Visualizzazione post con etichetta Benny Hill's Club Band. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Benny Hill's Club Band. Mostra tutti i post

28 giugno 2016

La Grand Boucle

Del portiere questo ha solo i guantoni (e la maglia diversa)
Beh, nessuno poteva immaginarlo. Con nonchalance, con il piglio della squadra superiore e che nessuna avversità potrebbe (eventualmente) deprimere, con un'organizzazione di gioco ferrea; con corsa, volontà, dedizione: con tutto questo, in dieci minuti, alcuni dei non molti esseri umani di sesso maschile che nell'isola sbarcano il lunario giocando a pallone ribaltano la poderosa Inghilterra, costringendola a un'esibizione di miseria agonistico-pedatoria inimmaginabile solo da chi non li conosce bene (gli inglesi), e improvvisando al triplice fischio una festa di quartiere indimenticabile insieme ai compaesani venuti a godersi il sole e il mare della Costa Azzurra, che non è detto sia (il mare, dico) più bello del loro. L'Islanda nei quarti di finale, suvvia. Roba da ardita simulazione nei video-games di un futuro lontano, esito di catastrofi imprevedibili. L'Islanda, yes. Del resto, prima o poi qualcuno dovrà spiegare agli inglesi che non possono ostinarsi a schierare una rappresentativa senza portiere. Hart è il migliore che hanno? Non ci credo. Se è così, trovino (e in fretta) una soluzione, naturalizzino qualcuno, cerchino nelle profondità del paese: là dove improvvisamente spuntano i Vardy potrebbero essere nascosti anche dei Banks. E così sia: addio a Benny Hill, ci mancherà. Ma ora c'è un capitolo da aggiungere ai famosi Why England lose di Simon Kuper [vedi] e The anatomy of England di Jonathan Wilson [vedi].

L'Italia, dal canto suo, ha finalmente dato la paga agli spagnoli, dopo vari tentativi in cui la vittoria era sfuggita per sola malasorte. Si ricorda sempre la finale di Kiev; in verità, già nella prima fase di Euro 2012 e poi in Confederations Cup le sfide erano state molto equilibrate, e la Roja ne era uscita indenne, ma senza mai mostrare una autentica superiorità - tutt'altro. La stampa spagnola mette il dito nella piaga: un ciclo è finito, non solo negli uomini. E' quel tipo di calcio che ormai non produce più risultati: l'eliminazione in Brasile era stata ancora più bruciante, e reinserire (Morata, Nolito) qualche attaccante non ha invertito la tendenza. Ma è stato, indubbiamente, un ciclo memorabile. Da oggi, è storia.

Azzurri in forma:
questo non era mai stato così brillante
Ora tocca alla Germania: la nostra Grand Boucle fa tappa a Bordeaux, di lì non eravamo ancora passati. Così, a luglio siamo ancora in corsa: mentre gli ottavi erano considerati dai più alla vigilia come il nostro possibile (o persino auspicabile, a scongiurare una figura davvero pessima) capolinea. Siamo in corsa e abbiamo fatto secche due favorite. I tedeschi finora si sono allenati, e giocheranno la prima partita seria sabato sera contro di noi. Sono i campioni del mondo, è vero. Ma non hanno più due pezzi da novanta come Lahm e Klose, e questa è gente davvero difficilmente sostituibile. L'impressione è che non siano più forti di due anni fa. Anzi. E poi c'è la tradizione, che tutti conoscono anche nei numeri. Beh, comunque sia prima o poi dovranno pur riuscire a batterci, e potrebbero farlo sabato. 

Ma se per caso, per puro caso non dovessero riuscirci nemmeno questa volta?
No, è impossibile. Vincerà la Germania, che poi vincerà anche il campionato d'Europa. Punto.

30 marzo 2016

Quanto costerà un coperto al ristorante dello Stade de France?

Viviamo una stagione calcistica di transizione, nonostante si concluda con l'europeo di Francia. Ammesso che si giochi, considerata l'emergenza oramai quotidiana e l'eventualità di attacchi terroristici - l'attentato di Bruxelles ha avuto luogo, come quello di Parigi, mentre nel vecchio continente tutte le nazionali avevano la loro partita da giocare: una banale coincidenza?

Pensieri fluttuanti del Pep
E' una stagione di transizione per alcune leghe nazionali (specie quella inglese; ma anche in Francia il dominio del PSG ha assunto proporzioni tali da metterne in discussione il contenuto agonistico), meno per le competizioni internazionali. Ma alcuni top-club hanno già scelto di voltare pagina dalla prossima stagione, cambiando la guida tecnica (City, Bayern, Chelsea), altri confidano in uno strabiliante finale di Champions onde evitare il naufragio (Real: il cambio al volante c'è stato già a metà stagione). Non sorprendente il ritorno a una conduzione più duttile e pragmatica deciso dal Bayern: troppo ardito, forse, il trapianto della mente di Guardiola nel corpo di un club di rilucente tradizione teutonica, tanto da non lasciarne particolarmente entusiasti i sacerdoti e lo stesso Pep. Guardiola ora porterà  la sua sartoria all'Etihad, dove viceversa un blasone universale dev'essere ancora forgiato. Ma, con le risorse di cui disporrà, il catalano potrà cucire il calcio che desidera, scegliendosi tutte le stoffe. Una sfida, sì: ma relativamente rischiosa.

Le nazionali sembrano in fase di ricostruzione. Olanda, Germania, Spagna, Inghilterra sono alle prese con un ricambio generazionale, e non è detto che (per una volta) quelli messi peggio siano proprio gli inglesi. L'ultima mezzora a Berlino di sabato scorso forse non è da prendere sul serio, ma credo che persino Hodgson non se la potesse aspettare. Poi, a ridimensionare l'exploit in terra germanica, è arrivata la 'solita' sconfitta a Wembley con l'imprevedibile undici olandese.

The Youngsters
Anche l'Italia è in mezzo al guado: ma Conte ha fatto un lavoro apprezzabile e ora proverà a raggiungere l'agognata sponda (che sembrava lontanissima, due anni fa) scommettendo su talento e gioventù (Insigne, Zaza, Bernardeschi e altri), abbinati alla solida vecchia guardia bianconera. Alti e bassi sono fisiologici, in questa fase; e farsi bastonare dalla Germania in amichevole non dico porti bene, ma certo male non fa - se non altro, perché ci consiglia di tenere in memoria il ranking e la nostra (intendo del sistema calcistico complessivo) storia recente. Le ambizioni italiane dipenderanno, sostanzialmente, dal costo di un coperto al ristorante dello Stade de France: più vicino ai 10 o ai 100 euro?

Sicché in Francia - se ci si andrà, se si giocherà - potremmo pronosticare il ruolo di principali favoriti all'undici ospitante e al Belgio. Sono le due rappresentative più rodate, più stabili. I Bleus hanno trionfato nelle ultime competizioni organizzate da loro (1984 e 1998), ma non hanno più Roi Michel in cabina di regia (sul campo e fuori); i belgi sono ancora alla ricerca di un souvenir non consolatorio da mettere in bacheca: avessero un Cruijff (un fuoriclasse più acclarato che acclamato: non credo troppo in Hazard, che mi sembra un bravo pedatore, ma abbastanza prevedibile nelle mosse - pur rapide - e nelle intenzioni) potrebbero sbancare. 

I giocatori di Belgio e Portogallo ricordano le vittime di Bruxelles


Ecco, è anche la prima volta senza Cruijff. Non ci sarà - in tribuna o davanti alla tv -, e non ci sarà nemmeno l'Olanda. Ma, è vero, forse per la prima volta tutte (nessuna esclusa) le nazionali di rango si presentano al via con l'intenzione di proporre un calcio poco votato alla speculazione e più all'anticipo dei tempi di gioco, al pressing alto, all'offesa. Tutte: nessuna esclusa. Il calcio praticato, predicato e insegnato da Cruijff è ormai patrimonio comune; ne varia l'interpretazione, e la varietà dipende soprattutto, più che dalle differenze di modulo, dalla qualità degli interpreti.  Chiamarlo total-voetball oggi, è vero, non ha più alcun significato, essendo divenuto luogo comune: nessuno ne ha più l'esclusiva, neppure il Barça, che da quella pianta continua a raccogliere e dispensare i frutti migliori. Perché il seme, in Europa, ha attecchito dappertutto. La rivoluzione è durata cinquant'anni, ma si è compiuta proprio nel tempo in cui il suo prodigioso simbolo ha abbandonato davvero e definitivamente la scena. 

