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15 maggio 2015

Il Gestore e i santoni scornacchiati

Fettine di coppa: ritorno delle semifinali (CL e EL)

Uno parla parla, e chissà se lo ascoltano davvero.
L'altro perde pixel e ha il sopracciglio abbassato
"Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Niccolai in mondovisione”, disse un giorno Manlio Scopigno quando seppe che il suo leggendario stopper sarebbe volato in Messico con la nazionale italiana per giocarvi la Coppa del mondo. Tutto mi sarei aspettato fuorché di vedere Allegri arrivare a una finale di Champions League, pensavo l'altra sera, al triplice fischio di Real-Juventus. Già. Mentre Carletto chiude il suo biennio a Madrid tra i fischi e i fazzoletti del Bernabéu, Maximilano vede proiettata la propria carriera in una dimensione superiore (e di parecchio) a quella che si riteneva possibile per lui. "La Juve di Madrid ha incarnato diverse epoche del pallone italico. Resistente e chiusa come nei bunker trapattoniani degli anni Settanta, rapida e cinica come nei ruggenti Ottanta e insieme moderna nei cambi di modulo (difesa prima a 4, poi a 5, con trequartista e senza) secondo i dettami di Allegri, arrivato davvero oltre Conte e di parecchio. Mentre l'assatanato Antonio era tutto pancia e istinto, talvolta scomposto, il suo successore ha insegnato alla squadra a ragionare, a non avere fretta e a cambiarsi d'abito come Arturo Brachetti, mica per niente un torinese. E la Juve trasformista è davvero una grande maestra di arte varia" (Maurizio Crosetti, La Repubblica: vedi). Sarà. Qui a Milano lo abbiamo visto per anni al lavoro, e continuiamo ad essere scettici. Ora, saggiamente scelto dalla dirigenza juventina dopo l'addio di Conte, ha gestito, amministrato pragmaticamente un undici che non aveva certo bisogno di imparare a stare diversamente in campo; un gruppo bisognoso di relax agonistico, di 'conservazione' e non di 'rivoluzione'. Gente che domina la Serie A giocando la maggior parte delle partite in totale souplesse. Del resto, Allegri ha mostrato difficoltà palesi quando ha dovuto costruire (al Milan, nel secondo e nel terzo anno), meno quando ha potuto gestire (sempre al Milan, il primo anno). Sta applicando alla Juve più o meno lo stesso metodo che adoperò Fabio Capello subentrando a Sacchi sulla panca rossonera. Con intelligenza e furbizia mediatica, non c'è alcun dubbio. Tra gli allenatori, vi è chi ama seminare, chi preferisce specializzarsi nel raccogliere risultati, chi riesce a combinare le due fasi: Allegri sembra ben avviato a essere un campione del secondo tipo.

E comunque sia, va tributato un grande applauso alla Juventus e ai suoi campioni. Grandissimi e grandi e ai loro ultimi giri, come Buffon e Pirlo, Tevez ed Evra; quelli che grandissimi e grandi certamente saranno, come Pogba e Morata, destinati o meno a vivere in bianconero la loro crescita calcistica; e quelli di valore medio-alto (Marchisio, Vidal) e medio (Chiellini, Bonucci, Lichtsteiner). Ci hanno regalato la prospettiva di una serata impreventivabile; una finale, a Berlino, e contro il Barça, er mejo fico der bigonzo. Già sento i giornalisti-opinionisti-ultras antijuventini blaterare sull'esito tennistico della sfida. Mah. Se i catalani ci arriveranno dopo aver coltivato sicumera di vittoria e pensando di dover usare il pallottoliere, faranno la stessa fine del dream team di Cruijff, nel '94, ad Atene. Chi ha buona memoria, sa come andò.

La tenuta da gioco ricorda parecchio quella indossata dall'Italia
nella semifinale mondiale del 2006 [rivedi]

Dunque e in definitiva, le semifinali delle due coppe hanno assai ridimensionato il ruolo taumaturgico di certi allenatori, vincenti per definizione, visionari per vocazione, specialisti di coppa per tradizione. Si è visto il Pep - privo della classe di Robben e Ribery nonché della devastante potenza di Alaba - capace di fare solo un po' di solletico ai suoi ex allievi - sì, ha vinto all'Allianz, ma partendo da un complessivo uno a cinque, quando i catalani hanno iniziato a pensare ad altro attendendo il novantesimo. E Carletto - cui Perez ha sottratto Alonso e Di Maria per far cassa, spendendo i ricavi per James Rodriguez -, senza centrocampisti di ruolo, senza mediani e uno straccio di interditore, e soprattutto senza il signor Modric (un fuoriclasse) a dettare il ritmo, non ha estratto dal cilindro alcun coniglio a sorpresa. Nudo alla meta, Gareth Bale ha mostrato limiti tecnici inaccettabili per uno valutato cento milioni di euro nel folle mercato di questi tempi. E Benitez? Benitez è specializzato nel toppare i primi tempi, rattoppandoli nei secondi (esempio fulgido: la finale di Istanbul); ma nel pantano di Kiev i ronzinoni del Dnipro hanno praticato un calcio di totale ostruzione cui lui (Benitez) non ha trovato rimedi. Si è salvato, dunque, il solo Emery. Ma è stato molto aiutato dalla Viola, che in due partite ha buttato nella spazzatura una quantità impressionante di palloni da gol.

