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24 giugno 2014

Bet & Breakfast

Cartões Postais do Brasil 2014

Il pallottoliere, dopo i super over di ieri, dice: 36 partite, 108 gol. Esattamente, tondi tondi, tre a partita. I vari Bet & Breakfast, a quanto pare, continuano ad offrire straordinarie promozioni. Tipo: ti rimborsiamo l'intera quota se punti sulla Croazia (vittoria/pareggio) ma il Messico segna tre gol nel secondo tempo e in meno di quindici minuti. Oppure: ti restituiamo la puntata, con un bonus aggiuntivo, se l'Argentina non segna almeno un gol all'Iran nei primi 90 minuti, eh eh eh. Chissà cosa si inventeranno nei prossimi giorni.

Anche i supermercati offrono sconti, ma li condizionano ai risultati dell'Italia. Ho visto donne anziane ignare persino della forma del pallone trepidare per Italia-Costa Rica. Quando l'Italia avesse vinto, potevano rivendicare un taglio di 50 euro (!) al referto dello scontrino. Delusione, rabbia e sconforto: da Palermo ad Aosta.

Ma oggi è il giorno di Italia-Uruguay. Allarme meteo. Cento gradi all'ombra è dato a 2.25, umidità al cento per cento a 3.15, bombe d'acqua e allagamenti a 2.75. E' scattato anche l'allarme eliminazione, ed è sempre più rosso. Si discute 24 ore su 24 allo scopo di individuare la migliore soluzione per scongiurarla. Gli umori degli 'appassionati' si possono percepire soprattutto negli studi delle antenne locali, dove le discussioni non sono paludate come nelle trasmissioni RAI. Telefona gente inferocita: come fa la Juventus a pensare di acquistare Pato? I giornalisti-tifosi rispondono, fanno l'occhiolino, spiegano che l'interesse del Milan per Iturbe è solo simulato, mirato a generare un'asta e a occultare i veri obiettivi di Galliani. Telefona gente speranzosa: è vero che Luisito Suarez potrebbe arrivare all'Inter? Potrebbe, ed è già accaduto nel tempo dei tempi. E' vero che Balotelli è 'già' dell'Arsenal, è 'già' del Tottenham, è 'già' del Sunderland, no non è vero, a parte che meriterebbe di giocare al massimo nel Milan o nel Pachuca, senza offesa naturalmente. A proposito di Balotelli: bisognava lasciarlo a casa. E' la nostra zavorra. E' un fuoriclasse. Non è un centravanti. Non è un bomber. Certo, aveva ragione Lui: è una mela marcia. Non si capisce perché non giochi Immobile. Come si fa a paragonare Immobile con Supermario. Non si capisce perché non giochino insieme. Non si capisce come facciano a giocare insieme, visto che si conoscono solo di nome. Contro l'Uruguay si ricorre al modulo-juve. Sì, ma la Juve ha Tevez e Llorente mica Balotelli e Immobile. Inoltre punta su Sanchez, ma tiene almeno uno tra Pogba o Vidal. E' vero che l'Inter non riesce a piazzare Guarin, visto che con la Colombia sta in panca? E' vero che Kakà rimane? Che se ne va? Che va ma prima o poi tornerà? Si accettano scommesse.

Mans

16 giugno 2014

"They are the pass masters"

Palloni giocabili / Rassegne stampa

Il rapporto degli inglesi con il football è, notoriamente, tra i più complessi del pianeta Eupalla. Non hanno inventato il calcio ma credono di averlo fatto. Lo hanno semmai re-inventato - come ha spiegato più volte e bene Giani Brera - quando svilupparono la pratica sociale dello "sport" nel corso dell'Ottocento, e ne sono stati reputati i maestri fino alla seconda guerra mondiale.