Mans

20 giugno 2014

Nel fondo del girone della notte dei tempi

Cartões Postais do Brasil 2014

Nel fondo del girone della notte dei tempi rimane, per ora, l'Inghilterra. La seconda 'classica' del torneo ha confermato l'allergia britannica alle grandi competizioni internazionali: poche le eccezioni dal 1950 in poi, a conferma che si tratta (più che di una regola) di una realtà storica.

Eppure sembrava che, sbloccatosi Wayne, l'inerzia del match fosse inglese. Spizzando sciaguratamente all'indietro, Steve Gerrard ha assistito il compagno di squadra Luisito Suarez, e la Celeste ha messo il timbro. La tradizione è rispettata, l'Uruguay in corsa, la Benny Hill's Club Band virtualmente sull'aereo. E il povero Steve è ora messo in croce dai fans, almeno da quelli che non frequentano di sabato la Kop.

La strana stagione di Gerrard. Grandi giocate ed errori decisivi
Una fatica indicibile per riuscire a pareggiare senza avere uno straccio di idea su come impostare la manovra. I soliti cambi, incomprensibili, una disposizione tattica che sembra studiata allo scopo di rendere difficile la vita ai talentuosi attaccanti, dei quali almeno uno è palesemente di troppo. Cinque Reds in campo: perché non riprodurne anche il modulo, tenendo Rooney a fare la controfigura di Suarez? Misteri della mente di Roy Hodgson.

Non che l'Uruguay incanti. Tolti i due frombolieri (ma tra Suarez e Forlan la differenza salta agli occhi),  gli altri sono modesti assai. Combattono e soffrono disperatamente, come hanno sempre fatto. Randellano, naturalmente, ma con giudizio: conoscono il calcio europeo, anche se molti militano in club di secondo o di terzo livello, e dunque non eccedono. Sono poi geneticamente inclini a tirar fuori - se serve - il baule dei trucchi che li apparentano a noi: fino al pari di Rooney, arrivato (vendicando gli sprechi di Suarez e Cavani) a un quarto d'ora giusto giusto dal 90°, nel secondo tempo ci saranno stati sì e no dieci minuti di gioco effettivo su trenta.

Purtroppo per noi, risulterà necessario battere i costaricani, che saranno parecchio su di giri e potrebbero farci girare la testa. Speriamo bene: spesso la seconda partita è stata difficile e ci ha messo nei guai. Dovesse accadere, martedì avremo uno spareggio storico con la Celeste. Storico e pericolosissimo.

Bien. Un altro giorno di questa fantastica Coppa del mondo volge al termine. Nel pomeriggio, il secondo tempo di Colombia - Costa d'Avorio valeva una lucidatina agli occhiali: Gervinho e Cuadrado sono giocatori d'altri tempi.  In Brasile si gioca a pallone, questa è la verità. Prendiamolo come un dono di Eupalla e godiamocelo.

Mans

16 giugno 2014

"They are the pass masters"

Palloni giocabili / Rassegne stampa

Il rapporto degli inglesi con il football è, notoriamente, tra i più complessi del pianeta Eupalla. Non hanno inventato il calcio ma credono di averlo fatto. Lo hanno semmai re-inventato - come ha spiegato più volte e bene Giani Brera - quando svilupparono la pratica sociale dello "sport" nel corso dell'Ottocento, e ne sono stati reputati i maestri fino alla seconda guerra mondiale.

Italy’s veteran rolls back the years with a vintage display
in Italy’s 2-1 win over England
La "soccer revolution" degli anni 1950s svelò però il loro ritardo tattico e culturale rispetto al resto del mondo, come colsero subito Willy Meisl [vedi] e Brian Glanville [vedi]. Da allora, la storia della loro Nazionale è quella di una continua disillusione, che alcuni scrittori hanno provato ad "anatomizzare" (come Jonathan Wilson: vedi) o a "misurare" (come Simon Kuper, Stefan Szymanski: vedi). Resta il fatto che, a parte la Coppa Rimet del 1966 - molto, ma molto "casalinga" [vedi] -, non hanno mai vinto nulla, raccogliendo brutte figure e delusioni profonde fin dalla sconfitta con gli USA nel 1950, proprio in Brasile. In 64 anni sono approdati in semifinale solo una volta, nel 1990, oltre al 1966. E taciamo dei campionati europei.

La storia rivela un dato crudo e inoppugnabile: gli inglesi non sono una potenza calcistica. Il che sembra un paradosso. Gianni Brera nel 1970 si convinse che "i ruvidi inglesi non sanno tener palla: debbono sempre correre, avventarsi, rischiare", e che li affliggano "la presunzione e la broccaggine". I sudditi di sua Maestà ovviamente non si arrendono al dover credere che questa sia la loro tradizione, soprattutto a fronte delle grandi vittorie internazionali dei club negli anni 1970s e 1980s, peraltro anche quelle un po' declinanti in questo secolo (solo 3 CL in 14 edizioni).

Quando i Leoni si qualificano ai Mondiali, e dal 1998 lo hanno fatto continuativamente, si rinnova ogni quattro anni il drammone nazionale dell'illusione preventiva e della delusione successiva. Così è stato anche quest'anno: allenatore, squadra, federazione, media, tifosi e ambiente tutto erano convinti, come tutte le altre volte, di poter fare finalmente bene. Benny Hill si era addirittura spinto a dire incautamente che "what makes me think we can win it [The Cup] is that it is a knockout competition" [vedi]. Dal cuore dell'Amazzonia è venuta l'ennesima conferma che non è possibile, nemmeno questa volta. Magari la prossima, chissà.

L'educazione britannica è comunque quella dell'understatement. E le reazioni della stampa dopo la sconfitta con l'Italia nella prima partita del Mondiale brasiliano ne sono una conferma. Si magnifica l'avversario, a cominciare da un fuoriclasse come Andrea Pirlo che ha mostrato cosa significhi giocare al calcio dal primo all'ultimo minuto, compresa la splendida punizione avvelenata che è andata a baciare la traversa sotto gli occhi stupiti di Joe Hart al 93°. Così il "Daily Mirror": "The veteran maestro nearly made the Manchester City goalkeeper look very silly indeed at the death in Manaus when his free kick cannoned off the bar" [vedi].

Scorriamo una breve rassegna giornalistica.

Andrea Pirlo the pass master stars in his own film to hurt England. Italy’s veteran rolls back the years with a vintage display in Italy’s 2-1 win over England
"The Guardian"

Italy prove they are the pass masters as Azzurri rack up highest accuracy ever recorded in a World Cup game since 1966
"Daily Mail"

Andrea Pirlo watch: Italian midfielder makes his mark against England without touching the ball
"Daily Mail"

Andrea Pirlo the master casts his spell for Azzurri
"The Times"

Mario Balotelli rises to wreck England's ambitions after signs of promise in Manaus
"The Indipendent"

Misery in Manaus as another Andrea Pirlo master-class condemns England to defeat
"Metro"

Pirlo and Balotelli provide Italy class and power
"USA Today"

15 giugno 2014

Greetings from Italy

Esordio in grande stile per l'Italia dei Cesaroni. C'è poco da fare, esistono almeno due nazionali di calcio nel nostro Paese: quella delle amichevoli e quella delle partite ufficiali. Ieri abbiamo ammirato, dopo ben nove amichevoli senza vincere, quella che ci piace di più. Cattiva, determinata, senza paura e fisicamente in grande spolvero. Alla vigilia ero molto sereno, l'Inghilterra versione Brazil 2014 è una delle più scarse da circa quarant'anni. Un mix di esperienza e giovanilismo male amalgamato e guidato da un allenatore a cui vanno tutta la mia simpatia e la mia stima umana, ma che non ha mai ottenuto risultati a livelli alti. Abituato a pensare in piccolo, sir Hodgson non fa paura. Lette le formazioni ho invece avuto un sussulto; difesa a quattro come previsto con Baines e Johnson sulle fasce e Cahil-Jagielka centrali. Henderson-Gerrard davanti alla difesa con Welbeck e Sterling mezzi interni. Rooney dietro all'unica punta Sturridge. Niente di nuovo sotto il sole. Hodgson ha schierato la formazione migliore che ha a disposizione. Come dicevo, un mix di esperienza e gioventù mal amalgamato. Per il futuro gli inglesi sono messi bene e potranno recitare un ruolo da protagonisti se troveranno il nuovo Gerrard (a tratti imbarazzante ieri sera) e se sapranno crescere almeno un altro centrale di caratura mondiale. Cahill è un onesto pedatore, ma non può garantire solidità dietro. Meglio il centrale trentunenne dell'Everton. Mi ha impressionato Sterling. Il giovane giamaicano (classe 1994!) del Liverpool sembra Anderson ai tempi di sir Ferguson. Se non si perderà ne vedremo delle belle.

