Visualizzazione post con etichetta El Loco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta El Loco. Mostra tutti i post

10 agosto 2015

I sogni di Matteo e le comparse cinesi

Cartoline di stagione: 2° turno 2015-16

S'immagini che, a metà/fine degli anni '80, Paolo Maldini venga dato in prestito per un anno al P. (serie C), e quindi ceduto in comproprietà al P. (serie A) per quattro soldi, per poi andare in prestito (ma con compartecipazione rilevata dalla società d'origine) in un club di medio spessore, per esempio il T., che infine ne acquisterà l'intero cartellino. Paolino ovviamente va in orbita, va in nazionale e poi, con grande plusvalenza per chi aveva intuito la sua classe, eccolo nel Barcellona. O nel Real Madrid. Immaginare? No, impossibile. Sarebbe stato, a quei tempi e appunto, inimmaginabile. 

"Sogno o son desto?"
D'accordo, Matteo Darmian non è Paolo Maldini, e forse non è destinato a diventare uno tra i cinque o tra i dieci o anche i venti difensori considerati più forti nella storia del football. Ma, come Paolo, è cresciuto nel Milan. Dovrebbe essere, oggi, non solo titolare ma probabilmente anche e già capitano di 'questo' Milan. E invece eccolo che sbuca (stiamo parlando di due giorni fa) sul prato di Old Trafford, eccolo che debutta con la maglia dello United. Nel teatro dei sogni. I milanisti non possono che scuotere la testa, e leggere tra le righe di questa vicenda esemplare le ragioni della mediocrità di questi anni, la dimensione cioè in cui il club è precipitato e galleggia. Matteo esce dal campo a dieci minuti dalla fine, con lo stadio in piedi ad applaudirlo. Lo stadio del Manchester, non il campo di Canicattì. Old Trafford, mica il Meazza sempre deserto di questi ultimi anni. A Milanello, invece, dove c'era già Ignazio Abate (infinitamente più inaffidabile dell'ex granata) a coprire quel ruolo, puntano su Mattia De Sciglio, capace come Matteo di frequentare entrambe le fasce. Peccato  sia sempre in infermeria, con i problemi tipici di chi è cresciuto nelle giovanili allenandosi sul sintetico. La sua carriera durerà poco, siamo pronti a scommettere, e il meglio di lui si è già intravisto. 

In fondo, anche se scattata a Shangai chissà quando, la foto bene
 rappresenta il nostro football: la coppa c'è, il pallone sembra sgonfio,
e gli spalti sono deserti
La stagione italica è iniziata in Cina, con la Supercoppa - competizione che serve solo a raggranellare quattrini, priva di tradizione e di fascino com'è -, in contesto e ambiente surreali. A parte le condizioni del prato, ha molto colpito il pubblico, lontano centinaia di metri dal campo (sembrava che, oltre alla pista di atletica, ci fosse anche un anello per le automobili, ma forse era un'illusione ottica) e composto da migliaia di comparse cinesi con magliette dell'una o dell'altra squadra, rumoreggiante ed entusiasta a ogni azione da gioco. E' palese incompetenza o erano stati preventivamente addestrati? Non lo sapremo mai. Che i cinesi capiscano di football è pressoché da escludere, tant'è vero che (pur essendo miliardi) non hanno finora prodotto un solo giocatore di medio livello (non pretendiamo un fuoriclasse). La partita è risultata - specie nel primo tempo - orrida. Ha riassunto tutto il peggio del nostro calcio attuale: tattica esasperata, furberie ripetute, lentezza nei flussi di gioco. La Lazio è grosso modo la stessa che l'anno scorso apparecchiò grandi partite, ma è fuori condizione. La Juve sta cambiando pelle, e quest'anno assumerà definitivamente la fisionomia del suo allenatore. Vedremo un XI forte ma non spettacolare, utilitaristico e complessivamente (e comprensibilmente) noioso. Chissà se ancora vincente: il secondo anno di Allegri, al Milan, fu un mezzo disastro - inutile ricordare come si consumò. Le concorrenti, forse, possono nutrire qualche speranza di avviare la riduzione del gap che le separa da Nostra Signora.

In Francia, come in Inghilterra, la stagione è già bella viva. l'OM, alla prima partita interna, cicca una trentina di palle-gol e lascia i tre punti al Caen. Bielsa saluta. Per motivi contrattuali sorti all'improvviso. I marsigliesi hanno un cattivo carattere, si sa, e lui non è da meno. Probabilmente altrove la questione si sarebbe risolta. Ma el Loco è uno che non va per il sottile; e So Foot è entrato in possesso della lettera in cui, appunto, annuncia le sue dimissioni.

Mans
Le dimissioni di Marcelo Bielsa dall’Olympique de Marseille
9 agosto 2015, Marsiglia
La lettera e originale del Loco, s'intende ... quella edulcorata dalla dirigenza OM

13 gennaio 2015

Cantieri in corso

Cartoline di stagione: 19° turno 2014-15

Alcuni dei maggiori club europei hanno cantieri aperti in casa da alcuni mesi, in seguito al cambio di allenatore. E' una situazione interessante, laboratoriale, che proprio le partite dell'ultimo turno dei vari campionati invitano a rivisitare.

Le quotidiane didattiche del Mancio
Per una volta muovo volentieri dal caso italiano, perché segna finalmente un avvicinamento agli standard europei e non un'ulteriore precipitazione agl'inferi. Mi riferisco all'Inter, ovviamente, che dopo la pausa natalizia comincia a fare vedere i primi risultati del lavoro, ormai bimestrale, di Roberto Mancini. Già a Torino con la Juventus l'XI aveva mostrato una capacità di reazione dopo l'avvio incerto che gli aveva fatto sfiorare una vittoria di prestigio contro la prima della classe. I primi venti minuti della partita contro il Genoa hanno offerto uno spettacolo di intensità, ariosità di gioco e di ritmo, da entrambe le parti, quali si vedono usualmente in Premier. Per il momento sono solo spezzoni, ma la tendenza è positiva e va accolta come tale. Tre brevi considerazioni. La rosa è la stessa che sotto la guida di Walter Mazzari aveva smarrito qualità individuali e gioco collettivo: si tratta dunque di un gruppo di giocatori di livello tecnico e caratteriale di valore assai maggiore di quanto il pressapochismo del discorso mediatico e da bar non volesse ritenere fino a oggi. Il merito è tutto di Roberto Mancini, di gran lunga il migliore dei tecnici sulle attuali panche della Serie A, insieme con Rafa Benitez: le esperienze, e le vittorie, all'estero, gli hanno conferito maturità e conoscenze tali da riplasmare un ambiente come poche altre volte era accaduto nel nostro calcio in così poco tempo: non solo il lavoro sui singoli (il training di Guarin è l'esempio più evidente) ma una didattica collettiva, quotidiana, evidentissima nella disposizione in campo e nella conduzione del match. E vengo al terzo punto: orientandosi sul 4-2-3-1 (non a caso lo stesso modulo adottato da Benitez a Napoli), Mancini ha in mente un'idea di gioco propositiva, fatta di possesso e conduzione, baricentro alto e pressione difensiva nella metà campo avversaria, gioco a due tocchi, che è quella che ormai si gioca abitualmente nel calcio internazionale d'élite e che è ormai scomparsa dagli orizzonti culturali dei tecnici nostrani. E' una visione comune all'estero, quanto sconosciuta in Italia: e capace, da sola, di convincere giocatori di qualità (non dei campioni, bada ben) a trasferirsi in un "campionato di passaggio" come l'attuale Serie A e in una squadra decaduta come l'Inter. Vedremo tra qualche settimana se il cantiere avrà proseguito la sua costruzione: fosse così, Mancini avrebbe posto in pochi mesi le basi per avviare un progetto pluriennale promettente.

