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27 febbraio 2015

Non è mai troppo tardi

Fettine di coppa: sedicesimi di EL 2014-15 (ritorno)

Alla bella serata di coppa di giovedì sera - bella non solo per il calcio italiano ma in generale - sono mancati solo alcuni colori. Dal De Kuip avremmo preferito che le immagini fossero giunte in bianco e nero, aperte dallo storico stroboscopio dell'Eurovisione e magari introdotte dalla voce chioccia di Bruno Pizzul: da Rotterdam, infatti, giungevano echi di euronotti anni 1970s, da uno stadio di straordinario fascino, col terreno di gioco sodo e zolloso come solo nel nord del continente (memore dei vomeri profondi del sistema curtense), e le file compatte di pubblico (e di lanci di oggetti ne abbiamo visti ben altri, dalle lattine alle rondelle, in quegli anni). Da Bilbao avremmo preferito che le immagini fossero giunte dalla Vecchia Cattedrale abbattuta (per far posto all'ennesimo santuario omologato) e, soprattutto, che il nostro glorioso Toro avesse sfoggiato non un'orrenda t-shirt azzurra, ma la sua storica maglia bianca da trasferta, con scudetto, pantalonicini e calzettoni granata. Peccato, ma prendiamo atto: questo è ormai il tempo del calcio moderno, con i suoi top-player (cui la serata sembra aver aggiunto finalmente anche l'atteso Fredy Alejandro Guarín Vásquez) e il suo calcio da play-station.

Un'immagine che valeva una sigla
Per una sera, però, sono saltate molte delle inibizioni del calcio di plastica, quello che ha impacchettato quasi tutti gli ottavi di Champions, fatta eccezione per la grande lezione imposta a uno dei suoi stocafissi più immarcescibili, Arsène Wenger, da un Monaco corsaro guidato da un nostro vecchio beniamino, João Moutinho, e dalla giovane stella nera su cui aveva posto gli occhi anche l'Inter di Mancini, Geoffrey Kondogbia. I sedicesimi di Europa League ci hanno riportato alle serate di Coppa Uefa del secolo scorso, con partite combattute e dagli esiti imprevedibili. Generose di emozioni sono state, per esempio, Dinamo Kiev - Giungamp (e non tanto per l'ennesima invasione di campo), Borussia Mönchengladbach - Siviglia (forse la più bella con quella di Bilbao), Besiktas - Liverpool e Olympiacos - Dnijpro. Oltre all'exploit delle italiane, questo turno archivia la disfatta delle squadre della Premier: fuori Liverpool e Tottenham (e già si era perso per strada l'Hull), avanza solo l'Everton, mentre in CL sono già fuori l'Arsenal e mezzo fuori il City, mentre ha buone chance, pur tra molte insidie, il solo Chelsea. A conferma che, per fortuna, non contano solo i budget e i fatturati per stabilire le gerarchie agonistiche.

Quanto alle nostre, ci è tornato alla mente - per restare al bianco e nero catodico - il maestro Manzi, che ci ricordava come "Non è mai troppo tardi" per imparare. Per imparare la lezione del calcio europeo. Dopo avere snobbato per quindici anni la Coppa UEFA - e proprio nei giorni in cui il nostro ultimo vincitore, il Parma, è diventato l'emblema del fallimento criminale della classe dirigente del nostro calcio - i nostri club sembrano riaverla presa finalmente sul serio. Ma dal momento che, arpinianamente, non ci annoveriamo tra le "belle gioie" [vedi], non crediamo nemmeno che la resipiscenza sia culturale. Di vile becchime continua a trattarsi, infatti: in una fase critica in cui i bilanci cominciano a saltare come tappi, anche un milioncino di euro, brutto e misero ma immediato, fa gola come una boccata d'ossigeno al posto della canna del gas. E la promessa dei play-off di Champions (bada ben, mica dell'accesso diretto) per il vincitore dell'Ombrelliera rappresenta un balsamo dell'anima per l'angoscioso stato comatoso in cui versano molte presidenze monageriali nostrane.

Un maestro capace di fare immaginare i colori
Volgendomi al "bright side" della serata devo dapprima riconoscere che ero stato troppo pessimista nel commentare l'andata [vedi]. Lasciando da parte l'allenamento partenopeo, meritato dalla grande spedizione in terra turca, e i patemi da pazza Inter (che ha sprecato lo sprecabile e beneficiato di un Celtic ridotto in dieci, sbloccando infine solo grazie a un missile ben temperato del Guaro), tre sono state le vere imprese della serata. Al De Kuip la Roma ha finalmente ritrovato carattere e voglia di vincere, ridando senso alle gerarchie: la seconda della Serie A non può valere meno della terza della Eredivisie, soprattutto se è capace di spendere decine di milioni per Iturbe, Ibarbo e Doumbia. Al Comunale di Firenze la Viola ha scritto la pagina storicamente più pesante della giornata, mostrando come la quinta in classifica della Serie A (con fatturato di 90 milioni di euro) valga quanto se non più della settima della Premier League (che fattura, oltretutto, 215 milioni di euro). Peccato che non sia sceso in campo nemmeno un giocatore di passaporto italiano, ma i meriti di Montella sono indubbi; su 180 minuti ha sofferto solo nei primi 20 al White Hart Lane, ha concesso una sola occasione al "Franchi" (orrendamente sprecata da Soldado); per il resto ha spezzato il ritmo e le linee di passaggio all'XI di Pochettino, ridimensionando anche gli alti lai alzati ad HarryKane, che ha l'aria di essere il solito attaccane inglese (leone in casa, miciotto all'estero).

L'epopea l'ha scritta il Toro, al San Mamés, dove ha preso in mano la partita orientandola spavaldamente fino alla storica espugnazione. Va dato merito dell'impresa a Giampiero Ventura, vecchio artigiano del calcio all'italiana nel suo senso migliore, senza catenacci ma di grande sagacia tattica, che alla vigilia era apparso sereno e fiducioso. Con ragione. Con sei italiani in campo, è l'impresa più nazionale della serata. Il Torino è la decima forza della Serie A attuale ed ha prevalso sulla 12esima della Liga. Anche così si rabbercia il ranking, e soprattutto si ricuce l'autostima perduta dal nostro calcio. La Roma e il Toro dovevano vincere e sono andate a farlo fuori casa senza erigere barricate, ma giocando: secondo tradizione, ma a viso aperto.

Questa sì che era una maglia gloriosa da trasferta
Una delle ragioni della positiva stagione europea dei club italiani risiede anche nella cultura dei tecnici che le guidano: Benitez ha vinto tutte le coppe ed è una garanzia; Mancini ha fatto il visiting professor all'estero e si vede; Garcia viene da vittorie in Francia; Montella è forse il migliore allenatore italiano, con Conte, tra quelli che non hanno ancora allenato all'estero; e Ventura è uno di quei vini che migliorano invecchiando. Nelle annate trascorse i nostri club avevano affrontato l'Europa con dei tecnici provinciali, addestrati a far barricate in trasferta a Reggio e a Trieste ma dimostratisi inadeguati a livello europeo (dai Mazzarri ai Gudolin, dai De Canio ai Rossi, per intenderci). Il passo avanti è evidente.

Basterà a colmare il gap e a far tornare un po' più in alto il nostro calcio? Non è detto. Gli ottavi ci diranno se si è trattato di un fuoco fatuo. Per evitare le violenze tra gli ultras russi e ucraini la regia dell'UEFA ha apparecchiato l'accoppiamento italico peggiore tra Fiorentina e Roma. Ma il resto del programma è da leccarsi i baffi, tra echi storici e opportunità attuali. Ossi duri per le altre italiane, con il vantaggio per Toro e Inter di giocarsi il ritorno in casa contro Zenit e Wolfsbrug, mentre il Napoli prolungherà il suo inverno a Mosca. Ma ricordandoci che stiamo parlando pur sempre della serie B europea. Ad agosto avevo sommessamente fatto notare che "la EL è ormai l'unica coppa alla portata delle squadre italiane" [vedi]. A terra siamo noi con le nostre vergogne ...

Azor

22 settembre 2014

Frank, "el Cuchu" e la nemesi di Marassi

Cartoline di stagione: 6° turno 2014-15

"Frank, sei una vecchia ciabatta, non so cosa farmene di te. Adesso ho Fabregas". Non avrà certo detto questo José Mourinho a Frankie Lampard qualche mese fa, ma c'è qualcuno disposto a scommettere un penny sul fatto che non l'abbia pensato (vedi foto)? E ieri impagabile era l'espressione del portoghese, inquadrato dopo che la vecchia ciabatta, subentrata da poco, aveva scaraventato in rete il pallone di un pareggio che i Citizens strameritavano. Espressione incredula da un lato, scocciata dall'altro. Il vecchio dipendente gli sottraeva la ribalta, impedendogli di vincere more solito una partita di vertice senza giocare a calcio. E il buon Frank è poi andato a raccogliere l'applauso interminabile della South Stand, dov'erano concentrati i supporters ospiti. E' una situazione che capita di rado. Del Chelsea, Lampard è di diritto (e di fatto) una leggenda, e i numeri parlano chiaro: 648 presenze nel club (in tutte le competizioni) e 211 gol. E - si sa - non è un centravanti. Tre titoli nazionali, otto coppe britanniche, una Champions League, un'Europa League. Tutto, o quasi. E' sicuro: la storia di oggi (il gol e gli applausi di tutti) si scolpisce nella infinita storia del calcio inglese; che è forse l'unico a poterne produrre di simili. Su Mou, sul suo atteggiamento nel post-partita [vedi], sul (non) gioco del Chelsea (nonostante l'immensa qualità di cui dispone e che si è vista una sola volta durante il match), stendo un velo pietoso. Vincerà per inerzia molti titoli, quest'anno (cosa che personalmente non mi auguro), ma aumenteranno - nei suoi confronti - le antipatie e il sarcasmo.

