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7 maggio 2015

Magnificat

Fettine di coppa: semifinale di CL 2014-15

Partita magnifica. Poche altre volte credo di aver visto giocare due squadre ai ritmi e all'intensità mostrati dal Barcellona e dal Bayern ieri sera. Senza pause, ribattendo colpo su colpo, alla costante ricerca del pallone. Uno spettacolo straordinario. L'attenzione mediatica e dei nesci si concentra sui diamanti gettati loro in pasto dal fuoriclasse di questa epoca. Ma è stata l'intera partita uno spettacolo continuo.

Magnificat anima mea Dominum ...
Un dato statistico ne rivela la natura: 59 dribbling (47 Barça, 12 Bayern) - contro i 27 di Juve-Real (una partita gradevole ma come tante altre) - di cui 14 del solo Messi. Dribbling game non vs passing game, ma dribbling innestati sui passaggi: 556 il Bayern, 448 il Barça. Dati inferiori rispetto alla media stagionale in CL, rispettivamente di 676 e 669 (e ai 457 delle altre squadre comuni mortali), che mostrano l'intensità del pressing reciproco. Certe fasi di gioco sono state vertiginose, al limite delle possibilità tecniche di controllo della palla e dell'applicazione tattica nella intercettazione delle linee di passaggio. Pochissimi i falli che etichettiamo come "tattici", a testimonianza che le squadre erano sempre molto strette nelle linee.

La meraviglia tattica è stata quella mostrata inizialmente da Guardiola: giocare col vecchio "sistema", con tre difensori a uomo sui Tre Tenori. Una raffinatezza vintage, di cui si comprende l'intento, vale a dire provare a giocare sugli anticipi, ma anche il rischio enorme, come ha mostrato la prima occasione di Suarez estintasi sulla gamba in uscita di Neuer. Il prudenziale ritorno a 4 della linea di difesa dopo 15 minuti ha "normalizzato" il gioco, riportandolo all'assetto tattico a zona prevalente in questo secolo: 4-3-3 il Barça, 4-3-1-2, con Thiago Alcántara e Schweinsteiger (per la scarsa ispirazione del primo in questa serata) ad alternarsi dietro le due punte, per il Bayern.

Al Bayern sono certamente mancati Ribery, Robben e Alaba, come ha mostrato la difficoltà di sviluppare azioni veloci e fraseggio nella trequarti avversaria: solo 8 alla fine le occasioni da gol (e nessuna nello specchio di porta), contro una media stagionale di oltre 17. Il Barça ha invece potuto far valere la differenza del suo fuoriclasse epocale, mandando all'aria ogni tavolo tattico in tre minuti: un uno-due che rimarrà nella storia. Senza esagerazioni. Lampi accecanti di rivelazione divina. Ma innestati - ed è questo che rende memorabile il match - su una partita giocata costantemente all'attacco da entrambe le squadre. Con linee altissime, che in certi momenti hanno rievocato alla memoria i movimenti dell'Olanda 1970s o del Belgio di Guy Thys anni 1980s.

Guardiola ha cercato di giocarsela, nonostante le assenze e cercando di fronteggiare uno stato di forma non smagliante. Già lo scorso anno era uscito sconfitto in semifinale al Bernabeu (0:4). Lo 0:3 del Camp Nou è sicuramente eccessivo, ma è evidente che la maestria tattica, le conoscenze e l'esperienza del Pep non riescono a fare aggio sulla rosa e sull'ambiente bavarese a queste latitudini continentali. Luis Enrique esce invece trionfatore da questo ennesimo passaggio di stagione. La sua capacità di dare equilibrio a una squadra con tre bocche da fuoco che non hanno paragoni nella storia è confermata dalla solidità difensiva: è una squadra che subisce pochissimi gol, prima ancora che una squadra senza paragoni in fase offensiva.

La perla nascosta della partita: l'assist al volo di Iniesta che ha liberato Dani Alves davanti a Neuer alla fine del primo tempo. Da rivedere altrettante volte della serpentina di Messi tra Boateng e Neuer. Che serata indimenticabile! Sempre sia lodata Eupalla!

Azor

27 febbraio 2015

Non è mai troppo tardi

Fettine di coppa: sedicesimi di EL 2014-15 (ritorno)

Alla bella serata di coppa di giovedì sera - bella non solo per il calcio italiano ma in generale - sono mancati solo alcuni colori. Dal De Kuip avremmo preferito che le immagini fossero giunte in bianco e nero, aperte dallo storico stroboscopio dell'Eurovisione e magari introdotte dalla voce chioccia di Bruno Pizzul: da Rotterdam, infatti, giungevano echi di euronotti anni 1970s, da uno stadio di straordinario fascino, col terreno di gioco sodo e zolloso come solo nel nord del continente (memore dei vomeri profondi del sistema curtense), e le file compatte di pubblico (e di lanci di oggetti ne abbiamo visti ben altri, dalle lattine alle rondelle, in quegli anni). Da Bilbao avremmo preferito che le immagini fossero giunte dalla Vecchia Cattedrale abbattuta (per far posto all'ennesimo santuario omologato) e, soprattutto, che il nostro glorioso Toro avesse sfoggiato non un'orrenda t-shirt azzurra, ma la sua storica maglia bianca da trasferta, con scudetto, pantalonicini e calzettoni granata. Peccato, ma prendiamo atto: questo è ormai il tempo del calcio moderno, con i suoi top-player (cui la serata sembra aver aggiunto finalmente anche l'atteso Fredy Alejandro Guarín Vásquez) e il suo calcio da play-station.

Un'immagine che valeva una sigla
Per una sera, però, sono saltate molte delle inibizioni del calcio di plastica, quello che ha impacchettato quasi tutti gli ottavi di Champions, fatta eccezione per la grande lezione imposta a uno dei suoi stocafissi più immarcescibili, Arsène Wenger, da un Monaco corsaro guidato da un nostro vecchio beniamino, João Moutinho, e dalla giovane stella nera su cui aveva posto gli occhi anche l'Inter di Mancini, Geoffrey Kondogbia. I sedicesimi di Europa League ci hanno riportato alle serate di Coppa Uefa del secolo scorso, con partite combattute e dagli esiti imprevedibili. Generose di emozioni sono state, per esempio, Dinamo Kiev - Giungamp (e non tanto per l'ennesima invasione di campo), Borussia Mönchengladbach - Siviglia (forse la più bella con quella di Bilbao), Besiktas - Liverpool e Olympiacos - Dnijpro. Oltre all'exploit delle italiane, questo turno archivia la disfatta delle squadre della Premier: fuori Liverpool e Tottenham (e già si era perso per strada l'Hull), avanza solo l'Everton, mentre in CL sono già fuori l'Arsenal e mezzo fuori il City, mentre ha buone chance, pur tra molte insidie, il solo Chelsea. A conferma che, per fortuna, non contano solo i budget e i fatturati per stabilire le gerarchie agonistiche.

Quanto alle nostre, ci è tornato alla mente - per restare al bianco e nero catodico - il maestro Manzi, che ci ricordava come "Non è mai troppo tardi" per imparare. Per imparare la lezione del calcio europeo. Dopo avere snobbato per quindici anni la Coppa UEFA - e proprio nei giorni in cui il nostro ultimo vincitore, il Parma, è diventato l'emblema del fallimento criminale della classe dirigente del nostro calcio - i nostri club sembrano riaverla presa finalmente sul serio. Ma dal momento che, arpinianamente, non ci annoveriamo tra le "belle gioie" [vedi], non crediamo nemmeno che la resipiscenza sia culturale. Di vile becchime continua a trattarsi, infatti: in una fase critica in cui i bilanci cominciano a saltare come tappi, anche un milioncino di euro, brutto e misero ma immediato, fa gola come una boccata d'ossigeno al posto della canna del gas. E la promessa dei play-off di Champions (bada ben, mica dell'accesso diretto) per il vincitore dell'Ombrelliera rappresenta un balsamo dell'anima per l'angoscioso stato comatoso in cui versano molte presidenze monageriali nostrane.