Una rosa qualitativamente comparabile, fors'anche lievemente inferiore, è quella dell'Olympique de Marseille, sulla quale sta lavorando da sei mesi Marcelo Bielsa. Ci sono due tratti in comune con l'Inter manciniana: i giocatori sono gli stessi che lo scorso anno avevano fallito clamorosamente la stagione sotto la guida di Élie Baup (poi sostituito in corsa da José Anigo); è cioè la qualità dell'allenatore - le sue capacità didattiche, motivazionali e di empatia - a marcare la differenza. Rispetto a Mancini, Bielsa ha avuto il vantaggio di cominciare la stagione col ritiro estivo, e dopo due mesi la squadra era già in testa alla Ligue 1, sorprendendo solo i (moltissimi) nesci. Soprattutto, rispetto a Mancini, El Loco ha un'idea di gioco, più radicale, fondata sulla corsa prima che sul possesso, più sulla verticalità dell'azione che sulla trama insistita. Il 3-3-3-1 è il modulo più adatto a interpretarla, ma ha i suoi limiti: la squadra finisce con l'essere meno compatta, le distanze tra le linee sono più difficili da mantenere: non a caso l'Olympique ha perso alcune partite per banali errori di concentrazione quando non tecnici. Da dicembre l'XI ha smarrito lo smalto esibito in autunno e palesa un calo fisico e un appannamento del gioco collettivo, come mostrato dalla secca sconfitta a Montpellier. A febbraio-marzo avremo visto se si sarà trattato della tipica fase di flessione stagionale che ogni squadra attraversa, o se il cantiere avrà incontrato dei problemi strutturali. Ma già quanto visto fin qui è stato molto positivo, come testimonia la ritrovata passione di un ambiente e di una città.

Los Tres Tenores
Ben altra qualità è quella della rosa del Barcellona, che Luis Enrique ha preso in mano l'estate scorsa: siamo ai vertici assoluti del pianeta pallonaro. Quello che manca è l'ambiente, sprofondato in una crisi etica, gestionale e politica clamorosa: i reati fiscali nell'acquisto di Neymar e nei contratti di Messi, la tratta dei minorenni nella mitica Masia, il blocco del mercato per tutto il 2015 decretato dalla UEFA, l'allontanamento di Zubizarreta e Puyol dalla direzione sportiva, il rumore delle scimitarre tra le diverse fazioni che si contendono il controllo del Més que un Club, l'odore del sangue che la stampa e i media catalani e spagnoli inseguono ogni minuto. Basterebbe questo sintetico (e lacunoso) richiamo alla situazione societaria per qualificare come ammirevole il lavoro di campo svolto finora dall'allenatore asturiano nella sfida più impegnativa della sua carriera. Un tridente come quello composto da Messi, Neymar e Suarez ha pochi riscontri nella storia del calcio (a memoria stento a richiamarne di qualitativamente paragonabili per non dire di migliori): tutto si risolve sul come farlo funzionare al meglio. Contrariamente a quanto pensino in molti, non è questione di equilibrio tattico: quasi nessun commentatore ha rilevato infatti come il Barça sia la squadra europea che ha subito meno reti finora in stagione tra campionato e Champions (9 in Liga e 5 in CL) dopo il Bayern (4+4) e la Juventus (9+4). La fase difensiva è saldissima (la difesa è bloccata a 4 senza sperimentazioni di "metodo" come avvenne a Roma), più di quella del Real, che in stagione ha perso anche una partita in più (5 contro le 4 del Barça). E' semmai l'innesco dei cannoni offensivi il cuore del cantiere ancora in corso. La vittoria splendida contro l'Atletico ha acclarato il disegno che ha in mente Luis Enrique: il tiki taka è definitivamente accantonato, se non come riflesso pavloviano episodico e funzionale alla fase di gioco; la squadra non pressa alta nella metà campo altrui come in passato, perché lo scopo è quello di creare lo spazio per lanciare in libertà i tre attaccanti, grazie alla tessitura di Mascherano, Busquets e Rakitic e alle aperture di Iniesta. Tutto qui. Ma è moltissimo. Perché non è affatto facile trovare continuità e ritmo. Il problema, soprattutto, è culturale: quasi tutti coloro che guardano giocare il Barcellona attuale hanno sempre nella memoria quello di Guardiola, e il confronto è immediato, a discapito dell'XI attuale e dell'idea di gioco di Luis Enrique. Se potesse cancellare la "storia", il Barça sarebbe probabilmente ammirato per il suo gioco attuale e per partite come quelle di domenica sera: lo spettacolo offerto dai Tre Tenori là davanti è stato memorabile.

I segreti della mediana
Ultimo cantiere in corso, forse il più indietro di tutti, è quello mancuniano, sponda United. Anche in questo caso la rosa è di qualità, benché forse meno di quanto non la sopravvaluti il senso comune giornalistico secondo il quale anche un onesto pedatore è ormai etichettato come un "top player" (grazie anche alla non proporzionale entità dei contratti milionari che sono ormai capaci di strappare i procuratori). A differenza di Barcellona, l'ambiente è saldissimo dietro a Louis van Gaal, che gode della stima - e vorrei vedere, trattandosi, dei quattro allenatori qui analizzati, del migliore e più vincente in assoluto - di una dirigenza fatta di grandi campioni del passato (come è il caso, non a caso, anche del Bayern). In assoluto, è forse il cantiere più affascinante da seguire, perché l'ingegneria tattica è tipicamente olandese, con le sue figure inusuali e con i suoi sperimentalismi. L'impianto è un 3-1-4-2 non così scontato, con Carrick facente funzione di metodista e una mediana atipica come quella composta da Rooney e Mata. A ben vedere Re Aloysius sta tentando quel che è riuscito a Carletto a Madrid con Kroos, Isco e James: aggiungendo però due cursori di fascia come Valencia, Blind o Young. Anche i due attaccanti si riducono, in realtà, a una sola punta, Van Persie, più uno striker che gli gira intorno, come Di Maria o Falcao (se saprà interpretare il ruolo: al momento non sembra volerci provare, afflitto come appare da stellinite acuta). Il problema è costituito dalla difficoltà di mantenere le giuste equidistanze tra le linee e di sincronizzare i movimenti difensivi a scalare. La squadra incassa infatti un po' troppe reti (21 finora, una a partita). Ma l'impianto di gioco è chiaro e si tratta solo di attendere che gli interpreti assimilino gli automatismi. Ci vorrà ancora tempo, perché per più d'un giocatore (Rooney, Mata, Di Maria etc., ma anche lo stesso De Gea, chiamato sempre più spesso a usare i piedi come Neuer) si tratta anche di imparare un ruolo e una collocazione nuova in carriera: una sfida nella sfida. Dovesse riuscire sarà uno spettacolo. Teniamo poi presente che Van Gaal ha vinto ovunque sia andato. Sarà questione di tempo anche a Manchester. Come ho già scritto [vedi], insieme all'orchestra bavarese di Guardiola e alla máquina madridista assemblata da Ancelotti, lo United rappresenta, in prospettiva, l'attesa più densa di promesse per noi "mendicanti" di bel calcio.

Azor

2 gennaio 2015

Giri di boa

Cartoline di stagione: turni inglesi natalizi 2014-15

Partenza col botto a capo del nuovo anno pedatorio. Bellissimo derby al White Hart Lane tra Tottenham e Chelsea, ad inaugurare il girone di ritorno della Premier: 8 reti, risultato in bilico fino a 10 minuti dal termine, gran prestazione collettiva degli Spurs - palla bassa, corsa, pressing e varietà di soluzioni negli ultimi 20 metri - e Blues mai così in difficoltà in questa stagione - con i due centrali poco protetti e dunque a imbarcare acqua e il solo Hazard a dare vivacità in avanti. La squadra di Mourinho attraversa una fase di palese flessione (e puntualmente José ha scatenato la sua guerrilla mediatica contro tutti): dopo il 22 novembre, quando aveva accumulato 8 punti di vantaggio sul City e sembrava avviata a dominare la stagione grazie anche alle difficoltà palesate delle avversarie, ha perso due volte (contro il Newcastle e il Tottenham, entrambe fuori casa), pareggiato altrettante e vinto solo quattro match.

