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7 luglio 2014

Much ado about nothing?

Alla penultima tappa di un Mondiale spettacolare, pieno di emozioni, belle partite e memorabili giocate, approdano alle semifinali le tre squadre che alla vigilia erano date tra le più favorite insieme con la Spagna. Solo l'Olanda è la vera sorpresa, non accreditata da nessuno, nemmeno degli autori di Eupallog che, a dire il vero, avevano quasi tutti sottovalutato la Germania: Azor (Brasile, Spagna, Argentina: vedi), Cibali (Brasile, Spagna, Italia, Argentina: vedi), Mans (Brasile, Argentina, Uruguay, Spagna: vedi) e Pope (Argentina, Germania, Brasile, Belgio: vedi).

Oranje 2014: una sorpresa? O un eterno ritorno?
Tanto rumore per nulla dunque? Guardiamo al palmarès (cioè alla storia): 5 coppe il Brasile, 3 la Germania, 2 l'Argentina, la metà del totale. Guardiamo al Ranking FIFA (cioè alla cronaca): Germania 2°, Brasile 3°, Argentina 5°. Soprattutto, consideriamo le 60 partite cui abbiamo assistito e domandiamoci: non è arrivato in fondo qualche XI che lo meritava? La risposta è no. Non si è persa per strada nessuna compagine memorabile.

Agli ottavi sono tornate a casa il Cile (sfortunato), l'Uruguay (modesto), il Messico (buono ma limitato), la Grecia (epica ma senza qualità), la Nigeria (atletica), l'Algeria (memorabile e sfortunata), la Svizzera (modesta) e gli USA (più tattica che tecnica). In questo turno meritavano maggior fortuna solo Cile e Algeria, ma erano da semifinale?

Ai quarti sono tornate a casa la Francia (scioltasi al dunque), la Colombia (travolta dall'impeto verdeoro), il Belgio (inesperta a questi livelli) e la Costa Rica (che dopo i fasti ha puntato ai rigori senza più osare). In questo turno hanno pagato dazio le due squadre attese come possibili "sorprese": Cafeteros e Diables rouges. Un loro approdo alle semifinali sarebbe però equivalso, più o meno, a quello dell'Olanda, palmarès a parte: ma non hanno subito torti lungo strada.

Alla fine, dunque, si confrontano come sempre il calcio europeo e quello sudamericano. Impressiona un ricorso: nell'ultimo torneo svoltosi a quelle latitudini, Argentina 1978, tre nazionali arrivarono come oggi in fondo: Brasile, Olanda e Argentina; al posto dell'Italia, ahinoi, ora c'è la Germania. Storia immobile? Forse. Storia contemporanea? Olanda e Germania erano tra le quattro anche in Sudafrica 2010, il Brasile in Asia nel 2002, l'Argentina vi manca invece dal 1990.

Rispetto ai tornei più recenti sono mancati all'appello Spagna e Uruguay (2010), Italia, Francia e Portogallo (2006), Turchia e Corea (onde anomale del 2002). Sempre presente la Germania che, vista la qualità del gioco espresso finora (ricalcato su quello del Bayern guardiolano), appare a questo punto la favorita. Vincesse, non demeriterebbe certamente il titolo. Soprattutto sarebbe un grande scorno per chi, in questi ultimi due anni, ha ripetutamente dato per morto il tiki-taka ...

Azor

6 luglio 2014

Ti conosco, Mascherano

Siamo dunque al redde rationem. Conclusisi i quarti di finale ci accingiamo al rush decisivo. Sono rimaste in quattro a contendersi il sogno che porta dritti a Rio de Janeiro e al bellissimo Maracanà 2.0. A tale proposito vorrei sottolineare la bellezza degli stadi realizzati per il Mondiale dei Mondiali. Complimenti all'organizzazione e a chi, fisicamente, ha progettato e costruito tanti begli impianti, tutti all'altezza del gioco espresso e dello spettacolo offerto.