Un maestro capace di fare immaginare i colori
Volgendomi al "bright side" della serata devo dapprima riconoscere che ero stato troppo pessimista nel commentare l'andata [vedi]. Lasciando da parte l'allenamento partenopeo, meritato dalla grande spedizione in terra turca, e i patemi da pazza Inter (che ha sprecato lo sprecabile e beneficiato di un Celtic ridotto in dieci, sbloccando infine solo grazie a un missile ben temperato del Guaro), tre sono state le vere imprese della serata. Al De Kuip la Roma ha finalmente ritrovato carattere e voglia di vincere, ridando senso alle gerarchie: la seconda della Serie A non può valere meno della terza della Eredivisie, soprattutto se è capace di spendere decine di milioni per Iturbe, Ibarbo e Doumbia. Al Comunale di Firenze la Viola ha scritto la pagina storicamente più pesante della giornata, mostrando come la quinta in classifica della Serie A (con fatturato di 90 milioni di euro) valga quanto se non più della settima della Premier League (che fattura, oltretutto, 215 milioni di euro). Peccato che non sia sceso in campo nemmeno un giocatore di passaporto italiano, ma i meriti di Montella sono indubbi; su 180 minuti ha sofferto solo nei primi 20 al White Hart Lane, ha concesso una sola occasione al "Franchi" (orrendamente sprecata da Soldado); per il resto ha spezzato il ritmo e le linee di passaggio all'XI di Pochettino, ridimensionando anche gli alti lai alzati ad HarryKane, che ha l'aria di essere il solito attaccane inglese (leone in casa, miciotto all'estero).

L'epopea l'ha scritta il Toro, al San Mamés, dove ha preso in mano la partita orientandola spavaldamente fino alla storica espugnazione. Va dato merito dell'impresa a Giampiero Ventura, vecchio artigiano del calcio all'italiana nel suo senso migliore, senza catenacci ma di grande sagacia tattica, che alla vigilia era apparso sereno e fiducioso. Con ragione. Con sei italiani in campo, è l'impresa più nazionale della serata. Il Torino è la decima forza della Serie A attuale ed ha prevalso sulla 12esima della Liga. Anche così si rabbercia il ranking, e soprattutto si ricuce l'autostima perduta dal nostro calcio. La Roma e il Toro dovevano vincere e sono andate a farlo fuori casa senza erigere barricate, ma giocando: secondo tradizione, ma a viso aperto.

Questa sì che era una maglia gloriosa da trasferta
Una delle ragioni della positiva stagione europea dei club italiani risiede anche nella cultura dei tecnici che le guidano: Benitez ha vinto tutte le coppe ed è una garanzia; Mancini ha fatto il visiting professor all'estero e si vede; Garcia viene da vittorie in Francia; Montella è forse il migliore allenatore italiano, con Conte, tra quelli che non hanno ancora allenato all'estero; e Ventura è uno di quei vini che migliorano invecchiando. Nelle annate trascorse i nostri club avevano affrontato l'Europa con dei tecnici provinciali, addestrati a far barricate in trasferta a Reggio e a Trieste ma dimostratisi inadeguati a livello europeo (dai Mazzarri ai Gudolin, dai De Canio ai Rossi, per intenderci). Il passo avanti è evidente.

Basterà a colmare il gap e a far tornare un po' più in alto il nostro calcio? Non è detto. Gli ottavi ci diranno se si è trattato di un fuoco fatuo. Per evitare le violenze tra gli ultras russi e ucraini la regia dell'UEFA ha apparecchiato l'accoppiamento italico peggiore tra Fiorentina e Roma. Ma il resto del programma è da leccarsi i baffi, tra echi storici e opportunità attuali. Ossi duri per le altre italiane, con il vantaggio per Toro e Inter di giocarsi il ritorno in casa contro Zenit e Wolfsbrug, mentre il Napoli prolungherà il suo inverno a Mosca. Ma ricordandoci che stiamo parlando pur sempre della serie B europea. Ad agosto avevo sommessamente fatto notare che "la EL è ormai l'unica coppa alla portata delle squadre italiane" [vedi]. A terra siamo noi con le nostre vergogne ...

Azor

3 febbraio 2015

Emozioni equatoriali

Quattro quarti di emozioni alla Coupe d'Afrique des nations de football 2015 in un week end di pedata europea assai più avaro di lustrini, nonostante il big match di Stamford Bridge. Quattro partite una diversa dall'altra, moltissimi gol, uno spettacolo intenso e a tratti di qualità. Ovviamente, de video, avevo sbagliato la metà dei pronostici [vedi], ma mi consolo perché anche Jonathan Wilson, de visu, ne aveva sbagliato uno [vedi].

31 gennaio 2015, Bata Stadium, Bata
Il signor Rajindraparsad Seechurn e i suoi seguaci
Entrambi davamo la Tunisia come vincente sui padroni di casa della Guinea Equatoriale, perché lo iato qualitativo e tecnico tra i due XI è abissale. Eppure ... Partita orribile fino al 90° e poi folle nella mezzora abbondante successiva, complice anche un arbitraggio - di Rajindraparsad Seechurn della Repubblica di Mauritius - che dire disastroso è usare un eufemismo. Les Aigles de Carthage hanno picchiato come fabbri dal primo minuto e controllato la partita senza patemi fino al bel gol del solito Ahmed Akaïchi, ma hanno commesso l'errore di non blindare il risultato. Così, al 92°, l'arbitro ha concesso un rigore inesistente alla Nzalang Nacional (la Nazionale del Tuono!). Freddissimo nella gazzarra inscenata dai maghrebini, Javier Balboa ha messo nel sacco portando la GE ai supplementari. Il medesimo ha poi pennellato una magistrale punizione nel sette al 102° (non "viralizzata" solo perché il suddetto non si chiama Pirlo [vedi]). A quel punto i tunisini hanno perso testa e partita (0:2). Arbitro scortato fuori dal campo dagli steward, per difenderlo dagli inferociti giocatori nordafricani: scena indecorosa, che ha macchiato un torneo finora ad allora alieno da violenze. Peccato, anche perché il signor Seechurn ha spezzato una confortante sequenza di buoni arbitraggi nella fase a gironi, con alcuni ufficiali - non solo la stella maliana Koman Coulibaly, ammirato anche ai Mondiali in Brasile - preparati, competenti, sempre vicini all'azione, assistiti da guardalinee all'altezza.

Qualche ora prima, sempre a Bata, era andato in scena il derby del fiume Congo, grondante di echi storici, etnici, bellici e politici. Il grande santone bianco del calcio africano, Claude Leroy, che aveva allenato l'ex Zaire e quest'anno è assiso sulla panca dell'ex Brazzaville, aveva provato a sdrammatizzare il confronto alla vigilia, constatando lapalissianamente che alla fine avrebbe comunque vinto il Congo [vedi]. Si temevano incidenti, perché i due paesi distano poche centinaia di miglia dalla Guinea Equatoriale. Non ci sono stati, per fortuna, anche perché il risultato è stato limpido. Primo tempo noioso, poi due reti del Congo in apertura di ripresa, grazie anche al puntuale Thievy Bifouma, che ha una spazzola di saggina sul capo, ma anche un bel fiuto del gol. A quel punto tutti si attendevano che Leroy riuscisse a blindare tatticamente la partita. Al contrario, i guizzanti attaccanti della RD Congo, Léopards di nome e di fatto, hanno azzanto la preda finendo con lo sbranare i Diables Rouges: tra 65° e 91° quattro morsi sanguinanti di Dieumerci (nomen omen) Mbokani - che qualcuno ricorderà in belle partite di Europa League giocate con Anderlecht, Standard Liegi e ora Dinamo Kiev -, Jeremy Bokila e Joel Kimwaki, sotto l'egida ispiratrice di Yannick Bolasie, che è la stella del gruppo e non solo del Selhurst Park. Una rimonta strepitosa ed esaltante (4:2), per loro e per lo spettacolo offerto. Merito anche dell'assetto conferito da Florent Ibengé, l'unico allenatore africano che si è conquistato la semifinale.

A Malabo, invece, tra Ghana e Guinea copione scontato. Se il tuo giocatore migliore è Kévin "naperon" Constant hai detto tutto: i Syli Nationale (gli Elefanti Nazionali) erano approdati ai quarti grazie al sorteggio che li ha preferiti al Mali di Seydou Keita. Ed era il loro capolinea nella giungla. Le Black Stars non hanno faticato ad avere la meglio, risolvendo la pratica nella prima ora (3:0), con una doppietta di Christian Atsu, sigillata dal gol più bello visto finora in questo torneo [vedi]. Il Ghana lo aveva cominciato male, perdendo la prima partita contro il Senegal, ma poi rifacendosi con due vittorie sull'Algeria e sul Sud Africa nel girone più qualitativo. Avram Grant, che ha assunto la guida della nazionale solo alla vigilia della Coppa, sembra aver cominciato a prendere le misure di una rosa tra le migliori, ma squassata da un Mondiale disastroso. L'assetto tattico è solido e prudente, ma non rinunciatario, i giocatori più blasonati stanno disputando un buon torneo, e la tonicità sembra in crescita. Li attende la semifinale dall'esito, sulla carta, più scontato.

