Visualizzazione post con etichetta Die Schwarzgelben. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Die Schwarzgelben. Mostra tutti i post

19 marzo 2015

Alla trattoria del Westfalenstadion

Fettine di coppa: ottavi di CL 2014-15 (ritorno)

L'interno della trattoria
Per una cena più che decente, alla trattoria del Westfalenstadion, è probabile che ad Antonio Conte sarebbero stati sufficienti i famosi dieci euro. La Juve, con Allegri, ha banchettato. Un'abbuffata me-morabile, apprezzata persino da mastro Arrigo. Più vorace e affamato di tutti, l'apache. Carlitos Tevez, uno dalla cui faccia i duri trascorsi dell'infanzia non sono ancora scomparsi. Tevez, già. Un campione "senza controindica-zioni", ha detto Arrigo Sacchi, azzardando un paragone con Baggio. Il paragone si può discutere; certamente, Tevez sembra uno che, invecchiando, migliora. Migliora in tutto.

Coloro che non hanno in simpatia Nostra Signora naturalmente minimizzano. Il Dortmund? Pur sempre i decimi della Bundesliga, ed erano gli ultimi sino a poche settimane fa. Depauperati di anno in anno dei giocatori migliori. Una squadra-fantasma. Molto più forte l'Atletico di Bilbao. Nemmeno l'ombra dello squadrone che fu. Sarà anche vero, ma pare inutile sottovalutare l'esito della doppia sfida (che numericamente poteva e doveva assumere proporzioni anche più larghe), abbiamo la Juve ai quarti ed è un'ottima notizia, ed è una notizia che arriva al termine di una prestazione di assoluto rilievo. A prescindere dagli avversari. L'avvio della gara, in pressing forsennato all'immediata ricerca del gol, è stato da grande squadra. In Europa si deve giocare così.

Ora, naturalmente, per i quarti si cambierà trattoria. Vedremo dove ad Allegri toccherà presentare i suoi. Potrebbe anche capitare un ristorante di lusso. Lo sapremo domani. Intanto lui (Allegri) non lo dice, ma certamente la possibilità di giocare senza Pirlo in mezzo al campo non gli è dispiaciuta. Non dice nemmeno che - per esempio - il secondo gol nasce da movimenti degli attaccanti e da una verticalizzazione del tipo (esattamente del tipo) di quelle che proponeva la squadra ai tempi di Gonde.

La cacciata dal torneo di tutte le inglesi già nel primo turno a eliminazione diretta è un dato sorprendente, ma forse e semplicemente riflette la difficoltà e l'intensità agonistica delle loro tre competizioni domestiche. Il Chelsea, per esempio, non si permette di schierare le seconde linee nemmeno contro il Southampton in casa propria: ne verrebbe travolto (domenica scorsa, il match è stato memorabile). Col PSG, è andato in apnea ed è annegato. L'Arsenal può prendersela solo con se stesso; vale il triplo del Monaco e ha buttato i quarti nella spazzatura. Il City, di fronte al Barça di queste settimane, ha fatto quel che poteva. Naturalmente, tutto ciò è di consolazione per Mourinho, che potrà ripetere ai giornalisti l'ultima sua trovata ("se volete parlare di CL, rivolgetevi a Wenger e a Pellegrini"). Delle tre spagnole, i blaugrana sono al momento i più in palla. Sarebbe bello vederli contro il Bayern del Pep, prima o poi, per una sfida memorabile.

Quotazioni. In rialzo sensibile Bayern e Barça. In rialzo discreto: PSG, Juventus e Porto. Stabile: Atlético Madrid. In ribasso: Real Madrid. Non quotato: Monaco.

Mans

26 febbraio 2015

L'equilibrio forse apparente e l'indecente presupponenza del Borussia

Fettine di coppa: ottavi di CL 2014-15 (andata)

Hakan Çalhanoğlu. Sta per segnare un gran bel gol
L'andata degli ottavi di CL è dunque consegnata alle tabulae. Unica - ma relativa - sorpresa la batosta interna dei Gunners (squadra sempre 'leggera', sempre non bene attrezzata per le grandi battaglie d'Europa), più che altro perché subita dal Monaco (spacciato anche nei pronostici meno imprudenti), club dato in disarmo di ambizioni e vivacchiante ai margini dell'alta classifica nel campionato di Francia. Come già un anno fa, i Citizens ospitano il Barça nella prima partita, e come un anno fa la perdono, seppure con passivo 'migliore'. Le due grandi favorite impattano nelle rispettive trasferte, in confronti considerati improbabili (Shakthar e Schalke). I vicecampioni perdono nello stadio-farmacia, ma possono rimediare. A occhio, tra quelle che avevano vinto il girone, unica a rischiare seriamente l'eliminazione precoce è dunque l'Arsenal. Atlético e Borussia devono rimontare un gol - i tedeschi, tuttavia, avendo segnato fuori casa - e non sarà semplicissimo. Ma sarà dura anche per il Chelsea e - forse - per il Porto.

Rispetto all'anno scorso sembra dunque esserci maggiore equilibrio. Le gare di ritorno furono allora sostanzialmente una formalità per tutte le 'grandi'. Le squadre di casa (seconde nei gironi) conseguirono nella prima partita solo una vittoria (l'Olympiakos contro lo United) e un pareggio (strappato dal Gala al Chelsea) poi vanificati; fecero sei reti e ne incassarono venti. Quest'anno, il passivo si è dimezzato, e all'attivo c'è un gol in più. Diciassette timbri complessivi sul tabellino (mai così pochi dal 2011, quando furono sedici). La tendenza è sempre la stessa, ma meno netta. In ribasso le quotazioni del Chelsea e dei Colchoneros; stabili Bayern e Real; in rialzo preoccupante (per le rivali) quelle del Barça. Stabili (e basse) le prospettive di PSG, Juve e Borussia. Sostanzialmente azzerato (salvo rivolgimenti epocali) il futuro di Arsenal e City.

Lichtsteiner sembra non credere a quel che ha visto.
Bonucci cerca disperatamente di rimediare
Chiellini vorrebbe scomparire nelle profondità dello Stadium
I nostri giornali hanno salutato con enfasi la prestazione (e la vittoria) della Juventus. Forse, e anzi soprattutto, per la desuetudine ai risultati incoraggianti a quest'altezza della competizione. Purtroppo, invece, a noi sembra di poter dire che la partita messa insieme dalla Juve, contro un avversario dalla vulnerabilità difensiva inverosimile, sia stata molto deludente. Si sono ben comprese, allo Stadium, le radici della stagione indecente del Borussia - indecente, davvero, in Bundesliga. Le ultime vittorie (conseguite contro concorrenti dirette nei bassifondi della Bundes) avevano forse lasciato intendere un ritorno alla competitività degli uomini di Klopp. Alcuni di loro, importanti e anzi insostituibili (Marco Reus su tutti) sono tornati a pieno servizio. E il 'modo' di stare in campo è tornato (ammesso sia mai cambiato) quello che conoscevamo. Quello della grande squadra, che cerca di alzare il ritmo, che tiene la pressione altissima. Che, in trasferta, cerca di 'spaventare' l'avversario ostentando sicurezza e personalità. Sette, otto uomini sistematicamente oltre la linea della palla. Spregiudicatezza cui non ha corrisposto una adeguata produzione offensiva. Poche occasioni, un gol regalato da Chiellini, molte leziosità nel palleggio. Non è più 'quel' Borussia.

Ma non è ancora la Juve che si vorrebbe. Una 'grande' Juventus, martedì sera, avrebbe goleado senza pietà e senza rimedio. Due soli gol, altrettanti gettati nella spazzatura, e nient'altro. Dopo la topica di Chiellini, venti minuti inguardabili. C'è poco da essere ottimisti. A occhio, tra le sedici, Juve e Borussia si pongono all'altezza di Basilea e Shakthar. Una delle due - ovviamente - passerà, salvando bilancio e stagione. Ma difficilmente andrà oltre.

Mans

21 febbraio 2015

Bicchieri mezzi

Fettine di coppa: sedicesimi di EL 2014-15 (andata)

A leggere e ad ascoltare i commenti della stampa italiana, la serata record di Europa League, con ben 5 squadre della nostra Serie A in lizza per accedere agli ottavi, sembrerebbe essere stata molto positiva nel suo complesso. A me non pare poi così tanto. Alla fine portiamo a casa una sola vittoria, larga. E quattro pareggi, di cui due in casa. Il solo dato positivo è, per una volta, l'assenza di sconfitte.

Il Manolo alla turca
E così ci beviamo subito il bicchiere mezzo pieno.

A ben vedere, in questo momento il Torino e la Roma sarebbero già fuori dai giochi. Inter e Fiorentina in bilico. Solo il Napoli è pressoché certo di essersi qualificato. E forse non è un caso che alla sua guida sia l'allenatore (di club italiani) più onusto di coppe internazionali. Gita turistica in Turchia. Pubblico straordinario, per calore, sostegno e compostezza nella disfatta, all'Hüseyin Avni Aker di Trebisonda. Gran bella partita, di personalità e di spessore, di Manolo Gabbiadini, che conferma su palcoscenici continentali la crescita di consapevolezza e autostima. Gol all'esordio in EL per questo non più giovanissimo attaccante nostrano, già vicecampione europeo Under 21: le porte della Nazionale maggiore (2 soli caps finora) potrebbero schiuderglisi definitivamente a breve. E' lui la stella italica della serata.

