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30 settembre 2014

I santoni e le loro idee

Cartoline di stagione: 7° turno 2014-15

Chi ama il beautiful game vive in questi anni un'epoca fortunata: può infatti assistere a un football bellissimo, come raramente si è dato, per intensità e numero di interpreti, nella sua storia. Non parlo ovviamente del calcio italiano, ormai arretrato e periferico, né del calcio dei "top players", che un tempo erano chiamati più semplicemente "campioni" (e ce n'erano anche più di oggi). Mi riferisco a pratiche di gioco che alcune squadre stanno mostrando e hanno mostrato in anni recenti: un'idea di gioco offensivo inverata in più di un XI. Andando à rebours, per esempio, nella stagione scorsa hanno giocato in modo splendido, spettacolare, squadre come il Liverpool di Rodgers e l'Atletico di Simeone; nel 2013 il Borussia di Klopp e il Bayern di Heynckes; nel 2012 l'Athletic di Bielsa e la Juventus di Conte; nel 2011 il Barcellona di Guardiola, per citare solo quelle di vertice. Il recente Mondiale in Brasile si è rivelato probabilmente il più bello di sempre, soprattutto nella prima fase, confermando che i selezionatori delle nazionali avevano recepito le tendenze dettate dalle maggiori squadre di club europee.

La cattedra prediletta da Bielsa nella sua aula marsigliese
Jonathan Wilson ha ascritto questa nuova, grande, stagione del football mondiale soprattutto all'esempio proposto, sin dagli anni 1990s (quelli bui dominati dal difensivismo muscolare e dall'abiura dei giocatori atipici), da due allenatori visionari - Marcelo Bielsa [vedi] e Louis van Gaal [vedi] - le cui idee hanno seminato un nuovo modo di proporre il gioco, più offensivo, più prolifico, raccolto da vari altri loro colleghi. Entrambi non sono stati degli innovatori assoluti, ma degli appassionati e colti interpreti degli assiomi del calcio totale che era stato ideologizzato da Rinus Michels negli anni 1970s, e che aveva avuto un poco conosciuto antecessore in Viktor Maslov [vedi] e poi due grandi interpreti come Valerij Lobanovs'kyj e Arrigo Sacchi. Non la faccio lunga, ma sottolineo solo che non si tratta di una questione di modulo (di 4-3-3 o di altre formule), ma di atteggiamento: giocare un calcio propositivo, dare la caccia alla palla, pressare alto, proporre un movimento continuo dei giocatori e una varietà di opzioni per chi gioca il pallone, giocare di prima, creare lo spazio con il movimento degli attaccanti centrali, etc.

La stagione che è cominciata da un paio di mesi propone Bielsa e Van Gaal alla guida di due squadre di vertice nei rispettivi campionati. Le ambizioni, la storia recente e gli acquisti spropositati del Manchester rendono la messa a punto del nuovo progetto di Re Aloysius [vedi] necessariamente più lenta e accidentata. El Loco, invece, lavora su una scala inferiore, che forse è quella che più gli si confà, alla fin fine: a Marsiglia si è posto alla guida di un gruppo di ragazzi che lo seguono con convinzione. E i risultati cominciano a vedersi, nonostante le frizioni dell'argentino di Rosario con la dirigenza dell'Olympique che gli aveva promesso qualche acquisto di qualità che non è mai arrivato (un po' la stessa storia andata in scena a Napoli tra De Laurentiis e Benitez). Dopo una partenza scoppiettante (3:3 a Bastia e 0:2 dal Montpellier) sono venute sei vittorie consecutive: tre fuori casa (Giungamp 1:0, Evian 3:1, Stade de Reims 5:0) e tre in casa (Nice 4:0, Stade Rennais 3:0 e Saint-Etienne 2:1). Certo, il Marseille deve ancora affrontare le maggiori inseguitrici (Bordeaux, Lille e Paris Saint-Germain) ma l'allure è impetuosa.

