21 dicembre 2019

Merseyside Derby all'epifania

Mischiate il rosso del Liverpool con il blu dell’Everton e otterrete il colore della Mersey. La FA Cup ci regala un derby nell’epifania di Anfield Road tutto da gustarsi. Ma bontà sua il derby di Liverpool divide senza dividere. A proposito di tifosi: “No way, man, I' m a bluenote”. In una intervista radiofonica concessa a RadioMerseyside Paul McCartney smontava le illusioni di quanti lo immaginavano sostenitore del Liverpool, forse dimenticando qualcosa della propria biografia, o forse cercando nuovi consensi, ammise: “È vero che simpatizzo per l'Everton ma dato che a me della rivalità o delle questioni politiche non me ne importa un fico secco se il Liverpool va in finale di Champions io tifo per la squadra della mia città”. I suoi amici di sempre, quelli d' infanzia, gliela giurarono. Uno, noto come Dickie the Dick, minacciò di riportarlo per le strade di Allerton con un barile di birra da svuotare come penitenza. Sessanta anni fa i Beatles pare si spartissero le simpatie: Paul e George Everton mentre John e Ringo (cui andrebbe aggiunto anche Pete Best ossia il batterista più sfigato della storia) Liverpool. Ci sono anche altre versioni e il dibattito resta aperto. In ogni caso di certo c'è che nessuno dei quattro amasse particolarmente il football (John tirava qualche calcetto, Paul mai, Ringo preferiva il rugby e da ragazzino George era un folle collezionista di modellini d’auto Stirling Moss). E poi insomma la Kop che intona "You' ll never walk alone" era impressa su “Meddle” dei Pink Floyd, e mica va bene... A scanso di equivoci Brian Epstein (il manager) li obbligò a non pronunciarsi mai in pubblico sulle loro simpatie sportive per evitare di confondere i fans.
Ma a Liverpool come detto esiste sì la rivalità ma non l’avversione. Che si ami il Liverpool oppure l’Everton è importante, anzi fondamentale, essere uno Scouser, l’appellativo con cui viene definito l’accento a tratti incomprensibile degli abitanti della città. Il termine deriva da uno stufato di carne di origine scandinava (il lapskaus) che i marinai e i cittadini più poveri erano soliti mangiare in quanto nutriente ed economico. Nel 1989 dentro un Wembley costipato di pubblico e commozione si giocò una finale di Coppa a un mese dai fatti di Hillsborough e tutti cantarono Abide With Me abbracciati come fossero (e lo sono) un'unica famiglia, solo con gusti diversi, raggiungendo uno dei punti più alti dell’emotività legata al calcio inglese. Poi certo, ci fu una partita, surreale, pirotecnica, risolta dal solito famelico Ian Rush e la sera stessa qualcuno scrisse su un muro di Liverpool: “Dio salva, ma Rush ribatte in rete”. 
Eppure gli “evertonians” affermano con una certa sicurezza che la vera squadra del popolo sono loro; loro che vendettero Anfield al neonato Liverpool costruendosi il Goodison un miglio più su nel verde dello Stanley Park. Per le fredde statistiche in FA Cup è andata meglio ai rossi con 9 successi contro 8 comprensivi di due finali disputate nel decennio degli ’80 quando in ogni caso l’Everton di Howard Kendall ebbe la forza di salire in due occasioni sul trono d’Inghilterra, e in un caso lo fecero conquistando 90 punti e segnando 88 reti di cui 23 firmate dallo scozzese Greame Sharp, mettendosi dietro, molto dietro, proprio i vicini guidati da uno dei figli prediletti della Kop come Kenny Dalglish, che a sua volta aveva ricevuto le consegne dall’iconico Joe Fagan. 
Ok: segnatevi sul calendario le 16 del prossimo 5 gennaio.

Simone Galeotti

18 gennaio 2019

Un calcio a senso unico


Abbiamo smesso di seguire l'attualità. Nessun commento appare più, su queste pagine, che riguardi la stagione corrente del calcio italiano o quella competizione priva di credibilità agonistica che è la Champions League. 
Il problema è, appunto, la 'competizione'. Semplicemente: non c'è. E dunque ha poco senso parlarne.
Non c'è: e, in Italia, meno che altrove.
Il controllo del sistema, in tutte le sue componenti, da parte del club pluri-titolato con sede a Torino, dovrebbe costituire motivo di imbarazzo. E invece i media non fanno altro che esaltarne le vittorie ottenute in serie, cantando le prodezze (ma quali?) della grande star portoghese. 
E quando la vittoria potrebbe sfuggirle, ecco che gli errori arbitrali, o il mancato rispetto delle direttive sull'impiego del VAR, indirizzano la partita.
Buon divertimento a tutti.




25 dicembre 2018

Quando Santa Claus aveva dimora a Liverpool

Natale senza calcio, come da tradizione.
Una tradizione che però fu inaugurata solo a metà degli anni Sessanta, nel secolo scorso. Già. Perché fino ad allora, normalmente, il 25 dicembre si scendeva in campo. Specie se cadeva di sabato o di domenica.
Ma non solo. In Inghilterra, per esempio, si disputarono turni regolari di First Division fra il 1947 e il 1958, con poche eccezioni.
E allora prendiamo un club a caso. Il Liverpool, visto che (oltre a essere uno dei più importanti del Merry Kingdom) oggi è lì, primo in classifica, solitario e felice.
Ad Anfield arrivò il 25 dicembre del 1947 nientemeno che l'Arsenal, e si tenga conto che i Gunners vinsero il torneo in quella stagione. Doppietta di Ronny Rooke, bomber di razza, tre a uno per i londinesi.

L'anno successivo i Reds si recarono a Manchester, ospiti dello United ma sul campo del City: in quella giornata vi fu lo scontro incrociato fra le squadre delle due città. Un doppio, natalizio e soporifero, zero a zero.

Nel 1949 si giocò il 24 e il 26. L'anno successivo si tornò in campo il 25: a Blackpool i Reds incassarono un netto tre a zero. Rivincita ad Anfield nel 1951, anzi nessuna rivincita. Solo un modesto pareggio.
Nel 1952 il Liverpool trascorre a Burnley il giorno di Natale: ne torna con due reti nel sacco. 1953: trasferta nelle Midlands, nella tana del WBA, a West Bromwich, e altra sonora sconfitta (cinque a due). In quella stagione, i Reds conclusero la stagione all'ultimo posto della classifica, e iniziarono il periodo peggiore della loro storia: otto stagioni consecutive in seconda divisione. Proprio nell'anno un cui l'Everton, dopo tre inutili tentativi, riusciva a tornare nel campionato maggiore.
Insomma, si può dire che, in quegli anni, tutti i supporter di club inglesi - una volta reso pubblico il calendario della stagione - speravano di poter incontrare i Reds nel Christmas Day. Nutrivano buone speranze di trascorrerlo felicemente.
Santa Claus, in quegli anni, aveva fissato la sua dimora a Liverpool. Non a caso, forse, è da sempre di colore rosso il suo vestito.

14 maggio 2018

La Juventus e la congiuntura italica


La Serie A è quasi finita (anche se mancano dettagli non di poco conto: la terza retrocessa e il quadro preciso delle qualificate alle competizioni europee), naturalmente ha vinto la Juventus, che ha alzato anche, a metà settimana e con assoluta nonchalance, la Coppa Italia. Settimo scudetto consecutivo e quarto double consecutivo. E' una sequenza di accoppiate (scudetto e coppa) che non ha precedenti nella storia del calcio europeo. Un'impresa mai riuscita a un club inglese in 130 anni, ma nemmeno a uno scozzese (nonostante la sua minore competitività); ma nemmeno in Spagna, in Germania, e tanto meno in Francia: (vedere qui l'illuminante cronologia universale del 'double').



Senza dubbio, della lunga e vincente stagione bianconera (che non è per nulla scontato si sia conclusa) i ricordi si propagheranno per generazioni.

Ma? C'è un ma, eccome.

In un passato abbastanza recente, qualsiasi club italiano capace di produrre una sequenza simile di vittorie sarebbe di corsa entrato (e dalla porta principale) nella ristretta élite delle squadre più forti di tutti i tempi, facendo incetta di trofei internazionali. Nell'immaginario della pedata, si sarebbe collocato accanto al Real degli anni Cinquanta, all'Inter di HH e al Milan di Rocco, all'Ajax, al Bayern del Kaiser, al Liverpool, al Milan di Sacchi/Capello/Ancelotti, all'UTD di Sir Alex, al Barça e al Real contemporanei.