Così, alla fine, avremo le due finali meno pronosticate. Del resto, stiamo parlando di football, e  proprio questo è il suo bello.

Mans

5 maggio 2015

Montagne russe

Oje vita mia

Edenlandia è stato il parco dei divertimenti di varie generazioni di napoletani, una delle primissime strutture del genere in Italia, adiacente alla Mostra d'Oltremare e a poca distanza dallo Stadio San Paolo. Tra le sue attrazioni, ve n'era una che i miei genitori mi hanno vietato per anni, sino a quando non ebbi un'età secondo loro adeguata per utilizzarla: le montagne russe, che effettivamente erano antiquate, con un circuito brevissimo e che davano un'impressione di scarsa sicurezza a differenza di tante altre che nel frattempo erano state costruite [vedi].

Le sensazioni che il Napoli ci sta regalando in quest'anno calcistico sono simili a quella giostra, tra partenza lenta, impennate vertiginose e discese spaventose, continuamente in bilico e a rischio; ritmo che si è confermato tale anche nell'ultimo, intenso periodo, quando si era giunti a pochi punti dal secondo posto occupato dalla Roma e si è inanellata una serie preoccupante di risultati insoddisfacenti che hanno addirittura, per un turno, catapultato la squadra al sesto posto mettendo a rischio persino la qualificazione all'Europa League del prossimo anno.

Insigne, contro la Sampdoria, torna titolare al San Paolo
dopo 4 mesi di infortunio indossando la fascia di capitano
e trova il gol col tiro a giro dopo svariati mesi: lacrime giustificate.

La sconfitta inflitta dalla Roma in campionato e la successiva eliminazione in Coppa Italia ad opera della Lazio sembravano il punto più basso di quest'ultimo periodo, pur avendo giocato contro i due sodalizi romani ottime partite. Successivamente si è passeggiato sulla Fiorentina, col povero Cagliari aggredito dai propri tifosi e con la Sampdoria in campionato, inframezzando uno spettacolare 4 a 1 alla Volkswagen-Arena e un successivo 2 a 2 al San Paolo contro il VfL Wolsburg in Europa League, squadra che sembrava predestinata a giocarsi la vittoria finale insieme con il Sevilla FC. Questa straordinaria serie di partite, giocate bene, ricche di goal, hanno anche mostrato uno stato di forma eccezionale di alcuni giocatori, a partire dal capitano Hamšík (nel frattempo arrivato a 13 reti stagionali, record personale eguagliato da quando è in Italia) e dal ritornato Lorenzo Insigne (dopo 4 mesi di sosta a causa di un infortunio); così i centrocampisti hanno iniziato nuovamente a distribuire palloni dalla mediana con maggiore attenzione e Maggio ha ripreso a correre come un tempo lungo la fascia destra, mentre Callejón ha ritrovato la via del goal e persino Britos sembra tornato ad essere un calciatore e non più lo chef rôtisseur della squadra [vedi].

A sinistra Walter Mazzarri; a destra Walter Mazzarren,
suo cugino emigrato in Germania (in realtà Dieter Hecking,
commissario tecnico del VfL Wolfsburg)

Nel frattempo Benitez non ha rinnovato ancora il contratto, con De Laurentiis che sta adottando un atteggiamento ambiguo: da una parte autoritario, come in occasione del ritiro forzato dopo l'eliminazione in Coppa Italia [vedi] (e bollato come anacronistico dal tecnico spagnolo [vedi]); d'altra parte ha poi offerto un assist al tecnico parlando apertamente di innesti (legati alla qualificazione in Champions League, però) e di un centro giovanile. Alla fine l'incontro c'è stato [vedi] tra due partite nuovamente agli opposti per emozioni: il 4 a 2 rifilato da un Empoli in versione smagliante e il 3 a 0 con cui si è chiusa, con troppe complicazioni, la pratica Milan al San Paolo.

