa dei campioni aveva un fascino calcisticamente superiore. Questa coppa è soprattutto spettacolo televisivo. Tante partite inutili a introdurre un finale che è sempre più scontato, nonostante tutto. E che porta ulteriore risorse a chi ne ha già in sovrabbondanza.


7 aprile 2016

Il ronzino imbizzarrito e la cacciata del figliol prodigo

Fettine di Coppa: quarti di finale (andata)

Hart si butta dalla parte sbagliata
e para il rigore perché ha abboccato alla finta
Mercoledì sera, Parc des Princes. David Luiz ci impiega meno di un minuto a riscuotere un cartellino. Poi sgraffigna un penalty. Poi mostra a qualche miliardo di telespettatori come non si deve muovere un difensore sul contropiede avversario. PSG - City è tutta nelle nefandezze dispensate a piene mani da campioni e ronzini, e nella categoria dei ronzini il brasiliano svetta da autentico, bizzarro fuoriclasse. Ibra alterna errori banali a colpi geniali, Aguero è in serata astratta, Di Maria gira a vuoto, Hart resta il peggior portiere del mondo anche se para alla grande il suddetto rigore calciato da Ibra. Thiago Motta - uno che il pubblico contesta spesso e volentieri perché vecchio e lento, ancorché di fosforo assai guarnito - estrae dal cilindro una verticalizzazione del tutto simile a quella con cui un secolo fa Rui Costa spedì Sheva in porta a San Siro contro il Real. Ibra raccoglie e smaltisce in curva: troppo facile, forse. Alla fine della roulette russa, il tabellone si spegne registrando un sacrosanto pareggio. Può essere che i Citizens non siano entusiasti dell'arrivo di Guardiola, come non lo erano tre anni fa quelli del Bayern: e dunque, per dispetto o per antipatia, magari alzeranno la coppa, come fecero i bavaresi innamorati di Heynckes. 

Mercoledì sera, Volkswagen Arena. Competizione strana. Qui il Madrid - reduce dalla fastosa presa di Camp Nou - ha rimediato una figuraccia impronosticabile. Ora i media drogheranno la squadra, c'è la possibilità di un'altra storica remuntada: per loro, quella tedesca è terra di frequenti disfatte poi rimediate (di regola, ma con qualche eccezione) al Bernabéu. Dove però gli aficionados si recheranno muniti di moltissimi fazzoletti bianchi. Non si sa mai. Povero Zizou.

"Sono le regole di Camp Nou, Fernando.
Gli spogliatoi sono da quella parte"
Martedì sera, Camp Nou. Pareva segnata, l'ha notato anche Righetto Sacchi. Il disegno della partita messo giù dal Cholo aveva preso vita in campo, e subito l'inatteso figliol prodigo (ed ex ragazzo-prodigio) s'era fiondato tra i metri (troppi) che distanziavano Mascherano da Piquet, esplodendo un destro in corsa che bucava le gambe di Ter Stegen. Il meno strombazzato dei protagonisti era il simbolo quasi scomparso di un'epopea ancora recente dei Colchoneros; dopo il gol un eccesso di adrenalina lo portava a compiere un paio di sciocchezze che il regolamento di Camp Nou non consentiva all'arbitro di ignorare: giallo più giallo uguale Atletico in dieci per un'ora, puro ossigeno per un Barça molle e impreciso, statico e prevedibile, in una delle sue peggiori edizioni degli ultimi tempi. I vecchi filibustieri hanno retto per un po', assemblando una collezione di gialli da record; hanno ancora sprecato un paio di buone situazioni, ma poi hanno preso atto d'essere destinati all'eroica fine di un manipolo accerchiato e sfibrato, arretrando sempre più vicino all'area, poi inevitabilmente  dentro il perimetro dell'area di rigore. E nei sedici metri riceveva palloni sui piedi e da fermo Neymar, funambolico e impreciso, mentre Suarez preparava i suoi agguati; sarà lui a colpire. Messi girava al largo, vuoi per trovare spazi e ispirazione, vuoi per tenere al coperto caviglie e garretti. Ha anche dispensato errori di tocco inusuali: serata di luna storta per lui, forse condizionata da preoccupati pensieri, cosa che ormai non di rado gli capita. Finisce dunque con l'inerziale benché misurata rimonta blaugrana, ma tra otto giorni al Calderon tirerà una brutta aria. La sfida è tutt'altro che chiusa.