La Juventus costruita da Conte e perfezionata da Allegri sembra invece destinata (pur con questa performance strabiliante) a rimanere protagonista di una storia solo locale. Una storia sportiva che illustra la marginalità e il declino del paese, riflessi vistosamente dal football come e più dei dati comparativi ricavati da altri e più significativi contesti.

16 marzo 2018

Is José Mourinho the worst manager in the history of Manchester United?


Ottavi di coppe in archivio. Senza sorprese. Spazzati via già all'andata Basilea, Besiktas e Porto, le altre cinque sfide erano rimaste (quale più, quale meno) sostanzialmente aperte. Alla fine, una sola è stata la sorpresa - che sorpresa è stata, però? -, e cioè la triste uscita dello United di fronte al suo pubblico e per mano del Sevilla. Triste e rumorosa, ha segnato soprattutto il tramonto (forse irreversibile) della stella di Mou, che non brillava più da anni con particolare intensità ma orientava i pronostici e le attenzioni. Il Sevilla, passato da qualche mese nelle mani di un tecnico che era, per le recenti vicissitudini milaniste, tra i meno considerati d'Italia e in Italia - il buon Vincenzo Montella -, ha espugnato Old Trafford senza i patemi che pure aveva sofferto la Juventus a Wembley, ribadendo la lezione di calcio già impartita agli uomini del portoghese nella gara di andata, conclusasi inopinatamente a reti bianche. Fa tristezza vedere i Red Devils ridotti a giocare un calcio d'attesa e difesa, tecnicamente povero, imperniato sulla muscolarità dei mediani (Matic e Fellaini), sulla brutale forza d'urto del centravanti, sulla virtuale spinta di due terzini che - strane sono le traiettorie dei calciatori, a volte - un tempo giocavano (con risultati discreti) all'ala o sulla trequarti offensiva (si parla, è ovvio, di Valencia e di Young). Spiace vederli così a mal partito, costretti a giocare un calcio che è esattamente all'opposto del calcio che hanno sempre praticato o cercato di praticare gli uomini scesi in campo con quella maglia, dai tempi (perlomeno) di Matt Busby. Ci si domanda come abbia fatto la dirigenza dell'UTD a operare - dopo alcuni errori - una scelta così regressiva, affidando la squadra (la sua gestione tecnica, il mercato e quant'altro) a un uomo che ormai reagisce con indifferenza alle sconfitte sul campo e con plateale sarcasmo alle critiche (in sé legittime) dei colleghi.


La domanda è: "is José Mourinho the worst manager in the history of Manchester United?"

mans




15 febbraio 2018

Grazie in anticipo al Real (alla fine si dice perché)

Fettine di coppa - CL (ottavi, andata: prima settimana)

Il ritorno degli inglesi, anzi delle inglesi. L'armata britannica muove possente - onusta di ricchezze e di ambizioni - alla conquista del continente, pressoché abbandonato alla balìa d'Hispania e Catalunya negli ultimi anni. Saranno sfide - quando verrà il momento, e il primo arriverà già la prossima settimana, a Stamford - ruvide e veloci. Saranno ordalie.

Ma che giocatore è diventato?
Ma diciamo la verità. Le goleade esterne del City e dei Reds si potevano prevedere, anche se magari le loro dimensioni impressionano. Ha più peso specifico la rimonta degli Spurs allo Stadium, arrivata dopo che il solito inizio tremendo della Juventus sembrava avere chiuso la pratica. Giusto il tempo di aprirla. Dicono che qualcuno al decimo minuto stesse già lasciando lo stadio: a furia di vincere facile, lì, ci si annoia. Solo qualcuno, eh, gli altri assaporavano l'idea del contropiede, delle serpentine negli spazi di Douglas Costa. La muraglia, tutti pensavano, non sarebbe mai caduta. Chi riesce a far gol alla Juventus, da tempo immemore? Nessuno. Quasi nessuno. L'ultimo è stato Caceres, un ex, uno lasciato partire a zero, un reprobo. Ci sta. Certo, però, il Tottenham non sembra qualcosa di simile al Sassuolo e nemmeno alla Fiorentina. Con tranquillità, con atteggiamento ben diverso da quello che portò alla rovina il tremebondo Barça di un anno fa proprio su queste zolle, gli inglesi (molti davvero inglesi, di passaporto e di nascita) hanno risalito la china e fatto saltare i nervi di Allegri. Che, saggiamente, a un certo punto ha deciso di difendere il due a due preferendo non rischiare di incassare il terzo.


E' una Juventus davvero brutta. Se poi produce un risultato brutto, sarà bene iniziare a rifletterci su. Il prode Massimiliano, a caldo, ha dichiarato che gli obiettivi prioritari del club sono campionato e Coppa Italia. In Champions si cerca di andare più avanti che si può. Discorsi da allenatore del Celtic e del Brondby, non da uno che in finale ci è arrivato già due volte. Il popolo insorge, la dirigenza tace (acconsentendo? dissentendo? Vai a sapere. Mah, sarà solo questione di fatturato, è possibile).

Il grande match, la grande attrazione degli ottavi era in cartellone ieri sera. Scenario usuale, da quando la Coppa esiste. Anche lì, 'sembrava' che qualcosa di storico potesse accadere. Le apparenze ingannano, specie nel football. Sembrava che il PSG potesse annientare i Blancos nel loro stadio. Niente miedo escénico per i Neymar e i Dani Alves, e pare ovvio. L'enfant prodige insacca e sembra una prodezza, ma è Navas a spiazzarsi da sé. Partita in cui il fattore 'tattica' è assente. Spazi aperti in tutte e due le metà del campo, si potrebbero vedere molte reti. Un rigorino più che generoso rimette in sesto il Real. Che, come spesso succede in queste occasioni, viene fuori alla distanza. Il terzo gol di Marcelo, per quanto fortunoso, arriva alla fine di una fase di possesso alto, sul lato sinistro, che è un vortice di tecnica e di potenza. Tutto acquista un senso. Pensi che a questi, ormai, se devono giocare contro il Getafe o contro il Levante, alle tre di pomeriggio, magari al Bernabéu pieno a metà (o vuoto a metà), viene sonno. Chi c'è stasera? Il PSG? Oh, finalmente. Sembra di sentirli. Zidane in queste circostanze si rilassa, se il calcio per lui ha uno scopo è quello di poter vivere queste serate.

Beh, sono espressioni che dicono molto

E gli altri? I parigini? Sono nati nel 1970, nell'anno in cui iniziava il dominio olandese (culturale e anche nell'albo d'oro della coppa), quando il torneo aveva già una lunga e gloriosa storia, densa di leggende e di favole, di cadute e rinascite. Il Paris è una squadra forte ma 'finta', senz'anima. Costruita a tavolino. Senza tradizione, senza orgoglio. Se avverrà, ringrazieremo il Real per aver cacciato dall'Europa quelli che cercano di conquistarla usando solo la potenza del denaro.

Mans

10 febbraio 2018

Addio Serie A

L'uso politico del moviolone (nelle partite di Napoli e Juventus) e lo strapotere (tecnico, finanziario, politico e 'psicologico') della Juventus hanno ormai screditato del tutto la Serie A.
Inutile scendere nei dettagli, tutto è sotto gli occhi di tutti.

Per questo scegliamo di non seguire più il nostro (falso) campionato.


8 dicembre 2017

Rinascita inglese, crisi tedesca (e l'Italia che va)

Fettine di coppa: CL ed EL 2017-18 (fase a gironi).

Finalmente, a dicembre inoltrato, la fase a gironi delle due competizioni europee va in archivio. Amichevoli di lusso e poste lasciate a bella posta o semplicemente per risparmiare energie hanno caratterizzato l'ultimo turno; in generale, il tono e lo spettacolo non sono stati granché. Purtroppo, un ritorno ad antiche formule è contro gli interessi dei network, e dunque dei club, e dunque dell'Uefa. Pazienza. 


Un bilancio, tuttavia, propone (nel suo complesso) dati abbastanza sorprendenti. Dall'Europa escono, senza la consolazione di continuare la stagione nel torneo minore, club di prestigio antico e/o di fortune più o meno recenti, come Benfica, Feyenoord, Anderlecht, Monaco. Nel torneo minore retrocedono recenti finaliste (o comunque protagoniste assolute) come Atletico Madrid e Borussia Dortmund. In Champions passano tutte le inglesi (invertendo un trend quasi stabile), ed erano cinque, e due di esse lo fanno da imbattute (Liverpool e Tottenham: le affiancano, in questa striscia senza sconfitte, il clamoroso Beşiktaş e il solito Barça). Il Real, come l'anno scorso, non vince il suo campionatino. Lo vince (da nessuno pronosticata) la Roma. Lo vince anche il già evocato Beşiktaş, che pur affrontando rivali non di assoluto livello era da considerare il primo candidato all'ultimo posto. E così via.