Italy’s veteran rolls back the years with a vintage display
in Italy’s 2-1 win over England
La "soccer revolution" degli anni 1950s svelò però il loro ritardo tattico e culturale rispetto al resto del mondo, come colsero subito Willy Meisl [vedi] e Brian Glanville [vedi]. Da allora, la storia della loro Nazionale è quella di una continua disillusione, che alcuni scrittori hanno provato ad "anatomizzare" (come Jonathan Wilson: vedi) o a "misurare" (come Simon Kuper, Stefan Szymanski: vedi). Resta il fatto che, a parte la Coppa Rimet del 1966 - molto, ma molto "casalinga" [vedi] -, non hanno mai vinto nulla, raccogliendo brutte figure e delusioni profonde fin dalla sconfitta con gli USA nel 1950, proprio in Brasile. In 64 anni sono approdati in semifinale solo una volta, nel 1990, oltre al 1966. E taciamo dei campionati europei.

La storia rivela un dato crudo e inoppugnabile: gli inglesi non sono una potenza calcistica. Il che sembra un paradosso. Gianni Brera nel 1970 si convinse che "i ruvidi inglesi non sanno tener palla: debbono sempre correre, avventarsi, rischiare", e che li affliggano "la presunzione e la broccaggine". I sudditi di sua Maestà ovviamente non si arrendono al dover credere che questa sia la loro tradizione, soprattutto a fronte delle grandi vittorie internazionali dei club negli anni 1970s e 1980s, peraltro anche quelle un po' declinanti in questo secolo (solo 3 CL in 14 edizioni).

Quando i Leoni si qualificano ai Mondiali, e dal 1998 lo hanno fatto continuativamente, si rinnova ogni quattro anni il drammone nazionale dell'illusione preventiva e della delusione successiva. Così è stato anche quest'anno: allenatore, squadra, federazione, media, tifosi e ambiente tutto erano convinti, come tutte le altre volte, di poter fare finalmente bene. Benny Hill si era addirittura spinto a dire incautamente che "what makes me think we can win it [The Cup] is that it is a knockout competition" [vedi]. Dal cuore dell'Amazzonia è venuta l'ennesima conferma che non è possibile, nemmeno questa volta. Magari la prossima, chissà.

L'educazione britannica è comunque quella dell'understatement. E le reazioni della stampa dopo la sconfitta con l'Italia nella prima partita del Mondiale brasiliano ne sono una conferma. Si magnifica l'avversario, a cominciare da un fuoriclasse come Andrea Pirlo che ha mostrato cosa significhi giocare al calcio dal primo all'ultimo minuto, compresa la splendida punizione avvelenata che è andata a baciare la traversa sotto gli occhi stupiti di Joe Hart al 93°. Così il "Daily Mirror": "The veteran maestro nearly made the Manchester City goalkeeper look very silly indeed at the death in Manaus when his free kick cannoned off the bar" [vedi].

Scorriamo una breve rassegna giornalistica.

Andrea Pirlo the pass master stars in his own film to hurt England. Italy’s veteran rolls back the years with a vintage display in Italy’s 2-1 win over England
"The Guardian"

Italy prove they are the pass masters as Azzurri rack up highest accuracy ever recorded in a World Cup game since 1966
"Daily Mail"

Andrea Pirlo watch: Italian midfielder makes his mark against England without touching the ball
"Daily Mail"

Andrea Pirlo the master casts his spell for Azzurri
"The Times"

Mario Balotelli rises to wreck England's ambitions after signs of promise in Manaus
"The Indipendent"

Misery in Manaus as another Andrea Pirlo master-class condemns England to defeat
"Metro"

Pirlo and Balotelli provide Italy class and power
"USA Today"