14 giugno 2014, Arena Amazonia, Manaus
Raheem Serling affrontato da Paletta
Noi siamo scesi in campo all'insegna dell'equilibrio, ed è qui che mi sono sorti i primi dubbi. Avrei schierato due punte o almeno Cassano insieme a Balotelli con Chiellini centrale e uno qualsiasi a sinistra. Alla fine però ha avuto ragione Cesare e se lui allena la nazionale un motivo di ci sarà. Complimenti. Resto tuttavia scettico su due punti in particolare. Il primo riguarda Paletta e il secondo Chiellini: Paletta non può giocare in una nazionale, specialmente se questa è l'Italia e se la competizione è la più importante del pianeta. Insicuro, sempre fuori posizione, mai in grado di impostare. Abbiamo ballato parecchio e molto per colpa sua. Senza voler infierire troppo diciamo che non è adeguato al livello richiesto per queste partite. Chiellini secondo me non può fare il terzino. È un insulto al gioco del calcio. Non spinge mai, non riesce a saltare l'uomo è inutile in quel ruolo a meno di non doversi chiudere e difendere il risultato. O lo mettiamo centrale o, sarebbe meglio assai, lo mettiamo in tribuna. Giocasse nel Sassuolo la Nazionale la vedrebbe dal divano di casa sua.

Pirlo andrebbe beatificato. È il trenta percento della squadra. Sempre tranquillo, non va mai in affanno, vede tre ore prima come si svilupperà l'azione, per togliergli il pallone devono triplicarlo sempre e a volte non basta. Monumentale. Darmian mi ha impressionato, ma gli inglesi a destra non ci hanno capito nulla dall'inizio. Rooney doveva aiutare Baines e non lo ha mai fatto, poi Hodgson ha spostato Sterling da quella parte e comunque non è servito. Se le premesse sono queste abbiamo trovato il nuovo Cabrini. Bene Balotelli, sempre decisivo quando serve e bene Candreva anche se ha sull'anima il pareggio in società con Paletta. Aveva un chilometro quadrato per servire Darmian e lo ha ignorato perdendo banalmente palla. In queste partite certi errori non si possono fare, si rivelano spesso esiziali.

14 giugno 2014, Arena Amazonia, Manaus
Balotelli esulta dopo aver segnato il gol del 2-1 definitivo
Gigantesco Barzagli, erede della gloriosa tradizione difensiva nostrana e bravo Marchisio che ha corso talmente tanto da avere "le allucinazioni", parole sue. De Rossi granitico come sempre e perfettamente complementare alla coppia Pirlo-Verratti. Ottimo l'esordio mondiale di quest'ultimo che ha dato l'anima dall'inizio alla fine, spirito alla Gattuso con piedi per fortuna ben diversi. Una nota di merito va a Sirigu, chiamato a sostituire Buffon all'ultimo minuto. Grande partita, ma non avevo dubbi. Il ragazzo di Nuoro è una certezza, ha fisico, posizione e riflessi per difendere la porta dell'Italia a un mondiale. Elogio infine degli assenti. La mancanza di Montolivo è una manna per noi. A parte il dispiacere umano per il ragazzo, resta la certezza che sia una zavorra per il centrocampo italiano. Adesso andiamo in verticale quando serve e sembra che i tempi di gioco funzionino alla perfezione.

Insomma, se il buondì si vede dal mattino ...

Cibali

Old and new masters

Cartões Postais do Brasil 2014

Sin dal sorteggio che ci aveva assegnato il più duro e affascinante dei gruppi nella storia dei Mondiali (7 coppe su 19 in campo, forse solo quello del Sarriá nel 1982 - 6 su 12 - gli era superiore) avevo avvertito la positiva sensazione che fosse quello per noi ideale, perché ci avrebbe costretto a metterci in gioco subito, senza titubanze. In fase di pronostico lo avevo ribadito [vedi]. Qui provo ad argomentare meglio: non abbiamo bisogno solo di scandali e polemiche per caricarci (fosse così non avremmo una grande considerazione della nostra tradizione, quella di Pozzo, Rocco e Trapattoni ...); basta l'importanza dell'evento e il modo di avvicinarcisi - e penso agli avversari del 2010 e all'approccio sconsiderato di Lippi, per intenderci.

Spira uno spirito di gruppo come nelle spedizioni più fortunate ...
L'esordio con l'Inghilterra - terra madre di vecchi maestri che ci hanno battuto solo nelle leggendarie sfide degli anni 1930s, e poi mai più - è il migliore dal 1978 (2:1 alla Francia) per qualità di gioco, risultato e blasone dell'avversario. Benny Hill [look at] ha provato a sorprenderci nel primo tempo, con il pressing e la velocità, e con l'esplosività dei tre ragazzi neri davanti - che, con Rooney, formano la linea d'attacco forse migliore qualitativamente delle 32 -, cercando l'imprevedibilità nello spazio breve, e sfruttando le differenti attitudini al ritmo dei rispettivi campionati. La prima mezzora è stata così una inevitabile sofferenza tra chi è abituato a correre e pressare e chi a trotterellare. Con una variante decisiva: la fornace umida dell'Arena Amazonia. Gli inglesi hanno corso e pressato nella prima mezzora, corso nella seconda, e si sono spenti nella terza (soffrendo di crampi, a differenza dei nostri). La loro base è comunque buona e qualitativa in molti giovani: in Brasile faranno esperienza e potranno essere tra i protagonisti tra due anni agli Europei: l'operazione è "Azincourt 2016".

I nuovi maestri siamo noi, guidati - non a caso - da un Cesare "Augusto" [vedi la stima di Eupallog]. Per tradizione siamo maestri del gioco di sofferenza, ma Prandelli ha aggiunto qualcosa che solo Sacchi aveva provato a dare prima di lui alla Nazionale, cioè un gioco manovrato. Anche contro l'Inghilterra si è vista questa costante ricerca del possesso e del fraseggio, anche nella prima mezzora in cui eravamo schiacciati: non si sono visti lanci lunghi o spazzamenti difensivi, bensì una continua cucitura a palla bassa, anche rischiosa la sua parte. Quando abbiamo preso campo è emersa la qualità del palleggio del nostro centrocampo, che ha pari solo in quelli della Spagna e della Croazia tra le 32.

Altri tra noi analizzeranno la partita dei singoli. Segnalo solo come 9 dei 14 in campo fossero esordienti ai Mondiali: tra questi la mia menzione va a Darmian, Candreva e Balotelli. E, parafrasando il Filosofo, confesso che "mai avrei pensato di vedere Paletta e Parolo via satellite" dal cuore dell'Amazzonia. E' possibile - ma speriamo non probabile - che questa partenza intensa la si possa pagare più avanti, diciamo nelle ultime due delle sette partite, come accadde proprio nel 1978 (il continente è quello, peraltro). Ma intanto ieri sera abbiamo spaventato il Mondiale. Adesso avranno tutti paura di noi.