Pazza Inter, invece, come sempre. Anche al Celtic Park. Dove il club di casa coltiva il football attraverso la sua memoria, come sanno fare solo i britannici onorando la propria tradizione. Bello l'invito agli ex nerazzurri battuti nella finale di Coppa campioni 1967 a ritrovarsi insieme ai Lisbon Lions [vedi]; e peccato che siano potuti salire fin lassù solo Mariolino Corso e Gianfranco Bedin. Sul campo, sferzato dalla pioggia delle Highlands, l'XI nerazzurro del 2015 ha palesato invece i progressi del lavoro di Mancini e le debolezze strutturali della rosa: i centrali difensivi, Ranocchia e Juan Jesus, hanno confermato di essere due ronzini di razza purissima, ben corroborati da un degno castrone par loro come Campagnaro. Se nella fase offensiva la squadra ha trovato forse il suo assetto migliore (al momento), con Shaq the Shark irrefrenabile suggeritore e stoccatore, in quella difensiva il cantiere rimane aperto. E preoccupante. A San Siro è probabile che i bianco verdi non riproporranno il pressing + ritmo incessante di quando giocano nella propria tana. Ma la Beneamata farà bene a badare a non prendere un golletto che potrebbe anche rivelarsi assassino. Sperem.

I vecchi leoni
La partita più matura l'ha giocata la Viola, nella Londra del nord. Ha sofferto per 25 minuti la mareggiata degli Spurs, contenendo i danni; poi ha risalito progressivamente la corrente, con pazienza e sagacia tipicamente italica, ricucendo il suo gioco senza fare barricate ma abbassando il ritmo a tal punto da depotenziare quelle intense azioni d'attacco tipiche della Premier League domenicale. Sfortunatamente per loro, gli Spurs non hanno trovato di fronte a sé le generose difese britanniche, ma le arcigne linee difensive approntate da Montella, bravo a cambiare in corsa il modulo dalla difesa a 3 a una più larga linea a 4. Non pervenuti, di conseguenza, né HarryKane né Lamela. Al Franchi i Gigliati potranno anche agire in modo reattivo. A patto di non rintanarsi all'indietro, ma di difendersi correndo in avanti. Vedremo. Ma confido.

Il bicchiere mezzo vuoto riguarda certamente le altre due partite. Generosa e appassionata quella del Toro: non è vero però che sia stato sfortunato. L'Athletic è fior di squadra e ha giocato con intensità 90 minuti senza fare barricate, puntando a far male. Quando penso al Toro in Europa il pensiero va sempre alla Plia alzata al cielo da Mondonico all'Olympisch Stadion di Amsterdam in quella sera di maggio di 23 anni fa [vedi]. Da allora il lungo oblio internazionale a degni livelli. Giusta pertanto la festa all'Olimpico di Torino, mai così gremito in campionato (e pour cause!). Sarà, però, molto difficile espugnare il San Mames. Ma dobbiamo affidarci solo all'ottimismo della volontà.

Il Toro d'Europa
Nel giorno dell'ennesimo sacco di Roma da parte delle popolazioni barbariche d'oltre Limes, l'XI giallorosso ha mostrato tutta la sua involuzione. In tempi non sospetti avevo avanzato l'impressione che il mercato estivo della Roma si preannunciasse fallimentare [vedi], come ha poi confermato il supplemento invernale. La rosa è farcita di giocatori di mezza qualità e anziani. La squadra segue la parabola discendente del suo campione eponimo, con i suoi alti (Ethiad e derby) e i suoi bassi (le molte partite anonime, le panchine, etc.). Manca continuità. Soprattutto, è svanita la velocità esibita nell'autunno 2013. Il Feyenoord ha rischiato ma non ha sofferto. Anche in questo caso è difficile ipotizzare che la "Kuip" possa essere espugnata. Occorrerebbe una serata di particolare ispirazione del Pupone. Speriamo, ma senza illuderci.

Martedì sera, allo Juventus Stadium, i campioni d'Italia proveranno a rimisurarsi con l'Europa. Vi hanno battuto il Malmoe e l'Olympiacos, quest'anno, impattando in bianco con l'Atletico. Fuori casa hanno perso sia al Pireo sia a Madrid. Percorso perlomeno incerto. Il Borussia ha invece vinto fuori sia con l'Anderlecht sia col Galatasaray, e perso solo dall'Arsenal (ma a qualificazione già certa). Al Westfalen Stadion ha rullato sia l'Arsenal sia il Galatasaray e concesso il pari all'Anderlecht all'ultimo turno. Percorso perlomeno sicuro. Tra novembre e dicembre gli Schwarzgelben hanno vissuto una crisi spaventosa di gioco e di risultati, dovuta al calo di tensione psicologica e fisica post Mundial di molti giocatori chiave. Kloppo ha lavorato sul lato atletico nella pausa di gennaio - una risorsa cui la nostra Serie A rinuncia per raccattare trenta denari dalle gelide e deserte serate di Coppa Italia (a spese RAI) - e adesso la macchina si è rimessa a correre e fare risultati. Proprio mentre la banda di Allegri sembra essersi afflosciata. Le premesse sono preoccupanti.

Azor

2 gennaio 2015

Giri di boa

Cartoline di stagione: turni inglesi natalizi 2014-15

Partenza col botto a capo del nuovo anno pedatorio. Bellissimo derby al White Hart Lane tra Tottenham e Chelsea, ad inaugurare il girone di ritorno della Premier: 8 reti, risultato in bilico fino a 10 minuti dal termine, gran prestazione collettiva degli Spurs - palla bassa, corsa, pressing e varietà di soluzioni negli ultimi 20 metri - e Blues mai così in difficoltà in questa stagione - con i due centrali poco protetti e dunque a imbarcare acqua e il solo Hazard a dare vivacità in avanti. La squadra di Mourinho attraversa una fase di palese flessione (e puntualmente José ha scatenato la sua guerrilla mediatica contro tutti): dopo il 22 novembre, quando aveva accumulato 8 punti di vantaggio sul City e sembrava avviata a dominare la stagione grazie anche alle difficoltà palesate delle avversarie, ha perso due volte (contro il Newcastle e il Tottenham, entrambe fuori casa), pareggiato altrettante e vinto solo quattro match.

1° gennaio 2015, White Hart Lane, London
Doppietta e già 17 gol in stagione per Harry "Citizen" Kane
Al contrario, la squadra guidata da Pellegrini ha perso l'ultima volta il 25 ottobre (contro il West Ham), e da allora ha vinto nove partite e ne ha pareggiate solo due (una in casa contro il Burnley domenica scorsa), azzerando il distacco dal Chelsea. Campionato riaperto, per la gioia degli appassionati. Ora mancano 18 turni: il Chlesea ne giocherà 11 in casa, dove finora ha sempre vinto, affrontandovi quasi tutte le migliori, a parte l'Arsenal e il West Ham; la rosa è al completo, senza infortunati e squalificati. Il City ne giocherà invece ancora 10 in trasferta, tra le quali lo scontro diretto con il Chelsea, il derby con lo United, e i match contro il Tottenham e il Liverpool: fuori casa ha già perso con il West Ham e pareggiato con l'Arsenal e il QPR; alla lunga potrebbero pesare le assenze per infortunio di Aguero, Kompany e Dzeko, e oltretutto la squadra viene da una lunga fase positiva che non potrà durare in eterno. A palla quadrata i favori sembrerebbero inclinare verso i londinesi di Abramovich, ma per fortuna la palla è rotonda e tutto potrà succedere, complici anche i super ottavi di Champions che le due contendenti giocheranno a distanza di una settimana l'una dall'altra, prima il Chelsea contro il PSG, poi il City con i Barça. Ci attende un inverno coi fiocchi, non solo di neve.

Prima di Natale avevano concluso il girone d'andata anche la Bundesliga e la Ligue 1. I tedeschi sono andati in letargo (riprenderanno il 31 gennaio, con ampia giustificazione: oltre il limes il clima è davvero inclemente) con il Bayern campione non solo d'inverno: l'unico brivido lo darà il Dortmund. In Francia (dove si riprende domani con la Coppa) il Marseille ha virato in testa con due punti di vantaggio sul Lyon e tre sul PSG, dando spettacolo grazie alla rivoluzione bielsista. La capolista ha perso con entrambe le rivali (e anche col Monaco e il Montpellier), ma dovrà ora incontrarle in casa, recandosi comunque in trasferta 10 volte. Il PSG dovrà giocare a Lyon e a Marseille, invece, e battersi tra febbraio e marzo contro il Chelsea. A sua volta, anche il Lyon avrà da affrontare 10 trasferte. Tutto sembra apertissimo e ancora avvincente.

