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16 febbraio 2017

Cadono le teste di ... serie

Fettine di Coppa: ottavi di CL (andata, prima settimana)


La caduta stupefacente e la stupefatta espressione di Leo
E così, dicono i più, il 14 febbraio 2017 (un martedì) potrebbe restare negli annali eupallici come il giorno nel quale cadde il mito del Barça. Separato da se stesso e dai suoi assi, anziani e logori (come Don Andrés), incerti sul proprio futuro (Messi), male supportati dai nuovi innesti, che non sembrano all'altezza del recente passato del club. Se l'analisi, oltre che roboante, sarà anche vera, lo sapremo a suo tempo. Lo stesso de profundis fu intonato nel 2013, quando i catalani vennero umiliati dal Bayern - ma erano le semifinali -: poi la squadra ritrovò stimoli e gioco, e in capo a due anni tornò a rivincere la coppa più prestigiosa.
Certo, i parigini hanno destato grande impressione. Travolgenti nelle loro folate, possenti in Rabiot e Matuidi, rabbiosi in Cavani. La dipartita del totem e indiscusso sovrano ha probabilmente - insieme all'arrivo dell'homo novus in panchina - messo in moto un lento cambiamento nel modo di stare in campo e di giocare che ora sembra dare i suoi frutti. La manovra ha più sbocchi, non uno solo e obbligato; e Cavani - pur come sempre predisposto a sacrificio e dispendiose (ancorché non necessariamente utili) corse e rincorse - è ora sottratto a una funzione meramente gregaria. Certo, il Barça dell'altra sera ha collaborato (altrimenti si dovrebbe parlare di una squadra-monstre), ma è impossibile non considerare adesso la truppa di Emery (di altissima qualità) alla pari delle altre grandi candidate al banchetto del Millennium fissato per i primi di giugno.

Che l'Arsenal sia una delle squadre più inaffidabili del Regno Unito è cosa risaputa, dunque il poker di reti incassate all'Allianz non desta il minimo stupore. Sono sempre lì, ma oltre non vanno mai, così in Premier come in Champions. Come se, arrivati ai nastri di partenza, il più fosse fatto. Un club ricchissimo, con un grande seguito, con un grande stadio, una grande storia, e risultati sportivi non all'altezza del fatturato e del blasone, spesso uscente con le ossa rotte dalle sfide con le pari grado (e pari - o quasi - fatturato) d'Europa. Che sia ora di cambiare rotta, è evidente. Dal canto suo, Carletto si gode queste serate. Sono le 'sue' serate, e con lui tutti dovranno fare i conti.

Kroos: ha appena ribaltato la partita
E il Napule? Ha fatto quello che ci si immaginava potesse fare. Provare a giocare, metterla sul piano del calcio, del palleggio, della tecnica, della velocità. E' stato un match abbastanza equilibrato, entrambe hanno costruito nitide occasioni, il Real le ha sfruttate meglio. Era annunciato un Real quasi dimesso, è parso invece piuttosto tonico. Una squadra che sembra migliorare, invecchiando. E anche Cristiano - forse ormai pago dei suoi infiniti record, forse stanco di pensare a un gol che non arriva da tempo per lui immemorabile - gioca molto più per la squadra che per se stesso. A rappresentare il nuovo Ronaldo, basterebbe il pallone di un possibile quattro a uno che ha dato a Marcelo, e che in passato avrebbe certamente tenuto per sé. Tra le due compagini c'è una lieve differenza sul piano tattico (entrambe sono ben riconoscibili come sistema di gioco, entrambe lo adoperano con efficacia), ce n'è molta su quello tecnico. Del resto, a Madrid malsopportano uno come Benzema, figuriamoci ... Purtroppo, infine, va registrata la pessima condizione di Koulibaly, in debito di fiato e di energia (colpa della coppa d'Africa, dicono), improvvisamente somigliante allo spaesato e sconcertante difensore centrale della prima stagione italiana; e va sottolineato che Reina saprà certamente esercitare una qualche leadership, sarà pure l'anima della squadra, ma tra i pali raramente compie miracoli. E su almeno due dei tre palloni insaccati dai Blancos forse non erano nemmeno necessari miracoli.

Il dato 'nuovo' fin qui offerto dagli ottavi è più che altro da annoverare tra le curiosità statistiche, dicendo poco e dipendendo dall'assurdità della formula e dall'andamento delle amichevoli che si giocano tra settembre e dicembre nella cosiddetta 'fase a gironi'. Le teste di serie, fin qui, cioè quelle che di diritto giocano la seconda partita del turno in casa perché vincitrici dei rispettivi gironcini, hanno tutte perso. Di stretta misura e con ampio margine di recupero, come il Dortmund; di goleada, come Arsenal e Barça; di quasi-goleada. come il Napoli. Non era mai successo. Anzi, era quasi sempre accaduto il contrario.

Mans

28 aprile 2016

I progetti del Cholo

Fettine di Coppa: semifinali (andata)

"Mancano dieci secondi!"
Il Cholo decide un cambio, manca davvero pochissimo alla fine, siamo già nei minuti di recupero. Poi il pallone termina in fallo laterale, nella metà campo del Bayern, e il cambio non si fa più. Non c'è più bisogno di spezzare ritmo e perder tempo. Peccato, però: fosse entrato in campo, e pur essendo destinato a rimanerci per pochi secondi e forse a non toccar boccia, Lucas Hernández, vent'anni da poco compiuti, sarebbe stato il settimo 'canterano' schierato da Simeone in una semifinale di Champions League. Sette 'canterani' del secondo club di Madrid contro la poderosa corazzata del Pep.

Il primo tempo dei Colchoneros è stato imbarazzante. Per il Bayern, s'intende. Scaduto a squadra qualsiasi, mediocre, impotente. Come un brillante oratore che, all'improvviso, non riesce a concludere un discorso, una frase. C'è riuscito solo Alaba in un frangente, quando - stufo di quelle inutili chiacchiere - ha calciato da chissà quanti metri una botta spaventosa, senza effetto, schiantando la traversa. Ogni trama, di fatto, si incagliava subito, e quelli dell'Atlético sembravano tredici o quattordici. Sempre in superiorità numerica. E comunque, tutti disposti a morire sul campo piuttosto che rinunciare a rincorrere avversari e palloni: lo ha dimostrato chiaramente Augusto Fernández quando, colpito alle parti basse e col respiro mozzato, invece di accasciarsi si è lanciato all'assalto, piegato in due.

Uno a zero, dunque. E una partita che scorre per 90 minuti esattamente come aveva pensato e progettato Simeone. Comprese le pause, incluse le fasi di difficoltà. Difficilmente, d'altra parte, accade il contrario. Per chi gioca contro l'Atlético, trovare contromisure, scovare lati deboli, tirare in porta è un problema. Possesso palla, sì: Simeone lo concede volentieri, ma lo rallenta e fa in modo che in possesso di palla siano proprio gli avversari meno dotati tecnicamente, quelli meno imprevedibili e fantasiosi. Soprattutto, quelli che non sono specializzati nel condurre le danze. Quando, superato ogni scoglio, la sfera è tra i piedi dei talentuosi (Douglas Costa, per esempio), le maglie a protezione dell'area si infittiscono ancora di più. Ed ecco che Guardiola si trasforma in un Mazzarri qualsiasi: "la circulación del balón es lenta porque el campo no ayuda. El césped estaba seco, ya sabíamos que iba a ser asi" [vedi]. Mah!

Lewandowski, giusto? C'è poco da fare. Non si passa

Il piano del Cholo regge sempre, sino alla fine. Con poche eccezioni, che confermano la regola. E quelle eccezioni hanno stabilito (nel passato recente) un credito con la sorte che prima o poi dovrà essere riscosso. Vedremo all'Allianz se è giunto il tempo di passare alla cassa per un primo acconto.

14 aprile 2016

La legge del Calderón

Fettine di Coppa: quarti di finale (ritorno)

L'hanno fatto ancora, dunque. Per la seconda volta in tre anni, i Colchoneros hanno chiuso le porte della Champions in faccia al Barça già entro la metà del mese di aprile. L'hanno fatto ancora, e dunque non è più una sorpresa. Che sarebbe accaduto, d'altra parte, parevano sicuri i 60.000 del Vicente Calderon, allestito per una serata di festa e ubriaco di birra e di gioia già al calcio d'inizio.

Colchoneros festanti

Cosa frullasse nella testa dei catalani si è capito subito. Hanno affrontato la partita con il piglio intimorito dell'undici che deve trovare il modo di sfangarla. E qual è il modo più congeniale per loro? Ovvio, il possesso palla. Infinite reti di passaggi orizzontali, anche a disegnare archi tra le due fasce, purché la metà campo non venisse superata. Potendo, avrebbero portato la loro esibizione di arido palleggio fuori dallo stadio, allontanandosi dal match lungo la riva del Manzanarre, sparendo nel tunnel delle semifinali per inerzia, perché il pallone era loro e non lo mollavano mai. Di fronte a questo atteggiamento, Simeone ha mostrato tutta la sua ormai raffinata (nonostante le apparenze) ed esperta sapienza. Non ha lanciato i suoi all'immediato arrembaggio; non li ha preparati per pressare sistematicamente i palleggiatori dell'ultima linea; ha scelto i momenti, un occhio al cronometro e uno al serbatoio. Nella prima mezzora, quelli dell'Atlético hanno aggredito due o tre volte, e la terza sortita li ha portati al vantaggio. La difesa barcellonista, di questi tempi, è uno scempio: per uccellarla facilmente, bastava solamente avere pazienza, aspettare, cogliere l'attimo.

