23 dicembre 2012

Desafio y fracaso

Iker Casillas in panchina a Málaga.
Tristezza, dolore, ricordi di serate migliori
Lo sfasciacarrozze sta evidentemente cercando di farsi cacciare. La miseria di trentatré punti dopo 17 giornate di Liga (col Barça che nonostante un mare di guai viaggia a ritmi impossibili), soli due più del Málaga (e passi), soli cinque più del Real Betis di Sevilla. La giornata di ieri tuttavia, più che per la sconfitta a Málaga  - negli HL si potranno apprezzare soprattutto uno spreco da emerito brocco di CR7 e una dozzinale reazione di Pepe, punita solo col giallo - passerà alla storia per l'accantonamento di Iker Casillas, che si è accomodato sul blanquillo del Rosaleda e s'è goduto la partita. Una provocazione: il portiere campione di Spagna, del mondo e bicampione d'Europa, capitano della Roja, migliore nel suo ruolo da anni, è ritenuto da Mou meno bravo di  Antonio Adán Garrido, classe 1985, una vita nelle giovanili dei Blancos, e in tutto tre gettoni di presenza in prima squadra dal 2009 a ieri. "Es una decisión técnica, del entrenador, que analiza la situación, los jugadores que están a disposición y elige su equipo para jugar. Es una decisión puramente técnica. Podéis inventar las historias que queráis, pero es una decisión técnica, nada más", ha detto Mou  in conferenza stampa. Il povero Adán naturalmente non ha colpe (ma sul primo gol subito, uno 'bravo' avrebbe fatto qualcosa di più),  e Mourinho invoca la mala suerte, le decisioni arbitrali (che naturalmente sono sempre contrarie ai suoi) e la mancanza di memoria storica ("Esto es fútbol. No soy un niño ni estoy aquí hace dos días. Sabemos que el fútbol no tiene memoria, que no cuenta el ayer, sino el hoy y no los títulos que has ganado"): con tutto quel che ha vinto (c'è qualcuno che lo dimentica?) trova sempre argomenti pretestuosamente forti. Ha anche aggiunto che non allenerà mai il Málaga (e ci sfugge perché dovrebbe andare in un club che l'Uefa ha escluso per un anno dalle competizioni europee per gli stipendi negati a giocatori e staff). Mou ha già sottolineato come la Liga non interessi più a nessuno, essendo il senso della stagione ormai ridotto per lui alle prossime sette partite di Champions League (ammesso che i suoi tristi e depressi pedatori siano in grado di arrivare fino a Wembley). Ma la sosta natalizia gli consentirà di preparare al meglio le prossime uscite di conigli dal cilindro. Li estrarrà forse proprio per evitare il rischio di giocarne solo due, e di naufragare inopinatamente  contro Sir Alex, probabilmente colui che l'alieno spera di poter rimpiazzare a fine stagione.

22 dicembre 2012, Estadio La Rosaleda, Málaga 
Liga, 17ma giornata
Málaga CF - Real Madrid CF 3:2 (0:0)
Tabellino e resoconto (sito ufficiale Real Madrid) | HL | Marca | As | Mundo Deportivo

Mans

21 dicembre 2012

Vent'anni dopo: rassegna stampa

A Gioanncarlo saranno di certo fischiate le orecchie, e forse anche girate le scatole. Però il ventennale è stato una festa. Repubblica ha stampato una selezione (ottima) di (propri) articoli (Parola di Brera); Maietti ha ri-pubblicato Il calciolinguaggio di Brera (uscì nel '76, ma era già stato riproposto dal medesimo anche in Com'era bello con Gianni Brera, del 2002). Altre ristampe di opere breriane sono sicuramente in cantiere. Purtroppo, pare abbandonato a se stesso El sitt del Gioânn Brera (fu Carlo): non più aggiornato dal 2001, contiene ormai troppi rimandi a materiali indisponibili. E lo stesso pare potersi dire per il sito dell'Associazione Amici di Gianni Brera, fondata nel 1995. Le carte depositate presso la Fondazione Mondadori nel 2011 sono "in corso di riordino" (vedi anche il video dell'annuncio). Una mostra è in programma a Pavia.

Anni '50: Gianni Brera palleggia sul prato dell'Arena Civica
di Milano, che a lui verrà intitolata nel 2002

Va rilevato come molti di coloro cui i vari quotidiani affidarono la stesura di un ricordo nel '92 sono a loro volta e nel frattempo passati a miglior vita: Giorgio Bocca, Beniamino Placido, Antonio Ghirelli, Oreste Del Buono, Giuseppe Signori, Enzo Bearzot, giusto per ricordarne alcuni.

Ecco una rassegna (non completa) di voci: raccolte ovviamente sul web, destinate ai quotidiani e non solo degli ultimi giorni.

Gigi Garanzini, Gianni Brera vent'anni dopo, video (Mediacenter de Il Sole 24 Ore): "Di Brera non si butta via davvero niente e non credo niente verrà mai buttato via" (come del maiale).

Dario Ceccarelli,  Vent'anni fa moriva Gianni Brera: grande polemista, reinventò il gergo calcistico (ma non capì il Milan di Sacchi)Il Sole 24Ore: "...e quella sua idea, un po' compiaciuta, che nulla cambia o cambierà. Abatini siamo e abatini restemo, secula secolorum, come direbbe il Maestro dando la benedizione agli adoranti seduti al desco".

Paolo Pagani, Gianni Brera, ricordando l'Ariosto plebeo della bassa, Sky.it: "Brera il Bassaiolo scriveva sprigionando afrori di strutto, fagioli lessi, pane grosso, sabbioni dell’Olona".

Sergio Meda, Un paio di mesi con Gianni Brera, Panorama: "L’arrivo, a fine ottobre 1976, di Gino Palumbo chiamato a dirigere La Gazzetta, impose l’uscita – lui diceva la buon’uscita – immediata di Brera che definiva il giornalista napoletano 'troppo per i miei gusti'. Com’è noto si erano presi a pugni (cominciò Palumbo) in tribuna stampa a Brescia. Di Palumbo, per altri un genio del giornalismo, aveva questa 'alta considerazione', reputandolo didascalico in eccesso. Chiarisco: ogni volta che c’era il derby di Milano scriveva sul Corriere e poi sul Corriere d’Informazione, il giornale della sera, le indicazioni per raggiungere lo stadio di San Siro. Brera diceva allora serio serio: 'prima o poi ripubblicherà l’alfabeto'.

Gianni Brera, 20 anni fa il calcio perdeva il suo cantore più grande, Il Messaggero, articolo non firmato: "... trasformò leggende di provincia in categorie universali. Come quando teorizzava l'atavica inferiorità fisica del popolo italico come fondamento di un unico, possibile gioco: il difensivismo, per uccellare l'avversario atleticamente più forte".

Gianni Mura e Giuseppe Smorto, C'è un campione in redazioneRepubblica.it, 'Punto e svirgola': "Ricordo una stupenda sfuriata di Scalfari in riunione. Forse non leggeva spesso Brera. Fatto sta che cominciò a declamare un pezzo di Gianni, pieno di Cippirimerlo e citazioni in latino. 'Ma questo è sport?' domandò. Gianni Rocca, il vicedirettore, cercava inutilmente di placarlo: 'Brera scrive sempre così'.

Gianni Clerici, La Repubblica, supplemento La domenica del 16 dicembre 2012 ("I taccuini di Brera"): "El Brera, mi el legi semper', mi dissero un numero di persone che, per l’umiltà economica degli italiani degli anni Cinquanta e seguenti, mai si erano potuti permettere altro che il giornale".

Tony Damascelli, molto polemico: Gianni Brera e la memoria cancellata, Il Giornale: "Leggendo in queste ore l'ennesimo ricordo di Brera mi è sembrato, come da tempo, che il grande maestro abbia esercitato il suo mestiere in esclusiva per la Repubblica, non avendo frequentato altri fogli, se non marginali, come la Gazzetta dello Sport, il Giorno, il Guerin Sportivo e, fra gli altri, quella specie di giornale che è appunto Il Giornale, ai giorni di Brera Il Giornale Nuovo, dove lo volle Indro Montanelli".

Stefano Olivari, Cosa rimane di BreraGuerin Sportivo: "Fra gli aspetti positivi del brerismo, quelli che sicuramente non sono rimasti sono lo studio della materia trattata (il Brera dell’atletica leggera è in questo senso esemplare) e soprattutto il senso critico".

Mans

Tecnomanzia europallica

Non sbaglia pronostici solo chi non li fa. Riprendo la massima breriana (una delle sue mille espressioni verbali di cui "siamo parlati" spesso senza saperlo) nel momento in cui accedo, con il panettone, anche alla tecnomanzia (idem come sopra) dei playoff delle coppe europee. Chi fa di mestiere lo storico sa bene perché il calcio sia mistero agonistico: imperscrutabile ex ante, interpretabile ex post, il passato non può predire il futuro. Ci separano 50-60 giorni dalle partite che andiamo a vaticinare, e le impressioni di queste ultime settimane certo non troveranno piena conferma tra due mesi. Ma questo è il fascino del gioco.

