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23 dicembre 2014

Natale con emiri e sceicchi

Cartoline di stagione: 17° turno 2014-15

Non ci sono dubbi!
Poltroncine a forma di trono e foderate di soffice bianco; stadio piccolo e semi-acustico con tribune punteggiate da qualche irriducibile italiano venuto da chissà dove, ma soprattutto da emiri e sceicchi, ricchi benzinai e loro cortigiani: in questo scenario surreale, rimpiangendo Pechino, in piena congerie natalizia e in orario italiano coincidente con la punta di traffico su tutte le tangenziali si è disputata la partita valida per la nostra supercoppa. Eravamo l'ultimo paese a non averla ancora assegnata; ha portato qualche milioncino alle esangui casse del movimento, è stata (per fortuna) una sfida divertente e incerta, minacciava di durare fino alla Befana, e alla buonora il Ciuccio l'ha non immeritevolmente spuntata, ridando senso a una stagione che sembrava deragliata. La Juve si è confermata grigia e dipendente soprattutto dalle lune di Tevez; il Napoli è parso migliorato, ma la sua tigna agonistica è proporzionale agli umori del Pipita. Il quale ha mostrato senza pudore gli attributi - della cui esistenza forse qualcuno dubitava - e punito tre volte Gigione, l'altro juventino in serata di vena; vanificando perciò le incredibili topiche dei centrali difensivi partenopei (Albiol e Koulibaly), due autentiche sciagure. Come che sia, archiviamo la stagione 2013-14. Allegri, dopo avere a stento raggiunto il suo primo e dichiarato obiettivo (qualificazione agli ottavi di CL), ha fallito il secondo.

Per assenza di avversari decenti, forse, Allegri vincerà il campionato - a ben guardare, di una situazione analoga si avvantaggiò anche nel 2011, con la Benamata ebbra del triplete e abbandonata da Mou, con la Juve in difficile ricostruzione, con il pacco-dono di Ibra ricevuto alla vigilia del campionato. Assenza di avversari decenti: la Roma ha mostrato pochezze preoccupanti al cospetto del Milan, cioè una delle dieci squadre che avanzano a passo di lumaca nel gorgo che ricomprende la zona nobile della classifica e quella solitamente destinata ai grandi peccatori. Paga il calo fisico di Totti, che resta l'unico capace di accendere il gioco, dando imprevedibilità e tempi perfetti all'azione d'attacco; del resto, non potrà tenere la scena per i giorni dei giorni; paga anche - forse - le insicurezze generate dalle scoppole interne di Champions. Lo 'spettacolo' della Serie A è tutto nella terra di mezzo, nell'equilibrio di partite giocate col coltello tra i denti, e il cui esito non è quasi mai scontato (si vedano, nel week-end, le rimonte di Atalanta, Inter, Toro, Udinese e Samp nella stessa partita, Empoli - a Firenze). 

All'assalto, col sangue alla testa
Dal resto del pianeta pallonaro monitorato dai nostri schermi nulla di memorabile ha illuminato il week-end. In Bundes prosegue l'agonia del Borussia, e per fortuna di Klopp una lunga pausa è alle viste (sempre che non decidano di dargli il benservito, come farebbe qualunque nostro presidente). In Premier si fermano i Red Devils, che ora - per far convivere Falcao e Van Persie - schierano Rooney nella posizione propria di Nigel de Jong: ciò nonostante - o forse proprio a causa di ciò - producono purissima improvvisazione calcistica, jam session che non sempre riescono come si deve, e comunque qualcosa di ancora ben lontano da un'idea e una logica di grande squadra. Il Liverpool, nell'ennesima disperata partita di questa disperata stagione, impatta l'Arsenal ad Anfield sette minuti oltre il novantesimo, in inferiorità numerica e grazie a un'inzuccata su corner del bendato e sanguinante Skrtel: ai cardiologi del Mersey non mancherà lavoro, nei prossimi giorni. In Liga ha riposato il Real, giusto il tempo di andarsi a prendere il titolo FIFA di campione d'ogni mondo (una vera scampagnata a Marrakech), mentre l'Atletico ha mostrato carattere (e chi ne dubitava) in terra basca, travolgendo il Bilbao nel secondo tempo. Facile poker calato anche dal Barça - il che costituisce un'ulteriore conferma della sua discontinuità. Nella Grand Boucle l'andatura è ora fatta dal Marsiglia, ma la sgommata dell'OL a Bordeaux è stata impressionante; sornione e annoiato di Blanc, il PSG resta accodato.
Auguri a tutti.

P.S. Tornando alle cose di casa nostra, è da mettere in archivio l'ennesimo atto di sottomissione della FIGC. Il diktat di Agnelli è solo una prova di forza, e la nazionale (cioè lo stage voluto da Conte) ha costituito il pretesto atteso da Andrea per assestare una bella legnata sui denti al detestato Andonio e al disistimato Tavecchio. Questo accade nel calcio italiano, nei giorni in cui cadono gli anniversari della scomparsa di due grandi italiani: Pozzo e Bearzot. Due grandi italiani, già. E stiamo qui a parlare di nani.

Mans

8 agosto 2014

Una stagione a tre?

L'estate scorsa la riconfigurazione degli assetti tecnici dei maggiori club europei era ruotata intorno a un esteso ricambio degli allenatori [vedi]. Per alcuni l'approdo su una nuova panchina si è poi rivelato positivo: Ancelotti al Real ha vinto la decima e la Copa del Rey; Guardiola al Bayern ha vinto la Bundesliga e 4 coppe; Pellegrini al City ha vinto la Premier; Blanc al PSG il campionato e le due coppe nazionali. Anche Benitez al Napoli ha vinto la Coppa Italia, e Martino al Barcellona, alla fin fine, almeno la Supercoppa di Spagna. Anche Moyes allo United ha vinto la Charity Shield ma poi è finito arrostito sulla panchina più rovente del mondo. Solo Mourinho al Chelsea non ha vinto nulla. Tra gli allenatori confermati Simeone all'Atletico ha vinto la Liga e fiammeggiato in Champions; Conte alla Juventus ha vinto scudetto e Supercoppa; Wenger all'Arsenal la FA Cup; e Klopp al Borussia la Supercoppa tedesca. Il comune denominatore di questi allenatori è l'appartenenza alla ristretta élite dei "super club" europei, destinati comunque a primeggiare.

Quest'anno la rotazione è più limitata. Le attese sono concentrate su Van Gaal allo United, su Enrique al Barcellona e su Bielsa al Marsiglia. Si tratta di tre allenatori di grande sagacia tattica. Checché ne dicano i gazzettieri italici - nessun dei quali s'accorse del modulo vintage (WW) che Luis adottò alla Roma, finendo poi ripudiato come capita a quasi tutti, anche ai marziani, nella città eterna - anche lo spagnolo è talentuoso e ricco di idee, fautore di un gioco qualitativo. Le novità tattiche non potranno che venire da loro quest'anno.

Archetipi del 3-5-2
Insieme con il Pep, che sembra voler adottare come modulo base il 3-4-3 sperimentato senza continuità nell'ultima annata catalana, potrebbe essere il ritorno della difesa a 3 la cifra tattica della stagione. Bielsa propugna da sempre il 3-3-1-3 (o 3-3-3-1). Van Gaal ha fatto vedere ai Mondiali come si giochi con Kuyt e Blind esterni di 4. Attenzione, però: non esiste una sola via alla difesa a 3.

La primogenitura, come ha ricostruito Jonathan Wilson, va ascritta a Carlos Bilardo e alla sua Argentina campione del mondo nel 1986: 3-5-1-1, con un libero e Maradona dietro a Valdano. Anche Beckenbauer schierò una difesa a 3 in quel Mondiale ma con 4 mediani e Matthaeus dietro a 2 attaccanti: già nel 1990, però, lo schieramento si era consolidato in un 3-5-2. In Italia lo importò Nevio Scala al Parma, impostando la declinazione difensiva della difesa a 3, cioè quella dove gli esterni sono due terzini e tutti, in fase di non possesso, corrono all'indietro, posizionandosi a 5. Ciò significa giocare con un uomo in meno a centrocampo al punto da poter costringere uno dei due attaccanti a fare da raccordo (oltre a Maradona, l'esempio più recente è Hamsik dietro a Cavani, in assenza di Lavezzi, nel Napoli di Mazzarri, con Maggio e Zuniga esterni), o limitarsi a due punte davanti di cui una, per necessità, molto mobile (come Tevez nella Juventus o come Rossi nella Fiorentina ipotizzata da Montella con Gomez perno), perché il modulo non prevede attaccanti esterni ma solo la discesa dei terzini.

Altra cosa è invece giocare con una linea di soli 4 (o addirittura 3, con Bielsa e Sampaoli) centrocampisti, perché ciò costringere i tre difensori a salire in fase di non possesso, mancando le diagonali dei terzini esterni. A squadra posizionata sulla linea della propria area scala un esterno a 4 e l'assetto diventa un 4-4-2, scendendo dall'altra parte un attaccante esterno sulla mediana. Primo sperimentatore in Italia fu Alberto Zaccheroni con l'Udinese nel 1996-1997, con uno spettacolare tridente Poggi, Bierhoff e Amoroso.