Martedì sera, Allianz Arena. La serata dei rimpianti. Quelli juventini. Un solo gol, di un ex-juventino. Nient'altro. E nulla che giri bene al Benfica, come da ormai lontana tradizione. Il Pep porterà i suoi in semifinale - è davvero probabile. Mai come quest'anno, tuttavia, c'erano le condizioni perché la coppa tornasse in Italia. Le grandissime d'Europa vivono una stagione - se non propriamente grigia -abbastanza declinante, un varco si era aperto e alla Juve bastava tenere a bada per un paio di minuti ancora il sordido richiamo della sconfitta. E risvegliarsi temuta e potenziale padrona.

2 aprile 2016

L'onta


Dopo un'ora di gioco e di non entusiasmante spettacolo, el Clásico sembrava avviato verso il suo naturale e atteso epilogo. Inzuccando su corner, Piquet inneggiava alla libertà della Catalunya, riavvolgendo il Madrid nel suo spleen stagionale. 

In effetti, s'era giocato un primo tempo parecchio inconcludente, dall'una e dall'altra parte, ma soprattutto dall'una, quella blaugrana. Lenti palleggi e trequarti intasata, nessuno dei tre tenori in serata di grande vena; qualche tentativo del Real di ripartire in contropiede, ma con poca voglia di esporsi a sua volta. In fondo, veniva da pensare, al Barça un pari può anche star bene. Per la classifica, e perché martedì ci sarà una sfida di uguale intensità agonistica ma - al momento - di maggiore importanza. La Liga è in cassaforte o quasi, tanto vale non rischiare il fiato e le gambe.

Un primo tempo da Clásico di transizione, ravvivato dall'ovvio minuto di applausi per Cruijff, acceso dall'arbitro con qualche giallo sventolato sotto il naso dei soliti noti - i Ramos e i Suarez -, e gli unici davvero eccitati erano i 100.000 di Camp Nou. Veniva da pensare che, dopo tempo immemorabile, potesse finire zero a zero. Non capita dal 2002, si sa. E dunque, prima o poi, deve ricapitare.

E' Gareth Bale, ma indubbiamente ricorda la gif di John Travolta che
impazza sui social
Ma esistono solo Clásicos inolvidables, da parecchi anni, per obbligo e definizione. E perciò nel secondo tempo accade di tutto. Anzi, nell'ultima mezz'ora. Prima il pari - di prepotenza, da centravanti old style, alla Boninsegna - firmato da Benzema. Poi la sostituzione di Rakitic (in riserva?) con Arda Turan: mossa che spalanca al Real le porte della città. Zidane ha la faccia di uno che ci crede ancora. E infatti: due a uno, incornata di Bale. Gol. Annullato: inspiegabilmente, scandalosamente. Logico, al Bernabéu qualsiasi arbitro l'avrebbe convalidato; a Camp Nou vigono regole diverse. Le regole di Camp Nou e del Bernabéu sono diverse da quelle che in vigore negli altri stadi del mondo, e a qualsiasi squadra ospite, a Camp Nou o al Bernabéu, un gol così sarebbe stato annullato. Ma non basta. Passa un minuto e puntuale arriva l'espulsione (un classico del Clásico) di Sergio Ramos. Pensi che a quel punto e nonostante manchino dieci minuti e anche meno le cose torneranno nel loro solco, che i Blancos ricadranno nel loro spleen e che il finale sarà un altro glorioso trionfo della Catalunya. Già immagini i canti e le lacrime e le dediche. E invece no. Tutto il contrario. Cristiano, che durante la partita si era soprattutto esercitato nell'arte di dribblare se stesso, finalmente indovina un gesto di alto contenuto tecnico: stop a superare l'avversario e palla bassa, velenosa e difficile da prendere per uno bravo, anche per Bravo. 