1 febbraio 2015, Nuevo Estadio, Malabo
Il mediano dello Stoccarda Serey Die, sontuoso palafreniere
di Sua Maestà Gnegneri
Algeria vs Costa d'Avorio è stata una finale anticipata. Bella partita, in assoluto la migliore vista finora, per assetto tattico e per qualità individuali. Tirata. Con gli Éléphants avanti grazie a un'inzuccata senza opposizione alcuna di Wilfried Bony a metà primo tempo, il pareggio di Soudani su frittata della difesa ivoriana a inizio ripresa, il forcing delle Fennecs bruciato da una bellissima incornata "alla Santillana" sempre di Bony e il sigillo a tempo scaduto di Gervinho in contropiede (3:1). L'eliminazione dell'Algeria conferma il dato storico che non vuole vincitrici le squadre del Maghreb quando la fase finale della CAN si disputa nell'Africa nera. Ha certamente nuociuto il cambio d'allenatore rispetto al bellissimo Mondiale dell'estate scorsa: Vahid Halilhodžić aveva assemblato un XI corsaro, fondato sulla velocità e sulla verticalità; Christian Gourcuff ha puntato su un gioco più meditativo, ma le stelle attese - da Yacine Brahimi a Nabil Bentaleb, da Sofiane Feghouli a Riyad Mahrez - hanno giocato un torneo sotto tono, senza impennate. L'icona sexy del torneo, il bel Hervé Renard dalle camicie inamidate nonostante l'umidità equatoriale, ha invece infuso nell'XI ivoriano quella componente di pragmatismo che era sempre mancata alla "génération dorée", dotatissima qualitativamente ma incapace di vincere o di incidere un torneo internazionale. Renard ha già vinto la CAN nel 2012, con lo Zambia, in una finale, finita ai rigori, proprio contro la Costa d'Avorio. L'assetto tattico è maturo, con tre difensori centrali e una capacità di rovesciare rapidamente il campo grazie alla velocità di attaccanti come Gradel, Gervinho e Bony. In mezzo al campo sta facendo un grande torneo Serey Die, che i più ricorderanno per i lacrimoni al momento dell'inno nazionale al suo debutto ai Mondiali brasiliani [vedi]. Die supplisce alle carenze atletiche di Yaya Touré, che sembra afflitto da evidenti problemi muscolari. Come il Ghana, anche la Costa d'Avorio appare in crescita, dopo i due pareggi iniziali con Guinea e Mali, e poi le due vittorie con Camerun e Algeria.

Pronostici per le semifinali? In apparenza scontati: Costa d'Avorio sulla RD Congo e Ghana sulla Guinea Equatoriale. Sulla carta. Vedremo se saranno scritti, invece, sull'acqua del Golfo (di Guinea).

Azor

7 gennaio 2015

Alba blaugrana, giganti dell'area e il ritorno del gol-fantasma

Cartoline di stagione: primizie del 2015

Gesti raffinati e inconsulti
Il buon David Moyes si sta prendendo le sue grame soddisfazioni, al Municipal de Anoeta. Grame, sì: per los Txuri-urdin, purtroppo, alla Liga partecipano venti squadre, e non solo le tre grandi. Ma per le tre grandi, l'Anoeta è una stazione di dazio. Dove regolarmente si paga. Domenica è toccato al Barça, in precedenza era toccato ai Colchoneros (il 9 novembre) e prima ancora al Magno Real (il 31 agosto). Nove punti nei tre big-match per Moyes, che ne ha raggranellati fin qui, in totale, solamente diciotto. Senza quelle tre portentose e inaspettate vittorie, la Real Sociedad sarebbe ora sul fondo del fondo della classifica, poiché a quei trionfi si aggiungono una sola altra vittoria (ai danni dell'Elche, lo scorso 28 novembre), sei pareggi e sette sconfitte. Stranezze del futbol. E strano (anzi, quasi soprannaturale) è stato sicuramente il gol che ha malamente inaugurato il 2015 blaugrana. Una meravigliosa inzuccata in volo e in torsione di Jordi Alba, ma nella propria porta (fotogramma). La partita era iniziata da pochissimo, e lì è finita. E' finita anche la striscia di Carletto, che cade al Mestalla e subendo di rimonta. La media-reti dei Blancos decresce sensibilmente: la proiezione è ora fissata a 133. Lara Croft rimane a galla, e tenuto conto che (avendo saltato un turno in fabbrica) alla fine potrà giocare non più di 37 partite, ecco che la media aggiornata lo accredita di 64 pappine. Sempre e comunque mostruoso, va da sé. Nel frattempo l'Atlético accoglie il figliol prodigo, scarica l'inutile Cerci e si riporta all'altezza del Barça. Domenica lo scontro diretto, a Camp Nou.

"The Beast"
In Inghilterra, week-end riservato alla Football Association Cup, la più antica competizione del pianeta. In questo turno (Third Round Proper) esordivano i club della Premier. Abbandona subito il malandato QPR, ad alcune tocca la ripetizione (a campo invertito), ma certo la sfida più commovente è andata in scena a  Kingsmeadow, stadio costruito recentemente ma di fascino vintage nel borgo reale di Kingston upon Thames. Qui gioca normalmente il Wimbledon, che nell'occasione ha ospitato i Reds. Ovviamente, la memoria è andata alla famosissima finale del 1988, alla Crazy Gang di Bobby Gould e di Vinnie Jones (che, proprio lunedì, compiva 50 anni). Il Liverpool l'ha spuntata, ma a prendersi la scena è stato Adebayo Akinfenwa (foto), pachidermico centravanti dei Wombles e acceso tifoso del Liverpool. Beh, ha pure fatto il gol del momentaneo uno a uno [vedi]; poi ha pregato Steven Gerrard, il suo idolo, di non lasciare Anfield [vedi].
 
E arriviamo al bollettino della Serie A. Alcune cose non saranno sfuggite ai più. Per esempio, la sontuosa prestazione di Felipe Anderson, brasiliano, futuro crac (di mercato) per Claudius Lotitus - dovesse confermarsi. Meno veloce ma molto più intelligente (e insisto sul 'molto') di Cuadrado, tecnica sopraffina, movenze (direi) alla Causio (per chi se lo ricorda), ma ambidestro. Va monitorato sistematicamente. Per esempio, la rovinosa (e non inedita) caduta del Milan, che quando finiscono le chiacchiere deve andare in campo e conferma di essere una creatura fragile, priva di certezze, sempre in bilico tra la buona prestazione e la contro-prestazione. Il Milan sembra aver preso più da Menez che da Inzaghi: è lunatico e perciò discontinuo; confusionario e non lineare. Per esempio, l'ennesima brutta performance della Juventus. Brutta perché contradditoria, sì, perché le partite durano novanta minuti e non quarantacinque. Partite a fotocopia, contro la Samp e contro l'Inter. Partite nelle quali i bianconeri maramaldeggiano per una mezzoretta, vanno in vantaggio, sprecano. Poi si disgregano, subiscono e disordinatamente riprendono ad arrembare. Il tramonto atletico di alcuni uomini è palese (purtroppo, tra essi, vi è Sant'Andrea da Brescia), e non è compensato da un'adeguata (ri)organizzazione del gioco. Cinque pareggi nelle ultime sei apparizioni (e tre punti presi solo al derelitto Cagliari). Qualcosa non va: difficile capire se Allegri ne sia consapevole e semplicemente finga di non averlo compreso. 

Attenzione! Potrebbe essere un'immagine ritoccata o taroccata!
Sul gol-quasi-fantasma di Udine è inutile aggiungere chiacchiera a chiacchiera. L'episodio si presta a ingigantire la dietrologia juventina (che ovviamente vi legge un ulteriore segno delle simpatie nutrite dal Palazzo per la Roma); in sé, andrebbe derubricato a onesta e necessaria decisione arbitrale, obbligatoria per uomini abbandonati a calcolare mentalmente e in un istante traiettorie e millimetri. Non è il principale problema per noi, certo. Ma è anche vero che, altrove, questo problema non c'è più. Perché la soluzione è semplice, più che ragionevole e low cost.