Eroi del 3-4-3
Se il 5-3-2 ha il vantaggio di rendere denso il centrocampo in fase di possesso e lo svantaggio di dover aggredire gli spazi sulle fasce con due difensori, il 3-4-3 ha il vantaggio di rendere molto largo il fronte d'attacco favorendo l'inserimento dei mediani, e lo svantaggio di dover rischiare costantemente il fuorigioco difensivo perché le fasce non sono presidiate da difensori.

Questo per dire che la difesa a 3 esprime una serie di varianti, compresa quella, magnifica, della Roma di Luis Enrique, con De Rossi che in fase di non possesso scendeva da vero metodista sulla linea di Kjaer e Heinze in fase di non possesso, mentre Taddei e Josè Angel erano costantemente alti sulla linea di Gago e Pjanic. Nelle prossime settimane vedremo se Enrique la riproporrà con Busquets a scendere tra Mascherano e Piquè. Secondo questa declinazione, estrema quanto bellissima da vedere, i due laterali dei tre difensori sono in pratica due centrali cui si aggiunge a pendolo il mediano, e si gioca a zona pura. Nella declinazione a 5 il centrale è uno solo e gioca da "libero", come, per esempio, sta cominciando a fare Vidic nell'Inter di Mazzarri.

Altra evoluzione tattica in corso sembra essere il ritorno della marcatura ad uomo a centrocampo, con uno due mediani centrali a seguire l'avversario più pericoloso: nella semifinale mondiale dell'Olanda con l'Argentina Messi fu seguito ovunque da Schneijder. Insomma, si annuncia una stagione potenzialmente interessantissima dal punto di vista tattico, quanto non lo è stata quella appena finita, Mondiale a parte.

Azor

28 giugno 2014

Sciarpa o cravatta

L'istantanea del calcio italiano a metà 2014 è allarmante. Fuori con disonore dai Mondiali, spogliatoio spaccato e ignobile crociata contro Mario Balotelli, Commissario Tecnico della Nazionale e Presidente della Federazione dimessi; ma assegnati i diritti televisivi della Serie A per il prossimo triennio tra diffide e bandi non rispettati.

In questi stessi giorni è anche accaduto che Ciro Esposito, il tifoso del Napoli ferito a colpi di pistola a Roma il giorno della Finale di Coppa Italia del maggio scorso, abbia smesso di vivere.

I giornali se ne sono accorti, sebbene le testate sportive abbiamo dato e diano più spazio al presunto scarso impegno di Balotelli in Nazionale, alle dimissioni di Prandelli, alla polemica tra “senatori” e “giovani” azzurri; così forse per la prima volta dopo quasi due mesi la città di Napoli è stata mostrata solo col volto (o meglio, il corpo) di Ciro e non con quello aggressivo di Gennaro De Tommaso. 

27 giugno 2014, Napoli, quartiere Scampia
Il feretro di Ciro Esposito, coperto dall'arcobaleno di sciarpe delle tante tifoserie
intervenute, non tutte gemellate con quella partenopea.
Si dirà che il luttuoso avvenimento sia da ascrivere alla cronaca nera piuttosto che a quella sportiva ma è chiaro che non può essere così. Eupallog ha già ampiamente descritto l'incapacità dei maggiori rappresentanti dello Stato, presenti allo Stadio Olimpico di Roma quella maledetta sera del 3 maggio 2014 esprimendo più volte la propria posizione (qui, qui e anche qui) ed ha suggerito, facendo proprie e integrandole, le proposte della Gazzetta dello Sport.

Marco Rossi-Doria, il maestro di strada dei Quartieri Spagnoli, è forse l'unico a proporre una via diversa, più conciliante ma persino più complessa da attivare rispetto alla repressione del tifo organizzato, appellandosi anche alla responsabilità del medesimo, senza additarlo come unico colpevole della situazione italiana ma come parte del sistema da rifondare. È una posizione condivisibile ma che presuppone un senso di responsabilità condivisa a più livelli, a partire dalle più alte cariche dello Stato. Questa giornata di lutto avrebbe dovuto infatti portare tutte le Istituzioni a riflettere e soprattutto ad agire, ma alcuni segnali fanno temere che nulla di ciò accadrà; non c'era bisogno di attendere la dipartita di Ciro Esposito per comprendere la gravità della situazione e fino ad ora, dopo l'imbarazzante sera del 3 maggio con Presidente del Consiglio e Presidente del Senato perplessi e incapaci di prendere in mano la situazione, ci si è limitati ad appelli e promesse, col campionato che inizierà tra solo due mesi.

Lo sconforto aumenta confrontando la galleria fotografica che ritrae i funerali di Ciro Esposito e le decine di migliaia di partecipanti con quella dei festeggiamenti per il centenario della ditta E.Marinella, storica produttrice napoletana di cravatte. I primi si sono svolti a Scampia, con la folla che riempiva piazza Grandi Eventi (sic!); la seconda a Palazzo Reale.

26 giugno 2014, Napoli, Palazzo Reale
Sorrisi istituzionali ai festeggiamenti per il centenario della ditta E.Marinella

Il Sindaco di Napoli era a Scampia fisicamente mentre per il Governo era presente Gioacchino Alfano, Sottosegretario del Ministero della Difesa (più che altro per la sua chiara fede calcistica visto che ben altri Ministeri avrebbero dovuto garantire la propria presenza). Un Ministro della Repubblica era però a Napoli nelle stesse ore o giù di lì: Maria Elena Boschi, Ministro per le Riforme Costituzionali e per i Rapporti con il Parlamento, appare sorridente e felice accanto a Maurizio Marinella, Bruno Vespa e a Stefano Caldoro, Presidente della Regione Campania. Col sorriso è arrivato anche Crescenzio Sepe, Cardinale e Arcivescovo metropolita di Napoli, insieme ad altre celebrità sorridenti.

Nulla cambierà neanche quest'anno. Non ci resta che allentare il nodo della cravatta, respirare con calma e incrociare le dita in occasione della prossima sfida che un tempo era chiamata derby del Sole.

Pope

4 giugno 2014

Rose e spine

La FIFA ha dunque diramato l'elenco del 736 giocatori che si disputeranno la Copa do Mundo. 119 di essi giocano ovviamente nel campionato di vertice, la Premier League. E non sorprende che lo United abbia ben 14 giocatori impegnati in Brasile, il Chelsea 12, l'Arsenal, il Liverpool e il City 10: così come il Bayern ben 15 - è la squadra, forse non a caso, più rappresentata -, il Barça 13, il Real 12, il PSG 10 e l'Atletico 9 [vedi].

Il nazionale del Camerun Stéphane Mbia
fresco campione europeo con il Siviglia
Un dato interessante, ma da interpretare, è il secondo posto in graduatoria della Serie A, che vedrà impegnati al Mondiale ben 83 giocatori, davanti a Bundesliga (78), Liga (63) e Ligue 1 (47). Ad essere precisi le cifre si riferiscono non ai campionati ma ai paesi. Per chiarire, degli 83 "italiani" uno (Hernandez) appartiene al Palermo, così come altri 5 appartengono alle neo-retrocesse Bologna, Catania e Livorno. Ma la sostanza non cambia.

Il calcio che si gioca in Italia sembra dunque uscirne meglio di quanto non dicano i suoi modesti risultati internazionali a livello di club, la mediocrità del suo livello estetico e agonistico, gli irrisolti problemi strutturali e culturali.

Il dato è in apparenza ancora più confortante se consideriamo le sole squadre che danno più di 5 giocatori alle nazionali impegnate ai Mondiali, cioè a quel decimo di club (28 sui 296 totali) che tessera 250 giocatori dei 736 presenti in Brasile, cioè un terzo del totale. In questo novero più ristretto i club italiani sono 5: Juventus e Napoli con 12 giocatori, Inter e Milan con 8, Lazio con 7. Per un totale di 47 giocatori. I club inglesi sono ovviamente 9, per un totale di 81 giocatori. I club tedeschi solo 4, con 36 uomini. I club spagnoli addirittura solo 3, con 34 giocatori. La Francia ha solo il PSG. Il Portogallo il Porto con 9 giocatori. La Russia 3 club con ben 21 giocatori. Completano il ranking il Messico e la Svizzera con un club per 6 giocatori ciascuno. In sostanza, il vertice della Serie A offre il 18,8% dei giocatori di vertice ai Mondiali (47 su 250) rispetto all'11,3% di giocatori (83) offerti dai 20 club italiani complessivi sui 736 presenti ai mondiali.

