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14 luglio 2012

E' così

19 giugno 2012, Olimpiyskyi, Kyiv
I bambini di Chernobyl accolti dall'UEFA prima di Ucraina-Francia

5 luglio 2012

Ancora pensieri, ancora parole

(continua dal post precedente)
Die Deutsche Fußballnationalmannschaft
La nazionale multietnica tedesca
eliminata in semifinale a Euro 2012
Comincio a pensare che anche per i tedeschi si possa parlare di un caso clinico. Anche a loro manca da tempo il colpo del k.o. all’ultimo chilometro. Se non vinceranno il mondiale del 2014 la loro astinenza da successi internazionali diventerà la più lunga nell’età del calcio moderno, superiore ai 18 anni che intercorsero tra la vittoria mondiale del 1954 e quella europea del 1972. È dal 1996, infatti – CT colui che fece outing tra i primi, senza attendere il Pavone: il mitico Berti Vogts, l'unico ad aver vinto il campionato europeo sia da giocatore sia da allenatore –, che non vincono nulla (la Grecia, al confronto, vanta un titolo più fresco …): ci sono andati vicini nel 2002 e nel 2008, approdando per l’ennesima volta in finale, ma inutilmente. Eppure, teutonicamente, hanno cercato di porre rimedio alle magre subite (dopo il 4:1 che gli rifilammo a Firenze – così, a gratis, anche in amichevole – alla vigilia del mondiale 2006 erano precipitati al 22° posto del ranking FIFA) puntando sull’organizzazione di base (scuole e accademie) e sull’educazione dei giovani (investimenti colossali nei settori primavera): un progetto encomiabile, da paese “serio” (e lo dico – per una volta – senza ironia), ma i risultati non sono ancora arrivati, a dimostrazione che non è, di per sé, una strada sicura e che vale quanto l’improvvisazione in cui siamo invece maestri noi (che non siamo un paese serio ma solo un grande paese con la saggezza e la cultura di 3.000 anni alle spalle). Certo, per ben due volte recenti, ci hanno trovato sulla loro strada e hanno pagato dazio come sempre, ma non è colpa nostra se non riescono a vincere. C’è dell’altro, evidentemente.

La vocazione artistica di Franz Beckenbauer e Gerd Muller
qui colti mentre recitano in una pièce ambientata nelle Highlands
Con impegno, dopo la riunificazione del 1990 i teudisci hanno puntato sul politicamente corretto, accogliendo anche nelle casacche bianche i figli della globalizzazione (turchi, polacchi, ghanesi, spagnoli, etc.), e sul rigore organizzativo. Hanno puntato cioè su politica ed economia: strumenti inadeguati però, da soli, per uscire dalle crisi, come stiamo constatando in questi anni amari. Manca l’umanesimo, cioè: l’investimento in arte e in cultura. Ai ben nutriti ragazzoni alamanni attuali mi sembra che manchino del tutto quella verve creativa e quella genialità che colorò la grande epopea della nazionale guidata da Helmut Schoen: non rintraccio l’obliquità di un Gerd Muller e un Gunther Netzer, la spavalda gioventù di un Paul Breitner e un Uli Hoeness, nemmeno la maestosa dialettica di un Franz Beckenbauer. E non si tratta meramente di generazioni: qui è in gioco il contesto culturale. Nelle inamidate camicie di Jürgen Klinsmann e di Jogi Manicarrotolata vedo solo un ricercato perbenismo cool, lo sforzo di un popolo di accreditarsi come smart agli occhi di un mondo che continua a stimarlo senza amarlo. Ma non vedo alcun artigianato, solo un prêt-à-porter. È la cultura dei centri commerciali e degli snodi autostradali e aeroportuali: “non luoghi” senza radici. Molto lontani, ormai, dai centri storici delle città spagnole e italiane, dai quali sembra continuare a passare il presente e non solo il passato. Anche calcistico.

L'altra Europa

10 giugno 2012, Stadion Miejski, Poznan
Giovanni Trapattoni richiama all'ordine anche Nikica Jelavic
La classifica finale di Euro 2012 è elitaria, restauratrice: stavolta non ha ammesso ai ranghi di nobiltà né turchi, né russi, né greci o boemi. Non ha ammesso nemmeno, come è ovvio, i portoghesi. In realtà, devo fare mea culpa nei confronti del Circus do Portugal, che ritenevo che avrebbe recitato, come tante altre volte, un ruolo di secondo piano. Sono arrivati a una traversa dalla finale dopo avere imbrigliato come nessun altro gli spagnoli, ma è mancato loro, come sempre, qualcosa per vincere. È un qualcosa che hanno avuto, probabilmente, solo negli anni ’60 e che proveniva dal Mozambico: cioè un grande centravanti, Eusébio da Silva Ferreira. Da allora suppliscono all’assenza di un erede adeguato con l’onanismo del palleggio, e nemmeno la sopravvalutata Lara Croft è in grado di colmare la lacuna: dedizione tattica, un buon portiere, alcuni robusti ronzini a difesa, un bel centrocampo (Moutinho sugli altri) e poi il nulla davanti se non la soluzione individuale alla Ronaldo, che va bene una volta ma le altre tre fallisce. Mi ero invece fidato dei russi, perché a guidarli era uno straniero di quelli con esperienza e capacità: ma sono sprofondati nel loro oblomovismo, che solo il turgore sovietico era riuscito talora (benché poche volte) a vincere; se la giocheranno tutta nel 2018. Sembra essersi ormai cronicizzato, invece, il clima di banlieue che ha sostituito nello spogliatoio francese, e nei salotti intellettuali parigini, l’illusione della nazione multietnica alimentatasi mitologicamente intorno alle prodezze di Zidane, Thuram, Lizarazu, Djorkaeff e Deschamps: nel 2010 l’ammutinamento era stato guidato da Patrice Evra, stavolta il fallimento ha i tratti somatici di مير نصري‎; e non è un caso che Laurent Blanc abbia salutato la compagnia. Reso omaggio alle dignitose (nulla più) performance di greci, cechi, croati e ucraini – e rammentata con simpatia la gita alcolica della banda del Trap –, resta da dire dei tulipani appassiti olandesi, che hanno giocato il ruolo della nobile decaduta: più rileggo i nomi delle formazioni messe in campo più fatico, però, a trovarvi dei campioni; al più sono dei sopravvalutati mezzoni, eponimo tra i quali l’infausto Arjen Robben; il loro treno era passato in Sudafrica due anni fa e non sono stati capaci di salirci sopra.

Stelle cadenti
19 giugno 2012, Olimpiyskyi, Kyiv
Due grandi flop di Euro 2012: Franck Ribery e Karim Benzema
Come ad ogni torneo, abbiamo visto scomparire nel buio cosmico, e talora nemmeno accendersi, un buon numero di stelle, stelline e presunte tali. Ogni nazionale sciorinava alla vigilia le sue. Ma la logica delle partite senza ritorno ogni quattro giorni è una falciatrice spietata che miete vittime di ogni rango e grado. Una cosa è tirar fuori qualche bella performance in eurovisione ogni due settimane durante le coppe stagionali, sostenuti da squadre multinazionali di club, altra invece prendere in mano compagini nazionali di minore caratura tecnica e aggiungere classe e temperamento non per 90 minuti ma per tre, quattro, cinque partite di seguito nel giro di 10-15 giorni. Sono pochi i grandi giocatori capaci di ergersi in questo agone: i campioni delle due finaliste e pochissimi altri. La delusione viene da giocatori navigati come Rosicky, Baros, Arshavin, Nani, Van Persie, Sneijder, Modric, Evra, Malouda, etc., dei quali i media cantano lodi sperticate per qualche numero fatto vedere tra Premier e Champions League, ma che – alle strette – mostrano tutti i loro limiti di personalità. E che dire poi di Rooney, Cech, Benzema, Ribery, Schweinsteiger, Gerrard, Terry, etc. e – se vogliamo – degli stessi Ronaldo e Ibrahimovic (complessivamente, anche loro, deludenti, aldilà di qualche numero ad usum nesciorum)? Semplicemente che sono dei giocatori sopravvalutati da tifosi e “addetti ai lavori” senza memoria e cultura storica. Nessuno di questi nomi ha il valore di una pentavalida, a mio avviso.

