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29 maggio 2016

L'ultimo della lista

Fettine di Coppa: la finale di Champions

Come al solito, la sua esultanza è solitaria
E' stato di gran lunga il peggiore in campo - Torres, perlomeno, ha procurato ai suoi un calcio di rigore -, ma poi era l'ultimo nella lista e ha avuto la fortuna di calciare il penalty decisivo. Un'esecuzione perfetta (peraltro Oblak non era riuscito nemmeno a sfiorare l'ipotesi di una parata su quelli precedenti), e così lui può prendersi il centro della scena, dopo che per centoventi minuti e rotti era stato semplicemente ridicolo. Ridicolo il gol del due a zero che si mangiava cercando una giocata da far venire giù lo stadio. Ridicoli alcuni stop mancati su palloni alti (non altissimi) e lunghi (non lunghissimi), roba da giocatorini di periferia. 

Naturalmente, ogni errore veniva giustificato da chissà quali malanni: non si sa appunto quali, ma il telecronista italiano non ha fatto che sottolineare la precaria condizione di Cristiano. "Zoppica vistosamente", "non sta bene", è al "cinquanta", al "quaranta", al "trenta" per cento. "Cammina". Un corno. Quando Benzema si è lanciato in contropiede verso lo spreco, Cristiano ha prodotto una corsa di sessanta metri a cento all'ora, sperando di andare a raccogliere un assist o una respinta del portiere, una palla sporca, un rimbalzo fortunato. Uno sprint di quel tipo nessun atleta al mondo condizionato da guai muscolari se lo potrebbe permettere. O forse - ed è la vulgata preferita dai media e dagli sponsor - lui è un atleta davvero bionico.

Il penalty storico

Così, oggi, sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo c'è lui. Lui, che era scomparso dalle partite di CL dopo il ritorno dei quarti al Bernabéu, tre gol facili facili al povero Wolfsburg. Questa, alla fine, la distribuzione delle sue abbuffate: cinque reti allo Shakhtar nel girone preliminare; sei al Malmö nel girone preliminare; nessuno al PSG nel girone preliminare. Due alla derelitta Roma negli ottavi, tre al Wolfsburg nei quarti, come già detto; nessuno al City in semifinale. Nessuno in finale. Tre soli gol decisivi in una stagione e tutti nella stessa partita, insieme al penalty di San Siro (che però resterà escluso dalle sue fenomenali statistiche).

Bilancio del Real: quattordici finali disputate nella maggiore competizione d'Europa, e undici vinte. Spesso grazie ai buoni auspici di Eupalla e ad arbitraggi tutt'altro che sfavorevoli, pur se onestamente condotti - come ieri sera: il gol di Ramos era in fuorigioco; ai Blancos è stato risparmiato almeno un rosso (Ramos), forse due (Pepe), e manca un altro enorme rigore all'Atlético. Bilancio dell'Atlético: tre finali di Coppa dei campioni, tutte e tre buttate nella spazzatura. Per demeriti propri, in parte. Come che sia: destino ingrato.

I Colchoneros si caricano per l'ultimo inutile assalto alla coppa

I super-club continuano a dominare la scena, non sembra esserci più spazio in Europa per le outsider. Al massimo raggiungono la finale - l'Atlético due volte, la Juve un anno fa, il Dortmund tre anni fa. Oltre, non vanno. L'albo d'oro sta diventando un catalogo celebrativo della smodata ricchezza: Bayern, Real, Barcellona, Real l'ultima sequenza. Prima o poi torneranno anche le inglesi, e prima o poi arriverà anche il PSG. Si dica quel che si vuole: la Coppa dei campioni aveva un fascino calcisticamente superiore. Questa coppa è soprattutto spettacolo televisivo. Tante partite inutili a introdurre un finale che è sempre più scontato, nonostante tutto. E che porta ulteriore risorse a chi ne ha già in sovrabbondanza.


2 aprile 2016

L'onta


Dopo un'ora di gioco e di non entusiasmante spettacolo, el Clásico sembrava avviato verso il suo naturale e atteso epilogo. Inzuccando su corner, Piquet inneggiava alla libertà della Catalunya, riavvolgendo il Madrid nel suo spleen stagionale. 

In effetti, s'era giocato un primo tempo parecchio inconcludente, dall'una e dall'altra parte, ma soprattutto dall'una, quella blaugrana. Lenti palleggi e trequarti intasata, nessuno dei tre tenori in serata di grande vena; qualche tentativo del Real di ripartire in contropiede, ma con poca voglia di esporsi a sua volta. In fondo, veniva da pensare, al Barça un pari può anche star bene. Per la classifica, e perché martedì ci sarà una sfida di uguale intensità agonistica ma - al momento - di maggiore importanza. La Liga è in cassaforte o quasi, tanto vale non rischiare il fiato e le gambe.

Un primo tempo da Clásico di transizione, ravvivato dall'ovvio minuto di applausi per Cruijff, acceso dall'arbitro con qualche giallo sventolato sotto il naso dei soliti noti - i Ramos e i Suarez -, e gli unici davvero eccitati erano i 100.000 di Camp Nou. Veniva da pensare che, dopo tempo immemorabile, potesse finire zero a zero. Non capita dal 2002, si sa. E dunque, prima o poi, deve ricapitare.

E' Gareth Bale, ma indubbiamente ricorda la gif di John Travolta che
impazza sui social
Ma esistono solo Clásicos inolvidables, da parecchi anni, per obbligo e definizione. E perciò nel secondo tempo accade di tutto. Anzi, nell'ultima mezz'ora. Prima il pari - di prepotenza, da centravanti old style, alla Boninsegna - firmato da Benzema. Poi la sostituzione di Rakitic (in riserva?) con Arda Turan: mossa che spalanca al Real le porte della città. Zidane ha la faccia di uno che ci crede ancora. E infatti: due a uno, incornata di Bale. Gol. Annullato: inspiegabilmente, scandalosamente. Logico, al Bernabéu qualsiasi arbitro l'avrebbe convalidato; a Camp Nou vigono regole diverse. Le regole di Camp Nou e del Bernabéu sono diverse da quelle che in vigore negli altri stadi del mondo, e a qualsiasi squadra ospite, a Camp Nou o al Bernabéu, un gol così sarebbe stato annullato. Ma non basta. Passa un minuto e puntuale arriva l'espulsione (un classico del Clásico) di Sergio Ramos. Pensi che a quel punto e nonostante manchino dieci minuti e anche meno le cose torneranno nel loro solco, che i Blancos ricadranno nel loro spleen e che il finale sarà un altro glorioso trionfo della Catalunya. Già immagini i canti e le lacrime e le dediche. E invece no. Tutto il contrario. Cristiano, che durante la partita si era soprattutto esercitato nell'arte di dribblare se stesso, finalmente indovina un gesto di alto contenuto tecnico: stop a superare l'avversario e palla bassa, velenosa e difficile da prendere per uno bravo, anche per Bravo. 


Sicché, in dieci contro undici, in rimonta, il Real vince una partita che nessuno (escluso Zizou) riteneva potesse vincere. Un'onta, per il Barça, nella prima notte in cui il fondatore lo guardava giocare dalle nuvole. Un'onta e un campanello d'allarme. Da non sottovalutare. Gioco lento, motore ingolfato. Poca benzina, forse. Così, nel silenzio indispettito e surreale di Camp Nou, dopo il triplice fischio, qualcuno sente già da lontano il rumore dei cavalli del Cholo. Arriveranno fra qualche giorno e sarà una battaglia crudele.

mans

1 ottobre 2015

Gli staffettisti giallorossi e l'ingordigia di Lara Croft

Fettine di Coppa: fase a gironi (2° turno)

Come già il primo, anche il secondo turno dei campionatini di CL è stato discretamente godibile. Il divertimento, del resto, è proporzionale all'incertezza delle partite - e sono state quasi tutte incerte, alcune ribaltate, altre quasi -, e di conseguenza a quella delle classifiche nei singoli gironi. Vi sono club che avevano prenotato o quasi un posto negli ottavi già prima di iniziare a giocare, e che ora dovranno sudare per conquistarlo.

I colori delle maglie del City e del Borussia
sono l'unica nota stonata di una bella partita

Le inglesi, per esempio. Tutte. Ieri - dopo il bagno di martedì - si sono salvate, sul filo di lana e rischiando l'osso del collo. E' un tema, è un tema attuale, è un trend, se continuerà occorreranno approfondite analisi da parte degli osservatori d'Oltremanica. Per ora, rileviamo solo come quel che spendono sul mercato le due di Manchester (soprattutto i Citizens: 135 mln di saldo negativo; solo 32 lo United) sia sufficiente per tenerle al vertice in Premier; non in Europa. Club di blasone minore sono in grado di tener loro agevolmente testa. Lo stesso vale anche per l'Arsenal, tendenzialmente meno 'spendaccione' (14 mln di saldo, negativo s'intende). Un XI esperto come quello dell'Olympiakos, dominante da anni nel campionato greco, sempre presente nella fase a gironi di CL, può tranquillamente pensare di fare la voce grossa all'Emirates e portare a casa i tre punti. Quanto al Chelsea (meno 23 mln sul mercato), un conto è giocare contro i cestisti del Maccabi, un altro vedersela con il Porto ...