Apprezzabile la ferrea marcatura cui è sottoposto Griezmann
in occasione del primo gol

Schiodato il tabellino, iniziava la fase due programmata dal Cholo. Defensa y contragolpe, da taccuino. Pochi rischi veri ha corso Oblak, a dire il vero. Nitide occasioni per i blaugrana, su azione, nessuna. L'unica, oltre il 90°, per una punizione dal limite (doveva essere un rigore, ma Rizzoli ha compensato i padroni di casa, cui l'aveva negato verso la fine del primo tempo). Dalla piastrella prediletta di Neymar ha tirato (per puro egoismo) Messi. Malissimo. Lo stadio era silenzioso, finalmente. Un silenzio di religiosa meditazione. La paura genera fischi; quel silenzio esprimeva una preghiera. Chiedeva giustizia, e l'ha ottenuta.

Morale della favola: in 180 minuti, il Barca ha fatto gol solo quando ha potuto giocare in superiorità numerica. Ha giocato con questo vantaggio per un'ora a Camp Nou. In parità numerica, l'Atléti ha evidenziato una nettissima superiorità tattica e dinamica oltre che mentale. Non ha meritato di passare: ha strameritato.

Il resto dei quarti, nel match di ritorno, ha detto poco. Sì, il City è andato oltre i propri apparenti limiti, superando il PSG. La stampa transalpina ha strapazzato Blanc e le sue scelte di modulo, ma onestamente nelle due partite, appena il ritmo si è alzato (facendosi ritmo da Premier League), i Citizens andavano a velocità doppia.

A Real e Bayern l'urna aveva assegnato avversari di categoria parecchio inferiore, Benfica e Wolfsburgo. I bavaresi se la sono cavata meglio, tutto sommato, ma senza incanti di gioco e rombi di goleade. A Madrid si celebra Cristiano e la sua tripletta, nella quale si è risolta un'attesa (e scontata) remuntada. Certo, non sono stati gol di bellezza particolare. Fortunosi la loro parte il primo e il terzo, mentre il secondo ... Beh, il secondo ha certificato la modestia assoluta, prossima alla dabbenaggine, della difesa tedesca. Cristiano che ha tutto il tempo e lo spazio per un terzo tempo e una zuccata chirurgica, nel pieno dell'area di rigore, libero e incustodito. Su calcio d'angolo. C'è altro da dire?

7 aprile 2016

Il ronzino imbizzarrito e la cacciata del figliol prodigo

Fettine di Coppa: quarti di finale (andata)

Hart si butta dalla parte sbagliata
e para il rigore perché ha abboccato alla finta
Mercoledì sera, Parc des Princes. David Luiz ci impiega meno di un minuto a riscuotere un cartellino. Poi sgraffigna un penalty. Poi mostra a qualche miliardo di telespettatori come non si deve muovere un difensore sul contropiede avversario. PSG - City è tutta nelle nefandezze dispensate a piene mani da campioni e ronzini, e nella categoria dei ronzini il brasiliano svetta da autentico, bizzarro fuoriclasse. Ibra alterna errori banali a colpi geniali, Aguero è in serata astratta, Di Maria gira a vuoto, Hart resta il peggior portiere del mondo anche se para alla grande il suddetto rigore calciato da Ibra. Thiago Motta - uno che il pubblico contesta spesso e volentieri perché vecchio e lento, ancorché di fosforo assai guarnito - estrae dal cilindro una verticalizzazione del tutto simile a quella con cui un secolo fa Rui Costa spedì Sheva in porta a San Siro contro il Real. Ibra raccoglie e smaltisce in curva: troppo facile, forse. Alla fine della roulette russa, il tabellone si spegne registrando un sacrosanto pareggio. Può essere che i Citizens non siano entusiasti dell'arrivo di Guardiola, come non lo erano tre anni fa quelli del Bayern: e dunque, per dispetto o per antipatia, magari alzeranno la coppa, come fecero i bavaresi innamorati di Heynckes. 

Mercoledì sera, Volkswagen Arena. Competizione strana. Qui il Madrid - reduce dalla fastosa presa di Camp Nou - ha rimediato una figuraccia impronosticabile. Ora i media drogheranno la squadra, c'è la possibilità di un'altra storica remuntada: per loro, quella tedesca è terra di frequenti disfatte poi rimediate (di regola, ma con qualche eccezione) al Bernabéu. Dove però gli aficionados si recheranno muniti di moltissimi fazzoletti bianchi. Non si sa mai. Povero Zizou.

"Sono le regole di Camp Nou, Fernando.
Gli spogliatoi sono da quella parte"
Martedì sera, Camp Nou. Pareva segnata, l'ha notato anche Righetto Sacchi. Il disegno della partita messo giù dal Cholo aveva preso vita in campo, e subito l'inatteso figliol prodigo (ed ex ragazzo-prodigio) s'era fiondato tra i metri (troppi) che distanziavano Mascherano da Piquet, esplodendo un destro in corsa che bucava le gambe di Ter Stegen. Il meno strombazzato dei protagonisti era il simbolo quasi scomparso di un'epopea ancora recente dei Colchoneros; dopo il gol un eccesso di adrenalina lo portava a compiere un paio di sciocchezze che il regolamento di Camp Nou non consentiva all'arbitro di ignorare: giallo più giallo uguale Atletico in dieci per un'ora, puro ossigeno per un Barça molle e impreciso, statico e prevedibile, in una delle sue peggiori edizioni degli ultimi tempi. I vecchi filibustieri hanno retto per un po', assemblando una collezione di gialli da record; hanno ancora sprecato un paio di buone situazioni, ma poi hanno preso atto d'essere destinati all'eroica fine di un manipolo accerchiato e sfibrato, arretrando sempre più vicino all'area, poi inevitabilmente  dentro il perimetro dell'area di rigore. E nei sedici metri riceveva palloni sui piedi e da fermo Neymar, funambolico e impreciso, mentre Suarez preparava i suoi agguati; sarà lui a colpire. Messi girava al largo, vuoi per trovare spazi e ispirazione, vuoi per tenere al coperto caviglie e garretti. Ha anche dispensato errori di tocco inusuali: serata di luna storta per lui, forse condizionata da preoccupati pensieri, cosa che ormai non di rado gli capita. Finisce dunque con l'inerziale benché misurata rimonta blaugrana, ma tra otto giorni al Calderon tirerà una brutta aria. La sfida è tutt'altro che chiusa.

Martedì sera, Allianz Arena. La serata dei rimpianti. Quelli juventini. Un solo gol, di un ex-juventino. Nient'altro. E nulla che giri bene al Benfica, come da ormai lontana tradizione. Il Pep porterà i suoi in semifinale - è davvero probabile. Mai come quest'anno, tuttavia, c'erano le condizioni perché la coppa tornasse in Italia. Le grandissime d'Europa vivono una stagione - se non propriamente grigia -abbastanza declinante, un varco si era aperto e alla Juve bastava tenere a bada per un paio di minuti ancora il sordido richiamo della sconfitta. E risvegliarsi temuta e potenziale padrona.

26 ottobre 2015

Il finalizzatore

Cartoline di stagione: 10° turno 2015-16

Mentre la Bundesliga è signoreggiata senza pietà dal Pep, in Inghilterra nessuna nave ha voglia di prendere il largo. Brutto derby a Manchester, ed ennesima orrida prestazione (tecnica e nervosa) del Chelsea (l'unico a dare spettacolo è Mou, bisogna ammetterlo: ma lo fa solo quando perde, e ultimamente capita spesso), a Upton Park. E se fosse l'anno dei Gunners? Prima o poi ... Ancora interlocutoria ed equilibrata la stagione spagnola, che quando non gioca Leo si intristisce. 

E' lui, Kalidou Koulibaly, l'homo novus di Sarri
Possiamo quindi dedicarci alle cose di casa nostra, anche perché sembra che ci sia un campionato vivace, e visto che le pretendenti stanno venendo allo scoperto, così come le false candidature. Abbiamo osservato, tuttavia, solo l'Inter (a Palermo) e il Napoli (a Verona). Le impressioni ricavate dalle partite precedenti non ne sono risultate stravolte. Il Napoli è un XI di corsa e di qualità vigorose, che ha corretto magnificamente le lacune delle ultime due stagioni e rimesso a lucido alcuni uomini (il centrale senegalese anzitutto, che ha lasciato per strada una quindicina di chili di troppo, quelli che evidentemente lo facevano apparire troppo lento e macchinoso per una squadra di vertice); gioca a due tocchi, nessuno (a parte gli attaccanti dotati) porta palla. Il Napoli ci piace, e ci piace più della Roma.

