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13 gennaio 2015

Cantieri in corso

Cartoline di stagione: 19° turno 2014-15

Alcuni dei maggiori club europei hanno cantieri aperti in casa da alcuni mesi, in seguito al cambio di allenatore. E' una situazione interessante, laboratoriale, che proprio le partite dell'ultimo turno dei vari campionati invitano a rivisitare.

Le quotidiane didattiche del Mancio
Per una volta muovo volentieri dal caso italiano, perché segna finalmente un avvicinamento agli standard europei e non un'ulteriore precipitazione agl'inferi. Mi riferisco all'Inter, ovviamente, che dopo la pausa natalizia comincia a fare vedere i primi risultati del lavoro, ormai bimestrale, di Roberto Mancini. Già a Torino con la Juventus l'XI aveva mostrato una capacità di reazione dopo l'avvio incerto che gli aveva fatto sfiorare una vittoria di prestigio contro la prima della classe. I primi venti minuti della partita contro il Genoa hanno offerto uno spettacolo di intensità, ariosità di gioco e di ritmo, da entrambe le parti, quali si vedono usualmente in Premier. Per il momento sono solo spezzoni, ma la tendenza è positiva e va accolta come tale. Tre brevi considerazioni. La rosa è la stessa che sotto la guida di Walter Mazzari aveva smarrito qualità individuali e gioco collettivo: si tratta dunque di un gruppo di giocatori di livello tecnico e caratteriale di valore assai maggiore di quanto il pressapochismo del discorso mediatico e da bar non volesse ritenere fino a oggi. Il merito è tutto di Roberto Mancini, di gran lunga il migliore dei tecnici sulle attuali panche della Serie A, insieme con Rafa Benitez: le esperienze, e le vittorie, all'estero, gli hanno conferito maturità e conoscenze tali da riplasmare un ambiente come poche altre volte era accaduto nel nostro calcio in così poco tempo: non solo il lavoro sui singoli (il training di Guarin è l'esempio più evidente) ma una didattica collettiva, quotidiana, evidentissima nella disposizione in campo e nella conduzione del match. E vengo al terzo punto: orientandosi sul 4-2-3-1 (non a caso lo stesso modulo adottato da Benitez a Napoli), Mancini ha in mente un'idea di gioco propositiva, fatta di possesso e conduzione, baricentro alto e pressione difensiva nella metà campo avversaria, gioco a due tocchi, che è quella che ormai si gioca abitualmente nel calcio internazionale d'élite e che è ormai scomparsa dagli orizzonti culturali dei tecnici nostrani. E' una visione comune all'estero, quanto sconosciuta in Italia: e capace, da sola, di convincere giocatori di qualità (non dei campioni, bada ben) a trasferirsi in un "campionato di passaggio" come l'attuale Serie A e in una squadra decaduta come l'Inter. Vedremo tra qualche settimana se il cantiere avrà proseguito la sua costruzione: fosse così, Mancini avrebbe posto in pochi mesi le basi per avviare un progetto pluriennale promettente.

Una rosa qualitativamente comparabile, fors'anche lievemente inferiore, è quella dell'Olympique de Marseille, sulla quale sta lavorando da sei mesi Marcelo Bielsa. Ci sono due tratti in comune con l'Inter manciniana: i giocatori sono gli stessi che lo scorso anno avevano fallito clamorosamente la stagione sotto la guida di Élie Baup (poi sostituito in corsa da José Anigo); è cioè la qualità dell'allenatore - le sue capacità didattiche, motivazionali e di empatia - a marcare la differenza. Rispetto a Mancini, Bielsa ha avuto il vantaggio di cominciare la stagione col ritiro estivo, e dopo due mesi la squadra era già in testa alla Ligue 1, sorprendendo solo i (moltissimi) nesci. Soprattutto, rispetto a Mancini, El Loco ha un'idea di gioco, più radicale, fondata sulla corsa prima che sul possesso, più sulla verticalità dell'azione che sulla trama insistita. Il 3-3-3-1 è il modulo più adatto a interpretarla, ma ha i suoi limiti: la squadra finisce con l'essere meno compatta, le distanze tra le linee sono più difficili da mantenere: non a caso l'Olympique ha perso alcune partite per banali errori di concentrazione quando non tecnici. Da dicembre l'XI ha smarrito lo smalto esibito in autunno e palesa un calo fisico e un appannamento del gioco collettivo, come mostrato dalla secca sconfitta a Montpellier. A febbraio-marzo avremo visto se si sarà trattato della tipica fase di flessione stagionale che ogni squadra attraversa, o se il cantiere avrà incontrato dei problemi strutturali. Ma già quanto visto fin qui è stato molto positivo, come testimonia la ritrovata passione di un ambiente e di una città.

Los Tres Tenores
Ben altra qualità è quella della rosa del Barcellona, che Luis Enrique ha preso in mano l'estate scorsa: siamo ai vertici assoluti del pianeta pallonaro. Quello che manca è l'ambiente, sprofondato in una crisi etica, gestionale e politica clamorosa: i reati fiscali nell'acquisto di Neymar e nei contratti di Messi, la tratta dei minorenni nella mitica Masia, il blocco del mercato per tutto il 2015 decretato dalla UEFA, l'allontanamento di Zubizarreta e Puyol dalla direzione sportiva, il rumore delle scimitarre tra le diverse fazioni che si contendono il controllo del Més que un Club, l'odore del sangue che la stampa e i media catalani e spagnoli inseguono ogni minuto. Basterebbe questo sintetico (e lacunoso) richiamo alla situazione societaria per qualificare come ammirevole il lavoro di campo svolto finora dall'allenatore asturiano nella sfida più impegnativa della sua carriera. Un tridente come quello composto da Messi, Neymar e Suarez ha pochi riscontri nella storia del calcio (a memoria stento a richiamarne di qualitativamente paragonabili per non dire di migliori): tutto si risolve sul come farlo funzionare al meglio. Contrariamente a quanto pensino in molti, non è questione di equilibrio tattico: quasi nessun commentatore ha rilevato infatti come il Barça sia la squadra europea che ha subito meno reti finora in stagione tra campionato e Champions (9 in Liga e 5 in CL) dopo il Bayern (4+4) e la Juventus (9+4). La fase difensiva è saldissima (la difesa è bloccata a 4 senza sperimentazioni di "metodo" come avvenne a Roma), più di quella del Real, che in stagione ha perso anche una partita in più (5 contro le 4 del Barça). E' semmai l'innesco dei cannoni offensivi il cuore del cantiere ancora in corso. La vittoria splendida contro l'Atletico ha acclarato il disegno che ha in mente Luis Enrique: il tiki taka è definitivamente accantonato, se non come riflesso pavloviano episodico e funzionale alla fase di gioco; la squadra non pressa alta nella metà campo altrui come in passato, perché lo scopo è quello di creare lo spazio per lanciare in libertà i tre attaccanti, grazie alla tessitura di Mascherano, Busquets e Rakitic e alle aperture di Iniesta. Tutto qui. Ma è moltissimo. Perché non è affatto facile trovare continuità e ritmo. Il problema, soprattutto, è culturale: quasi tutti coloro che guardano giocare il Barcellona attuale hanno sempre nella memoria quello di Guardiola, e il confronto è immediato, a discapito dell'XI attuale e dell'idea di gioco di Luis Enrique. Se potesse cancellare la "storia", il Barça sarebbe probabilmente ammirato per il suo gioco attuale e per partite come quelle di domenica sera: lo spettacolo offerto dai Tre Tenori là davanti è stato memorabile.

I segreti della mediana
Ultimo cantiere in corso, forse il più indietro di tutti, è quello mancuniano, sponda United. Anche in questo caso la rosa è di qualità, benché forse meno di quanto non la sopravvaluti il senso comune giornalistico secondo il quale anche un onesto pedatore è ormai etichettato come un "top player" (grazie anche alla non proporzionale entità dei contratti milionari che sono ormai capaci di strappare i procuratori). A differenza di Barcellona, l'ambiente è saldissimo dietro a Louis van Gaal, che gode della stima - e vorrei vedere, trattandosi, dei quattro allenatori qui analizzati, del migliore e più vincente in assoluto - di una dirigenza fatta di grandi campioni del passato (come è il caso, non a caso, anche del Bayern). In assoluto, è forse il cantiere più affascinante da seguire, perché l'ingegneria tattica è tipicamente olandese, con le sue figure inusuali e con i suoi sperimentalismi. L'impianto è un 3-1-4-2 non così scontato, con Carrick facente funzione di metodista e una mediana atipica come quella composta da Rooney e Mata. A ben vedere Re Aloysius sta tentando quel che è riuscito a Carletto a Madrid con Kroos, Isco e James: aggiungendo però due cursori di fascia come Valencia, Blind o Young. Anche i due attaccanti si riducono, in realtà, a una sola punta, Van Persie, più uno striker che gli gira intorno, come Di Maria o Falcao (se saprà interpretare il ruolo: al momento non sembra volerci provare, afflitto come appare da stellinite acuta). Il problema è costituito dalla difficoltà di mantenere le giuste equidistanze tra le linee e di sincronizzare i movimenti difensivi a scalare. La squadra incassa infatti un po' troppe reti (21 finora, una a partita). Ma l'impianto di gioco è chiaro e si tratta solo di attendere che gli interpreti assimilino gli automatismi. Ci vorrà ancora tempo, perché per più d'un giocatore (Rooney, Mata, Di Maria etc., ma anche lo stesso De Gea, chiamato sempre più spesso a usare i piedi come Neuer) si tratta anche di imparare un ruolo e una collocazione nuova in carriera: una sfida nella sfida. Dovesse riuscire sarà uno spettacolo. Teniamo poi presente che Van Gaal ha vinto ovunque sia andato. Sarà questione di tempo anche a Manchester. Come ho già scritto [vedi], insieme all'orchestra bavarese di Guardiola e alla máquina madridista assemblata da Ancelotti, lo United rappresenta, in prospettiva, l'attesa più densa di promesse per noi "mendicanti" di bel calcio.

Azor

13 ottobre 2014

Hey Jude

Bella (per modo di dire) l'ultima settimana. Campionato in sosta, nazionali in campo. Anche l'Italia, certo. Ma in Italia - nei bar, sulle antenne locali e no, sui giornali - l'argomento principale è sempre quello: Juventus-Roma. Lo 'scandalo' arbitrale. La moviola in campo. Le dichiarazioni (a freddo e a caldo, in risposta ad altre dichiarazioni) dei protagonisti. Ah, e le ridicole statistiche che in certe redazioni hanno cucinato e poi messo in tavola: il numero dei calci di rigore (a favore e contro) nella storia delle tre grandi e delle medio-grandi a partire dal campionato 1929-30, oppure negli ultimi 50 anni, oppure nel dopo-calciopoli. Statistiche la cui totale irrilevanza è chiara anche a un neonato.