Delle nostre, convincente e autorevole la Juve. Restituita al modulo-Conte - cioè al suo autentico imprinting epocale -, recupera Khedira e domina il Siviglia. Allegri farebbe bene a lasciare le cose come sono state per anni, non sarà lui a poter dare un'impronta alla squadra. Solo se non tocca nulla, le cose possono andare ancora bene per Nostra Signora. Se invece pretende di innovare, se vuole convincersi (e convincere) d'aver delle idee, di possedere un 'pensiero' calcistico, rischia la panca e quella credibilità che si è guadagnata negli anni senza meriti particolari. L'abbiamo già detto e (del resto) lo dicono tutti: Pirlo e Tevez non sono clonabili, ma Khedira (se sta bene) vale almeno quanto Vidal, e i nuovi (a iniziare da Dybala) sono bravi. Morata può solo migliorare. Pogba è indecifrabile, ma pazienza. La Juventus può vivere un anno di transizione, ma ha basi tecniche solidissime e un futuro ragionevolmente sereno.

Non inquadrato, il quartetto composto da Gervinho, Iturbe,
Salah e forse Florenzi
La Roma, dal canto suo, non passa là dove anche Napoleone Bonaparte non riuscì a sfondare, ma il modo è stato scandaloso. I regali fatti al Bate nessuno li restituirà. I tre velocisti schierati davanti sembrano buoni per allestire (con un altro elemento) una bella staffetta 4x100, non per giocare assieme al gioco del calcio. Sicché la faccenda si complica maledettamente, e già da ora un posto negli ottavi pare un miraggio. Si spera almeno in una qaulificazione, con buona e conseguente raccolta di punti-ranking, in Europa League.


Altri spiccioli. In Svezia, CR7 ha raggiunto e superato Raul. Ormai tenere il conto dei suoi gol è abbastanza difficile. E lui è sempre più ingordo. Sempre più ossessionato, anzi. Alcuni primi piani di ieri, successivi a sue conclusioni abilmente sventate dal portiere degli svedesi, ne hanno rivelato dispetto, rabbia, insoddisfazione. La sua metamorfosi, nel corso del tempo, è stata strabiliante. Era un'ala - un attaccante esterno -, da giovane, ora è una macchina da gol. Eppure ... Eppure, se si confrontano i suoi sei anni all'UTD con i suoi sei al Real (dunque escludendo la stagione in corso) si nota una cosa. Cresce il suo palmarés di premi individuali, ma il bottino di squadra è tutto a favore dei Red Devils. A Manchester Lara Croft vinse (in sei anni) tre campionati, due coppe di lega, una FA Cup, una Champions e un mondiale per club; a Madrid un solo campionato, due coppe e una supercoppa di Spagna, una Champions e un mondiale per club. La forza 'storica' delle due squadre nei due cicli è certamente paragonabile. Cosicché, al servizio più di se stesso che della squadra non ha fatto vincere al Real più di quello che, probabilmente, avrebbe vinto anche senza di lui.

Alla prossima.

Mans

6 aprile 2015

Repoker (La cinquina)

El rincón del tertuliano

Amsterdam Arena, 31 marzo 2015, Olanda-Spagna 2-0. 
 Memphis Depay, imprendibile
Il break delle nazionali si è chiuso con l'ennesimo schiaffo oranje: temendo che il ricordo del tonfo di Brasile 2014 e dell'umiliante 5-1 di Van Gaal potesse svanire nelle menti iberiche, in amichevole "Magician" Hiddink incanta l'Amsterdam Arena con un recital di football totale e in 15 minuti mortifica l'XI di Vicente Del Bosque. Senza le stelle Robben e Van Persie, la punta del PSV Memphis Depay veste i panni del crack e squassa la retroguardia spagnola, impoverita dalle prestazioni decisamente insufficienti di Piqué e Albiol; al momento, pur considerando il volenteroso forcing della Roja nella seconda frazione, la differenza tra le due rappresentative è siderale.

La cinquina dell' insaziabile CR7: 36 gol in 26 partite!
Archiviata la scoppola, la Liga inizia l'ultimo segmento di dieci gare. La giornata pasquale lascia invariati i quattro punti di distanza tra Barça e Madrid. Al Bernabéu per circa venti minuti si ammira un Granada solido e pungente, con Fran Rico e El-Arabi pericolosi in un paio di occasioni, finché Bale stappa la difesa nazarí con il primo gol blanco. Da quel momento comincia il crollo biancorosso e il match si trasforma in una lenta agonia. Sulla panchina merengue, Ancelotti si rilassa e contempla la sua squadra ritrovata, finalmente rapida e letale dopo tre mesi di anemia, mentre passeggia su ciò che resta del Granada. Le miopi accuse piovute sul reggiolese da carta stampata e spalti tornano al mittente, incartate con nove gol e con la consapevolezza che il Madrid a ranghi completi è uno schiacciasassi. I punti persi per strada derivano quasi esclusivamente dalle lunghe assenze di James Rodríguez e Modric: indispensabili e insostituibili, nonostante gli sforzi dei vari Isco, Sami Khedira, Lucas Silva e Illaramendi. Cristiano Ronaldo, dopo aver rifiatato per qualche giorno, in 8 minuti mette a segno un hat trick, che poi si converte nel primo repoker della sua carriera, zittisce gli schizofrenici mugugni della peggiore tifoseria del pianeta (nota per essere in grado di acclamare i propri beniamini e lapidarli pochi istanti dopo) e supera l'eterno rivale Messi nella classifica goleadora.

Neymar Jr, nervoso e inconcludente contro il Celta
Poche ore dopo il Barça fatica tremendamente contro il Celta de Vigo. Il pubblico del Balaídos spinge i suoi, autori di un primo tempo strepitoso in cui l' XI culé soffre le incursioni di Nolito e la maggiore dinamicità dei galegos. Nel secondo tempo, quando la spia rossa si accende nel serbatoio céltico, i blaugrana riprendono il possesso, pur senza portare grandi pericoli alla porta di Álvarez almeno sino all'incursione dell'ariete Mathieu, al secondo centro su calcio piazzato dopo il gol del Clásico. Un Barça grigio e nervoso – con un Messi in tono minore e con le continue simulazioni di Neymar e Suárez, che ciclicamente indossano la loro maschera più irritante e polemica – raggiunge l'obiettivo: il margine di quattro punti è intatto, in vista del prossimo turno infrasettimanale e dei prossimi impegni di Champions League e Copa del Rey. 

Luciano Darío Vietto,
pericolo costante al Mestalla
Nella parte alta della classifica, i due restanti posti Champions sono contesi da tre squadre: Atlético Madrid, Sevilla e Valencia. Simili i successi di Emery e Simeone: in entrambi i casi, la pratica è archiviata in pochi minuti, Athletic Bilbao e Córdoba oppongono poca resistenza. Al Mestalla invece l'equipo ché traballa contro il Vila-real e non va oltre lo 0-0, in un match teso e bloccato in cui è il sottomarino giallo a esibire più coraggio e idee; Musacchio e Bailly frenano ogni iniziativa del Valencia, Vietto e Pina a più riprese pungono la retroguardia blanquinegre, il punto scontenta Marcelino.

Nel frattempo, il sinistro di Raúl González Blanco iniziava una nuova avventura nella North American Soccer League: al Lockhart Stadium l'eterno 7 blanco debuttava nel New York Cosmos con una vittoria sui Fort Lauderdale Strikers, club della Florida che conta tra i suoi azionisti un certo Ronaldo Luís Nazário de Lima. L'ultima avventura di Raúl, questa, in uno scenario decisamente sottotono qual è la NASL, categoria inferiore alla Major League; forse, l'ultima spiaggia per il ritorno di un altro trentasettenne d'oro, il mito culé Carles Puyol.