Valide e bisvalide
16 giugno 2012, Stadion Narodowy, Warszawa
Due belle conferme di Euro 2012: Roman Shirokov e Giorgos Samaras
In un calcio mediatizzato e globale come l’attuale, un torneo come questo non è più in grado, come avveniva invece in un passato anche abbastanza prossimo, di fare conoscere nuovi giocatori di talento, perché non esistono più gli sconosciuti. Nondimeno mi sono appuntato un po’ di nomi di pedatori che ho apprezzato per qualche giocata non episodica, per una qualche cifra di talento che comunque possiedono e hanno messo in mostra, pur senza assurgere tra i grandi protagonisti del torneo. Penso a Hubschman, Jiracek e Plasil, a Samaras e Salpigidis, a Blaszczykowski e Lewandowski, a Dzagoev e Shirokov, a Khron-Delhi, a Hummels e Reus, a Moutinho e Varela, a Mandzukic, a Bonucci, Marchisio e Cassano, a Young e Wellbeck, forse a Debuchy. Tra questi alcuni sono degli onesti pedatori, alcuni delle valide, forse due o tre delle bisvalide. Aggregati ai 23 elencati dall’UEFA (tra i quali sono i grandi protagonisti del torneo ma anche alcune effigi messe lì per motivi politici e di sponsor) ne vengono fuori due rose: una quarantina abbondante di giocatori, che è stato un piacere guardare e che hanno sodisfatto la mia lubrica passione di voyeur. Non mi sottraggo al giochino della formazione ideale e schiero: Casillas, Piqué, De Rossi e Ramos in difesa; Khedira, Xavi, Pirlo e Alba in mezzo; Silva, Balotelli e Iniesta davanti (e, si noti, non è un 3-4-3, ma un ortodosso 2-7-1).

Le regole del gioco
9 giugno 2012, Arena Lviv, Lviv
Stéphane Lannoy appioppa un bel cartellino giallo
a Hélder Postiga già al 13°
Credo che mai come in questa edizione la qualità del gioco, mediamente alta (come era anche nelle aspettative climatiche), sia stata aiutata dalla correttezza in campo dei giocatori e dalla politica arbitrale nel suo complesso. A parte la svista di Vad (che rischia comunque di costare cara), l’esperimento dei cinque arbitri ha funzionato bene, riducendo gli errori dei guardalinee sui fuorigioco a livelli accettabilissimi e inducendo i giocatori a non dare vita ai consueti teatrini sui calci da fermo, alle simulazioni e al gioco duro più disgustosi. È stata una boccata d’ossigeno rispetto alle pratiche indecorose di maleducazione e violenza che condiscono le partite nei campionati, soprattutto in quello italiano (dove una rimessa laterale assurge a questione di vita o di morte). A conferma che se la mano è ferma, perché ispirata dall’alto, i protagonisti (dai Pepe ai Busquets, dai Terry ai Nasri, dai Ramos ai Balotelli, etc.) si adeguano. Ne esce confermato anche che quando le nazioni ospitanti sono di secondo piano (dal 2008 è così) i favori arbitrali ai padroni di casa (di cui, per dire, il nostro Sergio Gonella si rese triste protagonista a Buenos Aires nel 1978) sono quasi impalpabili. Oggi si riunisce l'International Football Association Board che molto probabilmente comincerà a snaturare con la tecnologia il gioco più bello del mondo: ha ragione Platini, se cominci con la linea di porta poi la applicherai a tutto il resto. Temo che abbiamo appena assisto al canto del cigno di un’epoca.

Il futuro dell’Euro
Lo stadio destinato a ospitare la finale di Euro 2020 è già pronto
A Roi Michel non difetta certo l’intelligenza, ma non illudiamoci: è pur sempre un navigato gran figlio di buona mamma. Se su arbitri e tecnologia concordo, sulla riforma della formula della fase finale sono invece assai perplesso, anzi sono scorato perché colgo l’ineluttabilità delle motivazioni politiche ed economiche che la ispirano. In Francia tra quattro anni ci toccherà assistere, come ai Mondiali, a partite orrende tra mestissime mandrie di ronzini. Già nelle settimane scorse ci siamo dovuti sorbire spettacoli come Polonia-Grecia, Francia-Ucraina o gli allenamenti offerti dall’Irlanda. Immaginiamoci con 24 squadre in lizza (con Estoni, Scotti e Montenegrini e altre simili scuole calcistiche, se va bene) … Per non dire dei gironi di qualificazione in cui passeranno perfino le terze classificate e si giocheranno centinaia di partite non per selezionare il meglio ma solo per dimezzare le federazioni iscritte all’UEFA. Gli studiosi di storia delle istituzioni sanno bene che il processo di proliferazione e superfetazione di organismi e procedure è una linea di tendenza riscontrabile in tutte le epoche e in tutte le società sostenute da una crescita economica. Potremmo allora sperare che la crisi che ci affligge – che ha caratteri più strutturali che congiunturali – induca a contenere il barocchismo delle manifestazioni pedatorie continentali. Ma Roi Michel è più furbo del diavolo, e ha già architettato la ricetta per il 2020: non più uno o due paesi organizzatori (con la greppia dei finanziamenti infrastrutturali, ormai sempre più difficile da sostenere e soprattutto da giustificare) ma 12 città con grandi stadi già belli pronti in giro per l’Europa in cui far disputare il torneo, lasciando che le squadre restino nelle loro Coverciano e si muovano il giorno prima delle partite, su scali facilmente raggiungibili, come già fanno nei week end di qualificazione. Provo a immaginare le città: Lisbona, Madrid, Barcellona, Parigi, Londra, Manchester, Amsterdam, Berlino, Monaco, Milano, Roma e Vienna (ma bussano anche Bucarest, Atene, Kiev e Warsavia …). La cosa ha un suo fascino, non lo nascondo. Vedremo, e rimettiamoci alla provvidenza di Eupalla.

Intanto riassaporiamo nella memoria, prima di darci all’oppio dei popoli e alla sagre estive (segnalo peraltro che la Champions League è già partita avantieri …), i momenti più belli di questa bella edizione.

Azor

4 luglio 2012

Pensieri e parole

Flash
9 giugno 2012, Arena Lviv, Lviv
Joao "moto perpetuo" Moutinho in pressing
su Bastian Schweinsteiger
Se ripenso al bel torneo appena trascorso ci sono alcune immagini che mi tornano per prime alla mente. Innanzitutto l'assist rasoterra di Xavi nel secondo gol della Roja in finale, un segmento di lancinante bellezza della linea retta della sua classe infinita: Alba si è voltato una volta verso il Catedratico nella sua volata di 50 metri, solo per essere sicuro del triangolo, e poi si è infilato alla cieca tra Barzagli e Bonucci sicuro di vedersi recapitare la palla sui piedi dalla spalle, puntuale come ad un appuntamento. E poi il bolide con cui Mario ha lasciato di sale non solo Neuer ma i suoi detrattori: la delicatezza con cui ha toccato, una sola volta, la palla lanciata da Montolivo prendendo la rincorsa, e la forza, il marchio d’autore, con cui ha colpito il pallone. Il cucchiaio di Pirlo, naturalmente: di cui ho soprattutto apprezzato il valore psicologico (perché il rigore di Panenka rimane inimitabile, se non altro per la rincorsa veloce e lunghissima che contrappose alla lentezza balistica). E, ancora, la zampata con cui Samaras ha insaccato (meglio, ha cacciato in rete), con determinazione non solo agonistica ma politica, la palla del pareggio provvisorio in una gara asimmetrica segnata in partenza e nondimeno combattuta fino ai limiti delle capacità. La doppietta aerea con cui Shevchenko ha fatto sognare, nel suo stadio, un intero paese. Il pressing inesausto di Joao Moutinho, un moto perpetuo tattico, un martello pneumatico agonistico. Il gol bellissimo di Pavlyuchenko contro i cechi. L’orrenda partita tra Spagna e Francia, probabilmente la più brutta di tutto il torneo. L’angoscia crescente di fonte allo sforzo inane, e nel secondo tempo supplementare di disperata dedizione, degli Azzurri contro l’Inghilterra. Le parate di Casillas in tutto il torneo, senza una sbavatura: una quadreria d’autore.

La Roja
1 luglio 2012, Olimpiyskyi, Kyiv
I titolari della Spagna tricampione d'Europa
Ne abbiamo già cominciato a parlare e immagino che continueremo a farlo. Constato solo come abbiamo avuto la fortuna in questi anni di poter ammirare due grandissime squadre: il Barcellona del Pep e la nazionale spagnola pluri campeón. E' forse un po' ozioso chiedersi se sia o meno la squadra più bella e più forte della storia del calcio: è certamente tra le più forti perché una serie del genere è avvicinabile solo a quelle, agli albori della modernità, dell’Uruguay inventore del gioco corto (Olimpiadi 1924-1928 e Mondiale 1930), o dell’Italia del “metodo” di Vittorio Pozzo (Mondiali 1934-1938 e Olimpiadi 1936, ma anche le Coppe Internazionali del 1930 e 1935 contro il Wunderteam austriaco); quanto a bellezza la Roja 2008-2012 sta certamente nello stesso pantheon con la Aranycsapat magiara 1950-1954, il Brasile 1970, l’Olanda 1974-1978, la Germania 1972-1974, e forse anche il Brasile 1982. Così come è un po' tartufesco, a mio avviso, ricondurre il tutto alla eccezionale generazione di campioni fiorita in questi anni. A fare una grande squadra sono certamente i giocatori di qualità, ma non solo: vi concorrono anche altre componenti a cominciare dagli allenatori, dalla tradizione e dalla cultura calcistica del paese; e naturalmente la fortuna (nello specifico, gli errori dal dischetto di De Rossi e Di Natale nel 2008, la broccaggine di Robben nel 2010, la traversa di Alves nel 2012) premiata da Eupalla.