Ubriacatura di cifre per dire cosa? La questione è semplice: come mai un movimento calcistico che detiene e stipendia giocatori così qualificati e reputati dai CT che guidano le 32 squadre finaliste dei Mondiali non riesce a ottenere risultati di corrispondente livello internazionale quanto ai club? Possiamo aggiungere un paio di esempi. Come mai la Juventus che sciorina ben 12 giocatori (quindi più di un XI) ai Mondiali ha perso la semifinale europea con un club, il Benfica, che ne porta solo 5 ai Mondiali? E come mai ha vinto l'Europa League una squadra - il Siviglia - che sarà "rappresentata" ai Mondiali da soli 4 giocatori: Beto nel Portogallo, Rakitic nella Croazia, Mbia nel Camerun e Bacca nella Colombia? Mentre i cosiddetti top players juventini - Tevez e Llorente - si godranno le partite del Mondiale brasiliano in infradito?

L'azzurro e capocannoniere della Serie A Ciro Immobile
fresco acquisto del Borussia Dortmund
La risposta non è ardua, ahi noi, e rimanda sempre a quanto ci ripetiamo da tempo. Il problema è l'attitudine culturale del nostro movimento: capace di mobilitarsi per "epiche battaglie" a Sassuolo o a Livorno, con grancassa mediatica e di social network, e di fare una figura miserrima appena varcato il confine. Un quarto di secolo fa ci tirò fuori da analoghe paludi e paure Arrigo Sacchi, andando a far gioco e a vincere in tutti gli stadi d'Europa. Oggi, purtroppo, non si vede all'orizzonte nessuno di analogo.

E non è questione di fatturati. La cessione di Ciro Immobile al Borussia grida vendetta al cospetto di Eupalla. I renani hanno un fatturato inferiore a quello della Juventus ma idee e audacia. I dirigenti torinesi, invece, stanno meditando di svendere Giovinco, Quagliarella e Vucinic, e magari far cassa con la plusvalenza di Llorente. Per acquistare Morata. Imperscrutabili e insondabili. E capaci di prendersela se un altro talento internazionale del nostro calcio costretto a emigrare come Marco Verratti osa dire quello che pensa, e cioè che giocare nella Juventus ormai costituirebbe un passo indietro per la sua carriera. Vagli a dare torto ...

Azor

26 maggio 2014

L'impresario

Ultima fettina di coppa: la finale di CL 2013-14

Sugli spalti dell'Estadio da Luz, prima della partita
Anche questa volta, la sveglia è suonata in extremis e ha spento i sogni dell'Atlético. Alzare la Coppa dei campioni, dopo aver già messo in fila tutti i concorrenti nell'infinita Liga di quest'anno: sarebbe stata una doppietta non solo storica, ma clamorosa. Davide può tuttavia fregare una sola volta Golia, non sempre, altrimenti l'exemplum biblico smarrirebbe la sua efficacia.

La compattezza granitica dei Colchoneros si sfalda solo nell'ultimo quarto d'ora della loro lunghissima stagione. Per i crampi, la stanchezza, la vecchiaia di alcuni giocatori, l'assenza di quelli che avrebbero potuto esorcizzare per tempo l'assedio finale. La compattezza, la cattiveria agonistica, l'intelligenza tattica trasferite da Simeone alla 'sua' creatura: hanno mandato fuori giri Bale, neutralizzato Ronaldo, escluso totalmente dalla partita Benzema. Ma sull'ultimo pallone piovuto nell'area degli atléticos ha finalmente avuto la meglio il vero gigante blanco di questa primavera. Sergio Ramos García, andaluso. Campione del mondo, bi-campione d'Europa con la Roja, difensore (indifferentemente) di fascia e centrale. Lo portò al Madrid proprio Righetto Sacchi, che in lui vide le qualità d'un Maldini. Eccolo, dunque. A ventotto anni, Ramos finalmente si toglie di dosso l'etichetta di uomo più espulso nella storia del Real, e in quella storia ci rimarrà per assai più nobili prodezze. Alla doppietta decisiva di Monaco, aggiunge il pareggio (decisivo) nella finale.

Il pari a un sospiro dalla fine ha reso inerziale e inevitabile la goleada madridista nei supplementari. E' salito in cattedra Di Maria - nome, faccia, classe da oriundo del secolo scorso -, e Bale (fin lì caricato a salve) ha potuto ergersi a match-winner sfruttando uno slalom impressionante dell'argentino. Prima, tuttavia, la (virtuale) partita a scacchi l'aveva vinta il Cholo. Carletto verrà giustamente celebrato - come nel suo primo vero anno al Milan, coppa nazionale e Champions -, prima di Natale si prenderà anche l'onorifico mondiale per club; ma il suo capolavoro l'ha sfornato nelle due semifinali con il Bayern, mettendo i galattici - finalmente! - nelle giuste posizioni per rendere al meglio. Senza Alonso, tuttavia, ecco che l'equilibrio tra tutte le fasi è divenuto più precario; la squadra della finale, nonostante il risultato, non funzionava e non poteva funzionare.

Del resto, non si può chiedere a Carletto di inventare calcio. Non ha più l'età - né quel sacro fuoco interiore - per immaginare l'inimmaginato; ha rapidamente mutato il suo 'sacchismo' di partenza con il pragmatismo che gli ha consentito di eccellere, rinascendo dopo i due terribili anni juventini. E' ormai un grande impresario, onusto di gloria e di esperienza, non ha problemi di relazione con le grandi star, e le grandi star si fidano di lui, non litigano, si impegnano, gli credono. Il Real, in fondo, aveva bisogno solo di uno così; uno tranquillo di suo, poco bizzoso, almeno apparentemente non egocentrico, uno capace di tenere il guinzaglio 'lungo', capace di non complicare le cose. O di semplificare quelle complicate, anche con la fortuna: come, appunto, riuscire a vincere la partita che aveva già perso, avendo a suo tempo (Istanbul, 2005) perso quella che aveva già vinto.

Mans

24 maggio 2014

Bellezze di stagione

Cartoline di stagione: bilanci 2013-14

Ancora qualche considerazione sulla stagione agonistica europea in via di conclusione, in attesa di commentare l'ultimo atto che andrà in scena questa sera sull'estremo lembo atlantico del continente. Detto dello iato culturale e di competitività, prima ancora che di risorse economiche, scavato dalla Premier e dalla Liga rispetto agli altri campionati [vedi], il commento può volgersi agli aspetti estetici e tecnici, per fissare nella memoria alcuni tasselli di una bella annata.

1 | Le squadre

Mai così belli
Se avessi a disposizione una sola opzione per indicare la squadra più bella della stagione non avrei esitazione a scegliere il Liverpool, così come lo scorso anno avrei detto Borussia Dortmund e due anni fa Athletic Bilbao. Partenze così vibranti e determinate come quelle dei Reds ne abbiamo viste poche nella storia del football: uno spettacolo impressionante di potenza e determinazione, centrato sul terzetto di attaccanti in stato di grazia e ben sostenuto da una mediana orientata al passaggio rapido in profondità. Certo, il titolo della Premier è sfuggito per alcuni errori nelle retrovie, dove Gerrard ha giocato una delle stagioni più belle della sua carriera nel ruolo di metodista: al suo scivolone fatale molti addebitano la mancata vittoria finale, ma sono state soprattutto le incertezze e le lacune della linea difensiva a pesare alla lunga. Resta il ricordo di partite memorabili.

Al pari di molte di quelle giocate dall'Atletico Madrid, non solo in campionato ma anche, a differenza del Liverpool, in Champions League. I Colchoneros praticano da anni con il Cholo un tipo di gioco più compatto, più attendista, ma di grande pressing (a tre su portatore di palla e su linee di passaggio) e di feroce determinazione. Con altri interpreti (soprattutto qualitativi), il modello più evidente a me sembra il Milan di Sacchi: curioso che quasi nessuno abbia colto le analogie. Con Diego Costa hanno trovato un guerriero a lungo implacabile, ma le ultime settimane hanno dimostrato che, lui assente o a mezzo servizio, la "squadra" è in grado di essere ugualmente letale. Se il Liverpool ha risolto molte partite nei primi venti minuti, l'Atletico ha mostrato la capacità di aggredire compatta e di impossessarsi della metà campo avversaria per tratti di gioco lungo tutto l'arco del match, anche a cavallo tra i due tempi. Una duttilità tattica e agonistica avanzata.

Tutte le altre squadre di vertice hanno giocato bene solo per alcuni periodi della stagione. Penso all'Arsenal fino a Natale, alla Roma fino all'infortunio di Totti, al Bayern fino alla precoce conquista della Bundesliga. Più affidati alle individualità mi sono parsi gli impianti di gioco del Real, del City, del Napoli, della stessa Juventus. Raramente convincente sul piano estetico il PSG. Certamente inferiori alle attese le annate del Borussia (martoriato dagli infortuni), della Fiorentina (priva troppo a lungo delle sue punte), del Manchester United (collassato dopo la lunga "tensione" del regno di sir Alex) e ovviamente del Barcellona (capace però di riaccendere a tratti la sua antica e stupefacente bellezza). Qualche rara bella partita l'ha giocata anche il Chelsea, come anche - a spiccioli di memoria - l'Everton, il Southampton, l'Ajax, l'Olympiacos. Non pervenute, ahinoi, le milanesi.