Duca

27 gennaio 2015

Il dubbio fascino della tradizione, il nervosismo di Lara e le due squadre (già cugine) ora gemelle


Cartoline di stagione: 21° turno 2014-15

Mou in  conferenza stampa: prima o dopo la partita?
Chissà se davvero, come da tradizione, la Football Association Cup è ancora e davvero così importante. Chissà se invece, per i super-club, non è una seccatura. Specie quando ci sono all'orizzonte settimane intense, e competizioni di prestigio planetario. Come, per esempio (ma è solo un esempio), la Champions League. Ora, tutti sanno che Mourinho è uomo di impareggiabile furbizia (e cinismo). Quel che dice, ha sempre un significato apparente e uno preciso. Ma difficilmente allude. Quest'anno, la formazione-base del Chelsea è delineata, per lui. Giocano sempre gli stessi. I due intoccabili centrali inglesi. Il solidissimo serbo sulla destra. A sinistra, Luis Filipe solo se il basco è acciaccato. Davanti alla difesa, non si discute: Matić è la primissima scelta. I quattro trequartisti sono Fabregas, Hazard, Willian e Oscar. Davanti, Diego. Nel Fourth Round Proper della FA Cup, a Stamford, di fronte al Bradford City, Mou ha deciso per la seconda volta in stagione di fare turn-over. Si sa com'è finita: quattro a due (in rimonta da zero a due) per il Bradford. Bene. Mou aveva preventivamente affermato di considerare una disgrazia l'eventuale eliminazione. Mettendo le mani avanti, ha preso due piccioni con una fava: qualche partita in meno nella fase calda, e soprattutto la possibilità di umiliare le seconde linee, gente che (dice lui) se è ingaggiata dal Chelsea dovrebbe essere sempre pronta per giocare e per vincere [leggi]. Come a dire: visto che non siete in grado di venire a capo del Bradford, club di serie veramente inferiore e dunque di caratura proporzionata alla serie, non pretendete ora di andare in campo nelle partite che contano. Sconfitta inattesa dai più, ma sconfitta che naturalmente non lo riguarda. 

Del resto, anche ai rivali del City è toccata la medesima sorte. Omessi dal tabellone del quinto turno per mano del Boro (militante nella Championship). Pellegrini, però, non ha riempito l'XI di partenza con le sue presunte seconde linee. I big c'erano praticamente tutti. Due indizi, insomma, fanno una mezza prova. E' solo il fascino e la formula della coppa a generare questi sorprendenti risultati? Ai supporters dei due club, ovviamente, la cosa non sarà stata facile da digerire. Ai riccastri che li guidano, proiettati in una dimensione che non è certo quella ancora ottocentesca della FA Cup, probabilmente non importa nulla. 

"Come hai osato impedirmi di arrivare sulla palla e insaccarla?"
Lara Croft ha interrotto la sua sequenza, e la sua media-reti da inimitabile Pichichi del millennio si abbassa. Così, ecco i Blancos inchiodati sul pari a Cordoba quando la partita sta già tramontando. Lara si innervosisce. Obnubilato dall'astinenza, prende a pedate e schiaffi l'incolpevole Edimar Curitiba Fraga, difensore del Cordoba. Com'è accaduto, e perché? Semplicemente, a dieci minuti dalla fine, il brasiliano gli ha impedito di avventarsi su un pallone crossato nell'area piccola e dunque (e ipso facto) di scaraventarlo in rete. Per questo andava punito. Amen. Il perdono di Edimar l'ha ricevuto, le scuse via twitter le ha formalizzate. Ora si attende la sentenza sportiva. Tutti (o quasi) si augurano che il giudice sia clemente. Perché privare lo show della sua prima stella?

Spiccioli dalla Serie A. Anzi, da Milano. Curiosa situazione. Dopo venti partite (tutto il girone di andata e la prima di ritorno) Milan e Inter sono appaiate. Con gli stessi miseri 26 punti occupano esattamente il centro della classifica. Entrambe hanno vinto e perso sei partite, entrambe ne hanno pareggiate otto. L'Inter ha fatto un gol in più (29 a 28), ma ne ha ovviamente anche subito uno di più (26 a 25). Più che di squadre cugine, sembra si possa parlare di squadre gemelle. Entrambe, peraltro, hanno questo di particolare: stipendiano due allenatori - ma il Milan spende meno dell'Inter per quello che sta in panca. In entrambe non è chiaro chi comandi. Chi nell'Inter? Thohir, Moratti o Mancini? Chi nel Milan? Berlusconi? Galliani (spalleggiato da Marina e Piersilvio)? Barbara (spalleggiata dagli ultras)? Entrambe giocano un football immondo. Inter-Torino è stata lenta agonia; Lazio-Milan un festival di palle-gol sprecate (dalla Lazio). L'inizio della stagione sembrava promettere meglio per il Milan. L'arrivo del Mancio ha invertito le attese, e l'attività sul mercato sembrava giustificare i nuovi entusiasmi. La realtà invece, almeno per ora, è cupissima.

Mans

19 gennaio 2015

Sfiancante week-end pedatorio per il voyeur

Cartoline di stagione: 20° turno 2014-15

Il tranquillo week-end del voyeur inizia nel pieno pomeriggio di sabato. Al Liberty Stadium di Swansea - pensa, lui - sarà certo una bella partita. La faccia del portoghese è buia; si prende le sue abituali bordate di fischi e si siede in panca, dopo aver salutato il coach gallese, del quale probabilmente non conosce il nome. Beh, in capo a cinque minuti la sua espressione si è già rilassata. Appena iniziata, la partita è già finita. Grazie a errori di palleggio pacchiani dei castroni di casa, che poi concedono anche spazi immensi al contropiede scherzoso del Chelsea. Cosa c'è da guardare? Nulla.

Top.player
A questo punto, mancano quasi due ore alle 18. Si va al Castellani di Empoli. Certo, l'Inter rimessa a nuovo dal Mancio attrae. Poldi è un'attrazione a prescindere, in sé e per sé. Trascorrono novanta minuti, non si vede uno straccio di azione da gol. Bei salvataggi in extremis di Campagnaro, Vidic, Andreolli, soprattutto Handanovic. La metà campo dei toscani è abbandonata come una spiaggia romagnola a fine settembre. Ci rifaremo con Palermo-Roma, pensa il voyeur. Ah, Totti non gioca. C'è, invece, Iturbe: due palloni e ci si chiede per l'ennesima volta come sia possibile spendere tutti quei quattrini per lui. Invece, Dybala e Vazquez sono una gioia per gli occhi. Corrono e toccano. Palloni di fino, scambi stretti. Spettacolo. Poi si stancano. Destro pareggia, e il voyeur si addormenta.

Domenica. A mezzogiorno, il Real. Una specie di derby, col Getafe. Ci sono statistiche da aggiornare. Doppietta di Lara, dunque la sua proiezione finale rimane superiore ai sessanta gol in una sola Liga. Una passeggiata, per i Blancos. Anche per quelli del Barça, al Riazor. Un tempo era difficile uscire vivi da lì. Oggi persino Messi banchetta. Prima, tuttavia, bisognava monitorare l'aggravamento della situazione del Milan. Arriva l'Atalanta al Meazza. E' malmessa di suo, ma il Milan è un ricostituente per ospiti di questo tipo. E' la farmacia (non in senso zemaniano) delle provinciali. I bergamaschi trovano almeno una decina di ripartenze potenzialmente letali, in superiorità numerica. Ne sfruttano solo una, bontà loro. Fischi assordanti. Menez? Il vanitoso francese ha giocato da solo. Inzaghi dovrebbe metterlo in guardia. Dovrebbe dirgli qualcosa di questo tipo: hai un quarto d'ora di tempo, se fai il veneziano ti tolgo. Non ha il coraggio (di dirlo e di farlo), si vede. Partita da piangere, per pochezza tecnica. "La prossima volta", pensa il voyeur, "guardo Acqui-Novese, ci sarà pure uno streaming".

"Non è vero! Ho colpito di fronte, anzi di sopracciglio!"
Happy hour all'Etihad. Anzi, al 'City of Manchester'. C'è qualcuno disposto a scommettere un penny sull'Arsenal? Quasi quasi. I Gunners sono imprevedibili, un po' come l'Inter, non a caso si sono messi d'accordo facilmente su Podolski. Infatti. Il City preferisce stare un po' a distanza dal Chelsea. Gli piace rinvenire in primavera. Va detto che il rigore non c'era, Kompany è fuori condizione, lento e appesantito, ma Monreal si è chiaramente buttato. Uno a zero per l'Arsenal. Ma perché Silva e Aguero devono per forza entrare in porta col pallone? Poi il solito Hart finge di non vedere una modesta inzuccata di Giroud (ma no, l'ha presa col naso). Due a zero per l'Arsenal. La Premier è in ghiaccio, o così almeno pare. Se ne riparla, appunto, in primavera.