Sicché, in dieci contro undici, in rimonta, il Real vince una partita che nessuno (escluso Zizou) riteneva potesse vincere. Un'onta, per il Barça, nella prima notte in cui il fondatore lo guardava giocare dalle nuvole. Un'onta e un campanello d'allarme. Da non sottovalutare. Gioco lento, motore ingolfato. Poca benzina, forse. Così, nel silenzio indispettito e surreale di Camp Nou, dopo il triplice fischio, qualcuno sente già da lontano il rumore dei cavalli del Cholo. Arriveranno fra qualche giorno e sarà una battaglia crudele.

mans

22 novembre 2015

Ah, don Andrés ...

Cartoline di stagione: 13° turno 2015-16

Un sabato di grande partite riaccoglie il football nell'Europa intimidita e quasi militarizzata. Ovunque si esegue la Marseillaise; al Bernabéu una versione più soft, per solo pianoforte, ne fa apprezzare la melodia ma acuisce la tristezza. 

Don Andrés: alla fine il Bernabéu sarà costretto agli applausi per lui
Non so se anche all'Etihad è andata allo stesso modo: vero è che Citizens e Blancos sono stati letteralmente spazzati via dai loro avversari di giornata. I Reds sembrano destinati a rivivere, è iniziata l'era Klopp. I Blancos sono orfani di tutto, sono un branco di pedatori che ha scordato totalmente cosa sia un gioco di squadra, una tattica, una strategia, una copertura del campo, il pressing, tutto. La facilità con cui don Andrés ha guidato la razzìa del Bernabéu ha pochi precedenti, ma dai tempi di Cruijff in poi si ricordano solo molte lezioni di football impartite dal Barça, quasi nessuna dal Real. Quella di ieri, se vogliamo, vale anche di più, un quattro a zero senza attenuanti (senza pali, sfortune, rigori negati), nonostante le legnate (Ramos si becca un cartellino solo al quinto intervento spaccacaviglie), nonostante l'assenza del leader tecnico, nonostante gli anni che passano ma non ancora per don Andrés Iniesta, uno dei tanti che il pallone d'oro l'avrebbero strameritato e ai quali è stato negato da coloro che del calcio vorrebbero essere la rovina (i Blatter, la Fifa, gli sponsor arabi), ma cui il calcio, per sua forza intrinseca, inevitabilmente sopravviverà. Quattro a zero, dunque, e per Benitez inizieranno mesi (o settimane) di passione. Dopo il licenziamento di Carletto (l'unico capace negli ultimi dieci anni caratterizzati dall'egemonia catalana di farsi apprezzare da uno spogliatoio - per così dire - difficile, di costruire - faticosamente - un'identità alla squadra, e infine di vincere qualcosa di importante) non era difficile prevedere che sarebbe andata così. 

E' finito da poco El Clásico, e nello Stadium inizia il partitone italiano. Juve-Milan, chi perde si perde, e si rassegni a una stagione da comprimario - dicono (a una stagione da protagonista del Milan nessuno credo abbia seriamente creduto). Il primo tempo è sconfortante. La quantità di errori tecnici è impressionante, passaggi di pochi metri sbagliati di metri, stop approssimativi. La tipica partita da oratorio. Da Madrid a Torino, ma è stato come passare dagli Uffizi al Museo parrocchiale di San Martino Siccomario (con tutto il rispetto). La Juve cerca di fare qualcosa, sa cosa deve fare ma non ci riesce, o ci riesce a tratti. Il Milan fa quel che può, non ha altre risorse e non ha giocatori intorno a cui costruire una nuova fisionomia di squadra. Poi, nel secondo tempo, uno sprazzo di qualità risolve la partita a favore (giustamente) dei bianconeri. E il campionato 'di vertice' del Milan, se mai era davvero iniziato, finisce lì.