Domani riprende anche la Liga, dove mancano ancora tre giornate per completare il girone d'andata. Il Real - che deve recuperare a febbraio anche la partita, al Bernabeu, col Siviglia - ha potenzialmente 4 lunghezze di vantaggio sul Barça e 7 sull'Atletico; viene però da una serie record di partite e dovrà necessariamente lasciare qualche punto per strada. Il sorteggio di CL è stato comunque favorevole, assegnando ai Blancos lo Schalke, mentre il Barça se la vedrà con il City e i Colchoneros con il Leverkusen. La capolista dovrà però recarsi al Camp Nou e al Calderon ma, al momento, nulla - nemmeno il petardo della sconfitta persica contro il Milan - lascia pensare che a Carletto Nostro potrà sfuggire il titolo. Buona ultima, riprenderà anche la Serie A, dove mancano ancora tre turni per assegnare la corona d'inverno. La Juventus ospiterà la sera della Befana l'Inter, ma gli esiti incerti - anche per l'ordine pubblico - saranno soprattutto domenica 11 gennaio, con il derby della capitale e la capolista a Napoli. Peraltro, fino a fine gennaio l'attenzione di tutto il calcio sarà concentrata sui fumi oppiacei del mercato: alla fine arriveranno i soliti ronzini sopravvaluti, sia di primo che, soprattutto, di secondo pelo.

Azor

15 dicembre 2014

Tempi duri per le outsiders

Cartoline di stagione: 16° turno 2014-15

E' stato un week-end di risultati interessanti ma non di bel gioco. Con qualche sorpresa.

Nella Grand Boucle le due fuggiasche si fermano contemporaneamente, consentendo all'Olympique Lyonnais di accodarsi. Una bella corsa, si direbbe, per l'equilibrio; ma i due XI olimpici perdono più facilmente del PSG (quattro sconfitte contro una sola) e subiscono anche più reti, perciò è presumibile che loro obiettivo massimo sia quello di riuscire a tenere il pubblico in sala TV sino alle ultime battute. I titoli di coda sono scontati, e la Ligue 1 cosituirà il principale bottino dei parigini, destinati a lasciare l'Europa negli ottavi, quando vanamente cercheranno di speronare il pullman e di escorcizzare gli illusionismi di JM.

Luciano Vietto abbraccia il connazionale Simeone, ma poi lo infilzerà
Ubriache dei propri record, le Merengues li aggiornano di giorno in giorno e Carletto ingrassa. Le avevamo lasciate in proiezione 138 reti, ed ecco che la quaterna assestata all'Almeria (ultimo della Liga) le porta a 139. Lara Croft sale da 62 a 66. Che dire? Mentre il Madrid è sempre una festa di gol, Barça e Atlético sembrano di fiato corto. Nell'ultimo turno un punto in due e nessun gol. Rumorosa la caduta interna dei Colchoneros, in un match nervoso e ricco di episodi polemici. Il sommergibile giallo ha saputo colpirli in contropiede proprio nel finale - ma poteva riuscirci anche prima. Adesso sono sette i punti che separano il Cholo da Carletto. Troppi, forse; così come eccessiva pare la differenza di qualità tra le due rose, cui si può rimediare nella singola partita ma difficilmente sulla lunga distanza. I catalani, invece, sono sempre in mezzo al guado, salpati da un ancora recente e maestoso passato e speranzosi di approdare in un futuro che vorrebbero fosse all'altezza di quella irripetibile 'stagione'. Steccano troppe partite, questa è la verità. Meno quattro dal Real, vale a dire due pareggi di troppo, imposti da gente non irresistibile (Malaga e Getafe).

La Bundesliga - torneo nel quale Guardiola allena i suoi in vista della campagna europea di primavera - è niente più che una bella zuffa per i posti di rincalzo; si sono avvantaggiati quelli di Wolfsburg, ma dietro di loro c'è una gigantesca ammucchiata, in una situazione simile a quella italiana. Il povero Klopp ha dovuto chinare il capo anche sul campo dell'Hertha: un solo gol, favorito da pagliacceschi inciampi nell'erba di Hummels e Subotic. Nove sconfitte in quindici partite: questo è lo score impressionante dell'XI che per un paio d'anni ha messo a ferro e fuoco le piazze del continente.

Ma perché la porta del Borussia offre così libero il proprio specchio?

In Premier League si profila adesso una possibile ed eventualmente appassionante gara a tre, perché Van Gaal sta lentamente mettendo a regime lo United (nonostante un'infermeria sempre strapiena). Gli è bastato pochissimo (non certo la qualità del gioco) per mettere sotto il Liverpool a Old Trafford, e si è ben visto come la ruota della sfortuna abbia preso di mira i Reds. Il gol che apre la partita (Rooney) arriva tre secondi dopo un clamoroso spreco di Sterling. Questo brevissimo segmento di partita ha riassunto tutta la stagione disputata finora dal Liverpool: errori a gogò sottoporta e difesa di burro. Come per l'Atletico, come per il Borussia, si palesa anche per l'XI di Rodgers la difficoltà di tenere il passo. Il ruolo di outsider è fascinoso, specie nell'epoca signoreggiata da pochissimi top-club, ma la normalità è sempre dietro l'angolo.

A proposito di outsider: la Juve pesca proprio il Borussia nell'urna di Nyon. Sorteggio buono? Visto il momento dei tedeschi, si direbbe di sì. Se riprendono a correre e giocare come sanno, sicuramente no. In prospettiva, sembra facilmente migliorabile soprattutto il rendimento del Borussia. Certo, "poteva andare peggio", dicono i più. Vedremo, le partite si giocheranno tra qualche mese, un tempo possibile ad Allegri e a Klopp per trasformare rose ricche di ruggini e tare in sfolgoranti macchine da gol. Personalmente, tuttavia, non comprendo la considerazione di cui godono i bianconeri. Le ultime partite sono state modestissime e aride. Ieri, per esempio, hanno sballottato la povera Samp per una mezzoretta, cavando da questo dominio assoluto lo straccio di un gollettino; l'orgiastica eccitazione dello Juventus Stadium è poi evoluta in rabbiosa incredulità quando Gabbiadini (non Arda Turan, non Cristiano Ronaldo) ha fatto secco Gigione con un sinistro che più calibrato non poteva essere - del resto, è sicuro che Siniša abbia appeso i suoi ai ganci dello spogliatoio, dopo un primo tempo così inane. Intanto, Tevez e Llorente sono sempre a secco, Morata non esplode, Giovinco non è Altafini (figuriamoci), Coman è una bella promessa ma ancora non incide. Questo pareggio viene dopo quello stentato di coppa, dopo lo squallido zero a zero di Firenze, dopo la vittoria immeritata nel derby. Inaciditi dal tradimento di Conte, i tifosi bianconeri si dicono innamorati di Allegri. Forse, semplicemente, fingono di esserlo. Dal canto suo, la Roma vive un momento arbitrale felicissimo e raggranella punti che non raggranellerebbe senza decisioni fortunate. Spero se ne tenga conto quando riesploderà la santabarbara.

Mans

3 novembre 2014

Addio, Granada romantica

Cartoline di stagione: 11° turno 2014-15

Concentrazione è anche fingere di fingere di non guardare da nessuna parte
La proiezioni statistiche nel football, come si sa, hanno pochissimo senso, ma almeno sono un divertente passatempo. Per esempio. Nella cosiddetta liga scozzese di Spagna (dove però giostrano alcune delle squadre migliori d'Europa), dopo dieci partite tonde tonde il Real ha all'attivo già 37 reti. Di questo passo, concluderebbe il torneo a 140. Più volte nella loro trionfale storia i Blancos hanno sfondato la soglia dei 100 gol; mai, tuttavia, a questa media, nemmeno ai tempi di Don Alfredo e del mancino Cañoncito magiaro. E Cristiano, che per sua sfortuna ne ha giocate finora solo 9, è già a quota 17, tenesse il ritmo ne potrebbe fare 64 o anche 65. Non credo ci riuscirà. Certo, gioca in un XI di assatanati, drogati dalla tranquilla e sapiente gestione di Carletto. Sabato pomeriggio, le telecamere non avevano ancora cessato di inquadrare lo spettacolo del "Los Cármenes", tutto speranzosamente biancorosso per l'occasione, che il barbuto Carvajal (canterano Real ma fisiognomica colchonera), lanciato sulla fascia e giunto vicino alla linea di fondo, veniva anticipato ma non mollava, sradicando subito il pallone (forse fallosamente, ma in maniera non vistosa) dai piedi dell'avversario e servendo Benzema, il quale sfornava un bell'assist per Cristiano che, in controtempo (foto), metteva a sedere l'anziano goleiro Roberto Fernández Alvarellos. E dunque Addio, Granada romantica, paese di luce, di sangue e d'amor!: a Carletto sarà certamente venuto di canticchiare questo hit della sua infanzia, reso popolare dal vocione di Claudio Villa. Sul prato, una sessione di allenamento che nemmeno vale la pena di dirigere.