Certo, il boccone era grosso. Il nostro sistema calcistico, in tutte o quasi le sue componenti, non gradisce che si discuta di football. Sembra anzi attendere, ansiosamente, episodi come quelli dello Juventus Stadium, onde poterne parlare a vanvera per giorni e giorni. Certo, meglio la pseudo-polemica rovente dopo uno scontro di vertice che incidenti accoltellamenti e morti ammazzati. Arriveranno anche quelli. Nel frattempo, 'godiamoci' le accuse alla Juventus, le contro-accuse degli juventini, i falsi richiami all'abbassamento dei 'toni' (un corno: più chiasso c'è, più la gente si diverte).

Nel frattempo, nulla all'orizzonte si intravede che possa contribuire a porre le basi per 'curare' il 'malato': che il calcio italiano sia 'malato' è cosa che si sente dire da anni, ma per molti non lo è affatto, poiché garantisce affari e impunità. La presidenza federale ha un asso nella manica: la sperimentazione delle tecnologie nel campionato primavera. Esperimento pilota, che potrebbe/dovrebbe innalzare la modesta considerazione che di 'noi' hanno le istituzioni internazionali. Fumo negli occhi. Perché nessuno sostiene, per esempio, che la primissima (o una delle primissime) cosa da fare sarebbe, semplicemente, obbligare i club a ridurre le rose (spropositate), stabilire un tetto agli ingaggi (amen: non arriveranno più i 'parametri zero' bolliti ma assistiti da famelici procuratori), programmare (almeno programmare) il ritorno della Serie A a un format sostenibile? Semplicemente, perché al 'sistema' non conviene. Sono cose che Lega e Federazione potrebbero tranquillamente fare 'da sole', senza decreti-legge, senza assistenza dalla 'politica'. Proprio perciò non si sognano minimamente di metterle in agenda.

Sempre 'nel frattempo', c'era anche qualche partita da vedere. L'Italia, per esempio. Gli Azzurri, quando incontrano nazionali di secondo o terzo piano, sono obbligati a 'vincere e convincere' (altro luogo comune). Personalmente, non mi è dispiaciuto il gioco proposto contro gli azeri a Palermo. Poteva finire con una goleada, il giudizio sulla qualità della partita non sarebbe cambiato: piuttosto, noto che ormai regolarmente subiamo su palloni alti che piovono nell'area piccola. Buffon è un monumento del nostro calcio, nessuno discute la sua carriera: forse è ora che smetta di inseguire record e limiti la propria attività a campionato e coppe (finché alla Juve lo considereranno affidabile).

I tedeschi campioni del mondo hanno buscato e di brutto in Polonia, fatto storico perché non era mai accaduto. Anche per loro - come è successo in passato ad altre nazionali - la gestione del 'dopo' è complicata. Si intrecciano istanze di rinnovamento (per esempio: sostituire Lahm, ma anche Klose, non è cosa immediatamente semplice) e sicumera, distrazioni mediatiche, stanchezza da eccesso di vittorie nonché - per quelli del Bayern, almeno - un'attitudine agonistica ancora non ben allenata, a questa altezza della stagione. Il solo Lewandowski, tra i suoi pedatori, pareva assatanato. Aveva le sue belle motivazioni, giocando per la Polonia.

Infine, un momento esilarante si è vissuto a Tallin. Giostrava lì la poderosa Inghilterra, che in un'ora di gioco non era riuscita a cavare lo straccio di un gollettino dal proprio sterile ruminìo offensivo. L'Estonia, eroicamente, difendeva lo zero a zero. Il pubblico, a quel punto, forse per irridere gli avversari, si è fatto sentire. Ha reputato che, onde incitare i propri giocatori a stare sulle barricate e magari tentare qualche sortita extra muros, la cosa migliore fosse intonare la melodia di Hey Jude, epocale hit dei Beatles. Il canto non raggiunge nemmeno la fine del ritornello-vocalizzo, che Wayne Rooney, figlio di Liverpool, ha già messo sul piatto uno dei suoi dischi preferiti: un bel calcio franco da fuori area, che muore nell'angolino basso alla destra del portiere, il quale sta forse cercando di ricordare come iniziava la strofa successiva.

Mans

7 ottobre 2014

Calcio e giustizia: l'esegesi delle fonti

Il nostro è un sito di "storia" del football. Come è noto, il metodo storico è quello di ricostruire il passato muovendo dai documenti, dall'"esegesi delle fonti", come si usa dire. E così facciamo in relazione all'affaire Tavecchio [riassunto].

Confrontiamo in primo luogo cinque documenti.

Il primo è il comunicato con cui il 25 agosto 2014 la Federazione Italiano Giuoco Calcio rendeva nota la archiviazione disposta dalla Procura Federale: "Il Procuratore Federale, esaminati gli articoli di stampa, gli esposti presentati, i filmati acquisiti e la documentazione trasmessa dalla FIGC alla FIFA e alla UEFA, ha disposto l’archiviazione del procedimento avente ad oggetto: “Frasi pronunciate dal presidente della Lega Nazionale Dilettanti durante l'Assemblea del 25 luglio 2014 ed in altre interviste ad organi di stampa”, perché non sono emersi fatti di rilievo disciplinare a carico del neo presidente della FIGC Carlo Tavecchio sia sotto il profilo oggettivo sia sotto il profilo soggettivo" [fonte].

Il secondo è la dichiarazione alle agenzie di stampa, il medesimo 25 agosto 2014, da parte del presidente della FICG Tavecchio: "Le decisioni della magistratura non si commentano, se ne prende atto. Se sono positive, ovviamente col sorriso" [fonte].

Il terzo documento è il comunicato odierno - 7 ottobre 2014 - della Union of European Football Associations, che annuncia le sanzioni a carico del Presidente della FIGC: "Today, the UEFA Control, Ethics and Disciplinary Body (CEDB) has rendered its final decision concerning Mr Carlo Tavecchio, President of the Italian Football Federation (FIGC). Following a request for information made by UEFA to the FIGC, on 20 August 2014 the UEFA Chief Ethics and Disciplinary Inspector opened a disciplinary investigation regarding alleged racist comments made by Mr. Tavecchio during his FIGC presidential election campaign. At the request of the UEFA Chief Ethics and Disciplinary Inspector disciplinary proceedings were opened against Mr. Tavecchio on 29 September 2014. After having analyzed the case file and the statements submitted by both parties, the CEDB has decided, based on Articles 6, 7, 14(1) and 34(5) DR [in the spirit of UEFA’s Resolution entitled European Football united against racism] and taking into account Mr. Tavecchio’s decision to immediately refrain from participating in any UEFA’s activity pending the resolution of the matter, as follows:
- Mr. Tavecchio will be ineligible for any position as a UEFA Official for a period of six months starting from the communication of this decision;
- Mr. Tavecchio will not participate in the next UEFA Congress scheduled for 24 March 2015;
- Mr. Tavecchio will organize a special event in Italy aimed at increasing awareness and compliance with the principles of UEFA’s Resolution entitled European Football united against racism.
According to Article 63 of the UEFA Disciplinary Regulations, the CEDB decision is immediately enforceable" [fonte].

Il quarto documento è il comunicato - odierno anch'esso, 7 ottobre 2014 - della FIGC che annuncia la "chiusura del procedimento" UEFA nei confronti del presidente della FIGC: "In merito al procedimento avviato dalla UEFA nei confronti del Presidente della FIGC per le espressioni usate il 25 luglio scorso in occasione dell’assemblea della Lega Nazionale Dilettanti, Carlo Tavecchio, dopo aver spiegato la propria posizione, ha preso atto della proposta formulata dall’Ispettore Disciplinare della UEFA e ha deciso di accettarla al fine di evitare il protrarsi di un contenzioso che avrebbe visto contrapposte la UEFA e la FIGC per un lungo periodo e che si sarebbe potuto risolvere solo davanti al TAS per stabilire se la UEFA fosse competente ad intervenire su questa materia, stante l’avvenuta archiviazione di un analogo procedimento da parte della Procura Federale. Il Presidente Tavecchio ha dunque aderito alla proposta dell’Ispettore Disciplinare della UEFA, il quale ha chiesto che Tavecchio si astenga dal partecipare al Congresso della UEFA in programma il 24 marzo 2015 e si astenga altresì dal partecipare o dal farsi nominare in eventuali Commissioni UEFA per un periodo di sei mesi. Tavecchio si è poi impegnato con la UEFA ad attivare in Italia una speciale iniziativa in favore dell’integrazione, come del resto aveva annunciato già in occasione della presentazione del suo programma. La definizione così concordata tra il Presidente Tavecchio e l’Ispettore Disciplinare della UEFA è stata recepita dalla Commissione Disciplinare con una formale decisione che pone fine al procedimento" [fonte].

Il quinto documento è la dichiarazione alle agenzie di stampa, sempre datata 7 ottobre 2014, da parte del presidente della FICG Tavecchio: "Le sentenze non si commentano, si rispettano, ma non cambia nulla riguardo alla mia posizione in Figc" [fonte].