1° gennaio 2015, White Hart Lane, London
Doppietta e già 17 gol in stagione per Harry "Citizen" Kane
Al contrario, la squadra guidata da Pellegrini ha perso l'ultima volta il 25 ottobre (contro il West Ham), e da allora ha vinto nove partite e ne ha pareggiate solo due (una in casa contro il Burnley domenica scorsa), azzerando il distacco dal Chelsea. Campionato riaperto, per la gioia degli appassionati. Ora mancano 18 turni: il Chlesea ne giocherà 11 in casa, dove finora ha sempre vinto, affrontandovi quasi tutte le migliori, a parte l'Arsenal e il West Ham; la rosa è al completo, senza infortunati e squalificati. Il City ne giocherà invece ancora 10 in trasferta, tra le quali lo scontro diretto con il Chelsea, il derby con lo United, e i match contro il Tottenham e il Liverpool: fuori casa ha già perso con il West Ham e pareggiato con l'Arsenal e il QPR; alla lunga potrebbero pesare le assenze per infortunio di Aguero, Kompany e Dzeko, e oltretutto la squadra viene da una lunga fase positiva che non potrà durare in eterno. A palla quadrata i favori sembrerebbero inclinare verso i londinesi di Abramovich, ma per fortuna la palla è rotonda e tutto potrà succedere, complici anche i super ottavi di Champions che le due contendenti giocheranno a distanza di una settimana l'una dall'altra, prima il Chelsea contro il PSG, poi il City con i Barça. Ci attende un inverno coi fiocchi, non solo di neve.

Prima di Natale avevano concluso il girone d'andata anche la Bundesliga e la Ligue 1. I tedeschi sono andati in letargo (riprenderanno il 31 gennaio, con ampia giustificazione: oltre il limes il clima è davvero inclemente) con il Bayern campione non solo d'inverno: l'unico brivido lo darà il Dortmund. In Francia (dove si riprende domani con la Coppa) il Marseille ha virato in testa con due punti di vantaggio sul Lyon e tre sul PSG, dando spettacolo grazie alla rivoluzione bielsista. La capolista ha perso con entrambe le rivali (e anche col Monaco e il Montpellier), ma dovrà ora incontrarle in casa, recandosi comunque in trasferta 10 volte. Il PSG dovrà giocare a Lyon e a Marseille, invece, e battersi tra febbraio e marzo contro il Chelsea. A sua volta, anche il Lyon avrà da affrontare 10 trasferte. Tutto sembra apertissimo e ancora avvincente.

Domani riprende anche la Liga, dove mancano ancora tre giornate per completare il girone d'andata. Il Real - che deve recuperare a febbraio anche la partita, al Bernabeu, col Siviglia - ha potenzialmente 4 lunghezze di vantaggio sul Barça e 7 sull'Atletico; viene però da una serie record di partite e dovrà necessariamente lasciare qualche punto per strada. Il sorteggio di CL è stato comunque favorevole, assegnando ai Blancos lo Schalke, mentre il Barça se la vedrà con il City e i Colchoneros con il Leverkusen. La capolista dovrà però recarsi al Camp Nou e al Calderon ma, al momento, nulla - nemmeno il petardo della sconfitta persica contro il Milan - lascia pensare che a Carletto Nostro potrà sfuggire il titolo. Buona ultima, riprenderà anche la Serie A, dove mancano ancora tre turni per assegnare la corona d'inverno. La Juventus ospiterà la sera della Befana l'Inter, ma gli esiti incerti - anche per l'ordine pubblico - saranno soprattutto domenica 11 gennaio, con il derby della capitale e la capolista a Napoli. Peraltro, fino a fine gennaio l'attenzione di tutto il calcio sarà concentrata sui fumi oppiacei del mercato: alla fine arriveranno i soliti ronzini sopravvaluti, sia di primo che, soprattutto, di secondo pelo.

Azor

24 ottobre 2014

Uno spettro si aggira per l'Europa ...

Fettine di coppa: terzo turno 2014/2015 

 7 gol il Bayern alla Roma, 7 gol lo Shakhtar al BATE, 6 gol il Chelsea al Maribor, 5 gol l'Atlético al Malmö, 4 gol (a 3) lo Schalke 04 allo Sporting, 4 gol il Borussia Dortmund al Galatasaray, 3 gol il Barcellona all'Ajax, 3 gol il Real al Liverpool in Champions League. 5 gol il Borussia M'gladbach all'Apollon, 5 gol il Tottenham all'Asteras Tripolis, 4 gol il Villarreal allo Zurigo, 4 gol il Wolfsburg al Krasnodar, 4 gol il Besiktas al Partizan, 4 gol il Salisburgo alla Dinamo Zagabia, 3 gol il Rijeka al Feyenoord, 3 gol lo Sparta Praga allo Slovan, 3 gol l'Aalborg alla Dynamo Kiev, in Europa League.

Quello appena passato è stato un turno ricchissimo di gol in Europa. Probabilmente casuale, ma altrettanto probabilmente significativo di una palpabile linea di tendenza del football internazionale di questi anni a privilegiare il gioco d'attacco e l'opzione del gol in più rispetto a quello dell'avversario. Jonathan Wilson l'ha ascritta da tempo (la tendenza: "A spectre is haunting Europe – the spectre of goals. They're everywhere – in every competition, in every country, in every stadium ...") all'influenza teoretica di Marcelo Bielsa [vedi]: transizioni veloci, recupero della palla nella metà campo avversaria, passaggi corti, intensità di fase, ritmo incalzante, etc. Un Mondiale memorabile come quello del 2014 ha confermato a livello planetario lo stile di gioco prevalente di questa decade.

21 ottobre 2014, Stadio Olimpico, Roma
Il divario incolmabile
Si tratta di uno stile, di una cultura, che hanno certamente i loro risvolti preoccupanti: la convergenza con la modalità play-station (l'omologazione del consumo televisivo), la graduazione di difficoltà (il ranking), i "top players" (gli avatar di sé stessi), l'illusione della moviola in campo (le lavagne digitali), etc. A fronteggiarli sono rimasti solo il romanticismo di un calcio "altro" (letterario, nostalgico, storico, vintage), le "irruzioni" della politica (la partita del drone, i 40 minuti di sospensione di Sparta Praga vs Slovan Bratislava per scontri sugli spalti, etc.), il perdurante razzismo delle tribù del calcio e il gorgo mediatico degli ultrà.

Nondimeno, il fascino di un calcio totale come quello che pensatori come Bielsa, Guardiola, Klopp, Zeman e qualche altro santone sono in grado di immaginare e di tradurre pedagogicamente sul campo consola ogni mendicante di buon calcio che, come faceva Eduardo Galeano, vanno in giro per il mondo col cappello in mano: "e quando il buon calcio si manifesta, rendo grazie per il miracolo e non mi importa un fico secco di quale sia il club o il paese che me lo offre" [Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, p. 1].

Per questo il primo tempo del Bayern contro la Roma, all'Olimpico il 21 ottobre 2014, non può non costituire agli occhi di coloro che amano il Beautiful Game un capolavoro assoluto (al punto che qualcuno ha scritto di un "momento Guardiola" [vedi]). I giallorossi hanno avuto la sfortuna che è tipica dei malcapitati. Pochi altri XI avrebbero potuto contrastare l'armonia, la potenza e la perfezione attuale dei Roten di Guardiola. Papa Francesco, che di fútbol se ne intende, lo ha detto semplicemente a Karl Heinz Rummenigge e ai suoi giocatori: "Avete giocato una partita meravigliosa". Parole sante.

Ciò non significa che la Roma non abbia palesato i suoi limiti, che sono poi quelli cui si è ridotto il calcio italiano. Ma di essi parliamo da quando esiste Eupallog: oggi ci basti richiamare l'esistenza di una realtà internazionale che ormai fa a meno di noi. Dolorosamente e per colpa nostra.

Azor

30 settembre 2014

I santoni e le loro idee

Cartoline di stagione: 7° turno 2014-15

Chi ama il beautiful game vive in questi anni un'epoca fortunata: può infatti assistere a un football bellissimo, come raramente si è dato, per intensità e numero di interpreti, nella sua storia. Non parlo ovviamente del calcio italiano, ormai arretrato e periferico, né del calcio dei "top players", che un tempo erano chiamati più semplicemente "campioni" (e ce n'erano anche più di oggi). Mi riferisco a pratiche di gioco che alcune squadre stanno mostrando e hanno mostrato in anni recenti: un'idea di gioco offensivo inverata in più di un XI. Andando à rebours, per esempio, nella stagione scorsa hanno giocato in modo splendido, spettacolare, squadre come il Liverpool di Rodgers e l'Atletico di Simeone; nel 2013 il Borussia di Klopp e il Bayern di Heynckes; nel 2012 l'Athletic di Bielsa e la Juventus di Conte; nel 2011 il Barcellona di Guardiola, per citare solo quelle di vertice. Il recente Mondiale in Brasile si è rivelato probabilmente il più bello di sempre, soprattutto nella prima fase, confermando che i selezionatori delle nazionali avevano recepito le tendenze dettate dalle maggiori squadre di club europee.