L'Inter, invece, sta tornando sulla terra, dopo l'orbita fuori controllo delle prime cinque partite (e i quindici punti, di cui dieci ampiamente immeritati). Il gioco mostrato finora è pessimo; ha recuperato muscolarità e solidità difensiva, ma non produce nulla (solo qualche estemporanea azione di contropiede) davanti. E infatti l'uomo messo sulla graticola dalla critica è Icardi, centravanti e bomber 'tipico'. Ma non gli arrivano palloni decenti, ed è il solito facile bersaglio di coloro che credono il football sia esercizio lineare. Non gli arrivano palloni perché gioca in un team pieno di 'atipici'; uno è abbastanza per qualunque squadra, figuriamoci tre o quattro. Mancini ha l'aria di uno che se ne infischia, ha i suoi esperimenti da fare e si diverte così. 

"Prendo la palla e parto. Dritto dritto, mi faccio settanta metri di corsa.
Poi tiro. Tiro in porta. Mica la passo, e no!"

Chiudo citando Ginone Bacci, vecchia pennaccia e linguaccia toscana, già operoso sulle pagine di Tuttosport ma di fede criptonerazzurra (nemmeno troppo cripto). Analizza lucidamente e ironicamente il calcio del nord dagli studi delle antenne locali, e Fredy Guarin è uno dei suoi 'soggetti' preferiti. Lo considera un grande finalizzatore. Già. Nel senso che, quando la palla arriva tra i suoi piedi, regolarmente, l'azione finisce ...

Next.

Mans

3 agosto 2015

Frammenti iniziali

Cartoline di stagione: 1° turno 2015-16

Nel week end scorso è dunque cominciata, a livello maggiore, la stagione che ci porterà agli Europei di Franza. Non a caso (forse) l'ha inaugurata la supercoppa esagonale, nel feudo québécois, con la solita facile vittoria dei quatarioti della Rive droite. Che poi sia stata l'ultima apparizione di Zlatan Ibrahimović con maglia parigina è questione, a parer mio, senza fascino. Poche ore dopo il Pep ha confermato che Monaco non è Barcellona, come avrebbe detto (forse) il maresciallo Jacques de La Palice: il suo Bayern gioca bene, benché non quanto il suo Barça, ma non vince in proporzione. C'è sabbia nell'ingranaggio. La solita "Bild" inzuppa il würstel ponendo l'interrogativo retorico se Guardiola abbia intenzione o meno di restare a girare blockbusters al FC Hollywood anche l’anno prossimo: questione, a parer mio, di qualche fascino, ma di cui parleremo a tempo debito. Per ora tanto di cappello a Dieter Hecking, cinquantino che sa il fatto suo: con molti ronzini e un paio di bisvalide (forse) il suo Verein für Leibesübungen Wolfsburg si è preso le due coppe teutoniche dell'anno solare.

2 agosto 2015, Wembley Stadium, London
Il volo di Snoopy
L'immagine più bella viene però da Wembley, ed è quella di Petr Čech che al 68° del Community Shield vola a togliere le ragnatele all'angolo destro della propria porta sulla punizione di Oscar. Pare che il portierone con il caschetto alla Snoopy - al 1° trofeo con l'Arsenal, al primo match, dopo 15 tituli con i Blues - abbia fatto imbufalire Mourinho trattando direttamente con Roman Arkad'evič Abramovičh (e contro il parere del manager) la sua cessione all'Arsenal dell'odiato (da José) Arsenico: questione, a parer mio, di indubbio fascino. Wenger conferma che negli ultimi due anni è più vincente nell'ex Empire Stadium che nell'Emirates Stadium, ma intanto si è tolto la scimmia dalla spalle.

José ha provato a irriderlo contraddicendosi: il 7 giugno scorso sul "Sunday Times" aveva dato degli "stupidi" ai choaces che non giocano il "contropiede" [vedi]; domenica sera ha sostenuto che "l'Arsenal ha difeso con dieci uomini. Complimenti per la loro organizzazione e per le occasioni che hanno creato in un paio di contropiedi. Ma noi siamo stati pericolosi grazie a un calcio organizzato, mentre loro si sono trovati in vantaggio senza un reale motivo" [vedi]. La scena se l'è poi presa lanciando la medaglietta del perdente in tribuna. Ad Arsène lo scud(ett)o. A lui il dominio mediatico già alla prima di stagione. Insuperabile.

Azor
93° FA Community Shield 
Arsenal-Chelsea 1:0 | "Daily Mail"
2 agosto 2015, Wembley Stadium, London

15 maggio 2015

Il Gestore e i santoni scornacchiati

Fettine di coppa: ritorno delle semifinali (CL e EL)

Uno parla parla, e chissà se lo ascoltano davvero.
L'altro perde pixel e ha il sopracciglio abbassato
"Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Niccolai in mondovisione”, disse un giorno Manlio Scopigno quando seppe che il suo leggendario stopper sarebbe volato in Messico con la nazionale italiana per giocarvi la Coppa del mondo. Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Allegri arrivare a una finale di Champions League, pensavo l'altra sera, al triplice fischio di Real-Juventus. Già. Mentre Carletto chiude il suo biennio a Madrid tra i fischi e i fazzoletti del Bernabéu, Maximilano vede proiettata la propria carriera in una dimensione superiore (e di parecchio) a quella che si riteneva possibile per lui. "La Juve di Madrid ha incarnato diverse epoche del pallone italico. Resistente e chiusa come nei bunker trapattoniani degli anni Settanta, rapida e cinica come nei ruggenti Ottanta e insieme moderna nei cambi di modulo (difesa prima a 4, poi a 5, con trequartista e senza) secondo i dettami di Allegri, arrivato davvero oltre Conte e di parecchio. Mentre l'assatanato Antonio era tutto pancia e istinto, talvolta scomposto, il suo successore ha insegnato alla squadra a ragionare, a non avere fretta e a cambiarsi d'abito come Arturo Brachetti, mica per niente un torinese. E la Juve trasformista è davvero una grande maestra di arte varia" (Maurizio Crosetti, La Repubblica: vedi). Sarà. Qui a Milano lo abbiamo visto per anni al lavoro, e continuiamo ad essere scettici. Ora, saggiamente scelto dalla dirigenza juventina dopo l'addio di Conte, ha gestito, amministrato pragmaticamente un undici che non aveva certo bisogno di imparare a stare diversamente in campo; un gruppo bisognoso di relax agonistico, di 'conservazione' e non di 'rivoluzione'. Gente che domina la Serie A giocando la maggior parte delle partite in totale souplesse. Del resto, Allegri ha mostrato difficoltà palesi quando ha dovuto costruire (al Milan, nel secondo e nel terzo anno), meno quando ha potuto gestire (sempre al Milan, il primo anno). Sta applicando alla Juve più o meno lo stesso metodo che adoperò Fabio Capello subentrando a Sacchi sulla panca rossonera. Con intelligenza e furbizia mediatica, non c'è alcun dubbio. Tra gli allenatori, vi è chi ama seminare, chi preferisce specializzarsi nel raccogliere risultati, chi riesce a combinare le due fasi: Allegri sembra ben avviato a essere un campione del secondo tipo.

E comunque sia, va tributato un grande applauso alla Juventus e ai suoi campioni. Grandissimi e grandi e ai loro ultimi giri, come Buffon e Pirlo, Tevez ed Evra; quelli che grandissimi e grandi certamente saranno, come Pogba e Morata, destinati o meno a vivere in bianconero la loro crescita calcistica; e quelli di valore medio-alto (Marchisio, Vidal) e medio (Chiellini, Bonucci, Lichtsteiner). Ci hanno regalato la prospettiva di una serata impreventivabile; una finale, a Berlino, e contro il Barça, er mejo fico der bigonzo. Già sento i giornalisti-opinionisti-ultras antijuventini blaterare sull'esito tennistico della sfida. Mah. Se i catalani ci arriveranno dopo aver coltivato sicumera di vittoria e pensando di dover usare il pallottoliere, faranno la stessa fine del dream team di Cruijff, nel '94, ad Atene. Chi ha buona memoria, sa come andò.

La tenuta da gioco ricorda parecchio quella indossata dall'Italia
nella semifinale mondiale del 2006 [rivedi]

Dunque e in definitiva, le semifinali delle due coppe hanno assai ridimensionato il ruolo taumaturgico di certi allenatori, vincenti per definizione, visionari per vocazione, specialisti di coppa per tradizione. Si è visto il Pep - privo della classe di Robben e Ribery nonché della devastante potenza di Alaba - capace di fare solo un po' di solletico ai suoi ex allievi - sì, ha vinto all'Allianz, ma partendo da un complessivo uno a cinque, quando i catalani hanno iniziato a pensare ad altro attendendo il novantesimo. E Carletto - cui Perez ha sottratto Alonso e Di Maria per far cassa, spendendo i ricavi per James Rodriguez -, senza centrocampisti di ruolo, senza mediani e uno straccio di interditore, e soprattutto senza il signor Modric (un fuoriclasse) a dettare il ritmo, non ha estratto dal cilindro alcun coniglio a sorpresa. Nudo alla meta, Gareth Bale ha mostrato limiti tecnici inaccettabili per uno valutato cento milioni di euro nel folle mercato di questi tempi. E Benitez? Benitez è specializzato nel toppare i primi tempi, rattoppandoli nei secondi (esempio fulgido: la finale di Istanbul); ma nel pantano di Kiev i ronzinoni del Dnipro hanno praticato un calcio di totale ostruzione cui lui (Benitez) non ha trovato rimedi. Si è salvato, dunque, il solo Emery. Ma è stato molto aiutato dalla Viola, che in due partite ha buttato nella spazzatura una quantità impressionante di palloni da gol.