Qualche ora dopo il Barça riesce nell'impresa di farsi mettere sotto dal Celta di Vigo per la prima volta nella storia a Camp Nou, e dunque c'è il sorpasso. La rinuncia alla difesa e ai difensori di ruolo alla lunga produce costi pesanti; specie quando gli attaccanti sono in giornata storta, e collezionano pali e traverse. E' stato un ex reprobo, scartato dalla Serie A, a far saltare la santabarbara catalana: è il sosia di Batistuta e giocava nel Cagliari (certo, la somiglianza fosse stata più vaga ma 'tecnica' ...), dove segnò pochissimi gol e concentrati in pochissime partite. Si chiama Larrivey, Joaquín Oscar Larrivey.

El Kun molto spreca e dunque impreca
Grandi partite in Premier e in Bundesliga. Nel Manchester derby ospitato dal freddo stadio dei Citizens i rossi hanno concesso praterie immense ai padroni di casa, De Gea compie miracoli su miracoli, Aguero spreca occasioni su occasioni; così gli sky-blues passano solo dopo l'espulsione (ingenua è dir poco) di Chris Smalling, al termine di un'azione che - come molte altre durante questa partita - ha mostrato la folle vulnerabilità sulle fasce dell'XI di Van Gaal. E' Di Maria (!!!) a bucare l'intervento cruciale sul vertice dell'area e a farsi tagliar fuori da Clichy: lo scalo delle posizioni in situazioni di inferiorità talvolta è fatale, e Di Maria sulla linea dei cinque ha mostrato nella circostanza una percezione davvero approssimativa dello spazio e del tempo. Partita comunque di intensità memorabile, giocata a ritmi elevatissimi (anche per gli standard inglesi) - fantastica una progressione verticale old style di Rooney dalla quale nasce la limpida opportunità per il pari sventata da Hart. Per lo United e per il suo santone olandese la salita adesso è ripidissima; la classifica annuncia incertezze e agonismo solo per le posizioni di immediato rincalzo al Chelsea (già virtualmente campione), con City e Arsenal ovviamente favorite per l'accesso diretto alla CL. Il Liverpool, dopo la dissoluzione, procede rapidamente verso l'estinzione. Liberando alla contesa un appetitoso quarto posto.

Nel tempio del Bayern ha fatto capolino la squadra più insondabile e imprevedibile del momento. Già. Incomprensibile il motivo per cui gli Schwarzgelben, travolgenti sui campi della Champions, in Bundesliga siano oggi ultimi (ultimi!!!) in classifica, insieme al povero e glorioso Werder Brema. Sette punti (meno che una miseria) e  sette sconfitte in dieci partite. Eppure erano riusciti a passare per primi, gelando l'Allianz Arena. Un'illusione ottica, o quasi. Gli uomini del Pep li hanno rullati per 90 minuti, raccogliendo i frutti solo sullo scorcio della gara. Non è mancato il gol dell'ex (il centravanti della Polonia), ma poteva essere una goleada epocale. Pazienza. Domani a Dortmund si rifaranno col Galatasaray ...

Napoli, Stadio San Paolo.
Le squadre entrano in campo, tra gli applausi di una sparuta folla
Anche dalle nostre parti si gioca a pallone, in scenari sempre più surreali e inquietanti. Il campo di patate di Marassi sarebbe interdetto alla pratica del football anche nei paesi più aridi del mondo; colpiscono tuttavia, e non è una novità, gli spalti disertati dal pubblico, specie nei big-match. Un tempo, il derby del Sud era da tutto esaurito; sabato il San Paolo era semi-deserto, forse anche per le ben risapute ragioni di ordine pubblico. Hanno avuto torto gli assenti, perché il Ciuccio ha sbranato la Lupa, dando spettacolo nella prima mezz'ora. O' Napule ha in rosa alcuni tra i pedatori più forti del campionato (Hamsik e Higuain, poi, sono un lusso sfrenato, quando in condizione); giocasse mediamente un po' meno bene di così, potrebbe competere per il titolo, e non è da escludere che possa, nonostante il ritardo già accumulato. Vedremo. Certo alla competizione sono iscritte per sola tradizione calcistica le milanesi, alle quali rimane ancora il blasone (ma destinato pur esso a sbiadire in tempi rapidi, di questo passo). Si disputeranno al massimo (forse e alla lunga) un posto per l'Europa League; chi ha visto Milan-Palermo, ieri sera, difficilmente la dimenticherà: giocare più sgangheratamente (e con meno intelligenza) di come hanno fatto i rossoneri è oggettivamente impossibile o quasi. Fischi a San Siro; di rassegnazione e stanchezza, più che di delusione.

Post scriptum: se a qualcuno interessa scommettere con tre o quattro anni di anticipo su quali saranno le partite nel mirino delle procure nelle future inchieste su "calcio e scommesse", si consiglia di studiare con attenzione gli highlights della Serie B.

Mans

26 agosto 2014

Il destino della nobiltà minore

Cartoline di stagione: 3° turno 2014-15

Nel lungo weekend appena trascorso si sono avviate anche la Bundesliga e la Liga. Anch'esse, più o meno, hanno ricominciato là dove erano terminate. Se emerge un'impressione comune anche agli altri campionati europei già in corso è infatti quella relativa ai "super club" di seconda fascia. Quelli con fatturati alti ma non altissimi, per intenderci: non Real, Barça, Bayern, City, United, Chelsea e PSG, ma Atletico, Borussia Dortmund, Arsenal, Liverpool, Monaco, etc. Club, cioè, capaci di vincere titoli, ma non in grado di competere con il parco giocatori di cui dispone ormai l'élite ristrettissima in cui si è concentrato il grande potere dell'universo calcistico internazionale in quest'ultimo lustro.

25 agosto 2014, Ethiad Stadium, Manchester
Top player? Forse sì. Stevan Jovetić alla sua prima doppietta nella Terra Madre
Le prime partite ufficiali della stagione sembrano confermare che la "nobiltà minore" fatica da subito a tenere il passo su più tornei. L'Arsenal ha vinto bene il Community Shield ma ha subito claudicato in Premier, sia in casa alla prima giornata sia alla prima trasferta al Goodison Park (pareggio ripreso per i capelli negli ultimi dieci minuti). Il Borussia ha vinto in modo perentorio la DFL-Supercup contro un Bayern senza molti titolari ma ha perso subito in casa, alla prima, uno dei big match di stagione, contro il Bayer Leverkusen, tanto che il "Guardian" si spinge a scrivere (il 25 gosto!) "Is the Bundesliga over already?" [vedi]. L'Atletico vince meritatamente con grande ardore ("coppini" del Cholo all'arbitro compresi) la Supercopa de España contro il Real, ma impatta senza reti, alla terza partita in sette giorni, sul campo del Rayo Vallecano alla prima in Liga. Il Liverpool sciorina subito il suo bel gioco veloce e manovrato ma perde nettamente il primo big match della Premier in casa del City. Potremmo continuare con gli esempi: Bielsa, al Marsiglia, che lamenta di avere a disposizione una rosa ristretta a 18 giocatori; l'Ajax che in meno di due settimane ha perso sia la supercoppa olandese che il Klassiker con il PSV (in casa); il Napoli - Eupalla non voglia! - che rischia di non vedere la Champions; etc.

Bene inteso, anche il City, il Bayern e il Real hanno perso le rispettive Supercoppe nazionali, anche il PSG sembra faticare senza il suo "faro votivo" (come direbbe il Cholo), ma danno comunque l'impressione di poter riprendere presto il loro ruolo di leadership, una volta messo a pieno regime il diesel della rispettive rose. Fosse così l'esercizio di tecnomanzia rischierebbe anche quest'anno di essere molto semplice [vedi quello dello scorso]: City o Chelsea, Real o Barça, Bayern e PSG. Quanto alla Serie A? Ne riparliamo tra un mesetto, ma non andiamo lontani se diciamo o Juve o Roma. Speriamo ovviamente di essere smentiti e che come è riuscito a fare lo scorso anno l'Atletico, anche quest'anno un club cadetto rovesci le gerarchie.

Azor

4 giugno 2014

Rose e spine

La FIFA ha dunque diramato l'elenco del 736 giocatori che si disputeranno la Copa do Mundo. 119 di essi giocano ovviamente nel campionato di vertice, la Premier League. E non sorprende che lo United abbia ben 14 giocatori impegnati in Brasile, il Chelsea 12, l'Arsenal, il Liverpool e il City 10: così come il Bayern ben 15 - è la squadra, forse non a caso, più rappresentata -, il Barça 13, il Real 12, il PSG 10 e l'Atletico 9 [vedi].

Il nazionale del Camerun Stéphane Mbia
fresco campione europeo con il Siviglia
Un dato interessante, ma da interpretare, è il secondo posto in graduatoria della Serie A, che vedrà impegnati al Mondiale ben 83 giocatori, davanti a Bundesliga (78), Liga (63) e Ligue 1 (47). Ad essere precisi le cifre si riferiscono non ai campionati ma ai paesi. Per chiarire, degli 83 "italiani" uno (Hernandez) appartiene al Palermo, così come altri 5 appartengono alle neo-retrocesse Bologna, Catania e Livorno. Ma la sostanza non cambia.