Alla prossima.

Mans

15 maggio 2015

Il Gestore e i santoni scornacchiati

Fettine di coppa: ritorno delle semifinali (CL e EL)

Uno parla parla, e chissà se lo ascoltano davvero.
L'altro perde pixel e ha il sopracciglio abbassato
"Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Niccolai in mondovisione”, disse un giorno Manlio Scopigno quando seppe che il suo leggendario stopper sarebbe volato in Messico con la nazionale italiana per giocarvi la Coppa del mondo. Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Allegri arrivare a una finale di Champions League, pensavo l'altra sera, al triplice fischio di Real-Juventus. Già. Mentre Carletto chiude il suo biennio a Madrid tra i fischi e i fazzoletti del Bernabéu, Maximilano vede proiettata la propria carriera in una dimensione superiore (e di parecchio) a quella che si riteneva possibile per lui. "La Juve di Madrid ha incarnato diverse epoche del pallone italico. Resistente e chiusa come nei bunker trapattoniani degli anni Settanta, rapida e cinica come nei ruggenti Ottanta e insieme moderna nei cambi di modulo (difesa prima a 4, poi a 5, con trequartista e senza) secondo i dettami di Allegri, arrivato davvero oltre Conte e di parecchio. Mentre l'assatanato Antonio era tutto pancia e istinto, talvolta scomposto, il suo successore ha insegnato alla squadra a ragionare, a non avere fretta e a cambiarsi d'abito come Arturo Brachetti, mica per niente un torinese. E la Juve trasformista è davvero una grande maestra di arte varia" (Maurizio Crosetti, La Repubblica: vedi). Sarà. Qui a Milano lo abbiamo visto per anni al lavoro, e continuiamo ad essere scettici. Ora, saggiamente scelto dalla dirigenza juventina dopo l'addio di Conte, ha gestito, amministrato pragmaticamente un undici che non aveva certo bisogno di imparare a stare diversamente in campo; un gruppo bisognoso di relax agonistico, di 'conservazione' e non di 'rivoluzione'. Gente che domina la Serie A giocando la maggior parte delle partite in totale souplesse. Del resto, Allegri ha mostrato difficoltà palesi quando ha dovuto costruire (al Milan, nel secondo e nel terzo anno), meno quando ha potuto gestire (sempre al Milan, il primo anno). Sta applicando alla Juve più o meno lo stesso metodo che adoperò Fabio Capello subentrando a Sacchi sulla panca rossonera. Con intelligenza e furbizia mediatica, non c'è alcun dubbio. Tra gli allenatori, vi è chi ama seminare, chi preferisce specializzarsi nel raccogliere risultati, chi riesce a combinare le due fasi: Allegri sembra ben avviato a essere un campione del secondo tipo.

E comunque sia, va tributato un grande applauso alla Juventus e ai suoi campioni. Grandissimi e grandi e ai loro ultimi giri, come Buffon e Pirlo, Tevez ed Evra; quelli che grandissimi e grandi certamente saranno, come Pogba e Morata, destinati o meno a vivere in bianconero la loro crescita calcistica; e quelli di valore medio-alto (Marchisio, Vidal) e medio (Chiellini, Bonucci, Lichtsteiner). Ci hanno regalato la prospettiva di una serata impreventivabile; una finale, a Berlino, e contro il Barça, er mejo fico der bigonzo. Già sento i giornalisti-opinionisti-ultras antijuventini blaterare sull'esito tennistico della sfida. Mah. Se i catalani ci arriveranno dopo aver coltivato sicumera di vittoria e pensando di dover usare il pallottoliere, faranno la stessa fine del dream team di Cruijff, nel '94, ad Atene. Chi ha buona memoria, sa come andò.