Giocatori turchi e non turchi con la terza maglia del Beşiktaş Jimnastik Kulübü.
Hanno espugnato senza grandi difficoltà la Red Bull Arena di Leipzig


Questa la distribuzione per nazioni, rappresentata da quattro numeri (il secondo è riferito al numero di club passato dalla CL all'EL, perché capace di conservare - o conquistare - il terzo posto in questa fase; l'ultimo al numero di club che hanno concluso in questa settimana la loro stagione continentale). Limitiamo l'osservazione ai paesi di ranking alto, sperando di non aver sbagliato i conti.

Spagna:        3 1 3 0
Inghilterra:  5 0 1 1
Italia:            2 1 3 0
Germania:    1 2 0 3
Francia:        1 0 3 1
Portogallo:   1 1 1 2
Russia:         0 2 2 0

Dunque, siamo gli unici, con la Spagna e la Russia, a non aver perso nessuno per strada. Siamo secondi solo agli inglesi per numero di campionatini vinti (4 contro 5, a fronte dei 3 presi dalle spagnole). Epocale è la performance negativa dei tedeschi, rimasti in vita grazie all'inevitabile Bayern, ma che hanno visto tutte le loro squadre schierate in Europa League incapaci di superare la prima scrematura. Potrebbe non essere un buon viatico in vista della Coppa del mondo. Ricordiamo come nel 1974 il disastro italiano in Germania fu preceduto dalla immediata eliminazione di tutte le nostre squadre da tutte le coppe - con la sola eccezione del Milan, che arrivò sino in fondo nella Coppa della coppe, dove chiuse la sua prima, lunga stagione di successi europei schiantato dal Magdeburgo di Sparwasser. Insomma, lo straordinario 'modello' teutonico (oggi indicato come la strada da seguire per noi, allo stesso modo in cui nel 1974 la strada indicata fu quella olandese - allora considerata 'giusta' nonostante la fine del ciclo dei club orange in Europa) mostra qualche segno di debolezza sul piano della competitività a livello agonistico.

Giocatori dell'Atalanta Bergamasca Calcio in festa: hanno messo sotto
anche l'Olympique Lyonnaise e ne hanno ben donde

Che altro, rimanendo in casa nostra? Diamo i voti. Dieci all'Atalanta, nove alla Roma, otto alla Lazio, sei alla Juventus, cinque al Milan e al Napoli. Prospettive? Discrete per la Juventus in CL e per Lazio e Atalanta in EL. La Roma ha già fatto moltissimo. Quanto al Napoli, è da vedere a che punto sarà il suo campionato in febbraio; ma un cedimento in Serie A difficilmente sarebbe la premessa giusta per una campagna da protagonista nell'Europa che conta poco.

Sul Milan è preferibile sorvolare.

Mans

20 novembre 2017

Mayday, stiamo precipitando!

Addio Milan!

Oggi voglio parlare del Milan con poca emozione, affrontando la problematica attraverso due punti di vista apparentemente sconnessi ma incredibilmente correlati. 

La questione tattica: l’operato di Montella

Ho osservato la partita col Napoli (e quelle precedenti) con grande attenzione, cercando di individuare una serie di problematiche comuni allo schieramento tattico del Milan. È lampante l’utilizzo di una difesa a quattro in fase di non possesso, schierata con Borini a destra, Musacchio/Zapata centro-destra, Bonucci centro-sinistra e Romagnoli/Rodriguez a sinistra. In fase di possesso invece la squadra beneficia di un’impostazione a tre, con Borini e Bonaventura (o chiunque giochi sull’esterno sinistro) che si alzano per cercare di creare superiorità sulle fasce. Il Milan però ha i maggiori problemi in fase di transizione negativa, cioè quelle situazioni di gioco in cui non ha il tempo materiale per disporsi secondo previsione e deve operare delle 'scalate'. In questo senso l’equivoco tattico maggiore è rappresentato dalla posizione di Borini, ma più in generale dalla coppia che forma sulla destra con Musacchio (oppure con Zapata, quando il colombiano viene preferito all’argentino). 

Partiamo dall’analizzare una situazione di gioco che qualsiasi allenatore prepara quando gioca contro il Napoli: la difesa sul taglio alle spalle di Callejon.

Musacchio esce su Insigne (essendo il centrale di destra quello deputato agli anticipi) e Borini occupa l’insolita posizione di terzo centrale. Si vede chiaramente che vengono entrambi attratti dalla palla, lasciando un taglio solare per Hamsik, perfettamente in gioco. Romagnoli chiama il fuorigioco (non può nemmeno vedere dove sia il suo diretto avversario) e Callejon arriva a concludere.



Nell’episodio del gol del vantaggio di Insigne succede qualcosa di assolutamente analogo. Musacchio (cerchio rosso) viene attratto da Mertens che lo porta fuori anticipandolo nettamente. Borini (cerchio blu) scala ad occupare la posizione di centrale di destra, ma sbaglia i tempi del fuorigioco con Romagnoli e decide di non seguire il taglio di Insigne. In realtà ci sarebbe nuovamente una traccia esterna solare per Hamsik che viene lasciato libero da Suso (che non ripiega) e da Kessié, impegnato sostanzialmente a controllare l’arbitro. È mai possibile che un ex-attaccante, seppur chiaramente limitato dal punto di vista tecnico, occupi costantemente la posizione di centrale di difesa? In realtà Borini non sbaglia in senso assoluto, c’è spazio per fare il fuorigioco, ma manca affiatamento a livello di reparto (come potrebbe essere altrimenti) e i tempi sono completamente errati. 

Assodato che la fase di transizione negativa lasci parecchio a desiderare, a difesa schierata non va affatto meglio.



La linea arancione connette quelli che dovrebbero essere i quattro difensori in fase di non possesso. Ancora una volta Borini e Musacchio sono attratti dal pallone e lasciano completamente libero Hamsik. L’interpretazione di Romagnoli e Bonucci è corretta, mentre Kessié deve preoccuparsi del giocatore del Napoli che occupa la posizione di esterno sinistro. È Montolivo quello che dovrebbe uscire su Jorginho, ma è in colpevole ritardo. Anche a difesa schierata Borini e Musacchio sbagliano nelle intenzioni e nei movimenti e Hamsik arriva a concludere indisturbato. 

Dal punto di vista offensivo invece, la manovra del Milan oscilla tra un possesso di palla orizzontale, decisamente sterile, ed una serie di scelte sbagliate che vengono costantemente ripetute in fase di costruzione avanzata.




In questa situazione Suso potrebbe beneficiare di 3 movimenti molto interessanti, ma sceglie di tirare nonostante ci sia poco spazio per far passare il pallone. Kalinic e Bonaventura tagliano correttamente sul secondo palo, mentre Borini si sovrappone con i tempi giusti. In generale l’area di rigore è ben occupata eppure il trequartista del Milan opta per la soluzione peggiore.




In quest’altra istantanea, invece, si evidenzia benissimo quanto sia sterile la manovra negli ultimi trenta metri. Bonaventura trova palla tra le linee, una zona molto interessante. Kalinic è già in fuorigioco, prima che si possa operare qualsiasi scelta, mentre Andrè Silva è pigro: non fa un movimento ovvio in profondità, rimane statico nella sua zona. Allo stesso modo Kessié avrebbe una ghiotta traccia esterna da occupare, ma decide ancora una volta di restare in una zona di comfort. Bonaventura è dunque costretto a tirare da molto lontano, senza forza e con scarso successo. In generale il Milan attacca pochissimo gli spazi in fase offensiva, vuoi per caratteristiche dei singoli giocatori o per le scelte tattiche adottate. Questo semplifica in maniera sostanziale le letture difensive delle squadre avversarie che devono limitarsi a delle marcature a zona molto statiche, a tratti addirittura piacevoli per le gambe. 

Purtroppo è soltanto questo quello che è stato capace di costruire Montella in cinque mesi pieni di lavoro: una macchina assemblata in maniera lacunosa oltre ogni ragionevole limite dei singoli.