La cartolina del week end arriva infatti, dritta filata, da un rinnovato Vélodrome vibrante di passione sugli spalti - con echi "argentini" innestati nel ribollire mediterraneo della tifoseria - e illuminato dal gioco dell'XI guidato da Bielsa. Un gioco semplice, lineare, verticale, veloce, senza fronzoli, senza passaggi orizzontali, senza lanci lunghi, tutto di prima, in un movimento continuo di uomini e linee, che tradisce il frutto di un'intensa didattica bene assimilata da una rosa senza campioni ma non priva di giocatori di qualità, dai più noti Mandanda, Payet, Gignac e Ayew ai più giovani N'Koulou, Dja Djédjé, Imbula e Thauvin ... Tatticamente la squadra gioca con linee a 3, che mutano a 4 a seconda delle fasi di gioco, come detta il modulo prediletto da Bielsa. Difesa a 4 in fase di non possesso, da cui esce sempre in prima battuta sul portatore di palla il centrale N'Koulou. Centrocampo a 4 quando riparte l'azione con due esterni, Romao e Thauvin, che si allargano sulle linee laterali mentre il gioco è proposto in verticale da Imbula e dallo stesso N'Koulou. Attacco a 4 con Gignac centrale, Payet alle spalle e Ayew e Thauvin sulle fasce: ma punte mobili, con Gignac che arretra a dettare il triangolo con i mediani che salgono: domenica scorsa, due gol in fotocopia, di Imbula e Payet, infilatisi al centro nel risucchio prodotto da Gignac. Chi non ha ancora visto questo XI si sintonizzi al più presto: uno spettacolo. La squadra più bella del momento.

Primi piani nitidi e terze linee sfuocate
Un gioco simile lo predica da anni anche Zdeněk Zeman, il santone nostrano: 4-3-3 di base, movimento continuo, transizione veloce della palla in verticale, senza troppi lanci lunghi o tiki taka orizzontali, gioco di prima, triangolazioni in attacco, diagonali estreme in difesa. Un'idea di gioco - per nulla misteriosa: si chiama, pensa un po', "calcio totale" - che in Italia pochi comprendono e tutti sbeffeggiano. In settimana i sedicenti "esperti" e i cosiddetti "opinionisti" avevano inscenato un surreale dibattito sui media: se cioè il calcio di Zeman fosse ancora attuale. Il problema (per loro, non per lui e nemmeno per noi) è che "non sono attuali" gli addetti ai lavori italiani, la cui ignoranza del football che si gioca all'estero è ormai pari al livello modestissimo cui è ridotto l'unico calcio che essi guardano senza cognizione. Domenica pomeriggio, a San Siro, Zeman ha inflitto coi suoi giovani del Cagliari una lezione di gioco al calcio italiano, mostrando cosa significhi avere idee, allenare una squadra, fare didattica. L'avversario era blasonato ma ormai naufragato da un'epoca tramontata che però perdura nelle ataviche convinzioni di molti suoi protagonisti: non solo il modestissimo Walter Mazzarri, ma anche la società che investe su di lui e su giocatori male assemblati, l'ambiente che sopravvaluta come campioni dei mesti ronzini, etc. Da un lato un gioco di squadra - quello che si gioca stabilmente nelle coppe europee (dal cui proscenio i nostri club sono ormai scomparsi) -, dall'altro una trama affidata alle individualità, agli estri estemporanei, drammaticamente priva di idee e di conoscenze. Uno iato culturale di cui i protagonisti non sono nemmeno consapevoli, intenti come appaiono a invocare attenuanti: gli arbitraggi, il turn-over, la sfortuna. Magari fosse così: non saremmo qui a terra, con le nostre vergogne.