E' stato comunque, in Inghilterra, un grande week-end. Bolle di sapone a Boleyn Ground [card] prima della partita - sabato pomeriggio - mentre si alza - appunto - "I’m forever blowing bubbles", inno degli Hammers. Match di cartello, West Ham-Liverpool. Si diceva che i supporters locali fossero stanchi del cattivo gioco offerto dagli uomini di Allardyce negli ultimi due anni; sì, risultati decenti, ma divertimento scarso. Bene, in questa stagione le cose sembra stiano cambiando. I Reds sono annichiliti dai primi dieci minuti di pressing e velocità dei londinesi; sconcertati, incapaci di articolare un discorso di football ancorché minimo. Sterling ignora Balotelli; Gerrard pare un lento tram che sta arrivando finalmente al capolinea; i centrali sono - a dir poco - statuari. Dello spettacolare XI ammirato un anno fa non è rimasto nulla. Rodgers deve ricominciare tutto daccapo: tre sconfitte su cinque partite in Premier sono quasi una sentenza. Peccato.

Jamie Vardie: una giornata particolare
Domenica pomeriggio, a Leicester, eccoli in campo tutti insieme: Falcao e Van Persie, Rooney e Di Maria. La batteria dei galli da combattimento di Luigi Van Gaal. I quattro confezionano due marcature di altissimo pregio, e a meno di mezz'ora dalla fine lo United è avanti di due gol. Riesce a incassarne quattro, e a perdere la partita. Il velo pietoso, stavolta, va steso sul reparto difensivo dei Red Devils: semplicemente osceno. Anche quelli che erano a Filbert Way ricorderanno a lungo questa partita, e la prestazione sopra le righe di due pedatori che più lontani (in tutto) non potrebbero essere: Esteban Cambiasso (ecco dov'era finito!) e soprattutto Jamie Vardie, ormai ventisettenne, nato a Sheffield, e arrivato ai Foxies solo due anni fa, dopo una vita trascorsa sui campi delle divisioni inferiori. El Cuchu ha ciabattato da par suo il gol del tre a tre, l'altro ha corso indemoniato per novanta minuti, segnando, servendo assist e quant'altro; the game of his life, senza dubbio.

Anche altrove si è giocato a pallone. Bisogna ammettere che, quando i suoi satanassi sono in vena, il Real è davvero un luna-park. Otto reti al Riazor, mai così tanti in trasferta nella sua storia in Liga, perle meravigliose offerte da Cristiano, da James, da Bale. Carletto ha il problema di abituare Kroos (uno che era nato trequartista) a fare il centromediano, e deve trovare il modo di far rendere James al meglio per la squadra, avendo il colombiano passo ben diverso da quello di Ángel Di Maria. Sicuramente, essendo tosto e testardo, ci riuscirà, in fondo ha dovuto risolvere problemi assai più complicati nei suoi ormai lunghi anni in panca ...

Il sabato si era concluso al Meazza. Strapieno di spettatori paganti e non abbonati, venuti per vedere Milan-Juventus. Si sperava in un match spettacolare ed equilibrato. Si è vista la classica partita di Serie A, un lento muoversi di uomini e di idee sulla scacchiera; partita - come si suol dire - tatticamente bloccata, e piena di falli (appunto) tattici. A bassissimo tasso di godimento per il pubblico - anche quello non abbonato e non pagante, già. Hanno vinto i bianconeri, secondo logica: superiori non tatticamente, ma certamente nella qualità complessiva dei singoli e dominanti sotto l'aspetto fisico. Magnifica la doppia giocata di Tevez in occasione del gol. Impressione volante: quando (e se) Allegri (uomo e allenatore per nulla geniale, anzi) scioglierà le briglie a Pogba, la Juve farà il salto di qualità che deve fare, forse anche in Europa; il suo reparto di mezzo, a ben guardare (con e senza ma soprattutto - in prospettiva - senza Pirlo), è ben assortito e nulla ha da invidiare a quelli dei grandi club stranieri.

La Serie A ha poi esaurito il suo programma tra il primo, il secondo, il terzo pomeriggio e la prima serata di domenica. Si è visto davvero poco. Da ricordare, tuttavia, la sconfitta della Lazio a Marassi, maturata sul finale di partita: gli sprechi dei biancocelesti nel primo tempo sono inauditi - almeno dieci occasioni limpide, ben riasssunte da un inciampo sulla propria corsa di Felipe Anderson, solo in area di rigore. Si sa come vanno le cose. Nemesi puntuale. "Ha prevalso il fattore imponderabile", deve aver pensato Claudius Lotitus.

Mans

4 agosto 2014

Un calcio chiuso per ferie

"Agosto chiuso per ferie" è scritto nella costituzione materiale del nostro paese. Anche i Senatori impegnati (parola grossa) in una epocale (parola appropriata per una volta) riforma della Costituzione scritta della Repubblica hanno messo un paletto invalicabile anche ai canguri: il pomeriggio dell'8 agosto. Dopodiché tutti al mare ... Il Ferragosto (di cui quasi tutti ignoriamo l'etimologia, ma lo celebriamo come e più della Pasqua) segna l'hapax della vacanza italica: il paese si ferma completamente. La metà degli italiani che resta a casa contempla l'immota bellezza delle proprie città, qualcuno magari, preso da nostalgia, va a farsi un giro in bicicletta intorno a quelle cattedrali vuote e malinconiche che sono i nostri fatiscenti colossei della domenica. Siamo un grande paese, anche per questo, certamente. Di memorie ataviche e di futuri senza un domani.

2 agosto 2014, Lincoln Financial Field, Philadelphia
L'appeal del calcio italiano all'estero è, non a caso, analogo
a quello che si riscontra nei nostri lager
Nel frattempo, tutto intorno a noi si muove e turbina. La stagione calcistica europea è già cominciata da un mese [vedi] e il nostro calcio la contempla tra sempre più brevi ritiri alpini assediati dagli ultras e sempre più numerose amichevoli d'oltre Oceano. Che vanno deserte. Al Lincoln Financial Field di Philadelphia, capienza 69.144 spettatori, il 2 agosto l'Inter ha spezzato le reni alla Roma davanti a ben 12.169 guardoni; qualche ora dopo al Michigan Stadium di Ann Arbor, capienza 109.901 spettatori, si sono recati ad ammirare United e Real in 109.318, record assoluto per una partita di soccer negli States ...

Nelle stesse ore Ibra, a Pechino, ghermiva con due smargiassate delle sue la Supercoppa di Francia. Tra una settimana comincia la Ligue 1, infatti. Domenica prossima a Wembley si assegna lo Charity Shield. Il 13 Bayern e Borussia ingaggeranno l'ennesimo duello per la Supercoppa di Germania. E il nostro calcio? In vacanza. I campioni d'Italia, a monetizzare in tournée all'altro capo del mondo, riusciranno nell'impresa di non giocare una partita ufficiale fino al tardo pomeriggio del 30 agosto ... Poi non lamentiamoci se Allegri non riuscirà a vincere il primo match di Champions il 16 settembre magari contro un'avversaria che avrà già cominciato da un mese il campionato.

Quest'anno l'immarcescibile Lega Serie A è riuscita perfino a fare sparire la Supercoppa Italia. Mentre in tutti gli altri paesi agosto è proprio il mese, affollatissimo, delle finali dei trofei analoghi, compreso quello UEFA che segna l'avvio simbolico della stagione delle coppe - quest'anno il 12 agosto, a Cardiff, con il derby spagnolo tra Real e Siviglia -, da noi la Supercoppa è considerata l'ennesima scocciatura di nessun blasone, ancor meno da quando si deve andare a Pechino a giocarla e magari a perderla. Uno che c'è l'ha proprio di traverso è Aurelione nostro De Laurentiis: "meglio una bella Acqua Lete Cup al San Paolo. E poi quest'anno teniamo o' pleioff, e dunque non possiamo sconcentrarci". Così, la mesta coppetta è stata derubricata dai calendari: al momento figura appesa al 23 dicembre, in coppa a o' presepe. Non si sa ancora dove, però. Per la serie: come ti valorizzo il prodotto. A Wembley invece è già tutto esaurito, de settimane, per il match di domenica prossima ...