Ora, non occorre essere degli storici di professione per farsi un'idea della vicenda senza farsi sommergere dai commenti giornalistici, politici e moralisti di queste ore. Gli elementi d'analisi sono semplici:
1) Il Procuratore della FIGC, Stefano Palazzi, archivia la vicenda perché non ravvisa "fatti di rilievo disciplinare" nelle "frasi" (senza ulteriore aggettivazione) pronunciate da Tavecchio.
2) La Procura della FIGC "dipende" dalla FIGC, non è autonoma come la magistratura ordinaria.
3) Dunque il dipendente non ha sanzionato il proprio superiore, argomentando che le "frasi" incriminate non avevano alcuna qualificazione razzista.
4) L'UEFA, invece, non ha una procura giudiziaria, ma solo un "Control, Ethics and Disciplinary Body" [CEDB], che commina sanzioni di ordine morale e disciplinare.
5) Il Body dell'UEFA ha invece ravvisato nei medesimi fatti giudicati privi di rilievo disciplinare dal Procuratore della FIGC degli elementi - "racist comments made by Mr. Tavecchio" - tali da inibire il presidente della FIGC per sei mesi dall'assumere cariche "as a UEFA Official" e dal partecipare al prossimo Congresso della UEFA.
6) Il Body dell'UEFA ha inoltre disposto che Tavecchio organizzi uno "special event in Italy" che favorisca la consapevolezza e il rispetto dei principi della UEFA’s Resolution sull' "European Football united against racism".
7) In sostanza, l'UEFA ha ravvisato, senza dubbio alcuno, degli elementi di "razzismo" nelle frasi del Presidente della FIGC, e lo ha sanzionato.
8) Il comunicato della FIGC presenta invece le disposizioni disciplinari dell'UEFA come una "chiusura del procedimento", si riferisce genericamente alle "espressioni usate" da Tavecchio senza riconoscere che l'UEFA le ritiene "razziste", e illustra le decisioni dell'UEFA come se fossero state concordate tra Tavecchio e l’Ispettore Disciplinare della UEFA e poi "recepite dalla Commissione Disciplinare con una formale decisione che pone fine al procedimento".
9) In realtà le cose sono andate diversamente da come prova a raccontarle il comunicato della FIGC: l'UEFA non ha concordato nulla, perché il modello procedurale della UEFA è "triadico": il CEDB ha dapprima "analyzed the case file and the statements submitted by both parties" e poi "has decided" di sospendere per sei mesi Tavecchio da "any UEFA’s activity".
10) Il comunicato FIGC cerca di camuffare la sostanza provando a far credere che Tavecchio avrebbe "aderito alla proposta dell’Ispettore Disciplinare della UEFA" e alla sua "richiesta" che "Tavecchio si astenga dal partecipare al Congresso della UEFA in programma il 24 marzo 2015 e si astenga altresì dal partecipare o dal farsi nominare in eventuali Commissioni UEFA per un periodo di sei mesi".
11) Quello che la FIGC - cioè Tavecchio e i suoi legulei - spaccia per "chiusura del procedimento" è in realtà una sanzione chiara e netta per accertato "razzismo".
12) Ovvio che Tavecchio non possa che "prendere atto" e "decidere di accettare" la decisione dell'UEFA. Ma non certo "al fine di evitare il protrarsi di un contenzioso che avrebbe visto contrapposte la UEFA e la FIGC per un lungo periodo e che si sarebbe potuto risolvere solo davanti al TAS per stabilire se la UEFA fosse competente ad intervenire su questa materia", come cerca di far credere. I motivi sono altri: il TAS avrebbe anche potuto inasprire le pene; l'obiettivo è invece quello di gettare sabbia, sperando nell'oblio del tempo.
13) Le dichiarazioni di Tavecchio in persona insistono infatti su un punto: "non cambia nulla riguardo alla mia posizione in Figc".

Questi gli elementi essenziali dell'esegesi delle fonti. Altri se ne potrebbero aggiungere, a cominciare dal linguaggio - normativo e formale quello della FIGC, etico e sostanziale quello dell'UEFA - che rinvia alle diverse tradizioni della cultura giuridica italiana rispetto a quella continentale. E così via. Ma ci fermiamo qui. Il lettore si sarà già formato la propria opinione.

Quella di Eupallog è di severa censura dell'arroganza di questo potere meschino e mediocre e di denuncia di un sistema che utilizza i metodi democratici di elezione (di cui è andato perduto il significato originario del termine eligere: "scegliere") per legittimare comportamenti illegali di una casta autoreferenziale che non persegue il bene comune ma agisce ormai in modo scopertamente tirannico, come ci ricordano ogni giorno le gesta di un Claudius Lotitus. Tristemente analoghe a quelle di molti altri personaggi che si aggirano impunemente nel Palazzo.

22 settembre 2014

Le ladies di ferro


Va di moda, negli ultimi giorni, tirare in ballo Margaret Thatcher. Il segretario del più grande sindacato italiano vi paragona il Presidente del Consiglio il quale, bontà sua, risponde indignato, ma sotto sotto ha apprezzato l'accostamento perché la lady di ferro, come la chiamavano i sudditi di sua Maestà, è stata una donna sì controversa, ma circondata da un'aura mistica di efficienza e determinazione. Un'efficienza e una determinazione che si sono rivelate in tutta la loro potenza nel combattere la violenza negli stadi, si dice. Quante volte abbiamo sentito questo ritornello? Se avessimo anche noi una Thatcher ... Solo così potremmo applicare il modello inglese e debellare il cancro degli ultras dagli stadi italiani. In queste ormai ataviche convinzioni vi sono due errori grossolani che ieri, vedendo la Viola impegnata a Bergamo, sono apparsi evidenti come una maglia a strisce bianconere in curva Fiesole. Il primo errore è che per applicare il modello inglese ci vogliono gli inglesi e in Italia, a parte qualche turista, ce ne sono pochini. Il secondo è che lady Margaret non è la persona che ha dato la svolta al sistema calcio inglese. Allora, facciamo un paio di considerazioni sperando una volta per tutte di chiarire l'ormai insopportabile malinteso. La svolta del calcio inglese è stata determinata soprattutto da una tragedia (l'ennesima fino ad allora). Era il 15 aprile 1989, Margaret Thatcher sarebbe andata in pensione l'anno dopo. A Hillsborough (Sheffield) si giocava la semifinale di FA Cup fra Liverpool e Nottingham Forrest. Prima dell'inizio della gara si scatena il panico nella West Stand in quanto le autorità aprono il gate C permettendo l'afflusso di un'enorme massa di persone in un settore che ne poteva contenere solo 2.000. La calca spinge centinaia di persone sul campo, ma molte restano intrappolate in curva a causa delle protezioni costruite proprio su decreto del governo, ovvero dell'iron lady, in seguito ai fatti dell'Heysel del 1985. Il risultato è spaventoso: 96 morti e oltre 200 feriti.

Il Liberty Stadium dello Swansea
È da questo evento catastrofico che gli inglesi decidono di farla finita e hanno un'idea banale e geniale al tempo stesso: e se trasformassimo gli stadi in luoghi dove vedere una partita è "anche" piacevole? Detto fatto. In vent'anni anni tutte le società si fanno lo stadio. Alcuni sono veri e propri gioielli di architettura con poltroncine più comode di quelle che ho io in salotto.

La gente, quella che ama davvero il calcio, torna allo stadio e i violenti piano piano vengono sostituiti dalle persone "normali". Certo il lato repressivo esiste ed è necessario, ma non sono le celle di detenzione presenti negli stadi né gli steward a costituire un deterrente per i criminali con la sciarpa al collo. Il calcio inglese ha iniziato a cambiare quando la Thatcher si stava godendo la pensione. Gli stadi sono la chiave di tutto; certo è necessario lavorare su  un complesso di educazione civica, lavoro paziente nelle scuole, taglio netto dei legami fra società e tifo organizzato, meno tatuaggi sul corpo dei calciatori assurti a simbolo di uno stupido machismo che con lo sport non c'entra nulla, ecc. Gli stadi belli e comodi portano soldi alle società, gente allo stadio e creano lo spettacolo. Vi è mai capitato di saltellare col telecomando da una partita qualsiasi del campionato inglese a una qualsiasi del nostro? Ecco, allora avete capito quello che intendo.

Lo stadio Atleti Azzurri d'Italia di Bergamo, settore ospiti
Lo stadio dell'Atalanta (gran bella squadra quest'anno e ieri sconfitta immeritatamente) è un residuo dell'era pre-industriale; un cimelio di archeologia pre-moderna; un luogo dove tutto si può fare tranne vedere una partita di calcio nell'anno di grazia 2014. Vedendo la partita ieri mi sono spesso soffermato sugli spalti dell'"Atleti Azzurri d'Italia" e vi ho visto, a parte la tribuna, una maggioranza di energumeni in piedi dall'inizio alla fine, recinzioni che non ha nemmeno lo zoo di Pistoia e un campo sul quale avrebbe più volentieri pattinato Carolina Kostner.

Siamo dunque distanti non solo dal risolvere, ma dall'affrontare il problema nella sua dimensione reale. Mercoledì scorso abbiamo assistito all'ennesima vergogna in diretta tv durante la partita di Champions' League fra Roma e CSKA di Mosca. Il neo presidente federale manifesta il suo razzismo idiota e i giornali lo etichettano come "una caduta di stile", Genni a'carogna decide se si può giocare o meno la finale di Coppa Italia. A noi non serve Margaret Thatcher. Ci basterebbe anche un piede solo nel terzo millennio.

Cibali

30 agosto 2014

Euro Italia

Fettine di coppa: spareggi 2014-15

Dispiace. Non può non dispiacere a chi ama il calcio la brutta, quanto meritata, sconfitta del Napoli a Bilbao e la sua mancata qualificazione alla Champions League. Dispiace perché rappresenta un ulteriore tassello del precipitoso declino del calcio italiano. Un declino che sembra non avere fine. Da un lato lo avviluppano le spire della sua gestione politica, con il dominio dello status quo imposto da Galliani (videlicet Berlusconi) e Lotito e le scelte opinabili sul piano che dovremmo avere ancora il coraggio di chiamare "morale" per non arrenderci a quella "inciviltà profonda" di cui parla Mario Sconcerti [vedi] e che la più parte di chi vive di calcio sembra non percepire più tanto ne è assuefatto. Dall'altro è drammatico il crollo di risultati agonistici.

27 agosto 2014, San Mamés Barria, Bilbao
Campioni veri e immaginari
Nel ranking FIFA l'Italia figura ormai alle spalle di nazionali come la Grecia, il Cile, la Svizzera, il Belgio e la Colombia, per indicare i movimenti che molti "esperti" italici non esitano a ritenere "inferiori al nostro" nell'opinionismo diffuso nei talk show e nei social media. Nel ranking UEFA i club italiani sono ormai stabilmente dietro a quelli portoghesi e cominciano a essere incalzati da quelli russi e francesi. Gli stessi "esperti" continuano a ripetere che quello italiano è il campionato più difficile tatticamente. Ma è solo una favoletta consolatoria: quando le squadre italiane si confrontano con quelle che giocano in altri campionati ne escono ormai regolarmente sconfitte e, talora, travolte (come la Roma di Spalletti a Manchester, per fare solo un esempio).