Odi et amo.
Una carezza in un pugno.
Nemiciamici.

A questo punto della stagione, usciti dalla Coppa Italia in semifinale, resta una corsa affannosa in Campionato per raggiungere il terzo posto della Lazio distante 4 punti (e la Roma al secondo a 5) e si gioca la semifinale di Europa League; se nella competizione nazionale le poche possibilità sono offerte da un calendario leggermente favorevole rispetto alle due squadre romane e dall'ultima giornata che prevede lo scontro diretto al San Paolo con la Lazio, nella coppa europea il sorteggio ha messo di nuovo il Napoli di fronte al FK Dnipro. La squadra ucraina è già stata affrontata ai tempi di Mazzarri e, soprattutto, di Cavani [vedi]; avversario tutto sommato più abbordabile rispetto a Fiorentina e Siviglia, si tratta di un sorteggio che insieme alla maestria di Benitez nelle coppe parrebbe rendere il cammino europeo più agevole di quello nazionale. Pronti per un altro giro, ché la giostra è ancora in funzione.

Pope

25 aprile 2015

Viva l'Italia

Fettine di coppa: quarti di CL ed EL 2014-15
Viva l'Italia, l'Italia liberata [70 anni fa ...].
Viva l'Italia, l'Italia che non muore. 
L'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura, 
viva l'Italia, l'Italia che non ha paura. 
Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare, 
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare, 
l'Italia metà giardino e metà galera, 
viva l'Italia, l'Italia tutta intera. 
Viva l'Italia, l'Italia che lavora, 
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora, 
l'Italia metà dovere e metà fortuna, 
viva l'Italia, l'Italia sulla luna. 
viva l'Italia, l'Italia che resiste. 

Sì, sono i brani che mi sono venuti per primi alla mente dopo le serate europee di coppa di questa settimana felice per il nostro calcio così malinconico, metà giardino e metà galera, metà dovere e metà fortuna. Ma ancora una volta che non muore, che non ha paura, che resiste. E' l'Italia sulla luna. L'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura.

16 aprile 2015, Volkswagen-Arena, Wolfsburg
L'urlo dell'espugnatore
A fine agosto, dopo l'eliminazione, meritata, del Napoli dalla Champions League, avevo auspicato che "Benitez, che l'ha già vinta, Mazzarri, che l'ha sempre snobbata, e Montella, che l'ha bene interpretata lo scorso anno, farebbero bene a considerare la possibilità di battersi non tanto per il periglioso terzo posto in Serie A quanto per la vittoria, più prestigiosa e più pesante, della Europa League". E avevo aggiunto: "Il calcio italiano si gioca nell'Europa League di questa stagione una buona fetta del suo futuro. La sensazione è che i suoi protagonisti, tifosi inclusi, non ne siano affatto consapevoli. Ma speriamo di sbagliarci". Mi fa piacere essermi sbagliato. Come mi ero sbagliato a scrivere che "la EL è ormai l'unica coppa alla portata delle squadre italiane. Di questo sarebbe opportuno che se ne facessero per primi una ragione i protagonisti, a cominciare dagli allenatori e dall'ambiente. Uno scenario per nulla remoto è infatti che vi possano retrocedere anche la Juventus e la Roma da febbraio" [vedi]. Ero stato pessimista.

Grazie all'esca dell'ammissione diretta ai playoff di Champions, finalmente i nostri club si sono resi conto che avevano varcato la linea rossa, per ignavia e per ignoranza di come va il mondo (del football). Ancora una volta constatiamo che il nostro è un paese capace di impegnarsi e di ottenere risultati, come avviene, silenziosamente e quotidianamente, in tanti altri campi delle attività umane. E' l'Italia che lavora. Siamo infatti un grande paese, senza consapevolezza. Smemorato di sé, come diceva Carmelo. Un grande paese cui manca la costanza di volerlo essere sempre, ogni giorno. Per cialtroneria, per dirla spiccia. Il rapporto violento di Roma con il calcio ne è lo specchio: la città messa a ferro e fuoco dagli ultras nella notte successiva all'omicidio di Gabriele Sandri, l'11 novembre 2007 [vedi]; le continue "puncicate"; il bivacco batavo in piazza di Spagna per graziosa concessione del cosiddetto questore; l'8 settembre del calcio italiano nella finale di Coppa dello scorso maggio, etc. Dove le autorità, inadeguate e imbelli, appaiono le degne deuteragoniste degli ultras. E' l'Italia da dimenticare.