Mans

15 novembre 2014

Ritorno al futuro

L'ingaggio di Roberto Mancini da parte del F.C. Internazionale come allenatore per i prossimi due anni e mezzo si configura come un perfetto "ritorno al futuro". Che sigilla, e si spera chiuda definitivamente, una catena di errori dirigenziali avviata dalla gestione Moratti, che ha dilapidato - tra malintese riconoscenze ed eccessive vedovanze [vedi] - il capitale del Triplete, e perpetuata dalla gestione Thohir, che non ha colto il momento, nella tarda primavera di quest'anno, per avviare un ciclo nuovo con una propria cifra tecnica.

Con i trofei
Perché Roberto Mancini rappresenta un ritorno al futuro? Perché, nella storia dell'Inter, è l'allenatore che ha vinto più titoli e trofei - sette - insieme a Helenio Herrera: con l'ovvia differenza di peso tra le quattro coppe internazionali del Mago e le quattro solo nazionali del Mancio. Soprattutto, è l'allenatore che è stato capace di segnare l'inversione di senso nella gestione di Massimo Moratti, dimostrando che si poteva tornare a vincere anche sulla Juventus, fin dalla troppo spesso dimenticata finale torinese della Supercoppa 2005, in cui il famigerato Massimo De Santis si beccò le reprimende di Luciano Moggi per l'annullamento di un gol di David Trezeguet per sospetto fuorigioco. Mancini cominciò a vincere, cioè, prima che il ciclone Calciopoli si abbattesse sul calcio italiano, grazie alle sue qualità principali: saper scegliere i giocatori giusti per la propria idea di calcio, voler privilegiare le qualità individuali rispetto agli schemi tattici.

Quanto al primo punto, basti ricordare il mercato che Mancini concordò con Giacinto Facchetti e Gabriele Oriali nell'estate del 2004, al suo arrivo in nerazzurro. Furono ceduti: Cannavaro, Pandev, Kallon, Farinós, Bréchet, Pinilla, Ümit Davala, Dellafiore, Guly, Zicu, Helveg, Buruk, Almeyda, Lamouchi, Sorondo, Adani, Dalmat, Choutos e Fadiga, tra gli altri. E acquistati - si noti, per soli 3,5 milioni di euro: Burdisso, Zé Maria, Mihajlovic, Cambiasso, Verón, Favalli, Davids e Carini. Questo per dire che, nemmeno allora, difettavano nella rosa le vecchie glorie, i mesti ronzini e la mediocrità di molte figurine, e che Mancini seppe suggerire, anche negli anni successivi, acquisti azzeccati: nel 2005, quelli di Samuel, Pizarro, Maxwell, Julio Cesar, Figo; nel 2006, di Ibrahimovic, Vieira, Maicon, Grosso e Crespo; nel 2007, di Chivu.

Si potrebbe pensare che tutto ciò fu reso possibile da disponibilità finanziarie ora inimmaginabili. Ma ciò è vero solo in parte. Il bilancio dei trasferimenti dell'intero quadriennio di Mancini segnò infatti un disavanzo contenuto a soli 28,8 milioni di euro. Dispendioso è stato semmai il biennio di José Mourinho, che fece subito i capricci per avere in rosa un fenomeno come Ricardo Quaresma, costato da solo 24,6 milioni. José ha vinto la Champions per meriti propri ma anche grazie al mercato faraonico seguito all'ennesima eliminazione in coppa nel marzo 2009 (Milito, Eto'o, Sneijder, Thiago Motta, Lúcio e Pandev): il bilancio del suo biennio vede infatti un rosso di 36,1 milioni, grazie anche alla miracolosa cessione di Ibrahimovic per 69,5. Nei mercati dei tre anni successivi al Triplete - in cui Moratti ha speso male e venduto peggio [vedi] - la società ha comunque operato acquisti per 161 milioni (con un bilancio positivo, contro cessioni, di 15). Nella scorsa stagione a mezzadria con Thohir, la campagna è stata dispendiosa: 59,1 milioni di acquisti contro solo 9,85 di cessioni (con un "buco" di oltre 49 miloni). Quest'anno la spesa è stata finora di 12,1 milioni (ma con l'ipoteca di altri 7,8 per il saldo a venire di Dodò), a fronte di entrate per soli 9,65 [qui le fonti].

In queste ore Erick Thohir ha promesso che, per migliorare la rosa attuale, "nei limiti del possibile del bilancio interverremo già a gennaio seguendo le indicazioni dell'allenatore". Lo ha certo affermato per rianimare un ambiente depresso che, con la sciagurata gestione di Walter Mazzarri, aveva toccato uno dei punti più bassi della storia nerazzurra. Soprattutto è consapevole che quella di gennaio potrebbe essere anche l'ultima finestra di mercato possibile prima delle sanzioni che andranno negoziate con la UEFA in tema di fair play finanziario. Dunque il tempo stringe, e la consulenza di Mancini costituisce una garanzia.

Con la sciarpa
Tutto bene allora sotto il sole? No, ovviamente. La situazione finanziaria della società è disastrosa: il deficit dell'ultimo bilancio segna un preoccupante -85 milioni (la "Gazzetta" ha stimato che per il triennio valido per il FFP della FIFA il deficit sia stato di 180 milioni contro i 45 tollerati), i debiti raggiungono i 230 milioni (a fronte dei quali Thohir ha ipotecato tutto il patrimonio e i futuri ricavi della società) e costano rate da un milione al mese più interessi e un maxi-saldo da 184 milioni alla scadenza del 30 giugno 2019 (in pratica 58 milioni all'anno per 5 anni, cioè 290 milioni), il fatturato è sceso dai 250 milioni della stagione post Triplete ai 170 dell'ultima senza coppe (anche se Thohir spera di risalire a 190 in questa, grazie ai premi dell'Europa League e alle magliette vendute in Asia). Detto in soldoni: non ci sono.

E torniamo al futuro con Mancini. Si tratta di un buon tecnico, che ha dimostrato di saper vincere anche in Inghilterra e in Turchia. Non appartiene però alla fascia dei grandi - quella, per intendersi, degli Ancelotti, dei Guardiola o dei Mourinho, per stare solo a quelli in attività. Si colloca semmai nella fascia di quelli capaci di vincere campionati ma non (ancora?) coppe significative a livello internazionale - quella dei Wanger, dei Pellegrini, dei Conte, dei Blanc, per rammentarne alcuni. Non ha la visionarietà di un Bielsa (e dei suoi "allievi") e di un Klopp, e nemmeno la "garra" di un Simeone. Ma appare perfetto per un campionato malinconico come la Serie A e per la fase triste che vive l'Inter. Moratti già preconizza il terzo posto per quest'anno (cioè il sempre più arduo spareggio agostano per disputare la CL), ma ragiona come sempre da tifoso. Mancini eredita infatti una situazione tecnica disastrosa quanto quella finanziaria: giocatori che hanno smarrito il gioco, depressi nell'autostima, atleticamente provati; e una rosa migliore di quanto non si creda, ma comunque non paragonabile con quella che trovò nel 2004 (con Toldo, Materazzi, Cordoba, Zanetti, Stankovic, Recoba, Vieri, Adriano e Cruz, tra gli altri).

Nondimeno, il Mancio potrebbe assicurare nuovamente un'inversione di senso nelle vicende nerazzurre. Scontato è il ritorno alla difesa a 4, al trequartista e al gioco a due tocchi. Soprattutto occorrerà una preparazione adeguata nel ritiro invernale, che ridia tono ai singoli e restituisca ritmo alla squadra: presupposto per tornare a vedere un'idea di gioco propositiva, come è nelle corde di Mancini. Con un paio di innesti azzeccati a gennaio, il traguardo europeo potrebbe essere alla portata, così come un percorso decoroso in Europa League (finire tra le prime 8?) e magari anche in Coppa Italia. Come Benamante mi accontenterei: a terra come siamo con le nostre vergogne ...