15 giugno 2014

Greetings from Italy

Esordio in grande stile per l'Italia dei Cesaroni. C'è poco da fare, esistono almeno due nazionali di calcio nel nostro Paese: quella delle amichevoli e quella delle partite ufficiali. Ieri abbiamo ammirato, dopo ben nove amichevoli senza vincere, quella che ci piace di più. Cattiva, determinata, senza paura e fisicamente in grande spolvero. Alla vigilia ero molto sereno, l'Inghilterra versione Brazil 2014 è una delle più scarse da circa quarant'anni. Un mix di esperienza e giovanilismo male amalgamato e guidato da un allenatore a cui vanno tutta la mia simpatia e la mia stima umana, ma che non ha mai ottenuto risultati a livelli alti. Abituato a pensare in piccolo, sir Hodgson non fa paura. Lette le formazioni ho invece avuto un sussulto; difesa a quattro come previsto con Baines e Johnson sulle fasce e Cahil-Jagielka centrali. Henderson-Gerrard davanti alla difesa con Welbeck e Sterling mezzi interni. Rooney dietro all'unica punta Sturridge. Niente di nuovo sotto il sole. Hodgson ha schierato la formazione migliore che ha a disposizione. Come dicevo, un mix di esperienza e gioventù mal amalgamato. Per il futuro gli inglesi sono messi bene e potranno recitare un ruolo da protagonisti se troveranno il nuovo Gerrard (a tratti imbarazzante ieri sera) e se sapranno crescere almeno un altro centrale di caratura mondiale. Cahill è un onesto pedatore, ma non può garantire solidità dietro. Meglio il centrale trentunenne dell'Everton. Mi ha impressionato Sterling. Il giovane giamaicano (classe 1994!) del Liverpool sembra Anderson ai tempi di sir Ferguson. Se non si perderà ne vedremo delle belle.

14 giugno 2014, Arena Amazonia, Manaus
Raheem Serling affrontato da Paletta
Noi siamo scesi in campo all'insegna dell'equilibrio, ed è qui che mi sono sorti i primi dubbi. Avrei schierato due punte o almeno Cassano insieme a Balotelli con Chiellini centrale e uno qualsiasi a sinistra. Alla fine però ha avuto ragione Cesare e se lui allena la nazionale un motivo di ci sarà. Complimenti. Resto tuttavia scettico su due punti in particolare. Il primo riguarda Paletta e il secondo Chiellini: Paletta non può giocare in una nazionale, specialmente se questa è l'Italia e se la competizione è la più importante del pianeta. Insicuro, sempre fuori posizione, mai in grado di impostare. Abbiamo ballato parecchio e molto per colpa sua. Senza voler infierire troppo diciamo che non è adeguato al livello richiesto per queste partite. Chiellini secondo me non può fare il terzino. È un insulto al gioco del calcio. Non spinge mai, non riesce a saltare l'uomo è inutile in quel ruolo a meno di non doversi chiudere e difendere il risultato. O lo mettiamo centrale o, sarebbe meglio assai, lo mettiamo in tribuna. Giocasse nel Sassuolo la Nazionale la vedrebbe dal divano di casa sua.

Pirlo andrebbe beatificato. È il trenta percento della squadra. Sempre tranquillo, non va mai in affanno, vede tre ore prima come si svilupperà l'azione, per togliergli il pallone devono triplicarlo sempre e a volte non basta. Monumentale. Darmian mi ha impressionato, ma gli inglesi a destra non ci hanno capito nulla dall'inizio. Rooney doveva aiutare Baines e non lo ha mai fatto, poi Hodgson ha spostato Sterling da quella parte e comunque non è servito. Se le premesse sono queste abbiamo trovato il nuovo Cabrini. Bene Balotelli, sempre decisivo quando serve e bene Candreva anche se ha sull'anima il pareggio in società con Paletta. Aveva un chilometro quadrato per servire Darmian e lo ha ignorato perdendo banalmente palla. In queste partite certi errori non si possono fare, si rivelano spesso esiziali.