Preview
Bene. Ci si può forse aspettare qualcosa, da Juventus-Verona? Non scherziamo. Lo Stadium mette la tremarella a quasi tutti i giocatori della serie A. Quasi tutte le squadre della serie A guardano le statistiche, e decidono di aver perso la partita prima ancora di partire per Torino. Ci pensano per una settimana, si fanno domande  sul numero dei gol che incasseranno. Il Verona, poi, c'è appena stato (tre giorni fa: scherzi del calendario!) per gli ottavi di Coppa Italia (che, naturalmente, vengono di default giocati in casa della squadra teoricamente più forte. Questo succede solo in Italia, inutile chiedersi perché), e ha perso sei a uno. Giustamente, dopo tre minuti sono già sotto di due. Finisce quattro a zero, e finisce (era ora!) la tournée in Piemonte dei veronesi. Ah, anche lo Stadium non credeva ci fosse una partita vera, e dunque si è riempito solo a metà.

Larghi vuoti anche al Vélodrome, del resto alcuni forti pedatori dell'OM sono in Africa. Il voyeur si spegne e si riaccende, si addormenta si sveglia e si riaddormenta, purtroppo per lui tutti i gol sono concentrati negli ultimi cinque minuti, e sono addirittura tre; ma a quel punto, anche la notte incalzava, nemmeno troppo timidamente, e le voci dai campi d'Europa si spegnevano, producendo echi e lontananze.

Domani è un altro giorno. Domani, Monday Night!

Mans

7 gennaio 2015

Alba blaugrana, giganti dell'area e il ritorno del gol-fantasma

Cartoline di stagione: primizie del 2015

Gesti raffinati e inconsulti
Il buon David Moyes si sta prendendo le sue grame soddisfazioni, al Municipal de Anoeta. Grame, sì: per los Txuri-urdin, purtroppo, alla Liga partecipano venti squadre, e non solo le tre grandi. Ma per le tre grandi, l'Anoeta è una stazione di dazio. Dove regolarmente si paga. Domenica è toccato al Barça, in precedenza era toccato ai Colchoneros (il 9 novembre) e prima ancora al Magno Real (il 31 agosto). Nove punti nei tre big-match per Moyes, che ne ha raggranellati fin qui, in totale, solamente diciotto. Senza quelle tre portentose e inaspettate vittorie, la Real Sociedad sarebbe ora sul fondo del fondo della classifica, poiché a quei trionfi si aggiungono una sola altra vittoria (ai danni dell'Elche, lo scorso 28 novembre), sei pareggi e sette sconfitte. Stranezze del futbol. E strano (anzi, quasi soprannaturale) è stato sicuramente il gol che ha malamente inaugurato il 2015 blaugrana. Una meravigliosa inzuccata in volo e in torsione di Jordi Alba, ma nella propria porta (fotogramma). La partita era iniziata da pochissimo, e lì è finita. E' finita anche la striscia di Carletto, che cade al Mestalla e subendo di rimonta. La media-reti dei Blancos decresce sensibilmente: la proiezione è ora fissata a 133. Lara Croft rimane a galla, e tenuto conto che (avendo saltato un turno in fabbrica) alla fine potrà giocare non più di 37 partite, ecco che la media aggiornata lo accredita di 64 pappine. Sempre e comunque mostruoso, va da sé. Nel frattempo l'Atlético accoglie il figliol prodigo, scarica l'inutile Cerci e si riporta all'altezza del Barça. Domenica lo scontro diretto, a Camp Nou.

"The Beast"
In Inghilterra, week-end riservato alla Football Association Cup, la più antica competizione del pianeta. In questo turno (Third Round Proper) esordivano i club della Premier. Abbandona subito il malandato QPR, ad alcune tocca la ripetizione (a campo invertito), ma certo la sfida più commovente è andata in scena a  Kingsmeadow, stadio costruito recentemente ma di fascino vintage nel borgo reale di Kingston upon Thames. Qui gioca normalmente il Wimbledon, che nell'occasione ha ospitato i Reds. Ovviamente, la memoria è andata alla famosissima finale del 1988, alla Crazy Gang di Bobby Gould e di Vinnie Jones (che, proprio lunedì, compiva 50 anni). Il Liverpool l'ha spuntata, ma a prendersi la scena è stato Adebayo Akinfenwa (foto), pachidermico centravanti dei Wombles e acceso tifoso del Liverpool. Beh, ha pure fatto il gol del momentaneo uno a uno [vedi]; poi ha pregato Steven Gerrard, il suo idolo, di non lasciare Anfield [vedi].
 
E arriviamo al bollettino della Serie A. Alcune cose non saranno sfuggite ai più. Per esempio, la sontuosa prestazione di Felipe Anderson, brasiliano, futuro crac (di mercato) per Claudius Lotitus - dovesse confermarsi. Meno veloce ma molto più intelligente (e insisto sul 'molto') di Cuadrado, tecnica sopraffina, movenze (direi) alla Causio (per chi se lo ricorda), ma ambidestro. Va monitorato sistematicamente. Per esempio, la rovinosa (e non inedita) caduta del Milan, che quando finiscono le chiacchiere deve andare in campo e conferma di essere una creatura fragile, priva di certezze, sempre in bilico tra la buona prestazione e la contro-prestazione. Il Milan sembra aver preso più da Menez che da Inzaghi: è lunatico e perciò discontinuo; confusionario e non lineare. Per esempio, l'ennesima brutta performance della Juventus. Brutta perché contradditoria, sì, perché le partite durano novanta minuti e non quarantacinque. Partite a fotocopia, contro la Samp e contro l'Inter. Partite nelle quali i bianconeri maramaldeggiano per una mezzoretta, vanno in vantaggio, sprecano. Poi si disgregano, subiscono e disordinatamente riprendono ad arrembare. Il tramonto atletico di alcuni uomini è palese (purtroppo, tra essi, vi è Sant'Andrea da Brescia), e non è compensato da un'adeguata (ri)organizzazione del gioco. Cinque pareggi nelle ultime sei apparizioni (e tre punti presi solo al derelitto Cagliari). Qualcosa non va: difficile capire se Allegri ne sia consapevole e semplicemente finga di non averlo compreso. 

Attenzione! Potrebbe essere un'immagine ritoccata o taroccata!
Sul gol-quasi-fantasma di Udine è inutile aggiungere chiacchiera a chiacchiera. L'episodio si presta a ingigantire la dietrologia juventina (che ovviamente vi legge un ulteriore segno delle simpatie nutrite dal Palazzo per la Roma); in sé, andrebbe derubricato a onesta e necessaria decisione arbitrale, obbligatoria per uomini abbandonati a calcolare mentalmente e in un istante traiettorie e millimetri. Non è il principale problema per noi, certo. Ma è anche vero che, altrove, questo problema non c'è più. Perché la soluzione è semplice, più che ragionevole e low cost.

Mans

8 dicembre 2014

The ball boys

Cartoline di stagione: 15° turno 2014-15

“The ball disappeared, the ball doesn’t come,
another ball comes, the ball boys run away" (JM)
Beh, avevamo appena finito di dire che in Inghilterra una lotta per il titolo semplicemente non c'è; nessuno - se non gli amanti della cabala - avrebbe scommesso un penny sulla sconfitta del Chelsea a St. James Park, nonostante i Blues, con Mou in panca, là non fossero mai riusciti a vincere. Là hanno perso anche sabato, sicché il City ha dimezzato la distanza (ora è a meno di un tiro di schioppo) e José - uno che non ha mai saputo perdere le partite senza polemizzare - ha dato la colpa di ciò ai ball boys. Ai raccattapalle di Newcastle. Sono loro che hanno impedito al Chelsea di giocare al gioco del calcio: “the ball disappeared, the ball doesn’t come, another ball comes, the ball boys run away". Spettacolino per i media. Nel calcio accade anche questo, nessun rimpianto - ha aggiunto. Ma gli deve bruciare, eccome. I suoi trucchi tattici - mille centravanti contemporaneamente in campo, e probabilmente si sarà pentito di aver lasciato andar via Eto'o e Torres - questa volta non hanno sortito effetto; forse, perché ormai sono scontati.

A proposito di discorsi azzardati: avevamo anche appena finito di credere che Messi tristemente vivacchi a Camp Nou in attesa di salpare per nuovi lidi, ed eccolo dominare il derby catalano. Il Real, nel frattempo, aggiorna i suoi record: diciotto vittorie consecutive. Scende leggermente la media-reti rispetto alla nostra ultima rilevazione: mantenesse il ritmo, saranno centotrentotto su trentotto partite. Non è scesa quella di Lara Croft: mantenesse il ritmo, sarebbe pichichi con 62 gol. Numeri spaventosi.

In Serie A, le imminenti e decisive sfide di CL hanno pesantemente condizionato Juventus e Roma. Il turn-over non ha però francamente cambiato in peggio la Juve, apparsa sui livelli (modesti) del derby; qualche fiammata, ma né i bianconeri né i viola avrebbero meritato di vincere una partita di tasso spettacolare meno che mediocre. Molto peggio, tuttavia, è andata la Roma. Messa sotto dal Sassuolo dal primo al novantesimo tecnicamente, tatticamente, agonisticamente. Priva di Totti, ha mostrato pochezze inimmaginabili nella costruzione del gioco, nei movimenti offensivi, nello 'spirito' di squadra. Ha strappato un punto alla fine, grazie a errori arbitrali che se non altro ci consentiranno di reputare offensiva per il buon senso ogni futura eventuale polemica accesa dall'ambiente romanista.