15 maggio 1968, Estadio Santiago Bernabéu, Madrid
David Sadler incorna in acrobazia aerea nel ritorno della
semifinale di Coppa dei campioni tra Manchester United e Real
Madrid che spalancherà agli inglesi le porte della finale
Vedi: Cineteca | Immagini | Immagini della gara di andata
Dunque cominciamo. Dall'alto. Squilibrio evidente, sulla carta, in Celtic-Juventus e in Milan-Barcellona: sarei stupito alquanto che le due teste di serie non accedessero, pur soffrendo qualcosa, ai quarti. Tendenzialmente più equilibrati gli altri confronti. Ronzinante Galatasaray-Schalke 04, con i toeschi apparentemente favoriti. Blasonato Arsenal-Bayern, anche qui con i bavaresi favoriti. Affascinante Shakhtar Donetsk-Borussia Dortmund, sempre con i teutonici favoriti. Più equilibrati mi paiono invece Valencia-PSG, dove potrebbe, alla fine, contare l'esperienza di Carletto nostro su Valverde. Di spessore tattico annunciato Porto-Malaga, davvero imperscrutabile a tutt'oggi. Fifty-fifty Real Madrid-Manchester Utd, che i baluba (idem come sopra) canteranno come possibile "finale anticipata" e che si propone più propriamente come il primo effettivo dentro/fuori tra grandi corazzate: dall'alto dei suoi otto trofei internazionali sir Alexander Chapman Ferguson potrà guardare sornione la tensione che divorerà José Mário dos Santos Mourinho Félix e le sue sole tre coppe; per i manchesteriani sarà routine di alto livello, per i Blancos è già un'ossessione. Aleggia ormai sullo Special One il monito di Béla Guttmann: "Il terzo anno è fatale". Ma l'allenatore neuronale potrebbe cavar fuori un altro dei suoi giochi di prestigio (insieme all'ungherese apolide è infatti anche Harry Houdini uno dei suoi "modelli condizionanti" come ci ha svelato Sandro Modeo [vedi]). Smazzo le carte e vedo che ai quarti andranno Juventus, PSG, Real, Borussia, Bayern, Porto, Galatasaray e Barcellona. Nota bene: inglesi azzerate. In verità vi dico.

La formula dell'Europa League prospetta invece, ai sedicesimi, anche gli accoppiamenti degli ottavi. La cosa ha qualche fascino. Gran blasone hanno, per esempio, gli incroci Ajax/Steaua - Sparta/Chelsea (6 coppe dei campioni complessive) e Leverkusen/Benfica - Dynamo/Bordeaux (con tre vincitrici di trofei continentali): Ajax-Chelsea ai quarti sarebbe una bella "finale anticipata", così come mi piacerebbe vedere gli sbiaditi eredi di Eusebio incrociare i bulloni con i muscolari prodi di Oleh Volodymyrovyč Blochin. A un livello inferiore si pongono gli ircocervi tra Tottenham/Lione - Inter/CFR Cluj e Basilea/Dnipro - Zenit/Liverpool: molto equilibrio tra Spurs e Les Gones (metto una fiche sui franzosi); avversario tostissimo per la mia Beneamata (il Cluj ha espugnato l'Old Trafford, ha fatto più punti del Milan nei gironi di Champions e non ha mai perso in trasferta), che rischia seriamente l'eliminazione (che poi parrà ai nesci "inopinata"); tra svizzeri e ucraini dico i primi; mentre Zenit vs Liverpool è forse la partita di maggior fascino del turno, con i russi favoriti. Nell'incrocio tra Stoccarda/Genk - Mönchengladbach/Lazio si ode un'eco lontana di anni settanta per il confronto tra gli eredi di Netzer e quelli di Chinaglia: dico Stoccarda e Lazio. Minor fascino propongono Napoli/Viktoria Plzen - BATE (che ho scoperto essere acronimo, di matrice sovietica, per Borisov Automobili Trattori ed Elettronica, in pratica una FIAT bielorussa)/Fenerbahçe (e dico Napule e turchi), Anzhi/Hannover - Newcastle/Metalist (e dico daghestani e albionici) e Levante/Olympiacos - Atlético/Rubin (e dico derby ispanico a marzo).

Questo emerge dal mio smazzo odierno: il 13 marzo vedremo quanto di veritiero ci sarà stato. Augh.

Azor

18 dicembre 2012

Vent'anni dopo

Sono passati vent'anni dalla morte di Gianni Brera. Aveva settantatré anni compiuti, quando schiantò su una strada secondaria della bassa, reduce da una cena con amici in trattoria di paese. Dopo un eterno girogavare fra redazioni, si era stabilizzato a La Repubblica. Firmò il suo ultimo (o penultimo) articolo per il giornale di lunedì 8 dicembre, a commento della dodicesima di andata del campionato di Serie A, stagione 1992-93. Le vittorie valevano ancora due punti; il Milan ("Sua Prepotenza") aveva impattato al Meazza con l'Udinese; sul campo allagato del Conero, il "flebile centrocampo dell'Inter" aveva fatto "lamentevole naufragio", e i bauscia tornavano a casa con zero punti e tre reti al passivo. "L'alma Juventus" era scesa a Firenze, e "riferiscono  le cronache sia stata sconfitta due volte: in campo e sugli spalti, dove i suoi irriconoscibili tifosi hanno trasmodato in nefandezze imperdonabili". Il Toro veniva fermato in casa dal Foggia: "induco da certe critiche che Mondonico del Torino abbia espresso il proprio disagio dirigendo a capocchia una squadra già di per sé mal composta ... il Foggia ha conquistato il suo primo punto esterno inducendo qualche critico a proclamare la propria ammirazione per Zeman, taumaturgo della zona e del podismo". Il terzo posto del Cagliari destava "grato stupore", pur riuscendo solo "fortunato eversore d'un Napoli pieno di rogne sinistre. Mazzone ha incantato per l' autoironia con cui ha dato conto della propria incredulità felice". E così via; a concludere, l'evocazione della sua (e nostra) divinità: "Avrei molto altro da dire su questo campionato di folli. Meglio chiudere e ingraziarsi Eupalla con sacrifici degni della sua natura divina. A terra siamo noi con le nostre vergogne".

Non fece in tempo a vedere il secondo e il terzo scudetto del Gran Bisiaco; a raccontare le stranezze del mundial americano. Non vide la maturità di Baggio, il triste declino di Diego, l'esplosione di Totti e Ronaldo, l'arrivo dei petrodollari russi, di Platini all'Uefa, l'epifania di Messi e molte altre cose, interessanti o meno. E viene sempre da chiedersi cos'avrebbe pensato dell'Inter di Mourinho o del Barça di Guardiola. In effetti è mancata, nell'ultimo ventennio, la voce-guida, il parametro essenziale: un po' come se le più grandi e importanti partite ci siano state restituite da una cronaca muta - nel migliore dei casi; in realtà, ha finito per predominare l'autismo urlato della critica tifosa e senza più finzioni militante (soprattutto televisiva), e le ultime buone firme di fronte a tanta inutile chiacchiera si sono volontariamente delocalizzate.

Il giorno dopo la sua morte, i quotidiani erano lenzuola di coccodrilli. Di interviste, ad amici e nemici o pseudo-nemici (Rivera soprattutto). Fu un coro unanime - apprezzamenti, nostalgia, ricordi -, e soprattutto tanto esercizio di bella scrittura (in calce ne riporto alcuni frammenti estrapolati). Dal ritratto collettivo che ne sortì - per certi aspetti del tutto scontato -, un tratto univoco e probabilmente veritiero spiccava, e riguardava la generosità esuberante dell'uomo. A noi rimane la generosità delle sue pagine sul football: in esse, certamente la sua pratica si poneva come antitetica alle teorie del gioco che sosteneva: a fronte del calcio pragmatico, utilitaristico, contratto che predicava, la sua prosa era infatti pura trasgressione del canone italico, era funambolica e fantasiosa, costantemente alla ricerca di innovazione; era avvolgente, a tutto campo.

Ci restano i suoi libri [raccolti nella nostra Sala Brera], e nessuno di essi pare davvero invecchiato: la monumentale Storia critica del calcio italiano, la biografia di Herrera, i pamphlet che qualche piccolo editore gli commissionava prima di un mondiale. Rispetto ai giovani scrittori britannici dei nostri giorni, la sua lettura delle relazioni tra calcio e fenomeni sociali era più 'sgamata', quasi che - ritenendole scontate - non valesse la pena di sottrarre spazio alla narrazione principale. Preferiva una visuale etno-antropologica a quella politica o sociologica, il che lo fa apparire ormai - almeno in questo - un po' ingenuo, un po' retrò. Ma l'immaginifica rappresentazione del mondo che più da vicino ha frequentato e conosciuto rimane insuperata e inimitabile, e non solo per la dimensione letteraria e per le innovazioni 'linguistiche'. E insuperata, nella sua sinteticità, resta la definizione che di lui offrì Umberto Eco: "Gianni Brera è Gadda spiegato al popolo".