14 giugno 2014, Arena Amazonia, Manaus
Balotelli esulta dopo aver segnato il gol del 2-1 definitivo
Gigantesco Barzagli, erede della gloriosa tradizione difensiva nostrana e bravo Marchisio che ha corso talmente tanto da avere "le allucinazioni", parole sue. De Rossi granitico come sempre e perfettamente complementare alla coppia Pirlo-Verratti. Ottimo l'esordio mondiale di quest'ultimo che ha dato l'anima dall'inizio alla fine, spirito alla Gattuso con piedi per fortuna ben diversi. Una nota di merito va a Sirigu, chiamato a sostituire Buffon all'ultimo minuto. Grande partita, ma non avevo dubbi. Il ragazzo di Nuoro è una certezza, ha fisico, posizione e riflessi per difendere la porta dell'Italia a un mondiale. Elogio infine degli assenti. La mancanza di Montolivo è una manna per noi. A parte il dispiacere umano per il ragazzo, resta la certezza che sia una zavorra per il centrocampo italiano. Adesso andiamo in verticale quando serve e sembra che i tempi di gioco funzionino alla perfezione.

Insomma, se il buondì si vede dal mattino ...

Cibali

Old and new masters

Cartões Postais do Brasil 2014

Sin dal sorteggio che ci aveva assegnato il più duro e affascinante dei gruppi nella storia dei Mondiali (7 coppe su 19 in campo, forse solo quello del Sarriá nel 1982 - 6 su 12 - gli era superiore) avevo avvertito la positiva sensazione che fosse quello per noi ideale, perché ci avrebbe costretto a metterci in gioco subito, senza titubanze. In fase di pronostico lo avevo ribadito [vedi]. Qui provo ad argomentare meglio: non abbiamo bisogno solo di scandali e polemiche per caricarci (fosse così non avremmo una grande considerazione della nostra tradizione, quella di Pozzo, Rocco e Trapattoni ...); basta l'importanza dell'evento e il modo di avvicinarcisi - e penso agli avversari del 2010 e all'approccio sconsiderato di Lippi, per intenderci.

Spira uno spirito di gruppo come nelle spedizioni più fortunate ...
L'esordio con l'Inghilterra - terra madre di vecchi maestri che ci hanno battuto solo nelle leggendarie sfide degli anni 1930s, e poi mai più - è il migliore dal 1978 (2:1 alla Francia) per qualità di gioco, risultato e blasone dell'avversario. Benny Hill [look at] ha provato a sorprenderci nel primo tempo, con il pressing e la velocità, e con l'esplosività dei tre ragazzi neri davanti - che, con Rooney, formano la linea d'attacco forse migliore qualitativamente delle 32 -, cercando l'imprevedibilità nello spazio breve, e sfruttando le differenti attitudini al ritmo dei rispettivi campionati. La prima mezzora è stata così una inevitabile sofferenza tra chi è abituato a correre e pressare e chi a trotterellare. Con una variante decisiva: la fornace umida dell'Arena Amazonia. Gli inglesi hanno corso e pressato nella prima mezzora, corso nella seconda, e si sono spenti nella terza (soffrendo di crampi, a differenza dei nostri). La loro base è comunque buona e qualitativa in molti giovani: in Brasile faranno esperienza e potranno essere tra i protagonisti tra due anni agli Europei: l'operazione è "Azincourt 2016".

I nuovi maestri siamo noi, guidati - non a caso - da un Cesare "Augusto" [vedi la stima di Eupallog]. Per tradizione siamo maestri del gioco di sofferenza, ma Prandelli ha aggiunto qualcosa che solo Sacchi aveva provato a dare prima di lui alla Nazionale, cioè un gioco manovrato. Anche contro l'Inghilterra si è vista questa costante ricerca del possesso e del fraseggio, anche nella prima mezzora in cui eravamo schiacciati: non si sono visti lanci lunghi o spazzamenti difensivi, bensì una continua cucitura a palla bassa, anche rischiosa la sua parte. Quando abbiamo preso campo è emersa la qualità del palleggio del nostro centrocampo, che ha pari solo in quelli della Spagna e della Croazia tra le 32.