Su Milan e Inter siano intonati, idealmente, solo appropriati canti funebri. Esse furono.

Mans

27 giugno 2014

Le stelle nere, le volpi del deserto e la mascella di don Fabio

Cartões Postais do Brasil

Quello ritratto dalla foto non è un uomo finito dietro le sbarre per qualche piccolo o grande crimine. E' John Boye, centrale di difesa dello Stade Rennais Football Club nonché delle Black Stars, ossia la nazionale di calcio del Ghana. Non si capisce cosa stia facendo esattamente. Certamente, non è in gattabuia; si trova in qualche spazio dell'albergo che ospita il Ghana alla vigilia della partita di Coppa del mondo con il Portogallo. A me pare stia bevendo qualcosa da un grosso bicchiere di plastica. I più informati - cioè i mezzi di informazione - sostengono invece che stia baciando la mazzetta (150.000 dollari, dollaro più dollaro meno) a lui spettante del bel gruzzolone arrivato via aereo dalla madrepatria onde scongiurare lo sciopero pedatorio suo e dei suoi compagni.

Così la partita c'è stata, eccome. Per la terza volta su tre, il Ghana incassa un gol nei dintorni del novantesimo e andrà a spendere il bottino lontano dal Brasile. Sfortuna. O Altro? Chissà. Certamente l'occasione era ghiotta, perché Jurgi e Jogi hanno messo in piedi una partitella apparentemente vera, certo con l'orecchio bene attento a quel che succedeva in contemporanea a Brasilia (dove tuttavia il match era difficile da decifrare). Cosa succedeva infatti a Brasilia? Di tutto. Lara Croft ha mancato il bersaglio una dozzina di volte. Boye, dal canto suo, ha lasciato intendere perché nessun top-club europeo abbia finora pensato di ingaggiarlo. Maldestro e anche - va ammesso - non troppo fortunato, realizza un'autorete ridicola: falso rimbalzo della gibigiana, deviazione di tibia e traiettoria impazzita, che tocca prima la traversa poi il palo e si spegne oltre il fatidico limes. Poi, il solito Gyan mette i suoi nella condizione di qualificarsi: basterebbe un gollettino nell'ultima mezzora, il Portugal è sulle ginocchia, imbottito di megaronzini e di umori cupissimi. Niente da fare. Sono proprio i lusitani a riaprire il tabellino. Quando alla fine manca una decina di minuti. Nani indirizza dalla fascia un cross nell'area del portiere; un africano colpisce male il pallone, lo alza a campanile, il portiere vorrebbe farlo suo ma è disturbato proprio da Boye, sicché finisce per smanacciarlo sui piedi di Lara Croft, che di sinistro timbra uno dei tanti inutili gol della sua carriera. Boye si precipita negli spogliatoi, a controllare che il mazzo di dollari sia ancora intatto e ben nascosto nella sua borsa.

In serata, nel cielo di Curitiba si alzano canti di ringraziamento per EupAllah dalla compatta massa di supporters algerini, imbandierati e dipinti e mascherati. Le loro preghiere, ripetutamente colte dalle telecamere, hanno sortito l'effetto che dovevano. La Russia viene eliminata con merito; talento scarso, organizzazione distratta, spirito di sacrificio e determinazione agonistica inadeguati a un mondiale. Don Fabio se la prende ufficialmente con l'arbitro, ma ha le sue responsabilità. Sarà per via dell'età, o della montagna di rubli piovuti nelle sue tasche, sarà la molle vita da nababbo di Mosca. Sarà perché anche l'interprete capisce poco di quello che dice e che vuole, e trasmette indicazioni confuse. La mascella è sempre indurita, lo sguardo non si è addolcito. Ma questo XI non sembrava pilotato da lui.

Mans

24 maggio 2014

Bellezze di stagione

Cartoline di stagione: bilanci 2013-14

Ancora qualche considerazione sulla stagione agonistica europea in via di conclusione, in attesa di commentare l'ultimo atto che andrà in scena questa sera sull'estremo lembo atlantico del continente. Detto dello iato culturale e di competitività, prima ancora che di risorse economiche, scavato dalla Premier e dalla Liga rispetto agli altri campionati [vedi], il commento può volgersi agli aspetti estetici e tecnici, per fissare nella memoria alcuni tasselli di una bella annata.

1 | Le squadre

Mai così belli
Se avessi a disposizione una sola opzione per indicare la squadra più bella della stagione non avrei esitazione a scegliere il Liverpool, così come lo scorso anno avrei detto Borussia Dortmund e due anni fa Athletic Bilbao. Partenze così vibranti e determinate come quelle dei Reds ne abbiamo viste poche nella storia del football: uno spettacolo impressionante di potenza e determinazione, centrato sul terzetto di attaccanti in stato di grazia e ben sostenuto da una mediana orientata al passaggio rapido in profondità. Certo, il titolo della Premier è sfuggito per alcuni errori nelle retrovie, dove Gerrard ha giocato una delle stagioni più belle della sua carriera nel ruolo di metodista: al suo scivolone fatale molti addebitano la mancata vittoria finale, ma sono state soprattutto le incertezze e le lacune della linea difensiva a pesare alla lunga. Resta il ricordo di partite memorabili.

Al pari di molte di quelle giocate dall'Atletico Madrid, non solo in campionato ma anche, a differenza del Liverpool, in Champions League. I Colchoneros praticano da anni con il Cholo un tipo di gioco più compatto, più attendista, ma di grande pressing (a tre su portatore di palla e su linee di passaggio) e di feroce determinazione. Con altri interpreti (soprattutto qualitativi), il modello più evidente a me sembra il Milan di Sacchi: curioso che quasi nessuno abbia colto le analogie. Con Diego Costa hanno trovato un guerriero a lungo implacabile, ma le ultime settimane hanno dimostrato che, lui assente o a mezzo servizio, la "squadra" è in grado di essere ugualmente letale. Se il Liverpool ha risolto molte partite nei primi venti minuti, l'Atletico ha mostrato la capacità di aggredire compatta e di impossessarsi della metà campo avversaria per tratti di gioco lungo tutto l'arco del match, anche a cavallo tra i due tempi. Una duttilità tattica e agonistica avanzata.

Tutte le altre squadre di vertice hanno giocato bene solo per alcuni periodi della stagione. Penso all'Arsenal fino a Natale, alla Roma fino all'infortunio di Totti, al Bayern fino alla precoce conquista della Bundesliga. Più affidati alle individualità mi sono parsi gli impianti di gioco del Real, del City, del Napoli, della stessa Juventus. Raramente convincente sul piano estetico il PSG. Certamente inferiori alle attese le annate del Borussia (martoriato dagli infortuni), della Fiorentina (priva troppo a lungo delle sue punte), del Manchester United (collassato dopo la lunga "tensione" del regno di sir Alex) e ovviamente del Barcellona (capace però di riaccendere a tratti la sua antica e stupefacente bellezza). Qualche rara bella partita l'ha giocata anche il Chelsea, come anche - a spiccioli di memoria - l'Everton, il Southampton, l'Ajax, l'Olympiacos. Non pervenute, ahinoi, le milanesi.

Ma è stata, complessivamente, una bella stagione di calcio giocato, come peraltro accade da qualche anno a questa parte dopo la rivoluzione barcellonista e l'imporsi del Bielsa pensiero. Ma su questo, magari, ritorneremo con più agio.

2 | Gli allenatori

Da vero hidalgo il Cholo ha sempre indossato
il colore della distinzione nobiliare
Nel luglio scorso la stagione si prospettava come quella della grande smazzata di nuovi tecnici su moltissime panchine [vedi]. Qualcosa che quest'anno non sembra annunciarsi nella stessa misura. Le sfide più interessanti mi sembravano quelle di Guardiola, di Martino, di Benitez e di Pellegrini. Nessuno ha convinto appieno, per motivi diversi: il Tata ha fallito e ha signorilmente lasciato (un comportamento per bene quanto inconsueto); El Ingeniero e Rafa hanno vinto il possibile ma poco: il Pep ha vinto moltissimo ma non il trofeo più prestigioso, dal quale la sua aura è uscita anzi un po' appannata.