Ma è stata, complessivamente, una bella stagione di calcio giocato, come peraltro accade da qualche anno a questa parte dopo la rivoluzione barcellonista e l'imporsi del Bielsa pensiero. Ma su questo, magari, ritorneremo con più agio.

2 | Gli allenatori

Da vero hidalgo il Cholo ha sempre indossato
il colore della distinzione nobiliare
Nel luglio scorso la stagione si prospettava come quella della grande smazzata di nuovi tecnici su moltissime panchine [vedi]. Qualcosa che quest'anno non sembra annunciarsi nella stessa misura. Le sfide più interessanti mi sembravano quelle di Guardiola, di Martino, di Benitez e di Pellegrini. Nessuno ha convinto appieno, per motivi diversi: il Tata ha fallito e ha signorilmente lasciato (un comportamento per bene quanto inconsueto); El Ingeniero e Rafa hanno vinto il possibile ma poco: il Pep ha vinto moltissimo ma non il trofeo più prestigioso, dal quale la sua aura è uscita anzi un po' appannata.

Il minimo sindacale hanno ottenuto Blanc e Conte, roboanti vincitori di campionati "non allenanti". Nota bene: in Serie A i punti di distacco tra la prima e l'ultima sono stati 77, in Francia 66, in Spagna e Germania 65, in Inghilterra 56. E poi c'è ancora qualche bella gioia che continua a dire (cioè a credere) che quello italiano sia il campionato tatticamente più difficile. Una barzelletta. Credo che la Juventus avrebbe qualche problema in più che al Mapei o al Dall'Ara se dovesse recarsi a giocare al Selhurst Park o al "Manuel Martínez Valero" ...

La finale di Champions potrebbe consacrare la stagione di Ancelotti ma anche costargli il posto, data l'inconcludente fanfaronaggine di Florentino Perez, uno capace di cacciare un santone come Vicente del Bosque - che aveva vinto in quattro stagioni due campionati (2001 e 2003), una supercoppa di Spagna (2001), due Champions League (2000 e 2002), una supercoppa UEFA (2002) e una coppa Intercontinentale (2002) - con la motivazione che il suo stile di gioco era "más bien clásico, muy tradicional: buscamos algo más moderno" [vedi]. Una sorta di anatema boomerang, iettatorio ...

La palma di migliore allenatore della stagione va certamente a Simeone, vinca o non vinca la coppa dalle grandi orecchie. Non ha invece ottenuto quello che meritava Rodgers, mentre la prestigiosa FA Cup ha salvato la faccia a Wenger. Klopp ha vinto una coppa battendo il Bayern a inizio stagione e quando aveva a disposizione l'intero organico. Un cenno di lode va dato a Garcia, anche se la seconda parte dell'annata è stata inferiore alle novità proposte nella prima e il finale deludente. Fallimentari certamente le stagioni di Martino, di Moyes e di Mourinho, viste le rose a disposizione.

Angolino tattico: poche le innovazioni di gioco. La sperimentazione più interessante è quella proposta da Brendan Rodgers: un mix di possesso palla che si sviluppa in orizzontale nella propria metà campo (trenta metri più indietro di dove lo portava il Barcellona di Guardiola, per intenderci) muovendo dal portiere, e di verticalizzazioni profonde, fondate sulla proposizione degli attaccanti, ad alternare il passaggio rasoterra al lancio lungo a incrociare il fronte di gioco e a “spettinare” (come ama dire Condò) la difesa avversaria. Se vogliamo, un impianto che si avvicina a quello del Bayern di Jupp Heynckes, che sfruttava però le caratteristiche diverse degli attaccanti esterni, portatori di palla e non cursori nello spazio, e che fraseggiava meno in orizzontale.

3 | I giocatori

Caratteraccio, ma grande condottiero: capace spesso di immolarsi da solo
Qui siamo all'angolino ludico, il più personale e pertanto il più opinabile. Molti i giocatori lucenti in periodi più o meno lunghi della stagione. Tra i portieri, su tutti, Courtois, impressionante se si pensa all'età. Tra i difensori non finisce di stupirmi Alaba, che purtroppo non vedremo ai mondiali; ottimo il sempiterno Dani Alves, così come anche la coppia dei due centrali dell'Atletico, Godin e Miranda (che si sono giovati della grande copertura della mediana) e Kompany; bene anche Benatia, che ha seguito però la flessione della Roma; immarcescibile Maxwell; su standard alti Sergio Ramos (con qualche cappellata) e Thiago Silva.

Tra i centrocampisti, su tutti, Yaya Touré: immenso. Modric mai così continuo in una posizione in campo finalmente più appropriata, e Di Maria, arretrato sagacemente da Carletto; Griezmann (che magari il grande pubblico “scoprirà” ai mondiali) e Barkley tra i cursori di fascia sinistra; Ramsey e Wilshere tra gli incursori sull’altra sponda; Pogba, Thiago Motta, Verratti e Kroos tra i mastini centrali di qualità; Pjanić e Reus a ridosso della prima linea. Tra gli attaccanti il trio del Liverpool, innanzitutto: Sterling, Sturridge e Suarez (quest’ultimo una buona spanna sopra agli altri ovviamente); Hazard e Immobile tra i più giovani; Ibra e Cristiano tra i vecchi santoni (annata la più bella e convincente, finalmente, per entrambi); Silva per gli arabeschi e Dzeko per la sicurezza del tratto, pesante; Diego Costa per l’impressione destata. Under: a sprazzi hanno lasciato intravvedere grandi potenzialità Januzaj, Kovacic, Deulofeu e … Scuffet.

Sempre sia lodata Eupalla!

Azor

21 maggio 2014

Bilanci di stagione

Cartoline di stagione: ultimo turno 2013-14

Era da molti anni che non si viveva una stagione agonistica europea così intensa come quella che si è appena conclusa quanto alle competizioni nazionali, e in attesa del sigillo finale di Lisbona. Tanto intensa da meritare qualche riflessione - si parva licet - a modo di provvisorio bilancio.

1 | Cultura

Per la serrata competizione fino agli ultimi minuti di una stagione lunghissima, la Liga e la Premier League hanno tracciato uno iato profondo con gli altri tornei maggiori.

17 maggio 2014, Camp Nou, Barcellona
Gli applausi dei campioni
Il dato non è scontato se consideriamo che in Inghilterra non giocano molte delle stelle più reputate: da Cristiano Ronaldo a Messi, da Pirlo a Ribery, da Ibrahimovic a Lewandoski, da Neymar a Falcao, da Iniesta a Cavani, da Robben a Diego Costa, etc. E se consideriamo che la crisi economica del movimento fútbolista spagnolo ha dato luogo proprio nelle più recenti sessioni di trasferimento ad un'emigrazione emorragica di molti giocatori iberici, alcuni dei quali di talento: da Navas a Llorente, da Alcantara a Borja Valero, da Callejon a Xavi Martinez, etc.

Nonostante questo, la Premier e la Liga hanno offerto, a ogni turno, uno spettacolo appassionante, a cominciare dalla civiltà del pubblico: dai chants dei santuari inglesi agli applausi agli avversari tributati in quelli spagnoli. Il Boxing Day 2013 rimarrà come uno dei giorni memorabili della storia del calcio, per l'intensità della pratica sociale, la partecipazione degli appassionati e il pathos agonistico [vedi].

Prima ancora che per la cifra tecnica, i due campionati maggiori hanno marcato la differenza sul piano culturale. La Bundesliga riempie gli stadi come nessun'altro torneo, ma è afflitta dal problema degli ultras che ogni tanto prorompe in violenze fuori dagli impianti e che costringe a erigere barriere separatorie e reti di protezione per contenere gruppi di "facinorosi" che espongono impunemente striscioni violenti (ultimo lo "Speziale libero" nella curva del Dortmund). Certo, nulla ancora di paragonabile con le carceri a cielo aperto in cui si sono trasformati gli stadi della Serie A, di cui non è necessario rammentare qui lo stillicidio di violenze verbali e fisiche in cui è implosa in queste ultime annate allo sbando. Ma gli ambienti tedesco e italiano sono ormai molto indietro rispetto alla civiltà che ancora si respira nella maggior parte degli stadi spagnoli e inglesi.

2 | Competitività

Se poi ci volgiamo al piano agonistico tutti i commentatori e gli statistici hanno ricordato da quanti anni la Liga non fosse mai stata combattuta così fino in fondo e la Premier non vivesse una tale situazione di incertezza fino all'ultima giornata. Anche su questo piano i due tornei maggiori hanno scavato un solco profondo rispetto alla Bundesliga, alla Serie A e alla Ligue 1, che si sono invece concluse precocemente tra novembre e gennaio.