L'effetto del calcio mercato
La spiegazione c'è. Dopo nove mesi di quotidiano bar sport sul rigore negato e il fuorigioco che c'era - "e come fischiano a senso unico questi arbitri mediocri e corrotti", "e la mia squadra ha subito torti come nessun'altra", "eh, però, Rizzoli che bravo", "dai, però abbiamo la classe arbitrale migliore del mondo!" - per tre mesi ci piace inebetirci come Robert De Niro nella fumeria di C'era una volta in America. Viviamo dell'oppio dei popoli per lunghe, infinite, settimane senza calcio nostrano ma sature di radio e talk show: da fine maggio a fine agosto è una quotidiana impipata fino ad ore piccole intorno a ghirigori di fumosi "top player" come Juan Manuel Iturbe Arévalos o Álvaro Borja Morata Martín, ¡hombre! E ci va anche meglio rispetto a due anni fa quando il Berlusca smantellò il Milan e il "top player" era Gastón Ezequiel Ramírez Pereyra, ¡hombre! [vedi].

Se poi la Spagna (mema latitudine) comincia le sue competizioni dieci giorni prima di noi, il Portogallo (mema latitudine) e l'Inghilterra e la Germania venti, per non dire di francesi e olandesi che hanno già cominciato le loro, chissenefrega. Da noi il calcio, come il paese tutto, è chiuso per ferie. E quest'anno ci voleva solo la mente astuta (e perfida) di Gianfranco Abete per dimettersi giusto in tempo per costringere a votare per il suo successore sullo scranno più alto del "giuoco del calcio" ben quattro giorni prima di Ferragosto, e per avere un nuovo CT al timone della derelitta scialuppa della nostra Nazionale, se va bene, la sera prima dell'amichevole contro l'Olanda del 4 settembre ... Così è finita che, giorno passa giorno, anche lo sTravecchio è stato messo sulla graticola a fuoco lento manco fosse San Lorenzo (e lasciamo perdere Lee Oswald ...). E' un'estate avvilente, e non solo per la debolezza dell'anticlone.

Qui sotto il weather report del mese d'agosto 2014 in Europa:

2 agosto
Trophée des champions (Supercoppa francese)
Il PSG ha battuto il Guingamp

3 agosto
Johan Cruijff Schaal XIX (Supercoppa olandese)
Lo Zwolle ha battuto l'Ajax

5-6 agosto
Terzo turno di qualificazione alla Champions League (ritorno)
Impegnate, tra le altre: Zenit, Copenaghen, Feyenoord, Beşiktaş, Lille, Standard Liegi, Panathinaikos, Salisburgo, Dinamo Zagabria, Celtic, Steaua, Maccabi, Apoel, Sparta Praga, Partizan ...

7 agosto
Terzo turno di qualificazione all'Europa League (ritorno)
Tra le altre, si giocherà anche Torino - Brommapojkarna

8-10 agosto
Prima giornata della Ligue 1
Tra le altre: Reims - Paris SG, Bastia - Marsiglia e Monaco - Lorient

9-10 agosto
Prima giornata della Eredivisie
Tra le altre: Den Haag - Feyenoord e Ajax - Vitesse

10 agosto
FA Community Shield
Manchester City - Arsenal

10 agosto
Supertaça Cândido de Oliveira
Benfica - Rio Ave

12 agosto
Supercoppa UEFA
Real Madrid - Siviglia

13 agosto
DFL-Supercup (Supercoppa di Germania)
Bayern Monaco - Borussia Dortmund

15-17 agosto
Seconda giornata della Ligue 1
Tra le altre: Paris SG - Bastia, Marsiglia - Montpellier e Bordeaux - Monaco

15-17 agosto
Seconda giornata della Eredivisie
Tra le altre: Feyenoord - Heerenveen, PSV - Breda, Alkmaar - Ajax

16-18 agosto
Prima giornata della Premier League
Tra le altre: Manchester Utd - Swansea, West Ham - Tottenham, Arsenal - Crystal Palace, Liverpool - Southampton, Newcastle - Manchester City e Burnley - Chelsea

17 agosto
Prima giornata della Portuguese Liga

19 agosto
Supercopa de España (andata)
Real Madrid - Atletico Madrid

19-20 agosto
Play off di Champions League (andata)
Impegnate, tra le altre: Arsenal, Bayer Leverkusen, Porto, Athletic Bilbao e Napoli

21 andata
Play off di Europa League (andata)
Impegnate, tra le altre: Villarreal, Tottenham, Borussia M'bach, Inter, Metalist, Rostov, Lokomotiv Mosca, Twente, Lokeren, Zurigo, Rapid Vienna e - speriamo - Torino

22 agosto
Supercopa de España (ritorno)
Atletico Madrid - Real Madrid

22-24 agosto
Terza giornata della Eredivisie
Tra le altre: Feyenoord - Utrecht, Ajax - PSV

22-24 agosto
Prima giornata della Bundesliga
Tra le altre: Bayern - Wolfsburg e Dortmund - Leverkusen

23 agosto
Terza giornata della Ligue 1
Tra le altre: Evian -Paris SG, Guingamp - Marsiglia e Nantes - Monaco

23-25 agosto
Seconda giornata della Premier League
Tra le altre: Chelsea - Leicester, Crystal Palace - West Ham, Everton - Arsenal, Tottenham - QPR, Sunderland - Manchester Utd e Manchester City - Liverpool

23-25 agosto
Prima giornata della Liga
Tra le altre: Malaga - Ath. Bilbao, Siviglia - Valencia, Barcellona - Elche, Real Madrid - Cordoba, Vallecano - Atl. Madrid

24 agosto
Seconda giornata della Portuguese Liga

24 agosto
Terzo turno della Coppa Italia
Impegnate, tra le altre: Lazio, Verona, Sampdoria, Udinese, Genoa, Cagliari, Chievo e Palermo

26-27 agosto 2014
Play off di Champions League (ritorno)

28 agosto
Play off di Europa League (ritorno)

29-31 agosto
Quarta giornata della Eredivisie
Tra le altre: PSV - Vitesse, Groningen - Ajax, Twente - Feyenoord

29-31 agosto
Seconda giornata della Bundesliga
Tra le altre: Augsburg - Dortmund, Leverkusen - Hertha, e Schalke - Bayern

29-31 agosto
Seconda giornata della Liga
Tra le altre: Ath. Bilbao - Levante, Atl. Madrid - Eibar, Villarreal - Barcellona, Real Sociedad - Real Madrid

30-31 agosto
Quarta giornata della Ligue 1
Tra le altre: Marsiglia - Nizza, Monaco - Lille e Paris SG -St. Etienne

30-31 agosto
Terza giornata della Premier League
Tra le altre: Burnley - Manchester Utd, Manchester City - Stoke, Everton - Chelsea, Tottenham - Liverpool e Leicester - Arsenal

31 agosto
Terza giornata della Portuguese Liga
Tra le altre: Benfica - Sporting

Dulcis in fundo, finalmente ...
30-31 agosto
Prima giornata della Serie A
Tra le altre: Chievo - Juventus, Roma - Fiorentina, Milan - Lazio, Genoa - Napoli e Torino - Inter

Un confronto stridente, come già quello dello scorso anno [vedi], e di quelli passati in cui vivevamo di rendita. Ora le risorse, non solo quelle economiche ma soprattutto quelle morali, sono finite. Occorrerebbe rimboccarsi le maniche e cambiare passo. "A terra siamo noi con le nostre vergogne" diceva il Maestro, in tempi che gli sembravano già sospetti. Ma mai come questi in cui ci è dato di vivere, ahinoi.

Azor

6 luglio 2014

La ballata del centravanti stitico e del portiere 'last minute'

Cartões Postais do Brasil

Occhi assonnati di uomini in maglia rossa osservano la girata del Pipita
"Pipita sveglia, sveglia sveglia Pipita! Presto, quelli dormono ancora. Arrivano sempre in ritardo, bisogna approfittarne, Pipita!": così Alejandro Sabella a Gonzalo Higuaìn verso le 13 (ora di Brasilia) del 5 luglio 2014. Kompany è notoriamente un nottambulo. E infatti improvvisamente si alza (ore 13:07 circa) e, occhi chiusi palla al piede, si avventa fuori dalla camera da letto. Chissà cosa stava sognando. "Eccolo!", occhiata d'intesa tra l'Uomo Mascherano, la Pulce e  Di Maria. Non aspettavano altro; il primo gli scippa il pallone e lo passa al secondo che lo passa al terzo che lo passa (male) al Pipita, che però è fortunato perché nel frattempo, destato da quel fastidioso frastuono, Vertonghen cerca di riappropriarsi della sfera ma riesce solo a deviarla, guarda caso proprio sui piedi del Pipita che è rapidissimo a individuare la combinazione giusta per spalancare la cassaforte dei belgi. Curtois, il portinaio, deve ancora fare colazione. Wilmots è inferocito coi suoi. Nessuno si è ancora neppure lavato i denti. "Come al solito, arriveremo con un'ora e un quarto, un'ora e mezza di ritardo, come al solito. Maledizione!" In effetti, arrivano. Tutti, anche Lukaku. Tutti, anche Hazard, che era meglio rimanesse in albergo. "Torna pure a dormire, pelandra!", gli grida Wilmots a un quarto d'ora dalla partenza del treno per le semifinali. Sul tabellone c'è scritto "argentina uno belgio zero" ed ecco, il treno è partito, pieno di gauchos e di preoccupazioni per i muscoli di Angel Di Maria.