* * *

Eravamo di quegli italiani che devono imparare l' italiano come una lingua non direi straniera, ma più alta e più grande, non solo nostra e dei nostri "pais", ma di tutti, di tutte le province e città. E questa fatica fu certamente più importante di tutte le nostre guerre e giri per il mondo e per le gazzette. Giovanni che aveva ambizioni letterarie più forti di tutto, del mestiere, del successo, del denaro direi delle stesse amicizie, ha amato la lingua più di ogni altra cosa al mondo e, siccome era uno che non solo la padroneggiava ma la inventava, soffriva pene io so amarissime e taglienti sentendo attorno a sé per molti anni la sufficienza di letteratucoli che non avevano un' oncia del suo talento prodigioso in quella musica che è il linguaggio (Giorgio Bocca)

E' la fine della fantasia, dell' estro. Ora resta solo il calcio normalizzato (Oreste del Buono)

Aveva visto tutto, dello sport, e ancora in tribuna puliva gli occhiali per non perdere niente, tra volute di fumo da pipa sempre più grandi e sorsate di whisky sempre più piccole (Gian Paolo Ormezzano)

Ci capivamo perché Brera era capace - quando voleva, quando decideva di farlo - di abbandonare questa sua 'mania' intepretativa, cioè l'attaccamento alla sua tesi, e di diventare obbiettivo, di riconoscere i suoi errori. E la tensione si scioglieva, magari a tavola, davanti a una buona bottiglia di Barbaresco che lui amava moltissimo (Gianni Rivera)

16 dicembre 2012

Geometrie euclidee


Parecchi anni fa, ai tempi del liceo (classico: Carducci, Milano), la professoressa di filosofia - che non capiva proprio nulla di calcio, ma appariva oltremodo incuriosita dalla mia devozione per i colori nerazzurri - mi domandò, per l'appunto filosoficamente, una definizione incontrovertibile del bello (calcistico, s'intende). Allora risposi - e risponderei tuttora - che il bello nel calcio consiste nel cacciare il pallone in fondo alla rete nel tempo più veloce possibile, vale a dire col minor numero di passaggi possibile - avevo in mente, com'è ovvio, i lanci di quaranta metri dell'inimitabile Luisito. La loica rimase molto stupita e mi obiettò che quel mio principio del minor numero di passaggi le pareva affatto contraddittorio al concetto stesso di un gioco di squadra e perciò collettivo. Credo di averle infine replicato che per il calcio vale il medesimo postulato della geometria euclidea: che tra due punti il collegamento più breve resta la linea retta (leggi Luisito-Jair-Mazzola), punto e basta.


Il dialoghetto filosofico mi viene in mente ogni volta che leggo magnificato l'insoffribile ticchetocchettare del Barcellona, coi suoi centomila passaggi, prima che il solito Messi provveda a chiudere la questione. Provate a immaginarvelo il Barcellona, senza quella specie di piccolo Hermes dalle caviglie alate, geniale e spiritato ...

Ci ho ripensato anche ieri sera, quando sentivo tante chiacchiere in tivvù sulla Beneamata e sulla sua "mancanza di gioco" - ritornello vecchio come il cucco (lo ripetevano anche l'anno del triplete) - a fronte delle armoniose geometrie laziali. Ma suvvia, dopo un primo tempo di giudiziosa e sparagnina attesa, fatta apposta per logorare gli avversari, cinque o sei limpide azioni in contra pedem si sono pur viste, nei secondi quarantacinque minuti, e che i tre punti siano infine andati alla Lazio fa parte del mistero buffo che Musa Eupalla governa con impareggiabile inventiva.

Ararat

12 dicembre 2012

Kleines dickes Müller

Al centro dell'attenzione del mondo, Leo Messi. Come sempre, o quasi sempre, quando al centro dell'attenzione del mondo del football c'è il football, prodezze e immaginazione, numeri e arte. La pulce non ha combinato cose in sé memorabili: ha solamente messo nella rete, all' Estadio Benito Villamarín di Sevilla, domenica 9 dicembre 2012, l'ottantacinquesimo e l'ottantaseiesimo pallone di questo anno solare. Ha dunque eguagliato e poi infranto, nel medesimo match, il record detenuto da Gerd Müller, dal bomber per antonomasia. 86 gol, di cui 12 (in 7 partite) realizzati con la maglia della nazionale argentina. 74 gol, dunque, in 60 partite fin qui disputate dal Barça nel 2012 (tra Liga, Champions, Copa del Rey, Supercoppa spagnola). I blaugrana hanno segnato, in quelle 60 partite, la bellezza di 160 reti. L'incidenza di Leo è altissima: segna quasi la metà dei gol della sua squadra (il 46 e rotti per cento). Müller aveva fissato il suo record nel 1972: 85 gol, di cui 13 (in 7 matches) realizzati con la maglia della nazionale tedesca. Il Bayern disputò in quell'anno solare 34 partite di Bundesliga, 4 di Coppa di Germania, 4 di Coppa delle coppe, 4 di Coppa dei campioni: in totale 46: 14 meno del Barça. Spero di non avere sbagliato i conti.

La logica dei numeri non ha fascino, e può talvolta generare valutazioni effimere. Ci sono pedatori che ne prescindono, altri la cui parabola agonistica può esserne scientificamente rappresentata. Gerd Müller è uno di questi. Basteranno pochi cenni a illustrare l'assioma. Gli è capitato di non gonfiare la rete in ventitré occasioni, su un totale di sessantadue apparizioni con la sua nazionale; di queste ventitré, solo sette contavano qualcosa. L'ultimo dei suoi sessantanove gol l'ha segnato nell'ultima partita, che era anche l'ultima e decisiva di un mondiale: naturalmente, fu quello decisivo (a Monaco, nel '74). Era il suo mestiere: risolvere le partite. Nel '70 risolse il quarto con gli inglesi, nell'extra-time; in semifinale fece all'Italia (sempre nei supplementari) il gol del 2:1 (sembrava finita per gli italiani) nonché (quando sembrava finita per i tedeschi) quello del 3:3. La fase finale degli europei disputata in Belgio nel '72 fu decisa da lui: doppietta ai padroni di casa in semifinale; doppietta in finale ai sovietici (ad aprire e a chiudere un inappellabile 3:0). I quali, peraltro, ne avevano già assaggiata la voracità tre settimane prima, nel match organizzato per consacrare l'Olympiastadion di Monaco: 4:1, e lui officiò mettendoli tutti e quattro alle spalle di Yevgeniy Vasilyevich Rudakov, estremo della Dinamo Kiev. Ai compagni non lasciò neanche le briciole: generosamente, poi, ammise al banchetto dell'Heysel un faticatore del Borussia (quello neroverde) senza particolari attitudini realizzative (Herbert Wimmer), giusto perché non si dicesse che voleva esagerare.

In sostanza: Messi è già una 'leggenda'. Certamente. Anzi, di più, una leggenda vivente. Ha vinto molto, non tutto. Anche Müller è pedatore di dimensione leggendaria e indiscutibile. Non si è limitato a vincere molto: ha vinto tutto quello che c'era da vincere, compreso quell'effimero riconoscimento individuale (il Ballon d'or) che non sempre ha premiato davvero i migliori. Lo vinse nel 1970; fu terzo nel '69 (dietro Rivera e Riva), secondo nel '72 (dietro il Kaiser), e ancora terzo nel '73 (dietro Cruijff e Zoff). Curiosamente, fu ignorato nel '74, l'anno del titolo mondiale teutonico (ma c'erano naturalmente Cruijff e Beckenbauer a dominare la scena). Più di 500 gol in partite ufficiali, poco meno di uno a partita, in quindici anni di carriera ad alto livello. Messi giocherà il doppio dei suoi match, difficilmente segnerà il doppio dei suoi gol; forse riuscirà - è un auspicio di molti, non di tutti - a sollevare la coppa del mondo, conquistandola grazie a una serie di prodezze mirabili e stravaganti, come fece Diego nell'86. Chissà: ha solo venticinque anni, e almeno tre appuntamenti possibili con i suoi sogni.

Il tedesco, per ora, guarda e attende che gli eventi facciano il loro corso. Fu un centravanti assolutamente archetipico: il rapinatore d'area, quello in grado di intuire traiettorie sporcate e di calamitare la sfera, sbucando fulmineo da mischie affollatissime e crude [vedi]. "You have to react quickly, or the chance is gone": parole di Gerhard ("Gerd") Müller; quel "Kleines dickes Müller" del 1964 che, in capo a un decennio, divenne per i tedeschi "der Bomber der Nation". Per la Germania e per la Baviera: "Alles, was der FC Bayern geworden ist, verdankt er Gerd Müller". Parola del Kaiser.

Vedi anche in Pentavalide

Mans

9 dicembre 2012

AS Roma - ACF Fiorentina 4:2

8 dicembre 2012, Stadio Olimpico, Roma
Francesco Totti - autore di un'ennesima prestazione memorabile - scocca il tiro del terzo gol
sotto gli occhi dell'ex Aquilani, nella più spettacolare (finora) delle partite di questo campionato
Tabellino | HL [2:59]

8 dicembre 2012

Verso un campionato europeo?