La tenuta da gioco ricorda parecchio quella indossata dall'Italia
nella semifinale mondiale del 2006 [rivedi]

Dunque e in definitiva, le semifinali delle due coppe hanno assai ridimensionato il ruolo taumaturgico di certi allenatori, vincenti per definizione, visionari per vocazione, specialisti di coppa per tradizione. Si è visto il Pep - privo della classe di Robben e Ribery nonché della devastante potenza di Alaba - capace di fare solo un po' di solletico ai suoi ex allievi - sì, ha vinto all'Allianz, ma partendo da un complessivo uno a cinque, quando i catalani hanno iniziato a pensare ad altro attendendo il novantesimo. E Carletto - cui Perez ha sottratto Alonso e Di Maria per far cassa, spendendo i ricavi per James Rodriguez -, senza centrocampisti di ruolo, senza mediani e uno straccio di interditore, e soprattutto senza il signor Modric (un fuoriclasse) a dettare il ritmo, non ha estratto dal cilindro alcun coniglio a sorpresa. Nudo alla meta, Gareth Bale ha mostrato limiti tecnici inaccettabili per uno valutato cento milioni di euro nel folle mercato di questi tempi. E Benitez? Benitez è specializzato nel toppare i primi tempi, rattoppandoli nei secondi (esempio fulgido: la finale di Istanbul); ma nel pantano di Kiev i ronzinoni del Dnipro hanno praticato un calcio di totale ostruzione cui lui (Benitez) non ha trovato rimedi. Si è salvato, dunque, il solo Emery. Ma è stato molto aiutato dalla Viola, che in due partite ha buttato nella spazzatura una quantità impressionante di palloni da gol.

Così, alla fine, avremo le due finali meno pronosticate. Del resto, stiamo parlando di football, e  proprio questo è il suo bello.

Mans

23 aprile 2015

Ristoranti e trattorie della pedata europea

Fettine di coppa: quarti di CL 2014-15 (ritorno)

E così, per la terza volta nelle ultime quattro edizioni, Real, Barça e Bayern attraccano insieme alle semifinali di CL. Nel 2012 e nel 2013, poi, in finale approdò la quarta squadra: Chelsea (vincente) nel 2012, Dortmund (perdente) nel 2013. Dunque, se la storia si ripete, quest'anno toccherebbe alla Juve – a patto che incontri una delle due spagnole, come accadde a Blues e a Schwarzgelben in quegli anni. Ci può stare? 

E chi lo sa. Juve e Bayern hanno già ri-vinto i loro campionati; una tra Barça e Real sarà campione di Spagna. La storia recente dice che tra Nostra Signora e uno qualsiasi dei tre pescioni finiti insieme a lei nell'urna dell'ultima pesca dovrebbe esserci un gap al momento incolmabile. Tecnico e tattico, certamente. Sul piano delle individualità le iberiche sono inarrivabili; su quello dell'organizzazione il Bayern è senz'altro da preferire. In più, l'ansia è un avversario che Allegri non sembra ancora riuscito a sconfiggere (durante la prima mezz'ora di ieri sera nel cortiletto del Principato era il dodicesimo uomo del Monaco), e dunque per prevedere come sarà la prossima serata dei bianconeri di coppa occorre un'immaginazione da indovino. Al ristorante da cento euro dovranno accontentarsi delle briciole o fregheranno l'aragosta a uno dei commensali?

Intanto, vediamo cosa succede domani a Nyon. Ma anche stasera. Se anche Fiorentina e Napoli confermano le loro prenotazioni, avremo tre posti su otto ai tavoloni delle semifinali, nei ristoranti di lusso e nelle trattorie della pedata d'Europa. Lusso sfrenato di sicuro: estemporanea ripresina o inversione del trend? L'impressione è che i conti non siano poi così in ordine. Certamente, mettiamo a frutto la stagionaccia delle inglesi; la coppa 'minore' rappresenta comunque e tuttora una dimensione abbordabile per le nostre, una coppa che – ogni tanto – si potrebbe pensare di vincere. Dal canto suo, la Juventus ha sicuramente i mezzi per guadagnarsi un posizionamento stabile nell'élite continentale. Forse difetta nella mentalità e ha ancora un allenatore inadeguato, di carisma imperscrutabile e bravura non indiscutibile. Ha campioni stagionati e altri con la testa già parzialmente altrove, ma possiede certamente la forza economica per rimpiazzarli e forse (addirittura) migliorare la qualità complessiva della rosa. Ha goduto, quest'anno, di parecchia fortuna. Ora, dovrà meritarsela e – quanto meno – non subire umiliazioni nelle prossime partite; quando, in sostanza, non guarderemo solo il tabellino. 