La cattedra prediletta da Bielsa nella sua aula marsigliese
Jonathan Wilson ha ascritto questa nuova, grande, stagione del football mondiale soprattutto all'esempio proposto, sin dagli anni 1990s (quelli bui dominati dal difensivismo muscolare e dall'abiura dei giocatori atipici), da due allenatori visionari - Marcelo Bielsa [vedi] e Louis van Gaal [vedi] - le cui idee hanno seminato un nuovo modo di proporre il gioco, più offensivo, più prolifico, raccolto da vari altri loro colleghi. Entrambi non sono stati degli innovatori assoluti, ma degli appassionati e colti interpreti degli assiomi del calcio totale che era stato ideologizzato da Rinus Michels negli anni 1970s, e che aveva avuto un poco conosciuto antecessore in Viktor Maslov [vedi] e poi due grandi interpreti come Valerij Lobanovs'kyj e Arrigo Sacchi. Non la faccio lunga, ma sottolineo solo che non si tratta di una questione di modulo (di 4-3-3 o di altre formule), ma di atteggiamento: giocare un calcio propositivo, dare la caccia alla palla, pressare alto, proporre un movimento continuo dei giocatori e una varietà di opzioni per chi gioca il pallone, giocare di prima, creare lo spazio con il movimento degli attaccanti centrali, etc.

La stagione che è cominciata da un paio di mesi propone Bielsa e Van Gaal alla guida di due squadre di vertice nei rispettivi campionati. Le ambizioni, la storia recente e gli acquisti spropositati del Manchester rendono la messa a punto del nuovo progetto di Re Aloysius [vedi] necessariamente più lenta e accidentata. El Loco, invece, lavora su una scala inferiore, che forse è quella che più gli si confà, alla fin fine: a Marsiglia si è posto alla guida di un gruppo di ragazzi che lo seguono con convinzione. E i risultati cominciano a vedersi, nonostante le frizioni dell'argentino di Rosario con la dirigenza dell'Olympique che gli aveva promesso qualche acquisto di qualità che non è mai arrivato (un po' la stessa storia andata in scena a Napoli tra De Laurentiis e Benitez). Dopo una partenza scoppiettante (3:3 a Bastia e 0:2 dal Montpellier) sono venute sei vittorie consecutive: tre fuori casa (Giungamp 1:0, Evian 3:1, Stade de Reims 5:0) e tre in casa (Nice 4:0, Stade Rennais 3:0 e Saint-Etienne 2:1). Certo, il Marseille deve ancora affrontare le maggiori inseguitrici (Bordeaux, Lille e Paris Saint-Germain) ma l'allure è impetuosa.

La cartolina del week end arriva infatti, dritta filata, da un rinnovato Vélodrome vibrante di passione sugli spalti - con echi "argentini" innestati nel ribollire mediterraneo della tifoseria - e illuminato dal gioco dell'XI guidato da Bielsa. Un gioco semplice, lineare, verticale, veloce, senza fronzoli, senza passaggi orizzontali, senza lanci lunghi, tutto di prima, in un movimento continuo di uomini e linee, che tradisce il frutto di un'intensa didattica bene assimilata da una rosa senza campioni ma non priva di giocatori di qualità, dai più noti Mandanda, Payet, Gignac e Ayew ai più giovani N'Koulou, Dja Djédjé, Imbula e Thauvin ... Tatticamente la squadra gioca con linee a 3, che mutano a 4 a seconda delle fasi di gioco, come detta il modulo prediletto da Bielsa. Difesa a 4 in fase di non possesso, da cui esce sempre in prima battuta sul portatore di palla il centrale N'Koulou. Centrocampo a 4 quando riparte l'azione con due esterni, Romao e Thauvin, che si allargano sulle linee laterali mentre il gioco è proposto in verticale da Imbula e dallo stesso N'Koulou. Attacco a 4 con Gignac centrale, Payet alle spalle e Ayew e Thauvin sulle fasce: ma punte mobili, con Gignac che arretra a dettare il triangolo con i mediani che salgono: domenica scorsa, due gol in fotocopia, di Imbula e Payet, infilatisi al centro nel risucchio prodotto da Gignac. Chi non ha ancora visto questo XI si sintonizzi al più presto: uno spettacolo. La squadra più bella del momento.

Primi piani nitidi e terze linee sfuocate
Un gioco simile lo predica da anni anche Zdeněk Zeman, il santone nostrano: 4-3-3 di base, movimento continuo, transizione veloce della palla in verticale, senza troppi lanci lunghi o tiki taka orizzontali, gioco di prima, triangolazioni in attacco, diagonali estreme in difesa. Un'idea di gioco - per nulla misteriosa: si chiama, pensa un po', "calcio totale" - che in Italia pochi comprendono e tutti sbeffeggiano. In settimana i sedicenti "esperti" e i cosiddetti "opinionisti" avevano inscenato un surreale dibattito sui media: se cioè il calcio di Zeman fosse ancora attuale. Il problema (per loro, non per lui e nemmeno per noi) è che "non sono attuali" gli addetti ai lavori italiani, la cui ignoranza del football che si gioca all'estero è ormai pari al livello modestissimo cui è ridotto l'unico calcio che essi guardano senza cognizione. Domenica pomeriggio, a San Siro, Zeman ha inflitto coi suoi giovani del Cagliari una lezione di gioco al calcio italiano, mostrando cosa significhi avere idee, allenare una squadra, fare didattica. L'avversario era blasonato ma ormai naufragato da un'epoca tramontata che però perdura nelle ataviche convinzioni di molti suoi protagonisti: non solo il modestissimo Walter Mazzarri, ma anche la società che investe su di lui e su giocatori male assemblati, l'ambiente che sopravvaluta come campioni dei mesti ronzini, etc. Da un lato un gioco di squadra - quello che si gioca stabilmente nelle coppe europee (dal cui proscenio i nostri club sono ormai scomparsi) -, dall'altro una trama affidata alle individualità, agli estri estemporanei, drammaticamente priva di idee e di conoscenze. Uno iato culturale di cui i protagonisti non sono nemmeno consapevoli, intenti come appaiono a invocare attenuanti: gli arbitraggi, il turn-over, la sfortuna. Magari fosse così: non saremmo qui a terra, con le nostre vergogne.

Azor

26 agosto 2014

Il destino della nobiltà minore

Cartoline di stagione: 3° turno 2014-15

Nel lungo weekend appena trascorso si sono avviate anche la Bundesliga e la Liga. Anch'esse, più o meno, hanno ricominciato là dove erano terminate. Se emerge un'impressione comune anche agli altri campionati europei già in corso è infatti quella relativa ai "super club" di seconda fascia. Quelli con fatturati alti ma non altissimi, per intenderci: non Real, Barça, Bayern, City, United, Chelsea e PSG, ma Atletico, Borussia Dortmund, Arsenal, Liverpool, Monaco, etc. Club, cioè, capaci di vincere titoli, ma non in grado di competere con il parco giocatori di cui dispone ormai l'élite ristrettissima in cui si è concentrato il grande potere dell'universo calcistico internazionale in quest'ultimo lustro.