Lo sguardo incredulo di Robben 
e quello impaurito di Míchael Umaña: rosso in arrivo?
Luigi van Gaal e Giorgio Luigi Pinto hanno organizzato bene la loro scacchiera, e si può solo dire che era prevedibile ogni schema - di attacco e di difesa. Campbell abbandonato nel deserto della metà campo olandese come fosse il centravanti del Chelsea; le rabbiose percussioni di Robben, ripetutamente falciato; le parate spettacolari e fortunate di Keylor Navas; pali e traverse e 'porta stragata' come si suol dire. E' l'atteso assedio, ma c'è sempre una mossa disponibile a Pinto per evitare lo scacco matto. Si devono battere i calci di rigore ed entra l'eroe del giorno, Tim Krul. Lungo come la fame e largo quasi come la porta, è uno specialista. C'è chi si porta il cuoco di fiducia, chi nasconde in valigia il fisioterapista e chi la fidanzata, van Gaal ha ben nascosto, nella rosa dei ventitré,  il pararigori. Krul Ha dato spettacolo. I costaricani provavano a traccheggiare e perdere tempo anche in questa situazione, ma obiettivamente non meritavano di andare più lontano di così. A San José riceveranno l'accoglienza che meritano.

"Bravo Pipita, finalmente ti sei sbloccato". In effetti: centravanti stitici, nervosi, criticati, soli sotto il solleone. Fortunatamente infortunati, come Aguero; terribilmente improbabili, come Fred. Non è la loro Coppa. Povero Campbell - come si diceva -, povero Van Persie, ieri sperduto nella folla dell'area di rigore costaricana e sempre caduto nelle trappole del fuorigioco seminate dappertutto da Pinto. Origi e Lukako, un gol a testa in cinque partite. Peralta. Diego Costa. Mitroglu. Drogba. Dzeko. Immobile. Cavani. Rooney - se è da considerare ancora un 'centravanti'. Tutte comparse di cui nessuno s'è accorto. Piccoli camei per Klose (part-time efficace, full-time inservibile). Mandzukic. Gyan. Balotelli. Suarez. Jackson Martinez. Meglio di tutti Benzema, che però i tedeschi hanno poi deciso di escludere dalla sceneggiatura. In effetti: tra un po', nessuno vorrà più giocare da numero nove. Il ragazzino che si presenterà al centro sportivo, al campo dove s'allenano i suoi amichetti, quando si sentirà chiedere dall'allenatore "in che ruolo giochi?", risponderà "giostro da falso nueve, ma anche da trequartista indifferentemente di destra o di sinistra o centrale dietro un'unica purché statica, stitica e in fin dei conti inutile punta". E prima ancora, quando nei campetti senz'erba o sulle strade a fondo chiuso si organizzeranno le partitelle nei pomeriggi d'estate, il più scarso non verrà lasciato a fingere di difendere due pali messi insieme con gli stracci, ma a fare il centravanti. E il suo destino sarà il medesimo di chi una volta se ne stava fermo davanti a quella rete immaginaria. Lunghi pomeriggi da trascorrere senza mai toccare un pallone.

Mans

24 giugno 2014

Bet & Breakfast

Cartões Postais do Brasil 2014

Il pallottoliere, dopo i super over di ieri, dice: 36 partite, 108 gol. Esattamente, tondi tondi, tre a partita. I vari Bet & Breakfast, a quanto pare, continuano ad offrire straordinarie promozioni. Tipo: ti rimborsiamo l'intera quota se punti sulla Croazia (vittoria/pareggio) ma il Messico segna tre gol nel secondo tempo e in meno di quindici minuti. Oppure: ti restituiamo la puntata, con un bonus aggiuntivo, se l'Argentina non segna almeno un gol all'Iran nei primi 90 minuti, eh eh eh. Chissà cosa si inventeranno nei prossimi giorni.

Anche i supermercati offrono sconti, ma li condizionano ai risultati dell'Italia. Ho visto donne anziane ignare persino della forma del pallone trepidare per Italia-Costa Rica. Quando l'Italia avesse vinto, potevano rivendicare un taglio di 50 euro (!) al referto dello scontrino. Delusione, rabbia e sconforto: da Palermo ad Aosta.

Ma oggi è il giorno di Italia-Uruguay. Allarme meteo. Cento gradi all'ombra è dato a 2.25, umidità al cento per cento a 3.15, bombe d'acqua e allagamenti a 2.75. E' scattato anche l'allarme eliminazione, ed è sempre più rosso. Si discute 24 ore su 24 allo scopo di individuare la migliore soluzione per scongiurarla. Gli umori degli 'appassionati' si possono percepire soprattutto negli studi delle antenne locali, dove le discussioni non sono paludate come nelle trasmissioni RAI. Telefona gente inferocita: come fa la Juventus a pensare di acquistare Pato? I giornalisti-tifosi rispondono, fanno l'occhiolino, spiegano che l'interesse del Milan per Iturbe è solo simulato, mirato a generare un'asta e a occultare i veri obiettivi di Galliani. Telefona gente speranzosa: è vero che Luisito Suarez potrebbe arrivare all'Inter? Potrebbe, ed è già accaduto nel tempo dei tempi. E' vero che Balotelli è 'già' dell'Arsenal, è 'già' del Tottenham, è 'già' del Sunderland, no non è vero, a parte che meriterebbe di giocare al massimo nel Milan o nel Pachuca, senza offesa naturalmente. A proposito di Balotelli: bisognava lasciarlo a casa. E' la nostra zavorra. E' un fuoriclasse. Non è un centravanti. Non è un bomber. Certo, aveva ragione Lui: è una mela marcia. Non si capisce perché non giochi Immobile. Come si fa a paragonare Immobile con Supermario. Non si capisce perché non giochino insieme. Non si capisce come facciano a giocare insieme, visto che si conoscono solo di nome. Contro l'Uruguay si ricorre al modulo-juve. Sì, ma la Juve ha Tevez e Llorente mica Balotelli e Immobile. Inoltre punta su Sanchez, ma tiene almeno uno tra Pogba o Vidal. E' vero che l'Inter non riesce a piazzare Guarin, visto che con la Colombia sta in panca? E' vero che Kakà rimane? Che se ne va? Che va ma prima o poi tornerà? Si accettano scommesse.

Mans

28 febbraio 2014

La crisi europea

Fettine di coppa: andata (II) degli ottavi di finale 2013-14

"Risultato inglese" dicevamo in Italia negli anni 1970s, quando da noi fioccavano squallidi 0:0 in un campionato modesto assai (e che solo la nostalgia lascia credere migliore), per indicare i 2:0 che si leggevano nelle cronache della First Division e che ogni tanto si riuscivano anche a sbirciare grazie alle televisioni straniere di "confine" (Montecarlo, Capodistria, Svizzera Italiana). E 2:0 è stato in questa andata degli ottavi di CL per gli squadroni inglesi: Arsenal 0:2 dal Bayern, City 0:2 dal Barça, United 0:2 dal Pireo. Solo il Chelsea tutto difesa e contropiede di Mourinho ha limitato i danni (1:1) col Galatasaray. Speranze di riscatto al lumicino. Se va bene passeranno al turno successivo solo i Blues. Una mattanza epocale, in questo secolo, per i club di Premier.

La disparità tra prime e seconde dei gironi è già stata rilevata e spiegata in altre sedi [vedi]. Ma se dovesse essere confermata anche nei prossimi anni sarebbe la conferma della crisi di un formato commerciale - giocare un torneo tra le migliori squadre europee e non solo tra le vincitrici dei campionati - che ha vissuto il suo picco tra anni 1990s e primi 2000s. Il problema è che dal 2009 il turbo capitalismo pallonaro ha creato un'élite ristretta di superclub [leggi], che stanno relegando al ruolo di sparring partners club di nobile tradizione europea.

Lara Croft festeggia come il suo avatar
l'ennesima mirabolante doppietta televisiva
I gironi autunnali sono ormai dei round di allenamento, con le squadre di secondo rango che si battono per non finire in Europa League. La formula degli ottavi tutela ulteriormente le squadre zeppe di "top players" da play-station. Il 6:1 allo Schalke con doppiette della linea BBC è uno spettacolo deprimente nella sua "plasticità". Che fa rimpiangere i 7:1 inflitti alla Jeunesse d'Esch negli anni 1960s.

Nella crisi europea, la nostra pena è che i club italiani sono ormai scaduti a tal punto da non essere nemmeno più in grado di arrivare a questi turni farseschi. Il Milan rischia di non passare di fronte a un Atletico ormai scoppiato dopo il protratto eretismo del primo semestre. In serie B la Juve spezza finalmente le reni ai turchi; il Napoli rischia di essere messo fuori dai gallesi; la Fiorentina subisce pure un paio di reti da sconosciuti danesi (senza scandali arbitrali); la Lazio ne prende tre dai bulgari e il suo allenatore dichiara giulivo: "abbiamo fatto la partita che avevamo preparato".