17 maggio 2014, Parc des Princes, Paris
Per evitare anche quest'anno le contestazioni e le violenze degli ultras [ricorda]
il PSG ha festeggiato blindato nel proprio stadio il titolo
Se la Premier aveva già vissuto nel 2012 una conclusione shakespeariana all'ultimo minuto (gol di Aguero per il trofeo dei
noisy neighbours, quando era ancora il Mancini's time [vedi]), per la Liga la discontinuità portata dal Cholismo atletico è una novità che rilancia un movimento che si era guadagnato, non sono due anni, l'epiteto oxoniense di «Liga de mierda» [vedi] da parte dell'allora presidente del Siviglia, José Maria Del Nido, frustrato dalla crescente difficoltà di continuare a "fare affari" [vedi], risolto come ormai sembrava, dopo l'ultima vittoria del Valencia di Benitez nel 2004, a una sola questione a due tra Real e Barçelona.

Quello che colpisce, del fútbol spagnolo, è la qualità delle squadre di seconda fascia: il Siviglia tre volte vincente in Europa tra 2006 e 2014, l'Atletico due volte tra 2010 e 2012, l'Athletic Bilbao finalista nel 2010, l'Espanyol nel 2007. Per non dire delle belle partecipazioni alla Champions del Villareal o del Malaga. Qualcosa di incomparabile con qualsiasi altro movimento: non solo con le squadre francesi e italiane, che mancano da una finale europea (fatte salve il Milan nel 2005 e 2007 e l'Inter nel 2010) rispettivamente dal 2004 e dal 2003, ma anche con le tedesche (che non vincono la UEFA dal 1997), e le inglesi, pur presenti al vertice ma non altrettanto vincenti delle spagnole.

3 | Risorse

Proprio i risultati agonistici delle squadre spagnole di seconda fascia confermano che le vittorie non seguono necessariamente il principio di correlazione proporzionale con i budget e i fatturati.

10 maggio, Olympiastadion, Berlino
La cultura ultrà non è un'afflizione solo italiana ...
Certo, la tendenza alla divaricazione tra i super club e gli altri è stata confermata dalle vittorie dei due club che hanno sfondato ogni parametro di decenza anche del Fair Play finanziario della UEFA: il Paris Saint Germain e il Manchester City. Quasi nessun commentatore ha evidenziato come le vere vittime di questo turbo capitalismo non siano le concorrenti europee ma le altre squadre dei campionati "nazionali", ormai schiacciate da un'esorbitante disparità: penso a un Tottenham o a un Marsiglia, per intenderci. Ma la vittoria dell'Atletico Madrid è comunque un bel segno, importante, così come lo sono la sfortunata epopea del Liverpool o la bella stagione della Roma e del Napoli.

Bene inteso: l'epoca di vittorie come quelle del Deportivo (2000), del Wolfsbrug (2009), dello Stoccarda (2007) o del Werder Brema (2004), o del Montpellier (2012), del Lilla (2011), del Marsiglia (2010) o del Bordeaux (2009), sembra ormai definitivamente tramontata [vedi]. Relegando solo al fascino e alla difficoltà della FA Cup gli spazi per affermazioni di compagini minori come il Wigan (2013) o il Portsmouth (2008). Bellissimo è stato il parterre delle semifinaliste di quest'anno: oltre all'Arsenal, l'Hull City, lo Sheffield Utd e la detentrice dello scorso anno! Ma si ritorna, appunto, alla superiorità culturale del calcio inglese. Agli applausi corali che entrambe le tifoserie presenti a Wembley sabato scorso hanno tributato agli XI avversari. Avversari, non nemici.
Azor

15 maggio 2014

Provincialismi

Fettine di coppa: bilanci di stagione

14 maggio 2014, Juventus Stadium, Torino
Una cena malinconica: tutto apparecchiato al meglio. Ma senza la padrona di casa
La banalità mediatica probabilmente inzupperà il biscotto nella scontata rievocazione dell'anatema. Sul telegramma che arriva dallo Juventus Stadium c'è scritto invece qualcosa d'altro.

Qual è la squadra che negli ultimi dieci anni ha vinto più coppe in Europa tra Champions e League? Non solo il Barcellona. Anche il Siviglia, degna vincitrice di tre EL cups: 2006, 2007 e 2014. Degna perché ha sempre onorato l'impegno, come sempre dovrebbe essere nello sport. Ancora: qual è la squadra che, oltre alle due appena menzionate ha vinto più di una coppa? Un'altra spagnola: l'Atletico Madrid (EL 2010 e 2012), oltre al Chelsea non di Mourinho (CL 2012 ed EL 2013).

Basterebbero questi dati a spiegare perché per la seconda volta negli ultimi otto anni il calcio spagnolo ha vinto entrambe le competizioni europee. E perché domini incontrastato nonostante Atletico e Siviglia abbiano fatturati dell'ordine del Napoli e della Fiorentina, tanto per non fare degli esempi a caso. La Juventus, che ha un fatturato grande il doppio, non è stata capace di raggiungere nemmeno la finale in casa propria. Per provincialismo prima ancora che per demeriti tecnici. Agli occhi della proprietà, della dirigenza e dell'ambiente conta di più una vittoria sul Sassuolo che sul Lione: prima degli ottavi di finale contro la Fiorentina i media avevano riportato umori del genere in casa bianconera. Umori angusti e nefasti.

Puoi farti vanto quanto vuoi di avere uno stadio moderno capace di ospitare le finali delle coppe europee, ma se non ti impegni a vincere anche un'Europa League, se la snobbi come invece non fanno le società spagnole e portoghesi (ma anche il Chelsea, da ultimo), è come arredare la propria casa e poi lasciare che la abitino degli estranei.

Per chi ama il calcio italiano è stata anche quella di ieri una serata amara. L'ennesima di anni orribili. Orribili perché non si intravede all'orizzonte alcuna consapevolezza che occorre intervenire subito con iniziative forti, decise, antidemagogiche, lungimiranti, per salvare un movimento ormai allo sbando.

Azor

12 maggio 2014

Differenze sottili

Cartoline di stagione: 40° turno 2013-14

Antonio Conte guarda il futuro della Juve in Europa.
Palesemente, quel che vede non gli piace
La differenza dev'essere tutta nel look, o nel numero di lingue parlate. O nel procuratore. O magari nulla di tutto ciò, e avremo la sorpresa di vederlo l'anno prossimo sulla panca dello United, o del Barça, o di chissà quale super-club di oggi o del futuro. Antonio Conte, toltasi l'ultima soddisfazione di un'annata da record, completato il triplete domestico (quello che autorizzerebbe la cucitura della terza stella, operazione di semplice sartoria simbolica che indispettisce la proprietà in nome di polemiche che dureranno per saecula saeculorum) con tre punti raccolti nell'ultimo contropiede all'Olimpico contro i rivali di stagione, non abbandona la squadra come fece Mourinho la famosa notte di Madrid. José rimase in situ, Antonio certamente non ha ricevuto proposte dalla Roma o dalla Lazio; ma ha detto chiaro e tondo, tra le righe, che lui resterà al timone solo di un transatlantico, essendo stanco di questo lento rimorchiatore che, appena si inoltra in acque internazionali, vede sfrecciare yacht superlusso e robusti traghettoni – pilotati da gente meno brava di lui (lui pensa). 
Insomma, come già fece il portoghese alcune settimane fa, anche il leccese non nasconde la delusione. Conduce una squadra relativamente scarsa, non competitiva ai livelli che ritiene di meritare. A differenza dell'illustre leggenda, ha costruito sulle macerie – le macerie di calciopoli e di stagioni pessime; nelle prime due annate ha messo in mostra anche un bel gioco, in questa ha gestito il declino affidandosi a una difesa pressoché imperforabile, e vincendo spesso le partite di scarto minimo ma inesorabilmente (undici volte per uno a zero …), come capitava al Milan nell'anno del terzo scudetto consecutivo di Capello. L'impressione è che il ciclo bianconero possa proseguire agevolmente, profittando della confusione regnante a Milano. Umano, per un coach in ascesa, non accontentarsi; don Fabio, da uguale trampolino di risultati (ma con una Coppa dei campioni aggiunta alla bacheca in quel triennio), volò verso la propria consacrazione universale.

Nel frattempo, piovono banane all'Atleti Azzurri d'Italia (Bergamo), mentre il Bologna precipita (com'era scontato da mesi accadesse) in serie B. Al Meazza c'è una serata di clima civile, 'ingentilito' dall'occasione tuttavia speciale, come senz'altro è stata l'attività agonistica di un pedatore ultra quarantenne, giunto al capolinea con aura da ultimo simbolo dell'Internazionale: Javier Zanetti. Insieme a lui, sembra sbaracchi tutta la storica colonna argentina. In ritardo sui tempi della logica, ma anche questo capitolo della storia calcistica di Milano (e perciò dell'Italia) si chiude.