Così, alla fine, avremo le due finali meno pronosticate. Del resto, stiamo parlando di football, e  proprio questo è il suo bello.

Mans

7 maggio 2015

Magnificat

Fettine di coppa: semifinale di CL 2014-15

Partita magnifica. Poche altre volte credo di aver visto giocare due squadre ai ritmi e all'intensità mostrati dal Barcellona e dal Bayern ieri sera. Senza pause, ribattendo colpo su colpo, alla costante ricerca del pallone. Uno spettacolo straordinario. L'attenzione mediatica e dei nesci si concentra sui diamanti gettati loro in pasto dal fuoriclasse di questa epoca. Ma è stata l'intera partita uno spettacolo continuo.

Magnificat anima mea Dominum ...
Un dato statistico ne rivela la natura: 59 dribbling (47 Barça, 12 Bayern) - contro i 27 di Juve-Real (una partita gradevole ma come tante altre) - di cui 14 del solo Messi. Dribbling game non vs passing game, ma dribbling innestati sui passaggi: 556 il Bayern, 448 il Barça. Dati inferiori rispetto alla media stagionale in CL, rispettivamente di 676 e 669 (e ai 457 delle altre squadre comuni mortali), che mostrano l'intensità del pressing reciproco. Certe fasi di gioco sono state vertiginose, al limite delle possibilità tecniche di controllo della palla e dell'applicazione tattica nella intercettazione delle linee di passaggio. Pochissimi i falli che etichettiamo come "tattici", a testimonianza che le squadre erano sempre molto strette nelle linee.

La meraviglia tattica è stata quella mostrata inizialmente da Guardiola: giocare col vecchio "sistema", con tre difensori a uomo sui Tre Tenori. Una raffinatezza vintage, di cui si comprende l'intento, vale a dire provare a giocare sugli anticipi, ma anche il rischio enorme, come ha mostrato la prima occasione di Suarez estintasi sulla gamba in uscita di Neuer. Il prudenziale ritorno a 4 della linea di difesa dopo 15 minuti ha "normalizzato" il gioco, riportandolo all'assetto tattico a zona prevalente in questo secolo: 4-3-3 il Barça, 4-3-1-2, con Thiago Alcántara e Schweinsteiger (per la scarsa ispirazione del primo in questa serata) ad alternarsi dietro le due punte, per il Bayern.

Al Bayern sono certamente mancati Ribery, Robben e Alaba, come ha mostrato la difficoltà di sviluppare azioni veloci e fraseggio nella trequarti avversaria: solo 8 alla fine le occasioni da gol (e nessuna nello specchio di porta), contro una media stagionale di oltre 17. Il Barça ha invece potuto far valere la differenza del suo fuoriclasse epocale, mandando all'aria ogni tavolo tattico in tre minuti: un uno-due che rimarrà nella storia. Senza esagerazioni. Lampi accecanti di rivelazione divina. Ma innestati - ed è questo che rende memorabile il match - su una partita giocata costantemente all'attacco da entrambe le squadre. Con linee altissime, che in certi momenti hanno rievocato alla memoria i movimenti dell'Olanda 1970s o del Belgio di Guy Thys anni 1980s.

Guardiola ha cercato di giocarsela, nonostante le assenze e cercando di fronteggiare uno stato di forma non smagliante. Già lo scorso anno era uscito sconfitto in semifinale al Bernabeu (0:4). Lo 0:3 del Camp Nou è sicuramente eccessivo, ma è evidente che la maestria tattica, le conoscenze e l'esperienza del Pep non riescono a fare aggio sulla rosa e sull'ambiente bavarese a queste latitudini continentali. Luis Enrique esce invece trionfatore da questo ennesimo passaggio di stagione. La sua capacità di dare equilibrio a una squadra con tre bocche da fuoco che non hanno paragoni nella storia è confermata dalla solidità difensiva: è una squadra che subisce pochissimi gol, prima ancora che una squadra senza paragoni in fase offensiva.

La perla nascosta della partita: l'assist al volo di Iniesta che ha liberato Dani Alves davanti a Neuer alla fine del primo tempo. Da rivedere altrettante volte della serpentina di Messi tra Boateng e Neuer. Che serata indimenticabile! Sempre sia lodata Eupalla!

Azor

23 aprile 2015

Ristoranti e trattorie della pedata europea

Fettine di coppa: quarti di CL 2014-15 (ritorno)

E così, per la terza volta nelle ultime quattro edizioni, Real, Barça e Bayern attraccano insieme alle semifinali di CL. Nel 2012 e nel 2013, poi, in finale approdò la quarta squadra: Chelsea (vincente) nel 2012, Dortmund (perdente) nel 2013. Dunque, se la storia si ripete, quest'anno toccherebbe alla Juve – a patto che incontri una delle due spagnole, come accadde a Blues e a Schwarzgelben in quegli anni. Ci può stare? 

E chi lo sa. Juve e Bayern hanno già ri-vinto i loro campionati; una tra Barça e Real sarà campione di Spagna. La storia recente dice che tra Nostra Signora e uno qualsiasi dei tre pescioni finiti insieme a lei nell'urna dell'ultima pesca dovrebbe esserci un gap al momento incolmabile. Tecnico e tattico, certamente. Sul piano delle individualità le iberiche sono inarrivabili; su quello dell'organizzazione il Bayern è senz'altro da preferire. In più, l'ansia è un avversario che Allegri non sembra ancora riuscito a sconfiggere (durante la prima mezz'ora di ieri sera nel cortiletto del Principato era il dodicesimo uomo del Monaco), e dunque per prevedere come sarà la prossima serata dei bianconeri di coppa occorre un'immaginazione da indovino. Al ristorante da cento euro dovranno accontentarsi delle briciole o fregheranno l'aragosta a uno dei commensali?

Intanto, vediamo cosa succede domani a Nyon. Ma anche stasera. Se anche Fiorentina e Napoli confermano le loro prenotazioni, avremo tre posti su otto ai tavoloni delle semifinali, nei ristoranti di lusso e nelle trattorie della pedata d'Europa. Lusso sfrenato di sicuro: estemporanea ripresina o inversione del trend? L'impressione è che i conti non siano poi così in ordine. Certamente, mettiamo a frutto la stagionaccia delle inglesi; la coppa 'minore' rappresenta comunque e tuttora una dimensione abbordabile per le nostre, una coppa che – ogni tanto – si potrebbe pensare di vincere. Dal canto suo, la Juventus ha sicuramente i mezzi per guadagnarsi un posizionamento stabile nell'élite continentale. Forse difetta nella mentalità e ha ancora un allenatore inadeguato, di carisma imperscrutabile e bravura non indiscutibile. Ha campioni stagionati e altri con la testa già parzialmente altrove, ma possiede certamente la forza economica per rimpiazzarli e forse (addirittura) migliorare la qualità complessiva della rosa. Ha goduto, quest'anno, di parecchia fortuna. Ora, dovrà meritarsela e – quanto meno – non subire umiliazioni nelle prossime partite; quando, in sostanza, non guarderemo solo il tabellino. 


In definitiva, il ritorno dei quarti ha portato sui nostri schermi due gradevoli partite di esibizione (scontata quella di Camp Nou, divenuta rapidamente tale quella del Bayern – impressionante), una di orrida impotenza calcistica (quella monegasca), una feroce battaglia risolta solo verso la fine a Madrid. Questa era l'unica che valesse il prezzo di un biglietto, nonostante abbia offerto pochi gesti raffinati (quasi tutti sortiti dal repertorio di James Rodríguez). Complessivamente, si può dire che il Real meritasse la qualificazione; ma l'assist decisivo gliel'ha servito il referee teutonico, con un rosso non scandaloso ma certo generoso che regalava la superiorità numerica alle Merengues proprio nel momento topico della sfida. Si è creato uno spazio, un pertugio nell'area (attaccata a palla bassa) e il muro di Simeone ha finalmente ceduto. Come nella finale dell'anno scorso, sembrava potesse stare su, ma gli astri hanno un debole per Carletto da quella sera di Istanbul ...

Mans

2 gennaio 2015

Giri di boa

Cartoline di stagione: turni inglesi natalizi 2014-15

Partenza col botto a capo del nuovo anno pedatorio. Bellissimo derby al White Hart Lane tra Tottenham e Chelsea, ad inaugurare il girone di ritorno della Premier: 8 reti, risultato in bilico fino a 10 minuti dal termine, gran prestazione collettiva degli Spurs - palla bassa, corsa, pressing e varietà di soluzioni negli ultimi 20 metri - e Blues mai così in difficoltà in questa stagione - con i due centrali poco protetti e dunque a imbarcare acqua e il solo Hazard a dare vivacità in avanti. La squadra di Mourinho attraversa una fase di palese flessione (e puntualmente José ha scatenato la sua guerrilla mediatica contro tutti): dopo il 22 novembre, quando aveva accumulato 8 punti di vantaggio sul City e sembrava avviata a dominare la stagione grazie anche alle difficoltà palesate delle avversarie, ha perso due volte (contro il Newcastle e il Tottenham, entrambe fuori casa), pareggiato altrettante e vinto solo quattro match.