23 aprile 2015, Stadio "Artemio Franchi", Firenze
Il matador tranquillo
Tra i tanti commenti di queste ore, pochi mi sembrano abbiano rilevato un dato significativo e incoraggiante. Le tre squadre italiane approdate con merito (e un pizzico di fortuna) alle semifinali continentali appartengono a tre club tra i pochi con i conti a posto. La Juventus ha ridotto il deficit da 95,4 a 6,7 milioni di euro nei quattro anni in cui ha vinto tutto in Italia, e si appresta a varcare i 300 milioni di fatturato in questa annata di progressione europea. Un capolavoro gestionale. Il Napoli è in utile da 8 anni, non vanta debiti con le banche, ha aumentato gli stipendi da 66 a 89 milioni, ma anche gli ammortamenti da 39 a 63; per non farsi mancare nulla il suo pittoresco presidente si è pure staccato un assegno da 5,5 milioni ... La Fiorentina è in utile negli ultimi due esercizi, nonostante gli stipendi in crescita da 52 a 60 milioni. E' dunque un caso che tre club con i conti in ordine siano arrivati in fondo in Europa? Può essere. Ma se guardiamo ai bilanci dei club usciti di scena da tempo constatiamo che la Roma presenta un disavanzo di 38 milioni e un debito di 120, e che l'Inter è di fatto fallita: 102 milioni di disavanzo, oltre 200 di debiti, 265 di spese. Dati riportati dalla "Gazzetta" del 5 marzo 2015. A conferma che - alla lunga - la buona gestione è alla base dei buoni risultati sportivi.

Pronostici delle semifinali. Non guarderei alle rose, al blasone, etc. ma agli allenatori, cioè all'esperienza. Che a quelle vette rarefatte fa la differenza. In CL hanno già vinto la coppa Ancelotti e Guardiola e la finale di Berlino potrebbe essere davvero cosa loro. In EL hanno già vinto la coppa  sia Benitez sia Emery. E ho detto tutto.

Azor

19 marzo 2015

Toni foschi

Oje vita mia

Perdendo 2 a 0 domenica sera con l'Hellas Verona il Napoli ha subito la terza sconfitta nelle ultime cinque partite (in cui ha raccolto solo 4 punti sui 15 a disposizione). Le tre sconfitte sono arrivate tutte fuori casa (con Palermo, Torino e Verona), mentre in casa si sono viste una vittoria col Sassuolo e un pareggio con l'Inter; questo cammino incerto ha rallentato la corsa degli azzurri che fino a poco fa erano proiettati verso il secondo posto, facendoli addirittura indietreggiare al quarto a favore della Lazio la quale ha lentamente ma costantemente eroso il divario che la separava da Roma e Napoli, così come hanno fatto anche la Fiorentina e la Sampdoria. A undici giornate dalla fine la lotta per i due posti che garantiscono l'accesso alla Champions League si riapre inaspettatamente a nuove contendenti, principalmente per demerito dei giallorossi e degli azzurri: la Roma ha inanellato una sequenza impressionante di pareggi mentre gli uomini di Benítez, dopo una serie notevole di risultati utili, sembrano ripiombati nella crisi di risultati di inizio anno.
Se contro l'Inter i partenopei hanno giocato 70' di buon calcio facendosi poi rimontare 2 goal nel finale, contro il Verona il Napoli è stato irriconoscibile sin dal primo minuto. Il professore spagnolo attua un sostanzioso ricambio dell'XI in campo, con Mesto terzino destro, Inler (ritornato in forma mentale e fisica ai suoi massimi livelli) accanto a Lopez, in panca Higuain, Callejón e lo spumeggiante Gabbiadini per schierare De Guzman alto a destra, Mertens a sinistra e Zapata al centro. Il Napoli non riesce a imporre il proprio gioco e incassa due reti, una per tempo, dal solito Toni.

Sì, Rafa, hai visto bene: Toni si è girato in area in mezzo a 5 dei tuoi
e con l'anca ha fatto capitombolare Mesto su Andujar per tirare a porta vuota...