La questione societaria: dal mercato alle miniere di fosforo
Gli acquisti operati da Mirabelli appaiono superiori, sul piano prettamente qualitativo, ai giocatori che lo scorso anno hanno saputo regalare una stagione quantomeno dignitosa. Tuttavia sono tutti molto simili per caratteristiche e ovviamente condividono anche tanti difetti. La rosa è globalmente molto lenta e ambigua dal punto di vista tattico: Kessié non è un recuperatore di palloni puro e Calhanoglu oscilla tra quattro o cinque ruoli diversi senza conoscere esattamente i compiti di nessuno di essi. Andrè Silva e Kalinic si pestano continuamente i piedi e Musacchio non sta facendo altro che rimarcare le tante lacune già mostrate ai tempi della Liga: scarsa velocità di pensiero e di lettura, estrema superficialità nelle chiusure preventive e prestanza fisica limitata. Tutte ragioni per le quali non è mai entrato nel giro dei preferiti di Sampaoli (che invece convoca Fazio e Pezzella). Bonucci e Biglia dovevano essere quelli di sicuro affidamento e se il primo appare in leggera ripresa, il secondo soffre di continue problematiche fisiche che ne limitano l’apporto e la costanza. Questo aspetto non deve stupire: l’argentino è prossimo ai 32 anni e ha sempre sofferto di problemi muscolari. Forse con 20 milioni e un pizzico di fantasia in più quel ruolo poteva essere coperto meglio. 

Poi c’è tutta la questione delle miniere di fosforo che non esistono. I continui attacchi della stampa mondiale (non più soltanto italiana) sono assolutamente giustificati: in sei mesi nulla è stato chiarito dal punto di vista societario ed il Milan sembra destinato a passare di mano, da un avvoltoio all’altro. A Milanello si lavora sotto una pressione enorme, dettata anche da quelle che sono le condizioni finanziarie del club. Probabilmente tutti percepiscono una certa inquietudine, la stessa che permea i tifosi quando si parla di futuro. In questo contesto, tra continue speculazioni ed accuse, diventa molto difficile lavorare. Il NYT accusa Yonghong Li di truffa e falsificazione di documenti e la società non reagisce, subisce in silenzio senza possibilità di smentire. È arrivato il momento di fare chiarezza, sono i risultati in campo a chiederlo.

Oslo

  

14 novembre 2017

Il calcio ammainato

Per noi (quasi) sessantenni, la mancata qualificazione dell'Italia alla Coppa del mondo costituisce un passaggio inedito, epocale. Cresciuti negli anni del boom economico, dell'uscita dalla povertà, attirati al pallone dalla consapevolezza che italiane erano grandi squadre (squadre grandi nel mondo, non solo a casa nostra) e italiani grandi giocatori, sopportammo con stupore ma senza che la fiducia in giorni migliori venisse meno anche la brutta (clamorosamente brutta) prestazione in Inghilterra durante l'estate del 1966. E infatti, di lì a un paio d'anni diventammo campioni d'Europa e dopo due anni ancora contendevamo al magno Brasile la conquista definitiva della Coppa Rimet.

La storia più recente dice che sempre (nel '98, nel 2002, nel 2010) le delusioni, le sconfitte sono arrivate perché così è il calcio. Si vince e si perde. Si esce da un torneo per un gol sbagliato, per un arbitraggio scellerato, e in novanta minuti anche la Nuova Zelanda potrebbe mettere in difficoltà un undici non al meglio della condizione. E' nostra (non solo nostra) consuetudine, in questi casi, licenziare l'allenatore e invocare rivoluzioni a livello 'politico'. Le sconfitte sul campo trovano ragioni soprattutto fuori dal campo, e a spiegarle bastano, da un lato, l'inadeguatezza dei 'capi', dall'altro la mancanza di idee, l'assenza di progetti non destinati a un rapido accantonamento.

C'era, questa volta, la sensazione netta che gli azzurri sarebbero arrivati in Russia poco competitivi. Non c'era però il pensiero che - in Russia - gli azzurri non ci sarebbero andati. Sui media la caccia ai colpevoli, le analisi 'politiche' occupano parecchio spazio, ma il calcio è materia opinabile e dire (per esempio) che avremmo dovuto a suo tempo imitare il modello spagnolo o quello tedesco ha poco senso. Ciascun paese ha i suoi metodi, ma anche la sua tradizione calcistica. Metodi e scuola che trovano il tempo per confrontarsi ogni due anni a livello continentale e ogni quattro a livello mondiale. 

Siamo stati estromessi dalla partecipazione a questo confronto. Siamo stati bocciati. Siamo tornati poveri. Siamo senza futuro. Il calcio si allinea al paese che rappresenta e che viene raccontato. Non abbiamo alcun motivo di essere ottimisti. Nessun giocatore nato in Italia promette di diventare un campione. Soprattutto, percepiamo come di tutto questo non importi poi tanto. Molti desideravano questa umiliazione, per i motivi più diversi e generalmente poco nobili. Di fronte a questo disfattismo, non sappiamo cosa dire. Appendiamo una scarpa al chiodo. Non chiediamo rivoluzioni di sistema, scuole calcio, stadi moderni o chissà cosa. Non chiediamo nulla. Auspichiamo solo che i ragazzini ritornino ad amare questo sport. Che tornino a trascorrere i pomeriggi rincorrendo il pallone su un prato o nel cortile di casa, e non seduti ai tavolini di un bar a ordinare birre sfidando l'amico a Fifa18.

Post scriptum: la partita di ieri. Anzi le due partite. Nessun gol alla Svezia in 180 minuti. E' stata sufficiente una squadra modestissima ma con idee chiare di anticalcio per disinnescare il nostro disordine ansioso. Di solito la fortuna non aiuta quelli convinti senza ragione di meritarla. La Svezia non ha meritato la qualificazione. Ma noi la meritavamo ancora meno di loro.

Mans

2 novembre 2017

Le mezzore del Napoli

Fettine di coppa: CL 2017-18 (quarto turno)

La prima fase della cèmpions volge al termine, alcune squadre sono già matematicamente (City, Tottenham, PSG, Bayern) o virtualmente (Barça e Besiktas) agli ottavi, alcune conseguiranno sicuramente il passaggio nel prossimo turno (UTD) o all'ultima occasione utile (Juventus e Roma fra le altre). Il ritorno delle inglesi (con qualche riserva per quel che riguarda il Chelsea) è prepotente, il calo delle spagnole (per ora, considerando anche l'EL) sorprendente, le italiane vanno abbastanza bene. 

Il Real dove non era mai stato, cioè a Wembley:
Dele Alli fa gli onori di casa
Le giornate centrali del girone (la terza e la quarta) offrono una serie di potenziali sedicesimi, talvolta tra le più forti dei campionatini. Ci sarebbero stati risultati interessanti: per esempio, gli Spurs avrebbero cacciato dalla competizione i detentori, la Roma avrebbe eliminato il Chelsea ma il City sarebbe andato avanti buttando fuori il Napoli, la Juve si sarebbe liberata dei rognosi portoghesi dello Sporting, e anche l'altro club di Lisbona sarebbe uscito, per mano di Mourinho. E non dimentichiamo l'impresa (virtuale) dello Spartak Mosca, virtualmente qualificato con un inaspettato e complessivo sei a tre sul Sevilla. Fuori anche il Monaco (semifinalista un anno fa, ma saccheggiato dai grandi club in estate), 'eliminato' dal Besiktas. Non a caso, queste sono state le partite migliori, le più ricche di emozioni. La coppa è questa: giochi prima a casa tua, poi a casa loro, e chi segna di più va avanti. La formula originaria, o quasi.

I professori vanno al convegno
Tutti i riflettori del mondo, per due settimane, puntati su Napoli e City. Anzi: su Sarri e Guardiola, Guardiola e Sarri. Il Pep un po' esagera. Lo ha fatto anche ieri sera, a fine gara. Ingigantisce l'impresa dei suoi, ingigantendo gli avversari. Conosce l'Italia, dispensa carezze. Sa che per i calciofili delle nostre parti il Napoli è un oggetto di culto, Sarri un alieno. Vede la classifica della Serie A, dove i partenopei primeggiano, studia le statistiche. C'è del vero: il Napoli offre uno spettacolo calcistico senza uguali in Italia, ha - da questo punto di vista - pochi concorrenti anche in Europa. Ma è un meccanismo molto delicato. Ieri sera ha offerto mezzora di trame strabilianti: poi è uscito Ghoulam, e l'edificio è crollato. L'inserimento di Maggio a destra, un disastro, lo spostamento di Hysaj a sinistra pure. La trama del film è improvvisamente cambiata. Si è - anzi - capovolta. L'inerzia del match ribaltata. Sostanzialmente in nove contro undici, i partenopei si sono aggrappati all'orgoglio e alla bombola di ossigeno: non è stato sufficiente, com'è ovvio.