L’esondazione del centrocampo
1 luglio 2012, Olimpiyskyi, Kyiv
La fase è difensiva, ma a opporsi ai difensori e agli attaccanti
italiani sono ben sei centrocampisti spagnoli
A fare una grande squadra concorre ovviamente anche il gioco. Non il modulo, ma la capacità di fare gioco. Se c’è una novità (per quanto relativa) emersa da Euro 2012 è certamente la conferma dell’investimento sui centrocampisti creativi, una strada già avviata dal Barça del Pep, ma che è ora conclamata e spinta fino alla definitiva rinuncia tattica al centravanti: quest'ultima, davvero, una rottura epistemologica che la storia ascriverà al pacato laboratorio di Vicente Del Bosque (sul merito del quale ho in animo di tornare con un intervento dedicato). Nel 4-6-0 metodologico della Roja si annidano sia il 4-3-3 effettivo, sia il 4-2-4 (di magiara e brasiliana memoria) di molte fasi in cui Xavi tendeva ad affiancare sulla stessa linea Fabregas. Resta il dato di fondo di una strategica rinuncia ai giocatori di sola corsa e/o rottura: ai Gattuso e ai Pepe, per intendersi, o alla fauna immensa dei giocatori di colore (e non solo) tutti uguali e di modesta tecnica che si è disseminata nei campi d’Europa senza apportare alcunché di aggiuntivo (rari essendo i Rijkaard, i Vieira o i Touré). E, al contrario, l’investimento in giocatori di qualità, in centrocampisti di tasso tecnico accertato, anche in ruoli tradizionalmente affidati a profili più ruvidi come quelli difensivi: la Roja che abbiamo ammirato ha giocato di fatto con un portiere, due difensori e otto centrocampisti. E non è una monade, ma comincia a fare proseliti, e annuncia probabilmente il calcio di élite che verrà: per alcuni un “tiki-takanaccio” noioso, per altri – quorum ego – un “proyecto de arte modernista” (uno 0-10-0 futurista).

I “piedi buoni” di Cesare
24 giugno 2012, Olimpiyskyi, Kyiv
Alessandro Diamanti, uno dei pupilli di Cesare Prandelli,
esulta dopo aver segnato il rigore decisivo contro l'Inghilterra
Chi si è incamminato sulla medesima strada del gioco propositivo affidato a centrocampisti di qualità è il nostro Prandelli. Nella conferenza stampa di bilancio conclusivo, Cesare ha esplicitato la sua prospettiva morale e politica quando ha affermato – e come dargli torto? – che siamo “un paese vecchio, con idee vecchie e una mentalità vecchia, e non abbiamo voglia di cambiare”. Lui invece ha mostrato un percorso nuovo possibile, di rinnovamento culturale, puntando al risultato attraverso il gioco, come già hanno fatto altre grandi squadre e tradizioni calcistiche, da ultima la Roja. Nel gioco dei paragoni in pochi hanno ricordato il precedente di Fulvio Bernardini, che avviò da CT la ricostruzione dopo il Mondiale del 1974 (in cui, peraltro, perdemmo dalla Polonia e non dalla Slovacchia, pareggiammo con l’Argentina e non col Paraguay, e vincemmo con Haiti e non pareggiammo contro la Nuova Zelanda …) puntando a costruire una nazionale “dai piedi buoni”: così ha fatto Prandelli dopo il disastro combinato in Sud Africa da Lippi e dai suoi reduci. Tra i meriti di Cesare, oltre a quelli di cui abbiamo già scritto, è anche quello di saper essere, a un tempo, un selezionatore sagace (non ha lasciato a casa nessuno che abbiamo rimpianto) ma anche un allenatore capace di fare crescere la qualità dei suoi giocatori (dai Morfeo ai Diamanti): e su questo la Lega, che gli nega quattro giorni di stage, dovrebbe riflettere per il plusvalore di capitale che il lavoro di Prandelli ha apportato e potrà apportare in futuro (come sa bene Zamparini che tratta in queste ore su altre basi economiche la cessione di Balzaretti agli sceicchi parigini). Se vogliamo trovare un limite a Cesare è semmai la sua assenza di palmarès: non ha vinto nulla finora; il che non preclude che possa farlo in futuro, ma il dubbio è legittimo. Vi è come un’ombra di incompiutezza che grava sulla sua indubbia grandezza di maestro di calcio. Non penso tanto agli epiloghi coi Rangers o con Ovrebo, ma più semplicemente alle incertezze palesate in alcune sostituzioni enigmatiche di questo torneo e al mancato “coraggio” di mettere in campo per la finale una squadra fresca. La sensazione, che mi auguro evapori nella smentita, è che nell’ultimo chilometro il nostro Cesare perda lucidità.

La Benny Hill’s Club Band
Michel Serrault tra i suoi boys
All’Europeo 2012 erano presenti tutte le vincitrici dei tornei precedenti. E c’era pure l’Inghilterra. Se non esistesse, la nazionale britannica andrebbe infatti inventata: è uno spasso gaudioso assistere alle sue mirabolanti débâcles. Il caso è ormai clinico, e oggetto di una vastissima letteratura critica, cui cerchiamo di star dietro nella nostra Biblioteca. Anche in Ucraina (la Polonia non ha fatto in tempo a visitarla) il Magical Mistery Tour 2012 si è arenato mestamente come sempre. In un rigurgito d’orgoglio – che trasuda in analisi come quella di Keir Radnedge, prima firma mooolto british di “World soccer” [June 2012], che non manca di accusare Fabio Capello di non possedere un CV con esperienza di squadre nazionali (il Bisiaco, infatti, non solo ha espugnato Wembley nel 1973 in maglia azzurra, ma ha anche vinto tutto, purtroppo esclusivamente con le squadre di club) – la FA del nuovo corso ha ritenuto che fosse disdicevole che una nazionale del blasone di quella albionica continuasse a prezzolare managers foresti come Eriksson e Capello. Da qui la scelta di Benny Hill, il cui CV è apparso più adeguato avendo allenato nazionali di livello come Svizzera, Finlandia ed Emirati Arabi Uniti. Noi nerazzurri lo ricordiamo bene quando nelle conferenze stampa doppiava le comiche di Stanlio ed Ollio e anche perché con lungimiranza consigliò al líder Máximo la vendita di Roberto Carlos in favore di Felice Centofanti. Ad alcuni soci della Canottieri Tevere annidati in RAI piace molto perché curiosamente ricorda loro la controfigura di Ray Hudson (a me pare in realtà una vecchia spassosa come Michel Serrault ne La cage aux follestraduction littéraire: “La gabbia delle checche”). Fatto sta, con un 4-4-2 ben organizzato e pulito, Roy Hodgson ha messo su un ammirevole catenaccio con cui rischiava di fare fuori pure noi maestri nell’arte: il che, oltre che disdicevole, sarebbe stato paradossale. Mi auguro piuttosto che RH riesca a qualificare i Leoni d’Inghilterra per i mondiali del 2014: avremmo modo così di farci altre quattro risate anche allora. Non vorrei sembrare come al solito qualunquista, ma la questione è molto più semplice di come appaia: il livello del calcio nazionale inglese è, da sempre, sopravvalutato; la sua reale consistenza è di seconda fascia, a livello della Svizzera quando va male, della brillante Olanda quando va bene. Con un’ardua metafora, è come se allo snobbistico club delle democrazie internazionali noi rivendicassimo un posto fisso e d’onore perché abbiamo sperimentato ottocento anni fa la “democrazia” nelle città comunali, quando in realtà la nostra storia è fatta soprattutto di principi e di signori. Gli inglesi hanno “re-inventato” (come sottolineava Gioanbrerafucarlo) il calcio, ma non lo sanno giocare bene. Tout simplement.

Azor

2 luglio 2012

Classifica finale di Euro 2012

1° - Spagna, 14 punti (12 gol fatti/1 subito)
2° - Italia, 9 punti (6/7)

3° - Germania, 12 punti (9/4)
4° - Portogallo, 10 punti (6/4)

5° - Inghilterra, 8 (5/3)
6° - Repubblica ceca, 6 punti (4/6)
7° - Grecia, 4 punti (5/7)
8° - Francia, 4 punti (3/5)

9° - Russia, 4 punti (5/3)
10° - Croazia, 4 (4/3)
11° - Svezia, 3 (5/5)
12° - Danimarca, 3 (4/5)
13° - Ucraina: 3 (2/4)
14° - Polonia: 2 (2/3)
15° - Olanda: 0 (2/5)
16° - Irlanda: 0 (1/9)

Senza se e senza ma

Scrivo al buio senza avere letto i commenti della nostra Coffee House e tantomeno quelli della stampa. E scrivo in breve, riservandomi nei prossimi giorni analisi più meditate.

Innanzitutto mi voglio prendere in giro. Ieri mattina avevo scritto che la Spagna mi sembrava in calo di condizione e noi in crescita, che il loro gioco aveva ormai mostrato tutti i suoi limiti e che non contemplava cross per colpi di testa (peraltro ho letto anche di peggio tra i cosiddetti "addetti ai lavori", uno per tutti Mario Sconcerti, che aveva addirittura parlato di Spagna logora, senza pensiero del gol: "finalmente si gioca alla pari"). Ieri sera la Spagna ha giocato da par suo, noi siamo crollati atleticamente e il primo gol è arrivato di testa da uno dei nani della squadra ... Il calcio è meraviglioso proprio per questo.