Nel complesso ci sono stati segnali positivi solo, come già anticipato, da Inler e pure dal piccolo belga; il resto della squadra è apparso molle, distratto e sempre in ritardo, cumulando numerose imprecisioni anche per passaggi apparentemente semplici, come nel caso del secondo goal, dove il contropiede veronese è innescato da un'incertezza di Lopez.
Un Benítez evidentemente intossicato dalla prestazione dei suoi (ma forse anche dai continui cori ingiuriosi sul suo aspetto fisico da parte del pubblico di casa) decide di mandare in campo il terzetto fino ad allora lasciato in panchina: Callejón per De Guzman è il primo cambio naturale, rigorosamente effettuato intorno al 60'. Il secondo cambio, pochi minuti dopo, dichiara la necessità di recuperare il doppio svantaggio: Higuain entra per Mesto e l'assetto della squadra cambia, con l'esterno spagnolo arretrato a sacrificarsi come terzino e l'argentino a navigare, come si usa dire, tra le linee avversarie, con Hamšík spostato sulla fascia destra. L'ultimo cambio è all'82' e vede Gabbiadini entrare per Hamšík (e ancora una volta il capitano deve cedere la fascia a partita in corso...): il giovane attaccante pare essere in uno stato di grazia sebbene Benítez lo usi col contagocce: impressionante il suo tiro da 40 mentri, praticamente da fermo, potentissimo e preciso tanto quanto inefficace.
Il risultato non cambia e si ha la conferma che il percorso di questo Napoli abbia ripreso l'andamento sinuoso fatto di picchi altissimi e di altrettanti profondi inabissamenti. Molti, in città, suppongono che il mister spagnolo, da asso di coppe quale è, stia puntando all'Europa League più che al secondo (o terzo) posto in Campionato, che garantirebbe l'accesso diretto alla Champions League il prossimo anno. Molti sono convinti che andrà via a fine stagione (al Real Madrid, che si appresta a esonerare Ancelotti per decisione della curva?). La verità, per ora, la conoscono solo Benítez e De Laurentiis e a noi fideles napoletani non resta che sperare.

Pope

4 marzo 2015

Brutta incornata

Oje vita mia

La sconfitta del Napoli in casa del Torino è arrivata proprio quando gli azzurri erano ad un passo dall'agguantare la Roma al secondo posto. Benítez, dopo il ritorno di Europa League contro il Trabzonspor (poco più di un allenamento, forti del 4 a 0 ottenuto all'andata) ha affrontato la partita schierando praticamente la formazione migliore, unica eccezione per il ruolo di esterno offensivo sinistro, affidato a De Guzman, lasciando in panchina Gabbiadini (Insigne infortunato e Mertens squalificato). Mariano Andujar è oramai il titolare tra i pali partenopei.

Nel primo tempo il Napoli non pressa alto, attende i granata nella propria metà campo; atteggiamento che pare incomprensibile e che non porta a nulla di fatto. La squadra allenata da Ventura viene da una striscia di oltre 10 risultati utili consecutivi ed è carica psicologicamente per aver espugnato, prima italiana in assoluto, il San Mamés di Bilbao in Europa League; compatta, densa e attenta, desta qualche preoccupazione col solito amato/odiato (dai tifosi partenopei) Quagliarella e, sulla fascia destra, con Peres ostico ospite di Strinić. Il primo tempo si chiude con poche emozioni e la sensazione di un Napoli incomprensibilmente attendista, quando in molti si auspicavano un assalto alla porta torinese.

Al rientro finalmente il Napoli si scuote e attacca con maggior convinzione pur senza trovare la via del goal né riuscendo a trovare in Hamšík il capitano di cui si ha bisogno in queste situazioni; lo slovacco viene sostituito per l'ennesima volta intorno al 60', costretto a cedere nuovamente la fascia di capitano; un gesto che, ripetuto così di frequente, inizia a destare più di un dubbio sulla effettiva leadership riconosciuta al giocatore da parte di Benítez. Comunque sia, Hamšík esce ed entra Gabbiadini, che occuperà la fascia alta sinistra mentre De Guzman si sposta in posizione di trequartista.

Sbuffi di fatica: sei reti in stagione pesano molto sulle spalle di un difensore.

Pochi minuti e Koulibaly, da centrocampo, effettua un grottesco passaggio all'indietro letteralmente regalando il primo calcio d'angolo al Torino. Il Napoli ne aveva battuti diversi sino ad allora senza un briciolo di idea, applicando sempre lo stesso schema di appoggio corto ad un compagno stazionante nei pressi della lunetta per poi tentare il cross. Il Torino invece è micidiale, grazie ad Albiol che si lascia sfuggire Glik che di testa insacca (ed è la sesta volta quest'anno, cifra quasi irragionevole per un difensore). Siamo al 68' e ci sarebbe tempo per recuperare; il Napoli ci prova, rendendosi pericoloso soprattutto con Gabbiadini, che colpisce anche un palo da tiro libero, lasciando più di qualcuno perplesso sul suo utilizzo parziale, essendo in piena forma e rientrando in molte delle azioni da rete del Napoli nelle ultime uscite, a differenza di Callejón che ha realizzato una sola rete nelle ultime 15 partite (che pure ne aveva fatte 8 nelle prime 10). Gli ingressi di Inler (molti errori) e di Zapata nel finale (rinunciando ad un difensore) non smuovono il risultato: ennesima sconfitta esterna per il Napoli contro una squadra alla sua portata.