Dicevamo delle quattro semifinaliste. Siamo onesti: nessuno si aspettava che l'Olanda arrivasse così avanti nella competizione. Io per primo ero certo che i dissapori dello spogliatoio limitassero l'elevato tasso tecnico della rosa, anche se si stratta di un tasso tecnico decisamente sbilanciato dalla metà campo in su. Il tecnico Louis Van Gaal da ieri rischia seriamente di relegare il Josè Mario Do Santos Felix più famoso del mondo pallonaro al ranking di Special Two. Al minuto 120 di una gara passata a bombardare la difesa della Costa Rica ti fa entrare uno spilungone che risponde al nome di Timothy Krul, portiere con poca fama e meno gloria, in forza al Newcastle United, 36 presenze nel suo club e appena 26 anni.

5 luglio 2014, Arena Fonte Nova, Salvador
Tim Krul para il rigore decisivo e porta l'Olanda in semifinale
Il buon Krul inizia a innervosire gli avversari, ormai dilaniati dai crampi e para ben due rigori su quattro. Il quinto è inutile. Van Gaal appare come un santone infallibile e geniale. La Costa Rica è eliminata e l'Olanda va a San Paulo dove incontrerà l'Argentina di Messi (e da ieri anche di Huguain).

La partita dell'Olanda è stata quello che ci si poteva attendere, un rimbalzare sistematico contro l'organizzazione centro-americana. La Costa Rica ha organizzato una difesa a cinque al confronto della quale il Bol'soj Ballet sembrava il gruppo dei disoccupati di Full Monty. Sincronismo perfetto, movimenti provati e riprovati, Van Persie finisce in fuorigioco 11 volte; alla fine del match gli offsides arancioni saranno ben 13. Anche questo è un piccolo record. Jorge Louis Pinto ha rinunciato al confronto. Forse non aveva molte alternative contro un avversario evidentemente più forte. Il fortino eretto da Keylor Navas (che portiere!) e compagni ha retto per 120 minuti ed è crollato solo grazie alla perfezione dei rigori calciati dai cecchini olandesi. L'Olanda ha dimostrato di essere una station-wagon a trazione anteriore laddove il talento superiore di Robben può e deve risolvere i problemi mostrati da una difesa imbarazzante. Il motore davanti è fenomenale, il cassettone dietro intrainabile. Martins Indi e Vlaar sono lenti e tecnicamente modesti, De Vrij e Blind scorrazzano sulla fascia senza mai sapere quando e quanto devono salire. E d'altra parte se Van Gaal reclama a gran voce l'importanza tattica di De Jong un motivo ci sarà. Kuyt viene impiegato talvolta come terzino e talvolta come esterno alto. Contro una difesa così organizzata nessuno si spiega perché non abbia giocato Huntelaar. Un pasticcio tattico evidente. Ma l'Olanda è passata e al Mourinho in salsa Vermeer va reso il merito del risultato. Si tende sempre a simpatizzare per i più deboli, ma quando a vincere sono i più forti c'è poco da recriminare.

5 luglio, Estadio Nacional, Brasilia
Higuain calcia verso la porta di Courtois. È l'1:0 per l'Albiceleste
Ben diverso è stato l'altro quarto di finale, Argentina-Belgio. Gli uomini del dottor Sabella hanno regolato la pratica in meno di dieci minuti. Higuain si è sbloccato e questa è un'ottima notizia per l'Albiceleste.
Il Belgio si è sciolto come neve al sole. La squadra più giovane ha sofferto l'esperienza e l'abitudine a giocare partite decisive di quella più vecchia dell'intera competizione. L'Argentina resta la mia favorita per la vittoria finale. Peccato per l'infortunio capitato a Di Maria, pare che per lui il Mondiale sia finito. Il Belgio non è teoricamente più debole dell'Argentina e credo che fra due anni in Francia sarà la Nazionale da battere.