In definitiva, il ritorno dei quarti ha portato sui nostri schermi due gradevoli partite di esibizione (scontata quella di Camp Nou, divenuta rapidamente tale quella del Bayern – impressionante), una di orrida impotenza calcistica (quella monegasca), una feroce battaglia risolta solo verso la fine a Madrid. Questa era l'unica che valesse il prezzo di un biglietto, nonostante abbia offerto pochi gesti raffinati (quasi tutti sortiti dal repertorio di James Rodríguez). Complessivamente, si può dire che il Real meritasse la qualificazione; ma l'assist decisivo gliel'ha servito il referee teutonico, con un rosso non scandaloso ma certo generoso che regalava la superiorità numerica alle Merengues proprio nel momento topico della sfida. Si è creato uno spazio, un pertugio nell'area (attaccata a palla bassa) e il muro di Simeone ha finalmente ceduto. Come nella finale dell'anno scorso, sembrava potesse stare su, ma gli astri hanno un debole per Carletto da quella sera di Istanbul ...

Mans

19 aprile 2015

Macumba

El rincón del tertuliano

Ai piani alti della Liga (e sulla soglia delle semifinali di Champions, monopolizzate dalle tre grandi spagnole) la dimensione tecnico-tattica pare non contare più. A sei giornate dal termine, il copione non subisce significative variazioni: Barcelona, Real Madrid e Atlético Madrid vincono. Soffrono o dominano, ma quasi sempre portano a casa il risultato. Unica eccezione, il mezzo scivolone del Barça una settimana fa contro un agguerritissimo Sevilla: ammaliata dalla magia del Sánchez Pizjuán, la capolista ha visto dimezzarsi il vantaggio sull'inseguitore merengue. A questo si è ridotto il campionato: a una perenne invocazione della malasorte sul rivale attraverso ogni pratica rituale conosciuta. La macumba, la gufata, le corna, el mal de ojo, tutto vale, purché il Barça inciampi, il Madrid perda il contatto, l'Atleti venga raggiunto dalle dirette concorrenti per la terza piazza.

El Pistolero, 11 gol nella Liga BBVA
 Ieri il terreno del Camp Nou era disseminato di infide tagliole blanquinegres - il Valencia occupa la quarta posizione e ambisce a superare l'Atlético - ma questo Barça è estremamente pratico: apre e chiude il match a mo' di ventaglio, grazie al fulmineo suicidio ché e nel segno del Pistolero Suárez.
Carico a pallettoni dopo la doppietta del Parc des Princes, Luísito dopo 55 secondi dal fischio iniziale accetta l'invito Messianico a marcare il tipico gol de vestuario, in un bruciante contropiede che squarcia la difesa bondage del Valencia. Nei primi minuti la Pulga, a un gol dal traguardo delle 400 realizzazioni con i blaugrana, sembra ispiratato e buca ripetutamente per vie centrali; la difesa avversaria ansima, faticando persino ad abbatterlo. Il canovaccio catalá è ovvio quanto efficace: il compito di centrali e terzini è di traghettare il pallone all'altezza del cerchio di centrocampo, dove chi di dovere (Leo, who else?) raccoglie e inventa. La cooperativa funziona: lui è regista, mezzapunta, ala, centravanti e ala, lo es todo.