1 luglio 2012, Olimpiyskyi, Kyiv
Qui oggi voglio solo argomentare intorno a due temi. E' lecito rammaricarsi per la finale di ieri: in altre condizioni fisiche, di calendario e di logistica avremmo potuto giocarcela come a Gdansk. Ma non è lecito parlare di delusione: la Spagna ci è superiore, come aveva mostrato a Danzica e come ha ribadito a Kiev. Il risultato di ieri sera è eccessivo, umiliante (e comprendo le lacrime di rabbia di Bonucci), ma è ineccepibile: come non hanno fatto biscotti così ci hanno martellato fino all'ultimo minuto. Da grande squadra, sulla cui epocalità torneremo certamente.

Altro punto: Cesare nostro non ha fatto miracoli, attenzione. Ha fatto un capolavoro di sapienza e conoscenza. Non c'è nulla di inatteso e di improvvisato in un risultato di grandissimo rilievo come quello che ha ottenuto. Le vittorie su Germania, Inghilterra e Irlanda, la bella partita iniziale con la Spagna, lo stretto pareggio con i Croati, non sono un miracolo ma un'opera di grande artigianato, il risultato conseguente all'impegno, alla preparazione e alla qualità messa in gioco. In fase di pronostico avevo rubricato l'Italia tra le incognite, ma non tra le sorprese. L'incognita era solo quella di vedere se Cesare sarebbe stato in grado di raccogliere i frutti delle belle partite giocate e propositive delle qualificazioni. Lo è stato e gli va dato merito, perché ci ha riportati dalle bassezze lippiane del Sud Africa ai vertici del calcio mondiale, facendo vedere un bellissimo gioco. Ha restituito dignità al nostro paese come, su altri piani, sta facendo il prof. Monti.

Dobbiamo dunque essere grati, molti grati, a Prandelli e ai suoi ragazzi. Senza se e senza ma.

Azor

La squadra che diventerà leggenda

Dunque siamo arrivati all'epilogo di questo euro-torneo. Un campionato onesto, per la qualità del gioco, per le prestazioni arbitrali, per le gerarchie che i risultati hanno prodotto. Di alcuni ingredienti ormai abituali del football e delle sue competizioni per squadre di club non abbiamo sentito la mancanza; l'aria è molto più respirabile, quando nei dintorni non c'è lo sfasciacarrozze e le sue odiose polemiche (dopo la designazione arbitrale di Spagna-Portogallo dev'essere però stato lui a movimentare la scena, da dietro le quinte), tanto per dire. Oltre il luccichìo delle squadre imbastardite e montate coi quattrini di potentati petroliferi emiri sceicchi e maraja, dietro la logica dei dream-team pseudo galattici, sopravvive un calcio tradizionale, più lento e televisivamente meno appetibile, ma ancora capace di appassionare nel confronto fra scuole e culture e nella scoperta delle novità, nel loro progredire e nel loro regredire. In questo tipo di confronto, siamo stati come sempre (o quasi sempre) capaci di galleggiare, arrivando a una finale difficilmente pronosticabile. E’ stato un finale di partita, più che una partita di finale; anzi, abbiamo visto solo i titoli di coda del meno spettacolare kolossal iberico-barcellonista del quadriennio; alla sesta epifania sui campi ucraino-polacchi, la più importante (forse, per loro, la sola importante), questi hanno ripreso festosamente a verticalizzare, mandando un chiaro, regale messaggio al colto e all’inclita. Un match difficilmente commentabile, soggetto come sarebbe a letture critiche che Prandelli non merita. L’Italia è stata battuta da una squadra destinata alla leggenda, come lo fu (in circostanze abbastanza simili) dal Brasile nel ’70; le lacrime di Bonucci mi ricordano quelle che versai in quella lontana sera d'estate: credevo non ai più 'grandi' (guarda che il Brasile è fortissimo, mi dicevano, abbiamo davvero poche speranze) ma ai miei sogni di bambino innamorato del gioco e di Gianni Rivera. Cesare rimane, ed è un’ottima notizia; ha dato un’impronta di gioco su cui potrà lavorare, con la sola incognita relativa alla qualità degli interpreti di cui potrà disporre, quando si tratterà di reimpostarne l'assetto senza più poter contare su Sant'Andrea Pirlo da Brescia. L’importante è comunque garantire una linea di continuità.

1 luglio 2012, Olimpiyskyi, Kyiv.
Silva, imbeccato da Fabregas, avvia la festa nel modo preferito 
dalla Roja: segnando a porta vuota
Si diceva della Spagna. Praticamente e come tutti sanno, nel modello di gioco che propone, un Barcellona in maglia roja; il Barça di questi anni sta alla Roja di questi anni come l’Ajax degli anni ’70 all’Arancia meccanica. Il confronto ci sta; l’Olanda aveva probabilmente una concorrenza più agguerrita (ma è un dato relativo), disputò due finali in trasferta che perse e anche malamente. Se l’Ajax di Cruijff è considerata ancora la football-machine più forte e spettacolare dell’era moderna, il Barça è andato oltre, non potendo prestare alla seleccion il proprio pedatore di maggior classe. Il Barça di Guardiola gioca da qualche anno in una dimensione temporale sfalsata; è l’annuncio del calcio che verrà, e le sue sconfitte sono frutto di circostanze casuali implicite nella natura del gioco, che è un mistero agonistico; chi non ama questo modello di calcio, si merita davvero quello isterico di Mourinho, che verrà presto rimosso dalla memoria collettiva. Così, nella stagione 2011-12, la Philarmonica ha perso quasi tutto (ha perso anche Guardiola), dando l'impressione d'essere ormai in fase calante, ma poi cambiando maglia ha alzato il secondo titolo europeo consecutivo. In quattro anni ha affrontato tutte le grandi tradizioni continentali (Germania, Italia, Russia, Olanda, Portogallo – è mancato un vis-à-vis con l’Inghilterra, purtroppo: colpa dell’Inghilterra), senza mai subire una rete nelle partite davvero decisive, a eliminazione diretta. Vincendole tutte. Un dominio assoluto, imbarazzante. Un ciclo impressionate, che diventerà – appunto – leggenda.

Mans

Chi s'accontenta gode

Cerco di farmi largo fra le maglie strette del garbuglio nervoso provocato dalla scioccante sconfitta di questa sera per riuscire a commentarla.

Peccato, perché ci avevo creduto sin dall'inizio. Peccato perché credo che, in fondo in fondo, ce lo meritassimo. E peccato perché questi sono treni che passano di rado e passano veloci, senza fermarsi. Saltarci sopra non è facile, ma è indispensabile per restare nella storia. Arrivare secondi significa diventare patrimonio di pochi. Vincere significa diventare patrimonio di tutti.

1 luglio 2012, Olimpiyskyi, Kyiv
I più forti figli di Eupalla festeggiano lo storico triplete 
Sono sicuro che da domani Cesarone verrà impallinato dalle critiche di quegli stessi che di mestiere scrivono di calcio e che di calcio ci capiscono pochino pochino. Stasera, si dirà, ha sbagliato a schierare Chiellini (possibile che stesse bene prima della partita se al primo allungo ha spalancato le porte dell'area piccola a Fabregas?). Si dirà che ha sbagliato a mettere in campo Cassano dall'inizio (spento, anzi spentissimo sin dal primo minuto di gioco). Si dirà che ha sbagliato a togliere Cassano così presto, quando tutti sanno che il talento di Bari vecchia può accendersi e accendere la partita in qualsiasi momento e si dirà che ha sbagliato a operare il terzo cambio troppo in fretta esponendosi al rischio dell'infortunio e quindi dell'inferiorità numerica irrimediabile. Molti altri spenderanno parole a tonnellate e inchiostro a fiumi per analizzare i perché di una condizione atletica che è apparsa disastrosa, del tutto inadeguata per un appuntamento come questo. Tutte cose queste che appartengono alla sfera inutile del buonsenso.