Il calcio che si gioca in Italia sembra dunque uscirne meglio di quanto non dicano i suoi modesti risultati internazionali a livello di club, la mediocrità del suo livello estetico e agonistico, gli irrisolti problemi strutturali e culturali.

Il dato è in apparenza ancora più confortante se consideriamo le sole squadre che danno più di 5 giocatori alle nazionali impegnate ai Mondiali, cioè a quel decimo di club (28 sui 296 totali) che tessera 250 giocatori dei 736 presenti in Brasile, cioè un terzo del totale. In questo novero più ristretto i club italiani sono 5: Juventus e Napoli con 12 giocatori, Inter e Milan con 8, Lazio con 7. Per un totale di 47 giocatori. I club inglesi sono ovviamente 9, per un totale di 81 giocatori. I club tedeschi solo 4, con 36 uomini. I club spagnoli addirittura solo 3, con 34 giocatori. La Francia ha solo il PSG. Il Portogallo il Porto con 9 giocatori. La Russia 3 club con ben 21 giocatori. Completano il ranking il Messico e la Svizzera con un club per 6 giocatori ciascuno. In sostanza, il vertice della Serie A offre il 18,8% dei giocatori di vertice ai Mondiali (47 su 250) rispetto all'11,3% di giocatori (83) offerti dai 20 club italiani complessivi sui 736 presenti ai mondiali.

Ubriacatura di cifre per dire cosa? La questione è semplice: come mai un movimento calcistico che detiene e stipendia giocatori così qualificati e reputati dai CT che guidano le 32 squadre finaliste dei Mondiali non riesce a ottenere risultati di corrispondente livello internazionale quanto ai club? Possiamo aggiungere un paio di esempi. Come mai la Juventus che sciorina ben 12 giocatori (quindi più di un XI) ai Mondiali ha perso la semifinale europea con un club, il Benfica, che ne porta solo 5 ai Mondiali? E come mai ha vinto l'Europa League una squadra - il Siviglia - che sarà "rappresentata" ai Mondiali da soli 4 giocatori: Beto nel Portogallo, Rakitic nella Croazia, Mbia nel Camerun e Bacca nella Colombia? Mentre i cosiddetti top players juventini - Tevez e Llorente - si godranno le partite del Mondiale brasiliano in infradito?

L'azzurro e capocannoniere della Serie A Ciro Immobile
fresco acquisto del Borussia Dortmund
La risposta non è ardua, ahi noi, e rimanda sempre a quanto ci ripetiamo da tempo. Il problema è l'attitudine culturale del nostro movimento: capace di mobilitarsi per "epiche battaglie" a Sassuolo o a Livorno, con grancassa mediatica e di social network, e di fare una figura miserrima appena varcato il confine. Un quarto di secolo fa ci tirò fuori da analoghe paludi e paure Arrigo Sacchi, andando a far gioco e a vincere in tutti gli stadi d'Europa. Oggi, purtroppo, non si vede all'orizzonte nessuno di analogo.

E non è questione di fatturati. La cessione di Ciro Immobile al Borussia grida vendetta al cospetto di Eupalla. I renani hanno un fatturato inferiore a quello della Juventus ma idee e audacia. I dirigenti torinesi, invece, stanno meditando di svendere Giovinco, Quagliarella e Vucinic, e magari far cassa con la plusvalenza di Llorente. Per acquistare Morata. Imperscrutabili e insondabili. E capaci di prendersela se un altro talento internazionale del nostro calcio costretto a emigrare come Marco Verratti osa dire quello che pensa, e cioè che giocare nella Juventus ormai costituirebbe un passo indietro per la sua carriera. Vagli a dare torto ...

Azor

10 aprile 2014

Gli strateghi

Fettine di coppa: ritorno dei quarti di finale 2013-14

Ogni tanto fa piacere indovinare una situazione. Non dico 
un pronostico. Parlavamo (fra l'altro) del Bayern. L'XI del Pep è un 
rullo compressore. A questo punto della stagione, forse, 
risparmia un po' di benzina. Cerca di controllare le 
partite. Se non è necessario vincerle, può anche 
accontentarsi di pareggiarle. Se invece conviene vincerle 
in fretta, onde appendersi una coccarda con largo 
anticipo, ci impiega qualche minuto: come a Berlino, dieci 
giorni fa, quando con l'Herta servivano tre punti per 
conquistare matematicamente la Bundesliga. Se si trova 
(apparentemente) con l'acqua alla gola - come ieri sera, 
sotto di una rete clamorosa inventata da Evra -, esce di 
prepotenza. A quel punto, la tranquillità (circa il 
passaggio del turno) pretendeva almeno tre gol. Detto 
fatto. Nemmeno venti minuti per fare il lavoro: Red Devils 
asfaltati, senza pietà.

Veduta del Manzanares, destinato alla demolición
Alle semifinali approdano dunque tre superclub e una ganga di arrabbiatissimi colchoneros. Tre allenatori pluri-medagliati e uno che aspira a fregargli il bottino. Lui, il Cholo, combattente con pochi eguali, non meno carismatico degli altri tre. Di cinque importantissime sfide stagionali con il Barça non ne ha persa una. Ha incendiato dopo immemorabili tempora il Manzanares, ieri sera bollente come un girone infernale. Il primo quarto d'ora del match è (come suol dirsi) da mandare direttamente in cineteca. Blaugrana storditi da un pressing mai così aggressivo contro di loro. Solo un gol al passivo, ma potevano essere parecchi di più. La triste serataccia di Leo, le velleitarie giocate di Neymar, il declino di Xavi - una sola (sontuosa, certo) giocata e nient'altro in novanta minuti; la sostituzione di don Andrés: per la prima volta dopo tanti anni esclusi dalle semifinali, i catalani dànno l'impressione di essere davvero a fine ciclo. Sapranno certamente voltare pagina, ma ci vorrà del tempo. E molto dipenderà dal futuro che Messi immagina per sé.

Anche il Real ha sofferto - come a tutti succede - in Westfalia. L'XI di Klopp è quanto di più simile io ricordi alla Dinamo Kiev del colonnello Lobanovski. Attacca a velocità folli, ma l'assenza di raffinati pedatori (l'unico è Reus) produce molti errori. Così anche l'ultima squadra dell'est - del resto ha in rosa svariati polacchi e un promettente armeno - scende dalla giostra (e chissà se e quando ci risalirà), ma ha fatto girare la testa a Carletto e le scatole a Cristiano. Tra andata e ritorno, i gialloneri hanno sprecato almeno una dozzina di limpidissime situazioni sottoporta. I Blancos paiono, anche quest'anno, non pronti per la decima (eh eh eh: i pronostici li azzecca solo chi non li fa).

Mou illustra ad André Schürrle il senso del football:
mettere il pallone in rete. 
Il tedesco mostra rapidamente di avere appreso la lezione
Piacerebbe invece (eccome, e quanto) alzare la coppa a Mou, del quale periodicamente si tessono le infinite lodi. Sì, è stato un capolavoro (come al solito) rovesciare sul campo tutta la batteria di punte a disposizione. Li metti là, e prima o poi una traiettoria sporca, una deviazione, qualcosa di fortunoso succede. Lui è abituato così. Al Parc des Princes aveva accusato i suoi di avere incassato gol ridicoli, mettendone in dubbio le qualità. E perbacco. Se avessi soltanto Ibrahimovic, diceva. Intanto, Ibra si era fatto male e a Stamford ci è venuto solo per guardare la partita, e può anche essere che (guardandola) gli sia passata la voglia di giocare a pallone. L'XI italo-francese ha mostrato l'assenza di tutto ciò che serve per essere davvero una grande squadra, e il portoghese è riuscito a trasformare una normale, routinaria vittoria dei suoi in un trionfo epocale. Chapeau, solo lui ci riesce. Perde Hazard (noto brocchettino), e chi gli subentra (un titolare della Nationalmannschaft) segna dopo pochi minuti. Entra il disgraziato Demba Ba (boh!), e una sua ciabattata finisce rimbalzata e deviata alle spalle di Sirigu. Fortuna? Macché! E' solo ed esclusivamente merito suo. Del grande stratega, immenso motivatore, inventore del calcio come conflitto linguistico: José Mourinho.