Azor

2 giugno 2014

Figure e controfigure

Sguardo perso nel vuoto. Addio al Brasile per Riccardo Montolivo
Come da tradizione, gli azzurri deludono nel match che prelude al grande torneo. A Londra, nella frescura serale di Craven Cottage, si è vista palese sofferenza contro un XI di onesti pedatori irlandesi delle leghe britanniche, probabilmente scelti proprio perché contro l'Inghilterra si esordirà (in una partita - a occhio - già decisiva) al mondiale di Brasile. Cesare ha schierato in campo svariate controfigure, per saggiarne il momento e l'affidabilità: Paletta per Barzagli (malmessi entrambi, ahinoi); Motta (impresentabile) per De Rossi; Darmian (bene) per Maggio o Abate; Verratti (discreto) per Pirlo; Sirigu (eccezionale) per Buffon. Ha testato Giuseppe Rossi e Ciro Immobile, tenendo a riposo Mario. Messo benzina nelle gambe di De Sciglio. Perso definitivamente Montolivo - tibia in pezzi. Ha fatto capire come preferirebbe giocasse la squadra. Difesa a quattro, protetta da un centre-half (forte sulle palle alte) onde consentire frequentissimi sganciamenti degli esterni. Il play-maker, due mezzali, e un attaccante libero di flottare (ieri sera Pepito); uno dei due inside (ieri sera Marchisio) votato a inserimenti - possibilmente a sorpresa - negli spazi, favorendo improvvise verticalizzazioni alternative al gioco sulle fasce. Resta il dubbio sulla prima punta. Immobile svaria e corre e va in profondità; Balotelli no. Dunque non sappiamo ancora - i dubbi sulla condizione di Rossi non sono svaniti, e gli sono costati il taglio - chi giocherà davanti, e come. Del resto, Prandelli non ha mai nascosto di lavorare molto sulla varietà dei modi di stare in campo, e sulla capacità di mutare atteggiamento nel corso della stessa partita; va da sé che fra teoria e pratica il pallone può rimbalzare via - come quando cade nel fiume e viene portato via per sempre dalla corrente; e che la duttilità prevede non solo la disponibilità di duttili pedatori: devono anche essere (anzi, soprattutto) pedatori di razza. Perciò la perdita di Montolivo è grave. Non perché si ceda un fuoriclasse alla concorrenza; semplicemente perché si deve rinunciare a un centrocampista abbastanza eclettico, di abitudine e intelligenza, di castagna dotato. L'eterna incompiutezza del milanista è divenuta la sua migliore qualità. Raramente gioca molto bene; ma quando non gioca, la sua assenza pesa. Era certamente una delle tre pedine irrinunciabili in mezzo al campo, nei disegni di Prandelli.
Dunque, come sempre è accaduto, andiamo a coronare un biennio di lavoro con scarsa cognizione delle nostre reali potenzialità. Personalmente, ritengo che 'questo' gruppo abbia già attinto il proprio meglio due anni fa, e che da allora sia andato costantemente declinando in rendimento e qualità di gioco. Come sempre da almeno dieci anni in qua, il nostro destino dipenderà dalle condizioni di Sant'Andrea da Brescia (mancò nelle prime due partite in Sudafrica, entrò nella mezzora finale del match con la Slovacchia e cambiò immediatamente ritmo e musica della squadra). Siamo messi così: i nostri giocatori più qualitativi sono anziani (Buffon e Pirlo) o a rischio (Cassano e Balotelli per imprevedibilità caratteriali, Insigne per leggerezza e inesperienza). Stando all'ultimo filotto di partite: si segna pochissimo, e normalmente si subisce. Il reparto difensivo preoccupa; è grosso modo quello della Juve, cioè esattamente quello che ha accusato ripetute distrazioni e incassato gol paradossali nelle partite più importanti di coppa e non certo contro grandissimi avversari. Siamo messi così: apparentemente male. Ma non c'è nulla di più rischioso che dare per spacciati in partenza gli italiani che giocano a pallone con addosso la maglia azzurra.

Che brutti i palloni degli inglesi!
In fondo, la Benny Hill's Club Band, nonostante la piccola scorpacciata di Wembley contro il Perù (scelto per il test-match in quanto controfigura dell'Uruguay, presumibilmente), ha esibito impacci non dissimili dai nostri. Rooney involve, poiché nessuno gli chiede più di fare ciò che gli riusciva benissimo da giovane e sino a poco tempo addietro: il numero nove. Sempre più lontano dall'area, in un modulo che si può sperare Hodgson confermi, rinunciando a Barkley e a Sterling; nella ricerca di soluzioni raffinate, nonostante l'assenza di pedatori sublimi. La Celeste, per conto suo, ha il problema Suarez: con il bellimbusto al cento per cento è uno spauracchio (e non solo per noi), senza lo è ugualmente, ma più per i riflessi della tradizione e i fantasmi dei brasiliani. Delle altri grande e medie selezioni, nessuna brilla, a giudicare da cronache e risultati. Germania e Spagna hanno il chiodo del centravanti o del falso tale. A falso tale si è candidato Klose, lui che è per antonomasia uomo d'area, e che è naturalmente più statico per ragioni anagrafiche (evidentemente, pur di marcare il record che insegue, sarebbe disposto a qualsiasi 'sacrificio'); la Spagna rinuncia a Llorente - dunque le due punte titolari del club campione d'Italia, Tevez e il basco, passeranno il mese tirando calci alla tv. Il Portogallo - come sempre - non segna, e se si esercita contro i greci la cosa appare naturale e scontata. L'Olanda imita se stessa e la sua grande tradizione: un gollettino nei primi minuti (al Ghana), e match narcotizzato. Colombia e Cile segnano molto e subiscono altrettanto. Lo stesso, contro i leoni del Camerun hanno fatto i teudisci; stenta la Francia, stenta la Russia, veleggia il Belgio, la Spagna (se non implode per noia) è ancora e sempre di un altro pianeta. Il Brasile si nasconde (si allenerà con Panama e con i serbi nei prossimi giorni), per eccesso di sicurezza o per inibire la critica. Anche l'Argentina è chiusa nel cantiere, e mostrerà l'avanzamento dei lavori in settimana contro un XI caraibico e quello sloveno. Come avrebbe detto Gianni Bugno: vedremo.

I nuovi acquisti del Flamengo? No: è la Nationalmannschaft
Mans





4 luglio 2012

Pensieri e parole

Flash
9 giugno 2012, Arena Lviv, Lviv
Joao "moto perpetuo" Moutinho in pressing
su Bastian Schweinsteiger
Se ripenso al bel torneo appena trascorso ci sono alcune immagini che mi tornano per prime alla mente. Innanzitutto l'assist rasoterra di Xavi nel secondo gol della Roja in finale, un segmento di lancinante bellezza della linea retta della sua classe infinita: Alba si è voltato una volta verso il Catedratico nella sua volata di 50 metri, solo per essere sicuro del triangolo, e poi si è infilato alla cieca tra Barzagli e Bonucci sicuro di vedersi recapitare la palla sui piedi dalla spalle, puntuale come ad un appuntamento. E poi il bolide con cui Mario ha lasciato di sale non solo Neuer ma i suoi detrattori: la delicatezza con cui ha toccato, una sola volta, la palla lanciata da Montolivo prendendo la rincorsa, e la forza, il marchio d’autore, con cui ha colpito il pallone. Il cucchiaio di Pirlo, naturalmente: di cui ho soprattutto apprezzato il valore psicologico (perché il rigore di Panenka rimane inimitabile, se non altro per la rincorsa veloce e lunghissima che contrappose alla lentezza balistica). E, ancora, la zampata con cui Samaras ha insaccato (meglio, ha cacciato in rete), con determinazione non solo agonistica ma politica, la palla del pareggio provvisorio in una gara asimmetrica segnata in partenza e nondimeno combattuta fino ai limiti delle capacità. La doppietta aerea con cui Shevchenko ha fatto sognare, nel suo stadio, un intero paese. Il pressing inesausto di Joao Moutinho, un moto perpetuo tattico, un martello pneumatico agonistico. Il gol bellissimo di Pavlyuchenko contro i cechi. L’orrenda partita tra Spagna e Francia, probabilmente la più brutta di tutto il torneo. L’angoscia crescente di fonte allo sforzo inane, e nel secondo tempo supplementare di disperata dedizione, degli Azzurri contro l’Inghilterra. Le parate di Casillas in tutto il torneo, senza una sbavatura: una quadreria d’autore.