Con i primi freddi si è conclusa la stagione d’avvio delle coppe europee, occasione per qualche commento. Giustamente Mans ha messo in evidenza il marcato equilibrio che ha caratterizzato la fase a gironi di Champions, là dove – nella bella idea di conservare memoria, tra terzo e quarto turno, di un confronto ravvicinato di andata e ritorno – gli scontri di vertice avrebbero visto l’eliminazione ai 16esimi del Real Madrid e dell’Arsenal. Non saprei dire se si tratti un’edizione di transizione che porterà all'affermazione di outsider o se siano fuochi fatui destinati a ricomporsi in primavera nell'ordine gerarchico di questi ultimi anni (il tempo del Calcio dei ricchi, come scrive anche Mario Sconcerti). Certamente abbiamo visto alcune belle partite: su tutte – à mon avis – Real-City e Borussia-Real, più l’agone ambientale dell’Hampden Park nel 125° contro il Barça.

21 novembre 2012, Amsterdam ArenA, Amsterdam
Robert Lewandowski segna uno dei suoi due gol all'Ajax
L’impressione è che anno dopo anno, protagonisti e voyeurs, stiamo ormai interiorizzando l’idea che in autunno si giochi una sorta di campionato europeo, spesso molto più attraente della media delle ronzinanti partite di quelli nazionali (Malaga-Anderlecht 2:2 dell’altra sera, per dire, vale da sola tre tristi partite di campionato dell’Inter o del Milan attuali), in cui ci sta (ed è bello) che il Bate Borisov ne rifili tre al Bayern, che il Cluj espugni l’Old Trafford, o che il Nordsjaelland strappi l’unico suo punto con la Juve. In attesa, poi, della primavera che con le rondini porta anche i play off, dove il sapore antico delle competizioni notturne infrasettimanali si intreccia con i capricci di Eupalla. Non lo so, ma ho l’impressione che si stiano creando le basi per un vero e proprio campionato europeo a venire (riservato a 18/22 club), con le squadre B (il Barça B, l’Arsenal B, il Milan B) destinate alle serie locali. Mi spiego: siamo poi davvero tanto lontani da 34/38 mercoledì in cui l’Inter andrà a far visita o riceverà il Dortmund o l’Ajax (e non il Neftçi), mentre la sua squadra di giovani, invece che esibirsi a Baku, giocherà le domeniche con Atalanta, Catania, Sampdoria, etc.? Vedremo, ma sento vagamente nell'aria la cosa.

Ciò che vorrei intanto rimarcare è invece il ranking di questo inizio di stagione, in cui le squadre italiane sono terze alla pari con quelle inglesi, mentre le spagnole e le tedesche guidano il gruppo, e scivolano indietro le portoghesi. Nonostante la crisi e i debiti paurosi accumulati dai suoi club, la Spagna conferma che le vittorie ai mondiali e agli europei non sono solo il frutto di una generazione di campioni ma anche di una stagione felice del suo movimento: solo il Bilbao di Bielsa non ha passato il turno, mentre le altre 6 (4 in CL e 2 in EL) sì. Cappotto tedesco, con un impressionante 7 su 7. Le italiane erano quattro anni che non facevano così bene con 5 qualificate su 6: solo l’Udinese si è mostrata inadeguata non solo ai play-off estivi di CL ma anche alla EL. Le inglesi soffrono invece la retrocessione della detentrice, il Chelsea, il fallimento del City, e la sensazione di non esibire una squadra davvero forte in nessuna delle due competizioni.

18 settembre 2012, Parc des Princes, Parigi
Thiago Silva segna il secondo dei quattro gol rifilati alla Dinamo Kiev dal suo PSG
In Champions nessuna squadra ha vinto il proprio girone a punteggio pieno: meglio di tutte ha fatto il PSG (15 punti), che alla fin fine ha perso di misura solo a Oporto: Carletto nostro si dimostra tagliato per la CL, quanto invece non sembra esserlo il Mancio. Juventus, Bayern, Barcellona e Manchester United confermano il buon momento, in testa sia ai campionati sia ai gironi europei. Il Milan si qualifica con soli 8 punti, mentre restano fuori con 10 sia il Chelsea sia il Cluj. Imbattute sono Borussia, Juventus, Schalke e Malaga; il PSG è anche quella che ha preso meno gol (3), con Juventus e Porto a ridosso (4). Colpiscono le statistiche del Real, se pensiamo a chi lo guida: con 9 reti (4 dal Dortmund e 3 dal City) è la squadra che ha subito più gol, ma col Bayern è anche quella che ne ha segnate di più (15); soprattutto è quella che ha tirato più di tutte (120 di cui 74 in porta: segue la Juventus con 118 e 56, e 12 gol); un profilo, paradossalmente, “zemaniano”.

Mettendo nel canto le statistiche [vedi], l’impressione migliore l’hanno fatta il Borussia e la Juventus, considerata la difficoltà dei rispettivi gironi. Bene anche il Bayern. Opachi, per motivi diversi, il Barça e lo United. Sempre sul filo di una crisi, come ovvio, le esibizioni del Real. Bene PSG, Porto, Valencia e Shakhtar (i cui brasiliani – alla faccia degli alti lai della stampa beota – mi sembrano però degli onesti pedatori o poco più). Le delusioni vengono dal City e dallo Zenith. Il resto è condimento.

Suggestivo infine il pedigree delle qualificate ai 16esimi dell’Europa League, dagli alti blasoni in Inter, Ajax, Liverpool, Benfica, Steaua, Tottenham, Atletico Madrid, Napoli, Borussia Mönchengladbach, Lazio, Bayer Leverkusen, Newcastle (tutte vincitrici di almeno una coppa europea nella loro storia): ci andasse bene, potremmo gustarci dei bei quarti di finale dal sapore antico, magari una semifinale senza lattina tra gli eredi di Günter Netzer e Sandrino Mazzola … E riscattare così il pedatare muscolare e ronzinante mostrato nei sovraffollati giovedì di quest’autunno.

Rimando invece al sorteggio prenatalizio la riflessione tecnomantica, tra un panettone e un mandarino.

Azor

4 dicembre 2012

Un discorso brasiliano

Dobbiamo ringraziare Arthur Antunes Coimbra per aver concesso nuovamente i warholiani 15 minuti di notorietà mediatica a una delle più belle partite della storia delle coppe del mondo, ergo della storia del football: Italia-Brasile 3:2 del 5 luglio 1982. Con le sue dichiarazioni alla Soccerex Global Convention 2012 [vedi], Zico ha consentito di spezzare per qualche ora l’ininterrotto vociare della pedata nazionale su torti arbitrali e sudditanze psicologiche, costringendo i cronisti ad alzare il cellulare per interpellare qualche vecchio reduce di quel memorabile match. Prendiamo allora – come suol dirsi – la palla al balzo, e gettiamo in rete qualche considerazione di contesto e qualche coriandolo di memorie.

Arthur Antunes Coimbra in una partita del Mundial 1982
Cosa ha detto esattamente Arthur Coimbra? Andando alle fonti [vedi], individuiamo due ordini di discorso. Da un lato, un giudizio storico negativo: “If we had won that game, football would have been different. Instead, we started to create football based on getting the result at whatever cost, football based on breaking up the opposition's move, and based on fouling the opposition. That defeat for Brazil was not beneficial for world football. If we had scored five goals that day, Italy would have scored six as they always found a way of capitalising on our mistakes”. Dall’altro, una constatazione sullo stato attuale del calcio brasiliano (dal quale, si noti, Zico è “in esilio asiatico” ormai dal 1991): “Brazil is a fertile land for players but we have to change the mentality in the junior divisions of the clubs. I'm sure that if I went for a trial at a football club today, I would be rejected for being thin and small. You don't see Romario-type forwards in the youth divisions, (the centre forward) is always a big guy. That's where the deterioration of Brazilian football begins. Clubs are worried about winning titles in the junior categories, rather than developing players”.

Se si legge con attenzione, Zico traccia un nesso tra la sconfitta del Brasile 1982 e la successiva tendenza culturale del suo futebol a privilegiare il risultato attraverso giocatori fisici rispetto alla formazione di calciatori di qualità tecnica. È un discorso di carattere generale ma che ha come destinatario principale il movimento calcistico brasiliano, in un frangente difficile, all’indomani dell’inopinato esonero del CT della nazionale Mano Menezes che aveva faticosamente intrapreso un percorso di rinnovamento qualitativo della Seleção affidandosi ad alcuni giovani, talentuosi ma non ancora maturi, giocatori. Nei giorni in cui Zico ha rilasciato le sue dichiarazioni la scelta del successore di Menezes era ancora aperta a varie soluzioni, la più fantomatica  delle quali era la candidatura di Pep Guardiola, che avrebbe dato vita a una delle sperimentazioni più suggestive della storia del calcio: il calcio totale fondato sulla rete di passaggi e sulla transizione immediata affidato a una generazione di giovani di talento. In realtà, la Federazione aveva deciso di virare su un progetto tattico molto pragmatico: sostanza e risultati, con la fantasia come optional.

Luiz Felipe Scolari e Carlos Alberto Parreira
Una loro rinnovata vittoria mondiale è una missione possibile?
In vista di un mondiale che il Brasile non può permettersi di non vincere, la scelta appare comprensibilissima  anche se può non piacere a trisvalide di talento come Zico, che provano a dare alle tendenze in atto una riposta fondata sull’interpretazione della storia. La coppia Luiz Felipe Scolari e Carlos Alberto Parreira, i CT che hanno dato al Brasile le ultime due coppe del mondo, sembra fornire quell’esperienza e quel pragmatismo che altre soluzioni ventilate – Muricy Ramalho e Tite, allenatori di recenti vittorie grazie a un’idea di gioco propositiva e offensiva – potevano alla fine non garantire, anche per un deficit di esperienza che invece dovrebbe essere assicurato dai due ultrasessantenni prescelti [vedi la VQA].