Azor

22 settembre 2014

Frank, "el Cuchu" e la nemesi di Marassi

Cartoline di stagione: 6° turno 2014-15

"Frank, sei una vecchia ciabatta, non so cosa farmene di te. Adesso ho Fabregas". Non avrà certo detto questo José Mourinho a Frankie Lampard qualche mese fa, ma c'è qualcuno disposto a scommettere un penny sul fatto che non l'abbia pensato (vedi foto)? E ieri impagabile era l'espressione del portoghese, inquadrato dopo che la vecchia ciabatta, subentrata da poco, aveva scaraventato in rete il pallone di un pareggio che i Citizens strameritavano. Espressione incredula da un lato, scocciata dall'altro. Il vecchio dipendente gli sottraeva la ribalta, impedendogli di vincere more solito una partita di vertice senza giocare a calcio. E il buon Frank è poi andato a raccogliere l'applauso interminabile della South Stand, dov'erano concentrati i supporters ospiti. E' una situazione che capita di rado. Del Chelsea, Lampard è di diritto (e di fatto) una leggenda, e i numeri parlano chiaro: 648 presenze nel club (in tutte le competizioni) e 211 gol. E - si sa - non è un centravanti. Tre titoli nazionali, otto coppe britanniche, una Champions League, un'Europa League. Tutto, o quasi. E' sicuro: la storia di oggi (il gol e gli applausi di tutti) si scolpisce nella infinita storia del calcio inglese; che è forse l'unico a poterne produrre di simili. Su Mou, sul suo atteggiamento nel post-partita [vedi], sul (non) gioco del Chelsea (nonostante l'immensa qualità di cui dispone e che si è vista una sola volta durante il match), stendo un velo pietoso. Vincerà per inerzia molti titoli, quest'anno (cosa che personalmente non mi auguro), ma aumenteranno - nei suoi confronti - le antipatie e il sarcasmo.

E' stato comunque, in Inghilterra, un grande week-end. Bolle di sapone a Boleyn Ground [card] prima della partita - sabato pomeriggio - mentre si alza - appunto - "I’m forever blowing bubbles", inno degli Hammers. Match di cartello, West Ham-Liverpool. Si diceva che i supporters locali fossero stanchi del cattivo gioco offerto dagli uomini di Allardyce negli ultimi due anni; sì, risultati decenti, ma divertimento scarso. Bene, in questa stagione le cose sembra stiano cambiando. I Reds sono annichiliti dai primi dieci minuti di pressing e velocità dei londinesi; sconcertati, incapaci di articolare un discorso di football ancorché minimo. Sterling ignora Balotelli; Gerrard pare un lento tram che sta arrivando finalmente al capolinea; i centrali sono - a dir poco - statuari. Dello spettacolare XI ammirato un anno fa non è rimasto nulla. Rodgers deve ricominciare tutto daccapo: tre sconfitte su cinque partite in Premier sono quasi una sentenza. Peccato.

Jamie Vardie: una giornata particolare
Domenica pomeriggio, a Leicester, eccoli in campo tutti insieme: Falcao e Van Persie, Rooney e Di Maria. La batteria dei galli da combattimento di Luigi Van Gaal. I quattro confezionano due marcature di altissimo pregio, e a meno di mezz'ora dalla fine lo United è avanti di due gol. Riesce a incassarne quattro, e a perdere la partita. Il velo pietoso, stavolta, va steso sul reparto difensivo dei Red Devils: semplicemente osceno. Anche quelli che erano a Filbert Way ricorderanno a lungo questa partita, e la prestazione sopra le righe di due pedatori che più lontani (in tutto) non potrebbero essere: Esteban Cambiasso (ecco dov'era finito!) e soprattutto Jamie Vardie, ormai ventisettenne, nato a Sheffield, e arrivato ai Foxies solo due anni fa, dopo una vita trascorsa sui campi delle divisioni inferiori. El Cuchu ha ciabattato da par suo il gol del tre a tre, l'altro ha corso indemoniato per novanta minuti, segnando, servendo assist e quant'altro; the game of his life, senza dubbio.