Manchester è sempre, nella terra madre, il baricentro del football.
Citizens o Red Devils si confermano al vertice, nel nome dell'alternanza.
Quest'anno è stato il turno del City
Nella terra madre, come previsto, è stata festa all'Etihad. Ha vinto la squadra più forte, certo non quella che più meritava. Ma non vale la pena di sottilizzare; con la rosa di cui dispongono, al City dovrebbero spadroneggiare in patria e sul continente, e invece riescono a vincere titoli solo all'ultima partita e grazie alla dabbenaggine altrui, mentre in Europa collezionano figuracce. Non stanno per ora simpatici a Eupalla, e – si potrebbe aggiungere – giustamente. Se dunque il trionfo dei Citizens era pronosticato e pronosticabile, la vera novità di questa stagione angla è quella che già proietta lo scenario della prossima. Il Manchester United non si è qualificato per alcuna competizione europea. Quasi certamente, ormai, non ci riuscirà nemmeno il Milan. E' accaduto pochissime volte, che i due club fossero contemporaneamente fuori dal giro. Vivono una difficile fase di transizione – abbastanza fisiologica quella dei Red Devils, dopo l'era Ferguson -, ancora non sappiamo chi avranno in panchina da quest'estate, e quali saranno i loro obiettivi. E' il calcio che cambia. 

In Spagna, invece, nulla è cambiato. Match-ball per il Barça, che servirà a Camp Nou nell'ultima sfida, contro l'Atlético; ma i catalani, al Manuel Martinéz Valero di Elche (card), hanno esibito tutta la loro stanchezza fisica e mentale di questa primavera. Nel frattempo, Carletto ha mollato i pappafichi, incassando due sconfitte consecutive. Con sei punti, i Blancos sarebbero praticamente campioni; invece sono fuori dai giochi, e serbano ogni pensiero alla decima – pericolosa, questa ossessione. I Colchoneros tengono stretta l'anima in tutti i modi possibili, hanno qualche minuto per incenerire la storia, Simeone ha modellato un XI con pochi uguali al mondo (oggi, anzi, unico al mondo) per intensità e volontà agonistica. Il Malaga regge l'urto, in un Manzanares – destinato, purtroppo e come si sa, alla demolizione - che trabocca di emozioni impensabili. Resteranno nell'aria (e nei nostri ricordi) per molto tempo, comunque vada.


Mans

11 maggio 2014

La designazione

Rispettando il ruolo di padrone di casa e di grande favorito per la vittoria finale il CT del Brasile, Luiz Felipe Scolari, ha annunciato per primo, lo scorso 7 maggio, l'elenco definitivo dei 23 convocati della Seleçao per l'imminente Mondiale. Di fatto, con ogni probabilità, si tratta della lista dei prossimi campioni del mondo. Una vera e propria "designazione" sancita dietro la scrivania prima ancora che sul campo.

I futuri campioni del mondo
Che il Brasile sia strafavorito per la vittoria finale non lo diciamo noi ma almeno tre fattori principali: è la squadra di casa; nessuna nazionale europea ha mai vinto l'alloro in terra americana; il gruppo dei giocatori ha già battuto i campioni in carica della Spagna nella Confederations Cup del 2013. Fattori negativi potrebbero essere solo l'eccessiva pressione ambientale (ma il dramma del "Maracanazo" potrebbe avere insegnato ai brasiliani un pizzico di saggezza), gli effetti emozionali e psicologici degli esiti di eventuali disordini legati alle manifestazioni di contestazione che saranno certamente tentate durante il mese mondiale, e la cabala che non vuole campioni i vincitori della Confederations Cup del'anno precedente. Ma se queste ultime sono considerazioni impalpabili, le prime sono invece ragioni motivate.

E' per questo che le designazioni che Scolari e i suoi collaborati, primo tra tutti Carlos Alberto Parreira, hanno stilato sono molto "pesanti". Perché quasi certamente significano gloria e ricchezze (in termini di contratti, sponsorizzazioni, diritti d'immagine, etc.) per i 23 prescelti. Che qui rammentiamo [dettagli]: Julio Cesar (Toronto), Jefferson (Botafogo), Victor (Atletico Mineiro); Daniel Alves (Barcellona), Henrique (Napoli), Thiago Silva (PSG), David Luiz (Chelsea), Dante (Bayern), Maicon (Roma), Marcelo (Real Madrid), Maxwell (PSG); Fernandinho (Manchester City), Hernanes (Inter), Luiz Gustavo (Wolfsburg), Paulinho (Tottenham), Ramires (Chelsea), Oscar (Chelsea), Willian (Chelsea); Neymar (Barcellona), Fred (Fluminense), Hulk (Zenit), Bernard (Shakhtar), Jo (Atletico Mineiro).

Con pochi innesti si tratta del gruppo plasmato nel torneo FIFA di un anno fa. Scolari e Parreira, che militano nel fronte pragmatico del futebol brasileiro - quello che vince i titoli, cui appartiene anche il grande santone Mario Zagallo - hanno puntato sulla continuità di esperienza e sull'affidabilità delle conoscenze acquisite da un insieme coerente ed equilibrato di giocatori. Sono rimasti esclusi, rispetto alla rosa della ConfCup 2013, solo due "nomi": Filipe Luis, il difensore dell'Atletico Madrid che potrebbe laurearsi campione europeo di club tra un paio di settimane, autore di una magnifica stagione; e, soprattutto, Lucas Rodrigues Moura da Silva, la sopravvalutata stellina che i quatarioti della Rive droite hanno pagato uno sproposito.

Henrique e il suo mentore
Gli altri giocatori di cui hanno parlato i media in questi giorni [elenco], a cominciare dai bolliti milanisti Kakà, Robinho e Pato, non sono mai stati in ballo in realtà. I grandi inclusi sono invece tre giocatori che il calcio italiano ben conosce: il poderoso Maicon, il tattico Maxwell e l'eclettico Henrique. L'ultimo è forse l'unica vera sorpresa del mazzo, e Scolari ha ammesso che sulla difesa c'è stata la riflessione più attenta sugli ultimi nomi da includere tra i prescelti. Rafa Benitez dimostra una volta di più di conoscere il mondo ...

Detto questo, la rosa è buona ma certo non al livello di quelle del 1958 o del 1970. Se la gioca con quella del 2002. Quella della Spagna le è certamente superiore. L'unico campione è Thiago Silva; ci sono alcuni grandi giocatori come Daniel Alves o Maicon; mentre promettono bene alcuni giovani: non solo Neymar ma anche Oscar e Jo. L'ossatura è fatta da onesti pedatori come Fernandinho, Hernanes, Luiz Gustavo o Fred. Altri ancora sono dei bei ronzini, come David Luiz, Marcelo o Hulk. Ma si tratta, perlappunto, di una squadra ben miscelata. Prima della ConfCup era solo una raccolta di figurine: adesso è una squadra. Se diventeranno davvero campioni del mondo sappiamo a chi lo dovranno.

Azor

5 maggio 2014

Sipari calati (e calanti) ed esiti complicati

Cartoline di stagione: 39° turno 2013-14

L'interminabile week-end ha fatto calare (se Dio vuole) il sipario sulla stagione italiana assegnando i due titoli; ha impacchettato il piatto della Premier League (destinazione Manchester); ha complicato assai il destino dell'Atlético in Liga, dove il Barça (raggiunto oltre il 90°) è quasi fuori da ogni gioco e il Real (che oltre il 90° riagguanta il Valencia al Bernabéu) si salva da un precoce annegamento. Altrove, si continua a giocare per piazzamenti europei e per la sopravvivenza.

Citizens in dirittura d'arrivo
I supporters del Liverpool hanno trascorso un brutto sabato pomeriggio. Dall'altra parte del parco, a Goodison (card), i cugini potevano rimettersi in coda per acquisire l'ultimo biglietto utile a entrare nel circo della prossima Champions; ma potevano anche rinunciare, e indirizzare il City sull'autostrada verso il titolo. E' stata una partita strana, ambigua. I Toffees hanno perso, nel finale hanno anche vanamente rincorso un inutile pari, ma erano passati in vantaggio e hanno poi subito tre gol facili. La rosa dei Citizens ha grande qualità, è vero, mezza dozzina di pedatori e forse anche di più potrebbero fare da soli la fortuna di un club italiano di vertice, dunque è naturale che tale squadrone possa spianare avversari più deboli. Occorre sottolineare, tuttavia, che anche la spinta di Goodison è parsa inferiore agli standard normali; come se tutto, in fondo, andasse bene alla gente dell'Everton. Anche perdere la partita, perché perderla significava vedere in lacrime (o quasi) il vicinato. Tutto il mondo è paese. Ah, un momento. Stavamo per dimenticare l'ennesima superba prestazione del Chelsea. I Blues, tra le mura amiche, hanno inchiodato il Norwich sullo zero a zero - il risultato perfetto delle perfette partite. Ne sia dato atto al profeta di Setubal.