La Roja
1 luglio 2012, Olimpiyskyi, Kyiv
I titolari della Spagna tricampione d'Europa
Ne abbiamo già cominciato a parlare e immagino che continueremo a farlo. Constato solo come abbiamo avuto la fortuna in questi anni di poter ammirare due grandissime squadre: il Barcellona del Pep e la nazionale spagnola pluri campeón. E' forse un po' ozioso chiedersi se sia o meno la squadra più bella e più forte della storia del calcio: è certamente tra le più forti perché una serie del genere è avvicinabile solo a quelle, agli albori della modernità, dell’Uruguay inventore del gioco corto (Olimpiadi 1924-1928 e Mondiale 1930), o dell’Italia del “metodo” di Vittorio Pozzo (Mondiali 1934-1938 e Olimpiadi 1936, ma anche le Coppe Internazionali del 1930 e 1935 contro il Wunderteam austriaco); quanto a bellezza la Roja 2008-2012 sta certamente nello stesso pantheon con la Aranycsapat magiara 1950-1954, il Brasile 1970, l’Olanda 1974-1978, la Germania 1972-1974, e forse anche il Brasile 1982. Così come è un po' tartufesco, a mio avviso, ricondurre il tutto alla eccezionale generazione di campioni fiorita in questi anni. A fare una grande squadra sono certamente i giocatori di qualità, ma non solo: vi concorrono anche altre componenti a cominciare dagli allenatori, dalla tradizione e dalla cultura calcistica del paese; e naturalmente la fortuna (nello specifico, gli errori dal dischetto di De Rossi e Di Natale nel 2008, la broccaggine di Robben nel 2010, la traversa di Alves nel 2012) premiata da Eupalla.

L’esondazione del centrocampo
1 luglio 2012, Olimpiyskyi, Kyiv
La fase è difensiva, ma a opporsi ai difensori e agli attaccanti
italiani sono ben sei centrocampisti spagnoli
A fare una grande squadra concorre ovviamente anche il gioco. Non il modulo, ma la capacità di fare gioco. Se c’è una novità (per quanto relativa) emersa da Euro 2012 è certamente la conferma dell’investimento sui centrocampisti creativi, una strada già avviata dal Barça del Pep, ma che è ora conclamata e spinta fino alla definitiva rinuncia tattica al centravanti: quest'ultima, davvero, una rottura epistemologica che la storia ascriverà al pacato laboratorio di Vicente Del Bosque (sul merito del quale ho in animo di tornare con un intervento dedicato). Nel 4-6-0 metodologico della Roja si annidano sia il 4-3-3 effettivo, sia il 4-2-4 (di magiara e brasiliana memoria) di molte fasi in cui Xavi tendeva ad affiancare sulla stessa linea Fabregas. Resta il dato di fondo di una strategica rinuncia ai giocatori di sola corsa e/o rottura: ai Gattuso e ai Pepe, per intendersi, o alla fauna immensa dei giocatori di colore (e non solo) tutti uguali e di modesta tecnica che si è disseminata nei campi d’Europa senza apportare alcunché di aggiuntivo (rari essendo i Rijkaard, i Vieira o i Touré). E, al contrario, l’investimento in giocatori di qualità, in centrocampisti di tasso tecnico accertato, anche in ruoli tradizionalmente affidati a profili più ruvidi come quelli difensivi: la Roja che abbiamo ammirato ha giocato di fatto con un portiere, due difensori e otto centrocampisti. E non è una monade, ma comincia a fare proseliti, e annuncia probabilmente il calcio di élite che verrà: per alcuni un “tiki-takanaccio” noioso, per altri – quorum ego – un “proyecto de arte modernista” (uno 0-10-0 futurista).

I “piedi buoni” di Cesare
24 giugno 2012, Olimpiyskyi, Kyiv
Alessandro Diamanti, uno dei pupilli di Cesare Prandelli,
esulta dopo aver segnato il rigore decisivo contro l'Inghilterra
Chi si è incamminato sulla medesima strada del gioco propositivo affidato a centrocampisti di qualità è il nostro Prandelli. Nella conferenza stampa di bilancio conclusivo, Cesare ha esplicitato la sua prospettiva morale e politica quando ha affermato – e come dargli torto? – che siamo “un paese vecchio, con idee vecchie e una mentalità vecchia, e non abbiamo voglia di cambiare”. Lui invece ha mostrato un percorso nuovo possibile, di rinnovamento culturale, puntando al risultato attraverso il gioco, come già hanno fatto altre grandi squadre e tradizioni calcistiche, da ultima la Roja. Nel gioco dei paragoni in pochi hanno ricordato il precedente di Fulvio Bernardini, che avviò da CT la ricostruzione dopo il Mondiale del 1974 (in cui, peraltro, perdemmo dalla Polonia e non dalla Slovacchia, pareggiammo con l’Argentina e non col Paraguay, e vincemmo con Haiti e non pareggiammo contro la Nuova Zelanda …) puntando a costruire una nazionale “dai piedi buoni”: così ha fatto Prandelli dopo il disastro combinato in Sud Africa da Lippi e dai suoi reduci. Tra i meriti di Cesare, oltre a quelli di cui abbiamo già scritto, è anche quello di saper essere, a un tempo, un selezionatore sagace (non ha lasciato a casa nessuno che abbiamo rimpianto) ma anche un allenatore capace di fare crescere la qualità dei suoi giocatori (dai Morfeo ai Diamanti): e su questo la Lega, che gli nega quattro giorni di stage, dovrebbe riflettere per il plusvalore di capitale che il lavoro di Prandelli ha apportato e potrà apportare in futuro (come sa bene Zamparini che tratta in queste ore su altre basi economiche la cessione di Balzaretti agli sceicchi parigini). Se vogliamo trovare un limite a Cesare è semmai la sua assenza di palmarès: non ha vinto nulla finora; il che non preclude che possa farlo in futuro, ma il dubbio è legittimo. Vi è come un’ombra di incompiutezza che grava sulla sua indubbia grandezza di maestro di calcio. Non penso tanto agli epiloghi coi Rangers o con Ovrebo, ma più semplicemente alle incertezze palesate in alcune sostituzioni enigmatiche di questo torneo e al mancato “coraggio” di mettere in campo per la finale una squadra fresca. La sensazione, che mi auguro evapori nella smentita, è che nell’ultimo chilometro il nostro Cesare perda lucidità.

La Benny Hill’s Club Band
Michel Serrault tra i suoi boys
All’Europeo 2012 erano presenti tutte le vincitrici dei tornei precedenti. E c’era pure l’Inghilterra. Se non esistesse, la nazionale britannica andrebbe infatti inventata: è uno spasso gaudioso assistere alle sue mirabolanti débâcles. Il caso è ormai clinico, e oggetto di una vastissima letteratura critica, cui cerchiamo di star dietro nella nostra Biblioteca. Anche in Ucraina (la Polonia non ha fatto in tempo a visitarla) il Magical Mistery Tour 2012 si è arenato mestamente come sempre. In un rigurgito d’orgoglio – che trasuda in analisi come quella di Keir Radnedge, prima firma mooolto british di “World soccer” [June 2012], che non manca di accusare Fabio Capello di non possedere un CV con esperienza di squadre nazionali (il Bisiaco, infatti, non solo ha espugnato Wembley nel 1973 in maglia azzurra, ma ha anche vinto tutto, purtroppo esclusivamente con le squadre di club) – la FA del nuovo corso ha ritenuto che fosse disdicevole che una nazionale del blasone di quella albionica continuasse a prezzolare managers foresti come Eriksson e Capello. Da qui la scelta di Benny Hill, il cui CV è apparso più adeguato avendo allenato nazionali di livello come Svizzera, Finlandia ed Emirati Arabi Uniti. Noi nerazzurri lo ricordiamo bene quando nelle conferenze stampa doppiava le comiche di Stanlio ed Ollio e anche perché con lungimiranza consigliò al líder Máximo la vendita di Roberto Carlos in favore di Felice Centofanti. Ad alcuni soci della Canottieri Tevere annidati in RAI piace molto perché curiosamente ricorda loro la controfigura di Ray Hudson (a me pare in realtà una vecchia spassosa come Michel Serrault ne La cage aux follestraduction littéraire: “La gabbia delle checche”). Fatto sta, con un 4-4-2 ben organizzato e pulito, Roy Hodgson ha messo su un ammirevole catenaccio con cui rischiava di fare fuori pure noi maestri nell’arte: il che, oltre che disdicevole, sarebbe stato paradossale. Mi auguro piuttosto che RH riesca a qualificare i Leoni d’Inghilterra per i mondiali del 2014: avremmo modo così di farci altre quattro risate anche allora. Non vorrei sembrare come al solito qualunquista, ma la questione è molto più semplice di come appaia: il livello del calcio nazionale inglese è, da sempre, sopravvalutato; la sua reale consistenza è di seconda fascia, a livello della Svizzera quando va male, della brillante Olanda quando va bene. Con un’ardua metafora, è come se allo snobbistico club delle democrazie internazionali noi rivendicassimo un posto fisso e d’onore perché abbiamo sperimentato ottocento anni fa la “democrazia” nelle città comunali, quando in realtà la nostra storia è fatta soprattutto di principi e di signori. Gli inglesi hanno “re-inventato” (come sottolineava Gioanbrerafucarlo) il calcio, ma non lo sanno giocare bene. Tout simplement.