Anche altrove si è giocato a pallone. Bisogna ammettere che, quando i suoi satanassi sono in vena, il Real è davvero un luna-park. Otto reti al Riazor, mai così tanti in trasferta nella sua storia in Liga, perle meravigliose offerte da Cristiano, da James, da Bale. Carletto ha il problema di abituare Kroos (uno che era nato trequartista) a fare il centromediano, e deve trovare il modo di far rendere James al meglio per la squadra, avendo il colombiano passo ben diverso da quello di Ángel Di Maria. Sicuramente, essendo tosto e testardo, ci riuscirà, in fondo ha dovuto risolvere problemi assai più complicati nei suoi ormai lunghi anni in panca ...

Il sabato si era concluso al Meazza. Strapieno di spettatori paganti e non abbonati, venuti per vedere Milan-Juventus. Si sperava in un match spettacolare ed equilibrato. Si è vista la classica partita di Serie A, un lento muoversi di uomini e di idee sulla scacchiera; partita - come si suol dire - tatticamente bloccata, e piena di falli (appunto) tattici. A bassissimo tasso di godimento per il pubblico - anche quello non abbonato e non pagante, già. Hanno vinto i bianconeri, secondo logica: superiori non tatticamente, ma certamente nella qualità complessiva dei singoli e dominanti sotto l'aspetto fisico. Magnifica la doppia giocata di Tevez in occasione del gol. Impressione volante: quando (e se) Allegri (uomo e allenatore per nulla geniale, anzi) scioglierà le briglie a Pogba, la Juve farà il salto di qualità che deve fare, forse anche in Europa; il suo reparto di mezzo, a ben guardare (con e senza ma soprattutto - in prospettiva - senza Pirlo), è ben assortito e nulla ha da invidiare a quelli dei grandi club stranieri.

La Serie A ha poi esaurito il suo programma tra il primo, il secondo, il terzo pomeriggio e la prima serata di domenica. Si è visto davvero poco. Da ricordare, tuttavia, la sconfitta della Lazio a Marassi, maturata sul finale di partita: gli sprechi dei biancocelesti nel primo tempo sono inauditi - almeno dieci occasioni limpide, ben riasssunte da un inciampo sulla propria corsa di Felipe Anderson, solo in area di rigore. Si sa come vanno le cose. Nemesi puntuale. "Ha prevalso il fattore imponderabile", deve aver pensato Claudius Lotitus.

Mans

24 maggio 2014

Bellezze di stagione

Cartoline di stagione: bilanci 2013-14

Ancora qualche considerazione sulla stagione agonistica europea in via di conclusione, in attesa di commentare l'ultimo atto che andrà in scena questa sera sull'estremo lembo atlantico del continente. Detto dello iato culturale e di competitività, prima ancora che di risorse economiche, scavato dalla Premier e dalla Liga rispetto agli altri campionati [vedi], il commento può volgersi agli aspetti estetici e tecnici, per fissare nella memoria alcuni tasselli di una bella annata.

1 | Le squadre

Mai così belli
Se avessi a disposizione una sola opzione per indicare la squadra più bella della stagione non avrei esitazione a scegliere il Liverpool, così come lo scorso anno avrei detto Borussia Dortmund e due anni fa Athletic Bilbao. Partenze così vibranti e determinate come quelle dei Reds ne abbiamo viste poche nella storia del football: uno spettacolo impressionante di potenza e determinazione, centrato sul terzetto di attaccanti in stato di grazia e ben sostenuto da una mediana orientata al passaggio rapido in profondità. Certo, il titolo della Premier è sfuggito per alcuni errori nelle retrovie, dove Gerrard ha giocato una delle stagioni più belle della sua carriera nel ruolo di metodista: al suo scivolone fatale molti addebitano la mancata vittoria finale, ma sono state soprattutto le incertezze e le lacune della linea difensiva a pesare alla lunga. Resta il ricordo di partite memorabili.

