23 dicembre 2014

Natale con emiri e sceicchi

Cartoline di stagione: 17° turno 2014-15

Non ci sono dubbi!
Poltroncine a forma di trono e foderate di soffice bianco; stadio piccolo e semi-acustico con tribune punteggiate da qualche irriducibile italiano venuto da chissà dove, ma soprattutto da emiri e sceicchi, ricchi benzinai e loro cortigiani: in questo scenario surreale, rimpiangendo Pechino, in piena congerie natalizia e in orario italiano coincidente con la punta di traffico su tutte le tangenziali si è disputata la partita valida per la nostra supercoppa. Eravamo l'ultimo paese a non averla ancora assegnata; ha portato qualche milioncino alle esangui casse del movimento, è stata (per fortuna) una sfida divertente e incerta, minacciava di durare fino alla Befana, e alla buonora il Ciuccio l'ha non immeritevolmente spuntata, ridando senso a una stagione che sembrava deragliata. La Juve si è confermata grigia e dipendente soprattutto dalle lune di Tevez; il Napoli è parso migliorato, ma la sua tigna agonistica è proporzionale agli umori del Pipita. Il quale ha mostrato senza pudore gli attributi - della cui esistenza forse qualcuno dubitava - e punito tre volte Gigione, l'altro juventino in serata di vena; vanificando perciò le incredibili topiche dei centrali difensivi partenopei (Albiol e Koulibaly), due autentiche sciagure. Come che sia, archiviamo la stagione 2013-14. Allegri, dopo avere a stento raggiunto il suo primo e dichiarato obiettivo (qualificazione agli ottavi di CL), ha fallito il secondo.

Per assenza di avversari decenti, forse, Allegri vincerà il campionato - a ben guardare, di una situazione analoga si avvantaggiò anche nel 2011, con la Benamata ebbra del triplete e abbandonata da Mou, con la Juve in difficile ricostruzione, con il pacco-dono di Ibra ricevuto alla vigilia del campionato. Assenza di avversari decenti: la Roma ha mostrato pochezze preoccupanti al cospetto del Milan, cioè una delle dieci squadre che avanzano a passo di lumaca nel gorgo che ricomprende la zona nobile della classifica e quella solitamente destinata ai grandi peccatori. Paga il calo fisico di Totti, che resta l'unico capace di accendere il gioco, dando imprevedibilità e tempi perfetti all'azione d'attacco; del resto, non potrà tenere la scena per i giorni dei giorni; paga anche - forse - le insicurezze generate dalle scoppole interne di Champions. Lo 'spettacolo' della Serie A è tutto nella terra di mezzo, nell'equilibrio di partite giocate col coltello tra i denti, e il cui esito non è quasi mai scontato (si vedano, nel week-end, le rimonte di Atalanta, Inter, Toro, Udinese e Samp nella stessa partita, Empoli - a Firenze). 

All'assalto, col sangue alla testa
Dal resto del pianeta pallonaro monitorato dai nostri schermi nulla di memorabile ha illuminato il week-end. In Bundes prosegue l'agonia del Borussia, e per fortuna di Klopp una lunga pausa è alle viste (sempre che non decidano di dargli il benservito, come farebbe qualunque nostro presidente). In Premier si fermano i Red Devils, che ora - per far convivere Falcao e Van Persie - schierano Rooney nella posizione propria di Nigel de Jong: ciò nonostante - o forse proprio a causa di ciò - producono purissima improvvisazione calcistica, jam session che non sempre riescono come si deve, e comunque qualcosa di ancora ben lontano da un'idea e una logica di grande squadra. Il Liverpool, nell'ennesima disperata partita di questa disperata stagione, impatta l'Arsenal ad Anfield sette minuti oltre il novantesimo, in inferiorità numerica e grazie a un'inzuccata su corner del bendato e sanguinante Skrtel: ai cardiologi del Mersey non mancherà lavoro, nei prossimi giorni. In Liga ha riposato il Real, giusto il tempo di andarsi a prendere il titolo FIFA di campione d'ogni mondo (una vera scampagnata a Marrakech), mentre l'Atletico ha mostrato carattere (e chi ne dubitava) in terra basca, travolgendo il Bilbao nel secondo tempo. Facile poker calato anche dal Barça - il che costituisce un'ulteriore conferma della sua discontinuità. Nella Grand Boucle l'andatura è ora fatta dal Marsiglia, ma la sgommata dell'OL a Bordeaux è stata impressionante; sornione e annoiato di Blanc, il PSG resta accodato.
Auguri a tutti.

P.S. Tornando alle cose di casa nostra, è da mettere in archivio l'ennesimo atto di sottomissione della FIGC. Il diktat di Agnelli è solo una prova di forza, e la nazionale (cioè lo stage voluto da Conte) ha costituito il pretesto atteso da Andrea per assestare una bella legnata sui denti al detestato Andonio e al disistimato Tavecchio. Questo accade nel calcio italiano, nei giorni in cui cadono gli anniversari della scomparsa di due grandi italiani: Pozzo e Bearzot. Due grandi italiani, già. E stiamo qui a parlare di nani.