Azor

22 settembre 2014

Frank, "el Cuchu" e la nemesi di Marassi

Cartoline di stagione: 6° turno 2014-15

"Frank, sei una vecchia ciabatta, non so cosa farmene di te. Adesso ho Fabregas". Non avrà certo detto questo José Mourinho a Frankie Lampard qualche mese fa, ma c'è qualcuno disposto a scommettere un penny sul fatto che non l'abbia pensato (vedi foto)? E ieri impagabile era l'espressione del portoghese, inquadrato dopo che la vecchia ciabatta, subentrata da poco, aveva scaraventato in rete il pallone di un pareggio che i Citizens strameritavano. Espressione incredula da un lato, scocciata dall'altro. Il vecchio dipendente gli sottraeva la ribalta, impedendogli di vincere more solito una partita di vertice senza giocare a calcio. E il buon Frank è poi andato a raccogliere l'applauso interminabile della South Stand, dov'erano concentrati i supporters ospiti. E' una situazione che capita di rado. Del Chelsea, Lampard è di diritto (e di fatto) una leggenda, e i numeri parlano chiaro: 648 presenze nel club (in tutte le competizioni) e 211 gol. E - si sa - non è un centravanti. Tre titoli nazionali, otto coppe britanniche, una Champions League, un'Europa League. Tutto, o quasi. E' sicuro: la storia di oggi (il gol e gli applausi di tutti) si scolpisce nella infinita storia del calcio inglese; che è forse l'unico a poterne produrre di simili. Su Mou, sul suo atteggiamento nel post-partita [vedi], sul (non) gioco del Chelsea (nonostante l'immensa qualità di cui dispone e che si è vista una sola volta durante il match), stendo un velo pietoso. Vincerà per inerzia molti titoli, quest'anno (cosa che personalmente non mi auguro), ma aumenteranno - nei suoi confronti - le antipatie e il sarcasmo.

E' stato comunque, in Inghilterra, un grande week-end. Bolle di sapone a Boleyn Ground [card] prima della partita - sabato pomeriggio - mentre si alza - appunto - "I’m forever blowing bubbles", inno degli Hammers. Match di cartello, West Ham-Liverpool. Si diceva che i supporters locali fossero stanchi del cattivo gioco offerto dagli uomini di Allardyce negli ultimi due anni; sì, risultati decenti, ma divertimento scarso. Bene, in questa stagione le cose sembra stiano cambiando. I Reds sono annichiliti dai primi dieci minuti di pressing e velocità dei londinesi; sconcertati, incapaci di articolare un discorso di football ancorché minimo. Sterling ignora Balotelli; Gerrard pare un lento tram che sta arrivando finalmente al capolinea; i centrali sono - a dir poco - statuari. Dello spettacolare XI ammirato un anno fa non è rimasto nulla. Rodgers deve ricominciare tutto daccapo: tre sconfitte su cinque partite in Premier sono quasi una sentenza. Peccato.

Jamie Vardie: una giornata particolare
Domenica pomeriggio, a Leicester, eccoli in campo tutti insieme: Falcao e Van Persie, Rooney e Di Maria. La batteria dei galli da combattimento di Luigi Van Gaal. I quattro confezionano due marcature di altissimo pregio, e a meno di mezz'ora dalla fine lo United è avanti di due gol. Riesce a incassarne quattro, e a perdere la partita. Il velo pietoso, stavolta, va steso sul reparto difensivo dei Red Devils: semplicemente osceno. Anche quelli che erano a Filbert Way ricorderanno a lungo questa partita, e la prestazione sopra le righe di due pedatori che più lontani (in tutto) non potrebbero essere: Esteban Cambiasso (ecco dov'era finito!) e soprattutto Jamie Vardie, ormai ventisettenne, nato a Sheffield, e arrivato ai Foxies solo due anni fa, dopo una vita trascorsa sui campi delle divisioni inferiori. El Cuchu ha ciabattato da par suo il gol del tre a tre, l'altro ha corso indemoniato per novanta minuti, segnando, servendo assist e quant'altro; the game of his life, senza dubbio.

Anche altrove si è giocato a pallone. Bisogna ammettere che, quando i suoi satanassi sono in vena, il Real è davvero un luna-park. Otto reti al Riazor, mai così tanti in trasferta nella sua storia in Liga, perle meravigliose offerte da Cristiano, da James, da Bale. Carletto ha il problema di abituare Kroos (uno che era nato trequartista) a fare il centromediano, e deve trovare il modo di far rendere James al meglio per la squadra, avendo il colombiano passo ben diverso da quello di Ángel Di Maria. Sicuramente, essendo tosto e testardo, ci riuscirà, in fondo ha dovuto risolvere problemi assai più complicati nei suoi ormai lunghi anni in panca ...

Il sabato si era concluso al Meazza. Strapieno di spettatori paganti e non abbonati, venuti per vedere Milan-Juventus. Si sperava in un match spettacolare ed equilibrato. Si è vista la classica partita di Serie A, un lento muoversi di uomini e di idee sulla scacchiera; partita - come si suol dire - tatticamente bloccata, e piena di falli (appunto) tattici. A bassissimo tasso di godimento per il pubblico - anche quello non abbonato e non pagante, già. Hanno vinto i bianconeri, secondo logica: superiori non tatticamente, ma certamente nella qualità complessiva dei singoli e dominanti sotto l'aspetto fisico. Magnifica la doppia giocata di Tevez in occasione del gol. Impressione volante: quando (e se) Allegri (uomo e allenatore per nulla geniale, anzi) scioglierà le briglie a Pogba, la Juve farà il salto di qualità che deve fare, forse anche in Europa; il suo reparto di mezzo, a ben guardare (con e senza ma soprattutto - in prospettiva - senza Pirlo), è ben assortito e nulla ha da invidiare a quelli dei grandi club stranieri.

La Serie A ha poi esaurito il suo programma tra il primo, il secondo, il terzo pomeriggio e la prima serata di domenica. Si è visto davvero poco. Da ricordare, tuttavia, la sconfitta della Lazio a Marassi, maturata sul finale di partita: gli sprechi dei biancocelesti nel primo tempo sono inauditi - almeno dieci occasioni limpide, ben riasssunte da un inciampo sulla propria corsa di Felipe Anderson, solo in area di rigore. Si sa come vanno le cose. Nemesi puntuale. "Ha prevalso il fattore imponderabile", deve aver pensato Claudius Lotitus.

Mans

5 luglio 2014

Madeleine

Il 30 giugno 1990, allo Stadio "Artemio Franchi" di Firenze, la Jugoslavia giocò la sua ultima partita ad un Mondiale. Nessuno lo avrebbe immaginato. Come non avrebbe immaginato che sarebbero poi dovuti passare 24 anni per rivedere l'Argentina vincere un quarto di finale.

30 giugno 1990, Stadio "Artemio Franchi", Firenze
Fu una brutta partita, come tante altre di Italia 90, finita in bianco ai rigori [Cineteca]: Maradona sbagliò il suo ma ciò non pregiudicò il passaggio dell'Albiceleste alla semifinale contro l'Italia, prevista a Napoli il 3 luglio. A Firenze, il pubblico lo aveva fischiato a lungo durante la partita. Forse anche per reazione Diego dichiarò guerra affermando che gli italiani si ricordavano di Napoli solo quando faceva comodo, dimenticandosi per il resto del tempo dei suoi problemi [vedi]. Sarebbe finita coi fischi romani all'inno nazionale argentino ...

In tutt'altro clima, ma con un'altrettanto brutta partita, oggi, all'Estadio Nacional di Brasilia, l'Argentina è tornata a qualificarsi per una semifinale dei Mondiali [Cineteca]. Quel giorno a Firenze Maradona non contribuì molto alla vittoria, come oggi non vi ha contribuito Messi. Ma poco importa. Nel frattempo la Jugoslavia si è dissolta, il mondo è drammaticamente cambiato, e siamo tutti un po' più poveri e privi di futuro. Ma il Mondiale continua a svolgere la sua funzione confortante di scansione del tempo, di periodizzazione della nostra vita. Quel giorno eravamo allo stadio. Oggi ci accontentiamo di essere ancora qui, a beneficiare della infinita bontà di Eupalla: allora volevamo ammirare il Pibe, oggi il suo erede. Sempre sia lodata.

Azor

28 giugno 2014

Sciarpa o cravatta

L'istantanea del calcio italiano a metà 2014 è allarmante. Fuori con disonore dai Mondiali, spogliatoio spaccato e ignobile crociata contro Mario Balotelli, Commissario Tecnico della Nazionale e Presidente della Federazione dimessi; ma assegnati i diritti televisivi della Serie A per il prossimo triennio tra diffide e bandi non rispettati.

In questi stessi giorni è anche accaduto che Ciro Esposito, il tifoso del Napoli ferito a colpi di pistola a Roma il giorno della Finale di Coppa Italia del maggio scorso, abbia smesso di vivere.

I giornali se ne sono accorti, sebbene le testate sportive abbiamo dato e diano più spazio al presunto scarso impegno di Balotelli in Nazionale, alle dimissioni di Prandelli, alla polemica tra “senatori” e “giovani” azzurri; così forse per la prima volta dopo quasi due mesi la città di Napoli è stata mostrata solo col volto (o meglio, il corpo) di Ciro e non con quello aggressivo di Gennaro De Tommaso. 