Sì, ma quella mezzora. La stessa mezzora di giramento di testa sofferta dal Real, per dire. Ma Real e City, nelle loro 'mezzore', travolgono gli avversari. Li stendono senza rimedio. Le mezzore del Napoli producono poco, consumano energie e tengono gli avversari in partita. E quando i palloni iniziano a spiovere nell'area di Reina, quando il pressing cala e la geografia del gioco si sposta nella metà campo difensiva del Napoli, gli squadroni come City e Real raddrizzano le partite e le portano a casa. Del resto, se quelle mezzore durassero il triplo, il Napoli non conoscerebbe rivali. Non gli servirebbero campioni di più grande spessore rispetto a quelli che ha: a patto che ci siano sempre quegli undici lì, i supertitolari, quelli che hanno ormai introiettato lo spartito, quelli che potrebbero giocare bendati. Fosse possibile (e non lo è) saremmo di fronte a un'esperienza di calcio inedita e soprattutto vincente. Purtroppo il Napoli di Sarri non ha ancora 'vinto'. Lotterà, si spera, per riprendersi un titolo italiano e mettere fine al dominio juventino. Ma bisogna fare gli scongiuri e 'pregare' per la salute degli undici (non uno di più, non uno di meno) che compongono l'orchestra.

Altrimenti, la Juventus spunterà ancora solitaria sul rettilineo finale. E la Juventus andrà avanti anche nella cèmpions. Raddrizza partite stortissime, come a Lisbona. Gioca male perché non ha uno spartito ma solo un canovaccio, gioca un calcio di posizione e di duetti, il massimo che Allegri sappia chiedere ai suoi è il cosiddetto 'equilibrio', del resto Allegri è uno che di calcio non parla mai, non si capisce bene come la pensi. Ma i giocatori sono forti, più forti di quelli che hanno studiato alla scuola di Sarri. E non c'è nella Juventus un Ghoulam del quale l'uscita dal campo costituisca un dramma.

Mans

17 ottobre 2017

Montella e quello che non ha: il tempo

Addio Milan!

Analizzare il momento del Milan non è semplice. E chi ci prova non fa altro che generare ulteriore caos in una condizione di entropia che cresce fuori da ogni previsione matematica. Le crociate non mi sono mai piaciute, ma del resto il tifo è una fede e non si possono condannare più di tanto i fedeli. Non mi piace la crociata contro Montella, la trovo semplicistica e anche un po’ troppo emotiva.
Le responsabilità del tecnico campano sono sotto gli occhi di tutti, ma credo ci siano degli elementi che non ne hanno facilitato il compito. Ho forti perplessità sulla costruzione della rosa: alla luce di queste prime otto giornate (e molte partite di Europa League) mi pare inadatta a qualsiasi modulo. Il 352 è stato adottato per facilitare Bonucci, uno dei giocatori col rendimento peggiore in squadra, e ha penalizzato Suso che, con tutte le difficoltà mostrate in fase di contenimento, rimane l’unico capace di pensare in maniera offensiva, di inventare e produrre qualcosa di imprevisto. Kessié è stato sovrastimato per quel che concerne l'attitudime difensiva: non è in grado di fare filtro con costanza (almeno non in questa fase della carriera) ed è stato caricato della responsabilità di tenere a galla il centrocampo mentre si spendeva una gran parte del budget in altre zone del campo. Rodriguez è compassato e pur avendo interpretato in passato il 352 non sembra avere la gamba giusta per bruciare la fascia avanti e indietro, caratteristica necessaria e imprescindibile nel modulo attuale. Di Andrè Silva e Kalinic c’è poco da dire: il primo è un progetto di grande giocatore (che però può naufragare per strada), per il secondo parla la carriera. Ci sarebbe da citare anche un certo impaccio di Calhanoglu nel gestire il pallone o un certo immobilismo di Biglia che pare un lontano parente del giocatore conosciuto alla Lazio.
Montella ha la grave colpa di non aver dato alla squadra una chiara fisionomia, di non aver scelto undici titolari e di non essere riuscito a lavorare su concetti base, semplici ed efficaci. Dall'altro lato però ci sono troppi errori individuali, troppe incertezze, troppe sciocchezze che non dipendono dalla disposizione tattica. L’intelligenza calcistica è una cosa che non si può allenare, è una caratteristica intrinseca ancor più importante della qualità del piede. La capacità di andare negli spazi, di vedere il gioco, di capire le situazioni prima che si manifestino. Il gioco del calcio è una combinazione di sottigliezze che vengono ancor prima del contesto tattico, un gioco di uomini che non può prescindere dalle loro caratteristiche. 



Le rifondazioni fallimentari della Juventus, della Roma e dell’Inter dovrebbero insegnare molto: il campo ha le sue regole e se ne frega dei prestiti da restituire. La scadenza fissata da Elliott incombe e la necessità di centrare una qualificazione in Champions League ha infestato l’ambiente, ha appesantito le gambe e le maglie, ha ottenebrato le menti. Al Milan è cambiato tutto e quando i cambiamenti hanno questa magnitudo bisogna concedersi il tempo e la tranquillità per lavorare, per capire, per sbagliare. Quando le cose vanno male le responsabilità sono da distribuire secondo un ordine gerarchico. Se un Direttore sportivo esonera un allenatore, sconfessa anche le proprie scelte. È un'autoaccusa, un'ammissione di colpa. 

C’è soltanto una cosa che può salvare la stagione del Milan, il suo progetto di crescita, la sua voglia di ambizione: il tempo. E non c’è nessun allenatore che può bypassare il tempo. È un dono che deve essere concesso dalla proprietà. 

Il Milan ce l'ha il tempo per cambiare?

Oslo

3 settembre 2017

Calcio d'azzardo, calcio amatoriale

D'accordo, era necessario vincere. Forse, però, andava bene anche non perdere. Ma c'è modo e modo. E' stato scelto il peggiore: fuori dalla logica, fuori dalla nostra storia.

Scopriamo oggi che tutti i giocatori spagnoli sono superiori ai nostri. Bella scoperta. Toh, hanno Ramos, Piqué e Carbajal. Ma guarda che roba Silva e Iniesta. Ah, c'è anche Busquets. Onusti di vittorie, ma anche di orrende vicissitudini. E anzianotti. Sì, ma quelli giovani sono i nuovi mostri: Asensio, Isco, De Gea. Vai a capire perché Morata non gioca - ecco perché: appena entra, segna. 

L'undici azzurro sceso in campo al Bernabéu ha un'età media superiore a quello rosso: 28.963 contro 28.074 (vedi). Un anno circa. Certo, 'colpa' di Buffon, Barzagli, De Rossi. Tutti e tre più datati di don Andrés, che ne ha 33 e viene dato per finito o quasi. In effetti don Andrés non ha più la mobilità di una volta, ma ha occhi dappertutto e saprebbe dove far andare il pallone anche bendato. 

Lo sguardo è davvero diabolico

Un tempo, quando i nostri tecnici davano per scontata la superiorità degli avversari, impostavano la squadra sulla tenuta difensiva. Marcature ferree, spazi intasati. E - se possibile, quando possibile - contropiede. Talvolta non bastava. Non bastava quando la nostra inferiorità non era rimediabile con le alchimie tattiche. Si facevano brutte figure, ma avevano una loro logica. Per esempio? Per esempio in Ungheria, nel 1955. Qualche volta, invece, la si sfangava. Per esempio? Per esempio a Wembley, nel 1973. Il nostro football, oggi (ma non da oggi) ha una sorta di orrore per la propria storia, le nuove leve crescono imbevute di nozioni imparate sui manuali del football altrui, poi quando si va in casa altrui per sostenere l'esame la bocciatura è sonora. Il doppio confronto con gli spagnoli visto in tivù il venerdì e il sabato sera non lascia scampo. Doppio zero a tre. I tecnici estraggono dal repertorio frasi di circostanza: "c'è molto da lavorare", "siamo indietro nella preparazione", e così via. 