Azor

25 giugno 2012

But this time things were supposed to be different

24 giugno 2012, Olimpiyskyi, Kyiv
Hart si concede goffamente e senza pudore,
sedotto dal "Panenka" di Andrea Pirlo
L'incultura calcistica e storica dei nostri inviati RAI (telecronisti e commentatori dai vari studi) è imbarazzante: insistono a definire 'cucchiaio' quel tipo di rigore, quando in tutto il mondo ha un preciso nome, anzi cognome: "Panenka". Quello di Pirlo vale il prezzo del biglietto e (ma sì) anche del canone. Anzi: veder giocare Pirlo vale il prezzo del biglietto e del canone, e da molti, molti anni. Solo a San Siro si sono stancati di lui, e a Milanello comanda l'unico allenatore al mondo in grado di escogitare, disponendone, un sistema di gioco che ne prescinde, al punto da costringerlo ad andar via. Un peccato mortale che Eupalla non ha naturalmente perdonato. Una rapida occhiata ai fogli inglesi, francesi, spagnoli di oggi basterà per verificare la quotazione universale del suo magistero: solo Xavi Hernandez è al suo livello, nell'ultimo decennio. Io penso che valga, come facitore di gioco, i migliori di sempre: attendo conforto dagli altri eupallici su questa valutazione.

Gli inglesi erano convinti - usando le nostre antiche armi - di poterci sorprendere; credevano davvero che le cose, questa volta, sarebbero andate diversamente da tutte le altre volte. In effetti, nel primo quarto d'ora le loro ripartenze davano l'impressione di poter essere letali, con Johnson (!) a devastare il prato sulla fascia destra. Poi, essendo la nostra arte difensiva superiore, abbiamo preso le misure e vanificato ogni loro velleità contropiedistica, grazie alle puntuali chiusure dei centrocampisti, capaci di stringere sistematicamente su Gerrard, ostruendone la visuale. Prandelli ci ha messo poco a capire l'antifona, va da sé; Benny Hill non ha mai provato a variare il tema; ha solo a un certo punto giocato la carta di Carroll (impressionante la sua fisicità), ma al solo scopo di guadagnare secondi e respiro tenendo lontana la sfera dai dintorni dell'area di rigore. In effetti abbiamo giocato sempre nella loro metà del campo, con dati di possesso palla da Philarmonica; un dominio inerziale, favorito dall'atteggiamento albionico (poco pressing, linea difensiva molto arretrata) ma reso vano dagli sprechi sotto porta e dalla qualità tecnica non eccelsa del nostro reparto offensivo, considerato complessivamente. Un dominio tecnico e tattico che ha fruttato più di trenta tentativi e nemmeno un gol: imbarazzante. L'impoverimento del football italiano sta tutto qui: escluso Mario, che prima o poi esploderà, non c'è un pedatore sotto i trent'anni di livello internazionale. Due pentavalide (Buffone e Pirlo) e una trisvalida (De Rossi), tutti e tre già protagonisti nel 2006; i primi due già dominanti a Dortmund e a Berlino. Tutti e tre ormai arrivati alla fase finale di una gloriosa carriera; e dobbiamo sperare che i polmoni e le gambe di Andrea reggano fino al Brasile. Ma se si escludono le individualità, resta la sempiterna (e solo raramente vanificata dalle egolatrie dei commassari tecnici) capacità italica di redimere i ronzini e gli onesti, grazie alla tradizione e alla cultura (le 'conoscenze' sempre evocate da Arrigo) dei nostri tecnici. 

Per finire: ironici e spassosi i commenti dei lettori ai resoconti del Guardian. Vale la pena di compulsarli. Ne riporto solo uno: "First half was great. Second half reminded me of Fulham. Extra time reminded me of the second half. Penalties reminded me of every single tournament I've ever seen England go out of. If Italy didn't go through, it would have been a crime against humanity".

Mans

La battaglia d'Inghilterra

England's night slips away as Italy ultimately prevail
England were exposed for barely a month's preparation, not that the winners showed a particular distinction in this quarter-final
Guardian

England hearts broken on penalties again as Italy triumph
It was 12.24am, local time, when Alessandro Diamanti walked forward for the final, decisive kick and, when it was all done, Italy had booked a semi-final against Germany while England were wallowing in the familiar sense of deja vu that comes with another harrowing disappointment in a penalty shoot-out.
They had withstood almost unrelenting pressure and nobody could say the result was unjust. Not when Italy had accumulated 35 shots, compared to England's nine, and greedily kept 64% of possession.
Guardian

England suffer yet more penalty pain
Alessandro Diamanti struck the winning spot-kick as Italy beat England 4-2 in a penalty shootout having dominated a 0-0 draw after extra time in the last Euro 2012 quarter-final on Sunday.
FourFourTwo

Italy oust England on pens
England's penalty shoot-out misery continued in Kiev as they crashed out of Euro 2012 to Italy, who deserved to progress after dominating the match.
ESPN

Italy nips England for well-deserved berth in semis
Italy toppled England in penalty kicks to hold off elimination and reach the semis. England is improving, but the country still has major issues in penalty kicks. It took 28 games for us to reach a 0-0 game, but it was the best of the quarters
Sports Illustrated

Penalty de Pirlo à Panenka ou ... à Postiga (A Bola)
[Valutazione Euro-comparativa: Panenka - TottiHelder - Pirlo]
Italien fordert Deutschland
Italien besiegt im EM-Viertelfinale England mit 4:2 nach Elfmeterschießen. Vom Punkt trifft Englands Young zuerst die Latte, dann pariert Buffon klasse gegen Cole - und Diamanti verwandelt zum Sieg. Die über 120 Minuten überlegene Squadra Azzurra fordert nun die Deutschen heraus.
FAZ

Buffon rettet Italien im Elfmeterschießen
Italien heißt der Gegner der deutschen Mannschaft im Halbfinale. Im Elfmeterschießen gewann die "Squadra Azzurra" letztlich hochverdient gegen England, nachdem Balotelli & Co. in den 120 Minuten zuvor reihenweise gute Torchancen hatten liegenlassen. England, das im Elfmeterschießen kurzzeitig vorn lag, muss dagegen nach einer nur phasenweise guten Vorstellung die Heimreise antreten.
Kicker

Los penaltis hacen justicia a la Italia 'bella'
Prandelli ha aparcado algunos prejuicios populares que afeaban el fútbol italiano. Su selección se ha plantado en las semifinales de la Eurocopa con un atrevimiento que parecía perdido, con un planteamiento acorde con la elegancia de algunos de sus jugadores. Sin cesiones al azar. El lanzamiento decisivo de Diamanti en la tanda de penaltis acabó con una Inglaterra gris, condenada por la propia filosofía del temeroso Hodgson.
Marca

Los penaltis son justos con Italia
Italia se medirá en semifinales a Alemania tras eliminar a Inglaterra por penaltis (4-2), justo desenlace tras exhibir un mejor fútbol
Mundo deportivo

L'Italie contre vents et marée
L'Italie tient sa demie. Dominatrice de l'Angleterre mais en manque de réussite, l'Italie a arraché aux tirs au but (0-0, 4-2 tab) une qualification méritée pour les demi-finales.
L'équipe

Seigneur Buffon, monumental Pirlo
Après avoir dominé la majeure partie de la rencontre, l'Italie s'impose aux tirs au but contre l'Angleterre. Les Italiens ont à nouveau été guidés par un Andrea Pirlo monstrueux, tandis que Gigi Buffon, dans les cages, a été tout aussi fantastique. Tu m'étonnes que la Juve est invaincue cette saison...
So Foot