Mans

22 dicembre 2014

Non tutto il Mario vien per nuocere

Pareggiare in casa con l'Empoli è sostanzialmente una sconfitta per la Fiorentina. E lo è ancor di più per la Fiorentina dell'ultimo mese, mai sconfitta in campionato e rullo compressore in trasferta. Dopo la sconfitta in casa contro il Napoli la Viola non ha più perso. 11 punti, 11 gol fatti e 3 subiti. Degli 11 punti realizzati, ben 9 sono stati quelli fatti in trasferta, mentre in casa il bottino è magrissimo. Come mai negli ultimi campionati. La forza della Fiorentina è sempre stata l'Artemio Franchi, il fortino di Campo Marte. Quest'anno le cose sembrano ribaltate. La Viola in casa non vince più. Non perde, ma non riesce a imporsi. Che cosa sta succedendo? Difficile dirlo e comunque la perentorietà nel calcio è esercizio da stolti. Sembra tuttavia che la frenesia di vincere condizioni i giocatori di Montella.

Ieri la Fiorentina ha giocato molto bene per quasi un'ora e non era facile. L'Empoli è una squadra organizzatissima. Tutti sanno alla perfezione quello che devono fare e lo fanno assai bene. Sarà opportuno tenere d'occhio Sarri, se non si fa ingolosire dalle sirene della grande squadra già dall'anno prossimo, può diventare uno dei migliori allenatori italiani.

La Fiorentina è partita alla grande mettendo sotto l'avversario e creando molto. L'Empoli non si chiude, non lo fa mai. La Viola ha affrontato la gara con il modulo a lei più congeniale: tre centrali larghi e di ruolo (finalmente!), esterni alti con Pizzarro a dettare il ritmo, Borja Valero e Mati Fernandez a girare attorno al cerchio di centrocampo, il primo più basso, il secondo quasi trequartista, se il ruolo esistesse ancora. Cuadrado anarchico in appoggio a Gomez. L'Empoli ha ribattuto colpo su colpo, ma fin quando la Fiorentina è stata bene in campo, non c'è stata partita. Il primo tempo si è chiuso con il gran gol di Vargas, unico modo fin lì di sbloccare una partita che sembrava ferma sullo zero a zero.

Costato più di venti milioni e salutato da più di ventimila tifosi.
Firenze aspetta ancora il miglior Mario Gomez
Il secondo tempo si è aperto con dieci minuti di fuoco, in cui la Viola ha spinto per chiudere il discorso, ma la solita supponenza in fase realizzativa (soprattutto di Cuadrado) e un po' di sfortuna (il palo di Marione) hanno propiziato il più classico dei classici nel mondo pallonaro: gol sbagliato, gol subito. E infatti il buon Tonelli, abitué del colpo di testa su calcio d'angolo, ha beffato la zona difensiva viola e ha trafitto l'incolpevole Neto (sul cui rinnovo contrattuale mi esprimerò dopo il cappone natalizio, ma premetto che la colpa dell'incomprensibile stallo non è, secondo me, tutta del portiere brasiliano). 1-1 e palla al centro. È dopo il pareggio empolese che la Fiorentina ha mostrato tutti i suoi limiti. Ma non credo si debba eccedere in critiche. La partita di ieri è stata la dimostrazione che questo campionato è scadente come mai era accaduto prima. La Fiorentina c'è e ci sarà fino alla fine per il terzo posto, ma deve imparare a gestire i momenti della partita, cosa che le manca da sempre e che distingue le buone squadre da quelle vincenti. Mi concentrerei di più sull'organizzazione dell'Empoli e, mi ripeto, sulla preparazione di questo allenatore che viene da molto lontano ed è arrivato in serie A perfettamente consapevole della sua storia.

Intanto si aspetta il miglior Mario Gomez. Ieri il tedesco ha giocato una buona partita. Era sempre dove doveva essere e ha avuto molta sfortuna in almeno un paio di occasioni. Restano molte riserve sul suo modo di giocare il pallone coi piedi. Gomez non è mai stato un uomo squadra. È un finalizzatore, ma per finalizzare deve ricevere la palla davanti e non dietro. In quest'ottica ho visto Vargas dal primo minuto ieri e in un paio di occasioni si è capito anche il perché. Gomez è un patrimonio della Fiorentina e tornerà il centravanti prolifico che è sempre stato, magari senza un Cuadrado che gli ronza intorno, salta il primo uomo, ne cerca un altro, e la perde sistematicamente.

Cibali

15 dicembre 2014

Tempi duri per le outsiders

Cartoline di stagione: 16° turno 2014-15

E' stato un week-end di risultati interessanti ma non di bel gioco. Con qualche sorpresa.

Nella Grand Boucle le due fuggiasche si fermano contemporaneamente, consentendo all'Olympique Lyonnais di accodarsi. Una bella corsa, si direbbe, per l'equilibrio; ma i due XI olimpici perdono più facilmente del PSG (quattro sconfitte contro una sola) e subiscono anche più reti, perciò è presumibile che loro obiettivo massimo sia quello di riuscire a tenere il pubblico in sala TV sino alle ultime battute. I titoli di coda sono scontati, e la Ligue 1 cosituirà il principale bottino dei parigini, destinati a lasciare l'Europa negli ottavi, quando vanamente cercheranno di speronare il pullman e di escorcizzare gli illusionismi di JM.