Nessun club italiano mette in campo i propri uomini nella disposizione scelta da Ventura al Bernabéu, quella che sulla lavagna configura un 4-2-4 o un 4-4-2. Nessuno. Lo ha fatto anche Di Biagio sul campo panoramico di Toledo. Ha senso? Può darsi che ne abbia, ma non si riesce a capire quale. Presunzione? Eccesso di fiducia nei propri mezzi? Rispolveriamo ancora il tema della tradizione. L'altra notte l'Uruguay affrontava l'Argentina, sul proprio campo. Uruguay-Argentina vale da sempre, per il Sudamérica, quel che vale oggi Spagna-Italia in Europa. Bene: gli uruguayani, considerata la storia e le forze opposte, si sono tranquillamente assestati sulla propria trequarti, hanno intasato tutti gli spazi e hanno sperato di poter colpire in contropiede. Come fanno da decenni, del resto. Esito? Zero a zero. Noi abbiamo regalato alla Spagna la zona di campo in cui la Spagna è più forte, e costretto i difensori ad affrontare gli avversari lanciati in duelli individuali persi in partenza. Esito? Zero a tre. L'esito è logico, averlo sostanzialmente programmato no. E' stato, il nostro, calcio d'azzardo.

La gestione del calcio azzurro, in questi giorni, non può essere considerata solo fallimentare. Va giudicata usando l'aggettivo che si merita: amatoriale. 

Mans

1 settembre 2017

Una notte senza emozioni al Centenario

Il fascino del Centenario è intatto, ma ingentilito. Sarà la bella illuminazione, sarà il verdissimo prato. Sarà che i due settori bassi della Tribuna Colombes e della Tribuna Ámsterdam (le curve, quelle dei posti più popolari) sono di necessità deserte. Sarà anche perché, forse, la gente di Montevideo sa che l'Argentina è più forte della Celeste, e ne ha abbastanza timore. 





Il Centenario non è più la bolgia dei tempi che furono, e la partita scorre meno cattiva di quel che si poteva temere e immaginare. Qualche scontro duro, sì, qualche finta rissa subito spenta. E questo zero a zero che non sta né largo né stretto a Uruguay e Argentina, anche perché nel frattempo i cileni sono stati miseramente travolti dal Paraguay a Santiago, e dunque tutta la storia deve essere ancora scritta, e non è d'obbligo scriverla tutta in una sera. Specie quando non si è in vena.

L'Argentina di Sampaoli rumina un futbol lento, di possesso insistito, che sembra avere per unico scopo quello di trovare il modo di accendere Messi. Già: Leo vaga per il campo, su tutto il fronte della trequarti e anche più indietro, riceve palloni da Biglia e poi parte, cercando un uno-due con Dybala o lo spazio per imbeccare gli esterni, Di Maria e Acuna. In novanta minuti, lo 'schema' riesce solo un paio di volte, ma non produce danni particolari. Dal canto suo, arroccato more solito intorno a Godin, l'Uruguay aspetta e riparte, si guarda bene dall'alzare la linea del pressing, intasa gli spazi davanti all'area, trova un paio di situazioni promettenti ma non le concretizza. Novanta minuti di noia, rarissimi sprazzi di calcio: non era lecito attendersi fuochi d'artificio: da quelle parti, e tra di loro, giocano spesso così.

Dopo l'esordio di quattro anni fa, sempre a Montevideo, sempre al Centenario, sempre per un partido di qualificazione alla Coppa del mondo, cacciata dall'undici titolari gente come Higuain e Aguero, ecco finalmente Maurito Icardi. Centravanti dell'Argentina, anche se col numero sette. E' la sua prima partita internazionale importante, perché nell'Inter ha visto solo i campi dell'Europa League, senza mai andare troppo lontano nella competizione. La sua prestazione è stata inguardabile. Totalmente priva di incisività e (difetto evocato anche quando lo si giudica in maglia nerazzurra) di partecipazione al gioco. Largamente prevedibile: i due centrali uruguayani l'hanno disinnescato senza spendere una goccia di sudore, e l'unica buona palla ricevuta da Messi l'ha malamente ciabattata, telefonandola a Muslera. Poi, è vero, ha anche subito un fallo (in area) punibile da Godin: che nessun arbitro sudamericano avrebbe mai sanzionato. Resta che, se la scelta di Sampaoli è definitiva, da quelle parti le polemiche non mancheranno.

Mans

21 agosto 2017

Tra furgoni e milioni, VAR e palloni


Il giorno è arrivato: quello della foca brasiliana, del suo esordio nel Qatar Football Club al Parc des Princes. Proprio un paio di giorni dopo la strage sulla Rambla, organizzata da una cellula di quell'altro 'stato' che emiri e sceicchi (si dice) proteggono e finanziano. Questa relazione è puramente provocatoria, ma di quel sostegno si parlò (e non poco) dopo l'attentato parigino del 2015 anche nelle cronache del football (vedi qui), oggi l'argomento pare fuori moda. 


Se la bottega del Barça è aperta, allora anche lo sceicco (cugino di Al Thani) proprietario del City ha il diritto di andarci a fare la spesa; ed ecco che filtra l'indiscrezione delle indiscrezioni: il cartellino di Messi (che non ha ancora rinnovato il contratto) non è poi così caro, per lorsignori. Basta convincere lui, la Pulce. A differenza di Neymar, tuttavia, Messi non è solo un bravo giocatore sudamericano venuto a sviluppare la sua carriera in Europa. Messi è cresciuto in Catalogna. Messi è il calcio. 

Sceicchi ed emiri seminano il terrore in questa maniera: non lanciano camion e furgoni su folle inermi, ma tonnellate di denaro nelle casse di club e calciatori. Allo scopo di impadronirsi di un gioco che il fondamentalismo sunnita aborre e vieta di praticare. C'è qualcosa che stona o inorridisce, da qualunque punto di vista si guardino le cose. Le complicità sono diffuse, le analisi dense di contraddizioni, e dunque fermiamoci qui.

Parliamo di calcio.


La partita del week-end era senz'altro quella di Wembley, transitorio home degli Spurs. Ospiti i campioni in carica; star designate: Kane, Eriksen, Alli. Dei Blues potevano e dovevano fare un solo boccone, per tanti motivi. Ma il Chelsea ha un DNA ormai italiano, dai tempi di Vialli, Zola, Ranieri, giù giù fino a Di Matteo e passando ovviamente per Mourinho, cioè l'unico allenatore al mondo che da anni non si vergogna più di erigere – quando serve – barricate umane gigantesche davanti alla propria area di rigore; ora anche Conte, perché a Conte (come a Mourinho) non piace perdere e ormai ha anche il diritto d'infischiarsene del bel giuoco, ha un titolo da difendere e nessuna collaborazione (a sentir lui) da parte dei suoi datori di lavoro. A Wembley questa squadra di campioni ha messo in campo otto giocatori di movimento normalmente abituati a curarsi più di difendere che di attaccare. Alcuni (gli esterni) lo sanno fare, più (Alonso) o meno (Moses) bene, ma certo attaccano con giudizio, non scriteriatamente. Alonso ha timbrato una doppietta giovandosi chiaramente di una prestazione non mirabile di Lloris, ma va detto che l'unica rete degli Spurs porta il nome del centravanti di riserva del Chelsea, l'inguardabile (e anzi, per quanto si è visto finora, inutile e dannoso) Batshuhayi. Una bella partita dai sapori antichi, in uno dei teatri più prestigiosi (anche se rifatto, ha ancora un suo perché), e dunque sia ben chiaro che per sfilare il titolo a quelli là i pretendenti dovranno sudare parecchio. D'altra parte, prima o poi anche Hazard tornerà a fare il suo lavoro.

Anche la Liga è iniziata, anche la Serie A. Mesto il 2-0 del Barça, normale il 3-0 (esterno) del Real, bello il 2-2 interno del Girona (club catalano all'esordio nella Primera División) contro l'Atletico, ma sono stati due punti buttati, in superiorità numerica, la banda del Cholo a dieci minuti dalla fine era sotto di due. Poi, alla distanza e specie di questi tempi, la qualità migliore dei singoli ha la meglio e detta la sua legge.

In Serie A goleade e inizio morbido per tutte le 'grandi' o presunte tali, il VAR ha risolto qualche problema e qualcun altro lo ha trascurato. La musica di Juve e Napoli è sempre la stessa (va beh, la Juve quando gioca in casa non ha problemi, le 'piccole' sanno che non c'è trippa per gatti e si esercitano nel pressing alto, così tanto per accompagnare il picnic con un allenamento che potrà tornare utile in altre circostanze), il Milan sembra molto migliorato, l'Inter più affidabile. La Roma sgraffigna tre punti a Bergamo più per fortuna che per merito, ma certo l'Atalanta migliore di un anno fa – per ora – non sembra. La Lazio è inchiodata dalla coraggiosa Spal. Questa sintesi brevissima ma ricca di luoghi comuni non può interessare a nessuno: alzo le mani (dalla tastiera) e saluto cordialmente gli eupallici, ovunque essi si trovino in questo scorcio d'agosto.