Per restare al Napoli (terzo nella Serie A 2014), la squadra di Benitez ha subito un'umiliante sconfitta dall'Athletic Bilbao (quarto nella Liga 2014) sul piano tattico, ha mostrato sconcertanti carenze tecniche in molti singoli ed è stata rullata sul piano della corsa e dell'intensità. Una sentenza inappellabile. Eppure i commenti degli "esperti" italiani sono stati contraddittori: da un lato molti hanno evidenziato la sfortuna del sorteggio che ha opposto ai Partenopei una delle formazioni più forti (un dato inconfutabile) del turno; dall'altro molti altri hanno continuato a sostenere che l'avversario era comunque "alla portata" del Napoli. È infatti ancora diffusa una sottovalutazione della dimensione della crisi del calcio italiano: moltissimi, non solo tra i tifosi che commentano in rete ma anche tra gli esperti di grado giornalistico, continuano a sopravvalutare la qualità dei tecnici, dei giocatori e delle squadre italiane.

La vicenda della Juventus è emblematica. Il club ha stravinto gli ultimi tre campionati nostrani, ma ha mostrato tutti i suoi limiti nei confronti continentali: non solo in Champions ma anche in Europa League. Antonio Conte è ritenuto il migliore tecnico italiano, ma non ha ricevuto alcuna offerta dai super club europei (solo il Monaco gli ha fatto blande avances), ed ha dovuto ripiegare sulla Nazionale. La società è tra le pochissime amministrate da anni sul modello europeo, ma figura attualmente solo al 22° posto nel Ranking UEFA, ed ha evitato la terza fascia nei sorteggi dei gironi della Champions solo perché molte delle 21 squadre che la precedono non giocano in Champions quest'anno. Il mercato estivo ha avuto un tenore "conservativo", senza grandi acquisti (a meno di non voler considerare tale una promessa come Morata), anche perché i conti della società continuano a essere in rosso. Questo spiega anche la scelta forzata di un allenatore italiano, a stipendio abbordabile, come Allegri: un buon allenatore che ha fatto qualche stagione di coppa in Europa, ma un profilo di secondo piano a livello internazionale. E stiamo parlando del principale club italiano ...

Snob o partecipi?
La Roma, in Europa, non ha tradizione (è solo 55° nel ranking) e dunque è stata inevitabilmente sorteggiata in quarta fascia. Un po' meglio è andata all'Inter, che vive ancora del ranking delle stagioni 2011 e 2012 (è tuttora 23°), e che ha pescato i simpatici ragazzoni islandesi nello "spareggio" ed è stata inserita nelle teste di serie dei gironi di EL garantendosi un girone omeopatico. Il Napoli è 24° nel ranking ed ha trovato anch'esso un girone morbido in EL. La Fiorentina (67°) ha beneficiato della mancata iscrizione alla EL di almeno 25 squadre che la precedono nel ranking e ha pescato anche lei un girone "alla portata". Il Torino ha faticato oltre misura per avere la meglio sul modesto RNK Spalato e faticherà a passare il girone in cui è finito: il Copenhagen è 47°, il Brugge 82°, il Toro solo 136° e ha rischiato di essere eliminato dai 250° (i croati).

Tutto ciò sulla carta. Non tanto perché il ranking vale quello vale (ma è comunque indicativo) quanto piuttosto perché i protagonisti, i tifosi e gli esperti snobbano da sempre l'Europa League, preferendo scannarsi in campionato per entrare nei posti che qualificano all'acceso alla medesima per poi giocarla distrattamente con le riserve. Eppure la EL è ormai l'unica coppa alla portata delle squadre italiane. Di questo sarebbe opportuno che se ne facessero per primi una ragione i protagonisti, a cominciare dagli allenatori e dall'ambiente. Uno scenario per nulla remoto è infatti che vi possano retrocedere anche la Juventus e la Roma da febbraio: alla squadra di García occorrerà un miracolo per passare il girone (anche il sottovalutato - dai nesci - CSKA la precede di gran lunga nel ranking: è 31°), anche per la desuetudine a giocare una partita ogni tre giorni tra settembre e dicembre; la Juventus ha pescato avversari ostici, che la surclassano tutti (compreso il Malmö) sul ritmo, e l'Olympiacos è la squadra che ha fatto fuori dalla CL lo United agli ottavi nella scorsa edizione, nelle stesse settimane in cui la Juve se la vedeva con il Trabzonapor ... Ovviamente dobbiamo augurarci che entrambe accedano agli ottavi e che il nostro calcio non debba scendere ulteriori, umilianti, gradini.

Come è noto, da quest'anno la vittoria della EL sarà premiata dalla partecipazione diretta alla CL. Benitez, che l'ha già vinta, Mazzarri, che l'ha sempre snobbata, e Montella, che l'ha bene interpretata lo scorso anno, farebbero bene a considerare la possibilità di battersi non tanto per il periglioso terzo posto in Serie A (che da quando vale lo spareggio ha garantito l'accesso alla CL solo una volta su tre, al Milan nel 2013) quanto per la vittoria, più prestigiosa e più pesante, della coppa. Siviglia, Villareal, Tottenham, PSV - che sono le favorite per il trofeo in attesa di considerare il parterre delle terze dei gironi di CL - lo sanno benissimo e si batteranno con ancora maggiore determinazione di quanto non abbiano già fatto negli ultimi anni. I nostri club rappresentano invece un'incognita, perché hanno snobbato la competizione negli ultimi tre lustri, contribuendo alla precipitazione nel ranking per nazioni alle spalle non solo dei club tedeschi ma anche di quelli portoghesi. Il calcio italiano si gioca nell'Europa League di questa stagione una buona fetta del suo futuro. La sensazione è che i suoi protagonisti, tifosi inclusi, non ne siano affatto consapevoli. Ma speriamo di sbagliarci.

Azor

8 agosto 2014

Una stagione a tre?

L'estate scorsa la riconfigurazione degli assetti tecnici dei maggiori club europei era ruotata intorno a un esteso ricambio degli allenatori [vedi]. Per alcuni l'approdo su una nuova panchina si è poi rivelato positivo: Ancelotti al Real ha vinto la decima e la Copa del Rey; Guardiola al Bayern ha vinto la Bundesliga e 4 coppe; Pellegrini al City ha vinto la Premier; Blanc al PSG il campionato e le due coppe nazionali. Anche Benitez al Napoli ha vinto la Coppa Italia, e Martino al Barcellona, alla fin fine, almeno la Supercoppa di Spagna. Anche Moyes allo United ha vinto la Charity Shield ma poi è finito arrostito sulla panchina più rovente del mondo. Solo Mourinho al Chelsea non ha vinto nulla. Tra gli allenatori confermati Simeone all'Atletico ha vinto la Liga e fiammeggiato in Champions; Conte alla Juventus ha vinto scudetto e Supercoppa; Wenger all'Arsenal la FA Cup; e Klopp al Borussia la Supercoppa tedesca. Il comune denominatore di questi allenatori è l'appartenenza alla ristretta élite dei "super club" europei, destinati comunque a primeggiare.

Quest'anno la rotazione è più limitata. Le attese sono concentrate su Van Gaal allo United, su Enrique al Barcellona e su Bielsa al Marsiglia. Si tratta di tre allenatori di grande sagacia tattica. Checché ne dicano i gazzettieri italici - nessun dei quali s'accorse del modulo vintage (WW) che Luis adottò alla Roma, finendo poi ripudiato come capita a quasi tutti, anche ai marziani, nella città eterna - anche lo spagnolo è talentuoso e ricco di idee, fautore di un gioco qualitativo. Le novità tattiche non potranno che venire da loro quest'anno.

Archetipi del 3-5-2
Insieme con il Pep, che sembra voler adottare come modulo base il 3-4-3 sperimentato senza continuità nell'ultima annata catalana, potrebbe essere il ritorno della difesa a 3 la cifra tattica della stagione. Bielsa propugna da sempre il 3-3-1-3 (o 3-3-3-1). Van Gaal ha fatto vedere ai Mondiali come si giochi con Kuyt e Blind esterni di 4. Attenzione, però: non esiste una sola via alla difesa a 3.

La primogenitura, come ha ricostruito Jonathan Wilson, va ascritta a Carlos Bilardo e alla sua Argentina campione del mondo nel 1986: 3-5-1-1, con un libero e Maradona dietro a Valdano. Anche Beckenbauer schierò una difesa a 3 in quel Mondiale ma con 4 mediani e Matthaeus dietro a 2 attaccanti: già nel 1990, però, lo schieramento si era consolidato in un 3-5-2. In Italia lo importò Nevio Scala al Parma, impostando la declinazione difensiva della difesa a 3, cioè quella dove gli esterni sono due terzini e tutti, in fase di non possesso, corrono all'indietro, posizionandosi a 5. Ciò significa giocare con un uomo in meno a centrocampo al punto da poter costringere uno dei due attaccanti a fare da raccordo (oltre a Maradona, l'esempio più recente è Hamsik dietro a Cavani, in assenza di Lavezzi, nel Napoli di Mazzarri, con Maggio e Zuniga esterni), o limitarsi a due punte davanti di cui una, per necessità, molto mobile (come Tevez nella Juventus o come Rossi nella Fiorentina ipotizzata da Montella con Gomez perno), perché il modulo non prevede attaccanti esterni ma solo la discesa dei terzini.

Altra cosa è invece giocare con una linea di soli 4 (o addirittura 3, con Bielsa e Sampaoli) centrocampisti, perché ciò costringere i tre difensori a salire in fase di non possesso, mancando le diagonali dei terzini esterni. A squadra posizionata sulla linea della propria area scala un esterno a 4 e l'assetto diventa un 4-4-2, scendendo dall'altra parte un attaccante esterno sulla mediana. Primo sperimentatore in Italia fu Alberto Zaccheroni con l'Udinese nel 1996-1997, con uno spettacolare tridente Poggi, Bierhoff e Amoroso.

Eroi del 3-4-3
Se il 5-3-2 ha il vantaggio di rendere denso il centrocampo in fase di possesso e lo svantaggio di dover aggredire gli spazi sulle fasce con due difensori, il 3-4-3 ha il vantaggio di rendere molto largo il fronte d'attacco favorendo l'inserimento dei mediani, e lo svantaggio di dover rischiare costantemente il fuorigioco difensivo perché le fasce non sono presidiate da difensori.