Ciò che poi accade nel dopo partita è imbarazzante: Benítez è nervoso e si presenta, come da contratto, ai microfoni delle emittenti sportive ma non offre alcuna dichiarazione, lasciando ai commentatori il dubbio se la sua rabbia sia dovuta più ad un mancato rigore per fallo di mano o ad una mancata espulsione di Quagliarella per un intervento scomposto su Callejón, arrivando ad affermazioni fuori luogo con strascichi fino alla vigilia della delicata semifinale di Coppa Italia [vedi].

Visto il pari rimediato dalla Roma impegnata contro la Juventus, si tratta dell'ennesima occasione sprecata: la Roma allunga, seppur di poco, e si porta a +4, mentre dietro la Lazio (prossima avversaria per la Coppa Italia) si trova a 2 punti e la Fiorentina a 3. E domenica arriva l'Internazionale al San Paolo mentre le due inseguitrici si incroceranno all'Olimpico lunedì.

Pope

27 febbraio 2015

Non è mai troppo tardi

Fettine di coppa: sedicesimi di EL 2014-15 (ritorno)

Alla bella serata di coppa di giovedì sera - bella non solo per il calcio italiano ma in generale - sono mancati solo alcuni colori. Dal De Kuip avremmo preferito che le immagini fossero giunte in bianco e nero, aperte dallo storico stroboscopio dell'Eurovisione e magari introdotte dalla voce chioccia di Bruno Pizzul: da Rotterdam, infatti, giungevano echi di euronotti anni 1970s, da uno stadio di straordinario fascino, col terreno di gioco sodo e zolloso come solo nel nord del continente (memore dei vomeri profondi del sistema curtense), e le file compatte di pubblico (e di lanci di oggetti ne abbiamo visti ben altri, dalle lattine alle rondelle, in quegli anni). Da Bilbao avremmo preferito che le immagini fossero giunte dalla Vecchia Cattedrale abbattuta (per far posto all'ennesimo santuario omologato) e, soprattutto, che il nostro glorioso Toro avesse sfoggiato non un'orrenda t-shirt azzurra, ma la sua storica maglia bianca da trasferta, con scudetto, pantalonicini e calzettoni granata. Peccato, ma prendiamo atto: questo è ormai il tempo del calcio moderno, con i suoi top-player (cui la serata sembra aver aggiunto finalmente anche l'atteso Fredy Alejandro Guarín Vásquez) e il suo calcio da play-station.

Un'immagine che valeva una sigla
Per una sera, però, sono saltate molte delle inibizioni del calcio di plastica, quello che ha impacchettato quasi tutti gli ottavi di Champions, fatta eccezione per la grande lezione imposta a uno dei suoi stocafissi più immarcescibili, Arsène Wenger, da un Monaco corsaro guidato da un nostro vecchio beniamino, João Moutinho, e dalla giovane stella nera su cui aveva posto gli occhi anche l'Inter di Mancini, Geoffrey Kondogbia. I sedicesimi di Europa League ci hanno riportato alle serate di Coppa Uefa del secolo scorso, con partite combattute e dagli esiti imprevedibili. Generose di emozioni sono state, per esempio, Dinamo Kiev - Giungamp (e non tanto per l'ennesima invasione di campo), Borussia Mönchengladbach - Siviglia (forse la più bella con quella di Bilbao), Besiktas - Liverpool e Olympiacos - Dnijpro. Oltre all'exploit delle italiane, questo turno archivia la disfatta delle squadre della Premier: fuori Liverpool e Tottenham (e già si era perso per strada l'Hull), avanza solo l'Everton, mentre in CL sono già fuori l'Arsenal e mezzo fuori il City, mentre ha buone chance, pur tra molte insidie, il solo Chelsea. A conferma che, per fortuna, non contano solo i budget e i fatturati per stabilire le gerarchie agonistiche.

Quanto alle nostre, ci è tornato alla mente - per restare al bianco e nero catodico - il maestro Manzi, che ci ricordava come "Non è mai troppo tardi" per imparare. Per imparare la lezione del calcio europeo. Dopo avere snobbato per quindici anni la Coppa UEFA - e proprio nei giorni in cui il nostro ultimo vincitore, il Parma, è diventato l'emblema del fallimento criminale della classe dirigente del nostro calcio - i nostri club sembrano riaverla presa finalmente sul serio. Ma dal momento che, arpinianamente, non ci annoveriamo tra le "belle gioie" [vedi], non crediamo nemmeno che la resipiscenza sia culturale. Di vile becchime continua a trattarsi, infatti: in una fase critica in cui i bilanci cominciano a saltare come tappi, anche un milioncino di euro, brutto e misero ma immediato, fa gola come una boccata d'ossigeno al posto della canna del gas. E la promessa dei play-off di Champions (bada ben, mica dell'accesso diretto) per il vincitore dell'Ombrelliera rappresenta un balsamo dell'anima per l'angoscioso stato comatoso in cui versano molte presidenze monageriali nostrane.