Il minimo sindacale hanno ottenuto Blanc e Conte, roboanti vincitori di campionati "non allenanti". Nota bene: in Serie A i punti di distacco tra la prima e l'ultima sono stati 77, in Francia 66, in Spagna e Germania 65, in Inghilterra 56. E poi c'è ancora qualche bella gioia che continua a dire (cioè a credere) che quello italiano sia il campionato tatticamente più difficile. Una barzelletta. Credo che la Juventus avrebbe qualche problema in più che al Mapei o al Dall'Ara se dovesse recarsi a giocare al Selhurst Park o al "Manuel Martínez Valero" ...

La finale di Champions potrebbe consacrare la stagione di Ancelotti ma anche costargli il posto, data l'inconcludente fanfaronaggine di Florentino Perez, uno capace di cacciare un santone come Vicente del Bosque - che aveva vinto in quattro stagioni due campionati (2001 e 2003), una supercoppa di Spagna (2001), due Champions League (2000 e 2002), una supercoppa UEFA (2002) e una coppa Intercontinentale (2002) - con la motivazione che il suo stile di gioco era "más bien clásico, muy tradicional: buscamos algo más moderno" [vedi]. Una sorta di anatema boomerang, iettatorio ...

La palma di migliore allenatore della stagione va certamente a Simeone, vinca o non vinca la coppa dalle grandi orecchie. Non ha invece ottenuto quello che meritava Rodgers, mentre la prestigiosa FA Cup ha salvato la faccia a Wenger. Klopp ha vinto una coppa battendo il Bayern a inizio stagione e quando aveva a disposizione l'intero organico. Un cenno di lode va dato a Garcia, anche se la seconda parte dell'annata è stata inferiore alle novità proposte nella prima e il finale deludente. Fallimentari certamente le stagioni di Martino, di Moyes e di Mourinho, viste le rose a disposizione.

Angolino tattico: poche le innovazioni di gioco. La sperimentazione più interessante è quella proposta da Brendan Rodgers: un mix di possesso palla che si sviluppa in orizzontale nella propria metà campo (trenta metri più indietro di dove lo portava il Barcellona di Guardiola, per intenderci) muovendo dal portiere, e di verticalizzazioni profonde, fondate sulla proposizione degli attaccanti, ad alternare il passaggio rasoterra al lancio lungo a incrociare il fronte di gioco e a “spettinare” (come ama dire Condò) la difesa avversaria. Se vogliamo, un impianto che si avvicina a quello del Bayern di Jupp Heynckes, che sfruttava però le caratteristiche diverse degli attaccanti esterni, portatori di palla e non cursori nello spazio, e che fraseggiava meno in orizzontale.

3 | I giocatori

Caratteraccio, ma grande condottiero: capace spesso di immolarsi da solo
Qui siamo all'angolino ludico, il più personale e pertanto il più opinabile. Molti i giocatori lucenti in periodi più o meno lunghi della stagione. Tra i portieri, su tutti, Courtois, impressionante se si pensa all'età. Tra i difensori non finisce di stupirmi Alaba, che purtroppo non vedremo ai mondiali; ottimo il sempiterno Dani Alves, così come anche la coppia dei due centrali dell'Atletico, Godin e Miranda (che si sono giovati della grande copertura della mediana) e Kompany; bene anche Benatia, che ha seguito però la flessione della Roma; immarcescibile Maxwell; su standard alti Sergio Ramos (con qualche cappellata) e Thiago Silva.

Tra i centrocampisti, su tutti, Yaya Touré: immenso. Modric mai così continuo in una posizione in campo finalmente più appropriata, e Di Maria, arretrato sagacemente da Carletto; Griezmann (che magari il grande pubblico “scoprirà” ai mondiali) e Barkley tra i cursori di fascia sinistra; Ramsey e Wilshere tra gli incursori sull’altra sponda; Pogba, Thiago Motta, Verratti e Kroos tra i mastini centrali di qualità; Pjanić e Reus a ridosso della prima linea. Tra gli attaccanti il trio del Liverpool, innanzitutto: Sterling, Sturridge e Suarez (quest’ultimo una buona spanna sopra agli altri ovviamente); Hazard e Immobile tra i più giovani; Ibra e Cristiano tra i vecchi santoni (annata la più bella e convincente, finalmente, per entrambi); Silva per gli arabeschi e Dzeko per la sicurezza del tratto, pesante; Diego Costa per l’impressione destata. Under: a sprazzi hanno lasciato intravvedere grandi potenzialità Januzaj, Kovacic, Deulofeu e … Scuffet.

Sempre sia lodata Eupalla!

Azor

5 maggio 2014

Sipari calati (e calanti) ed esiti complicati

Cartoline di stagione: 39° turno 2013-14

L'interminabile week-end ha fatto calare (se Dio vuole) il sipario sulla stagione italiana assegnando i due titoli; ha impacchettato il piatto della Premier League (destinazione Manchester); ha complicato assai il destino dell'Atlético in Liga, dove il Barça (raggiunto oltre il 90°) è quasi fuori da ogni gioco e il Real (che oltre il 90° riagguanta il Valencia al Bernabéu) si salva da un precoce annegamento. Altrove, si continua a giocare per piazzamenti europei e per la sopravvivenza.

Citizens in dirittura d'arrivo
I supporters del Liverpool hanno trascorso un brutto sabato pomeriggio. Dall'altra parte del parco, a Goodison (card), i cugini potevano rimettersi in coda per acquisire l'ultimo biglietto utile a entrare nel circo della prossima Champions; ma potevano anche rinunciare, e indirizzare il City sull'autostrada verso il titolo. E' stata una partita strana, ambigua. I Toffees hanno perso, nel finale hanno anche vanamente rincorso un inutile pari, ma erano passati in vantaggio e hanno poi subito tre gol facili. La rosa dei Citizens ha grande qualità, è vero, mezza dozzina di pedatori e forse anche di più potrebbero fare da soli la fortuna di un club italiano di vertice, dunque è naturale che tale squadrone possa spianare avversari più deboli. Occorre sottolineare, tuttavia, che anche la spinta di Goodison è parsa inferiore agli standard normali; come se tutto, in fondo, andasse bene alla gente dell'Everton. Anche perdere la partita, perché perderla significava vedere in lacrime (o quasi) il vicinato. Tutto il mondo è paese. Ah, un momento. Stavamo per dimenticare l'ennesima superba prestazione del Chelsea. I Blues, tra le mura amiche, hanno inchiodato il Norwich sullo zero a zero - il risultato perfetto delle perfette partite. Ne sia dato atto al profeta di Setubal.

Karate backheel goal!
La prodezza di Cristiano (gol alla Ibrahimovic: colpo marziale, di tacco, a mezza altezza e più, in giravolta) ha detto che non erano proprio questi i giorni del Valencia. Fuori dalla finale di consolazione in Europa per una rete subita durante l'ultima azione del match di semifinale col Sevilla; niente vittoria di prestigio (già: per la classifica nulla gli portavano i tre punti) a Chamartín. La Liga - quando in equilibrio - vive spesso di finali eclatanti, con esito incerto e derrota inattesa. Quella incassata dall'Atlético in casa del Levante (seconda squadra di Valencia) è impronosticata ma comprensibile; tributo alla stanchezza, alla tensione, a una rosa di ampiezza normale. Così la sensazione è che, dai campi d'España, arriveranno altri fuochi d'artificio.

Mestamente noi, a terra con le nostre vergogne, ci avviamo al mese del mondiale. La giùve festeggia in albergo grazie al Catania (uscito dall'ipnosi o chissà cosa) e maledice di non aver messo la squadra allievi in campo contro il Sassuolo, onde tenere più freschi i titolari per la semifinale col Benfica (bah). All'Olimpico, nell'ultimo atto della coppa più snobbata e insensata del mondo, il nostro calcio ha onorato come si conviene (con inciviltà e senso della dismisura) la propria secolare storia. Ci vorrebbero misure thatcheriane, ci accontenteremo di chiacchiere e fumo (bah). In questo clima, è andata in scena ieri sera la sfida tra due squadre che erano - sino a pochissimi anni fa - tra le più forti del mondo. Al Meazza si è giocato un derby senza qualità, stanco e vivacizzato soprattutto dal solito becerume di curva. Risolto dall'eroe che meglio di tutti incarna la mediocrità attuale dei due club meneghini: Nigel de Jong. Bah!

Mans

24 marzo 2014

La misma historia de siempre

Cartoline di stagione: 33° turno 2013-14

L'orchestra blaugrana
La cartolina che arriva da Chamartín è in realtà un romanzo. Si può aggiungere: un capolavoro. E' mancato qualcosa? No. Come al solito, più del solito. Perché anche il risultato - in un match raramente avaro di emozioni - è inedito. In 258 sfide, non era mai capitato che il Barça vincesse 4:3 - due volte, invece, c'erano riusciti i Blancos, nel 1942 e nel 1959, siempre a Madrid.