Come avrebbe detto Gianni Brera: "A terra siamo noi con le nostre vergogne".

Azor

19 settembre 2013

L'ineguagliabile pesantezza della Pulce

Fettine di "coppa": primo mercoledì 2013/2014

Che coppia!
Eravamo rimasti alla tripletta di Lara Croft. Oggi si celebra l'uguale score della Pulce. Ennesimo hat-trick, ovviamente (a differenza di quello del competitor) decisivo. Di solito, Messi segna gol inutili quando ha già messo dentro quelli importanti, è giusto che lui sia considerato il migliore. Lo è, e di parecchie spanne. Così come la migliore delle italiane è il Napoli, che già due anni fa aveva fatto ottime cose in CL. Non solo per il risultato: per la caratura dell'avversario (superfluo rimarcare cosa sia il Borussia oggi rispetto ad Ajax e Celtic), per la qualità e la padronanza del gioco (il salto di qualità è avvenuto, si direbbe, negli uomini e nella mentalità: nella girandola delle panchine, l'arrivo di Benitez a Napoli potrebbe davvero essere l'autentico 'colpo' della stagione). Al San Paolo, ieri sera, Lorenzo Insigne ha prodotto un paio di giocate da vero campione. La sua presenza in queste partite può certamente favorirne la crescita - di esperienza certo, ma anche di personalità e sicurezza -, e portarlo (speriamo) ad essere la nostra arma letale in Brasile (con tutto il rispetto per Giaccherini, di cui ora è la 'riserva' ...). Quanto al Milan, ha strappato fortunosamente negli ultimi minuti (ancora!) punti importanti, in un match di speculari broccaggini che Mario, unico uomo di classe nella classica, non ha quasi mai illuminato. Sempre più depresso il portoghese, che ha condotto i suoi alla (da lui medesimo temuta, nelle dichiarazioni della vigilia) sconfitta interna contro il Basilea. Si dice che i 'ritorni' producano soprattutto fiaschi. E' presto per dirlo, ma la strada imboccata da Mou sembra quella giusta; intristito com'è, faticherà a motivare e incattivire i suoi, e - già costituzionalmente privo di 'gioco' - al Chelsea potrebbero restare poche risorse. Per il bene del football, ci auguriamo che il declino della stella (e dello stellone) di JM compia quest'anno una parabola significativa.

Mans

18 settembre 2013

La sostenibile leggerezza di Lara

Fettine di "coppa": primo martedì 2013/2014

Il Guardian pubblica questa foto di CR7, ma sotto un titolo
del tutto fuorviante: "Cristiano Ronaldo's hat-trick
inspires Real Madrid rout over Galatasaray"
Prima serata di coppa, e prima tripletta di Lara Croft. A Istanbul, il Real scaraventa nel bidone della spazzatura le ambizioni da top-club del Gala. Naturalmente, però, CR7 non è stato decisivo, come si crederà nei secoli dei secoli limitandosi alla lettura del tabellino. Ha fatto pena per tutto il primo tempo, quando c'era partita, e ha semplicemente e fortunosamente sfruttato il lavoro altrui quando la partita non c'era più. Ha iniziato a goleare sul due a zero, in sostanza. Se i gol vanno pesati, i suoi sono quasi sempre leggerissimi; prima o poi sarà buon esercizio contarli e pesarli, e azzardare realistiche valutazioni comparative. Qualcuno ricorda partite davvero importanti decise da Lara, nel Real o nel Portugal? Fuori le date e le circostanze. Si conteranno sulle dita di una mano. Più o meno quello che accadrebbe contando e pesando le 'prodezze' del fenomenale Podolski. Piuttosto, è da rimarcare ancora una volta la prestazione del vero crack madridista di quest'anno: Francisco Román Alarcón Suárez, detto "Isco", classe 1992. Un predestinato; già ora uno dei cinque più forti giocatori del mondo, ammesso che (come sempre) valga la pena di fare questi discorsi. Alle casse della Casa Blanca è costato circa un terzo di Bale, ma in prospettiva renderà il doppio. Carletto lo sa bene, e ridacchia.

Mans

17 settembre 2013

Videomessaggi

Riccardino parla ai fideles, tra le piante e i marchi degli sponsor
Ecco un esempio da proiettare nelle aule didattiche di 'strategia della comunicazione': il videomessaggio alla nazione rossonera con cui Kakà annuncia di non volere busta-paga per tutto il tempo in cui sarà costretto a stare fuori per infortunio. Non quantificabili: il tempo dell'assenza e il quattrino cui rinuncerà - d'altra parte, si dice abbia rinunciato a svariati milioni di euro pur di tornare a Milanello. Naturalmente siamo nel perimetro della tradizione, la proprietà del Milan ha una certa esperienza in situazioni di questo tipo. Siamo di fronte a un ennesimo, tipico saggio di estetica berlusconiana. Che ottiene il risultato previsto: la rosea on line lancia il sondaggio ("è un bel gesto?" oppure "è un gesto fatto solo per l'immagine?", ovviamente), stampa e talkshow non possono ovviamente rinunciare al boccone, e in cavalleria (o perlomeno nella penombra) vanno immediatamente alcuni fatti assai più rilevanti: 1) la prestazione desolante della squadra a Torino; 2) la dimostrazione di assoluta anti-sportività esibita nei minuti finali della partita; 3) il totale velleitarismo del nuovo 'progetto' tattico (due punte e trequartista), di cui proprio il brasiliano avrebbe dovuto costituire l'ingrediente chiave. Di tutto ciò si potrebbe parlare per ore e ore.

La disperazione di Massimiliano Allegri
Col senno di poi, ci voleva poco a immaginare che Ricardo Leite avrebbe sofferto l'impatto con la Serie A, dopo quattro anni di desuetudine agonistica. Lo si è visto gettare il cuore oltre l'ostacolo, cercare velocità, ritmo, giocate che gli venivano normali nella vita precedente. Ha chiesto a se stesso più di quel che poteva dare, e ha pagato quel che normalmente si paga in situazioni analoghe; si aggiunga che, intorno, ha ormai gente di tasso tecnico ben diverso da quella cui era abituato, e questa è una pur minima attenuante. Ha comunque palesato come il suo modo di giocare sia sempre lo stesso: è per natura un incursore, uno che cerca gli spazi per sé, un 'attaccante' e non un 'centrocampista', per semplificare. Più o meno, come Boateng; un solista. Si dice che il bel Cagliari del povero Allegri giocava così: due punte e un trequartista; Matri (rieccolo) più X, e il trequartista era Cossu. Da Cossu a Kakà: giocatori differenti in tutto. Il povero Allegri si trova così (costretto o meno, che sia o non sia una decisione sua) a ricominciare tutto daccapo, nella stessa situazione di un anno fa. Rispetto ad allora ha Balotelli in più (mai visto così nervoso), El Shaarawy in meno. Ha recuperato De Jong, che è la vera tragedia nel roster rossonero, perché occupa la zona che si prese (per necessità) l'anno scorso Montolivo dopo il suo infortunio contribuendo e non poco alla risalita. Ha la stessa difesa, oltretutto dimezzata dagli infortuni e con pochissime (o nessuna) alternativa credibile ai titolari - specie ai centrali. Ha sostanzialmente abbandonato al suo destino anche Njang, che era sempre in campo nelle migliori prestazioni della scorsa stagione, tra gennaio e febbraio. Non ha più Boateng. Ha tra le mani, insomma, una squadra senza qualità, o con pochissime qualità. E la concorrenza è aggueritissima. Perciò si accettano scommesse sulla possibilità che il prossimo videomessaggio alla nazione abbia accento toscano: "D'accordo con la società, rinuncio allo stipendio fino a quando la squadra non comincerà a giocare a calcio". Purché ci sia anche per lui, come per Riccardino, il sostegno e l'affetto di tutti.

Mans

2 settembre 2013

Il figliuol prodigo

Finalmente Galliani ce l'ha fatta. Kakà torna all'ovile. La pecorella smarrita nei meandri del Bernabéu, l'ex pallone d'oro che - arrivato a Madrid per una cifra folle e e lì rimasto con un contratto principesco - in tre anni ha dato ben pochi segni di sé, perdendo il posto nella Seleçao, mai acquisendo la fiducia di Mourinho, risultando evidentemente superfluo anche per i disegni di Carletto, cioè di colui che l'aveva trasformato in una stella planetaria.

Naturalmente, vista la rosa attuale del Milan, Riccardino potrebbe anche brillare, ma sarà costretto probabilmente a ballare ritmi che non conosce. Il nuovo 'credo' imposto dalla società prevede il trequartista (il brasiliano questo farà) dietro le due punte - di qui, anche l'acquisto di Matri, preteso da Allegri non in sé ma, appunto, in vista della virata tattica cui è costretto. Bene o male, era riuscito a disporre in campo un XI efficiente, un 4-3-3 di rara basicità; ora proverà di nuovo a fare risultati, sacrificando il faraone, tenendo fisso a centrocampo il Grande e Lentissimo Randellatore Olandese, affiancato da Montolivo - a cucire il gioco tra difesa e trequarti - e Muntari/Poli. Un reparto, come tutti vedono - specie se Poli starà più spesso in panca che in campo - di pura staticità, e che ha perso, con Boateng, un pedatore capace di inventare partite e giocate da stropicciarsi gli occhi e comunque sicuramente mobile e imprevedibile. Kakà potrebbe adattarsi a questa impostazione se avesse una decina d'anni in meno; il meglio lo diede come seconda punta, immarcabile negli spazi. Sei o sette anni fa. Poiché non ha tra le sue doti migliori la visione rapida del gioco, né un tocco particolarmente vellutato, difficilmente si rivelerà una scelta azzeccata. A ogni modo, sia festa, e festeggino gli aficionados rossoneri correndo in massa al botteghino, tutti insieme, cantando la loro vecchia canzone: "Siam venuti fin qua, siam venuti fin qua, per vedere segnare Kakà".