Altri tra noi analizzeranno la partita dei singoli. Segnalo solo come 9 dei 14 in campo fossero esordienti ai Mondiali: tra questi la mia menzione va a Darmian, Candreva e Balotelli. E, parafrasando il Filosofo, confesso che "mai avrei pensato di vedere Paletta e Parolo via satellite" dal cuore dell'Amazzonia. E' possibile - ma speriamo non probabile - che questa partenza intensa la si possa pagare più avanti, diciamo nelle ultime due delle sette partite, come accadde proprio nel 1978 (il continente è quello, peraltro). Ma intanto ieri sera abbiamo spaventato il Mondiale. Adesso avranno tutti paura di noi.

Azor

28 novembre 2013

Partite estenuanti nel gelo

Fettine di coppa: quinto turno 2013-14

Barbuto e agile, l'egiziano Mohamed Salah
fa esplodere il St. Jakob
In queste due serate che anticipano la chiusura del Group stage pochi erano i match con punti davvero pesanti in palio per entrambe le contendenti, e svariati gli XI ridotti a lottare nel gelo per proseguire l'avventura europea nel torneo meno nobile. Sono loro a regalare le partite migliori, quelle più incerte e spettacolari: il Viktoria Plzen al City of Manchester, l'Anderlecht soccombente in casa col disperato Benfica. Viceversa, prive di emozioni e presto consegnate alla storia (ma non alla memoria) le goleade di United e Real; soffre ma vince di largo punteggio anche Lucescu, più che altro a testimoniare il momento non brillante della pedata basca. Dopo cinque turni, solo sei posti nel tabellone degli ottavi sono già matematicamente assegnati, e qualche salvacondotto sarà distribuito nell'ultimo (10-11 dicembre) in sfide che si preannunciano tese e drammatiche: Milan-Ajax, Galatasaray-Juventus, Schalke-Basilea (a proposito: gli elvetici sono l'attuale bestia nera di Mou, avendo bissato con un gollettino in zona Cesarini il successo già ottenuto a Stamford Bridge, platonicamente vendicando le due sconfitte subite in primavera nelle semifinali di EL). Allo stato, unici (e non per caso) a punteggio pieno quelli del Bayern, a ulteriore illustrazione di un'egemonia recente ma costruita per durare, e che attinge ora il record di vittorie consecutive (dieci) nella competizione.

Paradossale, ma non imprevista, la situazione di Napoli e Juventus, comparativamente considerata. I bianconeri, in un girone di difficoltà medio-bassa, sono riusciti finalmente a raggranellare tre punti al termine di 90 minuti di noia estenuante, faticando a piegare la resistenza del Football Club Copenaghen, terzo nella Superliga danese; basterà ora non perdere a Istanbul ma, come da risalente tradizione, le difficoltà juventine in Europa compensano un comodo signoreggiare domestico. Il Ciuccio, invece, è riuscito a vincere tre partite vere nel girone della morte, ma ora dovrà probabilmente schiantare i Gunners sotto una montagna di reti per evitare il precipizio nel purgatorio dell'Europa League. Obiettivamente, l'impresa pare ardua. E' il destino delle neofite; lo stesso che, sino all'anno scorso, caratterizzava le campagne continentali del City, club irroratissimo di stelle ma penalizzato dalla propria storia e quindi dal ranking. Dal canto suo, il malinconico autunno del Milan ritrova blasone e sprazzi di classe sull'ampio rettangolo di Celtic Park. E' bastato mantenere saldi i nervi e costante la concentrazione mentale per neutralizzare le velleità degli scozzesi, il cui modo di stare in campo è invariato da decenni; Mario e Riccardino insieme (se uno si 'tranquillizza', e se l'altro mantiene voglia e brillantezza), e preferibilmente in azioni di contropiede, possono fare molto male a difese anche più attrezzate di quella celtica. Vedremo.