1° gennaio 2015, White Hart Lane, London
Doppietta e già 17 gol in stagione per Harry "Citizen" Kane
Al contrario, la squadra guidata da Pellegrini ha perso l'ultima volta il 25 ottobre (contro il West Ham), e da allora ha vinto nove partite e ne ha pareggiate solo due (una in casa contro il Burnley domenica scorsa), azzerando il distacco dal Chelsea. Campionato riaperto, per la gioia degli appassionati. Ora mancano 18 turni: il Chlesea ne giocherà 11 in casa, dove finora ha sempre vinto, affrontandovi quasi tutte le migliori, a parte l'Arsenal e il West Ham; la rosa è al completo, senza infortunati e squalificati. Il City ne giocherà invece ancora 10 in trasferta, tra le quali lo scontro diretto con il Chelsea, il derby con lo United, e i match contro il Tottenham e il Liverpool: fuori casa ha già perso con il West Ham e pareggiato con l'Arsenal e il QPR; alla lunga potrebbero pesare le assenze per infortunio di Aguero, Kompany e Dzeko, e oltretutto la squadra viene da una lunga fase positiva che non potrà durare in eterno. A palla quadrata i favori sembrerebbero inclinare verso i londinesi di Abramovich, ma per fortuna la palla è rotonda e tutto potrà succedere, complici anche i super ottavi di Champions che le due contendenti giocheranno a distanza di una settimana l'una dall'altra, prima il Chelsea contro il PSG, poi il City con i Barça. Ci attende un inverno coi fiocchi, non solo di neve.

Prima di Natale avevano concluso il girone d'andata anche la Bundesliga e la Ligue 1. I tedeschi sono andati in letargo (riprenderanno il 31 gennaio, con ampia giustificazione: oltre il limes il clima è davvero inclemente) con il Bayern campione non solo d'inverno: l'unico brivido lo darà il Dortmund. In Francia (dove si riprende domani con la Coppa) il Marseille ha virato in testa con due punti di vantaggio sul Lyon e tre sul PSG, dando spettacolo grazie alla rivoluzione bielsista. La capolista ha perso con entrambe le rivali (e anche col Monaco e il Montpellier), ma dovrà ora incontrarle in casa, recandosi comunque in trasferta 10 volte. Il PSG dovrà giocare a Lyon e a Marseille, invece, e battersi tra febbraio e marzo contro il Chelsea. A sua volta, anche il Lyon avrà da affrontare 10 trasferte. Tutto sembra apertissimo e ancora avvincente.

Domani riprende anche la Liga, dove mancano ancora tre giornate per completare il girone d'andata. Il Real - che deve recuperare a febbraio anche la partita, al Bernabeu, col Siviglia - ha potenzialmente 4 lunghezze di vantaggio sul Barça e 7 sull'Atletico; viene però da una serie record di partite e dovrà necessariamente lasciare qualche punto per strada. Il sorteggio di CL è stato comunque favorevole, assegnando ai Blancos lo Schalke, mentre il Barça se la vedrà con il City e i Colchoneros con il Leverkusen. La capolista dovrà però recarsi al Camp Nou e al Calderon ma, al momento, nulla - nemmeno il petardo della sconfitta persica contro il Milan - lascia pensare che a Carletto Nostro potrà sfuggire il titolo. Buona ultima, riprenderà anche la Serie A, dove mancano ancora tre turni per assegnare la corona d'inverno. La Juventus ospiterà la sera della Befana l'Inter, ma gli esiti incerti - anche per l'ordine pubblico - saranno soprattutto domenica 11 gennaio, con il derby della capitale e la capolista a Napoli. Peraltro, fino a fine gennaio l'attenzione di tutto il calcio sarà concentrata sui fumi oppiacei del mercato: alla fine arriveranno i soliti ronzini sopravvaluti, sia di primo che, soprattutto, di secondo pelo.

Azor

29 novembre 2014

Disfatte teutoniche

Fettine di coppa: quinto turno 2014/2015

25 novembre 2014, City of Manchester Stadium
Il n° 16 è quello del Kun. Il minuto è il numero 91
Turno europeo senza particolari clamori se non il risultato sfuggito di mano per deconcentrazione al Bayern in quel di Manchester. Il Pep in sala stampa non ha usato eufemismi, denunciando la qualità fecale del gioco sciorinato dai suoi negli ultimi dieci minuti. Certo, l'Aspide - al secolo, Sergio Leonel Agüero del Castillo - ci ha messo del suo per rendere sanguinosa la sconfitta dei bavaresi; ma si è trattato di un mero calo di concentrazione, perché anche in dieci per settanta minuti i Roten hanno dominato, dando l'impressione di poterlo fare anche in nove, tante sono ormai l'applicazione tattica e le conoscenze acquisite dalla squadra (che oltretutto vanta, non andrebbe dimenticato, numerose assenze).

Se si scorrono i tabellini, però, emerge un dato inusuale. Le sei squadre tedesche ancora in lizza nei due tornei hanno perso tutte, a parte il Mönchengladbach, che ha strappato un pari in rimonta al Madrigal (2:2). Per il resto, tre sconfitte in casa e due fuori. Lo Schalke di Di Matteo è stato rullato senza pietà dal Chelsea (0:5) nella propria Arena (AufSchalke). Il Wolfsburg è stato infilzato dall'Everton (0:2) nell'altrettanto propria Volkswagen-Arena. Il Bayer Leverkusen ha fatto una sgambata con il Monaco nella BayArena (curioso che siano i teudisci a farsi custodi dell'etimologia classica ...), perché già qualificato (0:1). Del Bayern abbiamo detto (2:3). All'Emitares ha perso in modo rotondo ed inequivocabile anche il Borussia di Kloppo (0:2). Certo, si potrebbe argomentare che alcune squadre erano già sicure o quasi della qualificazione. Ma non tutte: lo Schalke è mezzo fuori dagli ottavi di CL, il Wolfsburg rischia moltissimo e nemmeno il Mönchengladbach è ancora sicuro del passaggio ai sedicesimi di EL.

Non siamo degli statistici, ma una disfatta teutonica come quella di questo turno ha pochi riscontri nel passato. E se anche avessero preso sotto gamba l'impegno, la brutta figura rimane e mostra come la "serietà", la "professionalità", l'"impegno" siano relativi ad ogni latitudine, anche a quelle di paesi che vengono ritenuti più seri di altri - spesso, come in questo caso, più per luogo comune che per fondatezza. Le inglesi avevano sbandato nel turno precedente: in questo hanno ammaccato (Arsenal, Chelsea, City ed Everton) l'orgoglio teutonico. Le competizioni europee sono affascinanti anche per tali incostanze: nessun risultato è scontato in partenza. Tutti gli XI (o quasi) si battono per vincere. Pochissimi regalano qualcosa. Anche se spesso modeste, le partite europee mostrano comunque quasi sempre grande impegno agonistico. E' il caso anche dei moscoviti del CSKA, ovviamente, o degli spartani praghesi, per dire delle avversarie più ostiche delle italiane in questo turno.

27 novembre 2014, Stadio Olimpico, Torino
Mathew David Ryan domina lo spazio aereo nell'area fiamminga
Il Toro è stato fermato da una saracinesca a nome Mathew David Ryan, che è venuto dalla sperduta Plumpton, nella terra dei canguri, per mostrare anche all'Olimpico, sub Alpibus Pedemontis, che il Club Brugge Koninklijke Voetbalvereniging non si libra per caso nelle alte sfere della Jupiler League 2014-2015. Roma e Torino dovranno attendere l'ultima giornata per guadagnarsi o meno il passaggio ai turni invernali. Il Napoli vi è già approdato, i Granata quasi. La Roma rischia invece assaissimo: ai Citizen basterebbe anche fare un solo golletto (magari di Aguero) e non prenderne due per festeggiare. La Juventus invece è finalmente riuscita a vincere una partita europea fuori casa dopo lungo digiuno: ma lo ha fatto, e non senza estenuazioni, contro la compagine più debole del girone (che ha messo insieme solo 3 punti finora): adesso stampa e tifosi beoti di Madama vagheggiano addirittura il primato nel girone; fossi in loro mi accontenterei di passare il turno e di accendere un cero di buona libbra per evitare di beccarsi il Bayern, il Chelsea o il Real nel sorteggio prenatalizio.