Mans

9 agosto 2017

Lo scarpone al centro del villaggio

Fettine di coppa: Supercoppa Uefa 2017

Dovrebbe essere il peggiore, e segna gol decisivi in partite che vedono anche i pinguini al Polo Nord, per dire della loro importanza. Il peggiore, il più scarso, anzi lo scarsone, lo scarpone, il frangiflutti, l'interditore, il corridore, il protettore degli estri, l'assicuratore degli astri miliardari. Sono solo dicerie messe in giro dalla critica calcistica, perché poi lui va in rete proprio in quelle partite, fulminando i portieri da fuori o dentro l'area e di prima intenzione, colpisce traverse, sforna assist. Certo, recupera anche palloni. Non è che li sradichi: li calamita. Sembrano errori di tocco e di misura, sembra la modestia degli avversari; forse ha la capacità di sparire e ricomparire sulle linee di passaggio quando ormai la traiettoria non può essere corretta. Ma sì. Casemiro vale un Ronaldo, è lui la vera anima del Real. Casemiro ha cambiato la storia del Real quanto e forse più di Cristiano: al centro del villaggio c'è lui, pagato a suo tempo da Florentino la stessa cifra investita dal Milan per garantirsi i servizi pedatori di Borini (per dire). E lì in mezzo ce l'ha messo Zidane, uno del quale Mou ha detto qualcosa tipo "non si capiva se volesse fare l'allenatore oppure no", come a sottintendere "non si capiva cosa ci facesse a Madrid, se non l'icona di se stesso", vai a sapere. 

Carlos Henrique Casemiro: non sta intercettando il pallone;
lo sta scaraventando alle spalle di De Gea, di prima intenzione.
Forse in fuorigioco, sì, ma è solo un dettaglio

Zizou ha meriti incontestabili nella costruzione della squadra che, oggi, ha una dimensione che supera e di parecchio la semplice attualità del football. Il Madrid di questi anni si è installato decisamente e inopinatamente (chi l'avrebbe detto?) nella storia del calcio, e si tratta di una cosa non discutibile alla luce della nonchalance, della facilità apparentemente irrisoria con cui ormai domina le partite che contano. Il Real di Zidane interpreta e riassume diversi tipi di calcio: calcio di possesso lento e di gestione, di pressing, di contropiede. Di meglio in giro, oggi, non c'è, e quando il ciclo sarà finito anche i detrattori potranno ammettere che questo è stato probabilmente il Real più forte di sempre, più forte dei Galacticos di Zizou (appunto) e Ronaldo, forse apparentabile al protostorico prototipo di don Alfredo e dell'asso ungherese. Forse, Zinedane sta per diventare nel mondo Real qualcosa di analogo a quello che è stato Cruijff nell'universo ajacide e barcellonista. L'uomo di una svolta. Della svolta più inattesa e sorprendente. Forse, dietro la sua sorridente modestia, c'è una determinazione feroce molto simile a quella che nel 2006 accompagnò le sue ultime esibizioni sul campo, da dominatore assoluto, fermato solo da un insulto di Materazzi. Quell'errore gli è costato molto, ma potrebbe averlo cambiato definitivamente. E' un uomo che trasmette calma e sicurezza ai suoi uomini; ansia e isteria - ingredienti tipici del Real negli anni di Mou - sono spariti dal repertorio dei Blancos, anche quando il gioco si fa duro e difficile.

"José, ma sì, quasi quasi ti vendo il gallese.
Casemiro? No, Casemiro no. Non se ne parla nemmeno"


Il buon Mou, invece, ormai offre qualcosa di interessante solo quando si presenta in conferenza stampa. Guida una squadra che, in due anni, ha già messo sul mercato 300 milioni di euro, un terzo dei quali investiti per riprendere Pogba. Ecco, il declino di Mou è evidente (al di là dei risultati che in qualche modo lo tengono a galla) dalla difficoltà di riuscire a mettere in efficienza una macchina strepitosa (per fisicità e abilità tecniche) come quella del francese. In un anno, il suo rendimento è scemato, la sua posizione in campo è diventata variabile, i suoi errori una costante. Pogba, oggi, è più somigliante a Kondogbia che al Pogba juventino. La cosa fa abbastanza tristezza. Fa tristezza anche vedere l'UTD concedere al Real, dopo la rasoiata di Casemiro, cinque minuti di possesso palla ininterrotto, un torello da allenamento. Fa tristezza, paragonare questa dell'UTD a una qualsiasi delle versioni (anche le più raccogliticce) ammaestrate da Ferguson. Forse, a Old Trafford saranno contenti di lui, che l'anno scorso roba (anche se di valore non eccelso) in bacheca ne ha portata; non a caso, i suoi desideri vengono esauditi (Lukaku, Matic, Lindelöf, rispettivamente 85, 45, 35 testoni) con una certa puntualità (ora ha detto di volere Bale, e chissà). Ma produce un calcio prevalentemente difensivo e sostanzialmente approssimativo, ben al di sotto di quel che pretendono la tradizione del club e il suo prestigio (e il suo seguito) planetario. 

"Fotografo, è l'espressione giusta?
Ho l'aria di uno che si sta spremendo le meningi per escogitare
la soluzione del problema?"

Mourinho, ormai, non ha più calcio da insegnare (ammesso l'abbia mai fatto). Perpetua la propria leggenda grazie alle abilità comunicative, al fascino del suo palmarès. Ma è palesemente, come si suol dire, bollito. Le sue reazioni in panchina sono quelle di un allenatore sedato, più che seduto sui propri ricordi. Il calcio cambia in fretta, lui è sulla breccia da lustri. Essendo un uomo di successo, potrebbe cambiare mestiere. Riuscirebbe ugualmente a rimanere sulla ribalta.


Mans

20 luglio 2017

Il sì di Gigio, il mercato e i libri in tribunale: a Milano si fa la rivoluzione

Addio Milan!

Avevo lasciato questa rubrica con una domanda lapidaria. Era il 16 giugno e chiedevo a gran voce: "Gigio, perché?". Il ragazzone non mi ha mai risposto, ma nel frattempo ha detto sì al Milan. Ha detto sì ad un lauto contratto e si è portato pure dietro il fratellone. Ha saltato la maturità ed è scappato a Ibiza con la fidanzata. Ce ne faremo una ragione, vorrà dire che sarà il primo calciatore della storia a non aver sostenuto gli esami di maturità. Il primo sportivo professionista a preferire il tenero abbraccio del sole estivo ad una formazione scolastica che si rispetti. 

Nei mesi deliranti che hanno portato al closing ho vissuto momenti difficili, come molti tifosi milanisti. Ero ottenebrato da un lecito scetticismo (ed in parte lo sono ancora) e spesso mi sono fidato di chi sosteneva di sapere e in realtà non sapeva proprio un bel niente. Ho provato ad approfondire gli aspetti finanziari della manovra di Yonghong Li ma probabilmente ho tralasciato l’aspetto più importante di tutta la questione. Perché questa operazione è stata messa in piedi? Perché questo imprenditore cinese ha deciso di investire più di un miliardo di euro nel Milan?

Se dall’altra parte del Naviglio l’acquisizione dell’Inter è apparsa subito come un’operazione legata alla commercializzazione di un brand, sulla sponda milanista sembra non esistere una vera e propria attività imprenditoriale da supportare, da lanciare, da potenziare con le vittorie della squadra. E allora dove sta il punto della questione? L’operazione Suning è stata compresa e accettata all'unanimità poiché molto vicina ai canoni occidentali di business. Un magnate compra una società, poi compra i giocatori, lega il marchio della società a quello della sua azienda e spera in un sostanziale ritorno di immagine. Semplice, pulito, lineare. Eppure il Milan, che parrebbe prossimo a portare i libri in tribunale, vanta un CDA 'pesante' (Scaroni, Patuano e Cappelli fra gli altri) e un AD di altissimo livello come Marco Fassone. Fabio Guadagnini poi (responsabile della comunicazione) ha deciso di rompere col passato: si fa tutto in totale trasparenza. Gli incontri a Casa Milan sono pubblici, monitorabili da tutti i giornalisti. Le stanze segrete del calciomercato sono sparite. Agenti e giocatori entrano dalla porta principale, dove tutti possono vederli. 