Clásico indimenticabile. Settanta minuti - fino alla rottura dell'equilibrio, a causa di un calcio di rigore inesistente assegnato ai catalani - di apnea, all'alto grado di intensità agonistica che di questo confronto è ingrediente scontato. L'esegesi tattica è un azzardo, e può essere esercitata (ma è esercizio facile) solo per il ritaglio di partita disputato dal Barcellona in superiorità numerica. Quando, cioè, ha potuto impadronirsi del campo, costruire e gestire il risultato che cercava.
La sarabanda del primo tempo sfugge invece a qualsiasi tentativo di analisi. Si è giocato a ritmi infernali e (a memoria) senza precedenti; imposti soprattutto dal Real, al sempiterno scopo di impedire sgomitolamenti e narcotiche tessiture, ma questa volta provando a togliere immediatamente lo spartito dal leggìo. Così, dopo sei minuti di inesausto pressing a tutto campo, c'è la prima pausa di riflessione dei bianchi, e il Barça decide di ipnotizzarli. Cristiano si lamenta, è andato giù da solo in area invocando - come siempre - il penalty. Innervosisce i suoi, o semplicemente li distrae. Si riprende, c'è un contrasto sulla tre quarti ma il cuoio rimane tra i piedi di Busquets. E' qui che inizia la sinfonia, sono passati cinque minuti e sedici secondi dal fischio iniziale. Lezione di tiqui-taca (in un crescendo impressionante di fischi), i tocchi sono in totale ventiquattro, Messi è andato su e giù, è andato e tornato, il penultimo tocco è il suo, un taglio perfetto e profondo per Iniesta, che controlla di sinistro e di sinistro scaraventa all'incrocio. Come cicale spaventate, i madridisti sulle tribune tacciono, e da dietro il loro silenzio si alza l'urlo dei barcellonistas concentrati nell'apposito quadrante del Bernabéu. In poco meno di un interminabile minuto, l'universo del football ha potuto ripassare la forma e le ragioni di tutta una recente epopea blaugrana.

Benzema: spreca e poi vanamente rimedia
La furibonda reazione del Real si aggrappa alla propria maggiore possanza fisica e alla simmetrica leggerezza difensiva del Barça e alla sua discontinuità. Dopo venticinque minuti, Benzema ha disposto di sei palloni abbastanza comodi, e due li ha spediti in rete. Nel contempo, Messi ha ciabattato ingloriosamente il possibile raddoppio. Così il match è girato, e vorticosamente, ma rigira ancora quando Leo - intermittente e ispiratissimo - trova fessure nelle quali imbustare prima un assist per Neymar (che naturalmente cade appena ricevuto il pallone) e poi, sui rimpalli conseguenti, un rasoterra che imbocca l'unica traiettoria sgombra nell'area affollata. Segue una fase di scompiglio innescata dal solito Pepe: spintoni e quant'altro, ma l'arbitro ancora non è entrato nel vivo della rappresentazione. Come che sia: due a due, palla al centro, primo tempo in archivio.

La ripresa è meno scintillante, come ci si poteva attendere. La domina il ventitreesimo uomo in campo, Alberto Undiano Mallenco, male assistito dai suoi collaboratori. I suoi errori, catastrofici la loro parte, sono meno spettacolari di un'occasione gettata al vento, forse frutto di uno sfiancante andirivieni, anche lui ha corso e parecchio, sebbene nessuno lo tenga in conto o se ne accorga. Undiano Mallenco sarà considerato, alla fine della corrida, il bieco responsabile della sconfitta madridista. "La misma historia de sempre", sospira con un twit Arbeloa. Tutti sanno che Neymar decolla al minimo spostamento d'aria provocato dal movimento dei corpi, ma Undiano non se l'è ricordato; forse perché sapeva di avere appena donato un penalty a Cristiano, inciampato sui garretti di qualcuno fuori dall'area di rigore; e poco prima, il suo compare aveva tenuto bassa la bandierina quando Benzema è stato liberato da Bale - al termine di una progressione devastante - in posizione non problematica di off-side. Poteva essere il tre a due, ma il gatto era già sazio quanto basta. Quindi, come siempre, il 'fattore arbitrale' incide, ma non spiega. Ieri sera è parso incidere le sue sentenze in una bolgia di accadimenti casuali, senza fortuna. Bolgia che terremota o quasi la Liga, sicché il piano su cui pareva inclinata si è raddrizzato. Tre squadre in lizza, ma giocano su due tavoli. Il Real ha esaurito gli scontri diretti, senza vincerne uno solo. Alla 38ma c'è Barcelona-Atlético, a Camp Nou. Dio voglia che sia la sfida decisiva.

Mans
(Ri)vedi la partita in Cineteca

28 febbraio 2014

La crisi europea

Fettine di coppa: andata (II) degli ottavi di finale 2013-14

"Risultato inglese" dicevamo in Italia negli anni 1970s, quando da noi fioccavano squallidi 0:0 in un campionato modesto assai (e che solo la nostalgia lascia credere migliore), per indicare i 2:0 che si leggevano nelle cronache della First Division e che ogni tanto si riuscivano anche a sbirciare grazie alle televisioni straniere di "confine" (Montecarlo, Capodistria, Svizzera Italiana). E 2:0 è stato in questa andata degli ottavi di CL per gli squadroni inglesi: Arsenal 0:2 dal Bayern, City 0:2 dal Barça, United 0:2 dal Pireo. Solo il Chelsea tutto difesa e contropiede di Mourinho ha limitato i danni (1:1) col Galatasaray. Speranze di riscatto al lumicino. Se va bene passeranno al turno successivo solo i Blues. Una mattanza epocale, in questo secolo, per i club di Premier.

La disparità tra prime e seconde dei gironi è già stata rilevata e spiegata in altre sedi [vedi]. Ma se dovesse essere confermata anche nei prossimi anni sarebbe la conferma della crisi di un formato commerciale - giocare un torneo tra le migliori squadre europee e non solo tra le vincitrici dei campionati - che ha vissuto il suo picco tra anni 1990s e primi 2000s. Il problema è che dal 2009 il turbo capitalismo pallonaro ha creato un'élite ristretta di superclub [leggi], che stanno relegando al ruolo di sparring partners club di nobile tradizione europea.

Lara Croft festeggia come il suo avatar
l'ennesima mirabolante doppietta televisiva
I gironi autunnali sono ormai dei round di allenamento, con le squadre di secondo rango che si battono per non finire in Europa League. La formula degli ottavi tutela ulteriormente le squadre zeppe di "top players" da play-station. Il 6:1 allo Schalke con doppiette della linea BBC è uno spettacolo deprimente nella sua "plasticità". Che fa rimpiangere i 7:1 inflitti alla Jeunesse d'Esch negli anni 1960s.

Nella crisi europea, la nostra pena è che i club italiani sono ormai scaduti a tal punto da non essere nemmeno più in grado di arrivare a questi turni farseschi. Il Milan rischia di non passare di fronte a un Atletico ormai scoppiato dopo il protratto eretismo del primo semestre. In serie B la Juve spezza finalmente le reni ai turchi; il Napoli rischia di essere messo fuori dai gallesi; la Fiorentina subisce pure un paio di reti da sconosciuti danesi (senza scandali arbitrali); la Lazio ne prende tre dai bulgari e il suo allenatore dichiara giulivo: "abbiamo fatto la partita che avevamo preparato".

Come avrebbe detto Gianni Brera: "A terra siamo noi con le nostre vergogne".

Azor

5 novembre 2013

Il dodicesimo uomo

Fettine di coppa - quarto martedì 2013-2014

5 novembre 2013, Juventus Stadium, Torino.
Juventus-Real Madrid 2:2 (1:0)
L'incultura del pubblico che frequenta gli stadi italiani è nota ed è emersa, in tutto il suo fulgido autolesionismo, nel corso di Juventus-Real Madrid. E' stato il dodicesimo uomo, ma ha giocato per gli spagnoli. In nessuna arena europea, in partite di questo livello, un giocatore avversario è programmaticamente fischiato per novanta minuti ogni volta che è in possesso di palla - altrove è un atteggiamento riservato alle faide locali. Al Bernabéu salutarono l'uscita dal campo di Pirlo con una standing ovation; allo Juventus Stadium hanno ricambiato la cortesia accogliendo Cristiano Ronaldo come fosse il male assoluto, credendo di esorcizzarlo o (perlomeno) di innervosirlo. Impressionante la portata sonora delle bordate che scendevano dagli spalti, specie nei primi minuti, quando la sfera passava dai suoi piedi. Ma l'effetto è stato di stimolarlo - il match era di quelli da cui lui, storicamente, si astrae - e di tenerlo sempre in partita, molto più concentrato del solito, molto più 'cattivo' del solito, e in fin dei conti letale. Letale come normalmente è solo quando ha di fronte il Rayo Vallecano o il Real Saragozza.