Questo per dire che la difesa a 3 esprime una serie di varianti, compresa quella, magnifica, della Roma di Luis Enrique, con De Rossi che in fase di non possesso scendeva da vero metodista sulla linea di Kjaer e Heinze in fase di non possesso, mentre Taddei e Josè Angel erano costantemente alti sulla linea di Gago e Pjanic. Nelle prossime settimane vedremo se Enrique la riproporrà con Busquets a scendere tra Mascherano e Piquè. Secondo questa declinazione, estrema quanto bellissima da vedere, i due laterali dei tre difensori sono in pratica due centrali cui si aggiunge a pendolo il mediano, e si gioca a zona pura. Nella declinazione a 5 il centrale è uno solo e gioca da "libero", come, per esempio, sta cominciando a fare Vidic nell'Inter di Mazzarri.

Altra evoluzione tattica in corso sembra essere il ritorno della marcatura ad uomo a centrocampo, con uno due mediani centrali a seguire l'avversario più pericoloso: nella semifinale mondiale dell'Olanda con l'Argentina Messi fu seguito ovunque da Schneijder. Insomma, si annuncia una stagione potenzialmente interessantissima dal punto di vista tattico, quanto non lo è stata quella appena finita, Mondiale a parte.

Azor

4 agosto 2014

Un calcio chiuso per ferie

"Agosto chiuso per ferie" è scritto nella costituzione materiale del nostro paese. Anche i Senatori impegnati (parola grossa) in una epocale (parola appropriata per una volta) riforma della Costituzione scritta della Repubblica hanno messo un paletto invalicabile anche ai canguri: il pomeriggio dell'8 agosto. Dopodiché tutti al mare ... Il Ferragosto (di cui quasi tutti ignoriamo l'etimologia, ma lo celebriamo come e più della Pasqua) segna l'hapax della vacanza italica: il paese si ferma completamente. La metà degli italiani che resta a casa contempla l'immota bellezza delle proprie città, qualcuno magari, preso da nostalgia, va a farsi un giro in bicicletta intorno a quelle cattedrali vuote e malinconiche che sono i nostri fatiscenti colossei della domenica. Siamo un grande paese, anche per questo, certamente. Di memorie ataviche e di futuri senza un domani.

2 agosto 2014, Lincoln Financial Field, Philadelphia
L'appeal del calcio italiano all'estero è, non a caso, analogo
a quello che si riscontra nei nostri lager
Nel frattempo, tutto intorno a noi si muove e turbina. La stagione calcistica europea è già cominciata da un mese [vedi] e il nostro calcio la contempla tra sempre più brevi ritiri alpini assediati dagli ultras e sempre più numerose amichevoli d'oltre Oceano. Che vanno deserte. Al Lincoln Financial Field di Philadelphia, capienza 69.144 spettatori, il 2 agosto l'Inter ha spezzato le reni alla Roma davanti a ben 12.169 guardoni; qualche ora dopo al Michigan Stadium di Ann Arbor, capienza 109.901 spettatori, si sono recati ad ammirare United e Real in 109.318, record assoluto per una partita di soccer negli States ...

Nelle stesse ore Ibra, a Pechino, ghermiva con due smargiassate delle sue la Supercoppa di Francia. Tra una settimana comincia la Ligue 1, infatti. Domenica prossima a Wembley si assegna lo Charity Shield. Il 13 Bayern e Borussia ingaggeranno l'ennesimo duello per la Supercoppa di Germania. E il nostro calcio? In vacanza. I campioni d'Italia, a monetizzare in tournée all'altro capo del mondo, riusciranno nell'impresa di non giocare una partita ufficiale fino al tardo pomeriggio del 30 agosto ... Poi non lamentiamoci se Allegri non riuscirà a vincere il primo match di Champions il 16 settembre magari contro un'avversaria che avrà già cominciato da un mese il campionato.

Quest'anno l'immarcescibile Lega Serie A è riuscita perfino a fare sparire la Supercoppa Italia. Mentre in tutti gli altri paesi agosto è proprio il mese, affollatissimo, delle finali dei trofei analoghi, compreso quello UEFA che segna l'avvio simbolico della stagione delle coppe - quest'anno il 12 agosto, a Cardiff, con il derby spagnolo tra Real e Siviglia -, da noi la Supercoppa è considerata l'ennesima scocciatura di nessun blasone, ancor meno da quando si deve andare a Pechino a giocarla e magari a perderla. Uno che c'è l'ha proprio di traverso è Aurelione nostro De Laurentiis: "meglio una bella Acqua Lete Cup al San Paolo. E poi quest'anno teniamo o' pleioff, e dunque non possiamo sconcentrarci". Così, la mesta coppetta è stata derubricata dai calendari: al momento figura appesa al 23 dicembre, in coppa a o' presepe. Non si sa ancora dove, però. Per la serie: come ti valorizzo il prodotto. A Wembley invece è già tutto esaurito, de settimane, per il match di domenica prossima ...

L'effetto del calcio mercato
La spiegazione c'è. Dopo nove mesi di quotidiano bar sport sul rigore negato e il fuorigioco che c'era - "e come fischiano a senso unico questi arbitri mediocri e corrotti", "e la mia squadra ha subito torti come nessun'altra", "eh, però, Rizzoli che bravo", "dai, però abbiamo la classe arbitrale migliore del mondo!" - per tre mesi ci piace inebetirci come Robert De Niro nella fumeria di C'era una volta in America. Viviamo dell'oppio dei popoli per lunghe, infinite, settimane senza calcio nostrano ma sature di radio e talk show: da fine maggio a fine agosto è una quotidiana impipata fino ad ore piccole intorno a ghirigori di fumosi "top player" come Juan Manuel Iturbe Arévalos o Álvaro Borja Morata Martín, ¡hombre! E ci va anche meglio rispetto a due anni fa quando il Berlusca smantellò il Milan e il "top player" era Gastón Ezequiel Ramírez Pereyra, ¡hombre! [vedi].

Se poi la Spagna (mema latitudine) comincia le sue competizioni dieci giorni prima di noi, il Portogallo (mema latitudine) e l'Inghilterra e la Germania venti, per non dire di francesi e olandesi che hanno già cominciato le loro, chissenefrega. Da noi il calcio, come il paese tutto, è chiuso per ferie. E quest'anno ci voleva solo la mente astuta (e perfida) di Gianfranco Abete per dimettersi giusto in tempo per costringere a votare per il suo successore sullo scranno più alto del "giuoco del calcio" ben quattro giorni prima di Ferragosto, e per avere un nuovo CT al timone della derelitta scialuppa della nostra Nazionale, se va bene, la sera prima dell'amichevole contro l'Olanda del 4 settembre ... Così è finita che, giorno passa giorno, anche lo sTravecchio è stato messo sulla graticola a fuoco lento manco fosse San Lorenzo (e lasciamo perdere Lee Oswald ...). E' un'estate avvilente, e non solo per la debolezza dell'anticlone.

Qui sotto il weather report del mese d'agosto 2014 in Europa:

2 agosto
Trophée des champions (Supercoppa francese)
Il PSG ha battuto il Guingamp

3 agosto
Johan Cruijff Schaal XIX (Supercoppa olandese)
Lo Zwolle ha battuto l'Ajax

5-6 agosto
Terzo turno di qualificazione alla Champions League (ritorno)
Impegnate, tra le altre: Zenit, Copenaghen, Feyenoord, Beşiktaş, Lille, Standard Liegi, Panathinaikos, Salisburgo, Dinamo Zagabria, Celtic, Steaua, Maccabi, Apoel, Sparta Praga, Partizan ...

7 agosto
Terzo turno di qualificazione all'Europa League (ritorno)
Tra le altre, si giocherà anche Torino - Brommapojkarna

8-10 agosto
Prima giornata della Ligue 1
Tra le altre: Reims - Paris SG, Bastia - Marsiglia e Monaco - Lorient

9-10 agosto
Prima giornata della Eredivisie
Tra le altre: Den Haag - Feyenoord e Ajax - Vitesse

10 agosto
FA Community Shield
Manchester City - Arsenal

10 agosto
Supertaça Cândido de Oliveira
Benfica - Rio Ave

12 agosto
Supercoppa UEFA
Real Madrid - Siviglia

13 agosto
DFL-Supercup (Supercoppa di Germania)
Bayern Monaco - Borussia Dortmund

15-17 agosto
Seconda giornata della Ligue 1
Tra le altre: Paris SG - Bastia, Marsiglia - Montpellier e Bordeaux - Monaco

15-17 agosto
Seconda giornata della Eredivisie
Tra le altre: Feyenoord - Heerenveen, PSV - Breda, Alkmaar - Ajax

16-18 agosto
Prima giornata della Premier League
Tra le altre: Manchester Utd - Swansea, West Ham - Tottenham, Arsenal - Crystal Palace, Liverpool - Southampton, Newcastle - Manchester City e Burnley - Chelsea

17 agosto
Prima giornata della Portuguese Liga

19 agosto
Supercopa de España (andata)
Real Madrid - Atletico Madrid

19-20 agosto
Play off di Champions League (andata)
Impegnate, tra le altre: Arsenal, Bayer Leverkusen, Porto, Athletic Bilbao e Napoli

21 andata
Play off di Europa League (andata)
Impegnate, tra le altre: Villarreal, Tottenham, Borussia M'bach, Inter, Metalist, Rostov, Lokomotiv Mosca, Twente, Lokeren, Zurigo, Rapid Vienna e - speriamo - Torino

22 agosto
Supercopa de España (ritorno)
Atletico Madrid - Real Madrid

22-24 agosto
Terza giornata della Eredivisie
Tra le altre: Feyenoord - Utrecht, Ajax - PSV

22-24 agosto
Prima giornata della Bundesliga
Tra le altre: Bayern - Wolfsburg e Dortmund - Leverkusen

23 agosto
Terza giornata della Ligue 1
Tra le altre: Evian -Paris SG, Guingamp - Marsiglia e Nantes - Monaco

23-25 agosto
Seconda giornata della Premier League
Tra le altre: Chelsea - Leicester, Crystal Palace - West Ham, Everton - Arsenal, Tottenham - QPR, Sunderland - Manchester Utd e Manchester City - Liverpool

23-25 agosto
Prima giornata della Liga
Tra le altre: Malaga - Ath. Bilbao, Siviglia - Valencia, Barcellona - Elche, Real Madrid - Cordoba, Vallecano - Atl. Madrid

24 agosto
Seconda giornata della Portuguese Liga

24 agosto
Terzo turno della Coppa Italia
Impegnate, tra le altre: Lazio, Verona, Sampdoria, Udinese, Genoa, Cagliari, Chievo e Palermo

26-27 agosto 2014
Play off di Champions League (ritorno)

28 agosto
Play off di Europa League (ritorno)