Fra Germania e Francia ha vinto semplicemente la squadra più forte, più completa e più talentuosa. Non hanno punti deboli tranne l'assenza cronica di un centravanti di ruolo. Loew ha dovuto fare di necessità virtù, ma ha a disposizione il blocco Bayern, ovvero una legione guardiolana che sa arrivare in porta sfruttando l'ormai tanto vituperato tiki-taka. I risultati sono evidenti. Avrebbero potuto vincere con un margine maggiore. La Francia è andata oltre quanto mi aspettassi. Deschamps ha ricostruito la squadra e ha dato fiducia all'ambiente. In casa, fra due anni, saranno più preparati e partiranno fra le favorite.

4 luglio, Estadio do Maracana, Rio De Janeiro
Hummels porta in vantaggio la Germania
Brasile-Colombia è stata bella, ma non bellissima e ha detto molte cose: il Brasile gioca male, ma ha tre-quattro giocatori che possono decidere la partita in qualsiasi momento. Fred è indispensabile per questa squadra perché corre come un ragazzino e crea gli spazi per i centrocampisti. Hulk è inutile e dannoso, va sostituito. Io farei giocare il profeta laziale. L'apporto del pubblico è determinante per il Brasile e la paura anche. La Colombia è un'ottima squadra, ma non così forte come sembrava dopo il girone di qualificazione. Difesa buona, centrocampo buono e attacco buono. Nessun reparto è ottimo. Hanno tanta qualità, ma è spesso limitata dall'inesperienza (leggi James Rodriguez) o dall'ignoranza tattica (leggi Cuadrado); hanno corsa, ma non sempre essa è accompagnata dalla consapevolezza della destinazione (leggi Armero). Pekerman, se sarà lui a guidare ancora la Nazionale colombiana, dovrà far crescere con pazienza questi ragazzi e dare loro più disciplina tattica, altrimenti ci sarà sempre un Brasile a buttarli fuori dal Mondiale.

4 luglio, Estadio Castelao, Fortaleza
Zuniga colpisce Neymar da dietro. Mondiale finito per il talento brasiliano
Abbiamo ancora negli occhi il pianto disperato di Neymar; una vera disdetta. Il giocatore simbolo di questi Mondiali costretto a lasciare il campo in barella e privo di sensibilità negli arti inferiori. In molti, compreso chi scrive, hanno pensato che fosse la sua solita, insopportabile, tendenza alla simulazione. Ahimè, niente di tutto questo; una vertebra fratturata, Mondiale finito e molte settimane di riabilitazione prima di tornare a calciare un pallone. A questo si aggiunge la squalifica di Thiago Silva. Zuniga è entrato male, credo volesse far sentire il ginocchio all'irritante avversario, ma certo non voleva rompergli la schiena. Peccato. Pessime notizie per Felipao, ma credo che proprio per questo il Brasile batterà la Germania e andrà dritto in finale. La rosa si compatterà e giocheranno, paradossalmente, con meno pressione. La Germania parte favorita e questo favorirà il Brasile. Ho sostenuto sin dall'inizio della competizione che i verde-oro mancano di un centrocampo di qualità; mi pare sia stato evidente in ogni partita, ma più di questo è stata la pressione a schiacciare la capacità di svolgere al meglio il loro mestiere di pedatori. Adesso potranno affrontare l'avversario più forte senza i loro migliori giocatori, ma con la possibilità di schierare un centrocampista in più per arginare il possesso palla tedesco e ripartire. Sono certo che potrà essere un vantaggio.

Il Mondiale dei Mondiali si sta rivelando davvero uno dei più belli e il dessert non può che essere all'altezza. Certo una finale Brasile-Argentina sarebbe il coronamento ideale di un percorso così intenso e spettacolare, ma anche Germania-Olanda non sarebbe male. Potrà essere il trionfo del calcio europeo nel continente americano per la prima volta o l'esclusione totale dell'Europa dal tavolo della coppa più ambita. Comunque vada, sarà stato un Mondiale bellissimo. Il Mondiale dei Mondiali.

Cibali

5 luglio 2014

Sturm und Drang

Cartões Postais do Brasil

Come avevamo ipotizzato alla vigilia [vedi], è stato un Brasile tutto "tempesta ed impeto". Già dall'inno si percepiva uno spirito meno emotivo rispetto alla gara col Cile: inno non urlato ma finalmente cantato, senza lacrime e più determinazione. E così è stata la partita.