E' un XI del quale non conosciamo ancora la vera dimensione, quello che Carletto sta faticosamente cercando di trasformare in una squadra. Viceversa, la Juve sta lentamente declinando, per usura agonistica; può ancora mettere intensità nella pressione e tenere alti i ritmi di gioco, ma in fasi sempre più frequenti e sempre più lunghe della partita intensità e ritmo calano fino a spegnersi del tutto o quasi, e diventa palese la modestia tecnica di alcuni interpreti - il disimpegno che è costato il pari all'inizio del secondo tempo è al riguardo illuminante. La differenza tra questa Juve e - per dire - quella che schiantò il Chelsea un anno fa di questi tempi è molta. Può ancora qualificarsi per gli ottavi, ma è difficile immaginare possa far meglio della stagione scorsa. Dagli altri campi, poco di rilevante. Rimane in stand-by il girone A, grazie ai pareggi esterni (a reti bianche) di United e Leverkusen; va invece segnalata la sconfitta del Benfica in terra greca, proprio il giorno in cui CR scavalca Eusebio nella fasulla classifica all times dei marcatori di coppa. Per il Portugal, il rischio di non portare almeno una squadra agli ottavi è ora altissimo.

Mans

18 settembre 2013

La sostenibile leggerezza di Lara

Fettine di "coppa": primo martedì 2013/2014

Il Guardian pubblica questa foto di CR7, ma sotto un titolo
del tutto fuorviante: "Cristiano Ronaldo's hat-trick
inspires Real Madrid rout over Galatasaray"
Prima serata di coppa, e prima tripletta di Lara Croft. A Istanbul, il Real scaraventa nel bidone della spazzatura le ambizioni da top-club del Gala. Naturalmente, però, CR7 non è stato decisivo, come si crederà nei secoli dei secoli limitandosi alla lettura del tabellino. Ha fatto pena per tutto il primo tempo, quando c'era partita, e ha semplicemente e fortunosamente sfruttato il lavoro altrui quando la partita non c'era più. Ha iniziato a goleare sul due a zero, in sostanza. Se i gol vanno pesati, i suoi sono quasi sempre leggerissimi; prima o poi sarà buon esercizio contarli e pesarli, e azzardare realistiche valutazioni comparative. Qualcuno ricorda partite davvero importanti decise da Lara, nel Real o nel Portugal? Fuori le date e le circostanze. Si conteranno sulle dita di una mano. Più o meno quello che accadrebbe contando e pesando le 'prodezze' del fenomenale Podolski. Piuttosto, è da rimarcare ancora una volta la prestazione del vero crack madridista di quest'anno: Francisco Román Alarcón Suárez, detto "Isco", classe 1992. Un predestinato; già ora uno dei cinque più forti giocatori del mondo, ammesso che (come sempre) valga la pena di fare questi discorsi. Alle casse della Casa Blanca è costato circa un terzo di Bale, ma in prospettiva renderà il doppio. Carletto lo sa bene, e ridacchia.

Mans

2 maggio 2013

L'invasione dell'Inghilterra



Il 25 maggio, dunque, i tedeschi potranno coronare un loro antico - e per fortuna mai realizzato - sogno: invadere l'Inghilterra. Sarà un'invasione festosa, e le uniche lacrime verranno versate dai followers della squadra che tornerà in patria senza poter sbucare dal portellone dell'aereo esibendo la coppa.

Per la quarta volta, il più ambito trofeo continentale sarà conteso da due XI dello stesso paese. In effetti, dei tradizionali quattro grandi campionati nazionali, finora solo la Bundesliga aveva mancato l'en-plein. L'evento, peraltro, non è nemmeno statisticamente eccezionale: si registra quest'anno (appunto) per la quarta volta nelle ultime quattordici edizioni della CL - come dire, almeno in una occasione su tre o su quattro. Ricordiamo i precedenti: Real Madrid-Valencia nel 2000, Milan-Juventus nel 2003, Manchester United-Chelsea nel 2008. Valencia e Chelsea erano giunte per la prima volta all'atto finale. Milan-Juventus, e ora Bayern-Borussia Dortmund sono due 'classiche'. Sfide tra club già entrati nell'albo d'oro. La storia dice che, finora, per la squadra di minor blasone e tradizione europea non c'è mai stato scampo: le finali premiarono nell'ordine Real Madrid, Milan e Manchester United - aristocrazia assoluta del continente, club che già avevano trionfato in edizioni della competizione in diverse epoche della sua e della loro storia.

Il volto della sconfitta
Con questo, e non solo per questo, il pronostico - oltre che la logica - pende tutto dalla parte del Bayern, che a Wembley giocherà la decima finale (sinora quattro vinte e cinque perse). La facilità irrisoria con cui ha spazzato via un quinquennio di dominio barcellonista è già di diritto entrata nella storia del football, benché  qualche attenuante ai catalani vada pur riconosciuta - mi riferisco naturalmente all'indisponibilità di Messi, che ne ha reso del tutto sterile, lenta e prevedibile la manovra offensiva. Nessuna attenuante, invece, per il Real Madrid. Sui giornali di ieri si leggeva di "impresa sfiorata" dai Blancos: sarebbe loro bastato un solo gol, un terzo gol, per andare a Wembley. Onestamente, se il Dortmund verso il quarto d'ora del secondo tempo non avesse cessato di ripartire a duecento all'ora, appagato come pareva dalla propria superiorità e stupefatto dalla (non inedita) propensione all'indicibile spreco, anche quel match poteva prendere la piega che ha preso poi quello giocato a Camp Nou. Si avvertiva netta la sensazione che, ne avesse avuto bisogno, la banda di Klopp avrebbe raso al suolo un'altra volta lo sgangherato XI di Mourinho. La superiore qualità di gioco e di organizzazione era imbarazzante. Nonostante lo score finale dica di un apparente equilibrio, non ho dubbi nel ritenere sia il Real a uscire di scena nella maniera più umiliante. Se non altro perché Cristiano ha giocato al Bernabéu, ed è stato - come sempre gli succede nelle serate che fanno la storia - impalpabile. Un campione celebrato ben oltre i suoi reali meriti, ben oltre le sue reali capacità. Il Real conclude dunque il ciclo mourinhano senza una sola finale di CL; si terrà una Liga su tre; alzerà forse la seconda Copa del Rey. Un triennio chiaramente fallimentare: il triennio della collezione di figurine e di figuracce. Con Carletto, se davvero accetterà di sedersi sulla panchina più difficile del mondo, almeno tornerà ad essere qualcosa di più somigliante a una squadra di calcio: c'è da scommetterci.

Il Barça invece arriva all'epilogo di un glorioso e spettacolare ciclo; quella vista ieri sera era una macchina senza più benzina, idee, fiducia in se stessa. Ha trovato un avversario in grado di imporgli il proprio gioco, di avvelenarlo del veleno con il quale normalmente paralizzava ogni rivale: non era mai accaduto. Il mutamento di scenario che preventivavo alcuni mesi fa [vedi] sembra dunque già avvenuto. Quando, alla metà del secondo tempo, il palcoscenico è abbandonato anche da Xavi e da Iniesta, si è materializzata la resa: una resa definitiva e simbolica. Da dove ripartiranno a Barcellona? E' questo uno dei temi più interessanti all'ordine del giorno della prossima stagione.

Wembley negli occhi di Heynckes
Per ora, limitiamoci a pregustare la finale. Dopodomani Borussia e Bayern ci offrono l'antipasto, in un match 'inutile' di Bundesliga. Allo stato, sembrano entrambe al top della condizione atletica. I bavaresi appaiono più concreti, smaliziati e compatti; i gialloneri più arrembanti, capaci di accelerazioni mostruose ma da esiti troppo spesso imprecisi. I primi sanno capitalizzare, gli altri entusiasmano e scialacquano. Può cambiare qualcosa in tre settimane? Può, una delle due - o entrambe - scadere di forma? Un anno fa, nella finale di Coppa di Germania, il Dortmund vinse 5-2. Quest'anno, in Bundesliga e a Monaco, è finita pari. Precedenti che dicono poco, ma se non altro escludono che a Dortmund soffrano complessi di inferiorità. Vedremo. Il vecchio Jupp è vicino a compiere il suo capolavoro; aveva già vinto la coppa sulla panca del Real, senza però entusiasmare. Il giovane Klopp lascerebbe un segno profondissimo, perché ha organizzato tutta la stagione avendo in mente solo questo obiettivo: arrivare a Wembley. Essendo il calcio un mistero agonistico, preferisco rinunciare sin da ora a ogni previsione. Anzi, non ci rinuncio. Due a due nei 90', tre a tre dopo i supplementari. Poi, nell'ottica del risarcimento, Eupalla sceglierà il Bayern.

Mans