Mans

19 agosto 2013

Il mito che non invecchia

Mentre i fumi dell'oppio dei popoli si stanno lentamente ma inesorabilmente disperdendo nell'estate che declina - i grossi colpi sono già andati a segno: rimangono forse aggiustamenti last-minute -, mentre la stagione agonistica si è avviata dappertutto (anche in Italia, che buon ultima ha messo in moto la Coppa e assegnato la Supercoppa), c'era tutto il tempo e lo spazio per celebrare i 70 anni di Gianni Rivera. L'anno scorso Mazzola, quest'anno Rivera, il prossimo Gigi Riva: i tre simboli massimi del football italico del dopoguerra hanno raggiunto o raggiungeranno traguardi anagrafici significativi. Per quanto riguarda il Gianni, i media non si sono lasciati sfuggire l'occasione per rispolverare vecchie e risapute storie - almeno per gli over 50 -, offrendo qualche intervista un po' scontata (su tutte, quella - lunghissima - pubblicata dal Guerino, che al Golden Boy ha dedicato nientemeno che dieci pagine, introdotte dalla famosa immagine di Rivera comiziante a San Siro, il giorno della stella, quando la partita rischiava di non essere giocata per motivi di sicurezza - sicurezza del pubblico, quello che occupava zone pericolose dello stadio). Una buona occasione, in sostanza, per ripercorrere tutti i momenti topici nella carriera dello 'Schiaffino di Alessandria', un campione che, in breve, divenne archetipico e pietra di paragone per brillanti e promettenti giovani pedatori che si venivano affacciando sulla scena: da Beniamino Vignola a Vincenzo Scifo, da Baggio a Totti, per ricordarne solo alcuni.

Naturalmente, qui non serve un'ulteriore rievocazione. Nè è il caso di aggiungere un parere ai molti che - nel tempo e ancora oggi, anzi specialmente oggi - sono stati offerti su un tema virtuale: cos'avrebbe fatto Rivera nell'epoca del calcio fisico, veloce, ad alta intensità agonistica? Nel calcio in cui si giocano ottanta partite all'anno? Lui che non correva o correva poco, lui che non si occupava della 'fase difensiva', lui che anteponeva le giocate di stile e non amava le feroci battaglie. Rivera, oggi, sparirebbe dal campo, dicono taluni. Al contrario, la sua intelligenza, i suoi 'tempi' di gioco lo collocherebbero ancora tra i migliori, dicono altri. E' l'eco di antiche polemiche e discussioni, non c'è dubbio, innescate (con intelligenza) a suo tempo da Brera e raccolte (con partigianeria e malafede) da altri assai meno degni scribacchini.

Qual'è stata la reale dimensione di Gianni Rivera nella storia del football? La risposta è scontata, ma viene la curiosità di andare a frugare tra le molte 'classifiche' dei best players apparse negli ultimi anni. Rivera c'è in quella proposta dalla FIFA (con supervisione di Pelé) nel 2004 [vedi], che comprende solo giocatori 'viventi' (non necessariamente in attività: vai a capire il senso della limitazione), sicché l'elenco include, tra gli italiani, Boniperti e non Meazza, Christian Vieri e non Silvio Piola - ma, per esempio, c'è Del Piero e non c'è Mazzola, c'è Paolo Rossi ma non Gigi Riva. L'International Federation of Football History & Statistics aveva promosso, alla vigilia del nuovo millennio, la costruzione di una classifica 'vera', relativa al XX secolo [vedi]. Non conosciamo bene i criteri di valutazione né i valutatori (giornalisti e pedatori non più in attività, si assicura): Rivera c'è, ed è il primo degli italiani, pur preceduto da campioni che, forse, non dissero più di lui nella storia del gioco: diciannovesimo, comunque, proprio davanti a Meazza e a Sindelar, ma (per restare nell'ambito milanista) dietro a Gullit, Schiaffino e Van Basten. Tra gli italiani, più indietro ma nell'ordine della classifica, Franco Baresi, Facchetti e Mazzola. Nel 2000 anche World Soccer propose la classifica dei 100 Greatests Players del '900 [vedi]. Qui il Gianni non c'è; ci sono invece Baggio (16°) e passi, Paolo Maldini (21°) e passi, Meazza (37°) e passi, Paolo Rossi (42°) e passi, Zoff (47°) e passi, ma è inaccettabile Christian Vieri (71°) soprattutto se davanti a Riva (74°) , così come Del Piero (77°) in particolare davanti a Facchetti (90°): come minimo, qui si percepisce una scarsa conoscenza della storia del nostro calcio. L'anno precedente (1999), l'esercizio era stato affrontato dal Guerin Sportivo [vedi], che proponeva una lista dei migliori 50 all times. Qui ci sono 15 italiani - ovviamente una presenza sovradimensionata -, ma è interessante la collocazione interna al football italico dei singoli campioni: davanti all'abatino, 13° in assoluto, ci sono solo Meazza e Valentino Mazzola. Non c'è Sandro. E si potrebbe continuare ma, come ben si vede e si sa, la materia è del tutto opinabile (con spazio per le 'provocazioni', alle quali si abbandonò So Foot nel 2012 [vedi]).

Torniamo ai nostri giorni. Un compleanno raramente genera riflessioni che rinuncino alla tentazione di 'celebrare', magari con nostalgia, la grandezza del festeggiato. Il quale, dal canto suo, alla nostalgia si sottrae - anzi, si è sempre sottratto. Così, probabilmente oggi Rivera è l'unico a non avere nostalgia di Rivera, a non interrogarsi su ciò che poteva essere e non è stato (forse, l'unica sua reale amarezza è costituita dal non aver potuto giocare quella che persino Brera riteneva sarebbe stata la 'sua' partita: Italia-Brasile del '70), l'unico capace di scherzare sul gol del 4-3 con la Germania, che ancora (al solo pensiero) produce tachicardie in chi la vide in mondovisione.


Hanno 'festeggiato' il Golden Boy alcune delle migliori penne nostrane, tutte abbastanza in là con gli anni, ma con ancora ben saldi nella mente immagini e ricordi del calcio nei 1960s e 1970s. Nessuno ha ceduto alla tentazione di pennellarne (con minore o maggiore dispendio di inchiostro) un ritratto, una 'voce' capace di rievocare ciò che Rivera fu, come calciatore e non solo. Ripropongo, qui, gli schizzi che mi pare siano meglio riusciti.

Gianni Rivera è stato il più grande calciatore del football italiano, per la naturalezza, per l'eleganza, per il tocco essenziale, raffinato, magistrale. Gianni Rivera è stato il più grande talento sprecato del nostro stesso calcio, tenuto ai margini e sopportato appena per quel carattere istintivo ma non crudele, per il suo dire e non mandare a dire, per le scelte sbagliate nei momenti giusti e per le scelte giuste nei momenti sbagliati. In altri Paesi sarebbe stato un monumento non per farci defecare i piccioni ma per far intendere alla gente che cosa sia stato e che cosa sia ancora il gioco del pallone, nella sua arte genuina, non certo nei muscoli e nelle ripartenze. Gianni era seta tra cenci o stoffe di cotone, aveva l'intuito dell'artista, l'occhio di falco, di cui oggi si canta, era per lui dote di natura, il tocco di palla era appena accennato ma deciso, il passaggio partiva dal suo piede prima che lo spettatore ne potesse avvertire la necessità e intuire la traiettoria (Tony Damascelli, Il Giornale)

Rivera riassume molti tratti della stirpe italica. Il talento precoce: debuttò in serie A, con l’Alessandria, a sedici anni non ancora compiuti. Poi solo Milan. Il compromesso fisico: aveva spalle banali, torace modesto, diventò l’«abatino» di Gianni Brera. «Più artista che atleta». Il compromesso storico: le celeberrime staffette «messicane», con Sandro Mazzola e per sei minuti, in finale, con Roberto Boninsegna. Un po’ al governo, un po’ all’opposizione. L’attimo fuggente: il gol d’interno destro nei supplementari di Italia-Germania Ovest 4-3, ai Mondiali messicani. La partita che ci fece nazione e non più gregge. Una svolta, non una semplice volta. Il politico. Da capitano e dirigente del Milan, contro gli arbitri. Da pattista e deputato dell’Ulivo, contro Berlusconi. Mondo X, padre Eligio: calcio come confine, non come prigione. L’anticonformista. Madrid 1969, finale di Coppa dei Campioni: Milan-Ajax 4-1. Allenatore, Nereo Rocco. Linea d’attacco: Hamrin, Lodetti, Sormani, Rivera, Prati. E lo chiamavano catenaccio (Roberto Beccantini, Beck is Beck).