Karate backheel goal!
La prodezza di Cristiano (gol alla Ibrahimovic: colpo marziale, di tacco, a mezza altezza e più, in giravolta) ha detto che non erano proprio questi i giorni del Valencia. Fuori dalla finale di consolazione in Europa per una rete subita durante l'ultima azione del match di semifinale col Sevilla; niente vittoria di prestigio (già: per la classifica nulla gli portavano i tre punti) a Chamartín. La Liga - quando in equilibrio - vive spesso di finali eclatanti, con esito incerto e derrota inattesa. Quella incassata dall'Atlético in casa del Levante (seconda squadra di Valencia) è impronosticata ma comprensibile; tributo alla stanchezza, alla tensione, a una rosa di ampiezza normale. Così la sensazione è che, dai campi d'España, arriveranno altri fuochi d'artificio.

Mestamente noi, a terra con le nostre vergogne, ci avviamo al mese del mondiale. La giùve festeggia in albergo grazie al Catania (uscito dall'ipnosi o chissà cosa) e maledice di non aver messo la squadra allievi in campo contro il Sassuolo, onde tenere più freschi i titolari per la semifinale col Benfica (bah). All'Olimpico, nell'ultimo atto della coppa più snobbata e insensata del mondo, il nostro calcio ha onorato come si conviene (con inciviltà e senso della dismisura) la propria secolare storia. Ci vorrebbero misure thatcheriane, ci accontenteremo di chiacchiere e fumo (bah). In questo clima, è andata in scena ieri sera la sfida tra due squadre che erano - sino a pochissimi anni fa - tra le più forti del mondo. Al Meazza si è giocato un derby senza qualità, stanco e vivacizzato soprattutto dal solito becerume di curva. Risolto dall'eroe che meglio di tutti incarna la mediocrità attuale dei due club meneghini: Nigel de Jong. Bah!

Mans

2 maggio 2014

L'annus horribilis

Fettine di coppa: bilanci della stagione italiana 2013-14

La mancata qualificazione della Juventus alla finale torinese dell'Europa League rappresenta in certo qual modo il sigillo dell'annus horribilis del calcio italiano (e augurandosi che la spedizione in Brasile non bissi i disastri di quella sudafricana).

3 aprile 2014, Stade Gerland, Lyon
L'unico acuto europeo della grigia stagione juventina
I commenti dei tifosi in uscita dallo Juventus Stadium e quelli di Antonio Conte erano concordi su un paio di punti auto-assolutori: "abbiamo dominato noi, mentre il Benfica non ha mai tirato in porta", "l'arbitro è stato vergognoso nel consentire le perdite di tempo e l'ostruzionismo dei lusitani". A conferma che, purtroppo, nel nostro calcio, le "colpe" sono sempre esogene, e le "responsabilità" non sono contemplate. Segno di un radicato provincialismo al quale appartiene anche un altro luogo comune ripetuto come una litania: "la Serie A è il campionato più difficile e più tattico di tutti, anche i grandi squadroni europei soffrirebbero le trasferte in provincia". Una favoletta cui possono credere ormai solo coloro che non guardano le partite degli altri campionati e preferiscono ammorbarsi di interminabili moviole televisive e di polemiche ultrà sui media più vari. Certamente il calcio italiano è il più stressante in Europa, per la maleducazione e la violenza, verbale prima ancora che fisica, dilaganti.

Qui però vorrei richiamare l'attenzione su un possibile bilancio dell'annata europea delle nostre squadre. Preoccupante, perché fa seguito a stagioni recenti che già avevano disegnato una strada in discesa. Le sei società che hanno partecipato alle coppe hanno giocato complessivamente 56 partite, 34 in Europa League e 22 in Champions, vincendone meno della metà, solo 26, e perdendone 13.

Colpiscono un paio di dati, in particolare. Le 11 vittorie in trasferta sono state conseguite con avversarie di Ranking UEFA [vedi] inferiore: il Milan (11°) ha battuto il Celtic (62°); la Juventus (16°) ha battuto la Fiorentina (45°) e il Trabzonspor (74°); la Lazio (41°) il Legia Warszawa (124°); la Fiorentina (45°) il Dnipro (70°), l'Esbjerg (135°), il Grasshopper (168°) e il Pandurii (211°); l'Udinese (77°) il Široki Brijeg (292°). Non ci voleva molto, in sostanza. Solo le vittorie della Juventus (16°) sull'Olympique Lyonnais (12°) e del Napoli (31°) sull'Olympique de Marseille (24°) hanno rappresentato gli unici acuti significativi della stagione; utili soprattutto per il confronto con le squadre francesi.

Brutte sono state anche le sconfitte in casa subite contro società di ranking inferiore: la Lazio (41°) sconfitta dal Ludogorets (104°), la Fiorentina (45°) dal Grasshopper (168°), l'Udinese (77°) dallo Slovan Liberec (114°). Più ragionevoli appaiono solo quelle della Fiorentina (45°) con la Juventus (16°) e del Milan (11°) con l'Atlético Madrid (7°).

11 marzo 2014, Estadio "Vicente Calderon", Madrid
La peggiore sconfitta di una squadra italiana in questa stagione
Là dove il confronto è spietato è nelle sconfitte fuori casa. La Juventus (16°) ha perso con il Real Madrid (1°), con il Benfica (6°) e con il Galatasaray (36°); il Napoli (31°) ha perso con l'Arsenal (9°), con il Porto (10°) e con il Borussia Dortmund (15°); il Milan (11°) con il Barcellona (2°) e con l'Atlético Madrid (7°). Non c'è stato alcun acuto in trasferta, cioè, ma solo una strutturale conferma di inferiorità.

Anche i pareggi fuori casa sono significativi: hanno strappato uno 0:0 il Napoli con lo Swansea (88°), la Lazio con l'Apollon Limassol (185°), la Fiorentina con il Paços de Ferreira (116°); un 1:1 il Milan con l'Ajax (30°), la Juventus con il Copenaghen (50°) e l'Udinese con lo Slovan Liberec (114°); la Lazio addirittura due 3:3 con il Trabzonspor (74°) e il Ludogorets (104°). Solo la Fiorentina ha strappato un pari con un'avversaria di ranking superiore, la Juventus.

Per non dire infine dei pareggi in casa. Con avversari di ranking inferiore: 0:0 il Milan con l'Ajax e la Lazio con il Trabzonspor, 1:1 la Fiorentina con l'Esbjerg, addiritura 2:2 la Juventus col Galatasaray. Hanno "contenuto i danni", con avversarie di ranking superiore, il Milan (1:1) col Barcellona, la Juventus con il Real Madrid (2:2) e con il Benfica (0:0), e il Napoli con il Porto (2:2). Si noti come a questi quattro ultimi pareggi siano però corrisposte quattro sconfitte fuori casa.

Le uniche vittorie in casa contro avversarie di ranking superiore si devono al Napoli (31°) - che ha battuto nel suo bel girone di Champions l'Arsenal (9°), il Borussia Dortmund (15°) e il Marsiglia (24°) - e alla Juventus (16°), che ha battuto però solo il Lione (12°).

Ad un'analisi di dettaglio emerge, cioè, un quadro "agghiacciante" per dirla con Antonio Conte, impietoso, dello stato attuale del calcio italiano. Confermato dalle classifiche: solo il Milan agli ottavi di Champions, solo la Juventus alle semifinali di Europa League, col Napoli e la Fiorentina fuori agli ottavi di EL. E dal ranking: nessuna squadra italiana tra le prime 10, tre sole tra 11° e 16° posto. Tra le prime 10 figurano 4 spagnole, 3 inglesi, 2 portoghesi e una tedesca. A conferma del sorpasso in atto anche da parte del calcio portoghese, come ha dolorosamente confermato il doppio confronto tra Benfica e Juventus.

18 settembre 2013, Stadio San Paolo, Napoli
La stagione partenopea non ha mantenuto le attese generate dal debutto,ma è al Napoli
 di Rafa Benitez che si devono le migliori prestazioni europee di una compagine italiana  
Mitizzando il passato, vivendo al di sopra delle proprie possibilità, reputandosi migliori di quanto non fossero, snobbando l'Europa League, scaricando le responsabilità su "colpe" esogene (sfortuna, arbitri, crisi economica), dirigenti, allenatori, giocatori, tifosi e media italiani sono scivolati molto in basso senza rendersene conto. Molti anzi continuano a non vedere, per mero provincialismo.

E non è affatto detto che il nostro calcio abbia toccato il fondo. Basti ragionare su quali siano le prospettive per la prossima stagione. La migliore italiana del ranking, il Milan, probabilmente non disputerà le coppe; la seconda, l'Inter, perderà molte posizioni al momento del sorteggio perché non le varranno più i punti del 2009/10; la terza, la Juventus, non sarà in prima fascia nel sorteggio dei gironi di Champions (incrociando le dita potrebbe toccarle il Porto). Se supererà i play off di fine agosto in Champions il Napoli raggiungerà la Roma (55°) nella quarta fascia del sorteggio per i gironi. La quinta squadra italiana del ranking, la Lazio, potrebbe non disputare le coppe, mentre la sesta, la Fiorentina, avrà una posizione di sorteggio analoga a quella dello scorso anno. Se poi dovessero agguantare l'ultimo posto per l'Europa il Torino, il Verona o il Parma partirebbero da un ranking UEFA inesistente (al momento non vi figurano per la prolungata assenza dalle competizioni europee).