Io credo che il buonsenso e le analisi marginali stasera c'entrino poco. L'unica cosa evidente, ma davvero molto evidente, è che la Spagna è terribilmente più forte. Più forte di noi, della Germania, della Francia. Più forte di tutti. Il modulo tattico che adottano è importante ma non è il punto. Se quel modulo lo adottassero altri allenatori, con altre squadre, anche molto forti, il risultato sarebbe perdente. Si può studiare una vita il modulo perfetto, ma questo avrà una sua concreta e felice realizzazione solo se in squadra si ha come difensore centrale Pique (uno che ha i piedi di gran lunga migliori di Marchisio) e Xabi Alonso, a centrocampo Iniesta (il più grande centrocampista, mezz'ala, seconda punta, raccattapalle e magazziniere del globo pedatorio) e Xavi (sul quale spendere parole di elogio è ormai un orpello alla splendida realtà sotto gli occhi di tutti) e Silva (moto perpetuo, piedi sopraffini, genio tattico), davanti Fabregas (che giocatore! Non sbaglia un movimento, altro che modulo! Questo anticipa di tre anni ogni singola intenzione dei difensori avversari e capisce perfettamente dove finirà sempre la palla del compagno). Gli altri sono ottimi giocatori, alcuni davvero forti, ma questi cinque sono i migliori del mondo, punto. Se li hai tutti contemporaneamente in squadra allora vinci ogni volta che vuoi vincere. Il Barcellona vince per questo motivo. Ha inventato un modulo che fosse il migliore per esaltare questi fenomeni assoluti (e fortuna nostra che Messi non gioca con la Spagna), ma dimenticare che si tratta di fenomeni assoluti significa, secondo me, non cogliere appieno le ragioni del nostro naufragio questa sera. Solo questi giocatori possono palleggiare a queste velocità. Gli altri se lo sognano. Io mi ero stufato del gioco orizzontale della Spagna e stasera che fanno? Nei primi dieci minuti ci massacrano verticalizzando la palla per ben cinque volte! Hanno giocato a un altro livello. E noi ci abbiamo provato. Siamo stati anche sfortunati, ma c'era poco da fare stasera.

La Spagna ci aveva illuso contro il Portogallo. Sembravano spenti, sgonfiati, incapaci di imporre il loro solito gioco. Era solo un gioco di prestigio, forse nemmeno troppo casuale. Credo che in parte avessero sottovalutato l'avversario e in parte Bento li avesse bloccati con un autentico capolavoro tattico. Noi il capolavoro tattico non lo abbiamo fatto. Forse il nostro europeo è finito a cinque minuti dal termine di Italia-Germania. Buffon lo aveva sospettato e si era infuriato. Ci siamo inconsciamente accontentati di un risultato comunque straordinario, visto come ci eravamo presentati in Polonia. I complimenti a questi ragazzi sono il minimo. Io li ringrazio davvero e ringrazio, con un misto di gratitudine e venerazione, Cesare Prandelli (voto 10), che ha costruito questo gruppo. Vero: è una Nazionale un po' troppo gobba (6 titolari su 11), ma c'è tanto del CT in questo gruppo e per fortuna si è visto. Credo che sia finalmente esploso Balotelli (voto 8), giocatore che può diventare ciò che vuole. Dipenderà solo da lui. Eupalla l'ha dotato abbastanza. Abbiamo visto che Montolivo (voto 6+) resterà sempre un mezzo-giocatore (per fortuna dall'anno prossimo non più con la maglia viola). Abbiamo avuto la conferma di Pirlo (voto 9) e di Buffon (voto 7), veri leader di questa squadra. Mi ha sorpreso Balzaretti (voto 7) e ho avuto la conferma che Abate è un gran giocatore di fascia (voto 7). Marchisio è bravo, ma sparisce troppo spesso dal gioco (voto 6). Chiellini è un grande giocatore, universale, fisicamente debordante, peccato per stasera, non meritava di sbagliare così sul primo gol della Spagna (voto 7). De Rossi è un gigante (voto 8 per tutto il torneo e 10 per le prime due partite giocate da centrale di difesa). Ottimi  i centrali, Barzagli (voto 7) e Bonucci (voto 6,5 per l'europeo e 10 per la sincerità e l'insistenza delle lacrime questa sera). Cassano (voto 6,5) ha pagato la stagione funestata dal gravissimo problema di salute che l'ha quasi ammazzato. Resta un grande giocatore e mi aspetto da lui altri tre anni di grande livello. Totò Di Natale ha sbagliato troppi gol facili. Non è da lui (voto 6). Una bella Nazionale che merita un voto alto: 8. L'importante è che si vada avanti su questa strada e che non ci si scordi il verminaio che abbiamo dietro la porta di casa. Lo scandalo scommesse dovrà essere affrontato col massimo rigore. Ai giovanissimi che si avvicinano al calcio bisogna insegnare che è un gioco magnifico, il più bello, ma che è e deve essere un gioco e che se non ci si diverte è meglio lasciar perdere. Insomma,  sono fiducioso per il futuro e intanto mi godo il presente.

Potevamo fare di più stasera? Credo di no. E ripeto che la condizione fisica non c'entra. Rigiocassimo dieci volte contro questa Spagna avendo il tempo per recuperare, ne perderemmo almeno otto. C'è poco da fare, sono i più forti. Stasera sono stati anche i più bravi.

Cibali

1 luglio 2012

Nell'attesa

Se Inghilterra vs Italia provocava riflessioni sulla palese inversione culturale delle rispettive tradizioni calcistiche - difesa a oltranza e contropiede gli albionici, possesso palla e iniziativa noi - la finale con la Spagna ripropone elementi già emersi in occasione della sfida del 10 giugno come anche spunti più generali.

Ci sono dati interessanti che emergono dalle statistiche del torneo. L'Italia è la squadra che ha corso di più (media km/giocatore) e che ha effettuato più tiri tra tutte le partecipanti. La Spagna quella che ha il maggiore possesso palla, ovviamente, e che ha subito meno gol in assoluto (uno solo, ma da noi). Alcuni commentatori hanno parlato di concretezza "italica" per la solidità e la sostanziale imperforabilità difensiva della Spagna, e di "spagnolizzazione" del nostro gioco per la sua proposizione insistita e per il possesso palla. Sono elementi evidenti, ma c'è anche dell'altro credo.

10 giugno 2012, Arena Gdansk, Gdansk
Totò Di Natale alla "scocca"
Mi pare che questo Europeo abbia messo a nudo i limiti di fondo, che poi sono tutt'uno con il loro approccio di metodo, del gioco della Spagna: il tiqui-taqua è finalizzato a blindare la partita innanzitutto in chiave difensiva, anche a costo di ridurre la propensione offensiva, che non ha come scopo il tiro a rete ma la ricerca dell'assist, dell'ultimo passaggio, fino all'orizzonte utopico, che solo talora si invera (come contro la Croazia), di entrare in porta col pallone. Questo spiega perché siano ormai inerziali la rinuncia al centravanti e lo schieramento del 4-6-0, con Fabregas "falso nueve" (era impressionante osservare la totale estraneità alla manovra di Negredo, risperimentato inutilmente contro la Francia). E questo spiega anche come non sia solo la qualità dei due centrali e del portiere a garantire la solidità difensiva ma pure il possesso palla e la ragnatela continua a centrocampo, che emula (ma in questo torneo non riuscendo a realizzarla) l'ormai storica (quanto grandiosa) transizione pressing-possesso del Barça di Guardiola (vale a dire la sua innovazione più straordinaria).

Un altro dato interessante emerso dal torneo è che sono arrivate in semifinale solo squadre che hanno in comune "il gioco 'giocato'" per dirla con Cesare, vale a dire il calcio attivo (per dirla alla Wilson), la proposizione del gioco. La squadre che hanno puntato sul controgioco - la "rivoluzionaria" Inghilterra, ma anche la Russia o l'Olanda a ben guardare - si sono perse per strada. Il mainstream attuale pare essere (fatta eccezione del Chelsea di Di Matteo) la qualità dei centrocampisti, il possesso palla, la costruzione della manovra.

Significativa, di conseguenza, è anche l'evaporazione dell'importanza dei moduli: si è visto un po' di tutto dal 4-4-2 al 4-3-3 al 3-5-2 al 4-2-3-1 al nostro attuale 4-3-1-2. Ma sono numeri: ciò che conta, come sempre peraltro, è l'atteggiamento (attivo o reattivo), la ricerca del possesso palla, la qualità degli interpreti. L'unica innovazione epistemologica è il 4-6-0, ma sarà da vedere se troverà adepti, soprattutto se la Spagna non dovesse trionfare alla fine. La curva innovativa è la sperimentazione diffusa di un'evoluzione qualitativa degli interpreti e del gioco affidata all'esondazione del centrocampo. Ed è l'Italia di Prandelli ad averla incarnata meglio di altre squadre: se ci riflettiamo bene, probabilmente la nostra nazionale non ha mai avuto un centrocampo della qualità di quello attuale, né nel 1968-1970, né nel 1978-1982, né nel 1990, né nel 1994-1996, né nel 2006-2008. Abbiamo avuto al più Rivera, Mazzola e De Sisti; Tardelli, Antognoni e Conti; ed eccellenze individuali come Giannini, Albertini, Donadoni, e Mancini e Baggino se vogliamo ascriverli ai middlefielders; ma mai tutti insieme 5/6 giocatori della qualità - e soprattutto dell'universalità - di Pirlo, De Rossi, Marchisio, Montolivo, Motta e dello stesso Nocerinho. Solo la Spagna ha la nostra qualità in mezzo al campo.