Nel calcio italiano tutti sanno che il calcio italiano non sarebbe stato lo stesso se non ci fosse stato Gianni Rivera e il suo fisico minuto, mero e accessorio contenitore di un genio del resto incontenibile. Nel calcio il tempo trascorre più lento, ha una memoria che resiste, è un hard disk sterminato e sempre al lavoro tra miliardi di file che tengono il passato e il presente in un tutt'uno, mischiandoli e ordinandoli continuamente. Il tempo passa per tutti, anche per i giovani ... Era un bambino anche Gianni Rivera, quando esordì con l’Alessandria il 2 giugno 1959 contro l’Inter: 15 anni e 10 mesi. Nel calcio si resta giovani e bambini più a lungo, quasi in eterno. Non a caso chiamavano e chiamano Gianni Rivera il Golden Boy. Il ricordo ferma il trascorrere del tempo (Fabrizio Bocca, Blooog).

È stato un grande numero 10, senza una favela o un barrio miserabile a spiegarne la vocazione e il talento. Si è sempre esposto in prima persona pagando di persona e non ha mai dato una mano alla costruzione di un suo monumento celebrativo. Se proprio era il caso, sapeva correre, ma al Milan i compagni capirono presto (lo ammise Lodetti) che correre per lui era meglio  ... Era tutto più chiaro, nel calcio e fuori. I numeri parlavano, ma adesso che il 10 lo possono portare anche i portieri conviene chiudere qui. Auguri (Gianni Mura, La Repubblica).


Il resto apparso sui giornali in questi giorni è ordinaria amministrazione; schede da piccola enciclopedia, palmarès, statistiche; nelle edizioni on line qualche foto-gallery facilmente assemblabile, qualche video incorporato da Youtube. Interviste, come già si accennava. La festa, indubitabilmente, c'è stata. I tributi offerti. Ora si torna al 'calcio moderno': piaccia o no, il gioco è sempre quello, e altri campioni unici vi faranno capolino. Unici, come Rivera.

Mans

5 maggio 2013

"Almost too perfect a metaphor for Italy itself"

"When I fell asleep in my hotel room after midnight, a platinum blonde woman and three ageing male pundits
on state TV were still debating the penalty’s validity" (Simon Kuper) [1]

Fateci caso. Nel calcio italiano manca sempre un rigore a qualcuno. A partita in corso giocatori e allenatori accerchiano e inseguono gli arbitri gridando al torto subito, alla fine si scatenano dirigenti, giornalisti e opinionisti. Le truppe cammellate degli ultras sono sempre in servizio permanente effettivo, e i talk show 24h alimentano la rabbia da bar e da social network.

26 Gennaio 2013, Juventus Stadium, Torino
La composta reazione di Antonio Conte al consueto torto arbitrale
È, il nostro, un calcio di rigore: non dei bilanci, ma di ipnosi collettiva. Vive di riflesso pavloviano: la mia squadra non ha vinto, o ha perso, per colpa dell'arbitro. Non esiste altra analisi possibile: tutte le spiegazioni alternative sono comunque subordinate. La frase principale è sempre la stessa: "diamo fastidio a qualcuno". Perfino chi ha costruito una squadra di superiore qualità tecnica e di maturo impianto tattico come la Juventus non si sottrae al rito: l'immagine dell'imbufalito Conte che punta l'indice sull'arbitro per il solito torto subito è l'emblema del (de)grado cui si è attualmente ridotta la nostra cultura calcistica.

Se non fossimo, per lo più, adusi al provincialismo e al tafazzismo, dovremmo fare lo sforzo di alzare lo sguardo, osservare i giardini degli altri, e considerare quello di casa con sguardo non condizionato. Lo so, è un esercizio difficile, perché mette in gioco le nostre pigre abitudini e sollecita a impegni nuovi, faticosi, che le nostre rendite di posizione, per quanto sempre meno remunerative e sempre più venefiche (per il bene comune, cioè per il nostro avvenire comune), ci inducono a rimandare e a tralasciare come se fossero medicine omeopatiche, utili sì ma di effetto non immediato. Così facendo, però, finiamo con l'accettare con una scrollata di spalle autoindulgente i pregiudizi e gli stereotipi con i quali gli stranieri ci descrivono per il loro tornaconto (economico e politico).

Anche gli osservatori che ci amano non sono teneri, e dicono cose fondate, che dovrebbero essere di stimolo a migliorarci. L'esempio più recente della nostra sordità culturale è stata l'intervista ad Andrea Agnelli raccolta da Simon Kuper - uno dei maggiori intellettuali calcistici viventi (autore di analisi magistrali come Football Against the Enemy, Ajax, The Dutch, the War, per non dire di Soccernomics) - e apparsa sul "Financial Times", dunque una sede per nulla neutrale, il 26 aprile 2013: My Juventus. Has Juve – and the whole Italian game – fallen victim to the nation’s problems itself? Andrea Agnelli, the latest scion of his family to run the legendary football club, offers an answer [leggi].

Il giovane Andrea Agnelli ascolta attento Luciano Moggi e Antonio Giraudo
La stampa italiana ne ha immediatamente rilanciato in lingua italiana alcuni passaggi, ma selettivamente: lasciando indietro le parti più scomode e indigeste, amplificando invece le affermazioni adeguate al nostro discorso pubblico. Basti qualche esempio: "La serie A non è più un punto di arrivo". Il presidente della Juventus punta il dito contro un sistema calcio provinciale e poco competitivo all'estero ("Corriere della sera"); "I nostri modelli sono i club inglesi, tedeschi e spagnoli, dobbiamo prendere il meglio da loro. Ma il calcio italiano, come il paese, ha bisogno di riforme strutturali". E torna a parlare di Calciopoli: "Da lì siamo ripartiti per tornare grandi" ("La Repubblica"); “Questa Juve è la mia creatura. Più che una meta per top player siamo diventati un campionato di transito" ("La Stampa"); "Il nostro movimento ha bisogno di interventi strutturali: la Serie A non è il miglior prodotto d'Europa, siamo un campionato di passaggio. Servono stadi, un Ministero dello Sport e rastrellare più risorse all'estero". E sulla squadra di Conte: "Ha un grande potenziale" ("Gazzetta dello sport"); "La mia Juve preferita? Quella del '96": "Quella squadra vinse la Champions perché gli avversari sentivano di aver perso prima di entrare in campo. Il calcio italiano deve cambiare se vuole tornare appetibile" ("Corriere dello sport"); "Juve, la donna che tutti vorrebbero": "Moggi? Anche gli altri chiamavano i designatori" ("Tuttosport"); "Moggi? Anche gli altri chiamavano gli arbitri". Il presidente: "Siamo la squadra più desiderata" ("TGCOM 24").

Nessuno si è chiesto perché Kuper avesse deciso di andare di persona a Torino, a visitare non solo la città ma le strutture dello Juventus FC, fino al nuovo stadio, in occasione della partita contro il Milan del 21 aprile scorso. Non si tratta della consueta intervista telefonica. Nel caso di Kuper è giornalismo d'antan, fatto in prima persona, de visu, sui luoghi, incontrando le persone. È il mitizzato giornalismo di inchiesta che le testate non praticano più, delegandolo ai giovani free-lance o, come da noi, alle Gabanelli.

Perché dunque Kuper si è scomodato di persona? Per verificare se la sua idea di fondo trovasse corrispondenza nella realtà. Quale idea? Che la decadenza italiana stia scavando anche nel calcio alcune nicchie di qualità, di brand, del made in Italy. Qualcosa che rimane comunque competitivo nel mercato del consumo globale, come Gucci o la Ferrari. E questo qualcosa appare adesso la Juventus. Non più - si badi - il calcio italiano, la Serie A, come era invece solo venti o trent'anni fa, ma solo la Juventus.

Ovviamente si tratta del punto di vista di Kuper. Ma è un punto di vista influente, perché espresso sul "Financial Times", e dunque fatto proprio dall'estabishment economico e politico internazionale. L'articolazione del discorso merita di essere analizzata, perché è quella con cui il calcio italiano - e dunque anche il paese - è ormai rappresentato dall'estero. Rischia cioè di fondare una "narrazione" prevalente, un senso comune, con i quali - ci piaccia o meno - dovremo confrontarci fino a quando non saremo capaci di cambiare e, speriamo, di migliorarci.