Al pari di molte di quelle giocate dall'Atletico Madrid, non solo in campionato ma anche, a differenza del Liverpool, in Champions League. I Colchoneros praticano da anni con il Cholo un tipo di gioco più compatto, più attendista, ma di grande pressing (a tre su portatore di palla e su linee di passaggio) e di feroce determinazione. Con altri interpreti (soprattutto qualitativi), il modello più evidente a me sembra il Milan di Sacchi: curioso che quasi nessuno abbia colto le analogie. Con Diego Costa hanno trovato un guerriero a lungo implacabile, ma le ultime settimane hanno dimostrato che, lui assente o a mezzo servizio, la "squadra" è in grado di essere ugualmente letale. Se il Liverpool ha risolto molte partite nei primi venti minuti, l'Atletico ha mostrato la capacità di aggredire compatta e di impossessarsi della metà campo avversaria per tratti di gioco lungo tutto l'arco del match, anche a cavallo tra i due tempi. Una duttilità tattica e agonistica avanzata.

Tutte le altre squadre di vertice hanno giocato bene solo per alcuni periodi della stagione. Penso all'Arsenal fino a Natale, alla Roma fino all'infortunio di Totti, al Bayern fino alla precoce conquista della Bundesliga. Più affidati alle individualità mi sono parsi gli impianti di gioco del Real, del City, del Napoli, della stessa Juventus. Raramente convincente sul piano estetico il PSG. Certamente inferiori alle attese le annate del Borussia (martoriato dagli infortuni), della Fiorentina (priva troppo a lungo delle sue punte), del Manchester United (collassato dopo la lunga "tensione" del regno di sir Alex) e ovviamente del Barcellona (capace però di riaccendere a tratti la sua antica e stupefacente bellezza). Qualche rara bella partita l'ha giocata anche il Chelsea, come anche - a spiccioli di memoria - l'Everton, il Southampton, l'Ajax, l'Olympiacos. Non pervenute, ahinoi, le milanesi.

Ma è stata, complessivamente, una bella stagione di calcio giocato, come peraltro accade da qualche anno a questa parte dopo la rivoluzione barcellonista e l'imporsi del Bielsa pensiero. Ma su questo, magari, ritorneremo con più agio.

2 | Gli allenatori

Da vero hidalgo il Cholo ha sempre indossato
il colore della distinzione nobiliare
Nel luglio scorso la stagione si prospettava come quella della grande smazzata di nuovi tecnici su moltissime panchine [vedi]. Qualcosa che quest'anno non sembra annunciarsi nella stessa misura. Le sfide più interessanti mi sembravano quelle di Guardiola, di Martino, di Benitez e di Pellegrini. Nessuno ha convinto appieno, per motivi diversi: il Tata ha fallito e ha signorilmente lasciato (un comportamento per bene quanto inconsueto); El Ingeniero e Rafa hanno vinto il possibile ma poco: il Pep ha vinto moltissimo ma non il trofeo più prestigioso, dal quale la sua aura è uscita anzi un po' appannata.

Il minimo sindacale hanno ottenuto Blanc e Conte, roboanti vincitori di campionati "non allenanti". Nota bene: in Serie A i punti di distacco tra la prima e l'ultima sono stati 77, in Francia 66, in Spagna e Germania 65, in Inghilterra 56. E poi c'è ancora qualche bella gioia che continua a dire (cioè a credere) che quello italiano sia il campionato tatticamente più difficile. Una barzelletta. Credo che la Juventus avrebbe qualche problema in più che al Mapei o al Dall'Ara se dovesse recarsi a giocare al Selhurst Park o al "Manuel Martínez Valero" ...