I due club nostrani che sembrano aver preso sul serio l'Europa sono invece la Fiorentina e l'Inter. Per carità, gli avversari di girone sono poca cosa anche per il calcio italiano. Ma è evidente che Montella e Mancini (e in precedenza Mazzarri) hanno ricevuto imput precisi dalle rispettive dirigenze. Per i Viola - va dato merito - l'impegno nelle coppe è una tradizione antica, sin dalla sfortunata finale di Coppa dei Campioni del 1957 al Bernabeu o dal trionfo in Coppa delle Coppe nel 1961: raramente si è vista la squadra non battersi in campo europeo. Oltretutto, quest'anno sembra giocare meglio in EL che in campionato. L'Inter ha impattato due volte solo con il Saint-Etienne, ma per il resto ha spezzato le reni a islandesi, azeri e ucraini. Giovedì sera a San Siro si è vista la solita squadra bislacca nel primo tempo, ma finalmente anche una reazione morale nel secondo, con qualche bello sprazzo di gioco, anche da parte di un pedatore anarchico come Fredy Alejandro Guarín Vásquez. Mancini ha ancora tanto da lavorare, ma l'EL potrebbe essere il set adatto per fare crescere la squadra. Vedremo.

Azor

3 novembre 2014

Addio, Granada romantica

Cartoline di stagione: 11° turno 2014-15

Concentrazione è anche fingere di fingere di non guardare da nessuna parte
La proiezioni statistiche nel football, come si sa, hanno pochissimo senso, ma almeno sono un divertente passatempo. Per esempio. Nella cosiddetta liga scozzese di Spagna (dove però giostrano alcune delle squadre migliori d'Europa), dopo dieci partite tonde tonde il Real ha all'attivo già 37 reti. Di questo passo, concluderebbe il torneo a 140. Più volte nella loro trionfale storia i Blancos hanno sfondato la soglia dei 100 gol; mai, tuttavia, a questa media, nemmeno ai tempi di Don Alfredo e del mancino Cañoncito magiaro. E Cristiano, che per sua sfortuna ne ha giocate finora solo 9, è già a quota 17, tenesse il ritmo ne potrebbe fare 64 o anche 65. Non credo ci riuscirà. Certo, gioca in un XI di assatanati, drogati dalla tranquilla e sapiente gestione di Carletto. Sabato pomeriggio, le telecamere non avevano ancora cessato di inquadrare lo spettacolo del "Los Cármenes", tutto speranzosamente biancorosso per l'occasione, che il barbuto Carvajal (canterano Real ma fisiognomica colchonera), lanciato sulla fascia e giunto vicino alla linea di fondo, veniva anticipato ma non mollava, sradicando subito il pallone (forse fallosamente, ma in maniera non vistosa) dai piedi dell'avversario e servendo Benzema, il quale sfornava un bell'assist per Cristiano che, in controtempo (foto), metteva a sedere l'anziano goleiro Roberto Fernández Alvarellos. E dunque Addio, Granada romantica, paese di luce, di sangue e d'amor!: a Carletto sarà certamente venuto di canticchiare questo hit della sua infanzia, reso popolare dal vocione di Claudio Villa. Sul prato, una sessione di allenamento che nemmeno vale la pena di dirigere.

Qualche ora dopo il Barça riesce nell'impresa di farsi mettere sotto dal Celta di Vigo per la prima volta nella storia a Camp Nou, e dunque c'è il sorpasso. La rinuncia alla difesa e ai difensori di ruolo alla lunga produce costi pesanti; specie quando gli attaccanti sono in giornata storta, e collezionano pali e traverse. E' stato un ex reprobo, scartato dalla Serie A, a far saltare la santabarbara catalana: è il sosia di Batistuta e giocava nel Cagliari (certo, la somiglianza fosse stata più vaga ma 'tecnica' ...), dove segnò pochissimi gol e concentrati in pochissime partite. Si chiama Larrivey, Joaquín Oscar Larrivey.

El Kun molto spreca e dunque impreca
Grandi partite in Premier e in Bundesliga. Nel Manchester derby ospitato dal freddo stadio dei Citizens i rossi hanno concesso praterie immense ai padroni di casa, De Gea compie miracoli su miracoli, Aguero spreca occasioni su occasioni; così gli sky-blues passano solo dopo l'espulsione (ingenua è dir poco) di Chris Smalling, al termine di un'azione che - come molte altre durante questa partita - ha mostrato la folle vulnerabilità sulle fasce dell'XI di Van Gaal. E' Di Maria (!!!) a bucare l'intervento cruciale sul vertice dell'area e a farsi tagliar fuori da Clichy: lo scalo delle posizioni in situazioni di inferiorità talvolta è fatale, e Di Maria sulla linea dei cinque ha mostrato nella circostanza una percezione davvero approssimativa dello spazio e del tempo. Partita comunque di intensità memorabile, giocata a ritmi elevatissimi (anche per gli standard inglesi) - fantastica una progressione verticale old style di Rooney dalla quale nasce la limpida opportunità per il pari sventata da Hart. Per lo United e per il suo santone olandese la salita adesso è ripidissima; la classifica annuncia incertezze e agonismo solo per le posizioni di immediato rincalzo al Chelsea (già virtualmente campione), con City e Arsenal ovviamente favorite per l'accesso diretto alla CL. Il Liverpool, dopo la dissoluzione, procede rapidamente verso l'estinzione. Liberando alla contesa un appetitoso quarto posto.

Nel tempio del Bayern ha fatto capolino la squadra più insondabile e imprevedibile del momento. Già. Incomprensibile il motivo per cui gli Schwarzgelben, travolgenti sui campi della Champions, in Bundesliga siano oggi ultimi (ultimi!!!) in classifica, insieme al povero e glorioso Werder Brema. Sette punti (meno che una miseria) e  sette sconfitte in dieci partite. Eppure erano riusciti a passare per primi, gelando l'Allianz Arena. Un'illusione ottica, o quasi. Gli uomini del Pep li hanno rullati per 90 minuti, raccogliendo i frutti solo sullo scorcio della gara. Non è mancato il gol dell'ex (il centravanti della Polonia), ma poteva essere una goleada epocale. Pazienza. Domani a Dortmund si rifaranno col Galatasaray ...

Napoli, Stadio San Paolo.
Le squadre entrano in campo, tra gli applausi di una sparuta folla
Anche dalle nostre parti si gioca a pallone, in scenari sempre più surreali e inquietanti. Il campo di patate di Marassi sarebbe interdetto alla pratica del football anche nei paesi più aridi del mondo; colpiscono tuttavia, e non è una novità, gli spalti disertati dal pubblico, specie nei big-match. Un tempo, il derby del Sud era da tutto esaurito; sabato il San Paolo era semi-deserto, forse anche per le ben risapute ragioni di ordine pubblico. Hanno avuto torto gli assenti, perché il Ciuccio ha sbranato la Lupa, dando spettacolo nella prima mezz'ora. O' Napule ha in rosa alcuni tra i pedatori più forti del campionato (Hamsik e Higuain, poi, sono un lusso sfrenato, quando in condizione); giocasse mediamente un po' meno bene di così, potrebbe competere per il titolo, e non è da escludere che possa, nonostante il ritardo già accumulato. Vedremo. Certo alla competizione sono iscritte per sola tradizione calcistica le milanesi, alle quali rimane ancora il blasone (ma destinato pur esso a sbiadire in tempi rapidi, di questo passo). Si disputeranno al massimo (forse e alla lunga) un posto per l'Europa League; chi ha visto Milan-Palermo, ieri sera, difficilmente la dimenticherà: giocare più sgangheratamente (e con meno intelligenza) di come hanno fatto i rossoneri è oggettivamente impossibile o quasi. Fischi a San Siro; di rassegnazione e stanchezza, più che di delusione.

Post scriptum: se a qualcuno interessa scommettere con tre o quattro anni di anticipo su quali saranno le partite nel mirino delle procure nelle future inchieste su "calcio e scommesse", si consiglia di studiare con attenzione gli highlights della Serie B.

Mans

24 ottobre 2014

Uno spettro si aggira per l'Europa ...

Fettine di coppa: terzo turno 2014/2015 

 7 gol il Bayern alla Roma, 7 gol lo Shakhtar al BATE, 6 gol il Chelsea al Maribor, 5 gol l'Atlético al Malmö, 4 gol (a 3) lo Schalke 04 allo Sporting, 4 gol il Borussia Dortmund al Galatasaray, 3 gol il Barcellona all'Ajax, 3 gol il Real al Liverpool in Champions League. 5 gol il Borussia M'gladbach all'Apollon, 5 gol il Tottenham all'Asteras Tripolis, 4 gol il Villarreal allo Zurigo, 4 gol il Wolfsburg al Krasnodar, 4 gol il Besiktas al Partizan, 4 gol il Salisburgo alla Dinamo Zagabia, 3 gol il Rijeka al Feyenoord, 3 gol lo Sparta Praga allo Slovan, 3 gol l'Aalborg alla Dynamo Kiev, in Europa League.

Quello appena passato è stato un turno ricchissimo di gol in Europa. Probabilmente casuale, ma altrettanto probabilmente significativo di una palpabile linea di tendenza del football internazionale di questi anni a privilegiare il gioco d'attacco e l'opzione del gol in più rispetto a quello dell'avversario. Jonathan Wilson l'ha ascritta da tempo (la tendenza: "A spectre is haunting Europe – the spectre of goals. They're everywhere – in every competition, in every country, in every stadium ...") all'influenza teoretica di Marcelo Bielsa [vedi]: transizioni veloci, recupero della palla nella metà campo avversaria, passaggi corti, intensità di fase, ritmo incalzante, etc. Un Mondiale memorabile come quello del 2014 ha confermato a livello planetario lo stile di gioco prevalente di questa decade.