L'Italie récompensée
Dominatrice dans l'ensemble, l'Italie s'est logiquement qualifiée pour les demi-finales de la compétition, même si elle a dû attendre la séance des tirs au but pour faire plier une équipe d'Angleterre tenace
France football


Diamo a Cesere quel che è di Cesare
Doppio Beck
Sempre all’attacco senza attacco
Undici metri di giustizia

Gigi Garanzini
- Quel sinistro di Diamanti, un atto di giustizia
120 minuti di dominio: inglesi presi a pallonate
Il Sole 24 Ore

Mario Sconcerti
- Italia-Germania, lo spirito che serve. Abbiamo il peggior attacco delle finaliste ma quasi la migliore squadra. Perché non provare a vincere gli europei?
Corriere della sera

24 giugno 2012

Keep calm and touch the balls

Benny è ormai una divinità tra i sudditi di sua maestà
Leggo sul Guardian di oggi che secondo tale Marcus Christenson l’attacco Balotelli-Cassano «is arguably the most explosive in the history of Gli Azzurri». Mi chiedo quale sia l’età del pennivendolo suddetto: volendo essere generosi, il concetto di esplosività è molto relativo. Da parte sua Marione, in conferenza stampa, ridacchia quando gli chiedono se per il compagno di squadra Hart sia un vantaggio aver presente il suo modo di giocare. Evidentemente conosce il suo pollo. Mi consolano molto i discorsi di Prandelli sulla necessità di non far giocare gli inglesi, nonché l’elogio del loro ritmo. Gli scribacchini inglesi si beano del complimento, che trasuda luciferina ipocrisia. Quanto a ritmo, francamente, la Benny Hill Band non è la nazionale bianca più indiavolata che si ricordi. La prima osservazione invece è sincera, ma più che timore denota lucidità. Cesarone sa bene che bisogna aver pazienza e aspettare: se l’inglese vuò fa l’italiano faccia pure, cà nisciuno è ffess; vengano pure loro, se vogliono. Poi, certo, un conto è la teoria e un altro la pratica, anche considerando che la broccaggine dei nostri center-backs eguaglia quella del loro estremo difensore. A questo proposito, spero bene che Marione e Fantantonio sappiano che è loro sacro dovere immolarsi centralmente sui reticolati dei tommies, affinché Proença ci conceda di piazzare il mortaio a distanza acconcia almeno un paio di volte, sperando che bastino. Pirlo a parte, spero che i mani di Gbfc mi perdonino il dérapage nell’eresia cestistica se mi vien da citare una massima di Dan Peterson: «Aprire la scatola con tiro da fuori».

Per il resto, tutto come da copione: Lara Croft ha castigato la nazionale boemo-morava più scarsa di sempre (uomo-simbolo Jiráček, trottolino lungocrinito che da noi farebbe fatica a giocare titolare nell’Atalanta o nel Siena) e drammaticamente a corto di fiato nel secondo tempo. Per l’esultanza ingobbita di Angelona Steatopigia, la Wehrmacht ha passeggiato sulle rovine di Sparta, complice Saponetta Sifakis (leggasi l’esemplare ritratto dello sventurato di Cibali) a partire – si badi – dal tiro parabilissimo di Gongolo Lahm. L’Afrancia ha subìto impotente la sonnacchiosa corrida organizzata dal Duca-Conte, banderillero e matador Xavi Alonso. Comunque vada stasera, non sarà una novità clamorosa: ad ogni buon conto, come si dice, keep calm and touch the balls.

Alviero

Benvenute a 'ste invertite

Oggi - col vostro permesso - parlo di froci anch'io. Come abbiamo visto, il Dizionario attesta l'entrata in uso del termine nel 1955. Ricordo con nostalgia come nella ribollente sinistra degli anni '70 alcuni omosessuali senza fisime fondarono i mitici "collettivi frocialisti" (o "falce e finocchio", alcune tra le più creative invenzioni politiche e linguistiche dell'area dell'allora, vera e autentica, autonomia: leader simpaticissimo ne era Samuel Pinto, meglio nota come Lola Puñales). E rammento anche come lo scrittore Alessandro Piperno abbia rievocato come nei più frivoli anni intorno al 2000 avesse dato vita con alcuni amici a un gruppo di tifosi laziali che si era dato il nome di "Froci del Mancio". Nei nostri plumbei anni del perbenismo politicamente corretto, invece, siamo ormai diventati tutti gay, un genere di consumo (come il pane a forma di fallo in vendita nelle panetterie del Marais), una moda, ahimè. Che tristezza. Chi scrive coltiva una venerazione profonda per Pier Paolo Pasolini - personaggio sessualmente inequivocabile - e ritiene che l'omaggio più sincero e affettuoso (commovente in certi tratti) che gli sia stato tributato sia il fulminante cortometraggio di Daniele Ciprì e Franco Maresco dal titolo altrettanto inequivocabile Arruso [vedine qui un estratto di lancinante bellezza]. Questo per dire che la pensiamo ormai da tempo come Robert Hughes (omosessuale anche lui): "Basta con la cultura del piagnisteo, basta con la saga del politicamente corretto, basta con il bigottismo progressista" [vedi il manifesto].

Cosa c'entra tutto ciò con l'Europedata? Ci arrivo. Quando ero piccolo, negli anni '60 della grande Inter e dei Comizi d'amore, i termini più in voga erano altri ancora: "checca", con una venatura più frocialista, e "invertito", con un'ambiguità più borghese. E arrivo al dunque. Le due squadre che si affrontano questa sera per l'ultimo quarto sono inequivocabilmente delle "invertite", come si sarebbe detto, con un sorriso ammiccante, nei salotti riuniti intorno a un enorme televisore in bianco e nero nei minuti d'attesa prima della partita. Perché "invertite"? Perché vanno entrambe contro natura. Contro la loro tradizione calcistica, cioè.

Due telamoni della Deutsche Nationalmannschaft degli anni '70:
uno ha già fatto outing, l'altro è invecchiato arrossendo
È vero, viviamo tempi di trozkismo sportivo, come ha scritto Alessandro De Calò, e cioè di predisposizione alla rivoluzione permanente nei canoni tattici. La Spagna di Del Bosque, come quella di Guardiola, esplora la frontiera di un gioco fatto solo di centrocampisti (manca Villa, ok, ma è anche vero che questi non è un centravanti classico a boa ma un bomber atipico che dà il meglio di sé convergendo e triangolando da fuori area). La Germania di Gioacchino si ispira, nel proporsi con fluidità in avanti, anche alla Nationalmannschaft di Helmut Schön, quella che propose un calcio totale alla teutonica di contro a quello olandese, fatto di rapidità, qualità e intensità (anche se fatico a riconoscere nei ragazzi attuali dei nuovi Netzer, Hoeness o Breitner). Ma in entrambi i casi la sperimentazione si svolge nell'ambito della propria tradizione calcistica (il fraseggio spagnolo, il dinamismo tedesco). Innova, ma non intacca l'identità culturale.

Diverso è il discorso di Inghilterra e Italia. Keir Radnedge su "World Soccer" scrive che Roy Hodgson "is a football intellectual - and something of a personal one - who talks straight and will not complicate matters" (perché consapevole che "whatever his personal predilections for Milan Kundera and Martin Amis, quoting them on the training pitch is not an option"). Ed è vero, ma il 4-4-2 lineare adottato dal nostro Benny non ha nulla di "sacchiano" come ho letto e ascoltato in questi giorni: mastro Arrigo puntava al possesso palla e muoveva in continuazione il baricentro della squadra tenendola stretta per sfruttare sia le ripartenze sia il gioco avvolgente. Hodgson invece lascia all'altra squadra iniziativa e pallone, si arrocca dietro e punta agli spazi alle spalle della linea difensiva avversaria; non mira al possesso ma a sfruttare al massimo le occasioni e i calci da fermo. In questo va contro a tutta la tradizione del calcio di kick and run, di WM, di impeto fisico e agonistico d'attacco del soccer britannico. È davvero un rivoluzionario, ma non perché viva un'utopia: più semplicemente è un uomo colto, pragmatico, che ha girato il mondo ed è conscio di avere venti ronzini e un paio di campioni e dunque sperimenta una via semplice per farli giocare al meglio dei loro limiti, anche se questo passa attraverso l'inversione della tradizione culturale.