La finale di Champions potrebbe consacrare la stagione di Ancelotti ma anche costargli il posto, data l'inconcludente fanfaronaggine di Florentino Perez, uno capace di cacciare un santone come Vicente del Bosque - che aveva vinto in quattro stagioni due campionati (2001 e 2003), una supercoppa di Spagna (2001), due Champions League (2000 e 2002), una supercoppa UEFA (2002) e una coppa Intercontinentale (2002) - con la motivazione che il suo stile di gioco era "más bien clásico, muy tradicional: buscamos algo más moderno" [vedi]. Una sorta di anatema boomerang, iettatorio ...

La palma di migliore allenatore della stagione va certamente a Simeone, vinca o non vinca la coppa dalle grandi orecchie. Non ha invece ottenuto quello che meritava Rodgers, mentre la prestigiosa FA Cup ha salvato la faccia a Wenger. Klopp ha vinto una coppa battendo il Bayern a inizio stagione e quando aveva a disposizione l'intero organico. Un cenno di lode va dato a Garcia, anche se la seconda parte dell'annata è stata inferiore alle novità proposte nella prima e il finale deludente. Fallimentari certamente le stagioni di Martino, di Moyes e di Mourinho, viste le rose a disposizione.

Angolino tattico: poche le innovazioni di gioco. La sperimentazione più interessante è quella proposta da Brendan Rodgers: un mix di possesso palla che si sviluppa in orizzontale nella propria metà campo (trenta metri più indietro di dove lo portava il Barcellona di Guardiola, per intenderci) muovendo dal portiere, e di verticalizzazioni profonde, fondate sulla proposizione degli attaccanti, ad alternare il passaggio rasoterra al lancio lungo a incrociare il fronte di gioco e a “spettinare” (come ama dire Condò) la difesa avversaria. Se vogliamo, un impianto che si avvicina a quello del Bayern di Jupp Heynckes, che sfruttava però le caratteristiche diverse degli attaccanti esterni, portatori di palla e non cursori nello spazio, e che fraseggiava meno in orizzontale.

3 | I giocatori

Caratteraccio, ma grande condottiero: capace spesso di immolarsi da solo
Qui siamo all'angolino ludico, il più personale e pertanto il più opinabile. Molti i giocatori lucenti in periodi più o meno lunghi della stagione. Tra i portieri, su tutti, Courtois, impressionante se si pensa all'età. Tra i difensori non finisce di stupirmi Alaba, che purtroppo non vedremo ai mondiali; ottimo il sempiterno Dani Alves, così come anche la coppia dei due centrali dell'Atletico, Godin e Miranda (che si sono giovati della grande copertura della mediana) e Kompany; bene anche Benatia, che ha seguito però la flessione della Roma; immarcescibile Maxwell; su standard alti Sergio Ramos (con qualche cappellata) e Thiago Silva.

Tra i centrocampisti, su tutti, Yaya Touré: immenso. Modric mai così continuo in una posizione in campo finalmente più appropriata, e Di Maria, arretrato sagacemente da Carletto; Griezmann (che magari il grande pubblico “scoprirà” ai mondiali) e Barkley tra i cursori di fascia sinistra; Ramsey e Wilshere tra gli incursori sull’altra sponda; Pogba, Thiago Motta, Verratti e Kroos tra i mastini centrali di qualità; Pjanić e Reus a ridosso della prima linea. Tra gli attaccanti il trio del Liverpool, innanzitutto: Sterling, Sturridge e Suarez (quest’ultimo una buona spanna sopra agli altri ovviamente); Hazard e Immobile tra i più giovani; Ibra e Cristiano tra i vecchi santoni (annata la più bella e convincente, finalmente, per entrambi); Silva per gli arabeschi e Dzeko per la sicurezza del tratto, pesante; Diego Costa per l’impressione destata. Under: a sprazzi hanno lasciato intravvedere grandi potenzialità Januzaj, Kovacic, Deulofeu e … Scuffet.

Sempre sia lodata Eupalla!