La sapienza di Cesare è quella di avere individuato e fatto maturare questa eccellenza generazionale senza rinunciare ai ruoli di attacco: nelle sue intenzioni era probabilmente quella di puntare su Pepito Rossi alla Messi (a scapito di chi? Mario o Sant'Antonio?), ma il dato di fondo è quello di un attaccante di ruolo e di peso (ma non un centravanti) come Balotelli e di un altro avanti più leggero e di maggiore fantasia come Cassano, Diamanti o Giovinco, cui si aggiunge il ricorso a Di Natale quando si creano spazi utili al contropiede (ed è significativo il mancato ricorso a Borini, e non solo perché senza esperienza). Alle spalle è la solita difesa all'italiana, solida, rocciosa, anche se certo non della qualità media di quelle del 1968-1970 e 1978-1982 (o di eccellenze individuali come Baresi, Maldini o Cannavaro). Lasciando perdere le inversioni, Cesare ha innovato nella tradizione, ha sviluppato soluzioni nuove senza recidere le radici culturali del nostro gioco.

10 giugno 2012, Arena Gdansk, Gdansk
Gigi Buffon dribbla El Niño Torres
Ieri sera ho rivisto la partita del 10 giugno. L'impressione è che loro ci siano stati superiori nel complesso dei 90 minuti. Il primo tempo lo abbiamo dominato noi tatticamente, siamo andati in vantaggio meritatamente, ma il pareggio ha aperto gli ultimi loro 20 minuti di predominio. In quell'ultimo spazio di partita noi abbiamo avuto due sole occasioni: Di Natale in spaccata alta su imbeccata di Giovinco e l'incursione finale di Marchisio. Loro qualcosa di più anche se mai di pericolosissimo. Osservati comparativamente, l'uno di fronte all'altro, i due possessi palla sono differenti: loro vanno per vie orizzontali, per allargarsi sui fianchi dell'avversario per provare a puntare in area palla al piede sulla linea di fondo, dilatare la maglia difensiva o al massimo per crossare delle palle basse velenose (il colpo di testa non è contemplato se non come soluzione casuale). Noi invece teniamo palla per verticalizzare sin dalla nostra trequarti (in questo è la matrice della nostra tradizione) appena si liberano varchi, e tendiamo a sfruttare poco le fasce per mancanza di interpreti adeguati nel ruolo. Palleggio orizzontale vs palleggio verticale, dunque. Confermato dalla statistica: 60 a 40 il possesso palla finale per la Spagna, con 18 tiri loro contro i nostri 10, ma 8 a 6 nello specchio della porta. Individualità: temo Iniesta, banalmente, che è stato anche allora il più pericoloso e che parte sempre dallo stesso punto (che oggi sarà sulle isosceli tra Abate, Barzagli e Marchisio); tra i nostri è Marchisio a proporsi come incursore nell'ultima mezzora (come abbiamo visto anche contro la Germania), e chissà che finalmente stasera non segni. Da allora però noi siamo cresciuti come tenuta atletica e come convinzione complessiva. Gli spagnoli invece sono sempre gli stessi, semmai con qualche pausa in più.

Ognuno faccia le sue scaramanzie ... Ormai ci siamo.

Azor

29 giugno 2012

Che cosa abbiamo sbagliato?

Mi scrive un amico teutonico: "I tedeschi si domandano: che cosa abbiamo sbagliato? Io direi: non si vince prevedendo e progettando tutto". In effetti, il programma quadriennale della Deutscher Fußball-Bund (la più grande del mondo con i suoi sei milioni di iscritti: il doppio degli abitanti dell'Uruguay, ed è un dato impressionante), per la rappresentativa maggiore, aveva ipotecato sicuramente il titolo europeo e (perlomeno) una finale mondiale. A coronamento di un progetto avviato tempo fa, un lavoro sistematico sui settori giovanili che li ha portati a grandi risultati nei tornei di categoria. Ma 'programmare' le vittorie nel calcio 'vero' è comunque più difficile; costruire grandi squadre sulla base di piani seri e lungimiranti è di certo possibile, ma riuscire a progettare le vittorie è un'altra cosa. Il calcio non è il nuoto o l'atletica; e neppure il basket o il volley. O il tennis. Una squadra vincente ed epocale non è semplicemente il frutto di una grande organizzazione di base (fosse così, loro vincerebbero sempre, e noi mai), ma combina diversi ingredienti, non ultimo quello del talento - del grande talento - di un gruppo di giocatori. E il talento (nei piedi e nella testa) non nasce in laboratorio.

"Der Bomber" e "Der Kaiser".
Con loro in campo sarebbe andata diversamente, a Varsavia?
La Germania vinse in sequenza europeo e mondiale, 1972 e 1974. C'è fra i pedatori a disposizione di Gioacchino Manicarrotolata qualcuno che, nel calcio di oggi, significhi quel che significavano Beckenbauer e 'Der Bomber' nel calcio di allora? Chiaramente no. C'è un buon gruppo, privo di fuoriclasse. Un gruppo che ieri ha mostrato anche poca personalità e una conduzione incerta, ciò che alcuni (leggo) imputano alla scarsa esperienza (ma il ragionamento non mi convince). La Germania avrebbe potuto vincere questo torneo; avesse trovato l'Inghilterra e non noi, per esempio. Ma ha trovato noi; e tutto si potrebbe ridurre a una banale considerazione: se non ci battevano con Beckenbauer e Muller, come potevano pensare di farlo con Podolski e Schweinsteiger? Una tradizione, peraltro, non si costituisce per puro capriccio del caso. Eupalla ha sempre guardato con neutralità le nostre storiche sfide: all'Azteca poteva vincere chiunque, a Madrid non eravamo battibili, a Dortmund eravamo semplicemente più forti. A Varsavia il confronto doveva essere, sulla carta, perlomeno equilibrato. Ho rivisto la partita, nel primo pomeriggio: se una domanda ci si può fare, riguarda solo il numero di palloni che Neuer ha dovuto rispedire a centrocampo. Perché così pochi? Potevano e dovevano essere molti di più. Il dato storico è evidente, e nessuno può più ridurlo a una dimensione semplicemente statistica. Al mio amico teutonico ho dunque risposto con molta semplicità: "italiani e tedeschi interpretano il gioco in maniera diversa; quella degli italiani è una maniera che i tedeschi non hanno mai imparato a prevedere e a contrastare".

La solitudine del numero 7


Dopo tanto parlare di torte e biscotti a Euro 2012 spunta pure la focaccia

E' proprio un periodo sfortunato per Cristiano Ronaldo, che dopo l'eliminazione dagli Europei ai rigori è stato anche letteralmente lasciato a terra a Donetsk. "Non è giusto - si è sfogato il giocatore - sono andato a comprarmi una focaccia e quando sono tornato l'aereo era già decollato senza di me". Ronaldo ha dovuto aspettare diverse ore per imbarcarsi su un altro volo, ma poi si è consolato con una grande accoglienza da parte dei connazionali all'aeroporto di Lisbona. Anche se, a giudicare dall'espressione, il suo umore non era dei più sereni (dal sito Repubblica.it)

Degian

Super Mario

28 giugno 2012
Doppietta globale dell'Italia

L'Euro lezione di italiano

Total verplant
Bundestrainer Löw scheitert bei Fußball-EM
Es begann mit Löws Selbstsicherheit und endete im EM-Aus: Die deutsche Nationalelf erweist sich im vierten großen Turnier in Folge als zu klein für die ganz Großen. Zu viel ist gegen Italien schief gelaufen. Hat Joachim Löw mit seiner erneuten Umstellung die eigene Mannschaft überfordert?
Süddeutsche Zeitung

Wieder einmal Italien
Die Geschichte wiederholt sich: Italien bleibt im EM-Halbfinale der deutsche Angstgegner. Löws Personalrotation funktioniert nicht. Balotelli schießt die Italiener ins Finale. Özils Elfmetertor kommt zu spät
FAZ

Zu früh gefreut
Auf Prandellis Herausforderung fand Joachim Löw nicht die richtige Antwort. Die komplette Offensivumstellung schlug fehl. Die Hoffnung auf die Krönung seiner Spielergeneration ist geringer geworden.
FAZ

Problemlöser Super-Mario
Egomane Balotelli gibt ausgerechnet gegen Deutschland den perfekten Team-Spieler ab. Nicht nur bei seinen Toren agiert er klug. Er arbeitet in der Defensive mit und behauptet viele Bälle
FAZ

Deutschland, einig Katerland
Und plötzlich war das Turnier vorbei: Deutschlands Traum vom EM-Titel hat sich nicht erfüllt, das 1:2 gegen Italien beendete am Donnerstag alle Hoffnungen. Fassungslosigkeit legte sich über DFB-Tross und Anhängerschaft, in Deutschland feierten nur die Tifosi - mit Spaghetti und Sightseeing. Impressionen aus zwei emotionalen Welten in den Stunden danach
Kicker

Aus der Traum: Bundestrainer Joachim Löw hat sich verzockt
Irgendwie war schon angerichtet. Das Gala-Finale gegen die Titelverteidiger aus Spanien schien bei dieser EURO 2012 so nahe und die Chance, den nicht mehr so übermächtig auftrumpfenden Welt- und Europameister zu besiegen und nach 16 langen Jahren wieder einen Titel zu gewinnen, so groß wie lange nicht mehr.
Kicker