Gli osservatori superficiali sono ancora convinti che l’identità del Brasile futbolistico sia quella del “jogo bonito”, del calcio tutto fantasia, talento e individualità: di giocatori come Garrincha, Pelé, Zico e Ronaldinho, per intenderci. È una bella favola oleografica che piace ai nesci. La storia del calcio brasiliano dell’ultimo mezzo secolo è invece diversa ed ancipite, come ha ben messo in evidenza Tim Vickery [in “The Blizzard”, 6 (2012)]. Da un lato persiste la tradizione del futbol fantasia – risalente alla cultura del “malandro” (l’artista mulatto del raggiro) indagata dal sociologo Gilberto Freyre negli anni trenta [come ricorda Alex Bellos, Futebol. Lo stile di vita brasiliano, pp. 43-44] – che celebra l’epopea del Brasile di Pelé e delle sue tre coppe del mondo in sole quattro edizioni, ha toccato il proprio zenith nel 1970 (con uno degli XI più memorabili della storia) e riconosce nella nazionale del 1982 l’ultimo degno epigono. Dall’altro è sempre più diffusa e legittimata una linea che si usa far risalire al colpo di stato militare del 1964 (di cui, nell’anno dei prossimi mondiali sarà inevitabile ricordare la ricorrenza) e alla politica “tecnocratica” che il nuovo regime cercò di imporre e attuare in tutti settori sociali, compreso il calcio: è infatti a un’idea di calcio organizzato, affidato a un sistema di gioco tatticamente accorto, cui si rifecero le nazionali del 1974 e del 1978, e a cui si devono le vittorie del 1994 e del 2002; è lo stile incarnato da Dunga dapprima come leader in campo e poi come CT della nazionale; è una linea culturale che ricorre all’organizzazione prima che alla fantasia, senza ovviamente rinunciare alla qualità, se ricordiamo come nell’XI del 2002 militassero campioni e talenti riconosciuti come Cafù, Roberto Carlos, Rivaldo, Ronaldinho e Ronaldo. E senza dimenticare – peraltro – che anche per questa via sono arrivate le vittorie [su questi punti vedi anche Jonathan Wilson, “The Guardian”, 14 August 2012].

Questo è dunque il contesto del discorso – tutto brasileiro – che probabilmente intendeva portare avanti Zico con le sue esternazioni. Altra cosa è tornare invece sulla storia del match del 5 luglio 1982 [vedi].

Azor

21 novembre 2012

Cronache da Futbolandia di oggi e di ieri

La Valutazione della Qualità dei Campionati (VQC) è ufficialmente affidata ai ranking Uefa, e non dipende principalmente da quella che si vede sul campo. La Serie A, sotto questo aspetto, è penalizzata anche da chi per professione la segue e la racconta; perché, nonostante le interessanti novità e la varietà del menu proposto dagli XI che vi partecipano, oggetto prevalente delle discussioni, filo conduttore di ogni sabato sera, domenica sera, lunedì sera (in tv e naturalmente sui social-network in tempo reale, e poi inerzialmente sulla carta stampata), è l'Errore Arbitrale. Ogni match (più o meno importante) ne conta e ne sconta in discreta quantità; ogni match (salvo eccezioni) ne è condizionato quanto all'esito finale. Durante le telecronache e i commenti post-partita (e nelle dirette delle antenne locali, seguite da vasto pubblico, che ama guardare chi guarda assaporandone le liti e intervenendo personalmente con telefonate, sms o via Twitter) l'Errore è immediatamente, causticamente, sonoramente segnalato.
Pierluigi Collina
Ne sortiscono battibecchi destinati ad infiammarsi ulteriormente all'Errore successivo (e nel ricordo del Grande, Sublime, Indimenticabile Errore di un mese prima, di un anno prima, di dieci anni prima). E' evidente, l'ho già detto e lo ripeto: gli arbitri italiani dell'ultima generazione sono mediocri, assai più di quanto non fossero quelli della generazione precedente. In più, hanno un loro speciale e atavico (unico in Europa)  modo di giudicare e intervenire, fischiare e non fischiare, correre e gesticolare. Alcuni, un tempo, erano anche bravi; alcuni dei fuoriclasse.


Era logico: dopo Football Manager,
Fifa, ProEvolution
Soccer, si è immaginato anche
 Football Referee
Tuttavia e naturalmente, al dibattito cui accennavo partecipano sempre due opposte fazioni, che nel nome dell'alternanza dialettica (e - ovvio - della convenienza di parte) attribuiscono all'Errore origini opposte, e ne improvvisano semplificate spiegazioni. O è broccaggine (senza che della broccaggine siano indagate le cause), o è complotto. La seconda ipotesi è quella preferita, di volta in volta, dai giornalisti-ultras dell'Inter e della Juventus; ci si aggrappa a rievocazioni storiche che, ovviamente, non risalgono oltre l'era delle schede telefoniche, delle intercettazioni, del rito moggiano: l'era di Calciopoli. I 'neutrali' di circostanza - in ciò poco credibili - rispondono alle tesi dei 'complottisti' di giornata aggiungendo che l'Errore della Giacchetta Nera è ben poca cosa, rispetto a quello sesquipedale del Centravanti Momentaneamente Imbrocchito, quello che ha collezionato centinaia di scalpi di portieri ma proprio ora, proprio ora che l'Errore arbitrale compromette il Risultato, proprio ora, a mezzo metro dalla linea di porta, ingobbito e scoordinato colpisce di volo spedendo la sfera sul terzo, sul quarto, sul quinto anello (per lui, in nome del glorioso passato, applausi comunque riconoscenti). Così come il Terzino Eternamente Inaffidabile, che in scivolata realizza il più sciagurato degli autogol. Lui certo, è un ronzino, e queste imprese non sorprendono (tutt'al più - dietrologicamente si insinua - avrà fatto scommettere su qualche 'over' che pareva ormai andare in fumo).

Giallo è il colore dell'al-
legria
Neppure vecchi o attempati cronisti riescono a cogliere la dimensione storica e tradizionale del fenomeno, sottraendosi all'inutile bagarre. In Italia il football è vissuto da sempre così; la sua natura campanilistica è sopravvissuta a ogni rivoluzione tecnologica e a ogni transizione politica e istituzionale: sono semplicemente mutate le forme dello scontro, e (per fortuna, e comunque non del tutto)  quelle di aggressione riservate ai giudici - nella dietrologia italica, un giudice non può mai essere davvero super partes (ma il linciaggio arbitrale è ormai e prevalentemente un esercizio mediatico). Occorrerebbe avere memoria più lunga, tanto più se si considera che nessuna partita è mai l'ultima. Nemmeno per il Chelsea, che in un decennio scarso e carattarizzato da Grandi e Clamorosissimi Errori arbitrali ha poi veleggiato (storia recente) col favore di Eupalla alzando finalmente l'agognatissima Coppa. Nemmeno per l'Inter, che dopo l'inabissamento juventino ha vinto e stravinto fruendo a sua volta di ripetuti Errori Abitrali. Nemmeno per la Juventus o per il Milan. E' una ruota che gira, e la geografia del potere (e dell'Errore Decisivo) varia senza soluzione di continuità, in Italia come in Europa.

***
Tutto ciò, tuttavia, mi invoglia a riproporre due gustose pagine di due grandi storici (gli unici, forse, grandi storici) del calcio italiano. Gianni Brera (ça va sans dire) e Antonio Ghirelli. Vi si racconta di episodi che risalgono, rispettivamente, al 1910 e al 1953. Nel 1910 la quasi neonata FC Internazionale di Milano vinse il suo primo campionato italiano, in uno spareggio contro la Pro Vercelli, fissato per il 24 aprile. Impegnati i "ruvidi" piemontesi in un torneo militare, la Federazione si rifiutò di spostare la data del match, comunque programmato a Vercelli. La Pro decise di schierare i ragazzi, e perse 10:3.

Gianni Brera, in un 'ritratto' di
Grazia Nidasio
Così Gioanncarlofubrera, partendo da quell'episodio. Era l'alba dei tempi; la nazionale italiana di calcio - per dire - non era ancora stata battezzata (lo sarà di lì a venti giorni).