29-31 agosto
Quarta giornata della Eredivisie
Tra le altre: PSV - Vitesse, Groningen - Ajax, Twente - Feyenoord

29-31 agosto
Seconda giornata della Bundesliga
Tra le altre: Augsburg - Dortmund, Leverkusen - Hertha, e Schalke - Bayern

29-31 agosto
Seconda giornata della Liga
Tra le altre: Ath. Bilbao - Levante, Atl. Madrid - Eibar, Villarreal - Barcellona, Real Sociedad - Real Madrid

30-31 agosto
Quarta giornata della Ligue 1
Tra le altre: Marsiglia - Nizza, Monaco - Lille e Paris SG -St. Etienne

30-31 agosto
Terza giornata della Premier League
Tra le altre: Burnley - Manchester Utd, Manchester City - Stoke, Everton - Chelsea, Tottenham - Liverpool e Leicester - Arsenal

31 agosto
Terza giornata della Portuguese Liga
Tra le altre: Benfica - Sporting

Dulcis in fundo, finalmente ...
30-31 agosto
Prima giornata della Serie A
Tra le altre: Chievo - Juventus, Roma - Fiorentina, Milan - Lazio, Genoa - Napoli e Torino - Inter

Un confronto stridente, come già quello dello scorso anno [vedi], e di quelli passati in cui vivevamo di rendita. Ora le risorse, non solo quelle economiche ma soprattutto quelle morali, sono finite. Occorrerebbe rimboccarsi le maniche e cambiare passo. "A terra siamo noi con le nostre vergogne" diceva il Maestro, in tempi che gli sembravano già sospetti. Ma mai come questi in cui ci è dato di vivere, ahinoi.

Azor

28 giugno 2014

Sciarpa o cravatta

L'istantanea del calcio italiano a metà 2014 è allarmante. Fuori con disonore dai Mondiali, spogliatoio spaccato e ignobile crociata contro Mario Balotelli, Commissario Tecnico della Nazionale e Presidente della Federazione dimessi; ma assegnati i diritti televisivi della Serie A per il prossimo triennio tra diffide e bandi non rispettati.

In questi stessi giorni è anche accaduto che Ciro Esposito, il tifoso del Napoli ferito a colpi di pistola a Roma il giorno della Finale di Coppa Italia del maggio scorso, abbia smesso di vivere.

I giornali se ne sono accorti, sebbene le testate sportive abbiamo dato e diano più spazio al presunto scarso impegno di Balotelli in Nazionale, alle dimissioni di Prandelli, alla polemica tra “senatori” e “giovani” azzurri; così forse per la prima volta dopo quasi due mesi la città di Napoli è stata mostrata solo col volto (o meglio, il corpo) di Ciro e non con quello aggressivo di Gennaro De Tommaso. 

27 giugno 2014, Napoli, quartiere Scampia
Il feretro di Ciro Esposito, coperto dall'arcobaleno di sciarpe delle tante tifoserie
intervenute, non tutte gemellate con quella partenopea.
Si dirà che il luttuoso avvenimento sia da ascrivere alla cronaca nera piuttosto che a quella sportiva ma è chiaro che non può essere così. Eupallog ha già ampiamente descritto l'incapacità dei maggiori rappresentanti dello Stato, presenti allo Stadio Olimpico di Roma quella maledetta sera del 3 maggio 2014 esprimendo più volte la propria posizione (qui, qui e anche qui) ed ha suggerito, facendo proprie e integrandole, le proposte della Gazzetta dello Sport.

Marco Rossi-Doria, il maestro di strada dei Quartieri Spagnoli, è forse l'unico a proporre una via diversa, più conciliante ma persino più complessa da attivare rispetto alla repressione del tifo organizzato, appellandosi anche alla responsabilità del medesimo, senza additarlo come unico colpevole della situazione italiana ma come parte del sistema da rifondare. È una posizione condivisibile ma che presuppone un senso di responsabilità condivisa a più livelli, a partire dalle più alte cariche dello Stato. Questa giornata di lutto avrebbe dovuto infatti portare tutte le Istituzioni a riflettere e soprattutto ad agire, ma alcuni segnali fanno temere che nulla di ciò accadrà; non c'era bisogno di attendere la dipartita di Ciro Esposito per comprendere la gravità della situazione e fino ad ora, dopo l'imbarazzante sera del 3 maggio con Presidente del Consiglio e Presidente del Senato perplessi e incapaci di prendere in mano la situazione, ci si è limitati ad appelli e promesse, col campionato che inizierà tra solo due mesi.

Lo sconforto aumenta confrontando la galleria fotografica che ritrae i funerali di Ciro Esposito e le decine di migliaia di partecipanti con quella dei festeggiamenti per il centenario della ditta E.Marinella, storica produttrice napoletana di cravatte. I primi si sono svolti a Scampia, con la folla che riempiva piazza Grandi Eventi (sic!); la seconda a Palazzo Reale.

26 giugno 2014, Napoli, Palazzo Reale
Sorrisi istituzionali ai festeggiamenti per il centenario della ditta E.Marinella

Il Sindaco di Napoli era a Scampia fisicamente mentre per il Governo era presente Gioacchino Alfano, Sottosegretario del Ministero della Difesa (più che altro per la sua chiara fede calcistica visto che ben altri Ministeri avrebbero dovuto garantire la propria presenza). Un Ministro della Repubblica era però a Napoli nelle stesse ore o giù di lì: Maria Elena Boschi, Ministro per le Riforme Costituzionali e per i Rapporti con il Parlamento, appare sorridente e felice accanto a Maurizio Marinella, Bruno Vespa e a Stefano Caldoro, Presidente della Regione Campania. Col sorriso è arrivato anche Crescenzio Sepe, Cardinale e Arcivescovo metropolita di Napoli, insieme ad altre celebrità sorridenti.

Nulla cambierà neanche quest'anno. Non ci resta che allentare il nodo della cravatta, respirare con calma e incrociare le dita in occasione della prossima sfida che un tempo era chiamata derby del Sole.

Pope

27 giugno 2014

Le radici di un disastro (in parte annunciato)

Ci sono voluti alcuni giorni per ruminare il boccone amaro prodotto dal tracollo sportivo che si  è consumato a Natal il 24 scorso. È solo apparentemente facile analizzare una partita come quella e bisogna guardare ben oltre l'atto finale di un disastro che nasce altrove. Nasce più lontano da Natal, dal Brasile, dal Mondiale dei Mondiali.

All'indomani della sconfitta tutti o quasi hanno rovesciato sul CT responsabilità e acredine giornalistica. L'unica eccezione che ricordi è l'articolo sulla Rosea di Righetto Sacchi il quale, con la solita umiltà, ha individuato altrove le responsabilità della nostra figuraccia in mondovisione. Prandelli non è il responsabile principale della Caporetto sportiva a cui abbiamo assistito, ma certamente ha delle colpe. Tanto vale dunque analizzarle subito e pulire il campo da possibili fraintendimenti. Il Cesarone nazionale, come già scritto altrove, non ha mai avuto troppo coraggio. Ha un palmarès anemico e oggi nel calcio il selezionatore deve essere prima di tutto un bravo motivatore con l'alone del vincente, altrimenti ci sarà sempre un Balotelli che si mette le ridicole cuffione alle orecchie mentre il tecnico parla alla squadra.

24 giugno 2014, Estadio das Dunas, Natal
Prandelli dà l'addio alla Nazionale
Il giorno prima della partita, in conferenza stampa, Cesare ha affermato che quella contro la Celeste sarebbe stata la partita più importante della sua carriera. Si pensa se si pensa, ma non si dice. Ha parlato di patriottismo e di sentimento nazionalistico. Si pensa se si pensa, ma non si dice. Il calcio è uno sport dove conta vincere e per vincere si deve avere l'approccio corretto. Di un gioco si tratta e bisogna giocare, con l'entusiasmo e la gioia che pertengono al gioco, non con la tensione che è si propria di questi appuntamenti, ma che l'allenatore deve stemperare, non alimentare. Altrimenti è un disastro. Il patriottismo è anche un valore positivo, ma deve essere intimo, condiviso dal gruppo e non sbattuto in faccia a cento giornalisti, perché se ne parli in conferenza stampa è evidente che non ce l'hai e soprattutto sai che non ce l'hanno i giocatori.

Mi ha poi stupito e a tratti costernato l'impreparazione della squadra: siamo stati sempre lenti, mai rapidi nel far ripartire l'azione; in altre parole: passivi. Sembrava soffrissimo più degli altri il clima infame del nord-est brasileiro. Perché? Qualcuno dovrà rispondere a questa domanda. Non è corretto parlare solo di errori tattici. Correvamo la metà degli altri e non sono serviti a nulla i marchingegni tecnologici di cui la Nazionale si era dotata per far fronte all'asprezza della competizione.

Tatticamente abbiamo offerto uno spettacolo indecente: il Mondiale è l'atto finale di un percorso lungo e complesso, non una tournée nell'angolo più remoto del pianeta pagata dallo sponsor. Ci si deve arrivare con le idee chiare. Da quando siamo atterrati in Brasile abbiamo assistito al festival dell'improvvisazione. L'infortunio di Montolivo sembrava aver gettato il CT nel panico. Prandelli ha fatto mille esperimenti tattici senza mai trovare il bandolo della matassa; e parliamo di Montolivo, mica del Xavi di cinque anni fa. Perché questa confusione? Perché improvvisare proprio durante la competizione più importante e più dura del pianeta calcio? Prandelli è tutto fuorché uno sprovveduto. Era evidente che Balotelli non potesse continuare dopo la stupida ammonizione rimediata nel primo tempo, ma perché sostituirlo con Parolo?

Cesare ha preso la Nazionale, o meglio le sue macerie, nel 2010 e l'ha portata alla finale dell'Europeo 2012 e a una ConfCup più che dignitosa. Gli va riconosciuto perché è un bravo allenatore e tutti i rilievi fatti sopra, doverosi dopo la seconda eliminazione consecutiva al primo turno, non cancellano le sue qualità tecniche e umane. Lo ha dimostrato dimettendosi il giorno stesso dell'eliminazione. Ma non basta. È un'altra l'assunzione di responsabilità che dovrebbe prendersi: spiegare con chiarezza cosa è successo davvero dal giorno dopo la finale di Euro 2012 alla spedizione brasiliana altrimenti si ripete lo stucchevole teatrino post-lippiano del 2010. Il tecnico che va in televisione e si assume tutte le responsabilità dell'ignobile eliminazione. Stop. Fine del discorso e dopo quattro anni siamo alle solite.