4 luglio 2014, Estadio Castelao, Fortaleza
Solo i bambini non hanno pregiudizi verso i loro campioni
Il Brasile condivide con altre squadre (come, per esempio, l'Olanda) il destino di essere sempre osservato con pregiudizio. Ogni generazione, ogni partita, vengono misurate sul metro degli avi: il Brasile che sbarcò sulla luna nel 1970, quello che si infranse sul calcio totale degli Azzurri di Bearzot nel 1982 (proprio oggi festeggiamo la ricorrenza: vedi), in primis.

Eppure il Brasile 2013-2014 è stato guidato da Scolari e Parreira al titolo della Confederations Cup, dove distrusse la Spagna con una partita magnifica [vedi], e alla semifinale del Mondiale casalingo. L'Italia, la Spagna e l'Uruguay - per citare le nazionali presenti a entrambe le competizioni - sono già tornate a casa da giorni. Eppure quasi tutti storcono naso e bocca: "operaio" e "catenacciaro" sono le espressioni più edulcorate, "brocchi", "orrendi" e "inguardabili" le più diffuse, altre e molte quelle irriferibili.

E' probabile, invece, che se un'altra squadra - mettiamo l'Uruguay - avesse giocato le stesse partite del Brasile sarebbe stata apprezzata per il grande risultato raggiunto con partite "pragmatiche e ciniche". Dal Brasile, invece, pretendiamo l'utopia: che giochi sempre meglio degli altri, a prescindere. E questo ci condanna tutti: alla sofferenza o all'insoddisfazione di chi guarda e a quella di chi vince e non convince.

4 luglio 2014, Estadio Castelao, Fortaleza
Soli contro tutto
So di andare controcorrente e con pochi sodali, ma questa squadra, questi brocchetti, queste stelline e questi nocchieri mi ispirano una crescente simpatia. Perché sono soli contro tutto. Contro i loro limiti tecnici, contro la loro istintiva anarchia tattica, contro l'assenza di alternative più qualitative. Contro i pregiudizi e contro la tradizione culturale del loro futebol. Per questo sono ammirevoli e andrebbero, se non onorati, perlomeno rispettati.

Contro la Colombia hanno impostato l'unica partita possibile: pressing altissimo nella prima mezzora, che ha cancellato ogni identità di gioco dei colombiani portando al naufragio di stelline sopravvalutate come Cuadrado, e contenuto l'unico campione come James; controllo del gioco nella seconda mezzora; sofferenza solo negli ultimi minuti. Statistiche [vedi]: Julio Cesar non ha fatto una parata (zero "saves"), segno di una difesa eccellente (39 "clearances", rinvii, e 46 palle recuperate), mentre Ospina ha salvato tre volte; i brasiliani hanno corso di più in fase di possesso e di meno in fase di non possesso (cioè hanno corso meglio); i colombiani hanno attaccato di più (essendovi costretti da subito dallo svantaggio) ma senza essere mai veramente pericolosi. Considerata senza pregiudizi la partita delle Seleçao è stata perfetta.

Il peggiore in campo, semmai, è stato l'arbitro che ha consentito che la gara degenerasse in un mattatoio, che ha fatto purtroppo la sua vittima eccellente. La semifinale con i tedeschi, senza Thiago Silva e Neymar, priverà di ulteriore qualità una squadra già modesta. Ma sarà un'altra partita da Sturm und Drang. E pertanto bellissima.

Azor

29 giugno 2014

Copa América

Cartões Postais do Brasil

I primi due match degli ottavi hanno offerto due clásicos tra compagini sudamericane. Perfettamente a loro agio nel clima continentale (sarà un caso ma non si sono visti giocatori sfiniti dai crampi), hanno dato vita a due belle partite, che hanno inaugurato il Mondiale della crudeltà: quello che talora ti rimanda a casa nonostante le prodezze e l'impegno.