Di questo quinto turno restano negli occhi soprattutto alcune pennellate d'autore: ieri sera il balletto di Drogba a preparare un assist di esterno destro per Bulut, giocata degna di Pelé; la meravigliosa e fortunata (quanto sostanzialmente inutile) serpentina di Isco; le ormai consuete rifiniture di Rooney, vero hombre-orchestra del rigalleggiante United, imbattuto da un po'; martedì, una sgroppata old style di Kakà, accelerazione bruciante e shoot a girare fuori di un nulla; e naturalmente i rovesciamenti di gioco a velocità pazzesche del Borussia, capaci di mandare in apnea (e alla lunga in asfissia) qualsiasi avversario. Aubameyang e Mkhitaryan sono i nomi - non ignoti, e più difficili da scrivere che da pronunciare - dei nuovi astronauti mandati in orbita da Kloppo.

Mans

29 giugno 2012

Super Mario

28 giugno 2012
Doppietta globale dell'Italia

L'inutilità del rigore tedesco

Essendo, com'è noto, il calcio metafora della vita, il penalty concesso a Ozil per il mancato rispetto delle regole si è offerto come esemplare tropo della competizione in atto per il dominio dell'area-euro e dell'economia europea.

28 giugno 2012, Stadion Narodowy, Warszawa
Il giocatore simbolo dell'inadeguatezza germanica.
Che porti un numero simbolo (il "10") costituisce ulteriore
offesa per Eupalla e per la storia del football
Quel calcio di rigore ha cambiato il punteggio finale, ma non la sostanza e la forma della partita. E' stato inutile. Del resto, con noi i tedeschi sono destinati a soccombere, quando il confronto si disputa ai massimi livelli; quando ogni risorsa viene gettata nella contesa. Loro hanno, appunto, meno risorse: meno tradizione, meno cultura, hanno minore capacità di adattamento (una semifinale vive di fasi e di equilibri continuamente mutanti); hanno dovuto sin dall'inizio (per paura) mutare il loro assetto, e poi ancora varie volte durante la partita, senza mai ribaltarne l'inerzia. D'altra parte: solo un neonato poteva davvero credere che Podolski ci avrebbe creato problemi (non ci ha fatto nemmeno il solletico; e aveva davanti Balzaretti, non Burgnich o Gentile); solo chi non ha visto il Bayern nelle semifinali e in finale di CL non si è reso conto che Schweinsteiger non sta in piedi e che non è certo uno capace di trascinare la truppa e sollevarne il morale (anzi: è il primo a deprimersi) quando le cose vanno male. Una leadership in campo, si sa, è essenziale per il buon funzionamento di una squadra. Non avendola, si sono smarriti; e anche Gioacchino Manicarrotolata - dopo millanta vittorie contro selezioni di ranking risibile, per un record risibile - ha mostrato lo stesso volto, tra il pietrificato e il rassegnato, la stessa inadeguatezza di condottiero. E' stato incapace di motivare i suoi, che nel secondo tempo hanno attaccato con relativa furia e minima lucidità, offrendosi al nostro contropiede in molteplici occasioni: poteva essere una mattanza storica.

Prandelli dice: "bisogna stare attenti, quando si parla di Italia". E' così. Il repertorio che abbiamo esibito in questo torneo rimane utopia per qualsiasi scuola calcistica: l'abbiamo arricchito grazie alla didattica di Cesare, che ci ha insegnato a condurre tratti di partita attraverso l'inedita (per noi) gestione prolungata della palla. Gestione che ha, naturalmente, l'effetto di spezzare il ritmo del match, di interrompere le inerzie sfavorevoli. Ieri sera abbiamo un po' sofferto nei primi 15', come contro la Benny Hill'S Club band; poi, trovate distanze e posizioni, gli abbiamo nascosto il pallone per sei o sette minuti; fino al primo gol di Mario, esito logico in quel momento della partita. Poi la fase dello schiacciamento nella nostra area e la disponibilità di spazio nella loro metà campo: c'è qualcuno al mondo che può insegnare a noi tempi e movimenti del "contropiede"? O qualcuno che può insegnarci come ci si difende in area di rigore e nei suoi pressi? Ovviamente no. Le nostre risorse calcistiche, già considerevoli, si sono ora solamente accresciute. Sicché il nostro unico problema è, e sempre resterà, la qualità degli interpreti. Per il momento, abbiamo alcune pentavalide e uno che lo può diventare, e che forse ha iniziato a diventarlo proprio al Narodowy.