***

24 giugno 2014, Estadio das Dunas, Natal
La squadra azzurra prima dell'umiliazione colorata di Celeste
Comunque le responsabilità del commissario tecnico non possono nascondere il punto vero della questione, che con quanto scritto sopra non c'entrano nulla. Il punto vero è lo stato del calcio italiano. A Natal è stato umiliato un intero movimento incapace ormai di generare sport. Abbiamo una Federazione inesistente, composta da uomini selezionati in base a criteri che nessuno conosce; incapace di gestire l'enorme indotto economico generato dai diritti televisivi e debole dinanzi allo strapotere delle società che dettano tempi e modi alla Nazionale. Bene le dimissioni di Abete, ma sempre troppo tardi. Le società stesse da anni investono sui giocatori, spesso prendendo abbagli colossali. I direttori sportivi vanno a braccetto con cinque, massimo dieci procuratori (veri talent-scout dell'orrendo mondo pallonaio moderno) e non viaggiano più per osservare. Si fidano di emissari dalla dubbia preparazione tecnica e subiscono regolarmente i ricatti di mezze calzette convinti di essere diventati Maradona solo perché hanno una mezza offerta dal Qatar.

Buffon a caldo, come sempre molto sincero, ha detto che esiste un gap generazionale per cui i veterani vanno in campo e fanno sempre il loro dovere; i potenziali fuoriclasse no. Il riferimento a Balotelli è parso evidente. Ma Balotelli è la sintesi dello stato in cui il calcio versa nel nostro Paese. Un talento indiscutibile che in Italia incide sul campionato e porta tanti punti alla sua squadra, ma fuori dai confini nazionali stecca regolarmente. C'è da chiedersi se sia davvero un fuoriclasse completo, ma più di questo c'è da chiedersi perché un calciatore che in Italia porta una squadra dal dodicesimo al quarto posto in mezza stagione va in Europa e nel mondo per girellare svagato in campo senza toccare palla per ottanta minuti. Evidentemente il nostro campionato è ormai la periferia del pianeta calcio.

I giovani che il nostro movimento produce e porta al professionismo sono modesti rispetto ai loro coetanei spagnoli, inglesi, tedeschi, belgi e olandesi e questo è un problema che affonda le proprie radici nell'umo dello sport più seguito dagli italiani. Le scuole calcio un tempo erano la strada e le piazze. Oggi che le strade sono monopolio delle macchine e le piazze dei turisti chi insegna ai ragazzi come si gioca al calcio? Chi gestisce le squadre dilettantistiche? Quanto fa la scuola per lo sport? Se non si riparte da questo, dalla didattica e dalla pedagogia, non si va da nessuna parte.

Dicevamo degli stadi: vecchi, scomodi, quindi vuoti, quindi sempre più nelle mani del tifo organizzato, vero e proprio cancro del calcio nazionale. L'unica società italiana che ha rifatto lo stadio vince il campionato da tre anni e comunque, al confronto con uno qualsiasi degli stadi inglesi o tedeschi, lo Juventus Stadium sembra già vecchio. I governi cambiano con una rapidità sconcertante e pare impossibile dare continuità a un qualsiasi progetto di legge che apra finalmente alla costruzione di impianti piacevoli, attrezzati e vivaddio coperti. Ci vorrebbe poco a imporre, in tempi ragionevoli, la costruzione dello stadio di proprietà a tutti, pena la non iscrizione al campionato. Sarebbe un passo avanti decisivo e un colpo durissimo al tifo organizzato. Contemporaneamente si dovrebbero abbattere tutte le barriere e responsabilizzare i tifosi tutti. A Firenze lo hanno fatto nel parterre di tribuna, settore alquanto costoso; era pieno anche durante Fiorentina-Sassuolo.

Un movimento sportivo è come un organismo complesso: se si ammala anche solo una cellula, le conseguenze possono essere letali. "Lo stato si indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità" cantava De Andrè. In Italia siamo sempre al capezzale del malato, con la spugna in mano. Stavolta piangiamo per Ciro Esposito, ennesima vittima di una follia collettiva che nessuno vuole davvero fermare e alla quale i giornali nazionali hanno dedicato titoli giganteschi per il tempo di un caffè, poi di nuovo sulla giostra a disquisire delle cuffie di Balotelli e dell'amore sbocciato fra Buffon e Ilaria D'amico. La morte di un giovane uomo merita ben altra attenzione e la capacità di indignarsi, provare un profondo senso di vergogna e poi ripartire determinati per cambiare davvero le cose.

Il nostro calcio da anni vegeta in nome delle magnifiche sorti e progressive garantite dai milioni di euro sborsati dalle pay-tv. Presidenti finanzieri che comprano dieci giocatori nuovi ogni anno per poi rivenderne tredici l'anno dopo senza che uno solo sia anche solo lontanamente definibile un onesto ronzino.

Poche chiacchiere ora. Tocca alle istituzioni sportive e non solo fare una scelta drastica: staccare la spina o provare a salvare il gioco del calcio. Ci vorrà tempo, ma forse, fra qualche anno, potremo affrontare Costa Rica e Uruguay consci della nostra tradizione calcistica e non andare in campo per una qualificazione a costo zero.

Cibali

2 maggio 2014

L'annus horribilis

Fettine di coppa: bilanci della stagione italiana 2013-14

La mancata qualificazione della Juventus alla finale torinese dell'Europa League rappresenta in certo qual modo il sigillo dell'annus horribilis del calcio italiano (e augurandosi che la spedizione in Brasile non bissi i disastri di quella sudafricana).

3 aprile 2014, Stade Gerland, Lyon
L'unico acuto europeo della grigia stagione juventina
I commenti dei tifosi in uscita dallo Juventus Stadium e quelli di Antonio Conte erano concordi su un paio di punti auto-assolutori: "abbiamo dominato noi, mentre il Benfica non ha mai tirato in porta", "l'arbitro è stato vergognoso nel consentire le perdite di tempo e l'ostruzionismo dei lusitani". A conferma che, purtroppo, nel nostro calcio, le "colpe" sono sempre esogene, e le "responsabilità" non sono contemplate. Segno di un radicato provincialismo al quale appartiene anche un altro luogo comune ripetuto come una litania: "la Serie A è il campionato più difficile e più tattico di tutti, anche i grandi squadroni europei soffrirebbero le trasferte in provincia". Una favoletta cui possono credere ormai solo coloro che non guardano le partite degli altri campionati e preferiscono ammorbarsi di interminabili moviole televisive e di polemiche ultrà sui media più vari. Certamente il calcio italiano è il più stressante in Europa, per la maleducazione e la violenza, verbale prima ancora che fisica, dilaganti.

Qui però vorrei richiamare l'attenzione su un possibile bilancio dell'annata europea delle nostre squadre. Preoccupante, perché fa seguito a stagioni recenti che già avevano disegnato una strada in discesa. Le sei società che hanno partecipato alle coppe hanno giocato complessivamente 56 partite, 34 in Europa League e 22 in Champions, vincendone meno della metà, solo 26, e perdendone 13.

Colpiscono un paio di dati, in particolare. Le 11 vittorie in trasferta sono state conseguite con avversarie di Ranking UEFA [vedi] inferiore: il Milan (11°) ha battuto il Celtic (62°); la Juventus (16°) ha battuto la Fiorentina (45°) e il Trabzonspor (74°); la Lazio (41°) il Legia Warszawa (124°); la Fiorentina (45°) il Dnipro (70°), l'Esbjerg (135°), il Grasshopper (168°) e il Pandurii (211°); l'Udinese (77°) il Široki Brijeg (292°). Non ci voleva molto, in sostanza. Solo le vittorie della Juventus (16°) sull'Olympique Lyonnais (12°) e del Napoli (31°) sull'Olympique de Marseille (24°) hanno rappresentato gli unici acuti significativi della stagione; utili soprattutto per il confronto con le squadre francesi.

Brutte sono state anche le sconfitte in casa subite contro società di ranking inferiore: la Lazio (41°) sconfitta dal Ludogorets (104°), la Fiorentina (45°) dal Grasshopper (168°), l'Udinese (77°) dallo Slovan Liberec (114°). Più ragionevoli appaiono solo quelle della Fiorentina (45°) con la Juventus (16°) e del Milan (11°) con l'Atlético Madrid (7°).

11 marzo 2014, Estadio "Vicente Calderon", Madrid
La peggiore sconfitta di una squadra italiana in questa stagione
Là dove il confronto è spietato è nelle sconfitte fuori casa. La Juventus (16°) ha perso con il Real Madrid (1°), con il Benfica (6°) e con il Galatasaray (36°); il Napoli (31°) ha perso con l'Arsenal (9°), con il Porto (10°) e con il Borussia Dortmund (15°); il Milan (11°) con il Barcellona (2°) e con l'Atlético Madrid (7°). Non c'è stato alcun acuto in trasferta, cioè, ma solo una strutturale conferma di inferiorità.

Anche i pareggi fuori casa sono significativi: hanno strappato uno 0:0 il Napoli con lo Swansea (88°), la Lazio con l'Apollon Limassol (185°), la Fiorentina con il Paços de Ferreira (116°); un 1:1 il Milan con l'Ajax (30°), la Juventus con il Copenaghen (50°) e l'Udinese con lo Slovan Liberec (114°); la Lazio addirittura due 3:3 con il Trabzonspor (74°) e il Ludogorets (104°). Solo la Fiorentina ha strappato un pari con un'avversaria di ranking superiore, la Juventus.

Per non dire infine dei pareggi in casa. Con avversari di ranking inferiore: 0:0 il Milan con l'Ajax e la Lazio con il Trabzonspor, 1:1 la Fiorentina con l'Esbjerg, addiritura 2:2 la Juventus col Galatasaray. Hanno "contenuto i danni", con avversarie di ranking superiore, il Milan (1:1) col Barcellona, la Juventus con il Real Madrid (2:2) e con il Benfica (0:0), e il Napoli con il Porto (2:2). Si noti come a questi quattro ultimi pareggi siano però corrisposte quattro sconfitte fuori casa.

Le uniche vittorie in casa contro avversarie di ranking superiore si devono al Napoli (31°) - che ha battuto nel suo bel girone di Champions l'Arsenal (9°), il Borussia Dortmund (15°) e il Marsiglia (24°) - e alla Juventus (16°), che ha battuto però solo il Lione (12°).