Un maestro capace di fare immaginare i colori
Volgendomi al "bright side" della serata devo dapprima riconoscere che ero stato troppo pessimista nel commentare l'andata [vedi]. Lasciando da parte l'allenamento partenopeo, meritato dalla grande spedizione in terra turca, e i patemi da pazza Inter (che ha sprecato lo sprecabile e beneficiato di un Celtic ridotto in dieci, sbloccando infine solo grazie a un missile ben temperato del Guaro), tre sono state le vere imprese della serata. Al De Kuip la Roma ha finalmente ritrovato carattere e voglia di vincere, ridando senso alle gerarchie: la seconda della Serie A non può valere meno della terza della Eredivisie, soprattutto se è capace di spendere decine di milioni per Iturbe, Ibarbo e Doumbia. Al Comunale di Firenze la Viola ha scritto la pagina storicamente più pesante della giornata, mostrando come la quinta in classifica della Serie A (con fatturato di 90 milioni di euro) valga quanto se non più della settima della Premier League (che fattura, oltretutto, 215 milioni di euro). Peccato che non sia sceso in campo nemmeno un giocatore di passaporto italiano, ma i meriti di Montella sono indubbi; su 180 minuti ha sofferto solo nei primi 20 al White Hart Lane, ha concesso una sola occasione al "Franchi" (orrendamente sprecata da Soldado); per il resto ha spezzato il ritmo e le linee di passaggio all'XI di Pochettino, ridimensionando anche gli alti lai alzati ad HarryKane, che ha l'aria di essere il solito attaccane inglese (leone in casa, miciotto all'estero).

L'epopea l'ha scritta il Toro, al San Mamés, dove ha preso in mano la partita orientandola spavaldamente fino alla storica espugnazione. Va dato merito dell'impresa a Giampiero Ventura, vecchio artigiano del calcio all'italiana nel suo senso migliore, senza catenacci ma di grande sagacia tattica, che alla vigilia era apparso sereno e fiducioso. Con ragione. Con sei italiani in campo, è l'impresa più nazionale della serata. Il Torino è la decima forza della Serie A attuale ed ha prevalso sulla 12esima della Liga. Anche così si rabbercia il ranking, e soprattutto si ricuce l'autostima perduta dal nostro calcio. La Roma e il Toro dovevano vincere e sono andate a farlo fuori casa senza erigere barricate, ma giocando: secondo tradizione, ma a viso aperto.

Questa sì che era una maglia gloriosa da trasferta
Una delle ragioni della positiva stagione europea dei club italiani risiede anche nella cultura dei tecnici che le guidano: Benitez ha vinto tutte le coppe ed è una garanzia; Mancini ha fatto il visiting professor all'estero e si vede; Garcia viene da vittorie in Francia; Montella è forse il migliore allenatore italiano, con Conte, tra quelli che non hanno ancora allenato all'estero; e Ventura è uno di quei vini che migliorano invecchiando. Nelle annate trascorse i nostri club avevano affrontato l'Europa con dei tecnici provinciali, addestrati a far barricate in trasferta a Reggio e a Trieste ma dimostratisi inadeguati a livello europeo (dai Mazzarri ai Gudolin, dai De Canio ai Rossi, per intenderci). Il passo avanti è evidente.

Basterà a colmare il gap e a far tornare un po' più in alto il nostro calcio? Non è detto. Gli ottavi ci diranno se si è trattato di un fuoco fatuo. Per evitare le violenze tra gli ultras russi e ucraini la regia dell'UEFA ha apparecchiato l'accoppiamento italico peggiore tra Fiorentina e Roma. Ma il resto del programma è da leccarsi i baffi, tra echi storici e opportunità attuali. Ossi duri per le altre italiane, con il vantaggio per Toro e Inter di giocarsi il ritorno in casa contro Zenit e Wolfsbrug, mentre il Napoli prolungherà il suo inverno a Mosca. Ma ricordandoci che stiamo parlando pur sempre della serie B europea. Ad agosto avevo sommessamente fatto notare che "la EL è ormai l'unica coppa alla portata delle squadre italiane" [vedi]. A terra siamo noi con le nostre vergogne ...