21 ottobre 2014, Stadio Olimpico, Roma
Il divario incolmabile
Si tratta di uno stile, di una cultura, che hanno certamente i loro risvolti preoccupanti: la convergenza con la modalità play-station (l'omologazione del consumo televisivo), la graduazione di difficoltà (il ranking), i "top players" (gli avatar di sé stessi), l'illusione della moviola in campo (le lavagne digitali), etc. A fronteggiarli sono rimasti solo il romanticismo di un calcio "altro" (letterario, nostalgico, storico, vintage), le "irruzioni" della politica (la partita del drone, i 40 minuti di sospensione di Sparta Praga vs Slovan Bratislava per scontri sugli spalti, etc.), il perdurante razzismo delle tribù del calcio e il gorgo mediatico degli ultrà.

Nondimeno, il fascino di un calcio totale come quello che pensatori come Bielsa, Guardiola, Klopp, Zeman e qualche altro santone sono in grado di immaginare e di tradurre pedagogicamente sul campo consola ogni mendicante di buon calcio che, come faceva Eduardo Galeano, vanno in giro per il mondo col cappello in mano: "e quando il buon calcio si manifesta, rendo grazie per il miracolo e non mi importa un fico secco di quale sia il club o il paese che me lo offre" [Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, p. 1].

Per questo il primo tempo del Bayern contro la Roma, all'Olimpico il 21 ottobre 2014, non può non costituire agli occhi di coloro che amano il Beautiful Game un capolavoro assoluto (al punto che qualcuno ha scritto di un "momento Guardiola" [vedi]). I giallorossi hanno avuto la sfortuna che è tipica dei malcapitati. Pochi altri XI avrebbero potuto contrastare l'armonia, la potenza e la perfezione attuale dei Roten di Guardiola. Papa Francesco, che di fútbol se ne intende, lo ha detto semplicemente a Karl Heinz Rummenigge e ai suoi giocatori: "Avete giocato una partita meravigliosa". Parole sante.

Ciò non significa che la Roma non abbia palesato i suoi limiti, che sono poi quelli cui si è ridotto il calcio italiano. Ma di essi parliamo da quando esiste Eupallog: oggi ci basti richiamare l'esistenza di una realtà internazionale che ormai fa a meno di noi. Dolorosamente e per colpa nostra.

Azor

14 luglio 2014

Löw story

I Mondiali sono finiti e noi siamo già orfani della sfera di cuoio. L'astinenza è una brutta bestia e nelle prossime settimane si farà sentire eccome. L'epilogo è stato all'altezza del resto. La Germania ha vinto. Qualche giorno di vacanza e poi di nuovo a sudare sotto il sole di amene località montane perché il circo riaprirà i battenti fra un mese e mezzo.

13 luglio 2014, Estadio do Maracana, Rio De Janeiro
Jogi a testa alta verso il destino
Con gli occhi ancora illuminati da uno spettacolo bellissimo proviamo a tracciare un (provvisorio) bilancio della manifestazione. Iniziamo dai numeri, freddi come sempre, ma piuttosto indicativi: in questa edizione si sono segnati 2,7 gol a partita, nel 2010 erano stati 2,3. Vi sono state in media 0,2 espulsioni e 2,8 ammonizioni a partita, nel 2010 erano state rispettivamente 0,3 e 3,8. In campo si sono visti in media quasi 400 (396 per la precisione) passaggi a partita per squadra, nel 2010 erano stati 353 (altro che fine del tiki taka). La Germania, squadra vincitrice del torneo, è risultata l'undici col miglior attacco (18 gol) e la miglior media di passaggi, 4157, di cui solo 377 lunghi (chiedere a Guardiola e al blocco Bayern per ulteriori delucidazioni). La miglior difesa è risultata quella degli USA il che pare sorprendente, ma non lo è poi troppo se si considera che ad allenarli c'era il maestro del vincitore, quello Jurgen Klinsmann che ha chiamato a sé il giovane Joachim Löw nel 2004 come suo vice e gli ha consegnato le chiavi della Fussballnationalmannschaft nel 2006 dopo averlo avviato a una carriera che da ieri è già storia. E proprio nella vicenda di Löw sta, credo, il segreto della Germania campione del mondo 2014. I nipotini di Wagner giocano in un campionato che è un prodotto assai trendy. La Bundesliga è un torneo che tutti i Paesi vogliono e per assicurarselo sono disposti a sborsare fior di quattrini perché è bello e spettacolare. Come sono giunti a questo risultato? Con pazienza e programmazione. Sono partiti da lontano, hanno deciso con chiarezza quello che volevano fare da grandi e l'hanno fatto. Non si vince il mondiale solo con pazienza e programmazione, ci vogliono giocatori forti (quelli se li sono costruiti in casa) e tanta fortuna. Se non hai fortuna non vinci nulla, ma se hai programmato bene, se hai avuto la pazienza di crescere i tuoi migliori talenti senza svenderli al primo procuratore-squalo che ti si presenta con in mano qualche migliaio di euro, se costruisci stadi magnifici e accoglienti e releghi le televisioni al ruolo che hanno ovvero pubblicizzare il prodotto e non fagocitarlo, se sei tutto questo e sei sfortunato non vinci comunque il mondiale, ma non esci nemmeno al primo turno in un girone in cui ci sono Uruguay e Costa Rica né perdi 7:1 in semifinale.

La Germania ha programmato bene, ha costruito il suo successo investendo sui vivai, lasciando fuori il profitto immediato a ogni costo nella consapevolezza che il denaro sarebbe comunque arrivato, a fiumi ben più straripanti degli spiccioli sborsati per avere un diciassettenne che "forse" diventerà un fenomeno. E i soldi sono arrivati, insieme coi successi. La Nazionale tedesca si fonda sul blocco Bayern, tutte le nazionali vincenti si fondano su un blocco, ma deve essere forte davvero e non solo per tradizione o per strapotere interno (leggasi Italjuve e le magre figurette che i bianconeri rimediano in Europa, per non parlare delle altre italiche compagini impegnate in Europa League, vero imbuto da cui passano, a malapena, i nostri sogni puntualmente spezzati dal ranking UEFA).

Il Maracana incorona i degni Campioni
(compresi Poldo e Poldino)
Dicevamo del Bayern: i bavaresi sono una corazzata oggi, ma non lo sono solo perché spendono tanto nell'acquistare. Hanno in squadra due stranieri veramente forti: Robben e Ribery, entrambi giocano in Baviera da anni. Intorno, oltre a Dante (non sempre impiegato da Guardiola), Martinez e Thiago Alcantara vi sono tanti tedeschi, molti dei quali cresciuti calcisticamente in Germania. Ai Mondiali abbiamo scoperto quanto sono forti Goetze e Hummels, abbiamo avuto conferma del talento di Schweinsteiger, dell'immortalità di Lahm e della superiorità nel ruolo di Neuer. Non fa piacere che la Germania abbia vinto perché ci ha raggiunti nella classifica all times del campionato del mondo, ma se lo sono francamente meritato.

Se lo meritava anche l'Argentina che ieri ha giocato la sua miglior partita del torneo e l'ha persa. L'ha persa perché la Germania ha segnato un gol. L'ha persa perché Higuain e Palacio invece hanno sbagliato gol facili per due come loro. L'ha persa perché il dottor Sabella (comunque molto bravo) ha inspiegabilmente lasciato negli spogliatoi il migliore in campo dei suoi dopo i primi 45', Lavezzi. E l'ha persa perché, come abbiamo spesso ripetuto, Messi non è Maradona. Ora il paragone deve finire per sempre. Messi è Messi e francamente ci basta e ci avanza. Certo, speravamo di vederci consegnare un nuovo mito da adorare, un santino meno sbiadito da tenere sulla testiera del letto, ma non ci è stato concesso. Messi ha giocato come ha potuto, regalando un paio di begli spunti, ma niente di più. Abbiamo tutti negli occhi il momento in cui si è piegato e ha rimesso sull'erba del Maracana. Ma che gli succede? Perché soffre di questo tipo di attacchi? Siamo sicuri che le cure cui è stato sottoposto da ragazzo per vincere il capriccio della natura che lo aveva condannato al nanismo non c'entrino nulla?

L'Argentina ha fondato la sua cavalcata verso la finale sulla difesa. Ezequiel Garay è un centrale da mettere sotto contratto costi quel che costi. Bene Demichelis, Mascherano è semplicemente il migliore nel suo ruolo. Ma tutti i giocatori dell'Albiceleste ieri hanno fatto una grande partita. Gli è forse mancato troppo Di Maria. Poteva finire diversamente, ma è finita come doveva finire.

Sono convinto che fra due anni e ancor di più fra quattro il Belgio sarà la squadra potenzialmente più forte del mondo e che la Spagna non sia finita. Al Brasile occorreranno anni per riprendersi dalla catastrofe sportiva subita; l'Argentina è sempre capace di sfornare talento, ma ha perso un'occasione che non si ripeterà presto. Noi dobbiamo ricostruire tutto facendo piazza pulita del passato se vogliamo avere qualche speranza di rinascita. L'Olanda, orfana del suo guru, può sempre sorprendere, ma adesso in cima c'è la Germania di Löw. È a loro che bisogna guardare per colmare la distanza. Ne saremo capaci?