25 agosto 2014, Ethiad Stadium, Manchester
Top player? Forse sì. Stevan Jovetić alla sua prima doppietta nella Terra Madre
Le prime partite ufficiali della stagione sembrano confermare che la "nobiltà minore" fatica da subito a tenere il passo su più tornei. L'Arsenal ha vinto bene il Community Shield ma ha subito claudicato in Premier, sia in casa alla prima giornata sia alla prima trasferta al Goodison Park (pareggio ripreso per i capelli negli ultimi dieci minuti). Il Borussia ha vinto in modo perentorio la DFL-Supercup contro un Bayern senza molti titolari ma ha perso subito in casa, alla prima, uno dei big match di stagione, contro il Bayer Leverkusen, tanto che il "Guardian" si spinge a scrivere (il 25 gosto!) "Is the Bundesliga over already?" [vedi]. L'Atletico vince meritatamente con grande ardore ("coppini" del Cholo all'arbitro compresi) la Supercopa de España contro il Real, ma impatta senza reti, alla terza partita in sette giorni, sul campo del Rayo Vallecano alla prima in Liga. Il Liverpool sciorina subito il suo bel gioco veloce e manovrato ma perde nettamente il primo big match della Premier in casa del City. Potremmo continuare con gli esempi: Bielsa, al Marsiglia, che lamenta di avere a disposizione una rosa ristretta a 18 giocatori; l'Ajax che in meno di due settimane ha perso sia la supercoppa olandese che il Klassiker con il PSV (in casa); il Napoli - Eupalla non voglia! - che rischia di non vedere la Champions; etc.

Bene inteso, anche il City, il Bayern e il Real hanno perso le rispettive Supercoppe nazionali, anche il PSG sembra faticare senza il suo "faro votivo" (come direbbe il Cholo), ma danno comunque l'impressione di poter riprendere presto il loro ruolo di leadership, una volta messo a pieno regime il diesel della rispettive rose. Fosse così l'esercizio di tecnomanzia rischierebbe anche quest'anno di essere molto semplice [vedi quello dello scorso]: City o Chelsea, Real o Barça, Bayern e PSG. Quanto alla Serie A? Ne riparliamo tra un mesetto, ma non andiamo lontani se diciamo o Juve o Roma. Speriamo ovviamente di essere smentiti e che come è riuscito a fare lo scorso anno l'Atletico, anche quest'anno un club cadetto rovesci le gerarchie.

Azor

11 agosto 2014

Bagliori agostani

Cartoline di stagione: primo turno 2014-15

La prima cartolina di stagione ci ricorda che la pedata agonistica è cominciata ufficialmente nello scorso week end in alcuni paesi coi quali l'Italia si gioca il ranking UEFA.

10 agosto 2014, Wembley Stadium, Londra
René Giroud ha appena messo il primo sigillo di stagione

In Eredivisie nulla da segnalare: risultati come da pronostico. Semmai il botto lo ha fatto il Prins Hendrik Ende Desespereert Nimmer Combinatie Zwolle, alias PEC Zwolle, ridente capoluogo della provincia di Overijssel (mercato di bovini e industria alimentare a farla ricca), 104 anni di storia pedatoria e zeru tituli fino al 20 aprile scorso: 5:1 all'Ajax pluricampione nazionale nella finale della Coppa d'Olanda. Vittoria bissata il 3 agosto scorso all'Amsterdam ArenA, grazie a un golletto di Stef Nijland, nel XIX Johan Cruijff Schaal, vulgariter la Supercoppa d'Olanda. Nei Paesi Bassi non si parla d'altro da giorni. E' come se il Cesena avesse battuto due volte la Juventus ...

A Wembley, invece, domenica 10 agosto, l'Arsenal ha fatto seguire alla FA Cup conquistata meno di tre mesi fa contro l'Hull anche il Community Shield, stavolta contro il City. E' calcio in agosto (non "d'agosto" come alle nostre latitudini) e dunque da prendere con le molle: ai Gunners mancavano Ozil, Podolski, Mertesacker e Walcott; ai Citizens Aguero, Zabaleta, Demichelis, Fernandinho e Kompany, in pratica l'intera difesa. Ma la differenza l'ha fatta l'atteggiamento in campo: determinato l'Arsenal, apatico il City, e 3:0 inequivocabile e meritato alla fine. Magnifico il gol di Giroud, primo bagliore della stagione. La cartolina ci segnala anche la naturalezza con cui Wenger ha venduto al Barça il giorno prima il capitano Vermaelen e ha fatto debuttare contro Dzeko e Jovetic un 19enne, Calum Chambers, con alle spalle solo 21 presenze in Premier con il Southampton. C'è chi lancia i giovani nelle finali, e vince, e chi li manda a giocare in provincia e non vince nulla da tempo.

Nello scorso week end è iniziata anche la Ligue 1, che è il solito campionato divertente, zeppo di quei giocatori che il neoeletto Presidente della FIGB non esiterebbe a chiamare Optì Pobà. Tecnicamente il livello del torneo è modesto come la Serie A, ma lì gli stadi sono pieni e i gol arrivano a grappoli. Il venereabile Stade de Reims ha pareggiato lo one-man-show di Ibra. Il Monaco, che ha liquidato Claudio Regolo in nome di un gioco più aperto e spettacolare che dovrebbe garantire Leonardo Jardim (che ha il merito di appartenere alla scuderia di Jorge Mendes, come Luigi De Canio aveva quello di appartenere alla GEA ai tempi di Moggiopoli), ha subito timbrato una sconfitta in casa all'esordio.

Ma la cartolina arriva dallo Stade Armand Cesari di Bastia (intorno al quale gli ultras marsigliesi hanno inscenato le loro miserie: 44 poliziotti feriti). Per fortuna, sul campo di gioco, bello show della squadra di Marcelo Bielsa che, in vantaggio 3:1, si è fatta raggiungere dagli isolani. Gianni Brera lo avrebbe irriso. Ma è da notare che i gol finali sono arrivati quando il "Loco" ha voluto essere prudente, passando a 4 la linea di difesa. Per un'ora, invece, si è vista una vera difesa a 3, senza diagonali a 5 di terzini, protetta da un'altra linea di 3, che scendeva a incastro in fase di non possesso al limite della propria area. Sei difensori, ma non 4 con due mastini davanti (come l'ultimo Milan di Allegri, per intendersi), bensì due linee mobilissime. Uno spettacolo, un altro bagliore. Che poi serva a vincere è un altro discorso: ma esprime un'idea di calcio originale. Tanto più preziosa di questi tempi, perché rara.

Azor

8 agosto 2014

Una stagione a tre?

L'estate scorsa la riconfigurazione degli assetti tecnici dei maggiori club europei era ruotata intorno a un esteso ricambio degli allenatori [vedi]. Per alcuni l'approdo su una nuova panchina si è poi rivelato positivo: Ancelotti al Real ha vinto la decima e la Copa del Rey; Guardiola al Bayern ha vinto la Bundesliga e 4 coppe; Pellegrini al City ha vinto la Premier; Blanc al PSG il campionato e le due coppe nazionali. Anche Benitez al Napoli ha vinto la Coppa Italia, e Martino al Barcellona, alla fin fine, almeno la Supercoppa di Spagna. Anche Moyes allo United ha vinto la Charity Shield ma poi è finito arrostito sulla panchina più rovente del mondo. Solo Mourinho al Chelsea non ha vinto nulla. Tra gli allenatori confermati Simeone all'Atletico ha vinto la Liga e fiammeggiato in Champions; Conte alla Juventus ha vinto scudetto e Supercoppa; Wenger all'Arsenal la FA Cup; e Klopp al Borussia la Supercoppa tedesca. Il comune denominatore di questi allenatori è l'appartenenza alla ristretta élite dei "super club" europei, destinati comunque a primeggiare.

Quest'anno la rotazione è più limitata. Le attese sono concentrate su Van Gaal allo United, su Enrique al Barcellona e su Bielsa al Marsiglia. Si tratta di tre allenatori di grande sagacia tattica. Checché ne dicano i gazzettieri italici - nessun dei quali s'accorse del modulo vintage (WW) che Luis adottò alla Roma, finendo poi ripudiato come capita a quasi tutti, anche ai marziani, nella città eterna - anche lo spagnolo è talentuoso e ricco di idee, fautore di un gioco qualitativo. Le novità tattiche non potranno che venire da loro quest'anno.

Archetipi del 3-5-2
Insieme con il Pep, che sembra voler adottare come modulo base il 3-4-3 sperimentato senza continuità nell'ultima annata catalana, potrebbe essere il ritorno della difesa a 3 la cifra tattica della stagione. Bielsa propugna da sempre il 3-3-1-3 (o 3-3-3-1). Van Gaal ha fatto vedere ai Mondiali come si giochi con Kuyt e Blind esterni di 4. Attenzione, però: non esiste una sola via alla difesa a 3.