Il bilancio è inequivocabile. Sulle sue cause torneremo in un altro momento, per non farla troppo lunga qui. "Meglio chiudere e ingraziarsi Eupalla con sacrifici degni della sua natura divina. A terra siamo noi con le nostre vergogne", per dirla stavolta col Maestro.

Azor

1 maggio 2014

The circle game

Fettine di coppa: semifinali 2013-14

Fogli e fogliacci dell'Europa che vive di football celebravano ieri mattina - spesso con ironica soddisfazione - la rovinosa caduta del Bayern. Una sconfitta che viene per lo più interpretata come la Waterloo di Guardiola e del cosiddetto tiki-taken (la pseudo-traduzione tedesca sembra avere per principale scopo quello di sminuire, ridicolizzare uno stile di gioco che col Pep viene identificato). Meno feroce, stamattina, l'atteggiamento verso Mourinho; si preferisce celebrare l'impresa della Cenerentola di Madrid, e solo Swan Borsellino (So Foot) concede un dettaglio avvincente sulla Waterloo di José: "La frontière entre le coup de génie et le coup de grisou n’est pas épaisse. Parfois on brille par son audace, parfois ça vous saute à la gueule. En alignant César Azpilicueta au poste de milieu droit, José Mourinho annonçait la couleur : non content de son 0-0 à l’aller, il va plomber les Colchoneros jusqu’au bout".

Dunque, la ruota gira. Il Bayern di Heynckes aveva sbaragliato il Barça di Guardiola, che aveva ridicolizzato più volte il Real di Mourinho, il quale Real - affidato a Carletto - ha schiantato il Bayern riplasmato da Guardiola. L'outsider di stagione (l'anno scorso il Borussia, quest'anno l'Atletico) alza ancora l'asticella delle difficoltà per il Grande Portoghese: più in là delle semifinali, ormai, non riesce ad andare, qualunque sia la squadra che ha tra le mani. Che si stia trasformando in un perdente? Che stia per finire una stagione con 'zero tituli'?

Naturalmente, i due XI di Madrid hanno impressionato. Brillantissimi. Tatticamente vicini alla perfezione. La metamorfosi vissuta del Real riflette il raffreddamento del clima: ambiente tranquillo, si gioca a calcio e non alla guerra, e se si gioca a calcio la qualità dei pedatori che può vantare la Casa Blanca è altissima, forse ineguagliabile. Ovvio che Carletto ci abbia messo molto del suo. Anche Diego Simeone è uno che ama costruire football: il suo lavoro è stato fenomenale, in un club sorretto da budget normale e che ogni anno mette sul mercato l'argenteria. L'Atletico è sostanzialmente a quattro partite dal double più inimmaginabile: da vertigini.

Diego Costa trasforma il penalty; due a uno.
Il pallone non era sul dischetto,
ma dentro una buca da campo di golf
Il non-calcio-totale che sta accompagnando l'uscita del venerato maestro portoghese dalla sua dimensione mitica ha rivelato ieri sera di possedere le armi per morire di propria mano. I primi due gol dell'Atletico - passato, occorre sia sempre ricordato, in svantaggio - arrivano da madornali errori di Hazard e di Eto'o. Madornali errori commessi non nell'area avversaria o nei suoi pressi - cioè nel naturale territorio di pascolo dei due in questione -, bensì nella propria. L'istruttore pretende che gli attaccanti facciano i difensori, che i difensori facciano benissimo i difensori, al resto basteranno gli episodi (una palla rubata, un calcio piazzato, una traiettoria sporcata). Non sempre le cose riescono bene o benissimo. Lo stesso Mou, dopo la rapina di Anfield, aveva detto (con la mimica del guru): se ti difendi e prendi tre gol, il tuo non è calcio difensivo. Per lo meno, non è 'buon' calcio difensivo. Con Azpilicueta all'ala ne ha incassati tre, e il suo calcio non è parso - ieri - né difensivo né offensivo. Parcheggiato altrove il bus a due piani, in campo sono rimasti undici sbandati passeggeri che non sapevano cosa fare, dove andare, se andare o restare. Lo ha notato assai lucidamente Eden Hazard, cioè il più fulgido talento emergente nel calcio europeo. "Il Chelsea non è fatto per giocare a pallone". E per cosa è 'fatto', allora? "è fatto solo per correre, e quindi solo per il contropiede". L'ultima settimana però, nelle trasferte al Manzanares e a Liverpool, come già avevamo rilevato, non si è visto nemmeno quello. Si sono viste solo barricate, e - appunto - quel pullmann che aveva portato in dotazione ai Blues il buon Roberto Di Matteo - a proposito: probabilmente, ora che sta per scadergli il contratto, se lo riprenderà, per portarlo chissà dove.

Il Cholo ha ormai l'acquolina in bocca
e non fa nulla per nasconderlo
La realtà è la realtà, pontificava alla vigilia il Migliore, attaccando (senza nominarne uno solo) i molti filosofi e le loro straordinarie teorie filosofiche sul football che rendono (per lui) così semplice dominare pragmaticamente (e ontologicamente interpretare) il gioco. La realtà è stata diversa da quella che lui aveva previsto. E ora a Simeone - che non è e non pretende d'essere un fine intellettuale warburghiano ("I would like to congratulate the mothers of these players because they have big cojones", dichiara a fine partita) - una cattedra non la può negare nessuno. Ha costruito una squadra vera, verissima, con risorse incomparabili a quelle dei super-club. Ha offerto il suo tempo alla didattica, non al culto della personalità. Il suo rivale di ieri sera, viceversa, non ha ormai nulla da insegnare, e i suoi allievi più bravi cominciano a capire il bluff.

Mans

28 aprile 2014

Calcio di barricata

Cartoline di stagione: 38° turno 2013-14

Due trasferte - Manzanares e Anfield (card) -, due partite decisive, e il Chelsea non incassa nemmeno una rete. Perde il totem della difesa (John Terry) a Madrid, lancia un debuttante a Liverpool (Kalas), perde Cech e schiera tra i pali un australiano vecchio come il calcio o giù di lì (Schwarzer). Settimana indimenticabile per i Blues. Se l'obiettivo di Mou era di mantenere aperto ogni orizzonte, ebbene lo ha centrato in pieno. Ha ben studiato e realizzato i suoi piani. Rischia tuttavia di essere la classica pentola senza coperchio, perché in coppa un pari bianco in trasferta è sempre il peggiore dei buoni risultati; in Premier, invece, il Liverpool rimane avanti di due punti e anche il City (se vince il match che deve recuperare) andrebbe più in su, a medesima distanza. Dunque, perlomeno i numeri non sono dalla parte del Migliore, che rischia di pagare carissima la sconfitta interna con i Black Cats di sette giorni fa. In Europa, invece, ha più chances. Dovrà comunque restituire qualche metro di campo agli uomini del Cholo; mai una partita è stata più impronosticabile: tuttavia, i fattori base (esperienza e - soprattutto - fortuna) favoriscono Mourinho.

La partita deve ancora iniziare, ma Brendan Rodgers ha già capito l'antifona
Negli occhi e nei ricordi di spettatori (neutrali) e appassionati rimane e rimarrà a lungo il disgusto per l'anticalcio totale e regressivo impostato da Mou per i due match-clou, del tutto immeritevole di approfondita analisi tattica. Come disponesse d'un XI di ronzini e non di una rosa tra le più qualitative del mondo, ha eretto barriere immobili di dieci uomini davanti all'area, lasciando il centravanti a 60 metri (Torres al Manzanares, Demba Ba a Liverpool). "Defensive display? I'm a bit confused with what the media thinks about defensive displays. When a team defends well you call it a defensive display. When a team defends badly and concedes two or three goals you don't consider it a defensive display", polemizza Mou. Infatti il suo non è più nemmeno calcio di 'difesa', ma di pura e semplice barricata, con rinuncia persino al contropiede - il gol (decisivo) di Demba Ba ad Anfield è solo frutto di un errore tecnico impensabile di Steve Gerrard, che perde la boccia e non certo perché messo sotto pressione (in sostanza, un colpo di fortuna assoluta). Qualcosa che non si era davvero mai visto a questi livelli; nemmeno la derelitta Grecia di euro 2004 (che usava ancora il libero) giocava così. "José is happy to work that way and play that way and he will probably shove his CV and say it works but it's not my way of working", dice a fine partita Brendan Rodgers di colui che lo scelse a Stamford Bridge per insegnare calcio ai ragazzini. Ci si domanda chi, oggi, sceglierebbe Mou per un lavoro simile. Certamente qualcuno a cui, in fondo, il calcio non piace. Qualcuno esattamente come lui.

Mans