Mans

28 novembre 2013

Partite estenuanti nel gelo

Fettine di coppa: quinto turno 2013-14

Barbuto e agile, l'egiziano Mohamed Salah
fa esplodere il St. Jakob
In queste due serate che anticipano la chiusura del Group stage pochi erano i match con punti davvero pesanti in palio per entrambe le contendenti, e svariati gli XI ridotti a lottare nel gelo per proseguire l'avventura europea nel torneo meno nobile. Sono loro a regalare le partite migliori, quelle più incerte e spettacolari: il Viktoria Plzen al City of Manchester, l'Anderlecht soccombente in casa col disperato Benfica. Viceversa, prive di emozioni e presto consegnate alla storia (ma non alla memoria) le goleade di United e Real; soffre ma vince di largo punteggio anche Lucescu, più che altro a testimoniare il momento non brillante della pedata basca. Dopo cinque turni, solo sei posti nel tabellone degli ottavi sono già matematicamente assegnati, e qualche salvacondotto sarà distribuito nell'ultimo (10-11 dicembre) in sfide che si preannunciano tese e drammatiche: Milan-Ajax, Galatasaray-Juventus, Schalke-Basilea (a proposito: gli elvetici sono l'attuale bestia nera di Mou, avendo bissato con un gollettino in zona Cesarini il successo già ottenuto a Stamford Bridge, platonicamente vendicando le due sconfitte subite in primavera nelle semifinali di EL). Allo stato, unici (e non per caso) a punteggio pieno quelli del Bayern, a ulteriore illustrazione di un'egemonia recente ma costruita per durare, e che attinge ora il record di vittorie consecutive (dieci) nella competizione.

Paradossale, ma non imprevista, la situazione di Napoli e Juventus, comparativamente considerata. I bianconeri, in un girone di difficoltà medio-bassa, sono riusciti finalmente a raggranellare tre punti al termine di 90 minuti di noia estenuante, faticando a piegare la resistenza del Football Club Copenaghen, terzo nella Superliga danese; basterà ora non perdere a Istanbul ma, come da risalente tradizione, le difficoltà juventine in Europa compensano un comodo signoreggiare domestico. Il Ciuccio, invece, è riuscito a vincere tre partite vere nel girone della morte, ma ora dovrà probabilmente schiantare i Gunners sotto una montagna di reti per evitare il precipizio nel purgatorio dell'Europa League. Obiettivamente, l'impresa pare ardua. E' il destino delle neofite; lo stesso che, sino all'anno scorso, caratterizzava le campagne continentali del City, club irroratissimo di stelle ma penalizzato dalla propria storia e quindi dal ranking. Dal canto suo, il malinconico autunno del Milan ritrova blasone e sprazzi di classe sull'ampio rettangolo di Celtic Park. E' bastato mantenere saldi i nervi e costante la concentrazione mentale per neutralizzare le velleità degli scozzesi, il cui modo di stare in campo è invariato da decenni; Mario e Riccardino insieme (se uno si 'tranquillizza', e se l'altro mantiene voglia e brillantezza), e preferibilmente in azioni di contropiede, possono fare molto male a difese anche più attrezzate di quella celtica. Vedremo.

Di questo quinto turno restano negli occhi soprattutto alcune pennellate d'autore: ieri sera il balletto di Drogba a preparare un assist di esterno destro per Bulut, giocata degna di Pelé; la meravigliosa e fortunata (quanto sostanzialmente inutile) serpentina di Isco; le ormai consuete rifiniture di Rooney, vero hombre-orchestra del rigalleggiante United, imbattuto da un po'; martedì, una sgroppata old style di Kakà, accelerazione bruciante e shoot a girare fuori di un nulla; e naturalmente i rovesciamenti di gioco a velocità pazzesche del Borussia, capaci di mandare in apnea (e alla lunga in asfissia) qualsiasi avversario. Aubameyang e Mkhitaryan sono i nomi - non ignoti, e più difficili da scrivere che da pronunciare - dei nuovi astronauti mandati in orbita da Kloppo.

Mans

7 novembre 2013

Dure salite e cupi orizzonti

Fettine di coppa: quarto mercoledì 2013-2014

6 novembre 2013, Dortmund
Aaron Ramsey, gallese, giocatore-chiave dell'XI di Wenger
in questo avvio di stagione, fredda i bollori del Westfalenstadion
inzuccando l'unico pallone della serata destinato a scuotere la rete
Tutto il mondo è paese, quando lo strapaese affiora o riaffiora, e quindi non c'è da stupirsi se al Westfalenstadion il pallidissimo Mesut Özil è stato trattato quasi (quasi) come un CR qualsiasi a Torino l'altra sera. La sua colpa specifica? Non certo d'essere turco; ma giocava, tempo fa, nello Schalke. Come l'altra sera, fischi e contumelie hanno portato male, e così i Gunners tornano dalla Ruhr con tre punti in saccoccia che hanno l'effetto di danneggiare anche il Napoli, costretto a trascorrere a sua volta indenne una serata in quell'inferno o a goleare i londinesi al San Paolo tra un mese. Il girone è complicato, perché il Borussia è comunque davanti all'Arsenal in caso di arrivo alla pari, e dunque nessuno potrà fare conti, né sconti a nessuno.

Un'onorevole (di questi tempi) sconfitta del Milan a Camp Nou ha consentito di 'misurare' la temperatura del rapporto tra BB e Galliani, fianco a fianco in tribuna e sistematicamente inquadrati dalle telecamere. Di solito il ragioniere guarda le partite insieme a suo figlio; stavolta (probabilmente per ragioni comunicativo-iconografiche, cioè aziendali) l'ha vista da solo, senza scambiare mai una parola con la figlia del padrone. Le telecamere avevano indugiato, nel pre-partita, anche su un lungo e fitto colloquio tra BB, Pippo Inzaghi e Filippo Galli (purtroppo, BB era ripresa di spalle e nessuno ha potuto leggerne il labiale), sollecitando la fantasia di tutti i guardoni che hanno a cuore (per svariati motivi) le vicende milaniste. Di questi tempi, la partita è un optional; in effetti partita non c'è stata, i rossoneri hanno speso tonnellate di energie fisiche e mentali, il Barça si è allenato nella sua bella cornice e i gol potevano anche essere il doppio o il triplo, ma tant'è. Il Milan resta in corsa, ma deve fare almeno quattro punti contro Ajax e Celtic per sbarcare agli ottavi, e nulla lascia presagire che ci riesca facilmente. Dovrà sputare l'anima. Come la Juve. Come il Napoli. Sarà, ma vedo nere nuvolastre addensarsi sull'orizzonte delle nostre, là dove si esaurisce la fase a gruppi della Champions League.

Nel tardo pomeriggio (per questioni di fuso orario) una bella partita si è giocata a San Pietroburgo. Il Porto ha cercato di asfissiare gli uomini di Spalletti nella prima mezzora, andando anche e meritatamente in vantaggio; un immediato cortocircuito difensivo ha consentito ai russi di pareggiare il conto e poi attestarsi in difesa del risultato, puntando su rapide azioni di contropiede. L'incredibile Hulk, rapinoso in occasione del pari, spreca un rigore; Arshavin entra troppo tardi ma rade al suolo in più occasioni la metà campo del Porto; fosse subentrato prima, chissà. Ora la salita, per i portoghesi, diventa durissima; per passare, dovranno espugnare la tana del Cholo, che non è tipo abituato a regalare cioccolatini. Amen.

Mans

23 ottobre 2013

La monotonia della Champions in autunno

Fettine di coppa - terzo martedì 2013-1014

Nel terzo martedì di coppa hanno noiosamente pedatato due italiane, due tedesche, due inglesi e due spagnole: le nostre hanno fatto complessivamente meglio delle nordiche, e impattato con le iberiche. Di questi tempi, oro che cola: per il ranking è una boccata di ossigeno, per la classifica è invece più importante il pari del Milan rispetto alla vittoria partenopea (ai rossoneri basterà non perdere le due partite con Ajax e Celtic, per andare avanti). Infatti il Dortmund confeziona un bel regalo al solito Giroud, ma si prende ugualmente i tre punti e difficilmente ne perderà a casa sua: lo metterei già tranquillamente nel tabellone degli ottavi, sicché il vero partido de la muerte si giocherà l'11 dicembre al San Paolo: Napoli-Arsenal varrà sicuramente il secondo pass per la fase a eliminazione diretta. Incrociamo le dita, perché da tempo immemorabile i Gunners non escono scornati dal group stage.

Qatar Airways vs Fly Emirates.
Milan e Barça non decollano. Sì, è il Barça, anche se
ha la maglia del Lecce
Per il resto, risultati prevedibili, con l'eccezione dell'importantissima sbracatura interna del Porto, che si fa sorpassare in classifica dallo Zenit di Spalletti e di Gazprom. Persino il pari al Meazza tra Milan e Barça è abbastanza ordinario; match non sgradevole, ma dall'andamento scontato. Notevole, tuttavia, per quanto riguarda il ritorno a una piena efficienza fisica e tecnica di un ex-pallone d'oro e leggenda milanista. Kakà è stato commovente per l'impegno - ai limiti della disperazione -; ha fatto più strada in campo stasera di quanta ne abbia corsa in quattro anni al Real; nel primo quarto d'ora sembrava quasi (quasi) lo stesso di quella famosa serata a Old Trafford, e quando lo si è visto sgommare a tutta velocità sulla parte sinistra dello schermo mentre Robinho molestava Busquets fino a rubargli palla, si è capito che qualcosa stava per accadere. Il Barcellona, dal canto suo, è un XI ormai tornato nella 'normalità'. Può vincere (teoricamente) qualsiasi partita grazie all'immensa qualità dei solisti che vanno sul palco, ma i sontuosi concerti dell'era Guardiola sono oramai davvero un ricordo. Neymar sta vivendo gli stessi problemi di Sanchez, Xavi è accettabilmente declinante, Iniesta meno 'dentro' il gioco, comunque (al momento) meno brillante nell'interpretare uno spartito diverso - troppo semplice, forse, per uno così raffinato. In sostanza, il riassestamento di alcune grandi d'Europa non ha finora prodotto cose entusiasmanti, tanto da lasciar pensare che - per motivi differenti - più accreditabili di tutte siano ancora le due arrivate a Wembley già nella scorsa stagione. Kloppo ha perso Goetze ma l'armeno è un futuro e sicuro campione; il Bayern ha sostituito Heynckes col Pep, ed è solo un investimento. That's all.