28 giugno 2012, Fuengirola (Malaga)

Balotelli se pide la portada
Dos goles del ‘nueve’ de Italia, el segundo un fantástico chupinazo, paran los pies a una Alemania desagradablemente soberbia (1-2)
El Pais

Italia está fortísima
Los italianos siempre han tenido clase y ganaron a Alemania con el traje de gala. La Italia de Prandelli es una maravilla y se metió en la final de la Eurocopa jugando con la pelota. Se la quitó a la potentísima selección de Joachim Löw y se la quedó para tratarla con cariño y pedirle otra cita. Será el domingo, contra España, e Italia, enamorada, quiere ser feliz. Lo tiene muy claro.
Marca

Balotelli engorda la maldición alemana
La selección germana sigue sin saber lo que es ganar a Italia en un gran torneo y ayer no varió la historia
Mundo Deportivo

28 giugno 2012, Stadion Narodowy, Warszawa
Maestri e allievi hanno appena terminato la lezione
«Encore une fois l'Italie...»
Après l'élimination en demi-finale contre l'Italie (1-2), la presse allemande s'impatiente, 16 ans après son dernier titre lors de l'Euro 96. «Le rêve est fini», et l'état de grâce de Joachim Löw aussi.
L'Equipe

L'Italie, comme d'habitude...
Grâce à une performance de très haut niveau, l'Italie a logiquement dominé l'Allemagne (2-1) ce jeudi, pour s'inviter en finale face à l'Espagne. Auteur d'un précieux doublé, Balotelli s'est offert une belle revanche
France Football

Joachim's Löw's Germany condemned to follow famous footsteps
Cesare Prandelli and Italy provide masterclass that means another near miss at a major tournament for Germany
Guardian

Balotelli double fires Italy into final
A touch of star quality from Mario Balotelli plus a familiar mixture of experience and canny defending saw Italy quash a young Germany side 2-1 on Thursday and book a place in the Euro 2012 final against holders Spain.
FourFourTwo

History at stake in star-powered Euro final between Italy, Spain
Spain can become the first country to win three major tournaments in a row
This could be the final major tournament appearance for Xavi and Andrea Pirlo
Late-charging Mario Balotelli needs one more goal to win the Golden Boot award
Sports Illustrated

Davvero sono dei bambini viziati e immaturi?

Doppio Beck
- Prandelli: il coraggio di sfidare la piazza
- Le scelte di Cesare

Gigi Garanzini
L'Italia più bella stende la Germania e vola verso la finale di Kiev
Il Sole 24 Ore

Mario Sconcerti
Stella e solista e l'invenzione del nuovo calcio
E' stata la partita più bella
Corriere della Sera

Processioni devozionali

28 giugno 2012, Roma

L'inutilità del rigore tedesco

Essendo, com'è noto, il calcio metafora della vita, il penalty concesso a Ozil per il mancato rispetto delle regole si è offerto come esemplare tropo della competizione in atto per il dominio dell'area-euro e dell'economia europea.

28 giugno 2012, Stadion Narodowy, Warszawa
Il giocatore simbolo dell'inadeguatezza germanica.
Che porti un numero simbolo (il "10") costituisce ulteriore
offesa per Eupalla e per la storia del football
Quel calcio di rigore ha cambiato il punteggio finale, ma non la sostanza e la forma della partita. E' stato inutile. Del resto, con noi i tedeschi sono destinati a soccombere, quando il confronto si disputa ai massimi livelli; quando ogni risorsa viene gettata nella contesa. Loro hanno, appunto, meno risorse: meno tradizione, meno cultura, hanno minore capacità di adattamento (una semifinale vive di fasi e di equilibri continuamente mutanti); hanno dovuto sin dall'inizio (per paura) mutare il loro assetto, e poi ancora varie volte durante la partita, senza mai ribaltarne l'inerzia. D'altra parte: solo un neonato poteva davvero credere che Podolski ci avrebbe creato problemi (non ci ha fatto nemmeno il solletico; e aveva davanti Balzaretti, non Burgnich o Gentile); solo chi non ha visto il Bayern nelle semifinali e in finale di CL non si è reso conto che Schweinsteiger non sta in piedi e che non è certo uno capace di trascinare la truppa e sollevarne il morale (anzi: è il primo a deprimersi) quando le cose vanno male. Una leadership in campo, si sa, è essenziale per il buon funzionamento di una squadra. Non avendola, si sono smarriti; e anche Gioacchino Manicarrotolata - dopo millanta vittorie contro selezioni di ranking risibile, per un record risibile - ha mostrato lo stesso volto, tra il pietrificato e il rassegnato, la stessa inadeguatezza di condottiero. E' stato incapace di motivare i suoi, che nel secondo tempo hanno attaccato con relativa furia e minima lucidità, offrendosi al nostro contropiede in molteplici occasioni: poteva essere una mattanza storica.

Prandelli dice: "bisogna stare attenti, quando si parla di Italia". E' così. Il repertorio che abbiamo esibito in questo torneo rimane utopia per qualsiasi scuola calcistica: l'abbiamo arricchito grazie alla didattica di Cesare, che ci ha insegnato a condurre tratti di partita attraverso l'inedita (per noi) gestione prolungata della palla. Gestione che ha, naturalmente, l'effetto di spezzare il ritmo del match, di interrompere le inerzie sfavorevoli. Ieri sera abbiamo un po' sofferto nei primi 15', come contro la Benny Hill'S Club band; poi, trovate distanze e posizioni, gli abbiamo nascosto il pallone per sei o sette minuti; fino al primo gol di Mario, esito logico in quel momento della partita. Poi la fase dello schiacciamento nella nostra area e la disponibilità di spazio nella loro metà campo: c'è qualcuno al mondo che può insegnare a noi tempi e movimenti del "contropiede"? O qualcuno che può insegnarci come ci si difende in area di rigore e nei suoi pressi? Ovviamente no. Le nostre risorse calcistiche, già considerevoli, si sono ora solamente accresciute. Sicché il nostro unico problema è, e sempre resterà, la qualità degli interpreti. Per il momento, abbiamo alcune pentavalide e uno che lo può diventare, e che forse ha iniziato a diventarlo proprio al Narodowy.

Balotelli. Finalmente è esploso.Qui fra di noi, almeno io e Azor da anni discutiamo di lui e del fatto che si tratti di un pedatore potenzialmente sensazionale, per la varietà dei colpi, la dirompente fisicità, il talento naturale. Ha detto giustamente, Cesare, dopo la partita: "la sua carriera è appena iniziata". Azzardo un paragone, senza irriverenza. Marco Van Basten aveva due o tre anni più di Mario, nell'europeo dell'88, quando decollò definitivamente. Non aggiungo altro.

Mans

Flop mit uns

28 giugno 2012, Stadion Narodowy, Warszawa
Annichilito dalla bruciante sconfitta,
il capitano della Germania Philipp Lahm prova a nascondere le lacrime.
Di fronte a lui, implacabile, Eupalla 
addita il quarto risultato negativo per i Teutonici nelle sfide che contano contro l'Italia.

Degian

La legge di Mario

Quando ero ragazzo impazzivo per Maradona. Facevo carte false per andarlo a vedere. Percepivo che stavo vivendo un momento storico, avevo l'opportunità di ammirare dal vivo il più grande poeta del pallone di tutti i tempi, colui il quale superava le appartenenze particulari, creando, cibandolo di roba sopraffina, un unico grande consorzio civile: quello dei figli di Eupalla. Nonostante le emozioni irripetibili che quell'uomo mi ha dato e ha dato a milioni di persone in tutto il mondo, c'erano parecchi fenomeni del "giusto" che non mancavano mai di commentare: "si, grande calciatore, ma come uomo...". Come uomo che? Ho sempre sopportato poco questo atteggiamento verso gli altri, siano essi calciatori o fontanieri. Sono livelli che non si intersecano mai e se anche, accidentalmente, si intersecassero personalmente non me ne fregherebbe nulla. Si sa, ci sono persone che, incapaci di aggiustare la propria vita, si occupano di mettere ordine in quella degli altri. Maradona sta al calcio come Michelangelo sta alla scultura, come Einstein sta alla fisica e io ai bucatini alla amatriciana.