Tifosi rossoneri a Casa Milan: acclamano un vecchio nemico:
Leonardo Bonucci
Bonucci, Donnarumma e tanti altri sposano questo progetto, destinato a finire in un enorme buco nero finanziario. "Il naufragar m'è dolce in questo mare”, diceva il poeta. E per mare si intende la piscina di Paperon de' Paperoni. Probabilmente abbiamo scandagliato troppo gli aspetti meramente contabili di questa acquisizione, tralasciando quello che non sappiamo (o pensiamo con arroganza di sapere) su quel mondo tanto distante quanto diverso che è poi la Cina. Quali ragioni culturali ci sono alla base di questa operazione? Certo, ci sarebbero i 300 milioni di euro da restituire al fondo Elliott, ma ad approfondire la situazione debitoria della Serie A si finirebbe col passare notti di sudore ed insonnia. Non è un problema diretto del Milan che la sua controllante vada a contrarre debiti. Al momento la condizione debitoria della società è perfettamente sotto controllo e in linea con le norme non scritte di una gestione oculata. Il trucco sta nell'aumentare gli introiti. Il fatturato cresce e i debiti sono 'coperti' da un ampio fattore di redditività. 

Quando Fassone parlava di accademie sul territorio cinese molti si sono sbellicati dalle risate. Oggi scopriamo che Milan China esiste e che lo stato cinese ha approvato un piano di realizzazione di cinquantamila (50.000) nuove accademie entro il 2025 (proprio in questi giorni il Milan ha siglato una lettera di intenti con la China Next Generation Education Foundation). 

Nel frattempo Mirabelli una prima grande bugia l’ha raccontata. Ad aprile disse che non aveva alcuna intenzione di stravolgere questa rosa, poi è successo che il Milan ha comprato nove titolari in due mesi. Ora l’arduo compito di trasformare una raccolta di figurine in un gruppo compatto spetta a Vincenzo Montella. Ma del resto non si poteva fare altrimenti. La rosa del Milan era (ed è ancora) da ripulire da cima a fondo. Mi sento di affermare che un orizzonte sgombro è decisamente meglio di un cumulo di macerie. 

I rossoneri si allenano nell'aria ossigenata di Guangzhou 

Allo stato attuale la stagione 2017-18 si preannuncia comunque molto faticosa e ricca di insidie. I nuovi arrivati non verranno inseriti in un particolare contesto tecnico-tattico, saranno loro a doverne creare uno da zero. Si tratta di un processo complesso e molto lento, un percorso che incontrerà inevitabilmente delle difficoltà importanti. Fa bene la società a tenere i piedi per terra: il quarto posto sarebbe sostanzialmente un successo e coinciderebbe con la tanto agognata rifondazione sportiva. Un passo fondamentale nella scalata che il Milan deve affrontare per tornare al più presto fra le 16 migliori d’Europa.

Oslo

16 giugno 2017

Gigio, perché?

Addio Milan!

Sarebbe semplicissimo raccontare la vicenda Donnarumma seguendo un flusso di coscienza emotivo. Quello del milanista focoso che ho dentro e che lotta per sopravvivere a questi anni in cui occorre parecchio cinismo e lucidità per valutare la situazione del club. Eppure ho deciso di non farlo. Ho deciso di non lasciarmi andare a facili romanticherie che poco si addicono al football attuale. Ho provato dunque a pormi delle domande, inseguendo un filo logico utile a comprendere cosa abbia causato l'insanabile frattura tra il Milan e questo ragazzotto campano, cresciuto e diventato campione sotto le attente premure di Alfredo Magni. Me ne sono fatta una in particolare: Gigio, perché? 

Il rinnovo contrattuale del portiere rossonero è una questione annosa, un groviglio di spine che la vecchia gestione, nella figura di Galliani, ha deciso di lasciare in eredità al nuovo management. Il 25 ottobre 2015 Donnarumma, a soli 16 anni, esordisce in Serie A. Contro il Sassuolo valuta male una punizione di Berardi che si insacca dal suo lato (foto). Nonostante questo appare evidente ai più quanto il talento del ragazzo sia cristallino. Lo stipendio del giocatore si attesta su cifre particolarmente modeste (circa 250.000 euro) e il contratto in essere andrà in scadenza a giugno 2018. I giocatori minorenni infatti non possono firmare rinnovi quinquennali, ma al massimo di durata triennale.

Donnarumma si impone in pochissimi mesi come titolare inamovibile del Milan, spingendo Diego Lopez ad aprire una vera e propria polemica con la società. Divergenze che porteranno alla separazione (poco vantaggiosa per il Milan) nell'estate successiva. Nei mesi di gennaio e febbraio 2016, i giornali cominciano a paventare l’esistenza di una trattativa per un rinnovo contrattuale che avrebbe dovuto prolungare di un anno il rapporto tra Gigio e il Milan (fino al 2019); trattativa basata su cifre ritenute congrue al ruolo che il ragazzo si era guadagnato sul campo: quello di portiere titolare del Milan. Eppure questo rinnovo, circa 1 milione di euro più bonus, non arriverà mai. Ci saranno prima quelli di Zapata e Montolivo (a giugno), e poi quello di Bonaventura - gennaio 2017, in piena trattativa per la cessione societaria. Chi assiste Giacomo Bonaventura? Mino Raiola, il procuratore di Donnarumma. È proprio Mino Raiola oggi ad esprimere dubbi legittimi sulla consistenza finanziaria del progetto Milan, perplessità che avrebbero giocato un ruolo determinante nelle scelte del nuovo portiere rossonero.


Una storia di figli e figliastri, una vicenda in cui Bonaventura è abbastanza inconsistente dal punto di vista tecnico per prendersi dei rischi che invece non devono sfiorare la carriera di Gigio. Poi il 13 aprile 2017 arrivano i cinesi (ne arriva uno soltanto, a voler essere precisi) e la questione passa nelle mani di Fassone e Mirabelli. I due trovano una matassa molto complicata da sbrogliare. Donnarumma è il migliore al mondo nel suo ruolo in prospettiva futura e gioca in una squadra che va ricostruita da cima a fondo. I 120 milioni spesi in cartellini, dal 2015 in poi, non sono bastati per avviare un progetto con autentiche ambizioni e la rosa deve essere completamente stravolta. L’offerta della nuova società rossonera è di 5 milioni all'anno per 5 anni, ma Donnarumma rifiuta dopo 2 mesi di tira e molla ed interviste orchestrate.

Gigio, perché?

Forse perché non è mai esistita una vera e propria trattativa per il rinnovo contrattuale di Donnarumma. O meglio, la trattativa è stata unilaterale. Era stato deciso da tempo che il giovane portiere rossonero sarebbe dovuto arrivare vicino alla scadenza contrattuale, una condizione favorevole per qualsiasi procuratore. Una situazione in cui la società non ha più alcun diritto, nemmeno quello di contattare un proprio assistito telefonicamente "scavalcando" l'agente. Il cambio di proprietà non solo non ha modificato questa decisione antecedente, ma ne ha rafforzato la posizione. 

Inutile poi appellarsi alla famiglia del ragazzo, che ha già dimostrato in passato di essere inaffidabile e di perseguire esclusivamente interessi di natura extra-calcistica. Cito a questo proposito l’estratto di un’intervista a Giocondo Martorelli (realizzata da Tuttomercatoweb): "Ho detto una cosa concreta prima. C'è la risposta: la famiglia il giorno X del 2013 ha firmato per l'Inter. È tornata a Napoli, la mattina seguente hanno preso un aereo e hanno firmato per il Milan. Quello che avevano firmato il giorno prima non è valso nulla. Cosa devo dire di più? Mi stupisce che alcuni giornalisti ignorino o facciano finta di non ascoltare".

Ma Gigio a 18 anni poteva scegliere. Probabilmente non ha avuto la forza necessaria per imporsi, si è fidato delle persone che lo hanno portato ad essere quello che è diventato. Tutta la vicenda nei suoi contorni extracalcistici sembra essere disegnata per mettere un procuratore nella condizione di poter ricattare una società. Di poter agire come meglio crede venendo meno perfino alle semplici regole di cortesia che regolano i rapporti tra club e giocatori. Questa storia di figli e figliastri è una bruttissima pagina di 'non calcio' che probabilmente ammazza i sogni di una generazione di piccoli tifosi. Ai 'giornalisti' capaci solo di twittare, forse perché incapaci di esprimere pensieri articolati oltre i 140 caratteri, consiglio di porre i loro dubbi e interrogativi nelle sedi adeguate. A Donnarumma faccio un augurio di buona fortuna. Ne avrà bisogno.

Oslo