Balotelli. Finalmente è esploso.Qui fra di noi, almeno io e Azor da anni discutiamo di lui e del fatto che si tratti di un pedatore potenzialmente sensazionale, per la varietà dei colpi, la dirompente fisicità, il talento naturale. Ha detto giustamente, Cesare, dopo la partita: "la sua carriera è appena iniziata". Azzardo un paragone, senza irriverenza. Marco Van Basten aveva due o tre anni più di Mario, nell'europeo dell'88, quando decollò definitivamente. Non aggiungo altro.

Mans

La legge di Mario

Quando ero ragazzo impazzivo per Maradona. Facevo carte false per andarlo a vedere. Percepivo che stavo vivendo un momento storico, avevo l'opportunità di ammirare dal vivo il più grande poeta del pallone di tutti i tempi, colui il quale superava le appartenenze particulari, creando, cibandolo di roba sopraffina, un unico grande consorzio civile: quello dei figli di Eupalla. Nonostante le emozioni irripetibili che quell'uomo mi ha dato e ha dato a milioni di persone in tutto il mondo, c'erano parecchi fenomeni del "giusto" che non mancavano mai di commentare: "si, grande calciatore, ma come uomo...". Come uomo che? Ho sempre sopportato poco questo atteggiamento verso gli altri, siano essi calciatori o fontanieri. Sono livelli che non si intersecano mai e se anche, accidentalmente, si intersecassero personalmente non me ne fregherebbe nulla. Si sa, ci sono persone che, incapaci di aggiustare la propria vita, si occupano di mettere ordine in quella degli altri. Maradona sta al calcio come Michelangelo sta alla scultura, come Einstein sta alla fisica e io ai bucatini alla amatriciana.

E questo che c'entra con ieri? C'entra eccome. Mario Balotelli, dopo aver schiantato la corazzata crucca, ha zittito tutti i moralisti, ignorantissimi di calcio, che ne hanno scritto peste e corna per mesi e mesi, senza mai concentrarsi sull'unica cosa che conta davvero: il suo talento. Ieri, dopo la gara, si è presentato davanti alle telecamere RAI ed è apparso per quello che è: un ragazzo timido, imbarazzato di fronte alle sollecitazioni dei giornalisti, sinceramente commosso quando ha risposto alle domande dei cittadini emiliani colpiti dal terremoto e profondamente umano quando ha parlato della mamma Silvia, presente ieri allo stadio. Di Balotelli, negli ultimi mesi, si è parlato solo per quello che non ci riguarda affatto ovvero che tipo di persona è. E chissenefrega! A me personalmente niente. Ieri ha mostrato a tutti quello che gli amanti del pallone sapevano già: è un fenomeno. Un calciatore potente, scaltro, di una straordinaria intelligenza tattica (rivedersi il movimento sul primo gol, please), che usa le sue armi con eccezionale maestria. Evviva Mario! L'importante è non snaturarlo. Non è un'educanda e non lo sarà mai (per fortuna). Grazie anche oggi a Cesare per averci restituito questa meravigliosa realtà: un gruppo unito, che ci crede perché, come ho scritto all'inizio del torneo, il calcio è un gioco e chi pensa sia un'altra cosa è destinato a soccombere (vero Sblatter?). "Giocare a calcio", non "praticare il calcio" e non "fare calcio". Il lavoro è lavoro e talvolta, anche se il tuo ti piace, può annoiarti. Ma non può essere la regola, altrimenti lo fai male ed è un problema serio. Mario lo sa, lo sapeva in anticipo, prima dei soloni che ne narravano solo le gesta notturne (invidia eh?) e ieri ce lo ha sbattuto in faccia. Lo ha sbattuto in faccia soprattutto ai tedeschi (ormai gli è rimasta solo la psicanalisi). L'atto IV è finito come doveva finire, con una lezione di calcio come raramente si è visto in competizioni di questo livello. La Germania non ha giocato male e per alcuni tratti della gara ci ha messi in difficoltà, ma era la semifinale degli europei e c'era da aspettarselo. Complimenti ai kartoffeln, ma in finale ci andiamo noi!