Calcio, cappuccino (e Gazzetta)
Simon Kuper ricorda come, nei primi anni 1990s, poco più che ventenne, veniva nel nostro paese per godere del calcio allora d'élite: "The beautiful Italian game of old is disappearing. I wrote in my first book, Football Against the Enemy, 20 years ago: 'When the football fan dies, he goes to Italy, where he finds the best players in the world, matches shown in full on public TV, and numerous daily sports newspapers. Nice weather, too'. For me as for many fans then, Italian football was hopelessly mixed up with memories of frothy cappuccinos, copies of the pink Gazzetta dello Sport studied at café tables, and sun-kissed stadiums as safe as family restaurants at a time when hooligans ravaged English football". (Mi sia consentita - in un inciso - una testimonianza personale: nel 1994 passai l'autunno a Londra, e la televisione inglese [ITV se non ricordo male] trasmetteva ogni domenica in diretta una partita di cartello della Serie A, con tanto di inviati e pre e postpartita. Ebbi modo così di gustarmi, tra le altre, anche un'appassinante Parma-Foggia (2:0, con gol di Dino Baggio e Fernando Couto negli ultimi minuti, il 20 novembre 1994, arbitro Graziano Cesari) della quale venne eletto "man of the match" nientedimeno che Pasquale Padalino. Facevamo tendenza così).

Alla nostalgia del ricordo Kuper oppone la dura realtà del presente: "Italian football isn’t beautiful any more. Italian football – corrupt, beset by violent thugs, economic decline, parochialism and lack of government – offers almost too perfect a metaphor for Italy itself. Like Ferrari (also in the Agnelli stable), or Gucci, or a brilliant corner café, Juventus is aiming for something very difficult: to be a pocket of excellence in a decaying country". Ad Agnelli che si chiede: “Is Italian football interesting to watch today?”, e si risponde: “Half the stadiums are empty, there is violence. I mean, it’s not the best product", Kuper replica "I point out that most of the problems he complains about are problems of Italy – of the country whose economy grew more slowly than that of any country except Haiti and Zimbabwe in the decade to 2010", e osserva come "Agnelli’s father Umberto once said, 'The team has followed the evolution of the nation'. Today, is the nation dragging down the team? “Correct,” Agnelli replies".

Inevitabilmente il discorso di Kuper cade sulla storia recente: "As with many things in Italy, Silvio Berlusconi must take some blame. When he was prime minister, Italy became a country where Berlusconi voters and Berlusconi haters watched Berlusconi’s team Milan thump teams subsidised by Berlusconi’s government on Berlusconi’s pay channels, in a league run by Berlusconi’s right-hand man Adriano Galliani, and then watched the highlights on Berlusconi’s free channel. The only thing Berlusconi didn’t do was carry out his government’s laws for making stadiums safer".

In sostanza, "Juventus has fallen victim to the problems of Italy itself". Kuper ricorda come Calciopoli "was the nadir of Juventus’s history. One image sums up the despair: that summer of 2006, the club executive Gianluca Pessotto sat in an upstairs window clasping a rosary, and let himself fall backwards on to the asphalt below. Thankfully he survived", e come "Juve’s current coach, Antonio Conte, was banned from the dugout for four months last year for having failed to report matchfixing he witnessed while coach of little Siena. Last summer Juve wooed Arsenal’s striker Robin van Persie, but after someone pointed out the sheer extent of Calcioscommesse to his agent, Van Persie joined Manchester United instead". La chiosa è cruda: "This is the context in which Agnelli leads Juve. This is the Italian morass, in which Juventus is trying to thrive".

Juventus ultras proudly display their language skills
Kuper ha apprezzato molto il nuovo stadio della Juventus: "It’s a very 21st-century stadium: there are even two crèches (“baby parks”, in Italian) for spectators’ kids. The 41,000 spectators sit close to the pitch, English-style. Two hours before kick-off I stood by the corner flag and saw how a player here could look straight into individual fans’ faces just yards away, separated from him only by Plexiglas, watching them scrutinise him. In Juve’s changing room I found the hairdryers (essentials of life for Italian footballers) plugged in and ready to go. There were hot and cold baths, four treatment tables, and a dinner table set with a fruit basket where the players would eat straight after the game. This was modernity – a rare commodity in Italian football. In some Italian stadiums you worry about firecrackers falling on your head, but the stands at Juventus felt safe. As Agnelli says, this is the sort of clean environment that encourages people to behave".

Peccato però che "some Juve fans racially abused Milan’s black midfielder Kevin-Prince Boateng. And the game itself plunged you firmly back into today’s impoverished Italy. A decade ago, Juve v Milan was possibly the best game in global football; no longer. Andrea Pirlo, Juve’s last great outfield player, turns 34 on May 19, and their great keeper Gianluigi Buffon is 35. Juve’s passing was awkward and slow. Watching poor Mirko Vucinic labour up front for Juve, you longed for the days when Platini and Zbigniew Boniek graced that space. No wonder almost all the journalists in the press stand were Italians: Juve-Milan has become a provincial affair. Watching this, you understood why Juve recently got thumped in the Champions League by Bayern Munich".

La conclusione di Kuper è preveggente: "If big football clubs really were the globalised behemoths without local souls that their critics see, life would be easy for Juventus. Then the club could forget Italy and play the international market. But even giant football clubs are irredeemably local. Most of their spectators, sponsors, rivals, and a great chunk of their paying TV viewers live inside their own borders. Juventus won’t sink with Italy. But with the country in its current state, not even the Agnelli family club can thrive".

Nessun cenno alle altre squadre italiane. Semplicemente scomparse dai radar. A vagheggiare un top player salvifico. Tra un torto arbitrale e l'altro.

Azor
[1] Peronaggi e interpreti: RAI (la "State TV"), Domenica sportiva (la trasmissione "after midnight"), Paola Ferrari (la "platinum blonde woman"), Marco Civoli, Fulvio Collovati, Gene Gnocchi, Emiliano Mondonico o Ivan Zazzaroni (a scelta, i "three ageing male pundits"). Il rigore in questione è quello concesso dal signor Luca Banti in Juventus-Milan del 21 aprile 2013.

22 aprile 2013

Quando qualcuno ti sbatte in faccia uno stereotipo

Come ha scritto John Foot in una delle sue pagine più ispirate [libro], "guardando Lilian Thuram, per la millesima volta nella sua carriera, stoppare la palla, alzare lo sguardo e passarla elegantemente a un centrocampista" non si può smettere di seguire e di amare il calcio, perché quei momenti "hanno fatto del calcio il gioco più bello" [vedi].

Con la stessa maestosa eleganza, con la stessa semplicità, Lilian gioca adesso un'altra partita a tutto campo. In una bella, breve, ma intensa intervista concessa a Emanuela Audisio [leggi], Thuram dice ancora una volta, senza retorica, alcune cose importanti sul razzismo e sulla centralità della cultura che meritano, a mio avviso, di non essere lasciate indietro, nel flusso mediatico.

La maestosa eleganza di Lilian Thuram
"Neri non si nasce, lo si diventa. Quando qualcuno ti sbatte in faccia uno stereotipo". 

I pregiudizi germogliano ovunque: "Giocavo in un club di portoghesi, volevo progredire e passare al Fointanebleau, società più forte. Venni sconsigliato dai miei compagni: quelli sono borghesi, non ti accetteranno. Invece trovai un'atmosfera amichevole".

"Bisogna riflettere sul passato per capire l'oggi. Perché c'è un sistema politico che divide in gruppi e ci campa: noi e loro, e loro non sono come noi, ma subalterni. E la stessa discriminazione la soffre la donna. Bisogna educare le nuove generazioni, cambiare il modo di vedere, non esistono per nascita esseri superiori. Ma devi avere voglia di studiare e di conoscere".

"Lo stadio è una fetta della società, la riflette, non la crea. Io ho più paura di chi lavora dentro il sistema. Come François Blaquart, dt della nazionale francese, che voleva imporre delle quote etniche, per limitare la presenza di giocatori neri. Bene ha fatto il Milan ha lasciare il campo dopo gli insulti a Boateng. A togliersi la maglia per primo però non dovrebbe essere il giocatore nero, ma i suoi compagni. Loro dovrebbero reagire e dire: signori miei, questi cori ci offendono, non rispecchiano i nostri valori, noi così non giochiamo. Bisogna lottare, non fare finta di niente. A Parma, in una partita contro il Milan, sento cantare 'Ibrahim Ba mangia banane sotto casa di Weah'. Dico ai miei compagni: devo andarci a parlare. Lascia perdere, è la risposta. Ma la sera non riesco a dormire, mi manca l'aria, quella frase mi picchia in testa, così vado a discutere con la curva. La domenica successiva i tifosi rispondono con lo striscione 'Thuram rispettaci'. Invece di riflettere su quello che avevo detto, si erano sentiti offesi loro".

"In più combatto il luogo comune che i neri siano favoriti nello sport, nella danza, nella musica. Quali neri? E in quali sport? Si dice: i neri sono veloci. All'inizio non erano degni di fare sport perché non abbastanza umani. Poi sono diventati vincenti perché a loro veniva facile essere aggressivi e bestiali. Assurdo. I neri sono stati scienziati, dottori, esploratori, poeti, ricercatori. Ma non ce lo raccontano mai. Hanno inventato tra l'altro il semaforo, l'asciugatrice, la trasfusione di sangue, il floppy disk".

"Come Einstein penso che il mondo è pericoloso non per quelli che fanno del male, ma per quelli che lo lasciano fare".

A me non pare che Lilian Thuram sia "un sociologo pasoliniano" come scrive l'intervistatrice. A me pare che Lilian sia semplicemente un grande campione. Non solo del mondo, ma di cultura e buon senso.

Azor