Cibali

24 maggio 2014

Bellezze di stagione

Cartoline di stagione: bilanci 2013-14

Ancora qualche considerazione sulla stagione agonistica europea in via di conclusione, in attesa di commentare l'ultimo atto che andrà in scena questa sera sull'estremo lembo atlantico del continente. Detto dello iato culturale e di competitività, prima ancora che di risorse economiche, scavato dalla Premier e dalla Liga rispetto agli altri campionati [vedi], il commento può volgersi agli aspetti estetici e tecnici, per fissare nella memoria alcuni tasselli di una bella annata.

1 | Le squadre

Mai così belli
Se avessi a disposizione una sola opzione per indicare la squadra più bella della stagione non avrei esitazione a scegliere il Liverpool, così come lo scorso anno avrei detto Borussia Dortmund e due anni fa Athletic Bilbao. Partenze così vibranti e determinate come quelle dei Reds ne abbiamo viste poche nella storia del football: uno spettacolo impressionante di potenza e determinazione, centrato sul terzetto di attaccanti in stato di grazia e ben sostenuto da una mediana orientata al passaggio rapido in profondità. Certo, il titolo della Premier è sfuggito per alcuni errori nelle retrovie, dove Gerrard ha giocato una delle stagioni più belle della sua carriera nel ruolo di metodista: al suo scivolone fatale molti addebitano la mancata vittoria finale, ma sono state soprattutto le incertezze e le lacune della linea difensiva a pesare alla lunga. Resta il ricordo di partite memorabili.

Al pari di molte di quelle giocate dall'Atletico Madrid, non solo in campionato ma anche, a differenza del Liverpool, in Champions League. I Colchoneros praticano da anni con il Cholo un tipo di gioco più compatto, più attendista, ma di grande pressing (a tre su portatore di palla e su linee di passaggio) e di feroce determinazione. Con altri interpreti (soprattutto qualitativi), il modello più evidente a me sembra il Milan di Sacchi: curioso che quasi nessuno abbia colto le analogie. Con Diego Costa hanno trovato un guerriero a lungo implacabile, ma le ultime settimane hanno dimostrato che, lui assente o a mezzo servizio, la "squadra" è in grado di essere ugualmente letale. Se il Liverpool ha risolto molte partite nei primi venti minuti, l'Atletico ha mostrato la capacità di aggredire compatta e di impossessarsi della metà campo avversaria per tratti di gioco lungo tutto l'arco del match, anche a cavallo tra i due tempi. Una duttilità tattica e agonistica avanzata.

Tutte le altre squadre di vertice hanno giocato bene solo per alcuni periodi della stagione. Penso all'Arsenal fino a Natale, alla Roma fino all'infortunio di Totti, al Bayern fino alla precoce conquista della Bundesliga. Più affidati alle individualità mi sono parsi gli impianti di gioco del Real, del City, del Napoli, della stessa Juventus. Raramente convincente sul piano estetico il PSG. Certamente inferiori alle attese le annate del Borussia (martoriato dagli infortuni), della Fiorentina (priva troppo a lungo delle sue punte), del Manchester United (collassato dopo la lunga "tensione" del regno di sir Alex) e ovviamente del Barcellona (capace però di riaccendere a tratti la sua antica e stupefacente bellezza). Qualche rara bella partita l'ha giocata anche il Chelsea, come anche - a spiccioli di memoria - l'Everton, il Southampton, l'Ajax, l'Olympiacos. Non pervenute, ahinoi, le milanesi.

Ma è stata, complessivamente, una bella stagione di calcio giocato, come peraltro accade da qualche anno a questa parte dopo la rivoluzione barcellonista e l'imporsi del Bielsa pensiero. Ma su questo, magari, ritorneremo con più agio.

2 | Gli allenatori

Da vero hidalgo il Cholo ha sempre indossato
il colore della distinzione nobiliare
Nel luglio scorso la stagione si prospettava come quella della grande smazzata di nuovi tecnici su moltissime panchine [vedi]. Qualcosa che quest'anno non sembra annunciarsi nella stessa misura. Le sfide più interessanti mi sembravano quelle di Guardiola, di Martino, di Benitez e di Pellegrini. Nessuno ha convinto appieno, per motivi diversi: il Tata ha fallito e ha signorilmente lasciato (un comportamento per bene quanto inconsueto); El Ingeniero e Rafa hanno vinto il possibile ma poco: il Pep ha vinto moltissimo ma non il trofeo più prestigioso, dal quale la sua aura è uscita anzi un po' appannata.

Il minimo sindacale hanno ottenuto Blanc e Conte, roboanti vincitori di campionati "non allenanti". Nota bene: in Serie A i punti di distacco tra la prima e l'ultima sono stati 77, in Francia 66, in Spagna e Germania 65, in Inghilterra 56. E poi c'è ancora qualche bella gioia che continua a dire (cioè a credere) che quello italiano sia il campionato tatticamente più difficile. Una barzelletta. Credo che la Juventus avrebbe qualche problema in più che al Mapei o al Dall'Ara se dovesse recarsi a giocare al Selhurst Park o al "Manuel Martínez Valero" ...

La finale di Champions potrebbe consacrare la stagione di Ancelotti ma anche costargli il posto, data l'inconcludente fanfaronaggine di Florentino Perez, uno capace di cacciare un santone come Vicente del Bosque - che aveva vinto in quattro stagioni due campionati (2001 e 2003), una supercoppa di Spagna (2001), due Champions League (2000 e 2002), una supercoppa UEFA (2002) e una coppa Intercontinentale (2002) - con la motivazione che il suo stile di gioco era "más bien clásico, muy tradicional: buscamos algo más moderno" [vedi]. Una sorta di anatema boomerang, iettatorio ...

La palma di migliore allenatore della stagione va certamente a Simeone, vinca o non vinca la coppa dalle grandi orecchie. Non ha invece ottenuto quello che meritava Rodgers, mentre la prestigiosa FA Cup ha salvato la faccia a Wenger. Klopp ha vinto una coppa battendo il Bayern a inizio stagione e quando aveva a disposizione l'intero organico. Un cenno di lode va dato a Garcia, anche se la seconda parte dell'annata è stata inferiore alle novità proposte nella prima e il finale deludente. Fallimentari certamente le stagioni di Martino, di Moyes e di Mourinho, viste le rose a disposizione.

Angolino tattico: poche le innovazioni di gioco. La sperimentazione più interessante è quella proposta da Brendan Rodgers: un mix di possesso palla che si sviluppa in orizzontale nella propria metà campo (trenta metri più indietro di dove lo portava il Barcellona di Guardiola, per intenderci) muovendo dal portiere, e di verticalizzazioni profonde, fondate sulla proposizione degli attaccanti, ad alternare il passaggio rasoterra al lancio lungo a incrociare il fronte di gioco e a “spettinare” (come ama dire Condò) la difesa avversaria. Se vogliamo, un impianto che si avvicina a quello del Bayern di Jupp Heynckes, che sfruttava però le caratteristiche diverse degli attaccanti esterni, portatori di palla e non cursori nello spazio, e che fraseggiava meno in orizzontale.

3 | I giocatori

Caratteraccio, ma grande condottiero: capace spesso di immolarsi da solo
Qui siamo all'angolino ludico, il più personale e pertanto il più opinabile. Molti i giocatori lucenti in periodi più o meno lunghi della stagione. Tra i portieri, su tutti, Courtois, impressionante se si pensa all'età. Tra i difensori non finisce di stupirmi Alaba, che purtroppo non vedremo ai mondiali; ottimo il sempiterno Dani Alves, così come anche la coppia dei due centrali dell'Atletico, Godin e Miranda (che si sono giovati della grande copertura della mediana) e Kompany; bene anche Benatia, che ha seguito però la flessione della Roma; immarcescibile Maxwell; su standard alti Sergio Ramos (con qualche cappellata) e Thiago Silva.

Tra i centrocampisti, su tutti, Yaya Touré: immenso. Modric mai così continuo in una posizione in campo finalmente più appropriata, e Di Maria, arretrato sagacemente da Carletto; Griezmann (che magari il grande pubblico “scoprirà” ai mondiali) e Barkley tra i cursori di fascia sinistra; Ramsey e Wilshere tra gli incursori sull’altra sponda; Pogba, Thiago Motta, Verratti e Kroos tra i mastini centrali di qualità; Pjanić e Reus a ridosso della prima linea. Tra gli attaccanti il trio del Liverpool, innanzitutto: Sterling, Sturridge e Suarez (quest’ultimo una buona spanna sopra agli altri ovviamente); Hazard e Immobile tra i più giovani; Ibra e Cristiano tra i vecchi santoni (annata la più bella e convincente, finalmente, per entrambi); Silva per gli arabeschi e Dzeko per la sicurezza del tratto, pesante; Diego Costa per l’impressione destata. Under: a sprazzi hanno lasciato intravvedere grandi potenzialità Januzaj, Kovacic, Deulofeu e … Scuffet.

Sempre sia lodata Eupalla!

Azor