Luciano Vietto abbraccia il connazionale Simeone, ma poi lo infilzerà
Ubriache dei propri record, le Merengues li aggiornano di giorno in giorno e Carletto ingrassa. Le avevamo lasciate in proiezione 138 reti, ed ecco che la quaterna assestata all'Almeria (ultimo della Liga) le porta a 139. Lara Croft sale da 62 a 66. Che dire? Mentre il Madrid è sempre una festa di gol, Barça e Atlético sembrano di fiato corto. Nell'ultimo turno un punto in due e nessun gol. Rumorosa la caduta interna dei Colchoneros, in un match nervoso e ricco di episodi polemici. Il sommergibile giallo ha saputo colpirli in contropiede proprio nel finale - ma poteva riuscirci anche prima. Adesso sono sette i punti che separano il Cholo da Carletto. Troppi, forse; così come eccessiva pare la differenza di qualità tra le due rose, cui si può rimediare nella singola partita ma difficilmente sulla lunga distanza. I catalani, invece, sono sempre in mezzo al guado, salpati da un ancora recente e maestoso passato e speranzosi di approdare in un futuro che vorrebbero fosse all'altezza di quella irripetibile 'stagione'. Steccano troppe partite, questa è la verità. Meno quattro dal Real, vale a dire due pareggi di troppo, imposti da gente non irresistibile (Malaga e Getafe).

La Bundesliga - torneo nel quale Guardiola allena i suoi in vista della campagna europea di primavera - è niente più che una bella zuffa per i posti di rincalzo; si sono avvantaggiati quelli di Wolfsburg, ma dietro di loro c'è una gigantesca ammucchiata, in una situazione simile a quella italiana. Il povero Klopp ha dovuto chinare il capo anche sul campo dell'Hertha: un solo gol, favorito da pagliacceschi inciampi nell'erba di Hummels e Subotic. Nove sconfitte in quindici partite: questo è lo score impressionante dell'XI che per un paio d'anni ha messo a ferro e fuoco le piazze del continente.

Ma perché la porta del Borussia offre così libero il proprio specchio?

In Premier League si profila adesso una possibile ed eventualmente appassionante gara a tre, perché Van Gaal sta lentamente mettendo a regime lo United (nonostante un'infermeria sempre strapiena). Gli è bastato pochissimo (non certo la qualità del gioco) per mettere sotto il Liverpool a Old Trafford, e si è ben visto come la ruota della sfortuna abbia preso di mira i Reds. Il gol che apre la partita (Rooney) arriva tre secondi dopo un clamoroso spreco di Sterling. Questo brevissimo segmento di partita ha riassunto tutta la stagione disputata finora dal Liverpool: errori a gogò sottoporta e difesa di burro. Come per l'Atletico, come per il Borussia, si palesa anche per l'XI di Rodgers la difficoltà di tenere il passo. Il ruolo di outsider è fascinoso, specie nell'epoca signoreggiata da pochissimi top-club, ma la normalità è sempre dietro l'angolo.

A proposito di outsider: la Juve pesca proprio il Borussia nell'urna di Nyon. Sorteggio buono? Visto il momento dei tedeschi, si direbbe di sì. Se riprendono a correre e giocare come sanno, sicuramente no. In prospettiva, sembra facilmente migliorabile soprattutto il rendimento del Borussia. Certo, "poteva andare peggio", dicono i più. Vedremo, le partite si giocheranno tra qualche mese, un tempo possibile ad Allegri e a Klopp per trasformare rose ricche di ruggini e tare in sfolgoranti macchine da gol. Personalmente, tuttavia, non comprendo la considerazione di cui godono i bianconeri. Le ultime partite sono state modestissime e aride. Ieri, per esempio, hanno sballottato la povera Samp per una mezzoretta, cavando da questo dominio assoluto lo straccio di un gollettino; l'orgiastica eccitazione dello Juventus Stadium è poi evoluta in rabbiosa incredulità quando Gabbiadini (non Arda Turan, non Cristiano Ronaldo) ha fatto secco Gigione con un sinistro che più calibrato non poteva essere - del resto, è sicuro che Siniša abbia appeso i suoi ai ganci dello spogliatoio, dopo un primo tempo così inane. Intanto, Tevez e Llorente sono sempre a secco, Morata non esplode, Giovinco non è Altafini (figuriamoci), Coman è una bella promessa ma ancora non incide. Questo pareggio viene dopo quello stentato di coppa, dopo lo squallido zero a zero di Firenze, dopo la vittoria immeritata nel derby. Inaciditi dal tradimento di Conte, i tifosi bianconeri si dicono innamorati di Allegri. Forse, semplicemente, fingono di esserlo. Dal canto suo, la Roma vive un momento arbitrale felicissimo e raggranella punti che non raggranellerebbe senza decisioni fortunate. Spero se ne tenga conto quando riesploderà la santabarbara.

Mans