"Cronache grondanti carità di patria trascurano di precisarci quanti carabinieri e quanti questurini sono intervenuti a salvare i malcapitati interisti, quel 10 marzo [ma recte 24 aprile] che decise dello scudetto 1910. L'esaltazione dei vercellesi fiammeggia in transferts tumultuosi. La faida è di popolo schietto. La tentacolare Codogno chiamata Milano ha lasciato ricordi sgradevoli ab antiquo. Per altri vent'anni, fino al 1930 et ultra, capiterà ai tifosi lombardi venuti in auto di trovarsi squarciate le gomme.
L'attuale giudice unico della pedata italiana, l'avvocato Barbé [n.b.: Brera scrive nel 1975] uomo di adamantino carattere, mi racconterà che il campo del suo Novara sorgeva presso la linea ferroviaria, e che infinite volte è accaduto di vedere il drappello degli ospiti fuggire verso la stazione seguendo i binari. L'arbitro, sicuramente, doveva trovarsi fra loro o, se osava riprendersi i vestiti, era assediato negli spogliatoi. Aveva dunque ragione quel maresciallo dei carabinieri che, atteso l'arbitro dopo l'intervallo, si oppose a che rientrasse 'in quanto lui e non altri era all'origine dei disordini passati e futuri!' Molte volte a torto viene messo in discussione l'humour dei carabinieri: in particolare, quel maresciallo aveva capito ogni cosa alla perfezione; se avesse impedito all'arbitro di commettere altre corbellerie, l'ordine pubblico sarebbe stato salvo, e ineccepibile il suo servizio".
[Da Storia critica del calcio italiano, p. 43]

Antonio Ghirelli
Brera, naturalmente, ricama su fatti e testimonianze, e rimescola gli ingredienti  in narrazioni dense di ironia e di inventiva. Assai diverso è lo stile di Ghirelli. La sua Storia del calcio in Italia, confrontata a quella breriana, può apparire dimessa, di lettura non ostica ma certamente meno stimolante (e appagante). Ed è in più pervasa da una vena moralistica che emerge puntuale, a conclusione del racconto di ogni stagione (il campionato, la nazionale, le 'trame politiche'), nell'evocazione di scandali e malefatte di varia natura.
In particolare, funesti furono per Ghirelli gli anni del dopoguerra; all'organizzazione fascista del football nazionale seguì il disordine e la competizione sporca (politica e sportiva), il caos seguito alle promesse di nuove regolamentazioni del sistema mai mantenute, gli orrori del 'calcio-mercato', la detestata stagione degli 'oriundi'. Ghirelli sembra sorridere una volta sola, di fronte al materiale che sta raccogliendo e restituendo al lettore; quando decide di raccontare dettagliatamente lo 'scandalo' che caratterizzò l'epilogo della stagione 1952-53: il "caso Catania". Campionato di serie B. Rileggiamo.

"a) Il Catania va a giocare, nelle ultime domeniche di campionato, una partita 'decisiva' a Padova. Direttore di gara, il torinese Liverani. A un certo punto l'arbitro nega un goal al Padova. Furibondo il pubblico prende a rumoreggiare, lancia qualche sasso sul campo, colpisce uno o due giocatori siciliani e mette fuori combattimento un guardialinee. L'arbitro sostituisce il suo collaboratore  e conduce in porto l'incontro, che vede vincitore il Padova.
b) Reclamo catanese. La Lega nazionale lo accoglie, sentenziando che il risultato si è determinato in condizioni irregolari e concedendo partita vinta ai siciliani. Essi vengono a classificarsi, per conseguenza, al secondo posto nel campionato di Serie B e devono disputare un incontro di qualificazione col Legnano, anch'esso secondo.
c) I dirigenti del Legnano riescono a convincere quelli del Padova  a presentare un contro-reclamo. La CAF (Commissione di appello federale) aderisce alla tesi patavina e omologa il risultato della partita sulla scorta del rapporto dell'arbitro. Il signor Liverani, pur descrivendo gli incidenti, ha infatti concluso che l'incontro ha avuto svolgimento regolare. Per conseguenza non si disputerà nessuno spareggio per la promozione in Serie A.
d) Tragedia a Catania. Il popolo scende in piazza mentre tutti i parlamentari siciliani, senza distinzione di fede e di ideologia politica, rivolgono un'interrogazione alla Camera sull'argomento. La stampa centro-meridionale rivolge fiere accuse alla Federazione e documenta che la delibera della CAF non fu del tutto regolare. Uno dei membri del collegio giudicante rivela di aver sbagliato voto per distrazione. Il presidente della CAF Pasquinelli si dimette.
e) Spaventato dalla rivolta dell'opinione pubblica, il Consiglio federale scioglie di autorità la Commissione d'appello e ne insedia un'altra affidandone la presidenza al giurista napoletano professor De Gennaro. La nuova CAF cancella la sentenza precedente e omologa quella della Lega, dando partita vinta al Catania.
f) Tragedia a Legnano. Comizi in piazza, proteste, minaccia di ritiro dal campionato. Ma questa volta la Federazione non può tornare indietro se non vuole affogare irrimediabilmente nel ridicolo. Lo spareggio si farà il 28 giugno.
g) 28 giugno: spareggio a Firenze. Il Legnano, che aveva mandato in ferie da un pezzo i suoi atleti, si presenta all'incontro con la squadra allenata molto approssimativamente. Viceversa il Catania non ha perduto un giorno solo ed è allenatissimo. Vince il Legnano per 4-1".
[Da Storia del calcio in Italia, pp. 223-224]

28 giugno 1953. Torcida etnea sugli spalti del Comunale di Firenze.
Per questi appassionati, sarà una giornata da dimenticare

C'è bisogno di ulteriori commenti?

Mans

Juventus FC - Chelsea FC 3:0

20 novembre 2012, Juventus Stadium, Torino
Con una prestazione di grande intensità - che mastro Arrigo direbbe di "calcio totale" - la Vecchia Signora scioglie ogni dubbio [vedi quale]: è bella anche di notte e, dopo aver battuto la detentrice della CL, si candida autorevolmente come plausibile semifinalista di questa edizione

20 novembre 2012, Juventus Stadium, Torino
Era dal 20 aprile 2010, la sera di Inter-Barcellona [rivedi], che uno stadio italiano non ospitava una partita di grande livello internazionale come quella di stasera. Il calcio inglese vive un periodo grigio e rischia di perdere per strada in CL sia il City sia i Blues. Per quello italiano è invece un segnale incoraggiante

20 novembre 2012

Un terzo d'Europa

I principali campionati europei sono giunti circa a un terzo del loro cammino, tra la 12a e la 13a giornata, e dunque è possibile fare qualche considerazione non estemporanea sulle linee di tendenza con cui si è aperta la nuova stagione. Nulla di nuovo sul fronte occidentale verrebbe da dire subito: non sembra alla vista, quest'anno, un Montpellier, per intenderci (e rischiamo di finire col rimpiangere la cresta arancione del suo presidente alla "Gauccì"); le gerarchie appaiono consolidate, in qualche caso cristallizzate; le relative, poche, nuove presenze al vertice sono, al più, dei deja vu.

Il campionato il cui esito sembra ormai pregiudicato è la Bundesliga dove il Bayern domina con 8 punti su Schalke ed Eintracht (un capolino che fa nostalgia: la coppa EUFA 1979-1980, in cui la quattro semifinaliste furono tutte tedesche [vedi | foto]) e 11 sul Borussia Dortmund, che non regge la doppia competizione e sembra aver puntato ad essere la sorpresa di questa edizione della CL per come ha maltrattato il Real di Mourinho. Il Bayern, mi ripeto, è la società meglio amministrata da anni e i risultati si vedono: dallo stadio pionieristico alla rosa di giovani, dai titoli nazionali alle finali europee. E lasciamo stare i luoghi comuni sull'efficientismo teutonico ...

Viceversa, con sette squadre in tre punti, il campionato più incerto rimane la Ligue 1, che nonostante le star parigine resta una competizione qualitativamente di secondo piano. Carletto nostro comincia ad ammettere pubblicamente quello che a me sembrava evidente del PSG (toujour Pas Sûr de Gagner) già a fine agosto [vedi]: "non siamo una squadra, c'è troppo individualismo". Diciamola tutta: è una rosa di mezzoni sopravvalutati e costosissimi, di starlette mediatiche (da cronaca rosa), con solo tre giocatori di classe (Silva, Verratti e Ibrahimovic) e una ciurma di ronzini. Con organici mediamente migliori, benché privi di trisvalide, Lione e Marsiglia sembrano due serie candidate al titolo. Né credo che gli equilibri potranno essere spostati dalla stellina Lucas Moura, vanamente corteggiata dalla squattrinata Inter per un anno e in arrivo a gennaio a Parigi per l'oscena cifra di 43 milioni di euro. Sarà una stagione agonisticamente divertente, ma nulla più: a dimostrazione che i soldi, da soli, non bastano e che occorrono dirigenti all'altezza (e Leonardo non ha ancora dimostrato di esserlo).