27 giugno 2014, Napoli, quartiere Scampia
Il feretro di Ciro Esposito, coperto dall'arcobaleno di sciarpe delle tante tifoserie
intervenute, non tutte gemellate con quella partenopea.
Si dirà che il luttuoso avvenimento sia da ascrivere alla cronaca nera piuttosto che a quella sportiva ma è chiaro che non può essere così. Eupallog ha già ampiamente descritto l'incapacità dei maggiori rappresentanti dello Stato, presenti allo Stadio Olimpico di Roma quella maledetta sera del 3 maggio 2014 esprimendo più volte la propria posizione (qui, qui e anche qui) ed ha suggerito, facendo proprie e integrandole, le proposte della Gazzetta dello Sport.

Marco Rossi-Doria, il maestro di strada dei Quartieri Spagnoli, è forse l'unico a proporre una via diversa, più conciliante ma persino più complessa da attivare rispetto alla repressione del tifo organizzato, appellandosi anche alla responsabilità del medesimo, senza additarlo come unico colpevole della situazione italiana ma come parte del sistema da rifondare. È una posizione condivisibile ma che presuppone un senso di responsabilità condivisa a più livelli, a partire dalle più alte cariche dello Stato. Questa giornata di lutto avrebbe dovuto infatti portare tutte le Istituzioni a riflettere e soprattutto ad agire, ma alcuni segnali fanno temere che nulla di ciò accadrà; non c'era bisogno di attendere la dipartita di Ciro Esposito per comprendere la gravità della situazione e fino ad ora, dopo l'imbarazzante sera del 3 maggio con Presidente del Consiglio e Presidente del Senato perplessi e incapaci di prendere in mano la situazione, ci si è limitati ad appelli e promesse, col campionato che inizierà tra solo due mesi.

Lo sconforto aumenta confrontando la galleria fotografica che ritrae i funerali di Ciro Esposito e le decine di migliaia di partecipanti con quella dei festeggiamenti per il centenario della ditta E.Marinella, storica produttrice napoletana di cravatte. I primi si sono svolti a Scampia, con la folla che riempiva piazza Grandi Eventi (sic!); la seconda a Palazzo Reale.

26 giugno 2014, Napoli, Palazzo Reale
Sorrisi istituzionali ai festeggiamenti per il centenario della ditta E.Marinella

Il Sindaco di Napoli era a Scampia fisicamente mentre per il Governo era presente Gioacchino Alfano, Sottosegretario del Ministero della Difesa (più che altro per la sua chiara fede calcistica visto che ben altri Ministeri avrebbero dovuto garantire la propria presenza). Un Ministro della Repubblica era però a Napoli nelle stesse ore o giù di lì: Maria Elena Boschi, Ministro per le Riforme Costituzionali e per i Rapporti con il Parlamento, appare sorridente e felice accanto a Maurizio Marinella, Bruno Vespa e a Stefano Caldoro, Presidente della Regione Campania. Col sorriso è arrivato anche Crescenzio Sepe, Cardinale e Arcivescovo metropolita di Napoli, insieme ad altre celebrità sorridenti.

Nulla cambierà neanche quest'anno. Non ci resta che allentare il nodo della cravatta, respirare con calma e incrociare le dita in occasione della prossima sfida che un tempo era chiamata derby del Sole.

Pope

10 marzo 2014

Le scene del football

Cartoline di stagione: 31° turno 2013-14

Opere d'arte, scuola italiana
Un week-end ricco di colpi di scena, in Serie A. Per esempio: il Milan sconfitto a Udine. Chi poteva immaginarlo? Del resto, il professor Seedorf ha lasciato a riposo i fuoriclasse, onde poterli schierare martedì sera al Calderon. Tenuti al guinzaglio, resi cattivi e affamati di gloria, sicuramente faranno saltare il banco. Un'altra, enorme sorpresa è costituita dalla Fiorentina. Senza nemmeno giocare a pallone, la Juventus è riuscita a batterla. Chi se lo poteva aspettare? E perché indugiare su quegli striscioni ("meno 39! Heysel!") esposti dai followers dei viola? Sono solo innocenti evasioni. Nel pomeriggio, tuttavia, molti sono rimasti a bocca aperta quando hanno saputo che l'Inter ce l'ha fatta a espugnare il Meazza. Trattar bene gli avversari porta sfortuna ai medesimi: purtroppo nessuno striscione inneggiante allo schianto di Superga ha rallegrato gli spettatori. Noia infinita, interrotta dal gol di uno spelacchiato argentino che gioca nell'Inter (e dove, se no?). In serata, infine, c'era il derby del Sud per antonomasia: Napoli-Roma. A un certo punto, Higuain è stato fermato: fuorigioco! Sembrava, ma è anche vero che ha ricevuto il pallone da rimessa laterale, e dunque (per regolamento) la sua posizione non era irregolare. Proteste e discussioni. Gioco fermo per cinque minuti. Spettacolo!

Smarrimenti
Parlando invece e finalmente di football, va detto che il Barça ha collezionato la seconda sconfitta esterna consecutiva. E' riuscito nell'impresa di sbracare a casa della terz'ultima in classifica. A Valladolid. Uno a zero, disponendo di un'ora di gioco per ribaltare situazione e avversari (come sarebbe accaduto due o tre anni fa). Irriconoscibile Messi, broccheggiante Neymar. Fuori Xavi, fuori anche Iniesta. Forse i catalani vogliono regalare la Liga a Carletto, cosa che lui accetterebbe di buon grado. La discontinuità della Pulce - perdurante - è comprensibile. E' ancora giovane, e ha già ottenuto dal pallone tutto o quasi ciò che gli si può chiedere. Mancherebbe solo un titolo mondiale con l'Argentina. Ma è difficile pensare che tocchi a lui riportare l'Albiceleste dove l'aveva lasciata il Diego. Troppo diverso il suo modo di 'sentirsi' argentino. Non sembra certo avere dentro di sé l'inferno di Maradona, capace di incendiare un'intera compagnia di mestieranti e trascinarli di rabbia in paradiso. Messi è cresciuto nell'ovattato ambiente blaugrana, curato e vezzeggiato. A vederlo apparire e scomparire sul prato, sembra assalito dalla noia di vivere. Il tempo chiarirà.

Parlando di storia del football, essa fa puntualmente capolino nei santuari inglesi. Quarti di finale di FA Cup. Come al solito imprevedibili. Degli squadroni, on the road to Wembley rimane solo l'Arsenal. Il Wigan detentore, dopo un avvio di stagione vissuto nei postumi della sbronza (vincere la coppa e - nel contempo - precipitare nella Championship significa vivere intensamente), pareva ed era in chiara ripresa. Ha nel mirino i play-off che potrebbero riportarlo nella Premier; il City gli dice bene, e ieri ha replicato lo scherzetto di maggio. Stavolta passando a Manchester. Sono cose che capitano non di rado, in quel torneo. E' il suo fascino. Così come di grande fascino è l'approdo alle semifinali dello Sheffield United, guidato da Nigel, figlio di Brian Clough. Lo stadio nel quale da più tempo si gioca a calcio nel mondo - Bramall Lane [card] -, e che normalmente ospita matches di League One (campionato nel quale i Blades non brillano, anzi), ieri è tornato a vibrare come non accadeva da secoli. Emozioni. Che il nostro calcio non regala più.

Mans

25 novembre 2013

Match of the Year

Esattamente 60 anni fa, il 25 novembre 1953, l'Empire Stadium di Wembley ospitava quello che, per i presuntuosi sudditi della regina, andava così etichettato. In realtà, l'anno divenne presto 'secolo', prima che un altro match (Italia-Germania 4:3) meritasse uguale etichettatura. In campo a Londra, dunque, i campioni olimpici, campioni di un'Olimpiade cui non avevano partecipato nazionali 'vere' dell'occidente europeo e del continente sudamericano, contro i campioni di nulla (tutt'al più, questo sì, della British Home Championship e solo di quella) ma detentori di un primato che non cesseranno mai di rivendicare: l'invenzione del gioco. Ed eternamente imbattuti tra le mura amiche da compagini davvero 'straniere': quelle della Home Championship facevano parte della stessa grande 'famiglia' calcistica, nonché del medesimo Regno; il dominio dei Tre Leoni (seppure non incontrastato) era qui sancito dalle statistiche, ma i tabellini dicono che la Scozia aveva espugnato Wembley nella primavera del '51, bissando l'impresa del '49.
Tant'è.