Mans

4 settembre 2013

Quale tecnomanzia per i "super club"?

Agosto ha emesso dunque tutti i suoi verdetti sui primi trofei di stagione, quelle supercoppe che molti disdegnano come titoli minori ma che fanno comunque bacheca. Il quadro complessivo è però preoccupante: nessun outsider è riuscito a fare sua la coppa. Non l'hanno vinta né il Bordeaux né il Wigan né la Lazio né l'Atletico Madrid, né, se vogliamo, il Vitória de Guimarães o l'AZ Alkmaar. E' la conferma del gap crescente tra i pochi "super club" - per dirla con Jonathan Wilson [vedi] - e le molte altre società, talune anche di blasone, che hanno fatto la storia del calcio europeo e che sono ormai vittime della concorrenza commerciale che, se si era scatenata nell'epoca della pay-tv, si è fatta insostenibile dopo la "discesa in campo" di sceicchi e petrolieri.

Il Mancio e Khaldoon Al Mubarak
Se vogliamo assumere una data simbolica dell'avvio di questa fase più recente - di vero e proprio turbo capitalismo calcistico -, possiamo indicare quella del 15 gennaio 2009, quando il Manchester City dell'allora sconosciuto sceicco Khaldoon Al Mubarak (il cui nome non era nemmeno citato nei notiziari di quei giorni, tanto appariva un UFO piombato nel giardino) offrì più di 100 milioni al Milan per l'acquisto di Kakà. Da quella sera il calcio italiano prese coscienza di non avere più i mezzi per competere economicamente alla pari con i protagonisti che si annunciavano sulla scena. Per motivi più politici che sentimentali Berlusconi declinò l'offerta (complice la perplessità di Kakà, che temeva di finire in un club di seconda fascia), preferendo poi piazzare al Real Madrid pochi mesi dopo (per "soli" 67 milioni) il declinante campione brasiliano (che alla fine è pur sempre "tornato a casa" aggratis [vedi]). Ma il segnale fu chiarissimo: Berlusconi non era più un magnate onnipotente ma il tenutario di una boutique in cui recarsi per gli acquisti: era il segno della fine del "ventennio" rossonero di grandi imprese europee.

Da allora sono passate solo quattro stagioni e la tendenza si è consolidata. Un ristretto numero di "super club" è ormai chiaramente enucleabile: Manchester United, Manchester City e Chelsea in Inghilterra; Bayern e Borussia Dortmund in Germania; Real Madrid e Barcellona in Spagna; Paris SG e Monaco in Francia; Juventus in Italia. Vi è poi una seconda fascia non altrettanto economicamente potente: Liverpool, Arsenal e Tottenham, Napoli, Porto, Shakhtar e pochissime altre (compreso, ma forse ancora per poco, il Milan). Se compulsiamo gli albi d'oro degli ultimi anni (post 2009) è questa dozzina di squadre che si accaparra quasi tutti i titoli nazionali e internazionali. Rarissime le eccezioni, come l'Inter, ormai precipitata in grembo a un magnate indonesiano, che non sembra avere, però, la liquidità dei quatarioti (e che semmai sembra posizionarsi in una fascia di rincalzo, come quella del malese Dato Chan Tien Ghee, proprietario del Cardiff City).

Brand globali
E' dunque in atto una trasformazione profonda nella struttura economica dello spettacolo calcistico, che non è più legata solo agli introiti televisivi (che pure rimangono centrali) ma, crescentemente, allo sfruttamento del marchio ("brand" nella lingua di Dante, of course), che è quello che fa ormai la reale differenza nel fatturato (per cui il Real vale tre volte la Juve e sei la Fiorentina) e nel mercato dei trasferimenti. I super club sono ormai soggetti globali, dalle radici locali ma dall'identità planetaria. In Italia lo hanno capito per primi i dirigenti della Juventus (perché, tra i proprietari italiani, sono gli unici imprenditori ad avere una consolidata proiezione internazionale) e ora, con declinazioni peculiari, anche De Laurentiis e Moratti. Ma su questo punto varrà la pena tornare con una riflessione specifica.

Qui vorrei invece riflettere su una delle conseguenze della nuova era in cui è entrato il calcio di élite: la rosa sempre più ristretta dei vincitori finali dei campionati maggiori, dominati dai super club (con distacchi abissali) a scapito della tensione agonistica che fino a pochi anni fa caratterizzava le competizioni fino alle ultime giornate. La tecnomanzia rischia di risolversi in un esercizio senza brividi: la Juventus o il Napoli, il Real o il Barcellona, il Bayern o il Borussia, il Paris SG o il Monaco, lo United o il Chelsea (o forse il City) ... La speranza è che facciano saltare il banco la Fiorentina, il Milan, l'Atletico, il Leverkusen, il Marsiglia, il Liverpool o l'Arsenal. Ma sarà molto improbabile. Lo scorso anno avevamo azzeccato i vincitori finali già a novembre [leggi]: il timore è che l'esercizio divinatorio si possa ripetere ancor prima questa stagione. L'esito finale appare scontato in partenza. Dunque non ci rimane che mendicare qualche bella partita turno per turno, qua e là.

Azor

4 maggio 2013

Il Fußball che ci attende

In otto giorni l'universo pedatorio continentale ha dunque virato di 180°. Molte cose sono state dette e scritte. Qui - per non tediare oltre - vorrei soffermarmi solo su tre aspetti forse meno battuti.

In primo luogo, sul cambio della guardia. L'annunciato predominio teutonico porta con sé un problema politico. La leadership economica e politica (fondata su organizzazione e disciplinamento) che la Germania esercita ormai da sola in Europa, a fronte di partner illanguiditi (per motivi e traiettorie diversi) come la Francia, l'Inghilterra e l'Italia, si è finalmente estesa anche all'organizzazione calcistica. Così come stanno crescendo nel resto d'Europa le invidie, i risentimenti e le aperte ostilità nei confronti dei tedeschi (non solo da parte dei greci ma ormai, nelle ultime settimane, anche dei francesi), così temo che si manifesteranno inevitabilmente nei prossimi tempi analoghi sentimenti anche nel mondo del pallone: un capolavoro come Football against the enemy di Simon Kuper [vedi] è un'opera aperta (con pagine memorabili sulla Germania del Novecento), che insegna come la storia faccia il suo corso intrecciando inevitabilmente calcio e potere. La supremazia del Fußball incontrerà probabilmente meno simpatie di quelle di cui hanno goduto, nel tempo, il Football inglese (con i suoi riti e le sue araldiche), il Calcio italiano (con i suoi stereotipi) o il Fútbol iberico (grazie soprattutto alla magnificente "diversità" catalana). Per il momento prevale l'ammirazione: anzi, la cronaca di questi giorni appare una vera e propria acclamazione del potere [rassegna]. Vedremo se saprà tramutarsi anche in simpatia. L'innesto di Guardiola è un segnale positivo. Ma il calcio tedesco non potrà fare valere solo il rigore dei bilanci. Dovrà piacere. Di più: dovrà farsi amare. Un esercizio in cui i tedeschi sono riusciti poche volte da 1.600 anni a questa parte.