Manchester, 16 novembre 2012
Roberto Mancini indossa la maschera di David Platt
per fronteggiare la "tenerezza" della stampa inglese
Molto equilibrio, tra i soliti noti, lo mostra anche la Premier League. Dopo 12 giornate è in testa il City, nonostante le polemiche in cui sta avvizzendo il Mancio (e, anche qui, sfatiamo il luogo comune provinciale che in Inghilterra il calcio si vive senza pressioni: l'unica differenza con la pedata nostrale è che non si parla di arbitri e rigori 24h24, ma i tabloid, sempre sul filo di un malcelato razzismo, martellano che è un piacere 24h24). Il City mostra un dato notevole: non ha ancora perso una partita (un primato che condivide con il Barcellona), mentre lo United è già inciampato 3 volte. E' vero che la PL si vince anche con 4 (ManU 2011), 5 (City 2012) o 6 (Chelsea 2010) sconfitte, ma la banda Mancini si è guadagnato un bel bonus che deve stare attenta a non dilapidare in "pareggite": la proiezione finale attuale è di 88/89 punti, e con 89 il City agguantò il titolo nel memorabile finale shakespeariano del 13 maggio scorso [vedi]. Spiccioli per la vittoria finale li conserva ancora il Chelsea, che ha però una rosa inadeguata di stelline, scarponi e vecchie glorie, e solo l'innesto di Falcao al posto di ... Drogba potrebbe forse darle la scossa. Nei quartieri alti si affacciano il West Bromwich Albion (che nel 2010 era in seconda divisione) e l'Everton del nostro amato Marouane Fellaini (uno dei giocatori più eleganti e concreti delle ultime leve). Ormai scivolati all'indietro appaiono l'Arsenal del sopravvalutato Wenger [vedi VQA] e il Liverpool in pieno disarmo. Deludente per la seconda volta in quel di London è anche André Villas Boas: non basta essere un ottimo tattico, evidentemente.

La maschera naturale di Zdenek Zeman, perplessa
In Serie A la Juventus veleggia una spanna sopra le altre e non vedo come possa perdere il secondo scudetto consecutivo dell'era Conte. Chi insegue non ha una rosa di giocatori equivalente. L'Inter - va dato merito a Stramaleonte di averla pragmaticamente riportata in alto - ha confermato alla prima occasione di non avere un organico adeguato alle ambizioni ma logoro e senza ricambi di qualità (come ho lungamente argomentato in tempi non sospetti [vedi]). Il Napoli mi sembra troppo Cavani dipendente e con il tecnico più modesto in panca. La Fiorentina è la vera, gradevole, novità della stagione: una rivoluzione riuscita, l'allenatore forse più talentuoso di tutti, e un gioco che si avvicina alla "visione italiana" di Prandelli (e sfatiamo anche l'ignoranza giornalistica che lo paragona al Barcellona ...). Delle tre che inseguono la Vecchia Signora mi sembra l'unica ad avere le possibilità, teoriche, di importunarla a maggio, soprattutto se la direzione tecnica azzeccherà anche il mercato di gennaio. La Lazio prosegue col suo piccolo cabotaggio, Zeman ci fa godere le montagne russe e le solite schegge di grande calcio purissimo (l'unico attualmente in Italia). Il Milan vive il suo annunciato, inevitabile, anno zero: fossi in Galliani cercherei di fare bottino a gennaio cedendo Pato e Robinho (il primo una malinconica incompiuta, il secondo una ex stellina da PSG) e mettendo un centrale difensivo da 8-10 milioni (ce ne sono di ottimi in Belgio e in Portogallo se si sapesse guardare non solo al Sud America). E sfatiamo un altro bel luogo comune: non abbiamo più gli "arbitri più bravi del mondo" com'era la ciarla italiota fino a qualche mese fa; non vedo né un Lo Bello e nemmeno un Rosetti, bensì una manica di somari pagati eccessivamente per quel che (non) valgono, presuntuosi, e guidati da due dirigenti totalmente inadeguati ma molto "politici". Non riesco a immaginarmi Braschi fare una lezione di aggiornamento tecnico come quelle in cui è maestro Collina: il dramma è tutto qui.

Resta da dire della Liga, nel paese in cui la crisi si fa maggiormente sentire: gli spettatori negli stadi cominciano a diminuire perché non si possono più permettere il lusso; le società sono già sprofondate nel baratro finanziario (anche gli sceicchi spagnoli del Malaga boccheggiano); e il futuro è incerto e molto cupo. La glassa, per nostra fortuna, rimane la squadra epocale che tante gioie ha dato e sta dando alle nostre brame di voyeurs incalliti. Con 11 vittorie e un solo pareggio (col Real) il Barça sembra avviato all'ennesimo trionfo in una competizione "nazionale" di cui il risorgente indipendentismo catalano sembra minare l'identità. La "sorpesa" (che porta due nomi: Radamel Falcao García Zárate e Diego Pablo Simeone) è l'Atletico di Madrid, che ha lo stesso score del Barça ma una sconfitta (recente, a Valencia): il 1° dicembre andrà a far visita al Bernabeu e il 16 al Camp Nou, e in 15 giorni ne saggeremo la tempra. A 8 punti insegue il Real, che il suo allenatore terrà neuronalmente incollato fino allo schianto (o suo o dell'orchestra ora guidata dal più placido Villanova). Il Barça ha però il vantaggio di dover ancora recuperare i suoi difensori titolari e di rimettere a lucido il bomber Villa. Vedremo.

Azor

7 novembre 2012

Minimalia infrasettimanali

Turno di coppa. In programma alcuni sedicesimi di finale - andata e ritorno giocate a distanza di due settimane, nel cuore della fase a gironi. Responsi interessanti: il Malaga ha eliminato il Milan, il miedo escénico del Bernabéu non ha spento i ragazzi del Dortmund, Arsenal e Schalke confermano d'essere bizzarre e non poco (gli 04, dopo avere abbeverato i cavalli all'Emirates, sembrava volessero offrirsi inermi nella Veltins-Arena, ma poi hanno cambiato idea), e il buon vecchio Ajax è uscito imbattuto dal City of Manchester. Eliminato anche il Chelsea (ci stava), per la regola dei gol in trasferta. Clamoroso il rischio corso dal Barça, a vantaggio del glorioso Celtic: topica difensiva su corner (maglie larghissime, marcature risibili) e inedita (e scoordinata e pigra) svirgolata di Xavi Hernandez sulla trequarti, che libera allo sconosciuto Tony Watt, classe 1993, un corridoio più che sgombro verso il territorio presidiato (si fa per dire) da Valdes. Doppio due a uno, si andrebbe al partido de desempate. Si qualifica invece (virtualmente) la Juventus, cui sarebbe bastato lo zero a zero: sbigottiti, i corridori del Nordsjaelland hanno assistito alla rabbiosa sfuriata dei bianconeri che, avendocela su col mondo intero, si sono sfogati con loro.

"Oh Watt a night", titola lo scozzese Daily Record (qui)
In sostanza, la formula fa bene più che mai agli squadroni, cui la numerosità delle partite consente di mascherare magagne strutturali e affanni temporanei (ma che siano temporanei, si vedrà). L'unico praticamente fuori dai giochi è il City, che dovrà forse ripiegare sulla League Cup: al Mancio - da giocatore e da allenatore - le competizioni domestiche sembrano eternamente più confidenti.

Manuel Estiarte, mito della pallanuoto
europea
Post-partita al Meazza, martedì sera. Commenti. A tutti il fatto più importante è parsa la presenza in tribuna di Pere Guardiola e Manuel Estiarte (rispettivamente fratello-agente e addetto alle public relations del Pep). Avevano 'persino' pranzato con Galliani. Insomma, una situazione scabrosa e al tempo stesso appetitosissima per i cronisti Mediaset (e non solo loro). Si provi ad immaginare un uomo che ha parecchio lavoro da fare (tenere in piedi la casa, cucinare, fare la spesa); capita il giorno in cui gli tocca star fuori (bollette da pagare, figli da accompagnare, lavori di giardinaggio nella casa di campagna); la moglie va a pranzo con l'amante e poi se lo porta a casa, mentre il marito, appena tornato, pela patate e cerca di assemblare una cena decente. Così, ad Allegri, viene chiesto se e quanto la cosa gli abbia dato fastidio. Risponde evasivo. Roberto Bettega (l'invecchiato - ma non troppo - Penna Bianca) è in studio e prende le sue parti, ma anche quelle della moglie. All'amante "non si poteva negare l'accredito" e tenerlo fuori dallo stadio (pardon, dalla camera da letto). Nei secondi restanti, si parla di football. Per una volta, sono solidale con Max.

Il Milan, intanto, progredisce. Allegri sfodera progetti ambiziosi: una prima linea giovane, tecnica e leggera, sostanzialmente trendy. Combinano poco, i quattro (El Shaarawy, Pato, Bojan, Emanuelson); ma ancor meno De Jong. Giusto, proprio lui. Ci si domanda perché sbagli sempre la misura dei passaggi (troppo corti o troppo lunghi, troppo veloci o troppo lenti); viene in mente Marcello Desailly, il truce difensore centrale dell'OM che d'improvviso sbarcò a Milanello quando a tenere le redini c'era Don Fabio. A Don Fabio non interessava un centrale difensivo (era più che coperto), ma un interditore del gioco altrui nella fascia mediana del campo. Un inibitore. Un eliminatore (nel senso buono). Marcello si adattò, e imparò persino a toccare la palla. Metteva il piattone, giocava semplice e non sbagliava mai il passaggio né la misura. Rispetto a De Jong, Desailly valeva Liedohlm, e non è una bestemmia. L'unico De Jong su cui conveniva fare un pensiero è senz'altro Siem, ventitreenne capitano dell'Ajax (ieri sera ha uccellato Hurt due volte in un quarto d'ora o poco più). Promettentissimo.