Azor

21 aprile 2014

Unbelievable performance

Cartoline di stagione: 37° turno 2013-14

57.090: è il numero di coloro che non hanno disertato Camp Nou (card) la sera in cui tutto poteva o sembrava poter essere irrimediabilmente perduto. Già: un Barça aggrappato alla Liga solo in virtù dell'aritmetica (ma non si sa mai) è abbandonato dal suo pubblico, abituato a fasti eccessivi (di gioco e di vittorie), indisponibile a una pur lussuosa normalità. Intendiamoci: con 57.090 spettatori paganti si riempiono ormai quasi tutti gli stadi del mondo; ma qui il colpo d'occhio sembra immiserire il match al rango di un'amichevole senza significato. Significato che poi, invece, ha avuto eccome. I blaugrana sono sfilacciati, a tratti senz'anima, a tratti si direbbe persino che - colpiti da inspiegabile analfabetismo pedatorio - non sappiano più cosa fare quando hanno il pallone, vanno nel panico quando l'avversario (l'ottimo Atletico di Bilbao) alza la pressione. Sprecano occasioni enormi (e ogni volta il Tata silenziosamente impreca, si gira e si allontana, sembra se ne voglia andare definitivamente - ma poi torna), vanno sott'acqua, riemergono all'improvviso. Regalano emozioni, sempre e comunque.

Dove c'è lui ci sono sempre teste calde. Persino Ivanovic è perplesso
In Inghilterra è stato un week-end forse decisivo. Il Chelsea perde in casa. Non era mai accaduto, con Mou in panca. Perde sabato contro l'ultima in classifica, il Sunderland di Gustavo Poyet, un nome che a Stamford evoca buoni e non antichi ricordi. I Blues riescono addirittura a farsi rimontare. "Unbelievable performance", ironizza José nel post-partita. Stavolta non si riferisce ai suoi (o agli avversari) ma al referee. Alla fantastica prestazione (parole sue) di Mike Dean, 'incredibilmente' designato da Mike Riley per dirigere il Chelsea in una circostanza così delicata. Dean ha il torto di assegnare un penalty inesistente ai Black Cats (di questi tempi, un nick quanto mai appropriato, come sanno anche al City); ma che fosse un regalo lo si capisce solo (e come al solito) rivedendo l'azione da un punto di vista diverso da quello dell'arbitro. Come al solito, spropositati gli isterismi del roster e il sarcasmo dello sfasciacarrozze. D'altra parte, se presti Lukaku e ti ritrovi con Torres e Demba Ba (inenarrabile cosa quest'ultimo abbia scialacquato sottoporta: c'era da aspettarselo, dopo la surreale traiettoria accompagnata da Eupalla a silurare il PSG) perché hai dato in prestito Lukaku; se ti trovi a dover schierare tra i pali l'arrugginito ultraquarantenne Mark Schwarzer perché hai dato in prestito Courtois, significa che pretendi troppo anche dal tuo inimitabile deretano.

Satanassi di oggi e (probabilmente) di domani
L'occasione per allungare è dunque ghiottissima per il Liverpool, atteso di domenica a Norwich da gente altrettanto bisognosa di punti. L'avvio dei Reds è come al solito irresistibile. Ispiratissimo Sterling, il ragazzino che rade al suolo il lato sinistro del campo: in dieci minuti, ha fiondato un pallone imparabile e servito un assist sontuoso al bestiale uruguagio. Si ripeterà nel secondo tempo con una fenomenale e fortunata incursione solitaria. Ma sarà sofferenza sino alla fine; ciò non toglie che, se vi è un XI che merita senza discussione di vincere la Premier League quest'anno, per la freschezza e la qualità del gioco d'offesa esibite, è senza alcun dubbio il glorioso Liverpool, in astinenza da quasi mezzo secolo: non accadesse, sarebbe una di quelle clamorose ingiustizie che spesso il football regala per incrementare il proprio fascino.  Il 'realismo magico' di Rodgers è riconosciuto con entusiasmo dal vecchio capitano Steve. Non che vi siano in rosa solo ronzini (tali erano molti di quelli con cui Brendan fece miracoli a Swansea); in un anno tuttavia, sono migliorati tantissimo. Nessuno li considerava, ma sarà bello vederli l'anno prossimo ancora e finalmente sulla maggiore scena europea.