La primogenitura, come ha ricostruito Jonathan Wilson, va ascritta a Carlos Bilardo e alla sua Argentina campione del mondo nel 1986: 3-5-1-1, con un libero e Maradona dietro a Valdano. Anche Beckenbauer schierò una difesa a 3 in quel Mondiale ma con 4 mediani e Matthaeus dietro a 2 attaccanti: già nel 1990, però, lo schieramento si era consolidato in un 3-5-2. In Italia lo importò Nevio Scala al Parma, impostando la declinazione difensiva della difesa a 3, cioè quella dove gli esterni sono due terzini e tutti, in fase di non possesso, corrono all'indietro, posizionandosi a 5. Ciò significa giocare con un uomo in meno a centrocampo al punto da poter costringere uno dei due attaccanti a fare da raccordo (oltre a Maradona, l'esempio più recente è Hamsik dietro a Cavani, in assenza di Lavezzi, nel Napoli di Mazzarri, con Maggio e Zuniga esterni), o limitarsi a due punte davanti di cui una, per necessità, molto mobile (come Tevez nella Juventus o come Rossi nella Fiorentina ipotizzata da Montella con Gomez perno), perché il modulo non prevede attaccanti esterni ma solo la discesa dei terzini.

Altra cosa è invece giocare con una linea di soli 4 (o addirittura 3, con Bielsa e Sampaoli) centrocampisti, perché ciò costringere i tre difensori a salire in fase di non possesso, mancando le diagonali dei terzini esterni. A squadra posizionata sulla linea della propria area scala un esterno a 4 e l'assetto diventa un 4-4-2, scendendo dall'altra parte un attaccante esterno sulla mediana. Primo sperimentatore in Italia fu Alberto Zaccheroni con l'Udinese nel 1996-1997, con uno spettacolare tridente Poggi, Bierhoff e Amoroso.

Eroi del 3-4-3
Se il 5-3-2 ha il vantaggio di rendere denso il centrocampo in fase di possesso e lo svantaggio di dover aggredire gli spazi sulle fasce con due difensori, il 3-4-3 ha il vantaggio di rendere molto largo il fronte d'attacco favorendo l'inserimento dei mediani, e lo svantaggio di dover rischiare costantemente il fuorigioco difensivo perché le fasce non sono presidiate da difensori.

Questo per dire che la difesa a 3 esprime una serie di varianti, compresa quella, magnifica, della Roma di Luis Enrique, con De Rossi che in fase di non possesso scendeva da vero metodista sulla linea di Kjaer e Heinze in fase di non possesso, mentre Taddei e Josè Angel erano costantemente alti sulla linea di Gago e Pjanic. Nelle prossime settimane vedremo se Enrique la riproporrà con Busquets a scendere tra Mascherano e Piquè. Secondo questa declinazione, estrema quanto bellissima da vedere, i due laterali dei tre difensori sono in pratica due centrali cui si aggiunge a pendolo il mediano, e si gioca a zona pura. Nella declinazione a 5 il centrale è uno solo e gioca da "libero", come, per esempio, sta cominciando a fare Vidic nell'Inter di Mazzarri.

Altra evoluzione tattica in corso sembra essere il ritorno della marcatura ad uomo a centrocampo, con uno due mediani centrali a seguire l'avversario più pericoloso: nella semifinale mondiale dell'Olanda con l'Argentina Messi fu seguito ovunque da Schneijder. Insomma, si annuncia una stagione potenzialmente interessantissima dal punto di vista tattico, quanto non lo è stata quella appena finita, Mondiale a parte.

Azor

16 dicembre 2013

Se nove gol vi sembran tanti ...

Cartoline di stagione: 18° turno 2013-14

14 novembre 2013, City of Manchester Stadium, Manchester
Arriva dal City of Manchester Stadium [card], e non poteva non essere così, la cartolina di questo turno stagionale dicembrino. Chi ha avuto la fortuna di guardarla ha assistito a una delle più belle partite della stagione: il City ha vinto meritatamente con largo margine su un Arsenal che ripropone anche in questa annata le fragilità di tenuta che aveva mostrato in quelle più recenti (e sulle quali avevamo già avanzato i nostri dubbi: vedi). Il risultato - 6:3 - è l'esito di una partita giocata dal primo all'ultimo minuto all'attacco da entrambe le compagini. Gianni Brera avrebbe inseguito con l'ombrello i difensori, perché è evidente che nove reti sono uno sproposito e in molte di esse è indubbio che hanno pesato errori grossolani nella fase difensiva e nei terminali davanti al portiere. Inadeguato, in particolare, si è rivelato lo spagnolo Nacho Monreal (sostituto forzato di Kieran Gibbs): sulla sua fascia i Citizens si sono infilati innumerevoli volte, scardinando l'assetto centrale della linea difensiva dei Gunners.

Reso omaggio al realismo paduo di Mastro Gioann, possono essere fatte anche un paio di considerazioni che attengono all'evoluzione delle idee di gioco e alla cultura calcistica del campionato britannico. La prima constata come nel calcio di vertice a livello internazionale stia prevalendo da qualche anno un orientamento a favore del calcio offensivo: "lo spettro del gol che si aggira per l'Europa", come lo ha chiamato Jonathan Wilson [leggi], ascrivendone a padre tutelare Marcelo Bielsa, col suo stile di gioco votato al possesso, "more passing, less tackling", e crescentemente diffuso in giro per il mondo (da Pochettino a Guardiola, da Rodgers a Montella, da Mancini a Pellegrini, agli stessi Prandelli o Benitez, per ricordare solo qualche santone). Stiamo attraversando una fase culturale che, pur senza esprimere estremismi ideologici, ritiene più virtuoso segnare un gol in più piuttosto che subirne uno in meno.

Per le tradizioni del calcio all'italiana è qualcosa, a un tempo, di riprovevole e di difficile acculturazione. Ben altro è il clima, come sappiamo, nella Terra Madre. Dopo le tragedie e le violenze degli anni 1980s, la Premier League si è affermata come il maggiore campionato planetario - quello che guardano tutti - non solo per la cultura ambientale (stadi, tifosi, merchandising etc.) ma anche per la piacevolezza di fondo del gioco espresso, con punte alte di spettacolarità, cui contribuiscono protagonisti provenienti da tutto il mondo, in quella vocazione sincretistica (apertura alla tradizione) di cui è magnificamente capace solo l'eredità imperiale britannica.

Azor

4 dicembre 2013

La Cattedrale alla periferia del villaggio

Cartoline di stagione: 16° turno 2013/2014

1° dicembre 2013, Estadio de San Mamés, Bilbao
I baldi 
Lehoiak hanno appena azzannato la preda amazzonica
La cartolina di questo turno pedatorio europeo giunge dall'Estadio de San Mamés di Bilbao [card]. Per due motivi, uno contingente (si constata la prima sconfitta stagionale del Barça in Liga) l'altro di lungo periodo (l'abbandono de La Catedral per uno stadio nuovo e anonimo).

Domenica sera la capolista ha perso meritatamente in terra basca di fronte a una squadra che del Loco Bielsa ancora conserva memoria nell'idea di un gioco giocato, con pressing alto, nell'organizzazione che le ha dato ora Ernesto Valverde. L'Athletic ha giocato bene le sue carte nonostante in rosa annoveri veramente un finto centravanti, l'improbabile Gaizka Toquero, un generoso quadrupede incapace di inquadrare la porta sia con le corna sia con i ferri da stiro. A risolvere il match ci hanno pensato i giovani gioielli di casa Ibai Gómez, Markel Susaeta, Andoni Iraola, Ander Iturraspe, e il "bambino" Iker Muniain, che seguiamo con simpatia dalla bella cavalcata in Europa League del 2012 [vedi]. Quanto ai catalani non c'è molto da aggiungere al già detto: la squadra non è più quella dei tempi gloriosi del Pep, attraversa un inevitabile ricambio generazionale tra i vecchi campioni e i nuovi che ancora devono dimostrare di esserlo, con le alee del mercato (l'infelice Song per tutti), ed è soprattutto discontinua, alternando momenti altissimi (ce lo siamo tutti dimenticati il secondo tempo del clasíco di appena un mese fa?) a fasi disordinate, soprattutto quando cala di ritmo. Aggiungiamo poi l'inevitabile flessione in corso di stagione e l'assenza di Messi e i conti tornano. Il tiki-taka, il Tata e Neymar li lasciamo agli argomenti della critica beota.