28 giugno, Estadio Mineirao, Belo Horizonte
I legni di Julio
E' stato il caso, ieri, del Cile, che ha tenuto in scacco il Brasile fino all'ultimo secondo, anzi: fino agli ultimi legni. E qui si propone subito una quaestio: la traversa di Pinilla all'ultimo minuto di gioco e il palo di Jara all'ultimo rigore vanno interpretati come "segni" della volontà di Eupalla o come suoi "moniti"? Traduzione: la nostra Dea ha inteso punire i cileni e premiare i padroni casa per imperscrutabili motivi? Oppure ha voluto ammonire i brasiliani che se continueranno a non onorarla calpestando la loro tradizione di jogo bonito potrà castigarli alla prossima occasione?

Che ci si trovi di fronte a una generazione di giocatori brasiliani assai modesti lo scriviamo su Eupallog da tempi non sospetti [vedi: 01-02-03]. I campioni sono un paio (Thiago e Julio), Neymar lo diventerà, forse, quando smetterà di tuffarsi, gli altri sono, al più, dei sopravvalutati giocatori di talento come Oscar, il resto è fuffa (a meno di non voler credere a Walter Mazzarri che ritiene che Luiz Gustavo, ceduto all'istante dal Pep, sia un campione). I nomi dei panchinari dicono tutto: Paulinho, Dante, Maxwell, Henrique, Ramires, Hernanes, Willian, Bernard, Jo e Maicon. Lasciati a casa? Adriano e Kakà, Robinho e Ronaldinho ... Questo passa il convento. I veri fuoriclasse la Seleçao li ha in tolda: Luiz Felipe Scolari e Carlos Alberto Parreira, due garanzie di pragmatismo, che stanno disperatamente cercando di dare un ordine e un equilibrio a una ciurma di anarchici e di solisti. Impresa titanica.

Si annuncia un quarto di finale imperdibile all'Estadio Castelao di Fortaleza il 4 luglio. Vi arriva la vera rivelazione del Mondiale, la Colombia di José Pekerman, bielsista dai modi pacati (di contro all'elettrico Sampaoli, che del maestro ha preso anche la trance podistica nell'area tecnica), che ha assemblato al meglio una compagine orfana di Radamel Falcao ma ricca di talenti, primo tra tutti il "craque" James Rodríguez, che ieri ha fatto saltare la serratura uruguagia con una delle più cristalline prodezze che abbiamo ammirato in questo, già florido, torneo. Il cambio di modulo in corso d'opera (dal 4-2-3-1 al 4-3-1-2) per sottrarre Cuadrado al martellamento dei due Pereira sulle fasce è stata forse la mossa decisiva, che ha poi lasciato ai rioplatensi solo qualche tiro da lontano tanto per mettere in mostra anche la sicurezza di Ospina e, tutto sommato, la tenuta delle difesa "italiana" dei Cafeteros.

28 giugno, Estadio do Maracana, Rio De Janeiro
A proposito di "italiani"
A proposito di "italiani", l'eliminazione del Cile e dell'Uruguay ci riporta a qualche considerzione sullo standard del nostro calcio. La Juventus, che fa sfracelli in patria e balbetta in Europa, era la squadra italiana presente con più giocatori ai Mondiali (12): nessuno dei suoi conclamati attaccanti (i famosi "top players", nella lingua di Dante) vi era stato convocato, però; le incertezze dei difensori (Buffon e Chiellini per primi) sono costati agli Azzurri i gol dell'eliminazione (vs Costa Rica e Uruguay); ieri, dopo Pirlo, Marchisio e Asamoah, sono tornati a casa anche Vidal, Isla e Caceres; rimangono in Brasile i soli Lichtsteiner (probabilmente di ritorno a ore) e Pogba, che oltretutto non è nemmeno titolare nei Bleus.Si tratta solo di un caso? Forse sì, ma forse no: il Napoli, che aveva anch'esso ai Mondiali 12 giocatori, ne ha ancora in lizza 9, magari meno celebrati dai media ma molto più funzionali al calcio internazionale di vertice. E questo ci rimanda alle conoscenze (provinciali) e alle capacità (modeste) dei dirigenti dei nostri club: basta leggere le notizie sul calcio mercato, dove inequivocabili ronzini proposti da abili procacciatori sono trattati come fuoriclasse, per mettersi le mani nei capelli. Ma ci torneremo sopra. Intanto godiamoci le mirabilia che arrivano dal Brasile.