E questo che c'entra con ieri? C'entra eccome. Mario Balotelli, dopo aver schiantato la corazzata crucca, ha zittito tutti i moralisti, ignorantissimi di calcio, che ne hanno scritto peste e corna per mesi e mesi, senza mai concentrarsi sull'unica cosa che conta davvero: il suo talento. Ieri, dopo la gara, si è presentato davanti alle telecamere RAI ed è apparso per quello che è: un ragazzo timido, imbarazzato di fronte alle sollecitazioni dei giornalisti, sinceramente commosso quando ha risposto alle domande dei cittadini emiliani colpiti dal terremoto e profondamente umano quando ha parlato della mamma Silvia, presente ieri allo stadio. Di Balotelli, negli ultimi mesi, si è parlato solo per quello che non ci riguarda affatto ovvero che tipo di persona è. E chissenefrega! A me personalmente niente. Ieri ha mostrato a tutti quello che gli amanti del pallone sapevano già: è un fenomeno. Un calciatore potente, scaltro, di una straordinaria intelligenza tattica (rivedersi il movimento sul primo gol, please), che usa le sue armi con eccezionale maestria. Evviva Mario! L'importante è non snaturarlo. Non è un'educanda e non lo sarà mai (per fortuna). Grazie anche oggi a Cesare per averci restituito questa meravigliosa realtà: un gruppo unito, che ci crede perché, come ho scritto all'inizio del torneo, il calcio è un gioco e chi pensa sia un'altra cosa è destinato a soccombere (vero Sblatter?). "Giocare a calcio", non "praticare il calcio" e non "fare calcio". Il lavoro è lavoro e talvolta, anche se il tuo ti piace, può annoiarti. Ma non può essere la regola, altrimenti lo fai male ed è un problema serio. Mario lo sa, lo sapeva in anticipo, prima dei soloni che ne narravano solo le gesta notturne (invidia eh?) e ieri ce lo ha sbattuto in faccia. Lo ha sbattuto in faccia soprattutto ai tedeschi (ormai gli è rimasta solo la psicanalisi). L'atto IV è finito come doveva finire, con una lezione di calcio come raramente si è visto in competizioni di questo livello. La Germania non ha giocato male e per alcuni tratti della gara ci ha messi in difficoltà, ma era la semifinale degli europei e c'era da aspettarselo. Complimenti ai kartoffeln, ma in finale ci andiamo noi!

E ora sotto con i toreador: sarà partita durissima, ma possiamo batterli. Rivivo Spagna 82, una nazionale commovente, esaltante, specchio di un paese che, nella sua parte migliore, non vuole scendere a compromessi con la sua dignità.

28 giugno 2012, Stadion Narodowy, Warszawa
Finalmente! Mario esulta dopo aver bucato Neuer per la prima volta
Perdere la finale sarebbe una bella rottura di scatole, ma non pensiamoci. Anche domenica dovrà prevalere la legge del più forte, la legge di Mario.

Cibali

Mario über alles

Sto invecchiando. Ho come la sensazione (che è una constatazione tra il perplesso e l'attonito) di tendere all'enfatico e al retorico negli ultimi tempi. Ma come fai a simulare disincanto di fronte a questa memorabile cavalcata cui stiamo assistendo, vada come vada alla fine.

28 giugno 2012, Stadion Narodowy, Warszawa
36° minuto
Ieri sera è esploso Mario e chi mi conosce sa che ho sempre creduto in lui come potenziale pentavalida, che ho dissentito sconsolatamente per la sua svendita al City per rafforzare l'Inter di Benitez e far proprio il pregiudizio di Josè Mourinho, che mi hanno dato crescente fastidio le critiche continue a un ragazzo sensibile che si trova gli occhi addossi di tutti i media del mondo 24h24, che quasi tutte le "carrambate" mi hanno fatto sorridere più che indignare. Ieri sera ha abbracciato la mamma a bordo campo incarnando profondamente il senso della sua italianità. Dietro alla faccia da duro si trincera un ragazzo intelligente e sensibilissimo, che ha parenti inghiottiti dalla orrenda fornace di Auschwitz, che paga ogni giorno il razzismo dissimulato di una società isterica e xenofoba e l'invidia che sempre colpisce gli uomini pubblici. "È stata la serata più bella della mia vita" ha detto, con molta semplicità. E diamo a Cesare quel che è di Cesare: lo ha atteso con paterna fiducia e ha avuto ragione, alla fine. Come con Cassano.

I due gol, uno più bello dell'altro, sono già entrati nella storia del calcio italiano (per stare all'orto di casa), e vanno a porsi accanto a quelli di Boninsegna, Burgnich, Riva, Rivera, Rossi, Tardelli, Altobelli, Grosso e Del Piero, nella nostra memoria. Pirlo che nel cerchio di centrocampo "vede" Chiellini avanzato sulla fascia sinistra e lo serve col consueto lancio millimetrico, questi che passa subito la palla poco più avanti a Cassano che fa un movimento difficile da descrivere (tra il dribbling e la "veronica") tra due avversari da cui esce un cross di stupefacente bellezza di sinistro lievemente a rientrare, Mario che 'vede' anche lui dove finirà il pallone, prende il tempo a Badstuber e a Neuer e salta altissimo ad inzuccare al 20°. Sedici minuti dopo, Montolivo raccoglie nella nostra area uno smanacciamento di Buffon, va via palla al piede allargandosi sulla fascia sinistra, alza lo sguardo e vede Mario lanciarsi alle spalle dei due centrali difensivi tedeschi poco oltre il cerchio di centrocampo, e con tempismo effettua un lancio di 40 metri che Mario raccoglie sul piede spalle alla porta, ma questa volta si gira sveltissimo e procede verso la lunetta anticipando la disperata diagonale di Lahm con una bordata impressionante per velocità (125 km/h) e precisione (la palla fa il pelo al palo): Neuer rimane di sale.

Due terrificanti cazzotti sul mento ai tedeschi. E d'altra parte il calcio è una cosa semplice: si gioca in ventidue e alla fine vincono gli italiani.

Azor

28 giugno 2012

Il barbiere di Firenze

27 giugno 2012, Donbass Arena, Donetsk
La variabile impazzita: la traversa di Bruno Alves
Come temevo ora sono acidi, altro che polpo Paul: sono più mestamente un totano ... Da una percentuale di errore del 12,5% sono crollato al 50% per colpa della traversa di Alves che non solo ha impedito a Lara di timbrare l'ultima marchetta ma anche al sottoscritto di proseguire la sua striscia di pronostici. A questo punto Eupalla asseconderà l'esito scontato e annunciato da tempo o valuterà benignamente il nostro percorso di passione ed emozione?

En passant, e in attesa di analisi più meditate: credo che ieri sera abbiamo assistito alla fine dell'incanto metodologico spagnolo. All'improvviso e tutto insieme non ha funzionato nulla dell'impianto di gioco del tiqui-taqua, a fronte ovviamente di un avversario che aveva studiato alla grande le contromosse. Avvisaglie evidenti si erano colte già con l'Italia e - leggo (ma non vidi) - con la Croazia (l'Irlanda è stato un illusorio allenamento, e la Francia implosa nel tribalismo etnico del suo spogliatoio): già nel 2008 e nel 2010 il possesso palla era risultato sterile assai di realizzazioni (un'infinita sequela di risultati "digitali": 1-0-1-0-1-0-1 ...), ma la fluidità della manovra era stata maestosa per lunghi tratti; adesso che gli interpreti sono più stanchi e in fase calante aumentano le prestazioni alterne. La sostituzione del "catedrático del fútbol", come lo definì Maradona, all'87° di ieri sera è il simbolo dello stato assai incerto di salute della pedata roja. La Spagna attuale è avversario di finale abbordabilissimo.

Mentre mi faceva lo scalpo, il barbiere (testimone di nozze di Claudio Merlo e amico stretto di Giancarlo Antognoni) stamane mi ha detto una cosa semplice semplice per la partita di stasera: "ma che scherziamo? Vinciamo di sicuro!". Barba e capelli (e toccatina), dunque ...

Azor

fifty fifty?

Fuori una! La mia prima finalista è stata eliminata ieri sera, ben oltre i demeriti sul campo, dalla stucchevole Spagna di don Andres e compagni. Sarà un caso, ma per la seconda volta consecutiva la Spagna va avanti senza mostrare quella superiorità che l'ha caratterizzata negli ultimi tempi.

Rui Patricio, protagonista ieri sera contro la Spagna

Peccato per il Portogallo, che avevo visto bene anzi, benissimo. Ero convinto che il gioco razionale di Bento, la disposizione in campo degli undici (sempre compatti e alti a ridosso della linea di centrocampo), la completezza di una rosa che di così alto livello  i portoghesi non hanno mai avuto e lo stato di forma crescente di Lara avessero la meglio contro la spenta combriccola del Barmadrid. Questi ultimi, come ho già scritto, mi hanno stufato. Il loro gioco fatto di possesso palla per ottanta minuti in attesa della verticalizzazione è tremendamente noioso. Ha ragione il Cesare nazionale: il futuro del calcio è il calcio giocato, la ricerca dello spettacolo che è sempre direttamente proporzionale a quanto i protagonisti in campo riescono a divertirsi. Ieri sera non si è divertito nessuno. Le due squadre erano contratte, sembrava una partita a scacchi. Alla fine ha vinto la tradizione.

Ottima sorpresa Rui Patricio, classe 1988, portiere dello Sporting Lisbona. Meritava il passaggio del turno questo ragazzo, per la straordinaria parata su Iniesta e per come ha parato il rigore a Alonso.
Dispiace davvero tanto per questi ragazzi che avevano interpretato alla perfezione una partita difficilissima. Hanno corso per 120 minuti, cedendo campo alla superiorità tecnica della Spagna solo nel secondo tempo supplementare.

Avevo pronosticato una finale Italia-Portogallo. Il Portogallo è uscito ieri. Dunque, vogliamo fare fifty-fifty?

Cibali