Azor

26 febbraio 2015

Il portiere-vajassa

Oje vita mia

Nell'avvicinarsi alla partita casalinga contro il Sassuolo, i tifosi napoletani erano divisi in due gruppi: il primo convinto che Benítez avrebbe confermato Rafael Cabral Barbosa tra i pali, nonostante l'indigesta cassata servita a Palermo dal giovane portiere brasiliano [vedi]; il secondo invece credeva che il tecnico spagnolo avrebbe preferito il maturo Mariano Andújar, che pochi giorni prima aveva difeso la porta degli azzurri nella razzia di Trebisonda. La scelta finale cade sul portiere argentino; il modulo è l'unico che Benítez adotta (4-2-3-1), con David López e Gargano a centrocampo e Gabbiadini e Callejón sugli esterni. In avanti, con Higuain squalificato, spazio per Duván Zapata.

Nel Sassuolo si segnala la presenza di Paolo Cannavaro, per la prima volta da avversario al San Paolo dopo otto anni con la fascia da capitano. L'omaggio dei tifosi è commovente ma Cannavaro esce dopo poco più di venti minuti per un infortunio; standing ovation per l'ex capitano e gli azzurri proseguono con il solito possesso, sin prisa pero sin pausa, ma concedono alcune occasioni agli avversari.

Gli occhi di molti (e anche quelli di chi scrive) sono però spesso puntati su Andújar, anche quando la palla è lontana dalla sua zona: lo si vede sbracciarsi, dare indicazioni ai compagni, incitarli, e maledirli se necessario; una gestualità quasi teatrale (esagerata?), assolutamente in contrasto con la staticità del collega brasiliano. I napoletani, grandi gesticolatori [vedi], apprezzano comunque. Mugugni preoccupati alla prima uscita si trasformano in un applauso sentito: finalmente un portiere che non ha paura di abbandonare l'area piccola!

Un portiere-vajassa è preferito ad un portiere silenzioso,
almeno al San Paolo di Napoli

La partita scivola con lentezza, in un gioco impostato dal Napoli che si difende dai contrattacchi della squadra emiliana. Koulibaly, memore del prezzo pagato dalla squadra nel paio di occasioni in cui ha provato a gestire la sfera, regala almeno tre palloni agli spalti, dando l'impressione di essere intenzionato a spazzare qualsiasi cosa gli capiti a tiro di piede, siano anche polpacci; il messaggio è chiaro, Zaza e Berardi evitano di incidere troppo.

Duván in avanti cerca sempre di far valere la sua mole; buttarla sul fisico con Zapatone non conviene, come capiscono al 61' i difensori sassolesi. La rete che sblocca la partita è una dimostrazione di forza e agilità, con la punta partenopea che tenta più volte il tiro, ribattuto, scivola rialzandosi in un attimo per sganciare un missile dal limite e infilare il povero Consigli. Neanche 10 minuti e lo stesso Duván serve un assist per Hamšík che sigla il due a zero. Si tratta della settima rete per il giocatore slovacco quest'anno, computando tutte le competizioni, perfettamente in linea con la media delle sue annate migliori; un ulteriore indizio di come la crisi di Marekiaro stia sbiadendosi sempre più.

Un fisico bestiale, un cresta mostruosa. E una maglia di jeans...

Da qui in poi la partita si anima solo con l'espulsione di Mertens per un fallo inutile, con una rete mancata da Callejón da una posizione che solitamente lo vede concludere a rete e per una notevole parata di Andújar che fa nuovamente gioire i supporters napoletani come per un goal. Con la vittoria conquistata e la Roma ancora bloccata su un ennesimo pareggio, il secondo posto si trova a soli tre punti; la squadra di Garcia ora deve andare a Rotterdam per riscattare un altro pareggio casalingo col Feyenoord per poi ospitare la Juventus all'Olimpico nel posticipo del lunedì sera, mentre il Napoli ospiterà il Trabzonspor forte del 4 a 0 ottenuto in Turchia per poi essere ospitato dalla squadra operaia guidata da Ventura. La pressione è tutta sui giallorossi, con il Napoli che ha vinto 11 delle ultime 13 partite tra Campionato, Coppa Italia ed Europa League.

Il tabellino dei fuochisti riporta:
  • una dozzina abbondante di fumogeni, uno dei quali, lanciato sulla pista di atletica, è finalmente riuscito a incendiare un telo a copertura del sistema di impianto audio richiedendo l'intervento dei pompieri armati di estintori;
  • due bombe carta lanciate dalla Curva B ma chiaramente rivolti alla tifoseria romanista contro cui si esponeva un beffardo striscione relativo ai fatti di piazza di Spagna.
Pope