1° maggio 2013, Camp Nou, Barcelona
Inolvidables: le fiammate luciferine di Franck Ribéry
Secondo punto: il 7-0 con cui il Bayern ha annichilito il Barcellona. Non potremo non riflettere anche in futuro sulla storicità di queste due memorabili partite. Se l'andata monacense era stata l'Annunciazione, il ritorno del Camp Nou - la Cattedrale di questi anni - è stato la vera e propria Rivelazione. Mai visto il Barcellona così inibito a giocare, così frustrato dall'impotenza a praticare la sua di idea di calcio. E, speculare, la partita perfetta del München, con i quattro attaccanti capaci di colpire magistralmente ma anche di sobbarcarsi un compito individuale, ma al contempo collettivo, di difesa altissima, che cominciava sul limes dell'area avversaria (e guardando l'opus di Mandžukić ben si comprende cosa Guardiola avrebbe voluto da Ibrahimović, che ha più fisico e più tecnica del croato). Al punto che a impostare l'azione erano spesso i loro difensori, come nell'apertura maestosa (alla Pirlo, si parva licet) di Alaba in occasione del primo gol. Per non dire del pressing coordinato con cui i bavaresi hanno strappato innumerevoli volte sul nascere la tessitura catalana (e in due o tre flash ho rivisto la marea Orangie annata 1974). La sostituzione in corso d'opera di Xavi e Iniesta è stato il simbolo della resa di un'era. Certo, mancavano Messi, Puyol, Mascherano e Busquets. Certo, la squadra è in evidente stallo atletico. Ma il Bayern avrebbe probabilmente vinto comunque, tanto è attualmente perfetto, apicale, il suo meccanismo di gioco. Che è totale nella dedizione michelsiana e sacchiana al collettivo da parte anche dei giocatori più talentuosi e discontinui come Arien Robben. Guardare Franck Ribéry puntare dritto alla linea di fondo trascinandosi dietro gli arrancanti blaugrana, alzare lo sguardo, e pennellare cross così essenziali e mirati continua davvero a fare del calcio il gioco più bello del mondo. Qualcosa di indimenticabile, nell'ultimo hurrah di Jupp Heynckes.

30 aprile 2013, Estadio Santiago Bernabéu, Madrid
Quando i dettagli scrivono la storia:
Roman Weidenfeller respinge di petto la sassata di CR7
Infine: il personaggio. Anche qui si è probabilmente prodotto un cambio della guardia. Il fallimento in terra di Spagna di José Mourinho sta tutto nell'immagine colta con la consueta finezza da Luigi Garlando: l'altra sera, al Bernabeu, contro il Borussia, "Mou è rimasto quasi sempre ad osservare con le mani nelle tasche del giaccone di stoffa, come un pensionato che guarda i treni da un cavalcavia" [leggi]. Se sarà ritorno al Chelsea, sarà per lui come imboccare il vialetto di casa: il ritorno dell'eroe, quello che invocava il rumore dei nemici e che ora si lamenta dell'odio altrui, al tepore domestico. Che l'ambiente inglese abbia fatto filtrare subito la voce che a Manchester si pensi non più a lui ma a Jürgen Klopp come successore di sir Alex Ferguson alla guida dello United [rumours] induce a riflessioni sulla caducità del potere e sulla grande ruota che innalza ma anche discende le fortune degli umani, anche dei sedicenti "speciali". Che sia fondata o meno, la voce evidenzia i giorni della grazia che avvolgono il giovane Jürgen, i cui meriti architettonici sono sotto gli occhi e le analisi di tutti. Tanto José è grandissimo nella detestabilità tanto "Kloppo" è prorompente nella simpatia che emana e suscita. Sempre col sorriso pronto ad aprirsi sul volto anche quando ruggisce a bordo campo. Soprattutto sono la passione che trasuda per il calcio, il rispetto per la sua storia e per gli avversari, che ce lo fanno amare come uno dei figli prediletti di Eupalla. Un dono divino, l'ennesimo, di questa epopea senza fine.

Azor
30 aprile 2013, Estadio Santiago Bernabéu, Madrid
Real Madrid CF - Borussia Dortmund 2:0
Commenti: Beccantini

1° maggio 2013, Camp Nou, Barcellona
FC Barcelona - FC Bayern München 0:3
Commenti: Wilson | Rassegna stampa: spagnola - tedesca

2 maggio 2013

L'invasione dell'Inghilterra



Il 25 maggio, dunque, i tedeschi potranno coronare un loro antico - e per fortuna mai realizzato - sogno: invadere l'Inghilterra. Sarà un'invasione festosa, e le uniche lacrime verranno versate dai followers della squadra che tornerà in patria senza poter sbucare dal portellone dell'aereo esibendo la coppa.

Per la quarta volta, il più ambito trofeo continentale sarà conteso da due XI dello stesso paese. In effetti, dei tradizionali quattro grandi campionati nazionali, finora solo la Bundesliga aveva mancato l'en-plein. L'evento, peraltro, non è nemmeno statisticamente eccezionale: si registra quest'anno (appunto) per la quarta volta nelle ultime quattordici edizioni della CL - come dire, almeno in una occasione su tre o su quattro. Ricordiamo i precedenti: Real Madrid-Valencia nel 2000, Milan-Juventus nel 2003, Manchester United-Chelsea nel 2008. Valencia e Chelsea erano giunte per la prima volta all'atto finale. Milan-Juventus, e ora Bayern-Borussia Dortmund sono due 'classiche'. Sfide tra club già entrati nell'albo d'oro. La storia dice che, finora, per la squadra di minor blasone e tradizione europea non c'è mai stato scampo: le finali premiarono nell'ordine Real Madrid, Milan e Manchester United - aristocrazia assoluta del continente, club che già avevano trionfato in edizioni della competizione in diverse epoche della sua e della loro storia.

Il volto della sconfitta
Con questo, e non solo per questo, il pronostico - oltre che la logica - pende tutto dalla parte del Bayern, che a Wembley giocherà la decima finale (sinora quattro vinte e cinque perse). La facilità irrisoria con cui ha spazzato via un quinquennio di dominio barcellonista è già di diritto entrata nella storia del football, benché  qualche attenuante ai catalani vada pur riconosciuta - mi riferisco naturalmente all'indisponibilità di Messi, che ne ha reso del tutto sterile, lenta e prevedibile la manovra offensiva. Nessuna attenuante, invece, per il Real Madrid. Sui giornali di ieri si leggeva di "impresa sfiorata" dai Blancos: sarebbe loro bastato un solo gol, un terzo gol, per andare a Wembley. Onestamente, se il Dortmund verso il quarto d'ora del secondo tempo non avesse cessato di ripartire a duecento all'ora, appagato come pareva dalla propria superiorità e stupefatto dalla (non inedita) propensione all'indicibile spreco, anche quel match poteva prendere la piega che ha preso poi quello giocato a Camp Nou. Si avvertiva netta la sensazione che, ne avesse avuto bisogno, la banda di Klopp avrebbe raso al suolo un'altra volta lo sgangherato XI di Mourinho. La superiore qualità di gioco e di organizzazione era imbarazzante. Nonostante lo score finale dica di un apparente equilibrio, non ho dubbi nel ritenere sia il Real a uscire di scena nella maniera più umiliante. Se non altro perché Cristiano ha giocato al Bernabéu, ed è stato - come sempre gli succede nelle serate che fanno la storia - impalpabile. Un campione celebrato ben oltre i suoi reali meriti, ben oltre le sue reali capacità. Il Real conclude dunque il ciclo mourinhano senza una sola finale di CL; si terrà una Liga su tre; alzerà forse la seconda Copa del Rey. Un triennio chiaramente fallimentare: il triennio della collezione di figurine e di figuracce. Con Carletto, se davvero accetterà di sedersi sulla panchina più difficile del mondo, almeno tornerà ad essere qualcosa di più somigliante a una squadra di calcio: c'è da scommetterci.

Il Barça invece arriva all'epilogo di un glorioso e spettacolare ciclo; quella vista ieri sera era una macchina senza più benzina, idee, fiducia in se stessa. Ha trovato un avversario in grado di imporgli il proprio gioco, di avvelenarlo del veleno con il quale normalmente paralizzava ogni rivale: non era mai accaduto. Il mutamento di scenario che preventivavo alcuni mesi fa [vedi] sembra dunque già avvenuto. Quando, alla metà del secondo tempo, il palcoscenico è abbandonato anche da Xavi e da Iniesta, si è materializzata la resa: una resa definitiva e simbolica. Da dove ripartiranno a Barcellona? E' questo uno dei temi più interessanti all'ordine del giorno della prossima stagione.

Wembley negli occhi di Heynckes
Per ora, limitiamoci a pregustare la finale. Dopodomani Borussia e Bayern ci offrono l'antipasto, in un match 'inutile' di Bundesliga. Allo stato, sembrano entrambe al top della condizione atletica. I bavaresi appaiono più concreti, smaliziati e compatti; i gialloneri più arrembanti, capaci di accelerazioni mostruose ma da esiti troppo spesso imprecisi. I primi sanno capitalizzare, gli altri entusiasmano e scialacquano. Può cambiare qualcosa in tre settimane? Può, una delle due - o entrambe - scadere di forma? Un anno fa, nella finale di Coppa di Germania, il Dortmund vinse 5-2. Quest'anno, in Bundesliga e a Monaco, è finita pari. Precedenti che dicono poco, ma se non altro escludono che a Dortmund soffrano complessi di inferiorità. Vedremo. Il vecchio Jupp è vicino a compiere il suo capolavoro; aveva già vinto la coppa sulla panca del Real, senza però entusiasmare. Il giovane Klopp lascerebbe un segno profondissimo, perché ha organizzato tutta la stagione avendo in mente solo questo obiettivo: arrivare a Wembley. Essendo il calcio un mistero agonistico, preferisco rinunciare sin da ora a ogni previsione. Anzi, non ci rinuncio. Due a due nei 90', tre a tre dopo i supplementari. Poi, nell'ottica del risarcimento, Eupalla sceglierà il Bayern.

Mans