E ora sotto con i toreador: sarà partita durissima, ma possiamo batterli. Rivivo Spagna 82, una nazionale commovente, esaltante, specchio di un paese che, nella sua parte migliore, non vuole scendere a compromessi con la sua dignità.

28 giugno 2012, Stadion Narodowy, Warszawa
Finalmente! Mario esulta dopo aver bucato Neuer per la prima volta
Perdere la finale sarebbe una bella rottura di scatole, ma non pensiamoci. Anche domenica dovrà prevalere la legge del più forte, la legge di Mario.

Cibali

Mario über alles

Sto invecchiando. Ho come la sensazione (che è una constatazione tra il perplesso e l'attonito) di tendere all'enfatico e al retorico negli ultimi tempi. Ma come fai a simulare disincanto di fronte a questa memorabile cavalcata cui stiamo assistendo, vada come vada alla fine.

28 giugno 2012, Stadion Narodowy, Warszawa
36° minuto
Ieri sera è esploso Mario e chi mi conosce sa che ho sempre creduto in lui come potenziale pentavalida, che ho dissentito sconsolatamente per la sua svendita al City per rafforzare l'Inter di Benitez e far proprio il pregiudizio di Josè Mourinho, che mi hanno dato crescente fastidio le critiche continue a un ragazzo sensibile che si trova gli occhi addossi di tutti i media del mondo 24h24, che quasi tutte le "carrambate" mi hanno fatto sorridere più che indignare. Ieri sera ha abbracciato la mamma a bordo campo incarnando profondamente il senso della sua italianità. Dietro alla faccia da duro si trincera un ragazzo intelligente e sensibilissimo, che ha parenti inghiottiti dalla orrenda fornace di Auschwitz, che paga ogni giorno il razzismo dissimulato di una società isterica e xenofoba e l'invidia che sempre colpisce gli uomini pubblici. "È stata la serata più bella della mia vita" ha detto, con molta semplicità. E diamo a Cesare quel che è di Cesare: lo ha atteso con paterna fiducia e ha avuto ragione, alla fine. Come con Cassano.

I due gol, uno più bello dell'altro, sono già entrati nella storia del calcio italiano (per stare all'orto di casa), e vanno a porsi accanto a quelli di Boninsegna, Burgnich, Riva, Rivera, Rossi, Tardelli, Altobelli, Grosso e Del Piero, nella nostra memoria. Pirlo che nel cerchio di centrocampo "vede" Chiellini avanzato sulla fascia sinistra e lo serve col consueto lancio millimetrico, questi che passa subito la palla poco più avanti a Cassano che fa un movimento difficile da descrivere (tra il dribbling e la "veronica") tra due avversari da cui esce un cross di stupefacente bellezza di sinistro lievemente a rientrare, Mario che 'vede' anche lui dove finirà il pallone, prende il tempo a Badstuber e a Neuer e salta altissimo ad inzuccare al 20°. Sedici minuti dopo, Montolivo raccoglie nella nostra area uno smanacciamento di Buffon, va via palla al piede allargandosi sulla fascia sinistra, alza lo sguardo e vede Mario lanciarsi alle spalle dei due centrali difensivi tedeschi poco oltre il cerchio di centrocampo, e con tempismo effettua un lancio di 40 metri che Mario raccoglie sul piede spalle alla porta, ma questa volta si gira sveltissimo e procede verso la lunetta anticipando la disperata diagonale di Lahm con una bordata impressionante per velocità (125 km/h) e precisione (la palla fa il pelo al palo): Neuer rimane di sale.

Due terrificanti cazzotti sul mento ai tedeschi. E d'altra parte il calcio è una cosa semplice: si gioca in ventidue e alla fine vincono gli italiani.

Azor