Inghilterra contro Ungheria, dunque. Fu davvero una sfida memorabile, cui nessuna storia del football mancherebbe di dedicare un capitolo centrale. Un match che, col passare dei decenni, ha mantenuto intatto il suo fascino, arricchito dalla dimensione leggendaria dell'XI ungherese e dall'incessante 'outing' della critica albionica, che (a differenza dell'ultra-conservatrice Football Association) immediatamente comprese il senso e le conseguenze della cocente umiliazione inflitta dall'Aranycsapat agli uomini di Walter Winterbottom. Basterà, al riguardo, leggere le densissime pagine che al match dedica Jonathan Wilson [Inverting the pyramid, pp. 129-139 della traduzione italiana], così chiudendo il discorso:

"Certamente, quella serata di novembre, con le bandiere ammosciate nella nebbia sopra le Twin Towers, destinate queste ultime a riverberare il lavoro di Luytens a Nuova Delhi, non ci volle un grande sforzo d'immaginazione per riconoscervi la sconfitta simbolica dell'Impero".

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Mans

21 ottobre 2013

Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande ...

15 dicembre 1998, Firenze. 
Fiorentina-Juventus 1-0: al 58' Batistuta
Si tolleri la citazione dantesca del titolo: quindici anni dopo, il calcio regala, finalmente, un'emozione. Un campionato prodigo di cori razzisti, polemiche, scontri, violenza e diritti tv, la «grande macchina» montaliana di denaro, scommesse, ingaggi e disingaggi (Trentadue variazioni, 1973), ogni tanto genera un fiore. Un giglio, stavolta. Il 15 dicembre 1998 Lulù Oliveira dalla trequarti di sinistra serviva un traversone, apparentemente innocuo, per la testa di Gabriel Omar Batistuta. La catatonia di Igor Tudor, vigoroso centrale spalatino dei bianconeri, abbandonava Peruzzi, solo ed inerme, alla mercé dello spietato goleador di Reconquista. Uno a zero, ennesima zampata del Re Leone, the one and only, non la sbiadita copia basca ammirata ieri in maglia bianconera che risponde al nome di Fernando Llorente Torres. 

20 ottobre 2013, Firenze
Fiorentina-Juventus 4-2: l'incredula esultanza dei viola
In questa riedizione del big match Fiorentina-Juventus, lʼennesima delusione del tifo viola era ormai già confezionata: una squadra apatica, stanca, macchinosa, spuntata e mai verticale pareva ormai in balìa della corazzata bianconera. Ma in 15 minuti accade l'imponderabile: i nuovi entrati Mati Fernandez e Joaquín destano la compagine di casa e rivitalizzano il vero fenomeno viola, Pepito Rossi, degno erede dellʼindimenticato Batigol. Tre goals e il tripudio, tanto atteso, sotto gli occhi di 40.000 increduli, estasiati tifosi. 

Il campioncino italo-americano è tutto fuorché un personaggio: discreto, silenzioso, umile, timido, lontano dal glamour e dalla mondanità. Papà di Fraine, nell’Alto Vastese, mamma di Acquaviva di Isernia. Non eravamo più abituati a calciatori del genere, senza l'ormai insostituibile corteo di modelle, notti in discoteca, sfuriate in campo, creste e vezzi da superstarMa, citando Pasolini, «il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno» (Il calcio “è” un linguaggio con i suoi poeti e prosatori, 1971). 

Fraine (Chieti).  Rossi nel paese 
d'origine del padre Fernando, 
scomparso nel 2010
Guardando Rossi palleggiare nel riscaldamento prepartita, si riscopre quella poesia, la passione pura per il calcio; in quegli sfoggi di destrezza lo vediamo retrocedere romanticamente all'infanzia, lontano dai danarosi contratti e dalle prime pagine dei tabloids e del gossip più becero. A quell'infanzia ci accompagna, nella sua semplicità: quando anche noi sognavamo, in strade di quartiere mal asfaltate, di calcare palcoscenici prestigiosi con indosso la casacca della propria squadra del cuore. La degna cornice del Franchi coccola il suo anti-campione: è il piacere di calciare un pallone, è ciò che fa sperare, anche se invano, che in fondo è ancora, solo, calcio. Il rito, la rappresentazione sacra, il simulacro, il teatro, la gioia, l'inganno. Come diceva il Trap, «il pallone è una bella cosa, ma non va dimenticato che è gonfio d'aria».

Duca

4 maggio 2013

Il Fußball che ci attende

In otto giorni l'universo pedatorio continentale ha dunque virato di 180°. Molte cose sono state dette e scritte. Qui - per non tediare oltre - vorrei soffermarmi solo su tre aspetti forse meno battuti.

In primo luogo, sul cambio della guardia. L'annunciato predominio teutonico porta con sé un problema politico. La leadership economica e politica (fondata su organizzazione e disciplinamento) che la Germania esercita ormai da sola in Europa, a fronte di partner illanguiditi (per motivi e traiettorie diversi) come la Francia, l'Inghilterra e l'Italia, si è finalmente estesa anche all'organizzazione calcistica. Così come stanno crescendo nel resto d'Europa le invidie, i risentimenti e le aperte ostilità nei confronti dei tedeschi (non solo da parte dei greci ma ormai, nelle ultime settimane, anche dei francesi), così temo che si manifesteranno inevitabilmente nei prossimi tempi analoghi sentimenti anche nel mondo del pallone: un capolavoro come Football against the enemy di Simon Kuper [vedi] è un'opera aperta (con pagine memorabili sulla Germania del Novecento), che insegna come la storia faccia il suo corso intrecciando inevitabilmente calcio e potere. La supremazia del Fußball incontrerà probabilmente meno simpatie di quelle di cui hanno goduto, nel tempo, il Football inglese (con i suoi riti e le sue araldiche), il Calcio italiano (con i suoi stereotipi) o il Fútbol iberico (grazie soprattutto alla magnificente "diversità" catalana). Per il momento prevale l'ammirazione: anzi, la cronaca di questi giorni appare una vera e propria acclamazione del potere [rassegna]. Vedremo se saprà tramutarsi anche in simpatia. L'innesto di Guardiola è un segnale positivo. Ma il calcio tedesco non potrà fare valere solo il rigore dei bilanci. Dovrà piacere. Di più: dovrà farsi amare. Un esercizio in cui i tedeschi sono riusciti poche volte da 1.600 anni a questa parte.

1° maggio 2013, Camp Nou, Barcelona
Inolvidables: le fiammate luciferine di Franck Ribéry
Secondo punto: il 7-0 con cui il Bayern ha annichilito il Barcellona. Non potremo non riflettere anche in futuro sulla storicità di queste due memorabili partite. Se l'andata monacense era stata l'Annunciazione, il ritorno del Camp Nou - la Cattedrale di questi anni - è stato la vera e propria Rivelazione. Mai visto il Barcellona così inibito a giocare, così frustrato dall'impotenza a praticare la sua di idea di calcio. E, speculare, la partita perfetta del München, con i quattro attaccanti capaci di colpire magistralmente ma anche di sobbarcarsi un compito individuale, ma al contempo collettivo, di difesa altissima, che cominciava sul limes dell'area avversaria (e guardando l'opus di Mandžukić ben si comprende cosa Guardiola avrebbe voluto da Ibrahimović, che ha più fisico e più tecnica del croato). Al punto che a impostare l'azione erano spesso i loro difensori, come nell'apertura maestosa (alla Pirlo, si parva licet) di Alaba in occasione del primo gol. Per non dire del pressing coordinato con cui i bavaresi hanno strappato innumerevoli volte sul nascere la tessitura catalana (e in due o tre flash ho rivisto la marea Orangie annata 1974). La sostituzione in corso d'opera di Xavi e Iniesta è stato il simbolo della resa di un'era. Certo, mancavano Messi, Puyol, Mascherano e Busquets. Certo, la squadra è in evidente stallo atletico. Ma il Bayern avrebbe probabilmente vinto comunque, tanto è attualmente perfetto, apicale, il suo meccanismo di gioco. Che è totale nella dedizione michelsiana e sacchiana al collettivo da parte anche dei giocatori più talentuosi e discontinui come Arien Robben. Guardare Franck Ribéry puntare dritto alla linea di fondo trascinandosi dietro gli arrancanti blaugrana, alzare lo sguardo, e pennellare cross così essenziali e mirati continua davvero a fare del calcio il gioco più bello del mondo. Qualcosa di indimenticabile, nell'ultimo hurrah di Jupp Heynckes.