Mans

10 febbraio 2014

Quei terrificanti venti, rossi, minuti

Cartoline di stagione: 28° turno 2013-14

8 febbraio 2014, Anfield, Liverpool
L'orda rossa ha appena finito di squassare gli imbelli Gunners
Le foto di un match memorabile
Week end intensissimo e probabilmente decisivo per le sorti finali di più di un campionato. La cartolina non può arrivare che dall'Anfield [card], dove l'Arsenal ha perso la testa, travolto nei primi minuti da 4 reti e un palo: un annichilimento con pochi eguali nella storia del calcio di alto livello. Venti terrificanti minuti che hanno schiantato senza scampo, anzi senza reazione alcuna, la squadra guidata da Arsène Wenger, evidenziandone le non risolte fragilità di fondo, che nemmeno le belle prestazioni che l'avevano proiettata in cima alla Premier dopo molti anni avevano dissipato [vedi]. Difficile immaginare che una squadra che ha perso anche con l'attuale United (0:1), con il City (3:6) e pareggiato (in casa: 0:0) con il Chelsea, possa davvero ambire a vincere la Premier.

Il Liverpool era uscito ammaccato e ridimensionato dai turni natalizi (dove aveva buscato 2:1 sia dal City, con qualche svista arbitrale, sia dal Chelsea [vedi]). Ora rialza la testa. Ne va dato merito a Brendan Rodgers, giovane allenatore nordirlandese in continua crescita. Per scelta ideologica appartiene al Bielsa side, ed è cresciuto a pane e tiki-taka in salsa gallese con lo Swansea. A Liverpool ha mostrato un positivo senso pragmatico, migliorando partita dopo partita l'assetto tattico, fondandolo sulle caratteristiche dei giocatori. Il gioco parte sempre da dietro, dal portiere, palla a terra, ma sfrutta le verticalizzazioni che offrono frecce come Suarez, Sturridge, Sterling e il perlaceo Coutinho (ennesimo giovane immolato sull'altare della vecchia guardia argentina nerazzurra). Il progetto attuale è l'adattamento a centro mediano di Gerrard per conferirgli un sontuoso finale di carriera in una via di mezzo tra Xavi Alonso e Pirlo. Insomma, un affascinante laboratorio di idee e di uomini. Tutto da seguire.

Per il resto, i postumi del Monday Night si sono appalesati tutti: il City di nuovo in bianco, ma stavolta a Norwich; il Chelsea rinvigorito da Matic e dalla fioritura definitiva di un campione che si annuncia epocale come Hazard. Scendendo di latitudine, anche l'Atletico, come l'Arsenal, conferma quella sensazione di non compiutezza che avevamo rilevato da qualche turno [vedi]. A goderne è il Real, tornato in testa alla Liga senza isterismi. Tutto riaperto dunque, in apparenza, nei due campionati più appassionanti. La sensazione, a questa ora, è che alla fine possano prevalere le squadre guidate dai due allenatori migliori del mazzo, Carletto nostro e José, abituati più degli altri a navigare in acque mosse. Tutto finito invece anche in Ligue 1 (dove il Monaco vorrebbe ma non può), come già da tempo in Bundeliga e in Serie A. Con la differenza che mentre Bayern e PSG potranno dedicarsi alla Champions, la Juventus subirà la coazione a vincere la coppa di consolazione nel proprio Stadium. Una prospettiva non preventivata a inizio stagione.

Azor