Un altro invertito è il nostro caro San Cesare da Orzinuovi, cresciuto osservando dalla panca la Juve di Trapattoni, ma allenatore inquieto, incapace di adattarsi al tatticismo esasperato della nostra tradizione, fautore di un calcio "diverso" sin dai tempi del Venezia che riportò in serie A in una stagione memorabile. Prandelli è uno dei pochi grandi maestri di calcio contemporanei, capace di plasmare le squadre che allena, e la cui mano appare evidente osservandole in campo. Non è un rivoluzionario, non ha utopie tattiche, ma è uomo colto anch'egli, attento alle innovazioni. Così la sua scelta di ricostruire la nazionale dopo le macerie del Sud Africa attraverso la ricerca del gioco è in primo luogo una pedagogia morale rispetto alla tradizione del cinismo e dell'individualismo italico. Così facendo, però, va inevitabilmente contro la nostra tradizione culturale. È un padano anche lui, e forse Gioanbrerafucarlo lo avrebbe guardato con affetto, ma credo anche che lo avrebbe biasimato e sollecitato al rispetto della tradizione "femminile" del nostro calcio (aprire le gambe, invitare, illudere, e poi colpire di rimessa). È vero anche però che ormai è passato un mezzo secolo dai tempi eroici della nostra inferiorità etnico-culturale, che i femori non sono più così corti, e che i ragazzi neri parlano ormai in bresciano e calcano la scena inglese. Cesare questo lo sa bene e ci lavora sopra. Nondimeno, va contro la nostra identità profonda.

Per questo stasera a Kiev la partita sarà completamente inedita, "diversa", vada come vada. Ma va bene così, ci piace il nuovo se non è improvvisazione ma esito di una ricerca. Dunque, "benvenuti a 'sti frocioni", per concederci per una volta una citazione colta.

Azor

23 giugno 2012

Gol sequenza: Joleon Lescott

Uno dei gol più belli di Euro 2012: il colpo di testa di Joleon Lescott su calcio di punizione da destra di Steven Gerrard al 30° di Francia-Inghilterra, disputatasi l'11 giugno 2012 alla Donbass Arena di Donetsk. Benché i fotografi siano cinque, non è questione di punti di vista.






22 giugno 2012

Nebbia sulla Manica, classiche e classicismi

Steven Gerrard, l'uomo più temibile
della Benny Hill's Club Band 
Ero a Londra, martedì, e in un pub intitolato a re Enrico quinto di tal nome, verso le 7.45 p.m., ho potuto schiacciare un ristoratore pisolino, dopo un pomeriggio impegnativo assai. Non ho il tabellino del match sotto mano, ma mi par di ricordare che gli Albionici si siano affacciati dalle parti del mestissimo Pyatov con relativa pericolosità solo in un paio di occasioni (gol di Ciccio Rooney compreso). Buio pesto, per l'undici di Benny Hill (“smokey” è l'aggettivo che più spesso ho sentito venir fuori – insieme con altri irriferibili suoni – dai gargarozzi rinfrescati di birra dei sudditi di Sua Maestà).

Eppure, per un motivo almeno, li temo. Perché hanno dimostrato di saper rompere quasi sistematicamente il gioco degli avversari nella parte nevralgica dello scacchiere: la superiorità dei quattro di centrocampo, con l'eterno Gerrard superbo interditore e bravissimo a far ripartire le azioni, non è esattamente un buon viatico per la sfida di domenica. Serviranno i migliori Pirlo e De Rossi (fortunatamente, quest'ultimo, restituito al suo ruolo naturale da San Cesare da Orzinuovi), si richiederà a Marchisio una partita senza cali di concentrazione, e a Motta di svestire finalmente i panni del fantasma. Se i nostri, lì in mezzo, faranno il proprio dovere (o poco di più), e se l'assenza di Chiellini non peserà troppo, a parer mio la 23esima sfida Italia-Inghilterra possiamo metterla in cassaforte.

Quanto ai restanti incontri. Arrivo tardi sul pronostico di Portogallo-Cekia (che avrei clamorosamente fallito), appena in tempo per quello fra l'ἄλφα e l'ὦμέγα dell'Eurozona (dico Deutschland, senza esitazioni, vincente 3-1). Infine. La potenza spagnola mi pare tutt'ora (per quanto ancora?) debordante, benché dai galletti mi aspetti una resistenza tutt'altro che passiva: 2-1 per gli uomini di del Bosque, realisticamente.

Alviero

21 giugno 2012

Defensive football strategy

21 giugno 2012, periferia di Kyiv.
Intensa seduta di allenamento della Benny Hill's Club Band in vista dei quarti di finale.
Tema tattico: come costringere gli azzurri ad impantanarsi sulla trequarti.
Il "verrou" nella moderna interpretazione di Roy Hogdson

20 giugno 2012

Scaratecnomanzia

Roy Hodgson durante la conferenza stampa
dopo la vittoria dei suoi sull'Ucraina
Poiché il mondo sospetta che gli italiani non abbiano cultura sportiva, ecco subito un esercizio di cultura del sospetto: la Francia ha volutamente perso con la Svezia allo scopo di evitare l'Italia, e la Benny Hill's Club Band ha reclutato il giudice di porta, che dunque volutamente non assegnò una rete all'Ucraina. Sospetti a parte, il quattro-quattro-due britannico si sta rivelando un'arma efficace: produce poco ma segna, subisce molto ma prende pochi gol. Si affida comunque all'eretismo podistico di Steven Gerrard - capace anche di giocate d'alta classe: è palese che senza Lampard il suo rendimento si eleva, e la sua leadership in campo pare incontestata - e alla tigna di Parker; le rotazioni davanti (necessarie fino al rientro di Rooney) qualche buon risultato l'hanno conseguito. E' una squadra modesta, ma onesta nella sua basicità tattica, saggiamente imposta da Benny Hill, forse l'unico manager inglese vivente con esperienza di lavoro nell'Europa continentale: il che, se non altro, depone a favore di un'inedita lungimiranza della FA, da molti sbertucciata quando scelse lui per sostituire don Fabio.

Visto che troveremo proprio gli inglesi nella tana della Dinamo, e non i cugini d'Oltralpe, un certo ottimismo si sta facendo largo fra inviati Rai e stampa popolare; ma anche loro sono convinti, incrociando noi anziché i campioni di tutto, di avere discrete chances. L'ultima volta che ci hanno battuti (amichevoli escluse) risale ai tempi di Keegan, alle qualificazioni per il mundial argentino (dove tuttavia andammo noi). Era un'Inghilterra ancora incline ad avventarsi (specie quando giocava a Wembley), facilmente 'leggibile' per noi. Quella che incontreremo domenica esibisce un cliché tattico ugualmente interpretabile, ma non è detto che questo ci avvantaggi. Penso sarà un confronto equilibrato, molto lungo e dispendioso. Finirà ai rigori, passeremo noi e pagheremo lo sforzo in semifinale.

Odisseo Karagounis:
il suo viaggio è finito?
In semifinale troveremo i tedeschi. Difficile credere che davvero la Grecia (priva di Karagounis, e quindi della propria anima più antica e profonda) possa opporsi; sarà tuttavia una vittoria di Pirro, perché molti preziosi garretti tedeschi salteranno per aria; ci saranno aiutini arbitrali e indignazione diffusa.

Gli altri quarti sortiranno una sorpresa; avendo pronosticato all'inizio la Francia, devo essere coerente e darla in semifinale (era in effetti questo il match che prevedevo a quest'altezza del torneo); ma la Roja è in crescita di condizione (quando inizia a vincere le partite uno a zero, segnando negli ultimi minuti, c'è da essere seriamente preoccupati), e i galletti non hanno ancora trovato il modo di sfruttare il talento di Benzema. Non so quali diavolerie tattiche possano escogitare per rendere grama la partita a Iniesta e a Xavi Hernandez.

Dal canto suo, il Portogallo batterà agevolmente i cechi già miracolati dalla qualificazione; non incanteranno (come al solito) ma un gollettino basterà e avanzerà. Non andranno oltre.
Semifinali, dunque: Germania-Italia e Francia-Portogallo.
Finale: Francia-Germania.
Così non sia.

Cibali