30 aprile 2013, Estadio Santiago Bernabéu, Madrid
Quando i dettagli scrivono la storia:
Roman Weidenfeller respinge di petto la sassata di CR7
Infine: il personaggio. Anche qui si è probabilmente prodotto un cambio della guardia. Il fallimento in terra di Spagna di José Mourinho sta tutto nell'immagine colta con la consueta finezza da Luigi Garlando: l'altra sera, al Bernabeu, contro il Borussia, "Mou è rimasto quasi sempre ad osservare con le mani nelle tasche del giaccone di stoffa, come un pensionato che guarda i treni da un cavalcavia" [leggi]. Se sarà ritorno al Chelsea, sarà per lui come imboccare il vialetto di casa: il ritorno dell'eroe, quello che invocava il rumore dei nemici e che ora si lamenta dell'odio altrui, al tepore domestico. Che l'ambiente inglese abbia fatto filtrare subito la voce che a Manchester si pensi non più a lui ma a Jürgen Klopp come successore di sir Alex Ferguson alla guida dello United [rumours] induce a riflessioni sulla caducità del potere e sulla grande ruota che innalza ma anche discende le fortune degli umani, anche dei sedicenti "speciali". Che sia fondata o meno, la voce evidenzia i giorni della grazia che avvolgono il giovane Jürgen, i cui meriti architettonici sono sotto gli occhi e le analisi di tutti. Tanto José è grandissimo nella detestabilità tanto "Kloppo" è prorompente nella simpatia che emana e suscita. Sempre col sorriso pronto ad aprirsi sul volto anche quando ruggisce a bordo campo. Soprattutto sono la passione che trasuda per il calcio, il rispetto per la sua storia e per gli avversari, che ce lo fanno amare come uno dei figli prediletti di Eupalla. Un dono divino, l'ennesimo, di questa epopea senza fine.

Azor
30 aprile 2013, Estadio Santiago Bernabéu, Madrid
Real Madrid CF - Borussia Dortmund 2:0
Commenti: Beccantini

1° maggio 2013, Camp Nou, Barcellona
FC Barcelona - FC Bayern München 0:3
Commenti: Wilson | Rassegna stampa: spagnola - tedesca

25 febbraio 2013

Evviva Swansea, Galles evviva

Ashley Williams
Il fracasso mediatico della settimana del Barça, del Derby e della gabina elettorale non deve oscurare la vera, clamorosa novità. E' accaduto un fatto senza precedenti, che volentieri festeggiamo. Per la prima volta in oltre cinquant'anni di storia, la Football Association League Cup (quest'anno Capital One Cup) - terza competizione in ordine di importanza della stagione albionica - non è finita nella bacheca di un club inglese. Ha alzato la coppa un uomo nato a Wolverhampton, Ashley Williams, forte difensore centrale: è il capitano del Galles e dello Swansea City FC. Già. Lo Swansea, arrivato in Premier l'anno scorso e quest'anno guidato sapientemente da Michael Laudrup, ha facilmente vinto la finale di Wembley. Facilmente? Con assoluta tranquillità. Cinque a zero. Di fronte, va detto, aveva il modesto Bradford City AFC, militante nella League Two, equivalente dell'italiana Serie C o C2, che aveva eliminato Arsenal e Aston Villa. I gallesi, invece, si erano sbarazzati di Chelsea e Liverpool. Chiaro che gli squadroni - o presunti tali - hanno snobbato la coppa. Resta l'esito finale. Lo Swansea sta disputando un campionato formidabile; Laudrup è un allenatore di futuro e sicuro successo; il centravanti, Michu, sarà uno tra i più chiacchierati possibili trasferimenti del prossimo calciomercato.  La Coppa di Lega è ciliegina su una saporosissima torta. In attesa di nuove sfide: l'Europa League e il derby. Un nuovo derby di Premier, tutto gallese. A gran velocità, dalla Championship, sta arrivando il Cardiff City FC. Evviva Swansea, Galles evviva!

24 febbraio 2013, Wembley Stadium. Capital One Cup final
Swansea City FC - Bradford City AFC 5:0 (3:0)
Mans

25 gennaio 2013

La ciclicità delle egemonie: fantasia sul futuro del football

Dopo la vetusta ma sempreverde (e per certi aspetti inimitabile) FA Cup, la coppa ‘nazionale’ più ricca di contenuto e impegno agonistico è quella spagnola. Ieri sera, nel ritorno dei quarti, il Barça è andato al Rosaleda dovendo vincere, dopo il 2:2 interno, e lo ha fatto schierando tutti i migliori. Ha giocato, ha sofferto, alla fine ha stravinto. Ha superato una prova insidiosa, dopo la prima sconfitta patita in Liga. Chi ha potuto, naturalmente, s’è goduto 90’ di football inarrivabile [HL]. Lo stimolo di mettere in calendario due sfide al Real era forte. Lo si è visto quando, dopo una palla persa in fase di palleggio offensivo, sei uomini in linea (lungo l'asse del limite dell'area di rigore) si sono disposti in un movimento di pressione spaventosa e inaggirabile.

24 gennaio 2013, Estadio "La Rosaleda", Malaga
Malaga - FC Barcelona 2:4 (1:1)
Tutta la determinazione del Barça negli sguardi dei suoi giocatori
Il ciclo dei blaugrana è lungo; se si esclude il Real dei secondi 1950s, nessun altro club ha tenuto così a lungo la scena. Nessuno, perlomeno, fra quelli considerati all'unanimità protagonisti di cicli storici. Per ovvie ragioni, la dimensione del Barça di Guardiola (e ora di Vilanova, e prima ancora di Rijkaard) è paragonata a quella dell’Ajax d’inizio anni ’70. Nel torneo immaginato da Jonathan Wilson, alla fine ci sono arrivati i due XI nati dalla stessa radice, sdoppiata dalla famosa ‘fuga’ di Cruijff sul finire del ’73. Avrebbe vinto l'Ajax: un'epica sfida, decisa secondo Wilson dalla maggior efficacia del pressing olandese. Cruijff vs Messi 3:2.

Le icone del totaalvoetbal a Camp Nou
Cruijff fu seguito in Catalogna da Neeskens, e anche gli altri ajacidi, uno a uno, uno dopo l’altro emigrarono. L’ultimo a mollare gli ormeggi fu Krol, ma era già il 1980. Ad Amsterdam non era cresciuta una generazione di uguale valore, e ci sono due partite che ben simboleggiano quanto fu doloroso il declino: Ajax-Bayern 4-0 (probabilmente il punto più alto dell’era Cruijff), Ajax-Bayern 0-8 (il primo farewell game del grande Johan, nel novembre del 1978). Doloroso, ma momentaneo: a metà del decennio successivo cominciarono a farsi largo grandi talenti che, seppure per una breve stagione, riportarono l’Ajax sul trono europeo, prima di andare a raccogliere gloria e aprire conti in banca altrove: Van Basten, Seedorf, Davids e non solo loro.

L'elegante e innovativa silhouette dell'Allianz Arena di Monaco
Fantasticare non costa nulla. E se – per dire – Messi e Iniesta raggiungessero Guardiola in Baviera in capo a un paio d’anni? Johan, in fondo, a Barcellona ricomponeva il binomio con Rinus Michels, suo mentore. La stessa radice, la stessa cultura – l’unica, in Europa, alternativa al 'calcio all'italiana'  e alla tradizione nordica (quella che grosso modo può accostare storicamente il calcio inglese a quello tedesco, fatti di fisicità senza eccessiva fantasia, di sostanziale monotonia tattica, certo più vincente nell'interpretazione tedesca) – potrebbe attecchire altrove. I progetti egemonici del Bayern, d’altra parte, sono chiaramente intuibili: e uomini come Beckenbauer, Rummenigge, Hoeness hanno troppa esperienza per non sapere che un regno calcistico non si costruisce solo allestendo parate di stelle, o collezionando figurine. Si parte dal gioco, dalla tradizione e dalla cultura di un luogo, meglio se aperte a contaminazioni. Il multiculturalismo teutonico, nel football, è ormai un dato di fatto, e il Bayern ne è senz'altro l’avanguardia. Così come nel futuro è già sicuramente il Pep; non sappiamo ancora in quale, né come sarà, ma si può forse scommettere che il cuore pulsante del pianeta di Eupalla si sposterà presto da Camp Nou all’Allianz Arena.

Mans