Claudio Bravo para il rigore di Dani Parejo
 Il Valencia, pur senza il fosforo di Pablo Piatti, reagisce allo scapaccione a bruciapelo e guadagna un rigore a 24 carati, che il capitano Parejo s'incarica sciaguratamente di recapitare tra le braccia di Claudio Bravo. I culé cominciano a imbarcare acqua: sulle fasce soffrono la spinta di Feghouli, Otamendi, Rodrigo, André Gomes, perdono pericolosamente il marchio di fabbrica - il possesso palla - e subiscono inermi la pressione avversaria. Il centrocampo non filtra, Xavi latita. Il palo di Paco Alcácer è l'ultimo avviso del primo tempo, dopodiché comincia un'altra partita: nella seconda frazione il Barça sterilizza la sfera, assume il controllo del match e lo chiude all'ultimo istante, con una cavalcata trionfale di Messi su un Valencia ormai senza ossigeno (e ulteriormente staccato dal terzo posto, consolidato dall'Atleti grazie al successo sul Depor). L'incontro, però, non poteva terminare prima che Messi si presentasse all'appuntamento inderogabile con il quattrocentesimo sigillo azulgrana.

Prodezze di giornata: la chilena di Antoine Griezmann
La pressione a questo punto ricadeva interamente sulle spalle del Real Madrid, alle prese con il molesto Málaga. Con il ritorno del derby europeo dietro l'angolo, Ancelotti sceglie di non rischiare Benzema. Il suo XI suole condurre le danze ma tende a sbilanciarsi; la difesa è friabile, barcolla costantemente sulle palle alte, condizionata dalle persistenti indecisioni di Casillas in uscita e da centrali più adatti a proporsi che a contenere. La macumba stavolta può contare sulla doppia sponda Barça-Atleti, fattore chiave perché gli spilloni vodoo pungano il pupazzo blanco dove realmente duole.

Fuori uno: Bale
Gli esiti del sortilegio non tardano a manifestarsi: dopo due minuti, l'infortunio di Bale. Il Madrid spinge a sinistra con un caotico Marcelo, ma il Málaga è squadra giovane, rapida e pratica; il centravanti marocchino Amrabat a più riprese mette in imbarazzo Pepe e Ramos, la corsa di Boka impone ai Blancos di sbilanciarsi a destra, in sostegno ad Arbeloa. Il gol di Ramos - in sospetto fuorigioco - giunge nel momento più opportuno; qualche minuto ancora e la questione si sarebbe complicata. Dopo il vantaggio il Madrid si scuote, Kameni compie un paio di miracoli, ma la partita è sempre aperta e vibrante: Sergi Darder nel primo tempo fagocita il pareggio, un rigore di movimento consegnato al parcheggio del Bernabeu. I Boquerones si chiudono e ripartono, vogliono portarsi via un pezzo di stadio e cominciano a marchiare le articolazioni avversarie: a turno Angeleri, Sergio Sánchez e Castillejo (spesso fuori giri), più tardi Tissone, fino alla nefasta entrata dell'impenitente Recio, che scalpella il ginocchio di Modric. Nel centrocampo merengue, improvvisamente si spegne la luce.

Fuori due: Luka Modric K.O.
 Il croato è l'ago della bilancia. Si avvera, dunque, il peggior incubo di Carletto: perdere ora Modric con lo spettro del Cholo dietro l'angolo, e con alternative che non lo convincono appieno. Il mister non si fida del pigro Isco, la cui qualità tecnica mal si coniuga con l'infinita quantità di palloni persi, né della recente scarsa affidabilità di un Kroos sempre meno germanico, sempre più latinamente impreciso. Senza Modric il Madrid vacilla; il Málaga annusa il sangue della preda ma perde l'attimo. Nel momento migliore arriva il rigore (fallito da Cristiano Ronaldo), poi un gran gol di James Rodríguez, eccelso ricamatore, e la tardiva stoccata di Juanmi; Chicharito negli ultimi minuti si scrolla di dosso la depressione di un lungo inverno in panchina e assiste il tap-in di CR7. Il trionfo costa la salute al Madrid, incerottato allo scontro decisivo di Champions, senza Marcelo, Bale e Modric. Peligro...

Duca