Azor

25 giugno 2014

Delusioni, beffe e resurrezioni

Cartões Postais do Brasil 2014

L'intesa tra Mario e Ciro
Se una squadra non calcia mai in porta, è paradossale accusare principalmente il centravanti; viceversa, se incassa un numero di reti vicino al numero complessivo dei tiri indirizzati verso la propria porta, si potrebbe ragionevolmente pensare di avere seri problemi in difesa. Concordi tuttavia, la critica e la pubblica opinione (nonché il capitano della nazionale e il CapitanFuturo giallorosso) individuano in Mario Balotelli la principale delusione, il simbolo della mollezza e della modestia mostrata dagli Azzurri, condannati all'eliminazione nell'unico girone preliminare di Brasil 2014 dove si sia visto calcio antico, orrendo, lento, involuto.

Mario ha i suoi difetti. Caratteriali più che tecnici. Ha scarsa determinazione in campo. Forse anche scarso senso della posizione, tant'è vero che né Mancini, né Mourinho lo schieravano al centro del reparto offensivo, là dove si vive sempre spalle alla porta, spalle ai difensori, là dove ogni palla ricevuta va difesa con rabbia, con forza, subendo attentati alle caviglie, morsi ai polpacci, gomitate nella schiena. A questa guerriglia lui - giocatore moderno, ma non centravanti moderno - stenta a sottrarsi col movimento e con l'astuzia. Balotelli ha altre doti, ma da quando è tornato in Italia nessuno le ha sapute o volute sfruttare. Eppure l'hanno sempre tenuto lì. Dimezzandolo. Ridimensionandolo. Ciò nonostante, è bene ricordare che le ultime importanti vittorie della nazionale sono state timbrate da lui; e da lui sarebbe pazzesco non ripartire.

Georgios Samaras, sbucato ancora una volta dall'Aldilà
Certo, Italia-Uruguay è stata una delle partite meno commestibili di questo mondiale, e sarà ricordata solo per la sua relativa importanza e per il prestigio storico delle contendenti. Amen. Ci siamo riconciliati col football in tarda serata, assaporando le partite del girone C, quello che agganciato al nostro doveva comporre due carrozze nel treno degli ottavi di finale. Beh, su quei campi (a Fortaleza e Cuiabá) sembrava si giocasse uno sport diverso. Rapido, tecnico, spettacolare, pure se altrettanto disperato - soprattutto a Fortaleza, dove tra Grecia e Costa d'Avorio era in palio il passaggio di turno (esattamente come tra Italia e Uruguay). I greci, sempre dati per morti, riescono sempre a rimandare il proprio funerale; gli africani, dal canto loro, riescono sempre nell'impresa di sperperare il proprio talento, anche quando tutto sembra volgere per il meglio. Regalare un penalty a pochi secondi dalla fine (ieri sera); oppure averlo a favore ma sbagliarlo (il Ghana quattro anni fa). Accade a loro più che ad altri, e qualcosa significherà.

Perdiamo le incursioni di Gervinho, la potenza e la classe di Yaya Touré, le ultime fiammate di Drogba; ci teniamo la rabbia agonistica di Karagounis e di Papastathopoulos, nostre vecchie conoscenze. Per fortuna rivedremo la Colombia. Tecnica e velocità, gusto del gioco e molteplicità di soluzioni, giocatori fantastici. I Cafeteros sono il vero Brasile di questo mondiale, ma la questione è aperta; l'appuntamento per risolverla è già fissato: 4 luglio, a Fortaleza - sempre che Cile e Uruguay non si mettano di traverso.

Mans