Invece, parliamo dello stadio. Se Rudi García pretendeva di aver rimesso la chiesa al centro del villaggio i baschi hanno spostato la Cattedrale dal centro della propria storia. Con un investimento da Spagna finanziariamente ed edilizialmente ruggente, da anni 2000s, l'Athletic Club ha deciso di distruggere il vecchio, suggestivo, unico, San Mamés, centenario teatro di tante battaglie (1913-2013 [vedi Panenka]), dove si venerava in tribuna centrale la statua del Pichichi (Rafael Moreno Aranzadi, capocannoniere eponimo della Liga [vedi]), per trasferirsi lì accanto in un nuovo, comodo, anonimo stadio. Sembra di essere a Leopoli o a Salisburgo ... Totale perdita di fascino e di tradizione. Lo chiamano calcio moderno, polifunzionale, vettore di fatturato. Nel secolo scorso gli stadi costituivano dei "luoghi unici" nella trama urbanistica delle vecchie città europee, dei santuari che vivevano solo il giorno della partita e dormivano immoti e monumentali negli altri giorni. Nel nuovo secolo gli stadi sono l'ennesimo non-luogo dei tanti che imbruttiscono e avviliscono il disordine urbanistico della nostra era, tra strade mercato, svincoli autostradali, sottopassi alluvionali, cementificazioni laviche, ipermercati e mega parcheggi. Anche i Paesi Baschi si sono omologati alla vulgata della modernità, nonostante la retorica rivendicazione della propria alterità.

Azor

1 ottobre 2013

Il Meticcio

Cartoline di stagione: 8° turno 2013/2014

28 settembre 2013, Estadio Santiago Bernabéu, Madrid
Negli occhi del castrone gallese tutto lo smarrimento blanco
Non può non arrivare che da Madrid la cartolina di questo turno [card], che pure ne ha viste delle belle anche a Manchester, al White Hart Lane o all'Olimpico di Torino. Del Real Madrid toccherà certamente parlare anche in futuro perché Carletto nostro sta masticando il pane duro con cui si sono misurati i suoi predecessori: la squadra la assembla quell'incompetente fanfarone di Florentino Pérez, agli allenatori tocca provare a fare vincere un mazzo di figurine eterogenee (ultima quella di un castrone gallese pagato leggermente oltre misura). Lo Special One vi è diventato Normal One anche perché si era illuso di poter controllare lui la macchina: ha fatto fuori tutti, da Valdano a Zidane, tranne l’unico che non poteva decapitare, ed è stato un fracaso total. Carletto ha fisico e tempra per potercela fare, anche se le cose gli si sono un po' complicate con la vendita di due tipi che sanno anche giocare al calcio, Higuain e Ozil: adesso è rimasto con i Di Maria e i Benzema. Non sarà facile.

Qui invece vorremmo alzare il giusto peana al Meticcio, al secolo Diego Pablo Simeone, che lo onora sfoderando in quest’annata un look primi anni ottanta, tra il dark, il macho e i molti afrori, che se non fa più tendenza lo distingue comunque dalla massa. El Cholo aveva già vinto in Argentina, ma è in questo biennio a Madrid che ha mostrato tutte le sue qualità, vincendo lo stesso numero di titoli del Profeta di Setubal, e mostrando di saper battere chiunque (gli manca solo il Barça, cui ha lasciato la Supercoppa senza sconfitte): ben due volte il Real al Bernabeu (con una Copa del Rey con Mourinho espulso), il Chelsea (Supercoppa UEFA) e Bielsa col suo bell’Athlétic (Europa League). Adesso viaggia alla velocità del Barcellona senza averne i campioni. L’Atletico è però messo in campo in maniera semplice e quadrata, un bel 4-4-2, che l’altra sera ha impedito al Real di giocare la palla. In più ha un paio di giocatori capaci di fare la differenza: il celebrato in queste ore Diego da Silva Costa, un brasiliano candidato a disputare il Mondiale di casa con la maglia roja, bomber devastante; e il meno celebrato, ma forse ancor più bravo Koke, Jorge Resurrección Merodio all’anagrafe, che a 21 anni mette assist a bizzeffe come pochi altri alla sua età. Resteremo sintonizzati: parteggiando, ovviamente.

Azor

29 maggio 2012

Terremoti

Sono giorni di terremoti, purtroppo. Accanto a quello tragico che sta drammaticamente piegando l'Emilia e che spezza la vita delle persone, la scossa è arrivata anche al vertice del calcio italico. Un evento che non giunge inaspettato come invece i subbugli di Gea. Ma la botta è dura lo stesso.

Cerchiamo però di dare un ordine eupallico alla cosa, per non farci travolgere dal qualunquismo e dal letame che alcuni media specializzati - quelli orfani del Caimano per intendersi - usano come linguaggio per tutte le stagioni e amano scagliare vorticosamente. Scrive giustamente Giovanni Bianconi sul "Corriere della sera" di oggi [leggi] che questa ennesima indagine - che uno dei suoi inquirenti di punta, uno dei tanti magistrati che ama parlare in pubblico, Guido Salvini, ha definito "non meno grave di fenomeni di corruzione che avvengono nel campo politico-amministrativo" - rischia di acuire la disaffezione degli italiani non solo dalla politica ma anche dal calcio.

E qui sta il punto. Quale calcio? Quello intossicato dal tifo e dalle contiguità criminali? Quello del "devi morire" e del "meglio ladri che gobbi"? C'è solo da auguarsi che gli appassionati prendano le distanze da un ambiente in cui i giocatori sono ultras e gli ultras presidenti e i presidenti dei faccendieri e i giornalisti delle prostitute per tifosi utilizzatori finali, in un cerchio magico e grottesco.

Tra tante vestali del moralismo in servizio permanente effettivo, assumiamo un punto di vista morale molto semplice, guidato dal buon senso: gli inquirenti vadano fino in fondo, i giudici siano giusti, le pene siano severe e soprattutto senza sconti. Ma non si creda poi che il problema possa rimuoversi così. Il calcio non è solo un'industria ma una pratica sociale, planetaria. Vive in simbiosi con l'evoluzione della società e non su Marte o in una linda bolla di anime belle.

Una delle pagine più brutte
della Germania del Novecento
I giocatori e gli allenatori sotto inchiesta in Italia hanno probabilmente intascato soldi che vengono da Singapore, passando attraverso le reti criminali slave e ungare e non solo campane. Il qualunquismo mediatico internazionale vuole che sia l'ennesima conferma dell'immagine infetta del nostro paese. Giovanni Trapattoni è sincero quando dice "che lasciamo una brutta immagine del nostro calcio. Da italiano la prima sensazione è che veniamo derisi all'estero, rimane il fatto che venivamo sempre additati come intrallazzoni, mafiosi e questo fa male perchè io posso dire di aver pagato lo scotto di un atteggiamento che ci coinvolge tutti". Ma - si noti - siamo ai soliti cortocircuiti sugli stereotipi nazionali, come ha confermato subito certa stampa tedesca.

In realtà, il giornalismo serio di inchiesta - come quella condotta dalla "Gazzetta dello sport" tra il dicembre 2010 e il febbraio 2011 - ha messo bene in evidenza come siano coinvolti moltissimi campionati in Europa e nel mondo: non solo quelli italiani, ma anche quelli tedeschi, svizzeri e turchi per stare al certo delle inchieste in atto in vari paesi (in Turchia, per chi non lo ricordasse, è finito in prigione addirittura il presidente del Fenerbahce, e la Federazione calcistica locale ha congelato le retrocessioni per non evirarsi delle squadre di vertice e per non causare rivolte di popolo). Anche molte partire della Champions League sono sotto osservazione, come sa bene Michel Platini. E d'altra parte le non limpide assegnazioni degli Europei all'Ucraina e alla Polonia o dei Mondiali alla Russia e al Quatar mostrano come il pesce puzzi dalla testa.