Ad un'analisi di dettaglio emerge, cioè, un quadro "agghiacciante" per dirla con Antonio Conte, impietoso, dello stato attuale del calcio italiano. Confermato dalle classifiche: solo il Milan agli ottavi di Champions, solo la Juventus alle semifinali di Europa League, col Napoli e la Fiorentina fuori agli ottavi di EL. E dal ranking: nessuna squadra italiana tra le prime 10, tre sole tra 11° e 16° posto. Tra le prime 10 figurano 4 spagnole, 3 inglesi, 2 portoghesi e una tedesca. A conferma del sorpasso in atto anche da parte del calcio portoghese, come ha dolorosamente confermato il doppio confronto tra Benfica e Juventus.

18 settembre 2013, Stadio San Paolo, Napoli
La stagione partenopea non ha mantenuto le attese generate dal debutto,ma è al Napoli
 di Rafa Benitez che si devono le migliori prestazioni europee di una compagine italiana  
Mitizzando il passato, vivendo al di sopra delle proprie possibilità, reputandosi migliori di quanto non fossero, snobbando l'Europa League, scaricando le responsabilità su "colpe" esogene (sfortuna, arbitri, crisi economica), dirigenti, allenatori, giocatori, tifosi e media italiani sono scivolati molto in basso senza rendersene conto. Molti anzi continuano a non vedere, per mero provincialismo.

E non è affatto detto che il nostro calcio abbia toccato il fondo. Basti ragionare su quali siano le prospettive per la prossima stagione. La migliore italiana del ranking, il Milan, probabilmente non disputerà le coppe; la seconda, l'Inter, perderà molte posizioni al momento del sorteggio perché non le varranno più i punti del 2009/10; la terza, la Juventus, non sarà in prima fascia nel sorteggio dei gironi di Champions (incrociando le dita potrebbe toccarle il Porto). Se supererà i play off di fine agosto in Champions il Napoli raggiungerà la Roma (55°) nella quarta fascia del sorteggio per i gironi. La quinta squadra italiana del ranking, la Lazio, potrebbe non disputare le coppe, mentre la sesta, la Fiorentina, avrà una posizione di sorteggio analoga a quella dello scorso anno. Se poi dovessero agguantare l'ultimo posto per l'Europa il Torino, il Verona o il Parma partirebbero da un ranking UEFA inesistente (al momento non vi figurano per la prolungata assenza dalle competizioni europee).

Il bilancio è inequivocabile. Sulle sue cause torneremo in un altro momento, per non farla troppo lunga qui. "Meglio chiudere e ingraziarsi Eupalla con sacrifici degni della sua natura divina. A terra siamo noi con le nostre vergogne", per dirla stavolta col Maestro.

Azor

6 aprile 2014

Uscite di scena

Cartoline di stagione: 35° turno 2013-14

5 aprile 2014, Stadio "Giuseppe Meazza", Milano
La Nemesi
Cartolina da San Siro [card] per segnalare una serata a suo modo simbolica. Due grandi protagonisti della stagione del Triplete nerazzurro, Chiristian Chivu e Diego Milito, escono di scena con gesti di rilievo. Il primo, sfortunato, saluta i tifosi in anticipo perché costretto a lasciare il calcio agonistico per problemi fisici insormontabili. Il secondo si congeda di fatto da San Siro facendosi parare dal portiere avversario l'unico rigore dell'annata concesso alla squadra: una giusta Nemesi dopo una stagione passata a lamentarsi, a memento che i rigori te li puoi anche veder concessi ma poi devi saperli segnare per tradurli in punti.

E' un po' di tempo - esattamente dal 27 maggio 2013 [vedi] - che non scriviamo di Inter su Eupallog. Per due motivi principalmente: come avevamo previsto (e non ci voleva molto), la squadra, affidata a Mazzarri, non ha combinato nulla di significativo sul piano dei risultati; gli effetti del passaggio di proprietà da Moratti a Thohir cominciano solo in queste ultime settimane ad essere perscrutabili e dunque a essere commentabili (dopo che da ottobre a oggi si sono affastellate solo millanta illazioni sulla stampa).

Ma partiamo proprio da Diego Alberto Milito, cui tutti gli appassionati della Beneamata (quorum ego) sono affezionati per le gesta eponime del Maggio 2010. Pochi però amano ricordare come il nostro eroe, alzando la Coppa nel ventre del Bernabeu, chiese in Mondovisione un aumento di stipendio. Facciamo allora due conti, a bilancio del quadriennio che è da allora intercorso. Diego ottenne subito l'aumento: i costi sono noti, 4,5 milioni netti a stagione (è il più pagato in rosa), cioè 9 lordi nel bilancio della società. In quattro anni l'ex bomber è dunque costato 36 milioni. A fronte di 115 partite giocate, 45 gol e 8.084 minuti in campo in gare ufficiali. E 3 soli trofei, nella declinante stagione 2010-2011: Mondiale per Club (terzo gol nella semifinale con il Seongnam, e 88' in finale senza reti), Coppa Italia (gol del 3-1 dopo essere subentrato all'87°) e Supercoppa italiana (in campo per 90' ma senza reti). Se vogliamo essere crudi: 12 milioni di euro a trofeo, 800.000 euro per ogni gol segnato, 313.000 euro a partita, 4.453 euro a minuto giocato.

Proseguiamo con qualche conto sugli stipendi percepiti (a libro paga societario) negli ultimi quattro anni dagli eroi del Triplete: Cambiasso 32 (4 netti stagione); Zanetti, 20 milioni (2,5 netti); Chivu 16,8 (2,1 netti); Samuel 16 (2 netti); Castellazzi, 4 milioni (0,5), per indicare solo i giocatori in rosa (senza contare cioè gli Stankovic, etc., degli anni trascorsi). Nota bene: non intendo fare il solito discorso moralista su quanto guadagnano i calciatori di fronte a chi non arriva, come sul dirsi, a fine mese - lo stato attuale del capitalismo è questo. Il discorso riguarda la società, cioè la dirigenza. Quella Moratti.

Apriamo i libri contabili. Stagione 2011-2012: ricavi 205,8 milioni di euro, costi 320, stipendi 166,4, risultato netto di esercizio -89,8, debiti netti 301,3, patrimonio netto 96,8. Stagione 2012-2013: ricavi 177 milioni di euro, costi 274,3, stipendi 133, risultato netto di esercizio -82,7, debiti netti 293, patrimonio netto -0,3. Si noti bene l'ultima cifra perché spiega i problemi attuali di Thohir: dovendosi accollare i debiti di Moratti non ha un patrimonio su cui accreditarli, a meno di ipotecare le strutture (da Appiano Gentile alle altre); per questo sta facendo "finanza creativa" con le banche asiatiche che dovranno garantirgli il credito, ipotizzando espansione del marketing (contratti TV, amichevoli, magliette e brand vari) in quell'area. Non sarà facile, e per questo ha chiesto a Moratti una dilazione sui tempi di subentro nel frasi carico dei debiti societari.

Per favorire l'espansione asiatica del marchio Thohir ha bisogno che l'Inter si qualifichi per l'Europa League dalla porta principale (4° posto): altrimenti si svaluta il "brand" e la (remunerativa) tournée americana di fine luglio inizio agosto diventa impossibile (con un 6° posto). Per questo il povero Mazzarri è sulla graticola. A sei partite dal termine della stagione il bilancio agonistico è peggiore di quello dello scorso anno. Non ci voleva molto a immaginarlo [ri-vedi]: l'allenatore è di caratura modesta, nonostante quel che dice(va) l'emulsione giornalistica. Perfettamente adeguato alla mediocrità attuale della rosa, peraltro. L'idea di calcio di Mazzarri è ormai archeologica rispetto a quella che si gioca in Europa: non solo a livello di Bayern o Chelsea, ma anche di Southampton o Celta Vigo. In altri termini, Mazzarri incarna perfettamente l'arretratezza culturale del calcio italiano rispetto a quello concorrente oltre frontiera.

Un destino segnato
E Thohir - per dirla col Filosofo di Setubal - non è mica un pirla. Si cominciano a capire le sue intenzioni. Dal punto di vista aziendale si è dato tre anni (2016-2017) per ricondurre in positivo i risultati netti di esercizio (quelli che pesano attualmente per più di 80 milioni di deficit a stagione: i debiti sono un altro discorso). Il passaggio immediato è non rinnovare i contratti a Milito, Zanetti, Samuel, Castellazzi, e probabilmente anche a Cambiasso: una sforbiciata di 20-25 milioni. Finalmente si chiuderà la lunga agonia della generazione del Triplete e, con essa, il peso del clan argentino in società e nello spogliatoio: con ogni probabilità Zanetti avrà un ruolo leggero, più esornativo che sostanziale, lontano da quello che poteva immaginare (e magari gli era già stato promesso) da Moratti.

L'idea di Thohir è quella di svecchiare finalmente la rosa, fare rientrare i giovani di valore che sono in prestito altrove, innestare alcuni anziani di esperienza nei reparti: Vidic per la difesa, un centrocampista al posto di Cambiasso e una punta che garantisca la doppia cifra al posto di Milito. Per arrivare a questi sacrificherà un paio di giocatori tra Handanovic (che ha Bardi alle spalle), Guarin (Duncan), Alvarez (Botta), Ranocchia (Vidic/Rolando) e, se necessario, anche lo stesso Icardi: diciamo 30 milioni almeno in entrata, per spenderne al massimo 40 in uscita, e andare in pari a bilancio con le plusvalenze.

A quel punto si ripartirà con un progetto tecnico nuovo. E' ovvio che il destino di Mazzarri è già segnato: le dichiarazioni presidenziali sono solo di facciata per non precipitare la situazione nelle ultime partite della stagione. A ben guardare, Thohir arriverà là dove Stramaccioni aveva proposto a Moratti esattamente un anno fa di arrivare (fare fuori la vecchia guardia, puntare su giovani di qualità e su un impianto di gioco europeo). Quest'ultimo non ebbe il coraggio di sacrificare i suoi veterani, perché è un danaroso sentimentale. Thohir ha il vantaggio di poter tagliare i ponti e ripartire. Se saprà azzeccare il nuovo tecnico l'Inter potrà puntare ad arrivare a -20 anziché a -40 punti dalla Juventus, e magari guadagnarsi l'Europa League dalla porta principale. L'attraversata del deserto è appena cominciata. Ahi noi.

Azor

Fonti: Internazionale FC - Gazzetta dello Sport - Transfermarkt - FC Internews