Kévin Constant
Invece (ma che sorpresa) Allegri ha trovato il terzino sinistro. Già: il francese-guineano Kévin Constant. E' davvero un calciatore, e non un giocatore pakistano di hockey su prato, come lombrosianamente ero portato a ritenere. Ha solo 25 anni (per le abitudini milaniste, un enfant). Suo il delizioso, arquato  cross dalla linea di fondo inzuccato da Pato. L'inzuccata era facile, l'assist no.

Dopo di che, sulle antenne locali è stato un turbinìo di pronostici e profezie. Quante possibilità ha il Milan di arrivare al sorteggio degli ottavi? Certo, vincere a Bruxelles non sarà facile. Battere lo Zenith a San Siro difficilissimo. O viceversa. Unica cosa sicura: il Malaga mollerà. Venderà i tre punti ai russi (gli conviene); i giocatori non vedono lo stipendio da un po' (saranno alla fame, e poco motivati). E così via. Questo è il calcio (il nostro e quello altrui) visto da casa nostra. Non siamo provinciali; siamo patetici.

Champions League 2012-2013, sedicesimi di finale 
(fase a gironi, quarto turno: 6-7 novembre 2012)
Real Madrid - Borussia Dortmund 2:2 (and. 1:2) | Tabellino | HL
Milan - Malaga 1:1 (and. 0:1) | Tabellino | HL
Manchester City - Ajax 2:2 (and. 1:3) | Tabellino | HL
Chelsea - Schakhtar D. 3:2 (and. 1:2) | Tabellino | HL
Schalke 04 - Arsenal 2:2 (and. 2:0) | Tabellino | HL
Juventus - Nordsjaelland 4:0 (and. 1:1) | Tabellino | HL
Celtic - Bercellona 2:1 (and. 1:2) | Tabellino | HL

Mans

4 novembre 2012

La strana partita

Non ho visto Juventus FC - FC Internazionale Milano, ieri sera (sabato 3 novembre 2012, Juventus Stadium, Torino, ore 20.45), ma dev'essere stata una strana partita. A dire il vero, me ne sono gustato i primi 20 secondi: una magnifica azione d'attacco della Juventus, sonnecchiante all'indietro nei primi tocchi, ma poi partita in verticale, lungo la fascia sinistra, con quattro o cinque passaggi di prima che hanno portato al gol, segnato praticamente a porta vuota. Un'azione meravigliosa: mi ha ricordato certe irresistibili percussioni polacche sulle corsie laterali nel mondiale del 1974. Poi, vengono proposte immagini della stessa fase di gioco, e si vede benissimo che il penultimo uomo entrato in scena, quello che effettua l'assist, è in posizione di fuorigioco palese. Tutt'altro che millimetrico. E' corso troppo in avanti, e infatti deve persino frenare per coordinare la sua velocità con quella del pallone. E' Asamoah. Stupore: live, non m'ero accorto di nulla, l'angolazione della ripresa non lo consentiva. Sono dettagli, certo. Ma l'off-side poteva non essere visto solo da chi guardasse altrove. Il guardalinee certo guardava altrove, avrebbe sicuramente alzato la bandierina se fosse stato 'presente', attento allo svolgimento dell'azione. Chissà cosa guardava, chissà a cosa pensava. Come se un centravanti, solo e a porta vuota, invece di sparare in rete (a costo di sbagliare) decida di effettuare un lungo passaggio all'indietro, verso il proprio portiere. Per distrazione, per estraniamento. E allora ho smesso di seguire la partita, e mi sono perso il resto di Juventus FC - FC Internazionale Milano. "Gli arbitri influiscono su ogni partita", mi dicevo (e ne sono convinto). Un conto è influire, un conto è non esserci. Juventus - Inter è iniziata ieri come fosse una di quelle gare che si giocavano nei prati con squadre improvvisate: senza regole e senza arbitri. Mi sono tornati in mente anche i campionati minori e giovanili, quando capitava che il ruolo di segnalinee fosse affidato a dirigenti, accompagnatori, panchinari delle due squadre, uno per ciascuna: erano concentrati e attenti, persino tesi - essendo tesi e impegnati a favorire la propria parte, ma senza darlo clamorosamente a vedere. Dunque mi sono definitivamente, per così dire, tranquillizzato: un errore così sfacciato è solo frutto del caso. Poi mi sono intristito: è la mediocrità, l'inadeguatezza, la confusione. Gli arbitri (intesi come équipe designata: ormai è composta da almeno sei individui, variamente dislocati, e sicuramente ce n'è qualcun altro che si aggira all'insaputa di tutti, con qualche travestimento) influiscono su ogni partita; ma stasera l'hanno negata, modificata, distorta sin dal primo istante. Ne hanno inventata un'altra. Cercheranno di raddrizzarla, pensavo? Non mi interessa.

Le squadre schierate a tavolino prima del match.
Stramaccioni inserirà Cassano al posto di Guarin
Volevo solo gustarmi una sfida interessante; era interessante la rinuncia alla specularità di Stramaccioni, era interessante immaginare il forcing juventino e il contropiede interista, o viceversa (magari, con questo impianto, a far possesso palla sarà l'Inter); c'erano insomma tutti gli ingredienti per una grande serata di voyeurismo pedatorio.

Alla fine, vengo a sapere che l'Inter ha rimontato e vinto in scioltezza. Caspita. Dev'essere stata una partita davvero strana. Sentiamo almeno i commenti, mi dico. "La Juventus è stata penalizzata dal gol irregolare e dalla mancata espulsione di un proprio giocatore". Penalizzata? Abbandono ogni speranza. Spengo la tv. Buonanotte, mondo.

Juventus FC - FC Internazionale Milano 1:3 (1:0)
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Mans

30 ottobre 2012

Davvero super

28 ottobre 2012, Estadio Monumental "Antonio Vespucio Liberti", Buenos Aires
Le due gradinate rivali del Boca e del River Plate unite da un filo

Confesso di non saper resistere alla voglia di buttare giù due riflessioni sul superclásico di Baires, che ho visto in un mazzo di partite dei campionati inglese, italiano e spagnolo nell'ultimo week end. Certo, la prima ora di Chelsea - Manchester United è stata la più spettacolare di tutte, ribadendo l'attuale superiorità qualitativa della Premier. Certo, vedere in azione la fluidità del Barça anche in un campo minore come quello di Vallecas lascia credere che ci troviamo di fronte probabilmente per davvero alla squadra più bella di tutti i tempi, che gioca a memoria e con intensità - e divinamente - allo stesso modo contro chiunque, che sia il Real, il Chelsea o il Celtic. Certo, la crescita di personalità e di risultati dell'Inter guidata da Stramaccioni sono tangibili e la pragmaticità di chiudersi dietro e ripartire - che già era stata la chiave della finale della Next Generations Series [vedi] - comincia a riattivare le sinapsi con le grandi Inter di Picchi, Suarez e Mazzola, o di Samuel, Etoo e Milito. Certo, una partita con una squadra di Zeman è sempre come farsi un giro sulle montagne russe. Certo, quel gol di Luca Toni, con quell'avvitamento rapidissimo, resta un bagliore memorabile [vedi].

Ma la diretta dal primo pomeriggio di Buenos Aires, con il vento e le nuvole dell'incipiente primavera argentina, è stata qualcosa di ineguagliabile, difficile da restituire nelle emozioni. Non sono un amante particolare del campionato argentino, la cui cifra media ritengo modesta e spesso noiosa, e dunque credo di argomentare liberamente, senza feticismo. Ma le immagini che arrivavano dall'Estadio Monumental "Antonio Vespucio Liberti" della Ciudad de Buenos Aires (imprinting indelebile dell'inverno calcistico 1978) andavano all'essenza del gioco più bello del mondo nella sua festa, nel suo pathos, nella sua violenza [25 feriti]. Lo spettacolo delle gradinate è forse il solo a poter eguagliare, con tutt'altro linguaggio, le radici mancuniane del When Saturday Comes degli stadi inglesi: i colori, i fumi, le urla, i palloncini e le carte colorate che volano in campo e vi rimangono per tutta la partita, raccogliendosi nelle reti, intangibili come vacche indiane; la folla di portoghesi che si accalca ai bordi del campo; il clima rusticano che pervade ogni angolo; e finalmente il gioco. Modesto, ma calcio, grande calcio, allo stato puro. Tesissimo, aggrovigliato, pedatorio, con qualche perla gettata lì. Autarchico: dei diciotto giocatori entrati in campo solo 4 uruguagy e un "francese" (il nostro vecchio David Trezeguet) gli stranieri; gli altri tutti argentini, compresi i 14 in panchina e i due allenatori. Dominio del River per 70 minuti, poi un rigore casuale e la beffa del pareggio del Boca al 91°. Una doccia emotiva.

E - sopra a tutto, indimenticabile suggello - il "cerdo volador" coi colori "xeneizes" innalzato dalla gradinata inferiore dei Millonarios sotto il naso ai tifosi del Boca durante l'intervallo, "probably a first in football history", come scrive il compassato Indipendent [leggi]. Sì, la storia del calcio ha compiuto la sua ennesima rigenerazione rituale nel santuario del Monumental il giorno di Eupalla 28 ottobre 2012.

CA River Plate - CA Boca Juniors 2:2
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Commento di Jonathan Wilson (Guardian



Azor