Attenzione, però: non invochiamo qui il "tutto il mondo è paese" per lavarcene cinicamente le mani. Tutt'altro. Invochiamo al contrario una presa di coscienza generale che non può che passare attraverso la conoscenza e la cultura. Come in molti altri settori della nostra vita attuale occorre un forte investimento, individuale e collettivo, in educazione, e in cultura umanistica in particolare (latino e greco, arte e storia, letteratura e linguistica, etc., per intenderci: sì, proprio quella che non fa mangiare). Solo con questi strumenti si possono superare la povertà intellettuale degli stereotipi e della pornografia mediatica che ammorbano l'analisi della crisi greca quanto quella del calcio corrotto.

1963: Pier Paolo Paolini intervista i giocatori del Bologna
per il suo film inchiesta Comizi d'amore
Lo aveva capito benissimo Pier Paolo Pasolini, uno dei figli prediletti di Eupalla e uno dei pochi veri intellettuali italiani del Novecento, quando andava a intervistare sui temi del costume e dell'eros i giocatori del Bologna della generazione dei Pascutti e dei Bulgarelli (che notò, in realtà, come PPP avesse "un gran desiderio di parlare di calcio: io provavo a ribellarmi, a me interessava altro, ma lui monopolizzava tutti i discorsi, voleva sapere tutto dell’ambiente in cui vivevamo"), o quando ci ricordava che il catenaccio "è un calcio di prosa basato sulla sintassi, ossia sul gioco collettivo e organizzato, e che il suo solo momento poetico è il contropiede". Non era un ingenuo sognatore, non inseguiva le lucciole, ma il mistero della vita in una delle sue epifanie più espressive e conturbanti.

Nello sguardo tenero e riconoscente di Pep Guardiola ai suoi prodi, nelle pensose passeggiate mani dietro alla schiena di Marcelo Bielsa, nello studio attento e prodromico dei rigoristi del Bayern da parte di Petr Čech, in una partita monumentale come quella di Didier Drogba alla Fußball Arena di Monaco stanno ancora - e proprio nei giorni a noi più prossimi nel ricordo - la vera essenza, l'intensità e il mistero del gioco più bello del mondo. E' da qui che occorre ripartire, senza bende sugli occhi ma anche senza infingimenti.

12 maggio 2012

Una bella finale

Radamel Falcao è stato oggetto di ampia e meritata notorietà nei giorni appena trascorsi. Con due perle [rivedile qui] ha schiantato in meno di mezzora la difesa dell'Athletic, scaduta a mestissima broccaggine di fronte a cotanto bomber. Sappiamo che ha vinto da solo anche la finale dell'Europa League dello scorso anno col Porto, per poi passare all'Atletico Madrid per le modica cifra di 40 milioni: una follia presidenziale, perché è vero che occorreva sostituire degnamente Aguero, ma è altrettanto evidente che la rosa dei Colchoneros è buona ma non di primissimo livello, e Falcao appare meritare ben altri palcoscenici. Non a caso è dovuto arrivare in corso d'opera un ex come il Cholo per risollevarla. Simeone è un allievo di Bielsa, che ha avuto come CT della nazionale, e l'altra sera a Bucarest ha superato il maestro facendo mostra di modestia (una virtù che ha acquisito come allenatore, tanto il giocatore era sanguigno).

9 maggio 2012, National Arena, Bucarest
Radamel Falcao García Zárate scaglia nell'angolino
il primo gol della sua ennesima grande finale europea
La finale è stata bella, degna di questo nome. Primo tempo [qui] tutto dell'Atletico, che ha soffocato nella metà campo altrui, con un pressing mirato, l'avvio dell'azione dell'Athletic. Quando si è affacciato in area ha messo la palla nei piedi del suo bomber e ha incassato il dovuto. Schiacciati dagli avversari, i giovani centrocampisti baschi hanno palesato limiti di carattere ma anche tecnici, non riuscendo mai a saltare l'uomo e ad anticipare l'avversario. Bielsa ha cambiato cavalli all'inizio della ripresa e infatti l'Athletic ha dato il meglio di sé [qui] in quello che Wilson chiama "relentless attacking" e che ne ha caratterizzato la grande cavalcata europea di questa stagione. I Lehoiak hanno avuto le loro belle occasioni, un po' sciupate e un po' infrantesi sullo scoglio di un portiere di grandissimo avvenire (annotiamoci il nome), Thibaut Courtois, un belga in prestito sul Manzanarre ma di proprietà del Chelsea. Insieme a Neuer è al momento l'estremo europeo più giovane a mostrare grande concretezza (e risultati). Il sigillo dell'ex bianconero Diego è stato solo il segno della nemesi dopo tanto sciupio.

Rimarranno nella memoria le lacrime vere e dirotte di molti giocatori baschi alla fine della partita [qui le emozioni], consapevoli dell'impresa sfiorata dopo 35 anni e della difficoltà di ripeterla a breve, nonostante il bel calcio mostrato: verticale e tattico, come nello stile delle squadre del Loco. Ha vinto invece, con merito, la solidità di un calcio accorto ma non vocato alla sola copertura come quello proposto da Simeone (temprato dall'annata italica): 12 vittorie consecutive non sono casuali ma il segno di un grande torneo condotto dall'Atletico. Lo eccede, lo ripeto, il suo bomber: un bond sicuro, uno dei pochi attaccanti contemporanei capace di tenere palla in area e di puntare alla porta in tutti i modi (destro, sinistro, testa, botta, cucchiaio, zampata, etc.: vedine qui un repertorio). Un'epifania consolante.

30 marzo 2012

E se fosse l'ora del "Loco"?

La Champions ha messo in scena i suoi tre quarti scontati (inimmaginabile che Apoel, Marsiglia e lo stesso Benfina, che conferma la tradizionale difficoltà a segnare, ad alti livelli, del calcio portoghese [fatto salvo il Porto], ribaltino il risultato al ritorno) e un bel quarto sul patatao di San Siro: una bella partita del tenore di certe finali contratte, senza gol. A differenza di Mans non darei per scontato che martedì prossimo il Barça prevalga senza problemi, anzi ... Quest'anno il Milan ha dimostrato di essere l'unica squadra capace di "suonare" il proprio gioco contro la Philarmonica, senza stare ad ascoltare gli "incantantori di serprenti" come li chiama Mastro Arrigo: il 2-2 al Camp Nou in autunno indica che è possibile segnare anche lì; e se il Milan segna per il Barça sarà più difficile venirne a capo. L'impressione che i catalani abbiano scollinato l'apice del loro ciclo (acme 2011 con cinque tituli) comincia a farsi più concreta: mancano di smalto e ferocia e in difesa ne combinano di grosse (vista ieri una fase difensiva oscena con 8 giocatori schierati su un'unica linea dell'area di rigore come le pedine del Subbuteo ...).

Ma il protagonista della serata di ieri (Europa League) è senz'altro l'Athletic Club (in basco Athletic Kluba) che, dopo aver espugnato (3-2)  l'Old Trafford l'8 marzo scorso [vedi HL 4:43] ha concesso il bis, come si dice, alla Arena AufSchalke (4-2). Si noti il tabellino dei marcatori: Fernando Llorente, Óscar de Marcos e Iker Muniainm a Manchester; Fernando Llorente (2 pere), Óscar de Marcos e Iker Muniain a Gelsenkirchen. Il primo è una vecchia conoscenza del calcio europeo del primo decennio del secolo, il secondo uno sconosciuto a me, il terzo il ragazzo emergente [vedi qui i suoi numeri all'Old Trafford]. La banda basca, ormai aperta alle contaminazioni, è già qualificata per la finale della Copa del Rey, dove se la vedrà con i musicanti del Pep. Dunque è la squadra emergente, piena di giovani. La guida un'altra vecchia volpe del calcio questa volta intercontinentale, Marcelo Bielsa, che la VQA indica come allenatore di fascia A1 (oro olimpico 2004 e campionati argentini) con coefficiente 11,5. Dunque non un parvenu, nonostante sulla panca dei Pumas nel mondiale 2002 sfoggiasse un fisico che sembrava la controfigura di Jerry Calà [vedi].

E' inutile girarci intorno: "el Loco" piace da morire a Moratti, che come sappiamo già l'avrebbe voluto per il dopo Leonardo. Bravo è bravo, come confermano palmarès e risultati odierni; è un insegnante di calcio; è capace di valorizzare i giovani e inserirli in un tessuto più esperto. Invoco anch'io il buon Bugno: vedremo ...

Azor